L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Desiderio

L’origine della parola desiderio è una delle più belle e affascinanti che si possa incontrare attraverso lo studio della meravigliosa disciplina che è l’etimologia.
Questo termine deriva dal latino e risulta composto dalla preposizione de- che in latino ha sempre un’accezione negativa e dal termine sidus che significa, letteralmente, stella.
Desiderare significa, quindi, letteralmente, “mancanza di stelle”, nel senso di “avvertire la mancanza delle stelle”, di quei buoni presagi, dei buoni auspici e quindi per estensione questo verbo ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata.

Francesco Petrarca. Desiderio della bellezza femminile del corpo ed il senso di colpa

L’amore di Petrarca per Laura evidenzia un comportamento caratterizzato da alti e bassi, in cui gli alti sono dovuti al comportamento da dama di corte, della bella, che frena questi acuti mostrandosi ritrosa quando gli eccessi del poeta rischiano di influire negativamente sulla sua vita familiare.

Il conflitto tra anima e corpo

Il contrasto tra anima e corpo si complica in un vero e più moderno conflitto interiore tra il desiderio della bellezza del corpo femminile e il senso di colpa. Lo splendore di Laura turba i sensi del poeta e nello stesso tempo il sentimento del peccato e della fragilità è motivo di tormento. Mentre nella poesia stilnovistica, e soprattutto in Dante, l’amore viene sublimato in una dimensione spirituale, quasi depurato dalla contaminazione con il corpo a vantaggio delle esigenze dell’anima, in Petrarca non è più possibile conciliare questi due termini subordinando l’uno all’altro. L’anima e il corpo hanno forza e diritti uguali e convivono nella coscienza del poeta sia pur con voci contrastanti (Francesco e Agostino). Da qui l’esperienza del” doppio uomo” che rende contraddittoria la sua vita interiore. Anche dopo la morte di Laura, Petrarca non arriverà mai al disprezzo per il corpo e quindi ad aderire ad una visione ascetica: il corpo viene apprezzato sempre nella sua bellezza anche dopo la morte.
La principale ragione di interesse e di modernità di quest’opera sta proprio nel suo carattere aperto e problematico. Nel Medioevo, il motivo dello smarrimento trova sempre una risoluzione finale che prevede un ritorno nella logica della virtù e dell’obbedienza alla legge divina. Qui invece permane sino alla fine una sorta di conflittualità interna che sembra ribadire l’incapacità di operare una scelta decisiva.
Nel Secretum si può individuare l’ambiguità petrarchesca Il tema è l’ambiguo amore di Francesco per Laura, cioè la sua consapevole attrazione per un corpo, mascherata da ragioni ideali e spirituali. Il dialogo tra Franciscus e Augustinus, svolto alla muta presenza della Verità, è la lucida analisi del Petrarca.

CXXXIV, Pace non trovo, et non ò da far guerra
Pace non trovo, et non ò da far guerra; e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio; et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra; et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra, né per suo mi riten né scioglie il laccio; et non m’ancide Amore, et non mi sferra, né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido; et bramo di perir, et cheggio aita; et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido; egualmente mi spiace morte et vita: in questo stato son, donna, per voi.

