L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “emancipazione femminile

Matriarcato in Sardegna, realta` o fantasia? —

Ci si interroga spesso sul “Matriarcato” residuo (o presunto tale) diffuso in Sardegna, un fenomeno che ha radici antichissime e quasi scomparso nell`ambito delle societa` contemporanee e “moderne”, ma che secondo alcuni pare trincerarsi nell`isola all`interno di quelle comunita` isolate ancora scarsamente colonizzate dal fenomeno globalizzante del “Patriarcato”. Ma da dove arriva esattamente questo fenomeno […]

via Matriarcato in Sardegna, realta` o fantasia? —


Cambiamento delle condizioni della donna dell’età romana al Cristianesimo

Con la nascita del Cristianesimo non muta il modo di fare selettivo dei Romani. Difatti l’infante poteva essere ripudiato dal padre ed essere “esposto” in pubblico. Questo accadeva spesso alle bambine, poichè erano quasi di peso, dato che a Roma l’eredità era divisa tra i figli , e le figlie erano un ulteriore impoverimento delle parti. I bambini venivano esposti in piazza o fuori dall’uscio e chi voleva poteva adottarli, ma con la stessa indifferenza potevano annegarli. Dice infatti Seneca: “Bisogna separare ciò che è valido da quello che non serve a nulla.”

Per quanto riguarda l’istruzione se superava questo primo esame la ragazzina veniva affidata ad un pedagogo o nutritor ed una nutrice che spesso erano amati più dei genitori. Spesso il nutritor e la nutrice erano agli ordini della nonna paterna che decideva gli svaghi ed i doveri del nipote. Questo succedeva tra i patrizi fino al tardo impero, poi non si vide più la necessità di istruire le donne, queste dovevano sola- mente saper leggere la Bibbia essendo “la coscienza” del marito, consigliandolo insieme al parroco della famiglia sulle decisioni di tipo etico.

Per qunto riguarda la vita matrimoniale sotto la tarda Repubblica le mogli degli uomini pubblici erano state trattate come esseri marginali, che dirigevano la casa, davano ordini ai servi, che poco o nulla contribuivano al carattere pubblico dei mariti. Venivano trattate come “tenere creature”, ma in sostanza potevano fare quel che volevano fintanto che questo non venisse ad interferire con la vita pubblica dei mariti. Il divorzio era rapido; l’adulterio, anche se talvolta poteva scatenare una terribile vendetta contro la moglie ed il suo amante, non influiva in alcun modo sulla posizione pubblica del marito. Nell’età degli Antoni- ni crollò questo senso di indifferenza. Un interessante esempio di ciò è che prima sulle monete la concor-dia era simboleggiata da due uomini che si stringevano la mano destra, poi apparve una donna: la prima ad apparirvi fu Faustina minore, moglie di Marco Aurelio. Questa intromissione nella vita privata trovò il suo culmine nel Cristianesimo, dove qualsiasi infrazione della vita coniugale era fonte di vergogna e di scherno. Difatti l’adulterio divenne un reato punibile con la morte.

Nella vita in famiglia la matrona romana spesso era la curatrice suprema della casa e di frequente ave- va le chiavi della cassaforte. Dava gli ordini agli schiavi e le direttive alle domestiche, era un disonore non essere degne di saper amministrare la domus. Un giorno la cognata di Cicerone fece una scenata: si sentiva estranea poichè avevano incaricato una domestica di preparare la colazione. Questo d’altronde era l’unico modo per ammazzare il tempo per le matrone. Dobbiamo pensare che la matrona non faceva nulla senza un qualche schiavo, nemmeno allacciarsi le scarpe! Queste persone erano così abituate agli schiavi che non si accorgevano della loro presenza: Orazio dice: ” Ho l’abitudine di passeggiare da solo”; cinque versi dopo veniamo a sapere che lo accompagna uno dei suoi tre schiavi. Così le matrone per conservare il decoro venivano sempre accompagnate dalle ancelle o comites e da un custos. Vivevano in una specie di prigione ambulante. Ma non era così terribile la vita delle donne a Roma, loro godevano della parità con gli uomini quanto a diritto successorio. Avevano la propria dote e spesso, essendo più ricche del marito, ne rifiutavano l’autorità. Comunque l’adulterio non era un divieto così netto, non era uno scandalo così grave se la matrona aveva una relazione con il custos o il marito con un’ancella, in quanto, ricordiamocelo, spesso questi erano matrimoni di interesse. Anzi, non si cercava di nascondere al pubblico lo scandalo, lo si proclamava e si prendeva come offesa della moglie al marito. Difatti il matrimonio era un dove- re del cives romano e l’adulterio era un’affermazione dell’impossibilità del marito di compiere questo dovere. Gli stoici dicevano: ” Sposarsi è un dovere del cittadino” e, “Se si vuole esser un uomo dabbene biso- gna fare all’amore solo per procreare dei figli, lo stato matrimoniale non serve ai piaceri venerei”. La seconda morale sarà ripresa dal Cristianesimo in quanto la nuova morale vedeva nell’amplesso un peccato carnale.

