L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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25 Marzo 2020 – #Dantedi

Divine Comedy, aesthetic

Divine Comedy, aesthetic

Paradiso

Canto XXXIII: La preghiera di san Bernardo alla Vergine

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.

E io ch’al fine di tutt’ i disii
appropinquava, sì com’ io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’ io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;

però che ‘l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Dante Alighieri


Il tempo delle “pecore smarrite”: la perdita dell’umana libertà di “essere” in questo mondo

L’humanitas ha smarrito il senso peculiare che la caratterizza, il senso etimologico, la radice della parola. Scrivo questo blog da un decennio cercando di porre attenzione e impegno a ciò che i più hanno relegato e consacrato all’oblio. Mi ritrovo oggi a riflettere sul senso della malattia che trova spesso assordante vociare ovunque, dai media alla chiacchiera fino a ridursi in paura e dilagando in angoscia isterica, regina del non-sense. Occorre risvegliare coscienza e riappropriarsi del senso delle parole che tradiamo nell’uso irragionevole e dissociato quotidiano, perchè la parola libera ed è foriera di azione sensata.

Vivere la malattia e fronteggiarla nelle svariate forme in cui si manifesta oggi più che mai dimenticate e inesorabilmente asservite alla sigla COVID-19, evocano la naturalità poliedrica e multiforme del genere umano, la sua nascita e la sua morte.

Humanitas affonda il suo significato in cultura letteraria, virtù di umanità e stato di civiltà; è dunque un merito piuttosto che un tratto universale. Terenzio, il commediografo latino ne traccia la sintesi: indica la rotta che conduce al rispetto  di sè e degli altri, di arricchimento e approfondimento dei rapporti umani.

In Cicerone ancora assume un ampio significato intendendo l’humanitas come cultura raffinata e di umana cortesia; una umanità  intesa come cultura che diviene valore quando si eleva a maestra e norma di vita e di educazione dell’uomo, una cultura immersa nella vita pratica e concreta e come strumento di arricchimento di umanità e moralità.

Ancora il visionario Dante ci invita ad uno sforzo maggiore: nelle sue opere ci stimola ad una critica costante e calibrata in modo da leggere le sfumature in situazioni di disagio, e ci indica di “ficcare l’occhio” fin nel ventre della problematica complessità della compagine nella quale muoviamo i passi della nostra esistenza.

Da questo veloce schizzo mi domando: quanta umanità c’è oggi in campo medico? Ragioniamo sulle parole.

La saggezza dello sguardo nell’indicare la terapeutica cura va ricalibrata in chiave foucaultiana e ippocratica, l’universale chiave di lettura dell’umano patire e dello straordinario potere dell’osservare. L’equilibrio tra la triplice focale triade fatto-azione-attesa si trasmuta oggi in dissesto in chiave micro e macro denunciando la sua dis-funzionalità, nel momento in cui l’uomo e il suo altro stuprano il  λόγος, lógos, in cappio senza armonica ripartizione in vista del Bene della comunità.

Curare significa osservare nel profondo e studio peculiare senza ricorrere a bieche statistiche alla ricerca spasmodica del terrore della logica dominante in assetto dormiente dei sudditi. Significa partecipare al respiro e al governo del corpo con attenzione alla prevenzione.

viviamo i tempi della medicina “cieca” o addirittura miope asservita allo pseudo-benessere del consumismo, una medicina impotente che stenta a procedere quando riesce a contenere il danno, appunto perchè non procede alla risoluzione plausibile.

Va ripristinato il contatto con la Natura, la ciclicità e il suo equilibrio, narrazione di scambio coraggioso e guardiana dei bioritmi delle specie.

Guardare senza vedere significa porsi al ciglio del baratro, pronti a sprofondarvici .

