L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Rubens.. religiosità in privato e sensualità in pittura – Alcuni capolavori.. un accenno al tema dei Satiri e la poesia della Szymborska sulle sue donne — IL MONDO DI ORSOSOGNANTE

Breve ricordo del grandissimo Pittore barocco… del ‘600 con un accenno ad uno dei temi da lui amati… i Satiri… e con una poesia della poetessa Premio Nobel Wislawa Szymborska dedicata alle mitiche e formose donne dei suoi dipinti. . . Rubens – Ixion RUBENS I SATIRI… E LA PITTURA SENSUALE a cura di Tony Kospan […]

via Rubens.. religiosità in privato e sensualità in pittura – Alcuni capolavori.. un accenno al tema dei Satiri e la poesia della Szymborska sulle sue donne — IL MONDO DI ORSOSOGNANTE


Storia del gioiello. Il Seicento e il Settecento

La Francia impone nel XVII secolo mode e comportamenti. Il termine “barocco” con cui si definisce lo stile dell’arte del seicento, sembra derivi dal portoghese “barroco” che vuol dire perla irregolare. Lo stile che distinse anche la produzione di gioielli è, infatti, quello irregolare, sfarzoso, eccentrico. Il rococò nasce in Francia negli anni trenta del XVIII secolo e predomina il gusto fino alla fine del secolo.
Gli uomini continuano adornarsi di gioielli, anche se ne limitano l’uso alle occasioni speciali. Giacomo Casanova nelle sue memorie cita la propria tabacchiera, la catena dell’orologio e i suoi anelli, tutti gioielli che identificavano subito il ceto sociale del proprietario.
Un altro fenomeno importante di questo secolo consiste nel fatto che per la prima volta si allarga il pubblico che acquista e indossa gioielli e, per tale motivo, la classe borghese inizia ad acquistare monili realizzati con nuovi materiali, economici, che i progressi tecnici e scientifici rende simili alle pietre preziose.
Inizia ad aumentare lo sviluppo della bigiotteria.

L’orafo fornitore
La struttura dell’industria orafa somiglia molto a quella attuale: la produzione era organizzata con apprendisti, operai qualificati e maestri artigiani che lavoravano in piccoli laboratori. I laboratori rifornivano i gioiellieri che vendevano al dettaglio.
I venditori si facevano conoscere attraverso annunci in cui era indicata la propria città e gli oggetti prodotti.

Gioielli prodotti
Il seicento è il secolo della perla la cui iridescenza e irregolarità si adatta alla perfezione al gusto dominante. Inoltre durante il XVI secolo in Francia si credeva che migliorassero il colorito. Erano indossate in gran numero in collane, orecchini, come ornamento nei capelli e venivano anche cucite direttamente sugli abiti. Un’ immagine emblematica è fornita da un dipinto d’ignoto conservato a Londra alla National Gallery in cui è ritratta la regina Elisabetta I con la sua collana di perle pagata 3000 sterline.
Molto di moda erano le gemme, importate dall’India e valorizzate da nuovi tagli e lucidature.
Si diffonde l’uso di incastonare i diamanti inserendo, nell’incastonatura, una piastra sottile metallica colorata in modo da ottenere tonalità pastello.
Le spille con diamanti erano piuttosto grandi e indossate numerose in dimensioni decrescenti fino alla vita. L’abbigliamento era impreziosito da gemme e perle che erano utilizzate in modo funzionale -come bottoni o fibbie per le scarpe- o a scopi esclusivamente decorativi – cucite lungo tutto l’abito.
Gli orecchini prodotti si arricchirono di gemme, smalto e oro: la tipologia più utilizzata è quella a girandola, tre gocce di cui la centrale in posizione più bassa, che ricorda i candelabri dell’epoca.
Un altro gioiello molto in uso era il sigillo che era sospeso alla catena dell’orologio o utilizzato come anello. Il gioiello caratteristico delle dame del settecento era la chètelaine un ornamento da cintura che aveva sia funzione pratica che decorativa. La chètelaine era una placca decoratica che si indossava sulla cintura alla quale venivano appesi, per mezzo di catene, diversi oggetti come orologi, sigilli, libri, ètui ( piccolo astuccio contenente forbici, matita, coltellino per frutta pieghevole ecc.) La bellezza di questi gioielli consiste nel fatto che le varie parti che erano agganciate alla cintura erano impreziosite in diversi modi (durante il neoclassicismo, ad esempio, con scene di mitologia classica) ed erano spesso dipinte a smalto.
Le fibbie gioiello per le scarpe erano molto diffuse sia per gli uomini che per le donne in sostituzione dei nastri utilizzati in precedenza. I cammei furono di gran moda durante lo stile neoclassico. J. Wedgwood inizia la sua caratteristica produzione di prodotti caratterizzati da figure bianche su sfondo colorato. Verso la fine del seicento si iniziò ad utilizzare un diverso tipo di abbigliamento a secondo del momento della giornate: durante il giorno si preferivano abiti e gioielli semplici e, alla sera, venivano indossati vestiti e gioielli fastosi.
A fine settecento la Rivoluzione francese impose mode e comportamenti e suggerì ai gioiellieri un ricco repertorio iconografico. L’immagine della ghigliottina, ad esmpio, fu di gran moda, per la produzione di orecchini, e indossandoli, venivano espresse le proprie ideologie politiche.

