L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Nascita della sociolinguistica

Abbiamo visto finora come lo studio del comportamento verbale sia stato precisato ed arricchito di elementi da queste scienze vicine alla linguistica, le quali situano un’ emissione verbale all’ interno di un complesso sistema di rapporti.

Ma recentemente, soprattutto nel corso dell’ ultimo decennio, anche la linguistica vera e propria si è enormemente modificata, utilizzando le generali categorie semiotiche di emittente , destinatario , canale , messaggio e codice . E, dovendo considerare tali fattori che entrano nella produzione del messaggio linguistico, occorre tener conto del contesto , comprendente le presupposizioni, le conoscenze, le intenzioni e i ruoli dei locatori, nonché molti altri fattori, tutti di tipo sociale .

Precedentemente si è visto come la linguistica strutturale e quella generativo-trasformazionale si sono proposte di studiare la lingua indipendentemente da ogni fatto sociale, da ogni rapporto con i parlanti e con l’ ambiente in cui essi agiscono.

Considerare ed analizzare il sistema astratto della lingua ( la “langue” di Saussure, la “competenza linguistica” di Chomsky ) è servito moltissimo a fare della linguistica una scienza estremamente avanzata e rigorosa nei propri metodi di studio, ma ha anche sviluppato un completo isolamento dalla sociologia e dalle altre discipline sociali.

Ha scritto Joshua Fishman : “ La linguistica si è tradizionalmente interessata al comportamento del tutto regolare e pienamente prevedibile : p di pin è sempre pronunciata aspirata dal parlante nativo inglese, mentre la p di spin non lo è mai : è questo il genere di relazioni completamente determinate che la linguistica ha tradizionalmente cercato e trovato … E’ chiaro che cosa implichi questo modo di vedere : la linguistica non si interessa a “cose che ora ci sono e ora non ci sono” ; essa descrive fenomeni che ricorrono, oppure non ricorrono, in modo del tutto determinabile. Quando venivano registrate altre situazioni di minore determinabilit{, ad esempio nell’ uso, queste venivano definite ‘extralinguistiche’ o ‘variazioni libere’, al di fuori del regno o del terreno centrale della linguistica propriamente detta . Da parte loro, le scienze sociali erano ( e rimangono ) sorprendentemente estranee al comportamento apparentemente invariabile. ”

La Sociolinguistica ( cioè lo studio della lingua considerata nella realtà sociale concreta ) è nata realmente come scienza negli Stati Uniti d’ America, alla fine degli anni ’50. Ciò non vuol dire che nel passato non si fosse mai considerato l’ aspetto sociale del linguaggio ; basta considerare le notevoli intuizioni dei francesi Antoine Meillet e Marcel Cohen, gli studi ( risalenti al 1935) di J. R. Firth su quella che egli chiamava “linguistica sociologica” , e tutta la feconda corrente europea della dialettologia e della geografia linguistica. Ma soltanto tra il 1955 e il 1960 si inizia realmente a parlare di sociolinguistica, per merito soprattutto degli studi antropologici americani e delle loro ricerche “sul campo” riguardo alle interazioni verbali ( essenziali per comprendere le strutture sociali e culturali di una comunità ). A poco a poco, come scrive P. P. Giglioli : “ Lo studio dei fenomeni linguistici si sta costituendo in maniera irresistibile, seppure ancora lenta, come uno tra i settori più affascinanti dell’ analisi sociologica ”.

Molti sociologi si sono avvicinati al linguaggio, tanto che si distingue a volte tra “sociolinguistica” e “sociologia del linguaggio”, quest’ ultima considerata affine ad altre specializzazioni sociologiche, come ad es. la sociologia dell’ arte. Le opinioni e le proposte sulla esatta definizione di questa scienza sono molto varie ; ad es. William Labov ha scritto : “ Mi sono opposto per molti anni al termine sociolinguistica , dato che esso implica che ci possa essere una teoria o una pratica linguistica efficace, pur senza essere sociale ”.

