“I libri si rispettano usandoli.” U. Eco

Articoli con tag “Claude Lévi- Strauss

Buona settimana

Vi auguro serenità in questi giorni così complicati e di reclusione forzata

“La natura ci sia da esempio e conforto L’uomo deve rendersi conto che occupa nel creato uno spazio infinitamente piccolo e che nessuna delle sue invenzioni estetiche può competere con un minerale, un insetto o un fiore. Un uccello, uno scarabeo o una farfalla meritano la stessa fervida attenzione di un quadro di Tiziano o del Tintoretto, ma noi abbiamo dimenticato come guardare.”
(Claude Lévi-Strauss)


L’antropologia e il ruolo sessuale

Abbiamo visto come le strutture simboliche primordiali della cultura mostrano l’ indubbia impronta del pensiero maschile, a causa di quel processo di “esclusione” rilevato dalle ricerche antropologiche. La premessa di questo processo è la leadership degli uomini, costantemente presente in tutte le culture riconosciute, come si è già notato. Molti si sono chiesti a cosa sia dovuta l’ originaria dominanza maschile nei gruppi umani, senza trovare una risposta precisa.

La causa è stata fatta risalire di volta in volta ad una tendenza genetica maschile verso l’ aggressività e la dominanza sociale, alla maggior forza fisica dell’ uomo rispetto alla donna, alla gravidanza che condizionava in modo pressoché totale la vita delle femmine, o alla combinazione di questi fattori .

Un contributo notevolissimo a tale questione è stato dato dalle ricerche di Claude Lévi- Strauss sulla struttura della parentela, che in società pre-statali ha un valore rilevantissimo.

Essa è stata definita “il linguaggio dell’ interazione sociale, dell’ organizzazione economica, dell’ azione politica e rituale”, poiché i doveri e i privilegi di ognuno dipendono dalla sua posizione parentale. L’ invenzione della parentela, insieme a quella del linguaggio, segnerebbe secondo molti antropologi il passaggio dall’ animale all’ umano. Nel suo fondamentale libro, Le strutture elementari della parentela, Lévi- Strauss si basa su due fatti : l’ universalità del tabù sull’ incesto e il rituale del “dono”.

Egli individua come universale la regola della proibizione dell’ incesto ; nonostante la enorme diversità delle istituzioni familiari esse sono tutte subordinate a tale principio di base, che viene elevato a legge logico-simbolica del pensiero umano. D’ altro canto Mauss aveva notato, come tratto che domina le società primitive, lo scambio reciproco dei doni.

Margaret Mead riporta questo detto degli Arapesh : “La tua propria madre, la tua propria sorella, i tuoi propri maiali, il tuo proprio igname da te ammucchiato, non li potrai mangiare ; le madri degli altri, le sorelle degli altri, i maiali degli altri, l’ igname degli altri, dagli altri ammucchiato, li potrai mangiare”. Lo scambio dei doni non ha alcun valore economico, ma un enorme valore sociale, perché serve ad affermare, esprimere o creare un legame sociale tra i donatori.

Lévi- Strauss osserva a questo proposito come il tabù dell’ incesto sia universale, mentre i motivi addotti alla proibizione sono svariatissimi. Arriva alla conclusione che le donne sono un dono tra gli altri, anche se il più prezioso, e il tabù dell’ incesto serve ad assicurare gli scambi di donne fra famiglie e gruppi. “La proibizione dell’ incesto non è tanto la regola che vieta di sposare la madre, la sorella e la figlia, quanto invece una regola che obbliga a dare ad altri la madre, la sorella , la figlia. E’ la regola del dono per eccellenza”.

Ed ancora : “Nel momento in cui vieto a me stesso di usare una donna, della quale, di conseguenza, un altro uomo può disporre, c’è da qualche parte un uomo che rinuncia ad una donna, che, perciò, diviene disponibile per me”.

Le donne costituiscono il dono per eccellenza sia perché con il loro scambio viene stabilito il solo vero legame, quello di sangue fra gli agenti dello scambio stesso, sia perché esse perpetueranno il gruppo mediante nuove vite. Le conseguenze culturali e sociali sono notevoli. Lévi- Strauss spiega così l’ equivalenza donna – segno – natura : “Le donne non sono un segno di valore sociale, quanto uno stimolo naturale, e per giunta lo stimolo del solo istinto la cui soddisfazione possa essere differita e, di conseguenza, il solo per cui, all’ atto dello scambio, grazie alla percezione della reciprocità, possa operarsi quella trasformazione dallo stimolo al segno che, definendo in tal modo il passaggio dalla natura alla cultura, può svilupparsi come istituzione”.

