L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Cambiamento delle condizioni della donna dell’età romana al Cristianesimo

Con la nascita del Cristianesimo non muta il modo di fare selettivo dei Romani. Difatti l’infante poteva essere ripudiato dal padre ed essere “esposto” in pubblico. Questo accadeva spesso alle bambine, poichè erano quasi di peso, dato che a Roma l’eredità era divisa tra i figli , e le figlie erano un ulteriore impoverimento delle parti. I bambini venivano esposti in piazza o fuori dall’uscio e chi voleva poteva adottarli, ma con la stessa indifferenza potevano annegarli. Dice infatti Seneca: “Bisogna separare ciò che è valido da quello che non serve a nulla.”

Per quanto riguarda l’istruzione se superava questo primo esame la ragazzina veniva affidata ad un pedagogo o nutritor ed una nutrice che spesso erano amati più dei genitori. Spesso il nutritor e la nutrice erano agli ordini della nonna paterna che decideva gli svaghi ed i doveri del nipote. Questo succedeva tra i patrizi fino al tardo impero, poi non si vide più la necessità di istruire le donne, queste dovevano sola- mente saper leggere la Bibbia essendo “la coscienza” del marito, consigliandolo insieme al parroco della famiglia sulle decisioni di tipo etico.

Per qunto riguarda la vita matrimoniale sotto la tarda Repubblica le mogli degli uomini pubblici erano state trattate come esseri marginali, che dirigevano la casa, davano ordini ai servi, che poco o nulla contribuivano al carattere pubblico dei mariti. Venivano trattate come “tenere creature”, ma in sostanza potevano fare quel che volevano fintanto che questo non venisse ad interferire con la vita pubblica dei mariti. Il divorzio era rapido; l’adulterio, anche se talvolta poteva scatenare una terribile vendetta contro la moglie ed il suo amante, non influiva in alcun modo sulla posizione pubblica del marito. Nell’età degli Antoni- ni crollò questo senso di indifferenza. Un interessante esempio di ciò è che prima sulle monete la concor-dia era simboleggiata da due uomini che si stringevano la mano destra, poi apparve una donna: la prima ad apparirvi fu Faustina minore, moglie di Marco Aurelio. Questa intromissione nella vita privata trovò il suo culmine nel Cristianesimo, dove qualsiasi infrazione della vita coniugale era fonte di vergogna e di scherno. Difatti l’adulterio divenne un reato punibile con la morte.

Nella vita in famiglia la matrona romana spesso era la curatrice suprema della casa e di frequente ave- va le chiavi della cassaforte. Dava gli ordini agli schiavi e le direttive alle domestiche, era un disonore non essere degne di saper amministrare la domus. Un giorno la cognata di Cicerone fece una scenata: si sentiva estranea poichè avevano incaricato una domestica di preparare la colazione. Questo d’altronde era l’unico modo per ammazzare il tempo per le matrone. Dobbiamo pensare che la matrona non faceva nulla senza un qualche schiavo, nemmeno allacciarsi le scarpe! Queste persone erano così abituate agli schiavi che non si accorgevano della loro presenza: Orazio dice: ” Ho l’abitudine di passeggiare da solo”; cinque versi dopo veniamo a sapere che lo accompagna uno dei suoi tre schiavi. Così le matrone per conservare il decoro venivano sempre accompagnate dalle ancelle o comites e da un custos. Vivevano in una specie di prigione ambulante. Ma non era così terribile la vita delle donne a Roma, loro godevano della parità con gli uomini quanto a diritto successorio. Avevano la propria dote e spesso, essendo più ricche del marito, ne rifiutavano l’autorità. Comunque l’adulterio non era un divieto così netto, non era uno scandalo così grave se la matrona aveva una relazione con il custos o il marito con un’ancella, in quanto, ricordiamocelo, spesso questi erano matrimoni di interesse. Anzi, non si cercava di nascondere al pubblico lo scandalo, lo si proclamava e si prendeva come offesa della moglie al marito. Difatti il matrimonio era un dove- re del cives romano e l’adulterio era un’affermazione dell’impossibilità del marito di compiere questo dovere. Gli stoici dicevano: ” Sposarsi è un dovere del cittadino” e, “Se si vuole esser un uomo dabbene biso- gna fare all’amore solo per procreare dei figli, lo stato matrimoniale non serve ai piaceri venerei”. La seconda morale sarà ripresa dal Cristianesimo in quanto la nuova morale vedeva nell’amplesso un peccato carnale.

