L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il tempo delle “pecore smarrite”: la perdita dell’umana libertà di “essere” in questo mondo

L’humanitas ha smarrito il senso peculiare che la caratterizza, il senso etimologico, la radice della parola. Scrivo questo blog da un decennio cercando di porre attenzione e impegno a ciò che i più hanno relegato e consacrato all’oblio. Mi ritrovo oggi a riflettere sul senso della malattia che trova spesso assordante vociare ovunque, dai media alla chiacchiera fino a ridursi in paura e dilagando in angoscia isterica, regina del non-sense. Occorre risvegliare coscienza e riappropriarsi del senso delle parole che tradiamo nell’uso irragionevole e dissociato quotidiano, perchè la parola libera ed è foriera di azione sensata.

Vivere la malattia e fronteggiarla nelle svariate forme in cui si manifesta oggi più che mai dimenticate e inesorabilmente asservite alla sigla COVID-19, evocano la naturalità poliedrica e multiforme del genere umano, la sua nascita e la sua morte.

Humanitas affonda il suo significato in cultura letteraria, virtù di umanità e stato di civiltà; è dunque un merito piuttosto che un tratto universale. Terenzio, il commediografo latino ne traccia la sintesi: indica la rotta che conduce al rispetto  di sè e degli altri, di arricchimento e approfondimento dei rapporti umani.

In Cicerone ancora assume un ampio significato intendendo l’humanitas come cultura raffinata e di umana cortesia; una umanità  intesa come cultura che diviene valore quando si eleva a maestra e norma di vita e di educazione dell’uomo, una cultura immersa nella vita pratica e concreta e come strumento di arricchimento di umanità e moralità.

Ancora il visionario Dante ci invita ad uno sforzo maggiore: nelle sue opere ci stimola ad una critica costante e calibrata in modo da leggere le sfumature in situazioni di disagio, e ci indica di “ficcare l’occhio” fin nel ventre della problematica complessità della compagine nella quale muoviamo i passi della nostra esistenza.

Da questo veloce schizzo mi domando: quanta umanità c’è oggi in campo medico? Ragioniamo sulle parole.

La saggezza dello sguardo nell’indicare la terapeutica cura va ricalibrata in chiave foucaultiana e ippocratica, l’universale chiave di lettura dell’umano patire e dello straordinario potere dell’osservare. L’equilibrio tra la triplice focale triade fatto-azione-attesa si trasmuta oggi in dissesto in chiave micro e macro denunciando la sua dis-funzionalità, nel momento in cui l’uomo e il suo altro stuprano il  λόγος, lógos, in cappio senza armonica ripartizione in vista del Bene della comunità.

Curare significa osservare nel profondo e studio peculiare senza ricorrere a bieche statistiche alla ricerca spasmodica del terrore della logica dominante in assetto dormiente dei sudditi. Significa partecipare al respiro e al governo del corpo con attenzione alla prevenzione.

Viviamo i tempi della medicina “cieca” o addirittura miope asservita allo pseudo-benessere del consumismo, una medicina impotente che stenta a procedere quando riesce a contenere il danno, appunto perchè non procede alla risoluzione plausibile.

Va ripristinato il contatto con la Natura, la ciclicità e il suo equilibrio, narrazione di scambio coraggioso e guardiana dei bioritmi delle specie.

Guardare senza vedere significa porsi al ciglio del baratro, pronti a sprofondarvici .

“Essere” medico e “fare” il medico sono due funzioni differenti antitetiche, due dimensioni dissonanti. Ritorniamo  ad intendere la medicina che miri a  salvaguardare e prevenire a livello globale  le pandemie quella lontana da interessi delle multinazionali. Dovremmo imparare dagli antichi, i saggi preposti alla cura e all’uso del ϕάρμακον, farmaco erano sacerdoti e sacerdotesse  evidentemente iniziati ad un sapere vasto, ermetico e celato al volgo, spartiacque che ne evidenzia la correlazione tra uso dei veleni e osservazione reattiva dell’organismo. Nel dettaglio impercettibile e sacro si nasconde la capacità di dare sollievo e cogliere il movimento ad arcolaio di Kundalini, “Sommo Bene” e fonte di vita.

Dedico queste parole ad Elisabetta Imelio dei Sick Tamburo, scomparsa recentemente

 


Spirito greco e spirito romano

Rispetto a quello greco, il teatro latino aveva meno legami con i valori civili e religiosi. Era, infatti, un’occasione di divertimento per spettatori appartenenti a tutti gli strati della società romana, incluse le donne.

Per trovare una prima definizione della commedia, bisogna risalire ad Aristotele, che considera il comico qualcosa di sbagliato e brutto che “non procura né dolore né danno”; dunque un elemento caratterizzato dall’imprevisto e dal non ragionevole, applicabile ad aspetti minori o parodistici dell’esistenza. In età romana, Cicerone e Quintiliano lo collegano al ridicolo generato da elementi sconvenienti e difettosi.