Bibliografia: P. Ariès, G. Duby, La vita privata dall’Impero all’anno mille


La prostituzione in Grecia

Si può pensare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo a.C. finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti ed evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire in Attica il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell’amore a pagamento (Ataneo, 13,569) In greco la parola “prostituta” è pòrne, e deriva del verbo pèrnemi (vendere), ossia colei che è invendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma potava trattarsi anche di meteci, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure di donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che: “Se qualcuno funge da lenone, la pena è un’am- menda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo”(Solone 23). I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva comportare anche la pena di morte: “La legge del IV secolo a.c. sancisce che i lenoni, donne o uomini, deb- bano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte”(Eschine) Le prostitu- te entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi e dove esercitavano le professione: perciò c’erano le chamaitypaì, la categoria più antica, così chiamate perché lavoravano all’aperto, sdraiate; le peripatètikes (passeggiatrici), che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici, ed infine c’erano quelle che lavoravano negli oikìskoi( piccole case, bordelli). A Poco a poco il numero dei postriboli aumentò e, a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove veniva praticata la “Prostituzione Sacra” La tariffa per una visita a un postribolo nel V secolo era di solito di un obole (sei oboles corrispondevano a una dracma), come ci informa lo storico Ateneo (13, 568-9), ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura. Il costo corrispondeva al guadagno giornaliero di un operaio manuale senza alcuna specializzazione. Numerose sono le illustrazioni che rappresentano scene dalle case di piacere, ma la stragrande maggioranza ritrae l’ammissione di clienti, la trattativa con la donna, il pagamento e molto raramente l’atto sessuale in sé. Probabilmente le uniche illustrazioni di coito in un postribolo, e che si possono certamente identificare con quello, sono su una copertura di uno spec- chio del IV secolo a.C. Nella parte interna ed esterna sono raffigurate due coppie che fanno l’amore. Ciò che distingue il luogo dove si svolge l’atto sessuale, sono i letti.


