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Carmelo Bene


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Buonanotte con… Giacomo Leopardi. “L’infinito” interpretato da Carmelo Bene

 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

(Giacomo Leopardi, Idilli, 1826)

Si tratta di uno spaccato d’esperienza, un idillio, termine che in greco indica un piccolo quadro. Più che di esperire un paesaggio, Leopardi sta intraprendendo un’avventura interiore: è la saga dell’uomo che cerca di intuire la realtà che sta oltre le cose, il concetto di Platone, il numenon di Kant, l’essenza di Aristotele. Solo che Leopardi, grandissimo filosofo, non scrive un trattato; usa il linguaggio più affascinante che l’uomo abbia a disposizione per parlare dell’anima: la poesia.

Ecco allora il poeta davanti a un limite: la siepe, solitaria come l’animo stesso. Siamo di fronte a una rottura dello sguardo: non è possibile abbracciare tutto l’orizzonte. Ma la dimensione che conta ha in realtà ben poco di fisico. Il paesaggio è tutto immaginario, racchiuso nella psicologia dell’infinito, di cui queste poche righe rappresentano forse l’apice di ciò che è stato scritto da mano umana fino ai giorni nostri.
Vediamo allora di capirne un po’ di più. La prima parte è un percorso che vadall’esteriorità, la siepe, all’interiorità: l’esclusione dello sguardo dall’infinito spaziale rimanda l’uomo ad un senso di ridimensionamento che però viene immediatamente superato attraverso l’immaginazione. E’ il pregio del limite, dell’indefinito: non uso a caso questo secondo termine. Per Leopardi non si tratta tanto di vedere, ma di definire, di porre dei confini: è un sentimento molto piùintellettuale di quello che lascia pensare il verso finale della poesia, il naufragio. L’uso del verbo fingere, nel pensier mi fingo, è molto significativo in tal senso: è un termine latino proprio della scultura, e la scultura è definizione di qualcosa che prima era indefinito, il trarre dall’informe qualcosa di formato, con dei lineamenti ben precisi (almeno fino all’avvento dell’astrattismo). Leopardi, sebbene abbia lo sguardo mutilato, tenta di scolpire un paesaggio, e ci riesce, paradossalmente, sedendo e mirando: demiurgo immobile, con la mente delinea mondi sovrumani, si scopre a stretta somiglianza di un creatore, anche se creatore non è del tutto, ma plasmatore sì. C’è una sorta di timore in tutto questo, l’uomo posto davanti a sovrumani silenzi, capisce di essere molto più grande di qualsiasi orizzonte, comprende di potere abbracciare l’infinito.

La seconda parte è un ritorno parziale all’esteriore, una traslazione dell’incanto: non una rottura, si badi bene, non c’è un enjambment, semplicemente un punto, prima di andare a conoscere una nuova dimensione dell’infinito: quellatemporale. Non siamo più di fronte a una scultura, a una circostanza spaziale, bensì al tempo, inteso in modo quasi agostiniano, alla durata quindi. E la forma d’arte più vicina alla temporalità è senz’altro la musica, con il suo senso, l’udito. Ecco allora lo stormire del vento, che sembra riportare la finitezza, il definito contorno delle cose vicine, queste piante. Ma nel contempo ecco presentarsi l’eterno, il ciclo dello scorrere del tempo, con le stagioni passate da sempre legate a quelle presenti, ecco l’apparire di quel vocabolo, l’immensità, qualcosa di immisurabile che però è vicino: dalla lontananza di quello infinito silenzio, si arriva a questa immensità. E’ una nuova prospettiva, una immersione tale da fare annegare i pensiero: ma il naufragare in questo mare indefinito, riduce tutte le distanze; non più raffigurazioni, ma coinvolgimento, non più spazio distanziale, ma durata eterna.

La chiave di volta è il paragonevo comparando, del finito all’infinito, che da sempre, sempre caro mi fu quest’ermo colle, è lì, a disposizione dell’uomo: il limite è la porta che dischiude il senza limite, il perimetro della circonferenza apre a tutto quello che sta fuori. Ma siamo uomini, ci tocca di vivere su questa soglia, su questo filo tra questo e quello, nel tentativo di definire l’infinito, nel pensiero dell’infinito stesso, in cui ci si tuffa, lasciandosi annegare in un mare sorprendentemente dolce.