Con Livio Andronico e Gneo Nevio, il teatro latino comincia ad acquisire una fisionomia propria. Mentre Andronico rimane legato ai modelli della commedia nuova greca, Nevio propone drammi di soggetto romano, più originali nel linguaggio e ricchi di invenzioni nello stile, arrivando a inserire in una sua commedia una satira rivolta a personaggi contemporanei come Publio Cornelio Scipione, che gli valse il carcere: la satira personale fu in seguito espressamente proibita dalla legge. La commedia romana, apparentemente,   si   rifugia   nella   imitazione   delle   commedie   di   Menandro.   I   più   importanti commediografi romani furono Tito Maccio Plauto e Publio Terenzio Afro.   Plauto adattò i temi e i personaggi greci al pubblico romano, nascondendo però dietro ad una Grecia spesso improbabile tematiche riconoscibili del mondo romano a lui contemporaneo. Il teatro di Terenzio, invece, rifletteva una società diversa da quella di Plauto in quanto l’ex schiavo si atteneva in maniera più rigorosa ai modelli greci pur accettando la contaminazione. Le commedie di argomento romano presentano alcune innovazioni, come l’eliminazione del coro (ripristinato in epoche successive nelle diverse trascrizioni) e l’introduzione dell’elemento musicale. Dapprima, timidamente, il luogo dell’azione viene posto in piccole città  italiche,  e vengono  trattate questioni riguardanti il  popolo, le relazioni familiari, i problemi quotidiani. Rispetto alle commedie modellate sull’esempio greco, qui le donne hanno parte attiva, e i personaggi femminili sono tratteggiati nella loro psicologia. A Roma le donne potevano esibirsi solo nei mimi nei quali recitavano, cantavano e ballavano. Il mimo era uno spettacolo senza trama, che consisteva nell’imitazione teatrale della vita quotidiana e dei suoi aspetti più grotteschi, accompagnata da musica.

La presenza femminile sul palco condusse, ben presto e facilmente, alla degenerazione di questa rappresentazione verso forme sceniche in cui il ruolo principale era giocato dall’esibizione del nudo femminile (“nudatio mimarum”). Solo ai tempi di Cesare autori come Decimo Laberio e Publilio Siro fecero assurgere questo genere a definitiva dignità letteraria. Alcuni autori, come Ovidio e Giovenale, parlano del carattere corruttore del teatro soprattutto sulle donne. Il primo, infatti, parla dei teatri come luoghi dove le donne si affollano  per “vedere e farsi vedere” e, in mezzo alla calca, si offrono meglio alle tresche amorose. Parlando delle donne nel libro VI delle Satire, Giovenale, invece, dice che vanno in estasi davanti a mimi e danzatori, si incapricciano di comici da strapazzo e ne comprano i favori sessuali e, quando i teatri sono chiusi, si mettono a fare le attrici.

Mentre disponiamo per intero del testo di ventisei commedie, non resta niente più che un corpus di frammenti sparsi del repertorio tragico romano; ugualmente, il numero dei tragediografi latini risulta inferiore rispetto a quello dei commediografi. Le tragedie di Seneca sono, infatti, le uniche tragedie latine giunte a noi in modo non frammentario. Le opere di Seneca non sembrano concepite per la rappresentazione ma piuttosto per la lettura in qualche ristretta cerchia. Il tono comune è di meditazione e riflessione interiore, per cui è stato osservato che l’unica protagonista è la coscienza che interroga se stessa. Nel teatro senecano il conflitto tragico ed i suoi inevitabili esiti luttuosi nascono dagli odi reciproci e dai dissidi che lacerano l’interiorità psicologica degli individui, e sono spesso le donne a meglio rappresentare questo intimo contrasto: Fedra è divorata dalla passione ma lacerata dal senso di colpa e dalla volontà di espiazione; Medea vive l’atroce dissidio tra l’amore per i figli e il desiderio di vendetta. In entrambe queste figure il pathos tragico, che già aveva ispirato i modelli euripidei, degenera in una visione orripilante, quasi in una esaltazione del “furor” delle protagoniste, peraltro coerente con la loro indole. Il teatro latino si era giа occupato, con Ennio e Accio, di Medea, ma pochi frammenti rimangono delle due tragedie che avevano come protagonista la donna di Colchide. Seneca, invece, pur rispettando, in generale, la trama euripidea, traspone Medea su un piano infernale, legato all’occultismo e alle pratiche di magia nera, in cui il suo agire è ispirato da fredda e premeditata crudeltà. Il Male, quel Male che Medea incarna, trionfa, con il suo corollario di terrore e di morte. Centro della tragedia non è più, come in Euripide, la realtà psicologica dell’eroina, con i suoi dissidi interiori, ma è proprio questa macabra, inumana violenza di cui Medea è protagonista. Barbara terribile, presa dal furore della gelosia, donna crudele dominata dall’odio e dal desiderio di vendetta, Medea ha tutte le sembianze di un essere sinistro e demoniaco nella descrizione di Ovidio e Seneca. In particolar modo la Medea senecana è una donna travolta dalle passioni, incapace di opporre resistenza agli impulsi più orrendi. Gli stessi tratti foschi e malvagi contraddistingueranno il personaggio di Medea nelle opere di Boccaccio (De mulieribus claris) e, successivamente, di Corneille (Médeé), anche se in quest’ultimo si nota già la tendenza a smorzarne i tratti più spietati, avviandosi ad una rappresentazione sempre più umana del personaggio.