Il biasimo delle donne

L’indole della donna Dio la fece diversa. Una deriva dalla scrofa setosa; la sua casa è una lordura, un caos, la roba rotola per terra. Lei non si lava; veste panni sozzi e stravaccata nel letame ingrassa. Un’altra Dio la fece dalla volpe matricolata: è quella che sa tutto; non c’è male né bene che le sfugga. Dice, sì, bene al bene e male al male, ma s’adegua agli eventi e si trasmuta. Come sua madre è quella che deriva dalla cagna: curiosa di sentire e di sapere, vagola, perlustra; anche se non c’è un’anima, si sgola, e non la calmi né con le minacce, né se t’arrabbi e le fracassi i denti con un sasso, né a furia di blandizie, neppure stando in casa d’altri: insistequell’eterno latrato senza scopo. Una gli dèi la fecero di terra e la diedero all’uomo: minorata, non ha idea né di bene né di male. Una cosa la sa: mangiare. E basta. Se Dio manda un dannato inverno, bubbola, ma lo sgabello al fuoco non l’accosta. Viene dal mare un’altra, e ha due nature opposte: un giorno ride, tutta allegra, sì che a vederla in casa uno l’ammira (“non c’è al mondo una donna più simpatica, non c’è donna migliore”). Un altro giorno non la sopporti neppure a vederla o ad andarle vicino: fa la pazza, e che s’accosta, guai! Pare la cagna coi cuccioli, implacabile: scoraggia nemici e amici alla stessa maniera. Come il mare che sta sovente calmo, nell’estate, e sovente in un fragore di cavalloni s’agita e s’infuria. Tale l’umore di una donna simile: anche il mare ha carattere cangiante. Una viene dall’asina, paziente alle botte. Costretta e strapazzata, il lavoro lo tollera. Se no mangia, rincantucciata, accanto al fuoco; avanti notte, avanti giorno, mangia. Così, come si prende per amante chiunque venga per fare l’amore. Genìa funesta quella della gatta: non ha nulla di bello o di piacevole, non ha nessuna grazia, nessun fascino. Ninfomane furiosa, sta con uno e finisce col dargli il voltastomaco. E rubacchia ai vicini, e spesso ingoia le offerte prima di sacrificarle. Nasce dalla cavalla raffinata, tutta criniera, un’altra. Ed ecco, schiva i lavori servili e la fatica, la macina, lo straccio, l’immondizia e la cucina (teme la fuliggine). Anche all’amore si piega per obbligo. Si lava tutto il giorno la sporcizia, due, tre volte, si trucca, si profuma. Sempre pettinatissima la chioma fonda, fluente, ombreggiata di fiori. Una simile donna è uno spettacolo bello per gli altri: per lo sposo un guaio. A meno che non sia principe o re, che di simili cose si compiaccia. La prole della scimmia: è questo il guaio più grave che da Dio fu dato agli uomini.

Bruttezza oscena: va per la città una tal donna e fa ridere tutti. E’ senza collo, si muove a fatica, niente natiche, tutta rinsecchita. povero chi l’abbraccia, un mostro simile. Ma la sa lunga, ha i modi della scimmia. La gente la deride? Se ne infischia. Certo, bene non fa: non mira ad altro né pensa ad altro tutta la giornata che a far del male, e a farne più che può. Una viene dall’ape: fortunato chi se la prende. E’ immune da censure lei sola; è fonte di prosperità; invecchia col marito in un amore mutuo; è madre di figli illustri e belli. E si distingue fra tutte le donne, circonfusa di un fascino divino. Non le piace di stare con le amiche se l’argomento dei discorsi è il sesso. Fra le donne che Dio largisce agli uomini ecco qui le più sagge, le migliori.

trad. F. M. Pontani


La condizione della donna in Grecia e a Roma nell’età Classica

Nell’età antica, in Grecia, la donna era totalmente sottomessa all’uomo. Quando aveva raggiunto l’età per sposarsi una ragazza passava dall’autorità paterna a quella del marito. Un donna ateniese, a differenza di suo marito, trascorreva l’intera giornata in casa, dirigendo i lavori domestici eseguiti dalla servitù e organizzando la vita familiare. Essa infatti usciva solo per partecipare alle feste religiose, le uniche atti- vità che l’avrebbero potuta far uscire dalle mura domestiche venivano svolte dal marito o dalla servitù. La donna ateniese era inoltre esclusa dall’educazione, sia intellettuale che fisica (a differenza della donna spartana che si poteva allenare nelle palestre).

In epoca romana la donna cominciava invece ad acquisire molti più diritti e molti più privilegi, soprat- tutto grazie al progressivo indebolimento dei valori legati alla patria potestas. La donna aveva infatti ottenuto il rispetto da parte dei figli e soprattutto aveva ottenuto la custodia della prole in caso di cattiva condotta del marito. Dopo l’impero di Adriano se una donna aveva più di tre figli acquistava il diritto di successione ad essi se il defunto non aveva eredi. La donna romana, sposandosi, passava direttamente dalla casa del padre a quella del marito.

Nell’età repubblicana però la donna viveva in condizione di subalternità al marito. Il ruolo della donna nella nuova famiglia era anche chiarito dalla parola matrimonio, che deriva appunto dal vocabolo madre. Un’unione stabile fra l’uomo e la donna era riconosciuta ufficialmente solo per la ragione di perpetuare la propria stirpe mettendo al mondo dei figli. Le caratteristiche fondamentali che una donna doveva avere nell’età repubblicana erano la prolificità, la remissività, la riservatezza.