Motivi
I motivi ripresi dalla produzione orafa, durante il Seicento e il Settecento, erano molto spesso i fiori, sia quelli rappresentati nei testi di botanica che quelli esotici, come dimostrava il libro del 1635 Lire des ouvrages d’orfevrerie di Gilles Légaré. Un altro motivo molto diffuso il fiocco e deriva dai nastri con cui si fissavano i gioielli. Le spille a fiocco con le cocche rivolte verso il basso si chiamavano Sévigné (dal nome della scrittrice francese Madame de Sévigné).
Per quanto riguarda la produzione d’anelli, si diffonde il modello giardinetti, chiamato così perchè erano decorati con piccoli cesti di fiori realizzati con pietre colorate e diamanti.
Nel seicento continuavano ad essere apprezzati i gioielli memento mori e in questo secolo nascono monili il cui fine era quello di ricordare una persona defunta; formati da un piccolo contenitore sul quale vi era impresso lo stemma, le iniziali e la data della morte della persona deceduta, avevano all’interno uno spazio in cui erano custoditi i capelli, il tutto era poi ricoperto da un cristallo e montato ad anello, ciondolo ecc.
Gli anelli, la maggior parte delle volte, recano messaggi d’amore, a volte espliciti, altre nascosti (ad es. le lettere sono disposte come rebus a formare frasi amorose).

Bigiotteria
L’allargamento degli acquirenti al mercato del gioiello comporta lo sviluppo della “bigiotteria” attraverso l’uso sempre più diffuso del vetro e dell’acciaio che erano utilizzati per creare gioielli molto originali e apprezzati da una cliente sempre più numerosa. Già nel 1670 il londinese George Ravenscroft aveva creato un tipo di vetro in grado di essere tagliato come un diamante perchè particolarmente duro. Questo materiale fu poi perfezionato da G.F. Strass (1701-1773) che produsse la qualità più resistente, un vetro piombifero molto luminoso.
L’acciaio, utilizzato soprattutto in Inghilterra, era adoperato a borchie sfaccettate e avvicinate per aumentare lo scintillio.


Il merletto tra Rinascimento e Barocco

La tecnica di annodare reticelle era nota fin dall’antichità, anche se non era svincolata dal ricamo su tessuto. I trafori erano ottenuti sfilando i fili della tela, ritagliandoli e fermando con l’ago  i vuoti così ricavati.  Questo sistema risaliva all’antico Egitto ed era noto agli Arabi, come testimoniano i nomi “trina” e “macramè” che derivavano dalla loro lingua. Anche se la nascita del pizzo come lavoro separato dal tessuto è attribuita da alcuni storici a Venezia, sta di fatto che i centri italiani dove per prima fu sviluppata questa tecnica furono quelli che avevano maggiori relazioni con gli Arabi: Venezia appunto, Genova e la Sicilia. Si distinguevano solitamente due tipi di lavoro: ad ago e a tombolo. Il pizzo ad ago era costruito utilizzando una base di carta dove era disegnato il motivo ornamentale: una volta che l’intera area era stata lavorata, si staccava il foglio. Il tombolo era una balla cilindrica in paglia  ricoperta di tessuto, su cui si lavorava il filo annodando i punti  tramite cilindretti di legno detti fuselli.  Il filato era solitamente costituito da lino, fibra assai resistente, ma anche da cotone, seta, oro e argento, e perfino materiali particolari come i capelli e la rafia.