Una delle nove tragedie scritte da Seneca è dedicata ad Antigone. Antigone, come del resto tante altre opere della classicità greca, ha esercitato molta influenza sulle letterature e sulle arti, soprattutto occidentali,  in ogni  tempo.  Antigone  (sia  come personaggio  che come dramma)  è diventata,  per  i moderni, un simbolo molto più forte di Elettra: il simbolo romantico della scelta tragica, il segno del contrasto tra gli obblighi verso la famiglia e la comunità. Antigone è divenuta anche il simbolo dell’opposizione politica: dell’opposizione all’occupazione nazista della Francia, nell’Antigone di Anouilh del 1944, ad esempio; ma anche dell’opposizione all’apartheid. Nel 1973 il drammaturgo sudafricano Athol Fugard, con la collaborazione degli attori John Kani e Winston Ntshona, creò il dramma The Island, ambientato a Robben Island (l’isola dove è stato detenuto Nelson Mandela). Fugard mette in scena due prigionieri che a loro volta rappresentano, in carcere, l’Antigone di Sofocle, ricreando forzatamente  la convenzione  antica  secondo  cui attori maschi impersonavano  figure femminili:  un “metateatro” con evidenti implicazioni politiche.

I temi della gelosia e dell’ineluttabilità della vendetta, presenti nella Medea di Euripide, hanno offerto lo spunto ad altri autori nel corso dei secoli. La letteratura latina contempla due Medee, una di Ovidio (andata perduta e della quale abbiamo notizia soltanto attraverso una citazione di Quintiliano, non del tutto positiva) e una di Seneca, che ci è invece arrivata completa. Seneca si rifà ad Euripide e, a quanto pare anche a Ovidio. Nel diciottesimo secolo, in Italia la Medea di Giovan Battista Nicolini, in metri metastasiani, è una donna consapevole di sé e del suo terribile coraggio. Il suo amore è una violenza selvaggia, ma ha coscienza della sua tragica natura, contro la quale tuttavia non ha la forza di lottare. É un personaggio nuovo, e molto moderno. Il personaggio rivivrà nel ventesimo secolo nella  Lunga notte di Medea di Corrado Alvaro.

Anche Fedra sarà ripresa da Seneca e poi da Racine, e riproposta da D’Annunzio. Fedra è il modello mitico dell’infedeltà coniugale, e del contrasto tra il senso del dovere e la passione non controllabile. Solo nell’Ottocento questi temi verranno affrontati direttamente, in opere che hanno creato scandalo, come Madame Bovary di Flaubert.


Il modello del conflitto. Le passioni nello Stoicismo.

Alla seconda scuola di pensiero appartengono, tipicamente, gli Stoici e Kant.

Le passioni nello Stoicismo.

Il termine “passione” (pathos) acquista un particolare rilievo nella storia della filosofia grazie agli Stoici. Nella loro prospettiva, però, la passione è «una emozione (commotio) che si allontana dalla ragione ed è contraria alla natura»: essi dunque la identificano, non con un’energia che può essere impiegata per il bene o per il male, bensì con un’energia che già è stata piegata verso il male da un giudizio erroneo (posizione di Zenone), o più semplicemente la identificano con lo stesso giudizio erroneo apportatore di disordine in chi lo concepisce (posizione di Crisippo). Chi, ad esempio, si lascia abbagliare dalla ricchezza fino a sentirne la mancanza, potrà formarsi l’errata opinione che la ricchezza sia indispensabile per la propria felicità, e potrà così liberare disordinatamente la tendenza all’accumulo, che è già naturalmente presente in lui (con conseguenze disastrose, ad esempio, per la sua vita di relazione). Se la passione è – in prospettiva stoica – il frutto di un errore di giudizio, oppure è lo stesso giudizio erroneo (la norma formulata nell’ignoranza o nella distrazione), non si potrà parlare di buono o cattivo impiego delle passioni: esse andranno infatti estirpate, per raggiungere l’ “apatia” (apátheia) – l’assenza di passioni -, in cui consisterà stoicamente la vita buona del saggio.

 Uno dei principali testimoni della posizione stoica sulle passioni è il latino Cicerone. Di Cicerone è opportuno considerare, al riguardo, il libro IV delle Tusculanae disputationes (44 a.C.). Cicerone, qui, parte precisamente dal pregiudizio stoico, che identifica passioni e vizi; e, considerando che il vizio non può essere moderato, ma solo estirpato, polemizza con gli Aristotelici (Peripatetici), i quali invece sostengono che «la natura ci ha dato le passioni per il nostro bene», e che «non si può mai far bene una cosa, se non c’è la passione che ci sospinge». In particolare, Cicerone ritiene inverosimile che si possa tentare di elaborare in senso virtuoso l’ira (l’aggressività) – come sostengono invece gli Aristotelici -, senza esserne trascinati verso le azioni più irragionevoli. Il saggio sarà piuttosto colui che sa vivere lontano da ogni passione: dove “passione” è intesa come sinonimo di “perturbazione” (perturbatio) dell’anima. Del resto, una volta identificata – stoicamente – la causa delle passioni in errori di giudizio, dovuti al prevalere dell’immaginazione sulla ragione. Cicerone non può far altro che contrapporre la ragione alle passioni, identificando nella prima il medico che deve guarirci dalle seconde, intese come malattie dell’anima.