In età imperiale la donna viveva libera in casa assieme al marito, godendo di grande autonomia e digni- tà. In questo periodo si siedono sul trono imperiale numerose donne degne del titolo di Augusta, donne che seguivano il loro marito in ogni decisione. Spesso infatti le mogli di uomini politici preferivano morire affianco al marito piuttosto che abbandonarlo. Molti antichi scrittori non esitano infatti ad esaltare il grande eroismo e la grande virtù che erano stati raggiunti dalla donna.

Durante il periodo imperiale notiamo che il numero di figli per ogni famiglia si era notevolmente ridotto, infatti in quel periodo la donna aveva iniziato anche ad interessarsi a nuove questioni. La donna infatti stava cominciando a partecipare alla vita politica e stava nutrendo un particolare interesse per i processigiudiziari. Numerose donne si dedicarono alla letteratura e alla grammatica, riuscendo quasi a superare alcuni fra i più illustri letterati dell’epoca. Molte donne si dedicarono inoltre alla caccia. Purtroppo la donna imitò più i vizi che le virtù dell’uomo. Le donne che non praticavano sport iniziarono invece a mangiare in modo sregolato, ingrassando a dismisura. Si cominciò a diffondere anche l’adulterio da parte delle donne, nonostante una legge promulgata da Augusto che condannava gli adulteri all’esilio. La donna raggiunse un ulteriore grado di emancipazione infatti divenne punibile anche l’adulterio maschile.

Il matrimonio, in epoca romana, era molto instabile. All’inizio era solo il marito ad avere il diritto di ripudiare la moglie, successivamente anche la donna acquisì questo diritto, ma poteva esercitarlo solo nel caso in cui essa era rimasta orfana di entrambe i genitori. Con la legislazione di Augusto riguardo il divorzio la donna ottenne il diritto di avere restituita la dote in caso di separazione dal marito.

La donna aveva il compito di cerare e di istruire i figli fino all’età di sette anni, poi passavano sotto la tu- tela del padre. L’istruzione femminile terminava all’età di dodici anni, l’età minima stabilita da Augu- sto per sposarsi. A dodici anni la donna era ormai in età da marito, quindi l’esperienza della vita domestica avrebbe contribuito al miglioramento di quelle che sarebbero state la qualità fondamentali di una buona moglie.


Donne a Lesbo

Il matrimonio rappresentava l’evento culminante della vita del tìaso; è infatti il principale obiettivo a cui le ragazze si sono preparate grazie all’educazione di Saffo. La cerimonia nuziale aveva luogo di sera, quando apparivano le prime stelle e durante la processione che accompagnava la sposa nella casa del novello sposo veniva cantato un inno nuziale, un imenèo, fino al mattino successivo venivano poi eseguiti altri canti.

L’apparizione della stella della sera rappresenta l’inizio della cerimonia e uno dei temi ricorrenti è proprio l’invocazione a Espero:

Espero, tutto riporti

quanto disperse la lucente Aurora:

riporti la pecora, riporti la capra,

ma non riporti la figlia alla madre.

Trad. S.Quasimodo


L’amore e il matrimonio in Grecia

Nella antica Grecia la donna vive tutta la vita sottoposta all’autorità di un padrone che normalmente è prima il padre e poi il marito: la donna libera non differisce dagli schiavi per quanto riguarda i diritti politici e giuridici. La sfera di influenza di cui gode è esclusivamente la casa: la donna sposata che gode della fiducia dello sposo governa la casa con autorità e per gli schiavi essa è la padrona. Ma ella è priva di diritti, dipende completamente dal marito, e la fiducia di cui gode può essere rievocata in qualsiasi momento.