La rappresentazione di Laura

Nelle donne dello Stilnovo predominano le qualità morali su quelle fisiche: il loro carattere è di essere splendenti come il sole. Il loro saluto è salute dell’anima. Nel Canzoniere è il corpo di Laura che avvicina il poeta; la sua virtù lo allontana, lo separa irrimediabilmente dalla donna amata, è fonte di tormento. Ma senza l’onestà di Laura, l’abbandono alla passione avrebbe significato perdizione. L’amore per Laura vive tutto dentro la contraddizione tra anima e corpo, tra senso di colpa e bisogno di redenzione. Proprio per questo Laura sottende una concretezza fisica che manca alle donne dello Stilnovo, pur conservando alcuni tratti della convenzionalità stilnovistica: la soavità e la grazia leggera della donna-angelo. Un ritratto compiuto di Laura non si trova nel Canzoniere. Il poeta rappresenta solo i particolari della sua bellezza, la cui idealizzazione non è mai ridotta ad allegoria, ma tradisce uno sguardo voluttuoso. Anche Laura risponde al modello estetico della donna medievale: gli occhi sono belli («vago lume»), i capelli biondi («vago e biondo capel»), il riso dolce («come dolce parla e dolce ride»), il viso bello, gli «atti soavi»: la bellezza è associata allo splendore, è «vivo sole», è luce che abbaglia, oppure è «aspra e superba», la «fera che mi strugge», «pastorella alpestra e cruda».
La donna comincia tuttavia a muoversi nella natura e nel tempo, si anima in una varietà di stati d’animo. Laura ora alza il velo per coprirsi dagli sguardi del poeta, ora invece il suo viso pare «di pietosi color farsi». Non è sempre la stessa. Passano gli anni e la bellezza non splende più come in gioventù negli «occhi ch’or ne son sì scarsi». L’invecchiamento introduce una dimensione nuova, inconciliabile con lo stilnovismo: la bellezza di Laura è fisica, caduca, perciò fonte di un’attrazione e di una passione puramente terrene. Anche il topos stilnovista dei capelli biondi è reinventato nel movimento delle chiome sparse al vento, che, mentre recupera l’immagine classica di Venere, colloca la figura della donna nella natura, conferendole mutevolezza e vitalità e consegna all’arte rinascimentale un modello femminile destinato a larga fortuna.
Il corpo di Laura è al centro della canzone «Chiare, fresche et dolci acque». Il poeta ne rappresenta solo i particolari fisici – le «belle membra», il «bel fianco», I’«angelico seno», il «grembo», le trecce bionde – e li mette in rapporto con i particolari della natura: le acque, il tronco, l’erba e i fiori, l’aria serena. È stabilita così una corrispondenza, quasi uno scambio di vita, tra le cose e le parti del corpo, tanto che alla fine della canzone il poeta trova nel paesaggio quasi un oggetto sostitutivo della donna: «Da indi in qua mi piace / quest’herba sì, ch’altrove non ò pace». Il corpo vivo e splendente di Laura è messo in rapporto con il corpo morto del poeta, che immagina, almeno dopo la morte, di divenire oggetto d’amore per la donna: «volga la vista disiosa e lieta, / cercandomi» e «già terra infra le pietre / vedendo, Amor l’ispiri / in guisa che sospiri / sì dolcemente». Anche nella forma così sublimata di questa canzone il rapporto d’amore si configura come rapporto tra corpi.
L’amore per Laura è passione, desiderio sensuale della bellezza fisica e terrena. Laura riempie il poeta di «desire», essa è «sommo piacer vivo»; perciò la lontananza è così angosciosa. Nella canzone «Di pensier in pensier, di monte in monte» né il ricordo, né la natura possono confortare il poeta per l’assenza del «bel viso», «che sempre m’è sì presso et sì lontano». La figura di Laura assente non trova qui oggetti sostitutivi, è una presenza mentale ossessiva che si manifesta nella disseminazione delle parvenze della donna nella natura: «et pur nel primo sasso / disegno con la mente il suo bel viso», «l’ I’ò più volte […] nell’acqua chiara et sopra l’erba verde /veduta viva, et nel troncon d’un faggio». Pure parvenze che «quando il vero sgombra / quel dolce error» lasciano il poeta nella disperazione.
Dopo la morte di Laura il fantasma del suo corpo continua ad attrarre il poeta. Anche se ha lasciato sulla terra la terrena scorza ed è ora anima felice, la donna deve continuamente consolare il poeta per la perdita del proprio corpo, «quel che tanto amasti / e là giuso è rimaso, il mio bel velo» (cfr. CCCII, Levommi il mio penser in parte ov”era). AI poeta che piange per «i capei biondi,
l’aureo nodo… ch’ancor lo distringe» Laura invano ricorda la vanità della sua veste terrena: «Quel che tu cerchi è terra, già molt’anni». Laura, pur «ignudo spirito», assume in sogno i gesti concreti della madre, si siede sulla sponda del letto, asciuga le lacrime; il poeta ne riconosce la presenza «a l’andar, a la voce, al volto, a’ panni».
Gli attributi di Laura restano tuttavia sempre indeterminati: «bel viso», «bella», «viva». Così come nella canzone «Chiare, fresche et dolci acque» la sua figura è disarticolata in particolari fisici generici sublimati in un paesaggio idillico e stilizzato. Quanto più l’allusione alla natura terrena e sensuale dell’amore si fa diretta e stringente, tanto più il corpo di Laura viene rimosso e negato nella sua realtà materiale. Il poeta rappresenta gli effetti del desiderio, della voluttà, della passione che la presenza corporea della donna provoca nel proprio animo. Laura è anch’essa trasformata in immagine simbolica, in archetipo: non è una donna, ma la donna. Un archetipo tuttavia diverso da Beatrice. Essa richiama continuamente la bellezza e il fascino della creatura terrena, è un termine della scissione interiore che travaglia il poeta. Bellezza terrena che nemmeno la rappresentazione della morte mette in discussione. L’incontro di Laura con la Morte nel Trionfo della morte è improntato al senso classico e umanistico di rispetto della dignità del corpo: la morte è indolore, non scompone la serenità e la bellezza del corpo di Laura, tanto che perfino la morte «bella parea nel suo bel viso». La contemplazione estetica prevale sulla meditazione mistico-religiosa. È questo il segno più evidente della ribellione di Francesco a un’immaginazione macabra della morte, e quindi il segno del distacco, sia pure contrastato, dalla concezione medievale della vita e della morte.