Le prime ricerche

All’ inizio si sono occupati della diversità tra lingua femminile e lingua maschile soprattutto testi di antropologia culturale e di linguistica collegata all’ antropologia. Diamo qui un elenco dei principali.

1929 . Sapir, E. “Male and Female Forms of Speech in Yana”, in Teeuwen (1929, pp. 79-85) = Sapir 1949, pp. 206-212.

1946. Flannery, R. Men’s and Women’s Speech in Gros Ventre , in “International Journal of America Linguistics”, 12, pp. 133- 135.

1961. Blood, D. Women’s Speech Characteristics in Cham , “Asian Culture”, 3, pp. 139-143.

1964. Hymes, D. H. ( a cura di), Language in Culture and Society. A Reader in Linguistics sand Anthropology , New York, Harper & Row, p. 233.

1964. Haas, M. R. “Men’s and Women’s Speech in Kaasati”, in D. Hymes, ed. , Language in Culture and Society , cit.

1967 Balmori, C. H. Estudies de àrea lingüistica indìgena , Universidad de Buenos Aires, Centro de Estudios Lingüisticos .

58Tuttavia l’ esposizione più completa del problema si ritrova nelle pagine che qui appresso indico :

1922. Jespersen , O. Language, Its Nature, Development, and Origin , London, Allen & Unwin, pp. 236-254.

1938. Tagliavini, C. “Modificazioni del linguaggio nella parlata delle donne”, in AA. VV. , Scritti in onore di Alfredo Trombetti , Milano, Hoepli, pp. 87- 142.

1976. Cardona, G. R. , Introduzione all’ etnolinguistica , Il Mulino, Bologna, pp. 77-81.

Da queste ricerche apprendiamo che già autori classici avevano rilevato l’ esistenza di lingue femminili presso alcuni popoli.

Essi ne ricercarono la spiegazione nella provenienza delle donne da altri gruppi ; ad esempio Erodoto (IV, 114) spiega che gli Sciti non riuscirono mai ad imparare la lingua delle loro mogli Amazzoni, mentre queste appresero lo Scita. Platone nel “Cratilo” e Cicerone nel “De Oratore” osservarono anche la maggiore presenza nel linguaggio femminile di vocaboli e suoni arcaici.

Cicerone trova naturale questo fatto, dal momento che le donne facevano vita ritirata, meno esposta a stimoli esterni ed a contatti con altre forme di linguaggio.

Anche i moderni antropologi sono giunti alle stesse conclusioni, per cui si può parlare, per molte società ( specialmente quelle di tipo più patriarcale), di un fenomeno di “conservazione” presente nella lingua delle donne, più lontane dalla vita pubblica, dai contatti esterni e dall’ istruzione. Ad esempio in molti villaggi russi le donne conservavano ( almeno fino a qualche tempo fa) l’ antica pronuncia –Go, Ga della desinenza del genitivo, che nel linguaggio maschile si era mutata in –Vo, Va ; anche in popolazioni degli indiani d’ America ( come i Creek ) le donne conservano tratti arcaici della lingua.

Per questo motivo, gli autori delle inchieste dialettali compiute in Italia, Svizzera ed altri Paesi Europei per ritrovare gli antichi vocaboli e le cadenze dialettali, preferivano interrogare soggetti donne.

Presso alcuni popoli soltanto gli uomini sono bilingui : abbiamo già parlato degli Arabi, ma possiamo aggiungervi i gruppi baschi della Francia ( dove il servizio militare, gli studi e le relazioni di ogni giorno hanno provocato nella parte maschile della popolazione una quasi estinzione dell’ antica lingua in favore del francese ) e gli Arumeni dei Balcani, fra i quali gli uomini parlano l’ arumeno nelle relazioni familiari e il neoellenico in quelle formali e nelle interazioni relative alla vita pubblica e alla cultura, mentre le donne si limitano a parlare la prima lingua.

Del resto, in tutti i gruppi emigrati in un’ altra nazione di lingua diversa gli uomini giungono ad apprendere la seconda lingua in numero molto maggiore delle donne.

A volte questa conservazione linguistica è coscientemente voluta, in quanto le donne ( soprattutto delle classi superiori e ad un livello medio-alto di istruzione )sono considerate depositarie del “modo corretto di parlare”. A questo proposito è famoso il caso delle “précieuses” francesi, e O. Jespersen ricorda come su una pronuncia eccessivamente corretta e raffinata insistano le “girls’ schools”.