A Sparta, dove la preoccupazione era di migliorare i geni dei futuri guerrieri, si incoraggiava l’educazione fisica delle ragazze al pari di quella dei ragazzi, per cui si potevano vedere giovani Spartani con vesti corte e cosce nude. Comunque anche se le giovani Spartane erano agili e muscolose, la possibilità di un’educazione intellettuale mancava a loro come alle ragazze di Atene. Venivano loro date solo poche no- zioni pratiche sui lavori domestici più qualche elemento di lettura, di calcolo, talvolta di musica e di danza (famosi sono i cori di giovinette a Sparta). Queste gravi lacune nell’educazione delle ragazze spiegava la mancanza di comunione intellettuale tra moglie e marito, che era generalmente ben istruito. A Sparta almeno giovani e ragazze si conoscevano di vista prima del matrimonio ed erano addirittura al corrente della loro autonomia, mentre ad Atene i futuri sposi potevano non essersi mai visti. In questa concezione di matrimonio le considerazioni economiche dominano ancora le idee morali. Nell’Atene classica, infatti, il padre cede la figlia al futuro sposo con un atto legale, confermato e accompagnato dall’as- segnazione della dote, che garantisce la legittimità dell’unione e dei figli che ne saranno frutto. Si riteneva che, per contrarre un matrimonio conveniente, l’uomo dovesse sposare una ragazza del suo stesso ambiente, né inferiore né superiore: ciò a cui si dava risalto era la prosperità materiale della famiglia e, ovviamente, la fecondità della donna. Stando così le cose, è difficile immaginare che tra gli sposi ateniesi dell’età classica ci fosse una reale comunanza di spirito e di sentimenti, un affetto coniugale, ed erano scarsi lo scambio intellettuale e il vero amore tra gli sposi: le mogli legittime erano considerate unica- mente come madri di famiglia e guardiane del focolare.


Islanda: civiltà al femminile

Ragazze che spingono carrozzine con splendidi bambini dagli occhi blu infagottati per ripararsi dal freddo. Ragazze alte e snelle, con le facce slavate e gli occhi chiari e vivaci, intelligenti e sereni, anche se poco più che adolescenti È questa, la prima immagine che si coglie appena sbarcati in Islanda. Tante giovani mamme. Anche troppo giovani e persino troppo numerose, per lo standard europeo. Ma non c’è da stupirsi. Le statistiche demografiche dell’Islanda potrebbero fare impazzire uno studioso della tendenza. Il trend che descrive la donna del ventunesimo secolo come single, o comunque disposta a rinunciare alla famiglia e figli, assolutamente non vale nell’isola di ghiaccio. In Islanda si fanno più figli che in qualsiasi altro paese d’Europa occidentale, il doppio rispetto a quanto accade in Italia.

Eppure, oltre l’85 per cento di esse lavora fuori casa. Sono moltoemancipate e molte di loro scelgono, liberamente e senza rischiare di essere vittime di discriminazioni e pregiudizi, di essere ragazze madri. Donne forti, quindi. Una forza che hanno forse ereditato dalle loro madri e dalle loro nonne, costrette ad occuparsi di tutto, perché i loro uomini erano quasi sempre in mare. Donne forti, che abituavano i figli maschi ad essere uomini forti, perché soltanto così avrebbero potuto, d’inverno, strappare all’oceano il cibo per tutta la famiglia. Donne forti e all’avanguardia, non solo nella vita privata, ma anche in quella politica. L’Islanda è uno dei primi paesi ad ottenere il diritto di voto per le donne (era il 1915). È anche uno dei primi paesi ad avere avuto un partito delle donne, una signora sindaco della capitale e una presidente donna (Vigdis Finnbogadòttir, 1980-1996). Eletta alla suprema carica dello Stato nel 1980 (la prima donna al mondo a diventare presidente in seguito ad un’elezione popolare), Vigdis Finnbogadòttir si è distinta anche per aver fatto della difesa dell’ambienteuna delle linee fondamentali della sua azione, assieme a quella dell’educazione attiva dei ragazzi. Sotto la sua presidenza, l’Islanda ha conquistato il primato mondiale della riforestazione e in un anno, ogni islandese, ha piantato in media 20 alberi. Donne dunque pedine fondamentali della società islandese. Avete qualche dubbio? Chiedete a un islandese se si ricorda cosa accadde il 24 ottobre 1975: le donne, in Islanda, si presero un “giorno libero!”. E il paese si fermò.


Sveliamo le donne afgane

È molto difficile comprendere come ci si sente ad essere donna a Kabul. Sicuramente molto difficile per noi, donne occidentali, che non facciamo che lamentarci delle – peraltro ingiuste – discriminazioni che tuttora subiamo in certi ambienti di lavoro e in certi strati di società. Quel che accade in Afghanistan è fuori dalla portata della nostra immaginazione e fa gelare il sangue, solo a pensarci.