W. Labov, insieme a Dell Hymes e a J. Fishman, è tra i sociolinguisti statunitensi più rappresentativi e noti in Italia ; egli si è occupato soprattutto del mutamento linguistico e della comparazione tra stratificazioni linguistiche e posizioni sociali dei parlanti. Hymes è il maggiore esponente della cosiddetta “etnografia della comunicazione”, che studia gli eventi comunicativi nei suoi aspetti più ampi, mentre Fishman ha esperienza notevole di pianificazione linguistica e di politica linguistica in generale. Anche l’ Europa ha dato esponenti notevolissimi alla sociolinguistica ( basta ricordare nomi come Basil Bernstein, con i suoi studi sulla “deprivazione verbale” e Marcel Cohen ) ; in Italia poi, dalla celebre Storia linguistica dell’ Italia unita di Tullio De Mauro, l’ interesse sociolinguistico è aumentato in misura sempre maggiore.

E’ difficile definire il campo di questa scienza, dati i rapporti tanto diversi e complessi tra lingua e società. Fanno certamente parte del suo campo di indagine le varietà diacroniche e sincroniche della lingua, considerate in funzione della comunità linguistica e del sistema di valori che la sostiene ; i comportamenti linguistici e i fattori sociali che li determinano ; i componenti sociali di ogni atto verbale.

Recentemente, ( nel corso dell’ XI Congresso Internazionale dei linguisti tenutosi a Bologna e a Firenze ) il linguista Halliday ha indicato, tra i settori di ricerca della sociolinguistica, la demografia linguistica, lo studio della diglossia, del plurilinguismo e del pluridialettalismo, la pianificazione linguistica, la sociolinguistica dell’ educazione, il registro ( repertorio verbale e commutazione di codice ), i fattori sociali del mutamento fonologico e grammaticale, etc.

Comunque, secondo una famosa definizione “giornalistica” di Fishman, essa deve stabilire “ Chi parla quale varietà di quale lingua , quando , a proposito di che cosa e con quali interlocutori ”. Al che Gaetano Berruto aggiunge “ come , perché e dove ”.

Fishman ha anche mostrato quali differenze separino alla base la SL ( sociolinguistica) e la linguistica generativo- trasformazionale (LTG) :

“ Mentre la LTG si è interessata alla struttura sintattica priva di intenzioni comunicative, la SL si è concentrata sull’ appropriatezza comunicativa relativa a funzioni sociali diversificate. La LTG ha posto l’ accento su aspetti comuni innati, la SL lo ha posto su differenze socializzate (…….) Una ha cercato di raggiungere, al di sotto e al di là della lingua reale, la regolarità della struttura linguistica e di quella cognitiva dell’ uomo, che devono sottostare a tutte le irregolarità osservate dalla lingua quotidiana.

L’ altra si è concentrata, raccogliendoli sistematicamente, sui dati della lingua reale in quanto tale e ha dimostrato che la sua supposta “variazione libera” è profondamente strutturata, sia all’ interno (secondo cooccorrenze linguistiche che compongono la variet{) che all’ esterno ( secondo cooccorrenze situazionali funzionali e linguistiche ). ”

E’ impossibile dunque stabilire una lingua “omogenea”, che si rende accessibile mediante l’ esame della competenza di uno dei suoi parlanti nativi. La sociolinguistica non fa che sottolineare la varietà della lingua ; infatti essa cambia

  1.  attraverso il tempo,
  2.  attraverso lo spazio,
  3.  attraverso le classi e/o i gruppi sociali,
  4. attraverso le situazioni sociali.

Ad esempio, all’ interno di un codice “standard” come la lingua italiana, noi possiamo ritrovare un notevole numero di sottocodici specializzati e di “registri”, entrambi definiti come variet{ funzionali–contestuali del codice. Si chiama Sottocodice una varietà del codice lingua che possiede ( soprattutto a livello lessicale) una serie di corrispondenze, che si aggiungono a quelle generali del codice; inoltre è usata riguardo ad argomenti e sfere particolari.