Nonostante l’ apparente contraddizione, le stesse cause ( emarginazione rispetto alla vita pubblica, ai rapporti esterni e all’ istruzione ) che hanno provocato la “conservazione” linguistica, hanno a volte prodotto un fenomeno di “innovazione” rispetto alla fonologia, alla morfologia e al lessico di una lingua. Ad esempio in rumeno si è riscontrato come le donne usino palatalizzare le labiali, mentre gli uomini evitano accuratamente tali passaggi ( come bi>ghi).

Altri studi accurati compiuti sulla lingua giapponese da E. R. Edwards ( in Etude phonétique de la langue Japonaise , Leipzig, 1903 ) hanno rilevato che le innovazioni linguistiche sono introdotte in giapponese soprattutto dalle donne, per il fatto che esse subiscono molto poco l’ influenza delle forme scritte, e per questo si allontanano con maggiore facilità dalle espressioni già definite “corrette”, sia nella pronuncia che nell’ uso dei vocaboli e delle espressioni linguistiche. A Tokio le donne presentavano una forte tendenza a sbarazzarsi del suono /w/, ad esempio pronunziavano /atashi/ il vocabolo che era pronunciato dagli uomini come /watashi/. Nel francese del XVI secolo si è manifestata nelle donne l’ innovazione R >Z ( da cui sono derivati vocaboli simili come chaire e chaise ), la stessa innovazione verificatasi anche nel norvegese.

Rimaniamo sempre nel campo fonetico considerando la lingua Eskimo della Terra di Baffin, in cui le donne trasformavano la finale K-T in nasale – velare. L’ osservazione è stata fatta dall’ antropologo Franz Boas, il quale ha ritrovato lo stesso fenomeno in altre lingue dell’ America del Nord. Anche una lingua paleo- asiatica, il Ciukcio, si trasforma sulle labbra delle donne ; infatti molti suoni variano talmente che ad un ascoltatore i linguaggi parlati dai due sessi possono apparire varietà del tutto diverse. E, per terminare, Jespersen cita il caso delle popolazioni Botocudos nel Sud America, in cui sono quasi sempre le donne ad inventare nuove parole ed a variare il lessico con enorme facilità ; innovazioni che poi passano al resto della popolazione.

Vediamo ancora altre comunità linguistiche in cui si riscontra la differenza tra maschi e femmine. I casi più clamorosi sono stati riscontrati in lingue del continente americano; ad esempio nella lingua Dakota gli uomini usano nell’ imperativo interiezioni diverse dalle donne ( yo e po contro ye e pe ).

Nella lingua Arawak esistono parole usate esclusivamente o quasi da uomini e che hanno un loro sinonimo nel discorso delle donne, ed esistono anche parole usate rivolgendosi ad uomini e che sono sostituite da altre allorché ci si rivolge a donne ; perciò vi sono quattro tipi differenti di espressioni : parole usate da un uomo che si rivolge a un altro uomo ; parole usate da un uomo che si rivolge a una donna ; altre usate da donne rivolgendosi ad uomini ; ed altre ancora rivolte da una donna ad un’ altra donna.

Ma queste differenze riguardano un numero molto limitato di prefissi e di parole, come anche nelle lingue Guaycurù e nel Carajà del Brasile. In quest’ ultima lingua le differenze fonetiche ( il K intervocalico mantenuto dalle donne e caduto nella lingua dei maschi, in modo da produrre i vocaboli /wasikota/ e /wasiota/ e il prefisso Kari- che gli uomini trasformano in Ari- ) sembrano risalire unicamente al fenomeno già trattato della conservazione linguistica femminile.

Al contrario, nella lingua Yana della California, studiata da Edward Sapir, sembra agire per il linguaggio delle donne l’ innovazione fonetica, che ha condotto la parte femminile della popolazione a trasformare le sorde intervocaliche in sonore. Inoltre nel Yana Sapir ha riscontrato un piccolo numero di radici verbali riservate esclusivamente all’ uno o all’ altro dei sessi, come ni, ni : ( “un maschio va”) e a, a : (“una femmina va”) ; ma più che altro esistono un gran numero di parole con forme differenti ( forma completa o maschile e forma ridotta o femminile ). In realtà questa terminologia di Sapir non è del tutto esatta, perché la forma “maschile” è usata solo da uomini che parlano tra di loro.

Negli altri casi, cioè quando donne parlano con altre donne o con uomini, e anche quando uomini parlano con donne, si usa la forma ridotta o “femminile”. Tuttavia la forma completa è vista come propria degli uomini, in quanto le donne la usano allorché riferiscono le parole pronunciate dagli uomini tra di loro.

Lo studioso non chiarisce quale delle due forme sia originaria e quale introdotta in seguito, grazie ad un processo di ampliamento oppure di abbreviazione ; si pensa più facilmente ad un’ innovazione femminile. Anche nel linguaggio Chiquito della Bolivia le donne usano forme più brevi ed anche meno complicate grammaticalmente.