L’ autore paragona le donne alle parole, che diventano segno nel processo di comunicazione. Poiché le donne sono i doni, i donatori sono uomini; essi sono gli agenti ai quali lo scambio reciproco conferisce prestigio sociale. “La relazione globale di scambio che costituisce il matrimonio non si stabilisce infatti tra un uomo e una donna, che debbono e ricevono ciascuno qualche cosa; si stabilisce tra i due gruppi di uomini, e la donna vi figura come uno degli oggetti di scambio, e non come uno degli elementi della coppia tra i quali esso ha luogo”.

Ida Magli osserva che dunque : “ Il simile, l’ altro con cui si stabiliscono relazioni reciproche, è sempre per il maschio un individuo maschio. La dualità che si rivela sotto questa o quella forma in seno alle collettività oppone un gruppo di uomini ad un altro gruppo di uomini”. 25 E conclude, riferendosi all’ affermazione dello studioso secondo cui il tabù dell’ incesto ( cioè lo scambio delle donne ) costituisce non solo l’ origine della cultura ma il pre- requisito : “ Dire questo significa porre, all’ inizio della vita culturale, e quindi umana perché l’ uomo si definisce uomo in quanto essere culturale, l’ oggettivazione della donna, il suo essere posta come oggetto di valore e di scambio, con tutte le implicazioni psicologiche e sociali che lo “scambio” comporta. E’ qui, dunque, il problema”.

Questo “scambio” vale per ogni tipo di cultura. A volte vi è un pagamento ( in natura o in denaro), mentre in altri sistemi l’ unico equivalente di una donna è un’ altra donna. Per avere una moglie, un uomo deve avere il controllo di qualche corpo femminile, cioè il diritto di disporre di una figlia, di una sorella.

Nelle società più avanzate lo scambio è implicito, ma è sempre il padre che dà la mano di sua figlia ad un uomo che ne fa richiesta. Tra i Romani la donna entrava nella famiglia del marito in luogo di figlia (“filiae loco”), passando giuridicamente da una tutela all’ altra.

Anche oggi nel matrimonio, come segno di possesso, l’ uomo impone il proprio cognome alla moglie, estendendolo poi ai figli. Il concetto di “figlio illegittimo”sarebbe assurdo se non derivasse da questa presa di potere del padre che esclude colei che procrea.

Da questi risultati ormai acquisiti delle ricerche etnologiche appare chiaro che la prima e più grave forma di assoggettamento delle donne è stato l’ assoggettamento sessuale. Alla base dello scambio e di ogni successiva subordinazione sta la possibilità per il maschio umano di violentare la femmina, cioè di imporre rapporti sessuali contro la volontà di lei. Più di ogni altro motivo fisiologico o economico, è stata questa possibilità ad incidere sulle relazioni tra uomini e donne, e la sua assenza avrebbe certamente portato ad un tipo di società molto diverso.

Può sembrare esagerato che la possibilità di stupro abbia prodotto nella storia umana tanti effetti ; in fondo – si dice – è una forma di violenza come tante, e nemmeno tanto grave.

Dobbiamo considerare invece che esso, anche quando non produce ferimento e morte, può portare ad un effetto fisico gravissimo, quale la gravidanza, per cui le sue conseguenze permangono per mesi e mesi, se non per la vita intera. Inoltre i suoi effetti non riguardano tanto il piano fisico quanto quello psicologico, fino all’ annientamento della personalit{.

Dall’ inizio dei tempi i maschi, scoprendo che potevano violentare, hanno iniziato a farlo ; e le donne non potevano rispondere allo stesso modo, perché esse non possono violentare un uomo. Ciò ha stabilito la prima divisione definitiva fra dominato e dominatore e l’ aggressione fisica, una volta attuata, ha portato a vedere la donna come “propriet{”. Il fatto grave è anche le donne se ne sono convinte, ed hanno preferito diventare proprietà di un unico uomo ( col matrimonio) piuttosto che essere soggette alla minaccia di tutti . In alcune popolazioni primitive sopravvive il ratto delle donne di tribù vicine, per cui l’ uomo acquisisce il diritto al possesso di una donna mediante l’ appropriazione del suo corpo. Se pensiamo alle usanze, non ancora del tutto cancellate, della Sicilia rurale, ce ne rendiamo conto.