Sono sottocodici le lingue tecniche e scientifiche, la lingua studentesca, la lingua politica, quella sportiva, le lingue di vari mestieri e professioni. Parte di queste varietà linguistiche hanno il nome di “linguaggi speciali” e, col termine più recente, “linguaggi settoriali”; su di essi sono state compiute un buon numero di indagini, perché la loro proliferazione continua è divenuta un fenomeno importante del linguaggio di oggi, dominato dai mass- media e dalla pubblicità.

Ognuno di noi è in pratica obbligato a possedere una certa “competenza” per un buon numero di questi linguaggi, che si ritrovano sulle pagine dei giornali, sui documenti burocratici, e nell’ attività lavorativa di ogni giorno, spesso con grave danno per la corretta comprensione dei messaggi.

Molte volte tali sottocodici ( come ad esempio i “gerghi”) sono considerati varietà sociali della lingua, in quanto sono impiegati da precisi gruppi sociali o classi socio-economiche della comunità, e vengono perciò sentiti come segno di coesione e di identità del gruppo corrispondente.

I registri si differenziano dai sottocodici per il fatto di utilizzare soltanto certi elementi del codice ; essi non sono dotati di un lessico specifico che li identifichi, presentando invece varianti soprattutto a livello fonologico e morfosintattico. Ad esempio nel registro “familiare” della lingua italiana si userà il “tu” invece che il “lei”, parole semplici e generiche ( “cosa”, “roba”, “affare” ) al posto del linguaggio specialistico, insomma un lessico di tipo “confidenziale” e “amichevole”.


Comunicazione e significazione

Noam Chomsky è stato l’ estremo esponente di quella scuola strutturalista che ha avuto il suo inizio con De Saussure e di cui ha sviluppato le intuizioni, in un processo di continuità .

Ma vi è tutto un altro indirizzo di ricerca che si pone in polemica con le affermazioni di De Saussure. Questi, ponendo la definizione di “semiologia”, parlava di “vita dei segni nel quadro della vita sociale”, aggiungendo che la linguistica non è che una parte di questa scienza generale, che lui limita all’ uomo, cioè alle produzioni di segni “sociali” e artificiali. Secondo De Saussure dunque la semiologia : 1) Comprende la linguistica ; 2) E’ limitata ai segni “sociali” e convenzionalizzati.

Affermare, come fa Saussure, che la linguistica sia solo una delle tante componenti della semiologia, è un’ implicazione filosofica precisa, perché suppone un’ idea che esiste prima della lingua, un significato pre-linguistico che può manifestarsi in vari sistemi di segni e servirsi del linguaggio verbale così come dei gesti e dei disegni.

Il linguista francese Roland Barthes rovescia questa impostazione, sostenendo che tutti i sistemi di segni si rifanno al linguaggio.

“ Saussure, seguito in ciò dai principali semiologi, pensava che la linguistica non fosse altro che una parte della scienza generale dei segni. Orbene, non è affatto certo che nella vita sociale del nostro tempo esistano, al di fuori del linguaggio umano, sistemi di segni di una certa ampiezza. Finora la semiologia si è occupata solo di codici di interesse assai ristretto, come per esempio il codice stradale ; non appena si passa a insiemi dotati di una autentica profondità sociologica, si incontra di nuovo il linguaggio. Oggetti, immagini, comportamenti, possono, in effetti, significare, e significano ampiamente, ma mai in modo autonomo. Ogni sistema semiologico ha a che fare con il linguaggio. ”

In tutto il libro da cui è tratto questo brano Barthes utilizza il modello linguistico per descrivere altri sistemi di significazione. Parla infatti di una Lingua “vestiaria”, costituita dal complesso di regole che stabiliscono l’ associazione dei capi di vestiario nonché la loro opposizione reciproca, e di una Parola “vestiaria”, corrispondente all’ abbigliamento concreto indossato da una determinata persona ; allo stesso modo si parla di Lingua “alimentare” e Parola “alimentare” .