L’orgasmo, chi è costui?- Sesso.. tanto per gradire!

L’ORGASMO CHI E’ COSTUI?

Spesso tra l’orgasmo atteso e quello sperimentato esiste uno scarto che mobilita interrogativi, dubbi che si ripercuotono poi nelle relazioni intime. La carenza di modelli rispetto ad un’educazione sessuale ci richiama alla necessità della condivisione di ciò che sappiamo e di ciò che ignoriamo.

La parola orgasmo è di origine greca:con orgasmos  si definisce “qualcosa di concitato, forte, energico”.

A livello biologico è un riflesso, una reazione fisiologica che scatta a seguito di una stimolazione adeguata.

I francesi chiamano l’esperienza orgasmica “piccola morte” poiché, come dice U.Galimberti farsi attraversare da Eros, vivere un’esperienza erotica che non sia solo sfioramento di corpi in superficie, significa sperimentare “un dissolvimento dell’Io”, tanto desiderato quanto temuto.

La sessualità adulta, S. Freud è stato chiaro, si esprime come sessualità genitale ed è connessa alla maturità psico-affettiva dell’individuo; la capacità di instaurare relazioni intime caratterizzate dal riconoscimento di due “soggettività” e non dall’uso strumentale dell’altro ne è l’espressione più piena.

W. Reich (1942), allievo ribelle di S.Freud si è addentrato ulteriormente nel mondo pulsionale ed ha fatto della teoria dell’orgasmo un pilastro del suo sistema di pensiero.

La sua tesi è che esiste un’energia naturale la cui espressione più evidente nell’organismo umano è la sessualità genitale che culmina nella funzione dell’orgasmo.

Per Reich,l’orgasmo appunto è quell’esperienza che trascina il singolo organismo nella comunione con la pulsione primoridiale della vita, la sua funzione infatti è chiamata “funzione primordiale della vita”. L’esperienza dell’orgasmo supera la coscienza dell’io e della propriocenzione della sensibilità corporea per affondare nel sentimento oceanico di una comunione con le correnti vitali più profonde, con il ritmo stesso della vita.