Certamente la donna, assunta al rango di bene mobile, poteva essere “scambiata”, venduta ; tra lo “scambio” delle donne e il loro ratto non c’è molta differenza se non l’ accordo tra i maschi invece della lotta. La donna era un essere per definizione non libero, perché in ogni momento poteva essere appropriata da qualcuno, e le occorreva un protettore vita natural durante.

Solo gli uomini potevano essere individui liberi, e contare quindi come soggetti sociali e giuridici ( tipo paterfamilias ).

L’ esclusione delle femmine dal comando e dalla proprietà non era tanto dovuta ad incapacità o mancanza di forza fisica, quanto appunto alla possibilità da parte di chiunque ad appropriarsene .

“ Il ratto fu un sistema perfettamente accettabile- accettabile per gli uomini- per l’ acquisizione di donne, e sopravvisse in Inghilterra fino al XV secolo. Eleonora d’ Aquitania, secondo un biografo, visse i primi tempi della sua vita nel terrore di essere rapita da un vassallo che, mediante l’ appropriazione del suo corpo, avrebbe avuto diritto alla sua considerevole fortuna. ”

Questo è stato nel passato un mezzo sicuro per ottenere “la mano” di una ragazza di ceto sociale anche enormemente superiore, e si manifesta ancora vitale nei termini della nostra lingua.

E’ comunissima l’ espressione “possedere una donna”, volendo significare “far l’ amore con lei”, si dice di un uomo che “ha posseduto molte donne”, e simili. La frase “questa donna è mia” ha uno spessore semantico molto maggiore di : “il mio ragazzo, il mio uomo”, e soltanto assai di recente si è diffuso tra le giovani generazioni l’ uso informale di “farsi” adottato da entrambi i sessi.

Soprattutto è vivo il significato di assoggettamento mentale, di “plagio” che un uomo opera nel ”far sua” una donna, in massimo grado se vergine. Non per nulla è stato messo in tanto risalto, indicando il massimo del possesso, il valore della verginità femminile.

Capita spesso di sentir dire a ragazze di carattere indipendente ed ostinato che una buona volta verranno “domate” da un uomo.

Inoltre difficilmente si crede che opinioni politiche siano per loro qualcosa di proprio, e vengono attribuite all’ influenza del ragazzo o del marito.

Si può osservare : “ Allora, se è vero che il tipo umano di societ{ si è basato su questa violenza, come mai essa è stata considerata un reato sin dai più antichi codici ? ” . La risposta è che la legge, dai babilonesi e dagli ebrei sino ad oggi, non ha considerato lo stupro un delitto contro la donna quanto contro l’ uomo ( o gli uomini ) a cui “apparteneva”.

Dice Susan Brownmiller : “ Originariamente la legge scritta fu un patto solenne stipulato fra uomini possidenti e inteso a proteggere i loro interessi maschili mediante un civile scambio di merci o d’ argento come alternativa , ogni volta che fosse possibile, alla forza. La cattura di donne mediante la forza rimase perfettamente accettabile fuori dall’ ambito della tribù o della citt{, come uno dei frutti più a portata di mano della guerra, ma era chiaro che nel contesto dell’ ordine sociale uno stato di cose del genere avrebbe condotto al caos. Un pagamento in denaro al padre di famiglia era un sistema più civile e meno pericoloso di procurarsi una moglie. ”

Poiché una figlia vergine aveva un certo prezzo e con la violenza subiva un deprezzamento, il suo stupro era considerato reato contro la proprietà. Naturalmente anche questo si riflette sul linguaggio verbale : come spesso la violenza ad una donna serve come arma di offesa e di vendetta verso l’ uomo a cui “ appartiene” ( il rivale, il “nemico” ), altrettanto di frequente l’ offesa verbale rivolta a un uomo non colpisce direttamente lui ma le donne della sua famiglia ( moglie, madre, sorella ), che egli ha il diritto-dovere di proteggere e di controllare.