Altri semiologi hanno proseguito per la strada indicata da Barthes ; famosa è la codificazione del “linguaggio cinematografico” effettuata da Christian Metz nel 1964 115, che mette in relazione il segno linguistico (immotivato) e il segno filmico (motivato).

Abbiamo detto che Saussure, parlando di segni, si riferisce sempre a codici, segni artificiali e convenzionali. Eric Buyssens ci ha dato la definizione migliore di questo indirizzo di pensiero : “ la semiologia può definirsi come lo studio dei processi di comunicazione, cioè dei mezzi utilizzati per influenzare gli altri e riconosciuti come tali da colui che si vuole influenzare …..E’ possibile agire sugli altri senza volerlo : il modo di parlare di un nostro amico può suggerirci che è socievole ; la pronuncia di uno sconosciuto può rivelare che è straniero ; il comportamento dell’ epilettico suscita la nostra pietà. Si tratta qui di indizi ; noi ne prendiamo conoscenza, li identifichiamo, li interpretiamo, ma non vi è comunicazione. . La semiologia non studia questi casi ; essa si limita ai mezzi convenzionali, ovvero ai mezzi riconosciuti come dei mezzi ” .

In effetti gli sviluppi successivi di questa disciplina non hanno tenuto in alcun conto tale limitazione, soprattutto per influsso della semiotica d’ oltre oceano, che fin dal suo nascere si è mantenuta del tutto svincolata dalla linguistica. Basta confrontare il brano di Buyssens con alcune dichiarazioni di Peirce e di Morris per notare enormi differenze di impostazione. Nel 1931 Peirce affermava : “ Io sono, per quel che ne so, un pioniere, o piuttosto un esploratore, nell’ attivit{ di chiarire e iniziare ciò che io chiamo semiotica , vale a dire la dottrina della natura essenziale e delle variet{ fondamentali di ogni possibile semiosi ”.

Per tale autore la seriosi è un tipo di operazione, che non dipende affatto dall’ identit{ di chi la compie e dalla intenzionalit{ con cui è compiuta. “ Per semiosi intendo un’ azione, un’ influenza che sia, o coinvolga, una cooperazione di tre soggetti , come per esempio un segno, il suo oggetto e il suo interpretante, tale influenza tri-relativa non essendo in nessun caso risolubile in una azione tra coppie ”. Peirce non parla di segni artificiali nella sua definizione del segno, che è questa : “ Something which stands to somebody for something in some respect or capacity ” ( “ Qualcosa che sta per  qualcuno al posto di qualcos’ altro sotto certi aspetti o capacit{ ”) .

Morris sostiene addirittura che qualsiasi cosa può diventare un segno : “ Qualcosa è un segno solo perché è interpretato come segno di qualcosa da qualche interprete …pertanto la semiotica non ha a che fare con lo studio di un particolare tipo di oggetti, ma con gli oggetti comuni nella misura in cui ( e solo nella misura in cui ) partecipano alla semiosi ”.

In realtà non è molto facile distinguere tra “segni naturali” e “segni artificiali”. Questi ultimi sarebbero quelli emessi consciamente per comunicare qualcosa a qualcun altro sulla base di convenzioni precise ( ad esempio le parole, i simboli grafici, i disegni, le note musicali ).

I segni naturali, al contrario, non avrebbero un emittente intenzionale, provenendo da una fonte naturale ( ad esempio il fumo che segnala la presenza del fuoco, un’ orma che ci rivela il passaggio di un animale ) , e perciò si possono chiamare indizi o sintomi ( è il caso dei sintomi medici ). Alcuni semiologi negano che tali fenomeni siano classificabili tra i segni ( come abbiamo già visto ), e li escludono dal loro campo di indagine, ma vi è ad esempio Greimas che ha parlato di una semiotica del mondo naturale . Cioè noi interpretiamo il reale attraverso la cultura, grazie ad esperienze precedenti e ad acquisizioni continue, e quindi ogni evento fisico costituisce un legittimo fenomeno di significazione .