Egli ha poi aggiunto che la sanità psichica dell’individuo dipende direttamente dall’equilibrio sessuale, dal pieno dispiegamento della potenza orgastica e che la repressione della sessualità infantile è la vera origine della nevrosi e dei traumi caratteriali.

In effetti per molti individui non è facile sperimentare una sessualità appagante proprio a seguito di pregresse esperienze traumatiche vissute nell’infanzia. Anche per chi vive una malattia nelle sue diverse implicazioni psichiche e fisiche o per chi è attraversato da forti preoccupazioni ed ansia è difficile farsi attraversare dall’ Eros.

Stati d’ansia, quadri depressivi, sensi di colpa sono infatti molto spesso correlati ad un calo del desiderio sessuale.

Le vicissitudini del desiderio, la curva orgasmica ossia la risposta sessuale nelle sue distinte fasi sono poi differenti per l’uomo e per la donna.

La donna sperimenta con l’orgasmo contrazioni ritmiche dei muscoli pelvici; il clitoride ne è sempre coinvolto sia in forma diretta o indiretta.

Nell’uomo invece l’orgasmo consiste in due fasi: la prima implica contrazioni degli organi riproduttivi interni ed è quella in cui l’uomo che si conosce può fermarsi, accelerare, rallentare il ritmo del rapporto; nella seconda i muscoli alla base del pene si contraggono e vi è la fuoriuscita del seme non più controllabile.(Jenny Hare)

Nella donna poi la sessualità è particolarmente influenzata dal contesto, dall’intimità, dai sentimenti e dalla relazione di fiducia con il partner.

Molte donne dichiarano di non aver mai sperimentato l’orgasmo ma non per tutte questo è vissuto in modo problematico. Certo è che esistono condizionamenti sociali tali per cui per la donna l’abbandonarsi è più difficile, vi è un uso meno disinvolto delle fantasie erotiche e pure dell’autoerotismo. Teniamo pure ben presente che l’espressione della sessualità femminile è particolarmente condizionata da variabili soggettive, dall’affettività ed dal coinvolgimento emotivo: un partner amorevole indubbiamente è un prezioso aiuto.

Sempre la donna poi, a differenza dell’uomo, se adeguatamente stimolata ed in particolari situazioni di intimità, può anche sperimentare orgasmi multipli questo perché, a differenza dell’uomo, “non ha un periodo refrattario” ossia quello che non permette alcun tipo di risposta sessuale neppure a fronte di sollecitazioni dunque.

Ad ogni modo  quello che è fondamentale tener presente è che non c’è attitudine più anti-erotica di quella legata al “io voglio…a tutti i costi”.

Rischia di essere un’operazione pericolosa per il ben-essere di una coppia quella di mettere al centro della relazione il raggiungimento dell’orgasmo anziché  il piacere di stare insieme e lo scambiarsi reciprocamente vissuti, sensazioni, bisogni.

Il creare un contesto accogliente, il  prendersi un tempo  senza la fretta di passare dalla fase dei preliminari a quella della penetrazione, sono solo alcuni degli ingredienti che predispongono ad un incontro erotico appagante.

Prima di occuparci dell’orgasmo dovremmo poi chiederci quanto spazio -tempo riserviamo nella nostra vita al piacere. Quanto tempo dedichiamo alla cura, all’igiene, a valorizzare il nostro corpo, non per aderire ai modelli omologanti che provengono dall’esterno quanto per rispettare quello che la via tantrica definisce il nostro “Tempio sacro”?(Zadra, 1998, 1999)

Parlare di piacere implica sintonizzarsi sulla dimensione sensoriale, per molti la più dimenticata a vantaggio dell’azione e del pensiero.

Abbiamo perso la capacità di “sentire”. I nostri sensi: dalla vista, all’udito, all’olfatto, al gusto e ovviamente al tatto sono intorpiditi, a volte persino anestetizzati fino a faticare a trovare “il senso” della vita.

Recuperare tutto questo, ri-alfabetizzarsi è la via per entrare maggiormente in contatto con la propria corporeità e  quella altrui per tornare a sentirsi pienamente vivi.