Bibliografia: P. Ariès, G. Duby, La vita privata dall’Impero all’anno mille


La prostituzione in Grecia

Si può pensare che la prostituzione sia sempre stata praticata in Grecia sotto varie forme. Agli inizi del VI secolo a.C. finì il periodo della prostituzione incontrollata, quando il legislatore Solone istituì i primi bordelli di Atene, per facilitare gli adolescenti intraprendenti ed evitare che commettessero adulterio con donne rispettabili. Si dice che Solone, con il denaro incassato da queste prime case chiuse, fece costruire in Attica il tempio dedicato ad Afrodite Pandemo, la dea patrona dell’amore a pagamento (Ataneo, 13,569) In greco la parola “prostituta” è pòrne, e deriva del verbo pèrnemi (vendere), ossia colei che è invendita. Inizialmente la parola descriveva soltanto la professione e non aveva il significato dispregiativo che assunse successivamente. Le prostitute erano schiave o ex schiave liberate, ma potava trattarsi anche di meteci, ossia libere, ma straniere immigrate, o bambine abbandonate, oppure di donne ateniesi cadute in rovina. Ad Atene indurre una donna alla prostituzione era assolutamente proibito e punito da una legge istituita da Solone. Sappiamo da Plutarco che: “Se qualcuno funge da lenone, la pena è un’am- menda di venti dracme, a meno che non si tratti di quelle donne che manifestamente si danno a quanti le paghino. E comunque, nessuno deve vendere le proprie figlie o sorelle, a meno che non abbia sorpreso una ragazza non sposata a concedersi a un uomo”(Solone 23). I lenoni erano uomini o donne delle più basse condizioni sociali che sfruttavano una o più prostitute; il lenocinio, se denunciato e provato, poteva comportare anche la pena di morte: “La legge del IV secolo a.c. sancisce che i lenoni, donne o uomini, deb- bano essere denunciati, e quelli tra loro trovati colpevoli, essere condannati a morte”(Eschine) Le prostitu- te entravano in varie categorie, a seconda dei luoghi e dove esercitavano le professione: perciò c’erano le chamaitypaì, la categoria più antica, così chiamate perché lavoravano all’aperto, sdraiate; le peripatètikes (passeggiatrici), che trovavano i clienti passeggiando e poi li portavano nelle loro case; le gephyrides, che lavoravano nelle vicinanze dei ponti; altre ancora frequentavano i bagni pubblici, ed infine c’erano quelle che lavoravano negli oikìskoi( piccole case, bordelli). A Poco a poco il numero dei postriboli aumentò e, a quanto ci dice Ateneo, nessuna città aveva tante prostitute quanto Atene, fatta eccezione di Corinto, dove veniva praticata la “Prostituzione Sacra” La tariffa per una visita a un postribolo nel V secolo era di solito di un obole (sei oboles corrispondevano a una dracma), come ci informa lo storico Ateneo (13, 568-9), ma le ragazze potevano essere pagate anche in natura. Il costo corrispondeva al guadagno giornaliero di un operaio manuale senza alcuna specializzazione. Numerose sono le illustrazioni che rappresentano scene dalle case di piacere, ma la stragrande maggioranza ritrae l’ammissione di clienti, la trattativa con la donna, il pagamento e molto raramente l’atto sessuale in sé. Probabilmente le uniche illustrazioni di coito in un postribolo, e che si possono certamente identificare con quello, sono su una copertura di uno spec- chio del IV secolo a.C. Nella parte interna ed esterna sono raffigurate due coppie che fanno l’amore. Ciò che distingue il luogo dove si svolge l’atto sessuale, sono i letti.