Sono stati classificati fra i segni naturali anche quelli cosiddetti “espressivi”, da noi prodotti allorché riveliamo, senza alcuna intenzione da parte nostra, espressioni di dolore, di rabbia, di gioia.

Ma la tradizionale distinzione tra segni comunicativi ( emessi volontariamente ed artificialmente ) e segni espressivi ( emessi spontaneamente e rivelatori di una certa disposizione d’ animo o di una certa caratteristica fisica ) non regge.

Infatti ambedue i fenomeni hanno alla base un codice di corrispondenza tra significato e significante e sono ampiamente codificati dalla nostra cultura, tanto che ognuno di noi è in grado di falsificarli e di usarli come strumento artificiale atto a comunicare. A questo proposito Eco ha stabilito la “ teoria della menzogna”, definendo la semiotica come “la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire”.

Infatti ; “ Se qualcosa non può essere usato per mentire, allora non può neppure essere usato per dire la verità : di fatto non può essere usato per dire nulla ”.

Ogni tipo di cultura umana può essere definita “ un enorme sistema di sistemi di segni ”, e l’ homo sapiens è per prima cosa un animale simbolico. Tra i segni che costituiscono la cultura rientrano anche gli oggetti artificiali, beninteso non solo quelli prodotti a scopo comunicativo ma tutti. Ad esempio Barthes ha stabilito l’ esistenza della funzione- segno , osservando che : “ la funzione si compenetra di senso ; questa semantizzazione è fatale : per il solo fatto che vi è società ogni uso è convertito nel segno di questo uso . La funzione dell’ impermeabile è di proteggere contro la pioggia, ma questa funzione è indissociabile dal segno stesso di una certa situazione atmosferica ”.

Così il camice bianco del medico, usato in principio per un motivo “funzionale” di igiene, ha assunto poi connotazioni di prestigio e di status che prevalgono sulla funzione originaria .

Anche l’ architettura è stata studiata sotto questo aspetto, ed Umberto Eco 123 ha distinto la funzione prima , puramente utilitaria, di un oggetto architettonico, e la funzione seconda , che segnala le variazioni determinate da motivi differenti, in questo caso riguardanti soprattutto la condizione sociale del possessore.

Per lungo tempo si è discusso sulla differenza tra comunicazione e significazione , per stabilire quale campo di studi fosse pertinenza della semiotica. Una possibilità di risolvere questo contrasto prospettando un modello unico di base è venuta dagli studi di due ingegneri del “ Bell Telephone Laboratories ”, Shannon e Weaver. Essi nel 1949 hanno prodotto un modello, il più elementare possibile, riguardante la trasmissione di una “ informazione ” fisica fra due apparati meccanici.

Ogni processo comunicativo ( nel senso che trasmette una certa quantità di informazione ) si sviluppa secondo tale schema, sia nel caso che si verifichi fra due macchine sia che si verifichi tra due esseri umani, o anche tra una macchina e un essere umano.

Vi è dunque in ogni caso una fonte dell’ informazione ( nel caso dello scaldabagno è il serbatoio dell’ acqua ) dalla quale parte un segnale (l’ impulso elettrico), attraversando un apparato trasmittente ( il galleggiante ) ; il segnale viaggia attraverso un canale ( il filo elettrico ) , e lungo il canale può essere soggetto a un rumore ( qualsiasi disturbo, interferenza, alterazione dello stato del canale ). Una volta fuori dal canale un ricettore ( cioè un meccanismo trasformatore o amplificatore ) raccoglie il segnale convertendolo in un messaggio ( che può essere la salita del mercurio in una colonnina ), diretto a un destinatario.  E’ necessario che il trasmittente e il destinatario abbiano in comune un codice perché la comprensione del messaggio avvenga correttamente.