Per chi non ricordasse cosa significa essere donna sotto il regime dei talebani, ecco un piccolo elenco esemplificativo di divieti. Le donne non possono lavorare. Non possono uscire da casa, se non accompagnate da un mehram (marito, padre o fratello), non possono andare a scuola (“i talebani sostengono che le donne hanno il cervello più piccolo degli uomini, e quindi non ne vale la pena”); non possono parlare o dare la mano a uomini che non siano mehram; non possono apparire in tv, né partecipare a riunioni; non possono ridere forte, né indossare abiti dai colori vivaci; devono usare autobus riservati; le finestre delle loro case devono essere oscurate, affinché non possano essere viste dall’esterno. Una donna che non indossa il burqa (o lascia, per esempio, le caviglie scoperte) rischia la fustigazione pubblica, e se ha le unghie dipinte l’amputazione delle dita.

Certo, l’oppressione e la discriminazione nei confronti delle donne è un fenomeno diffuso in tutto il mondo. Così come lo è la lotta della donna per i propri diritti, ma in Afganistan la battaglia delle donne per l’uguaglianza dei propri diritti, è un’idea troppo stravagante, per poter essere anche solo concepita. In Afganistan, sotto il regime fondamentalista, le donne dovevano lottare, per essere riconosciute come esseri umani. L’odio nei confronti della donna, come essere subumano, è uno dei principi del fondamentalismo islamico. La situazione delle donne afgane non era mai stata una situazione felice, ma nell’ultima metà del secolo, le cose stavano iniziando a migliorare, soprattutto grazie all’educazione e ai rapidi cambiamenti che stavano avvenendo in tutte le parti del mondo. La consapevolezza che le donne avessero delle potenzialità e fossero capaci di altro, oltre che ad avere figli, stava iniziando ad illuminare le menti degli strati più bassi di questa società, conservatrice e tradizionalista. Ma, con l’avvento dei fondamentalisti, la ruota della storia è stata rimandata indietro di centinaia di anni. Per tutto il periodo, dal 1996 al 2001, nel quale i Talebani sono stati i padroni di Kabul, le donne di ogni età, anche bambine, sono state vittime di un assurdo regime di segregazione, instaurato per legge. Senza diritti. Da esseri invisibili. Ed anche oggi, nonostante il ritorno della democrazia, la strada per l’emancipazione sembra ancora molto lunga, per le donne afgane.


Israele: donne di proprietà

Cosa pensereste di un marito che preferisce aggiustare la sua macchina, piuttosto che portare la moglie, che sta per partorire, in ospedale? E se vi dicessimo anche che il risultato di tanto egoismo è che il bambino è nato morto? Terribile. Eppure sono cose che capitano. Capitano ad esempio nel deserto del Neghev, in Israele. Sorvolando dall’alto questo fazzoletto del mondo, si notano tante piccole oasi abitate: sono i villaggi dei beduini. Non vivono in case, ma in grosse tende e dormono su materassi sparsi sulla sabbia all’ombra di larghe tele. Intorno alle tende corrono sempre dozzine di bambini, spesso figli dello stesso padre, ma non della stessa madre. E dentro le tende, vivono rinchiuse le donne beduine. Donne che, neanche a dirlo, sono considerate proprietà del marito. Già, una proprietà. E questa è la somma di una triplice forma di discriminazione:

  • innanzi tutto, queste donne sono musulmane, e all’interno della società ebraica israeliana, rappresentano una minoranza;
  • in secondo luogo, sono donne che vivono in una società fortemente patriarcale, dove mariti e padri hanno il completo controllo su di loro;
  • infine, vivono nel Neghev, una zona periferica, rispetto al centro di Israele, e lontana dalle zone industrializzate.

La donna beduina è la vittima di una tradizione molto forte, in cui la religione è mal interpretata. Tra queste donne, ci sono molte vittime distupri e incesti. Vittime che non hanno nessuno a cui rivolgersi, all’interno della comunità, e sicuramente non possono presentare denunce alla polizia, perché rischierebbero di essere uccise. Non deve stupire, quindi, che le donne beduine siano molto chiuse, difficilmente facciano capire le loro sensazioni e i loro stati d’animo: non sono abituate a parlare con stranieri, e quindi è difficile capire cosa le faccia star male. Molte di loro soffrono, ad esempio, di tumori al seno ma, nonostante il vicino ospedale Soroka di Beer Sheva abbia i macchinari per mammografia più avanzati al mondo, quasi nessuna si fa visitare: i mariti non vogliono che le proprie mogli vengano visitate da estranei. Certo, possiamo fare ben poco, per loro. Ma sicuramente parlarne è meglio che tacere!