Le differenze di uso, rilevate dal linguista V. Henry, sono molto estese perché riguardano l’ uso soggettivo diverso che uomini e donne fanno per i pronomi di terza persona, per i prefissi, suffissi personali e possessivi di terza persona e le desinenze verbali della terza persona singolare e plurale. Anche qui le donne usano le forme maschili riportando le parole di uomini, e possono anche usarle parlando di cose relative ad uomini ; la stessa cosa fanno gli uomini riguardo alle forme femminili.

Le differenze del linguaggio non sono molto grandi, ma si limitano generalmente all’ uso o meno di prefissi e suffissi. Un esempio di Henry, riportato anche da Jespersen mostra come gli uomini usino tre forme diverse, e cioè : /Yebotii ti n-ipoostii/ = /He went to his house/ ; /Yebotii ti n-ipoos/ = /He went to her house/ ; /Yebo ti n-ipoostii/ = /She went to his house/ ; mentre le donne per questi tre casi usano un’ unica forma, cioè l’ espressione : /Yebo ti n-ipoos/.

Questo uso “soggettivo” delle forme non è molto comprensibile alla nostra cultura, in quanto la lingua che usiamo e quelle ad essa vicine non lo prevedono ; per spiegarlo un missionario, autore di una importante grammatica chiquita, ha usato una frase latina, modificandola in questo modo : “ Mortua est frater mea quae Servatorem nostram summa amore colebat ”. Anche qui possiamo parlare di innovazione femminile, almeno riguardo a tali espressioni pronominali e aggettivali e ad altre parole che le donne usano senza suffisso. In Chiquito, come del resto nello Yana, esistono anche differenze lessicali vere e proprie, che riguardano soprattutto le denominazioni di parentela ; ma mentre in Yana soltanto 4 nomi di parentela avevano una doppia forma, qui il fenomeno è molto più esteso (“mio padre” viene detto iyai e isûpu , “mia madre” ipaki e ipapa, “mio fratello” tsauruku e ičibausi , rispettivamente dai maschi e dalle femmine ).

Senza dubbio la questione più controversa è stata quella relativa al bilinguismo fra uomini e donne dei Carabi insulari.

A questo proposito vi sono documenti assai antichi, come la testimonianza di Du Tertre nella Historia general de las pequeñas Antillas (1654), e le osservazioni di qualche anno dopo da parte di C. De Rochefort. Quest’ ultimo spiega il fatto con la guerra avvenuta tra i Galibi della terraferma e gli Arawak che abitavano le isole. I Galibi distrussero la popolazione Arawak, ad eccezione delle donne, con le quali si unirono per ripopolare l’ isola, e da allora le donne hanno mantenuto parte dell’ antico linguaggio Arawak, trasmettendolo di madre in figlia.

Non tutti sono d’ accordo con tale spiegazione, e la considerano una pura leggenda ; tuttavia sta il fatto che la diversità di linguaggio esiste, e che molte delle espressioni femminili sono molto simili all’ Arawak che conosciamo.

Per quanto riguarda il lessico, fu redatto nel 1665 da Padre Raymond Breton un vocabolario caraibico, che comprendeva 400 parole circa usate esclusivamente da uno dei due sessi. O, meglio, una parola ( ad esempio embatali per indicare “viso” ) era usata dalle donne tra di loro, ma nella comunicazione con uomini esse utilizzavano per lo stesso significato il vocabolo ichibou , usato correntemente dai maschi della popolazione.

La lista delle parole distinte per uomini e donne è effettivamente abbastanza lunga, ed inoltre si tratta di radici linguistiche totalmente differenti e non di piccole modificazioni ; ma queste forme separate costituiscono solo un decimo della lingua, mentre tutte le altre parole sono comuni a uomini e donne. Perciò è difficile parlare di due lingue totalmente separate, anche perché la grammatica è generalmente uguale per entrambe le varietà, e non sono state riscontrate differenze fonetiche.

Nella morfologia del caraibico insulare risulta la diversità dei prefissi possessivi per uomini e donne riguardo a tre persone : la prima persona singolare ( i- nella lingua degli uomini e n- per la lingua delle donne ), la prima persona plurale ( k- e w- rispettivamente ) e la seconda persona singolare ( distinta in a- e b- ).

Questi prefissi corrispondono perfettamente e quelli usati dai Galibi e dagli Arawak, come anche corrisponde all’ Arawak il prefisso negativo del verbo usato dalle donne, m-ma- ; in questo caso gli uomini usano un infisso, che è –pa- .

Il caso delle donne Caribe non è isolato, perché molto spesso gruppi integrati in popolazioni con diverso idioma hanno mantenuto la lingua originaria, in tutto o in parte, come lingua segreta e “gergo” del gruppo. Certamente, se nei Caribe le donne non si sono lasciate assimilare, ciò è dovuto a fattori sociali, come una separazione abbastanza netta di compiti, di ruolo e di attività tra i maschi e le femmine. Ad esempio è nelle abitudini di questo popolo il pasto separato degli uomini e delle donne, ed inoltre queste ultime devono attendere che i maschi abbiano terminato, servendoli a tavola, per poi cibarsi. Si può dunque parlare in questo caso di una lingua “di classe”, perché le donne sono tenute in condizione doppia di inferiorità ; come sesso e come assimilate di una tribù diversa.