“Essere” medico e “fare” il medico sono due funzioni differenti antitetiche, due dimensioni dissonanti. Ritorniamo  ad intendere la medicina che miri a  salvaguardare e prevenire a livello globale  le pandemie quella lontana da interessi delle multinazionali. Dovremmo imparare dagli antichi, i saggi preposti alla cura e all’uso del ϕάρμακον, farmaco erano sacerdoti e sacerdotesse  evidentemente iniziati ad un sapere vasto, ermetico e celato al volgo, spartiacque che ne evidenzia la correlazione tra uso dei veleni e osservazione reattiva dell’organismo. Nel dettaglio impercettibile e sacro si nasconde la capacità di dare sollievo e cogliere il movimento ad arcolaio di Kundalini, “Sommo Bene” e fonte di vita.

Dedico queste parole ad Elisabetta Imelio dei Sick Tamburo, scomparsa recentemente

 


Vasco Rossi – Un Senso

Un invito alla riflessione consapevole, nell’augurarvi un buon weekend.

 


Dolce Stil-novo e il valore della donna

Si legge spesso che l’espressione poetico-letteraria che va sotto la denominazione di “dolce stil novo” possa avere le sue origini dalla poetica dei trovatori provenzali ed anche dal famoso “Roman de la Rose”. Queste espressioni liriche, che si sviluppano prevalentemente in un canzoniere hanno il loro inizio nel primo secolo dell’anno mille ed hanno un contenuto prevalentemente popolare.

Ciò va riferito ad un fenomeno religioso preminente che riguarda l’auge religioso- popolare attorno alla figura di “Santa Maria Maddalena”. Questo personaggio, ormai mitico, fa ricordare il suo arrivo miracoloso (su una “barca di pietra”) sulle coste della zona di Marsiglia, mentre cercava di sfuggire alla opposizione, o anche persecuzione, delle gerarchie sacerdotali del Tempio di Gerusalemme contro i “primi cristiani”. Già era stato lapidato San Giacomo (il “saggio”, fratello di Gesù), forse insieme a San Pietro e, quindi, la Maddalena (ritenuta la sposa di Gesù), insieme a Giuseppe d’Arimatea, Salomé e forse anche a Lazzaro di Betania, aveva cercato rifugio nel sud della Francia, deve sembra ci fosse da tempo insediata una ragguardevole comunità ebraica.

La Santa per antonomasia della regione francese riceveva una grande devozione popolare che le aveva dedicate fonti miracolose, cappelle, una cattedrale e molti centri di raccolta rituale. L’espressione della devozione verso Maria Maddalena, intorno all’anno mille, deve essere riferita alla “… richiesta d’aiuto” per ottenere “misericordia e perdono da parte di Dio e di suo Figlio Gesù.

Queste richieste avevano una origine dall’impossibilità, da parte del popolo, che, spinto dalla tradizione catastrofista del “mille non più mille”, temeva la “dannazione eterna” non potendo accedere al “perdono dei peccati” attraverso le “indulgenze” che erano versate solo dai ricchi (… il famoso “mercato delle indulgenze”).

Le espressioni liriche avevano avuto antecedenti importanti nelle “favole popolari”: “la bella addormentata nel bosco” e, soprattutto, “la cenerentola”. Questi personaggi fanno riferimento alla “Madonna Nera”, ad una “Maria Maddalena” che è tenuta “nascosta” tra la fuliggine (la “figlia-serva – Cenerentola” dalla perfida matrigna che la tradizione esoterica vede come la “Chiesa di Roma”. Da queste considerazioni possiamo dedurre che la lirica provenzale ha un supporto religioso di ordine evocativo-petizionale e di istanza salvifica.