India: le donne dimenticate

Paradossale, assurda, incomprensibile e piena contraddizioni. Così si potrebbe riassumere la condizione femminile in India, un in cui le donne sono formalmente uguali agli uomini, con gli stessi diritti politici e le stesse opportunità sociali e di lavoro. Un paese in cui la discriminazione sessuale è addirittura vietata dalla Costituzione indiana. Un paese in cui ai vertici della vita economica e sociale si affermano sempre di più nomi femminili, come quello della scrittrice Arundhati Roy, autrice di “Il dio delle piccole cose” o quello di Bhartia Shoban, proprietaria dell’Hindustan Times, uno dei giornali più autorevoli del Paese.

Ma anche un paese negato alle donne. Un paese in cui la cui discriminazione di massa resta una realtà, che affonda le sue radici in tradizioni arcaiche, che le statistiche generali mettono bene in evidenza. Su una popolazione di circa un miliardo di individui, infatti, le donne, a differenza di quel che avviene in quasi tutto il mondo, sono in minoranza: il 48 per cento. Il rapporto è di 929 donne per 1.000 uomini, a conseguenza di una selezione spietata praticata talvolta ancora prima della nascita. Quaranta donne su cento non hanno alcun grado di istruzione, e se in alcuni Stati, come il Kerala, l’alfabetizzazione primaria è prossima alla totalità della popolazione femminile, in altri, come il Bihar, non raggiunge il 28 per cento. Le donne occupano solo l’8 per cento dei posti in Parlamento, il 6,1 dell’amministrazione pubblica, un quarto di tutta la forza lavoro registrata. E se sempre più numerose sono le giovani che frequentano le facoltà di Ingegneria, di Informatica o di Economia, la presenza femminile nelle università è soltanto del 5 per cento. Ma questi in fondo sono solo numeri.

E le storie? Quelle delle donne indiane, raccontano casi strazianti di sfruttamento, di spose bambine vendute per un sacco di riso, di ripudi e prepotenze, di eliminazioni fisiche per questioni di dote. Il rifiuto preconcetto di un figlia, considerata come un peso per la famiglia. Su ottomila aborti registrati a Bombay, dopo un ciclo di esami mirati ad accertare il sesso del nascituro, 7.999 erano feti femminili. Solo un maschio: “La madre era un’ebrea e voleva una figlia”. La discriminazione tra uomini e donne nasce e si perpetua nella famiglia, secondo antiche convenzioni. La donna è destinata fin dalla nascita a stare in cucina, ad occuparsi della casa, sostenendone tutto il peso. È difficile cambiare la mentalità. È così nei villaggi, è così ancora in molti ambienti della città. Se si va a cena in una famiglia borghese, anche benestante, è normale che il cibo venga servito agli ospiti uomini dalle donne, che poi mangiano per conto loro. Molte cose stanno cambiando anche nella società indiana, ma nella profonda India, quella dei villaggi, le tradizioni resistono anche alle riforme, nonostante il sorgere di movimenti di pressione. Dal 1993 un emendamento della Costituzione riserva il 33 per cento dei posti nei consigli locali alle donne. Di fatto, anche quando vengono elette, molte sono convinte a lasciare la delega al marito, perché non hanno il tempo o la capacità di seguire i lavori. Così la forma è rispettata e la sostanza non cambia. Forse ha ragione chi dice che: “Per cambiare le donne dell’India, c’è un solo modo: cambiare gli uomini”.