Con l’inizio del XVI secolo nacquero numerosi libri di modelli: all’inizio presentavano soprattutto decorazioni geometriche, poi vi si inserirono motivi vegetali e simboli araldici. I pizzi acquistarono tuttavia un ruolo fondamentale nella storia della moda a partire dalla fine del Cinquecento. La parola merletto, forse derivata da”merlo” ossia dagli elementi costruttivi che delimitavano i camminamenti di ronda nei castelli, ben designa la caratteristica principale di questi lavori, che terminavano all’inizio con punte dentellate.Sui rigidi abiti maschili e femminili, spesso di colore scuro, i merletti erano disposti attorno al collo e sui polsi. In particolare l’ampissimo collo rotondo detto “gorgiera”di moda a cavallo tra Cinquecento e Seicento, comportava circa 10 metri di pizzo inamidato. Anche il cosiddetto “collo alla Medici” che era disposto tra le spalle e la nuca dove si rialzava tenuto in forma da sostegni invisibili, era realizzato con questo sistema. I pizzi potevano essere disposti anche sui fazzoletti, che erano tenuti in mano ed avevano un puro significato ornamentale. Con l’avanzare del Barocco, le forme cominciarono ad essere meno rigide: scomparsa la gorgiera si usarono ampie “bavere” di pizzo che lasciavano il collo scoperto. Dal terzo decennio del Seicento nel costume femminile francese, poi copiato in tutta Europa, la scollatura si estese da spalla a spalla, bordata da un’alta fascia di merletto, mentre le maniche si accorciarono mostrando l’avambraccio e la camicia che terminava con volants di pizzo non inamidati. Contemporaneamente anche la Francia, grazie alle vigorose iniziative del ministro di Luigi XIV, Jean Baptiste Colbert, sviluppò le manifatture reali dei prodotti di lusso, tra cui figuravano i “dentelles”, la cui  apoteosi si ebbe con Luigi XIV di Francia (1638 – 1715); il re cominciò ad adottare abiti stracarichi di merletto, alle maniche della camicia, ai polsi, alle ginocchia, sui fiocchi delle giarrettiere e delle scarpe, nella cravatta. In tal modo cambiò radicalmente l’immagine maschile che si trasformò da quella di guerriero, in uso nella prima metà del Seicento, a  quella di portatore di oggetti di gran lusso. Oltre ai pizzi infatti il re faceva sfoggio di oro e diamanti.  Gli abiti maschili e femminili di gran parte del Settecento furono ancora caratterizzati dall’uso del merletto, sebbene disposto diversamente. La donna lo portava attorno alla profonda scollatura quadrata, sulle maniche della camicia da cui scendeva in sontuose cascate, sulle cuffie, sui bordi degli abiti e perfino nei grembiuli che non erano da lavoro, ma splendidi oggetti in pizzo che scendevano dalla vita. L’uomo  lo adottò per la cravatta e i polsi. Questo tipo di ornamento si mostrò particolarmente adeguato per il gusto dell’epoca che, abbandonata ogni rigidezza e magnificenza, preferiva la leggerezza e la fioritura primaverile. Ma l’influenza della moda francese su tutta l’Europa stava tramontando: attorno al 1770 si guardò all’Inghilterra come portatrice di un gusto nuovo. Nella nazione infatti si stava sviluppando la Rivoluzione industriale con l’invenzione di macchine sempre più progredite che, col tempo,avrebbero sostituito i metodi manuali. Il gentiluomo inglese si presentava con una sobrietà di abiti e di decorazioni che conquistò il resto d’Europa. Anche la donna si adeguò alle nuove tendenze, indossando vestiti fluidi privi di strutture portanti, e diminuendo in modo radicale l’uso del pizzo. Ma il merletto ebbe il colpo di grazia definitivo con la Rivoluzione francese che abolì tessuti, ornamenti e accessori che erano stati il segno distintivo dell’odiata aristocrazia. La rivincita sarebbe arrivata più tardi durante l’Ottocento, con il trionfo del gusto romantico.

 

Bibliografia: I pizzi: moda e simbolo – catalogo della mostra. Venezia, palazzo Grassi 1977, ed. Electa