Il biasimo delle donne

L’indole della donna Dio la fece diversa. Una deriva dalla scrofa setosa; la sua casa è una lordura, un caos, la roba rotola per terra. Lei non si lava; veste panni sozzi e stravaccata nel letame ingrassa. Un’altra Dio la fece dalla volpe matricolata: è quella che sa tutto; non c’è male né bene che le sfugga. Dice, sì, bene al bene e male al male, ma s’adegua agli eventi e si trasmuta. Come sua madre è quella che deriva dalla cagna: curiosa di sentire e di sapere, vagola, perlustra; anche se non c’è un’anima, si sgola, e non la calmi né con le minacce, né se t’arrabbi e le fracassi i denti con un sasso, né a furia di blandizie, neppure stando in casa d’altri: insistequell’eterno latrato senza scopo. Una gli dèi la fecero di terra e la diedero all’uomo: minorata, non ha idea né di bene né di male. Una cosa la sa: mangiare. E basta. Se Dio manda un dannato inverno, bubbola, ma lo sgabello al fuoco non l’accosta. Viene dal mare un’altra, e ha due nature opposte: un giorno ride, tutta allegra, sì che a vederla in casa uno l’ammira (“non c’è al mondo una donna più simpatica, non c’è donna migliore”). Un altro giorno non la sopporti neppure a vederla o ad andarle vicino: fa la pazza, e che s’accosta, guai! Pare la cagna coi cuccioli, implacabile: scoraggia nemici e amici alla stessa maniera. Come il mare che sta sovente calmo, nell’estate, e sovente in un fragore di cavalloni s’agita e s’infuria. Tale l’umore di una donna simile: anche il mare ha carattere cangiante. Una viene dall’asina, paziente alle botte. Costretta e strapazzata, il lavoro lo tollera. Se no mangia, rincantucciata, accanto al fuoco; avanti notte, avanti giorno, mangia. Così, come si prende per amante chiunque venga per fare l’amore. Genìa funesta quella della gatta: non ha nulla di bello o di piacevole, non ha nessuna grazia, nessun fascino. Ninfomane furiosa, sta con uno e finisce col dargli il voltastomaco. E rubacchia ai vicini, e spesso ingoia le offerte prima di sacrificarle. Nasce dalla cavalla raffinata, tutta criniera, un’altra. Ed ecco, schiva i lavori servili e la fatica, la macina, lo straccio, l’immondizia e la cucina (teme la fuliggine). Anche all’amore si piega per obbligo. Si lava tutto il giorno la sporcizia, due, tre volte, si trucca, si profuma. Sempre pettinatissima la chioma fonda, fluente, ombreggiata di fiori. Una simile donna è uno spettacolo bello per gli altri: per lo sposo un guaio. A meno che non sia principe o re, che di simili cose si compiaccia. La prole della scimmia: è questo il guaio più grave che da Dio fu dato agli uomini.

Bruttezza oscena: va per la città una tal donna e fa ridere tutti. E’ senza collo, si muove a fatica, niente natiche, tutta rinsecchita. povero chi l’abbraccia, un mostro simile. Ma la sa lunga, ha i modi della scimmia. La gente la deride? Se ne infischia. Certo, bene non fa: non mira ad altro né pensa ad altro tutta la giornata che a far del male, e a farne più che può. Una viene dall’ape: fortunato chi se la prende. E’ immune da censure lei sola; è fonte di prosperità; invecchia col marito in un amore mutuo; è madre di figli illustri e belli. E si distingue fra tutte le donne, circonfusa di un fascino divino. Non le piace di stare con le amiche se l’argomento dei discorsi è il sesso. Fra le donne che Dio largisce agli uomini ecco qui le più sagge, le migliori.

trad. F. M. Pontani


La condizione della donna in Grecia e a Roma nell’età Classica

Nell’età antica, in Grecia, la donna era totalmente sottomessa all’uomo. Quando aveva raggiunto l’età per sposarsi una ragazza passava dall’autorità paterna a quella del marito. Un donna ateniese, a differenza di suo marito, trascorreva l’intera giornata in casa, dirigendo i lavori domestici eseguiti dalla servitù e organizzando la vita familiare. Essa infatti usciva solo per partecipare alle feste religiose, le uniche atti- vità che l’avrebbero potuta far uscire dalle mura domestiche venivano svolte dal marito o dalla servitù. La donna ateniese era inoltre esclusa dall’educazione, sia intellettuale che fisica (a differenza della donna spartana che si poteva allenare nelle palestre).

In epoca romana la donna cominciava invece ad acquisire molti più diritti e molti più privilegi, soprat- tutto grazie al progressivo indebolimento dei valori legati alla patria potestas. La donna aveva infatti ottenuto il rispetto da parte dei figli e soprattutto aveva ottenuto la custodia della prole in caso di cattiva condotta del marito. Dopo l’impero di Adriano se una donna aveva più di tre figli acquistava il diritto di successione ad essi se il defunto non aveva eredi. La donna romana, sposandosi, passava direttamente dalla casa del padre a quella del marito.