Paesi arabi: l’emancipazione abita anche qui

Quando parliamo di donne arabe, nel nostro immaginario entrano solo immagini di sottomissione, frustrazione, diritti violati. In effetti è così. Non bisogna mai generalizzare, ma in generale è così. Tuttavia, per avere un quadro completo, è necessario aggiungere alcuni tasselli al nostro mosaico. Forse non tutti lo sanno, ma anche da queste parti si sono affacciate, in tempi più o meno recenti, delle rivendicazioni di carattere femminista. Nei Paesi arabi, i movimenti femminili sono sorti agli inizi del XX secolo, precisamente nel 1879 in Libano, nel 1923 in Egitto, nel 1944 in Giordania e in Marocco, nel 1953 in Bahrein e negli anni ’50 in Tunisia, epoca nella quale le Tunisine si sono impegnate nel movimento di liberazione anticoloniale. Questi movimenti miravano soprattutto ad avanzare rivendicazioni politiche, ma senza grandi risultati, visto che soffrivano di mancanza d’organizzazione e si scontravano contro i diversi scogli rappresentati dai loro rispettivi governi. È con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che si assiste all’emergere di un nuovo discorso femminista. Anche se è solo nel 1975 (data del 1° Congresso mondiale sulla Donna in Messico) che le Nazioni Unite hanno cominciato a parlare delle donne come delle “partners nello sviluppo”. Questo fu anche il punto di partenza di un progetto mirante ad eliminare ogni forma di discriminazione contro la donna, per collegare la questione femminile al discorso dei Diritti dell’Uomo. Un progetto che i Paesi arabi devono sottoscrivere se vogliono vincere la scommessa dello sviluppo.

Fra i 21 paesi arabi, soltanto 8 (fino al 1995) hanno sottoscritto l’accordoconcernente l’eliminazione d’ogni forma di discriminazione contro la donna. Un risultato già di per se modesto, a cui va aggiunta una considerazione: la firma delle convenzioni internazionali non porta necessariamente alla loro applicazione. Ed è questo è uno degli ostacoli contro cui si scontrano ancora oggi un buon numero di movimenti femminili nel mondo arabo. La strada verso l’emancipazione delle donne arabe dalle rigide regole della Sharia, la legge islamica, soprattutto nei ricchi ma conservatori Paesi petroliferi del Golfo non è mai stata facile, né sarà breve.

Ciò nonostante, non si può fare di tutta un’erba un fascio. In alcuni di questi Paesi alle donne sono riconosciuti ruoli sociali, e soprattutto diritti civili, che in altri – come l’Arabia Saudita – sono ancora disconosciuti. Il Kuwait è l’unico regno del Golfo ad avere un Parlamento democraticamente eletto. Un paese in cui a prima vista la situazione delle donne è tutt’altro che nera. Il ruolo femminile del Paese, infatti, è molto importante. Ci sono donne che ricoprono alti incarichi in aziende statali e private. Numerose sono le donne inserite nel lavoro, e molte sono le intellettuali, le scrittrici e le giornaliste, che fanno sentire alta la loro voce anche nei tribunali per il riconoscimento dei propri diritti civili cui si oppongono i parlamentari islamici più integralisti. Alle donne è inoltre riconosciuto il diritto non solo di arruolarsi nella polizia ma anche nell’esercito. Dunque donne che hanno diritto a fare praticamente tutto…tranne votare.

Il primo Paese del Golfo in cui tutte le donne sono andate alle urne è stato il Qatar. Nel marzo 1999, si sono svolte le prime elezioni amministrative asuffragio universale, anche se le sei candidate donne non sono state elette. La consultazione è stata considerata, da molti analisti, come un importante esperimento verso la democratizzazione dell’emirato ed un primo passo verso la prossima elezione di un Parlamento. Altra singolare conquista: lo scorso maggio un gruppo di qatariote – non scortate dai mariti o da parenti maschi – hanno potuto assistere nello stadio di Doha (da una tribuna riservata) alla finale di un torneo di calcio.

Anche in Oman le donne possono votare, ma non tutte. L’Oman ha infatti una Shura (Consiglio consultivo, eletto nel 1997) ma ad eleggerla sono soltanto 50.000 omaniti – uomini e donne – appositamente scelti dal sultano. Nel sultanato esistono però tre donne sottosegretario, altre due fanno parte della Shura ed una è stata nominata recentemente ambasciatore in Olanda. Un’altra curiosità: dallo scorso maggio il governo del sultanato ha concesso alle donne omanite che lavorano come tassiste di poter prendere a bordo delle proprie auto anche passeggeri maschi, cosa sino ad allora proibita.