Per questi motivi si può decisamente sostenere che la “lirica del dolce stil novo” non deve essere riferita a quella provenzale. Partita da Bologna, con Guido Guinizzelli, la “lirica dell’amor cortese” con le sue caratteristiche “nuove” per linguaggio e per stile, si diffonde soprattutto in Toscana dove, con Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Lapo Gianni, Dino Frescobaldi, Gianni Alfani e Cino da Pistoia, si arricchisce di spiritualità, nobiltà e gentilezza, spinta verso ideali di perfezione morale, nobiltà d’animo ed una concezione di vita fondata su:

– la bellezza femminile che nella sua immagine rispecchia la perfezione di Dio; – la Donna che, con la sua “saggezza”, diventa “guida per l’uomo” nel cammino

verso la perfezione e la trascendenza; – la “sorpresa dell’uomo” per la quale affascinato e sbigottito, viene rapito dalla

beatitudine, a volte estatica ed anche angosciosa;- un certo “effetto di smarrimento” per la “scoperta del vero senso dell’amore” che è superamento della passione in una “idealizzazione” che può sorgere solo da un animo nobile, gentile, elevato e colto.

Un altro fondamento per una lirica che è proprio Dante Alighieri (canto XXIV del Purgatorio nell’incontro con Bonagiunta Orbicciani, nel girone dei golosi) a denominare “dolce stil novo” è l’uso del “volgare”. La lingua popolare di Firenze (che già era usata abbondantemente in area giudiziale) dalla nuova lirica la possibilità di percorrere nuove vie espressive, lontane dalla rigidità accademica, piena di vigore, di sentimenti e di “desiderio di crescere”.

Il “volgare toscano” diventa poi la “lingua nazionale italiana”, acquistando anche “valore politico”, nel senso di “ricerca di unità” che è legame etico e morale, ricerca di una nuova visione della società che, per altro, era già cambiata profondamente sotto la spinta dello sviluppo dei commerci, delle conquiste geografiche ed astronomiche, sotto l’effetto di una nuova filosofia capace di mettere al centro l’uomo e quel legame amoroso tra uomo e donna che supera l’espressione erotico-sentimentale per riempirsi di saggezza, di chiarezza mentale, di una ricerca profonda sui valori e sugli affetti.

Queste sono le basi per una “sapienza globale” che tiene conto della storia, ma anche dei miti, dei misteri e degli archetipi, nell’ambito di una “tradizione unitaria” orientata verso la “luce del Dio dell’Amore” che illumina tutta l’umanità. Da tali considerazioni si comprende il valore mistico, teologico ed anche esoterico della “Divina Commedia” che è un “viaggio mistico, metafisico ed iniziatico che, sotto la guida di Virgilio (il sapere e la conoscenza) e di Beatrice ( la saggezza) porta alla “contemplazione della luce divina”.

Siamo di fronte ad un “nuovo senso della vita” che si esprime come “scoperta di una nuova spiritualità” (il “cristianesimo delle origini”) che fonde il “microcosmo- uomo” con il “macrocosmo-universo”. Possiamo parlare anche di una “nuova cultura” che, in una dinamica “umana”, è caratterizzata da un “nuovo stile” che porta a creare una “… saggezza di base per creare “rapporti gentili” tra tutti gli umani”.

Si tratta di trovare una “unità di principi”, una ricerca di consapevolezza, un “punto di convergenza tra le culture”, un “pensiero nuovo” partendo dal quale è possibile strutturare modalità originali per una “nuova forma di dialogo”. Questo “dialogo-linguaggio” viene rappresentato dalla “lingua volgare” che così si identifica in una “lingua cosmicamente sacra”, che si avvicina alla dimensione trascendente della lingua di Mosé e di Aronne: un chiaro invito alla scoperta delle ataviche origini, di quelle dinamiche culturali pre-miceniche che hanno permesso la nascita della civiltà, della cultura cretese, della filosofia greca, della cristianità e, quindi, della filosofia del Dolce Sti Novo.

Se da un lato il Dolce Stil Novo poteva far riferimento alla Francia ed alla ricerca di un clima di pace interiore, di tranquillità, di equilibrio psichico e mentale, di giustizia ed anche di “rispetto dell’uomo” (che come “creatura suprema” rappresenta, nella Natura, la “perfezione di Dio”) non va dimenticato che Guido Cavalcanti apparteneva alla “fratellanza bianca dei Rosa+Croce ed aveva iniziato Dante e Cino ai misteri minori, all’alchimia ed alla mistica ebraica.