Senza questa premessa la ricerca dell’orgasmo rischia di trasformarsi in un pensiero osssessivo all’interno di un’ attitudine finalizzata alla prestazione, la più anti-erotica delle predisposizione a qualsiasi incontro amoroso.

La via tantrica di tradizione antichissima lo sa bene: al centro bisogna porre il ben-essere, l’appagamento, il soddisfacimento e non la prestazione.

Un’attitudine meditativa, l’attenzione al respiro, al sentire, la liberazione del suono della voce e del movimento favoriscono l’esperienza sessuale e l’orgasmo ma tutto ciò richiede disciplina e dedizione.

Ciascuno di noi ha fatto esperienza di un’educazione psico-affettiva e sessuale, prima in famiglia, poi a scuola carente perché essa ha enfatizzato il pensiero e l’azione a discapito del sentire; il dovere anziché il piacere, la mente a discapito del corpo; l’inibizione della vitalità anziché la sua espressione.

C. Naranjo nel suo bel libro “la civiltà, un male curabile”(2007) a riguardo così si esprime: “Ecco, dunque, quale potrebbe essere il primo impegno di un ipotetico governo saggio e libero verso i propri cittadini: salvaguardare il loroozio, che è il tempo liberato dalla compulsione di guadagnarsi da vivere “con il sudore della fronte”, un tempo sabbatico per vivere, convivere, per essere, per crescere.


La perversione e il godimento. Il piacere non è il godimento

Il piacere è la sensazione gradevole percepita dall’io quando la tensione diminuisce. Freud parlava di una diminuzione della quantità di eccitamento psichico.

Il godimento, al contrario, consiste nel mantenere la tensione in vivace aumento, esprime l’esperienza della tensione intollerabile, lo stato di ebbrezza ed estraneità al tempo stesso. Non è immediatamente percepibile e si manifesta indirettamente quando corpo e psiche sono sottoposti a prove estreme in situazioni limite.

Il godimento non viene avvertito immediatamente ma soltanto dopo che è stato raggiunto il suo punto massimo. Il soggetto è preso da una forza che lo induce ad agire, uno slancio fra la vita e la morte. Il godimento allontana pensieri e parole e si manifesta solo nell’azione cieca, non esistono significanti per rappresentarlo. Il soggetto è solo corpo portato al suo sfinimento.


La metonimia del desiderio. Il linguaggio metonimico.

Una metonimia è una figura retorica che permette di indicare un oggetto indicandone una sua parte, indica la connessione tra i  significanti, lo scorrimento da un significante a un altro.

La metonimia non produce del senso, ma rinvia a uno scivolamento infinito del senso per cui non vi è un punto di arresto su cui cade la significazione , quanto piuttosto il rimando da un significante all’altro.

“ Noi siamo continuamente in una metonimia. E lo siamo perché fondamentalmente ciò che è metonimico per il soggetto è il fatto di poter rapportarsi alla parola come qualche cosa  che è carente rispetto al proprio desiderio”.

Lacan assimila il desiderio alla metonimia in quanto anche il desiderio è caratterizzato da un movimento infinito di rilancio da un oggetto all’altro.

Il desiderio eccede sempre la domanda. Il bisogno, una volta convertito in parola attraverso i significanti della domanda, non riesce mai ad annullare del tutto la spinta verso il suo soddisfacimento. Il reale della pulsione in quanto tale non può essere mai completamente contenuto nella domanda.

Il concetto di “ domanda” rappresenta il bisogno tradotto nei termini significanti e quindi subordinato al linguaggio.

“Non esiste per noi una parola, che Lacan chiama olofrase, in cui il soggetto si rappresenterebbe senza scissioni, perché nel momento in cui il soggetto parla, qualche cosa deve lasciar cadere per riuscire a identificare qualcosa del mondo. Rispetto alla totalità, il linguaggio, che è un elemento terzo preesistente (…), necessita di funzionare come una sorta di castrazione , cioè come un taglio di qualcosa”.