Finché il processo comunicativo avviene tra due macchine il segnale rimane tale senza che sussista alcuna “significazione”, vale a dire che si tratta di un processo di stimolo- risposta .

Lo stimolo ( o segnale ) provoca direttamente un certo effetto, mentre il segno, secondo la definizione di Peirce, sta in luogo di qualcos’ altro, e necessita di una risposta interpretativa da parte del destinatario .

Dunque il processo di significazione esiste solo quando preesiste un codice, un sistema di regole che assegna un “valore” ai segnali trasmessi, ed è di questo fenomeno che si occupano gli studi semiotici, i quali considerano il processo di comunicazione solo in quanto condizione necessaria e preesistente della semiosi.

Per troppo tempo si è creduto che la trasmissione di unità significative potesse essere possibile soltanto in presenza di un destinatario umano, mentre lo studio del comportamento animale ha dimostrato come anche tra gli esseri viventi siano presenti numerosi, ed a volte notevolmente complessi, sistemi segnici.

Lo sottolinea vigorosamente il linguista Tullio De Mauro , nella sua introduzione al libro Il linguaggio non verbale . “ …. Il confronto mette anzitutto in crisi la convinzione che confini troppo netti separino verbale e non-verbale, al punto anzi che la capacità verbale sia assumibile essa stessa come confine sicuro e supremo che separerebbe l’ uomo dalle altre creature, dai ‘bruti’, dalle ‘bestie’…” ; ed anche : “ Crolla il mito dell’ invalicabilit{ del Rubicone verbale : altre creature viventi si svelano capaci non soltanto di comunicare, ma di comunicare con modi e forme che parevano fino a ieri tipiche dell’ uomo ”. 125 A questo proposito esiste una certa polemica tra i sostenitori di questa tesi e coloro i quali, come Chomsky, sottolineano l’ unicit{ del linguaggio umano e la non-possibilità di un avvicinamento tra esso e gli altri sistemi comunicativi. Lo studioso americano infatti nega che linguaggi animali, anche organizzati sintatticamente, pienamente intenzionali e codificati ( come il canto degli uccelli e la danza delle api ), possano godere delle specifiche proprietà del linguaggio verbale umano. 126

Senza dubbio il canale vocale –uditivo, caratteristico del linguaggio umano, è notevolmente privilegiato per le sue caratteristiche, quali l’ utilizzo di un materiale sempre presente ( l’ aria ), la possibilità di produzione al buio e durante altre attività, la trasmissione a distanza e ricezione direzionale, il minimo dispendio di energia.

Tuttavia molte altre forme animali privilegiano questo canale e nella citata raccolta dal titolo “ Il linguaggio non verbale ”, W. H. Thorpe paragona la comunicazione vocale umana e quella di diversi animali, con risultati estremamente sorprendenti e tali da sminuire abbastanza la pretesa di “assoluta diversità” del linguaggio umano .

La disciplina riguardante la comunicazione e la significazione tra gli animali ( zoosemiotica ) distingue inoltre vari sistemi di produzione dei segnali, partendo dal codice genetico, fino a comprendere i sistemi visivi, olfattivi, chimici (feromoni), acustici ed anche l’ ecolocazione.

Certamente gli intensi studi sul comportamento animale hanno costituito un impulso per lo sviluppo di varie scienze, limitate questa volta agli esseri umani, che si affiancano alla linguistica tradizionale : vale a dire la Paralinguistica, la Cinesica e la Prossemica . Tali discipline intendono ricercare codici e sistemi in due diversi campi che la linguistica ha ignorato. Da una parte i cosiddetti tratti soprasegmentali del linguaggio, ritenuti finora “espressivi”, “naturali”, non sistematizzabili, di cui si occupa la paralinguistica ; dall’ altra l’ insieme dei gesti e delle posizioni corporali che accompagnano ogni tipo di produzione verbale e che possono anche significare autonomamente ( oggetto di indagine delle altre due scienze ) .