In quel periodo, poi, la azioni dell’Inquisizione si erano fatte dure e oppressive, rendendo la vita poco sicura anche per un illustre pensatore guelfo-bianco d’origine e ghibellini d’adozione.

Le questioni politiche e le lotte tra il Papa Bonifacio VIII, l’Imperatore ed il Re di Francia, esprimevano una situazione poco propensa alla tranquillità ed anche difficile da affrontare dal momento che, inevitabilmente, si veniva trascinati in dispute infinite.

In questo ordine di idee, la “poesia”, vista come la “nuova lirica” –“il dolce stil novo”- diventa uno “stile per comunicare”, un modello di trasmissione delle idee, di creatività, di sviluppo ed anche di … evoluzione. Il “cambiamento di una cultura” comincia a profilarsi sulla base di principi nuovi: – la centralità dell’uomo nell’universo della “natura” fatta ad immagine e

somiglianza del “Sapere di Dio”; – la base etico-morale fondata sull’amore che è stato trasmesso

dall’insegnamento di un Gesù-Messia che ha portato a strutturare una “nuova

alleanza” che è, prima di tutto, “alleanza tra gli uomini di buona volontà”; – la costruzione di un “umanesimo” fondato sulla “saggezza” che è rappresentata dalla figura della DONNA che è espressa nell’immagine sacra di Santa Maria Maddalena, la Vergine Nera, la Principessa che il Principe ripone sul trono, nel

posto che le compete, al quale è stata “destinata”; – l’uso di una “lingua sacra”, legata alla tradizione popolare, per questo

“volgare”, ma capace di “legare le persone in una intesa che è un patto reso sacro dal cammino verso la trascendenza”.

Queste considerazioni portano ad immettere il “dolce stil novo” in una !atmosfera politica” nella quale assume un ruolo particolare, spinto non solo al rinnovamento, ma anche a distruggere la stabilità politica, amministrativa, sociale e culturale, non solo dell’Italia, ma anche di tutta l’Europa.

La “nobiltà dell’amore” è ben risaputo come possa essere uno strumento distruttivo che però porta alla “rinascita” (… vedi le parole di Gesù: “non sono venuto a portare la pace, ma la guerra”): il rinnovamento e la trasformazione richiedono sempre delle “macerie” e, forse proprio per questo, si potrebbe dire che “… la cultura della civiltà europea fiorisce per il seme del cristianesimo che si fonda su “Segno della Croce”.

La politica della tradizione, dello statu quo, del potere prestabilito, dei privilegi e del fondamentalismo, teme: – una lingua nuova ispirata dai nobili valori dell’Amore Cortese, dello Stile Dolce

che possa diventare la … base comune sulla quale riunificate le popolazioni

d’Europa; – una concezione metafisica per la quale in ogni uomo esiste il bene ed il male,

ma questo può essere vinto solamente attraverso la cultura, il riconoscimento dei valori timologici della relazione che escludono la guerra e le armi, sostituite dalla saggezza dell’attesa contro l’impetuosità dell’agire eroico, dai principi matriarcali che derivano dalle culture pre-miceniche, dalla conoscenza, tecnica e naturale, trasmessa dal popolo per il popolo.

Il “dolce stil novo” non è semplicemente una “poesia d’amore”, ma una ricerca profonda del “valore dell’uomo” posto al centro di una “Natura fatta ad immagine e somiglianza”.

È uno “sviluppo dell’intelletto” che trova una dimensione globale ed, per questo, anche trascendentale che Dante esprime nei suoi famosi endecasillabi espressi come una “preghiera” pensata e scritta dal fondatore dell’Ordine dei Templari, San Benedetto di Chiaravalle:

Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso dell’eterno consiglio.

Tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore per lo cui caldo ne l’eterna pace così è germinato questo fiore.