Un altro esempio di “lingua di classe” lo ritroviamo nell’ antico teatro indiano ; infatti gli uomini parlano generalmente in sanscrito e le donne in practico, e la distinzione non è tanto di sesso quanto di classe, di rango sociale applicato al sesso.

Infatti il practico è la lingua delle classi inferiori mentre il sanscrito è caratteristico degli dei, dei re, dei principi, dei bramini, dei ministri e delle classi alte in generale, in cui le donne, salvo rare eccezioni, non vengono incluse.

La dimostrazione di un livello culturale diverso fra uomini e donne ci viene offerta anche da alcuni drammi di Shakespeare, nei quali tutte le donne, anche le principali protagoniste del lavoro drammatico, si esprimono ad un basso livello linguistico.

Alcuni linguaggi femminili sono stati considerati propriamente “gerghi” o “lingue segrete”, come il Bahâsa Balik ( lingua rovesciata ) delle donne Brunee del Borneo e la lingua magica delle sacerdotesse Baree di Celebes, ma in questo caso si tratta di precise categorie di donne, cioè una piccolissima parte della popolazione femminile.

G. R. Cardona, nelle pagine citate in precedenza, osserva che lo studio della lingua femminile è posto in maniera sbagliata, perché la si considera sempre l’ eccezione rispetto alla lingua normale, quella degli uomini. Al contrario si deve parlare di due lingue alla pari, come è almeno alla pari il rapporto numerico tra i due sessi, e si deve parlare di rapporto dialettico esistente tra le due lingue. Invece di considerare sempre la “lingua femminile” come contrapposta alla varietà “standard” , si potrebbe e si dovrebbe molte volte introdurre il concetto di “lingua maschile”.

Come esempio Cardona cita, tra i Dagon, la lingua segreta della società degli uomini, sconosciuta alle donne e ai ragazzi non iniziati.

Tale lingua distingue insomma tra uomini pienamente integrati nella comunità ( iniziati e parlanti del sìgi ) egli altri (donne e bambini , non iniziati e non parlanti della lingua). Inoltre in molte lingue la varietà femminile è quella originaria, di base, e dunque ha più senso parlare di “variet{ maschile” rispetto allo standard che viceversa.

Per riassumere, le distinzioni riscontrate nel linguaggio dei due sessi si possono riassumere in :

a) Fenomeni di “conservazione” o di “innovazione “ linguistica ; b)Distinti prefissi o suffissi grammaticali relativi al sesso, nonché la distinzione sessuale “soggettiva” presente in alcune

lingue ; c)Differenze lessicali relative ai termini di parentela o alle

denominazioni di parti del corpo, in quanto il rapporto di parentela e anche la parte del corpo possono venir considerati differenti per un sesso e l’ altro ;

d)Differenze linguistiche determinate dall’ originaria appartenenza dei due sessi a gruppi linguistici diversi.

A questi punti dobbiamo aggiungere l’ esistenza, per le donne di numerose popolazioni, del cosiddetto tabu verbale o tabu sessuale. Ad esempio, nei già citati Caribe, alle donne non era permesso di pronunziare il nome del marito, altrimenti ( secondo una paura superstiziosa dei maschi del gruppo ) ciò gli avrebbe procurato un notevole danno, e molte parole erano tenute accuratamente celate alle donne, soprattutto in periodi di guerra, per evitare una supposta contaminazione femminile.

Il tabu sessuale è diffuso soprattutto in Africa. Presso gli Zulu la donna non può pronunziare il nome del marito, dei fratelli e del suocero, sotto pena di gravi rappresaglie ed anche della morte.

Non si tratta dunque di una varietà di lingua comune alle donne ( perché ognuna di esse ha il compito di evitare particolari parole, diverse da quelle interdette alle altre donne), ma di artifici linguistici personali, per cui la donna evita il termine umpiki (“albero”) sostituendovi ad esempio umbyaligwa ( “quello che viene piantato”) oppure qualche sinonimo arcaico e meno usato.

Possiamo distinguere le differenze di lingua riferendoci ai tre livelli tradizionali della lingua, cioè fonologia, morfologia e lessico.

Dal punto di vista fonologico abbiamo già visto delle differenze fra uomini e donne in varie lingue ; nel russo era diffuso tra le donne l’ uso della dittongazione di /o/ in /uo/ ; Jespersen ricorda il passaggio /r/ > /s/ nelle donne francesi e norvegesi e nota una lieve differenza fra femmine e maschi nella pronunzia di alcune vocali, in parole come /soft/, /children/, /breakfast/. Ma questa pronunzia particolare si limita a donne affettate e falsamente eleganti ( come accadeva alle précieuses francesi ), ed in moltissime è assente. In italiano per caratterizzare questo modo di parlare possiamo usare la labializzazione delle consonanti anteriori ; sono stati segnalati anche usi differenti dell’ accento e dell’ intonazione delle parole.

Anche morfologicamente abbiamo già visto alcuni esempi. Nella lingua italiana così come in altre esiste la distinzione tra genere femminile e maschile, per cui una donna dice / io sono andata / e un uomo / io sono andato / , ed alcune lingue presentano una differenziazione nei pronomi delle prime persone singolari e plurali.

Si è anche notato un maggior uso femminile dei diminutivi, delle forme orientate affettivamente, delle esclamazioni.

Dal punto di vista lessicale ritroviamo le maggiori differenze. Abbiamo già parlato di caratteristici gerghi femminili, ma anche senza questi casi limite il linguaggio dei maschi e delle femmine può presentare differenze lessicali a causa della separazione del lavoro tra i sessi e a differenti ambiti di esperienze.

Molto evidenti sono i tabu e le interdizioni stabilite alle donne, che portano queste ultime ad evitare particolari parole relative ad esempio alla defecazione e alla minzione, ad alcune parti del corpo, al coito e al sesso in generale.

A questo proposito Cardona osserva che la questione è più generale ; non si può limitare alla scelta di parole bensì di interi argomenti. Vi sono argomenti sentiti e considerati caratteristici di un sesso o dell’ altro, per cui un intero tema sar{ trattato alla maniera femminile o alla maniera maschile. Tale delicatezza, pudore, discrezione, ritenute doti peculiari delle donne, non si limitano strettamente alle parole interdette, ma si manifestano sempre nella scelta dei vocaboli, evitando quelli eccessivamente rudi e diretti in favore di espressioni più smussate ed eufemistiche. Inoltre si manifesta la propensione verso parole che indichino bellezza o gentilezza ( “It’s very kind of you” al posto di it’s very good of you”) e la tendenza ad eccentuare le esclamazioni e il tono emotivo del linguaggio.

Tali osservazioni, fatte da Jespersen nel 1922, possono essere condivise ancora oggi ; tuttavia egli protende a considerare doti naturali piuttosto che sociali alcune di queste differenze.

Ad esempio, riferendosi ad alcuni esperimenti compiuti sul linguaggio degli uomini e delle donne, conclude che ci sono tratti indipendenti dalla educazione ricevuta ; il vocabolario tipico della donna sarebbe meno esteso di quello di un uomo, e si manterrebbe per così dire nel campo centrale del linguaggio, evitando quelle espressioni molto bizzarre, o molto nuove. Jespersen osserva anche che molto spesso le donne non terminano un periodo, lasciandolo a metà, cosa molto meno comune negli uomini ; e che i lunghi periodi sono più complessi negli uomini, fatti di parti subordinate l’ una all’ altra, mentre la coordinazione di periodi è caratteristica delle femmine. Come caratteristiche generali del linguaggio pone poi la maggiore velocit{ nell’ uso della lingua e nella comprensione linguistica da parte delle donne ( che però mostra sovente povertà intellettuale ), la loro propensione a parlare molto, e lungamente, nonché il livello medio della loro capacità linguistica, mentre negli uomini si può trovare il genio linguistico ( l’ artista letterario, il grande oratore ) come l’ idiota fermo ai livelli più bassi della lingua.

E conclusioni di Jespersen, oltre a risultare lontane da noi per l’ epoca in cui furono stilate ( più di 55 anni fa ), si basano molto su pregiudizi e su impressioni personali. Ma questi pregiudizi sono molto diffusi a livello sociale, come ha osservato qualche anno fa Cheris Kramer, titolare di un corso di “comunicazione orale” nella università dell’ Illinois.

Essa, dopo aver analizzato il contenuto delle vignette satiriche pubblicate in tre mesi dal settimanale “The New Yorker”, sottopose le didascalie di 49 di esse a 50 studenti universitari, divisi in egual numero tra maschi e femmine. Gli studenti dovevano in un certo senso ricostruire la vignetta loro celata, indicando se le parole erano pronunciate da un uomo o da una donna, e perché.

Le risposte risultarono esatte nel 66 per cento dei casi, proprio basandosi sui luoghi comuni che attribuiscono ai due sessi modi differenti di parlare e scelta di temi diversi nella conversazione.

Cheris Kramer ha cercato di provare un’ altra affermazione di Jespersen, secondo la quale le donne usano più aggettivi degli uomini. Chiese perciò a 17 uomini e a 17 donne di scrivere dei brevi commenti riguardo a due fotografie, di cui una rappresentava un edificio e l’ altra un gruppo di persone ( in omaggio alla teoria sostenente il maggior interesse delle donne per i soggetti umani, degli uomini per le forme inanimate ). Risultò comunque insignificante la differenza in stile descrittivo e per il numero di aggettivi. Anche una seconda prova, in cui a 11 studentesse fu richiesto di analizzare dieci commenti scelti a caso, e di indicare per ognuno il sesso dello scrivente, non provò nulla di preciso; le ragazze identificarono correttamente il sesso dell’ autore in 59 casi e in 51 si sbagliarono.