Nell’età repubblicana però la donna viveva in condizione di subalternità al marito. Il ruolo della donna nella nuova famiglia era anche chiarito dalla parola matrimonio, che deriva appunto dal vocabolo madre. Un’unione stabile fra l’uomo e la donna era riconosciuta ufficialmente solo per la ragione di perpetuare la propria stirpe mettendo al mondo dei figli. Le caratteristiche fondamentali che una donna doveva avere nell’età repubblicana erano la prolificità, la remissività, la riservatezza.

In età imperiale la donna viveva libera in casa assieme al marito, godendo di grande autonomia e digni- tà. In questo periodo si siedono sul trono imperiale numerose donne degne del titolo di Augusta, donne che seguivano il loro marito in ogni decisione. Spesso infatti le mogli di uomini politici preferivano morire affianco al marito piuttosto che abbandonarlo. Molti antichi scrittori non esitano infatti ad esaltare il grande eroismo e la grande virtù che erano stati raggiunti dalla donna.

Durante il periodo imperiale notiamo che il numero di figli per ogni famiglia si era notevolmente ridotto, infatti in quel periodo la donna aveva iniziato anche ad interessarsi a nuove questioni. La donna infatti stava cominciando a partecipare alla vita politica e stava nutrendo un particolare interesse per i processigiudiziari. Numerose donne si dedicarono alla letteratura e alla grammatica, riuscendo quasi a superare alcuni fra i più illustri letterati dell’epoca. Molte donne si dedicarono inoltre alla caccia. Purtroppo la donna imitò più i vizi che le virtù dell’uomo. Le donne che non praticavano sport iniziarono invece a mangiare in modo sregolato, ingrassando a dismisura. Si cominciò a diffondere anche l’adulterio da parte delle donne, nonostante una legge promulgata da Augusto che condannava gli adulteri all’esilio. La donna raggiunse un ulteriore grado di emancipazione infatti divenne punibile anche l’adulterio maschile.

Il matrimonio, in epoca romana, era molto instabile. All’inizio era solo il marito ad avere il diritto di ripudiare la moglie, successivamente anche la donna acquisì questo diritto, ma poteva esercitarlo solo nel caso in cui essa era rimasta orfana di entrambe i genitori. Con la legislazione di Augusto riguardo il divorzio la donna ottenne il diritto di avere restituita la dote in caso di separazione dal marito.

La donna aveva il compito di cerare e di istruire i figli fino all’età di sette anni, poi passavano sotto la tu- tela del padre. L’istruzione femminile terminava all’età di dodici anni, l’età minima stabilita da Augu- sto per sposarsi. A dodici anni la donna era ormai in età da marito, quindi l’esperienza della vita domestica avrebbe contribuito al miglioramento di quelle che sarebbero state la qualità fondamentali di una buona moglie.


Donne a Lesbo

Il matrimonio rappresentava l’evento culminante della vita del tìaso; è infatti il principale obiettivo a cui le ragazze si sono preparate grazie all’educazione di Saffo. La cerimonia nuziale aveva luogo di sera, quando apparivano le prime stelle e durante la processione che accompagnava la sposa nella casa del novello sposo veniva cantato un inno nuziale, un imenèo, fino al mattino successivo venivano poi eseguiti altri canti.

L’apparizione della stella della sera rappresenta l’inizio della cerimonia e uno dei temi ricorrenti è proprio l’invocazione a Espero:

Espero, tutto riporti

quanto disperse la lucente Aurora:

riporti la pecora, riporti la capra,

ma non riporti la figlia alla madre.

Trad. S.Quasimodo


L’amore e il matrimonio in Grecia

Nella antica Grecia la donna vive tutta la vita sottoposta all’autorità di un padrone che normalmente è prima il padre e poi il marito: la donna libera non differisce dagli schiavi per quanto riguarda i diritti politici e giuridici. La sfera di influenza di cui gode è esclusivamente la casa: la donna sposata che gode della fiducia dello sposo governa la casa con autorità e per gli schiavi essa è la padrona. Ma ella è priva di diritti, dipende completamente dal marito, e la fiducia di cui gode può essere rievocata in qualsiasi momento.

A Sparta, dove la preoccupazione era di migliorare i geni dei futuri guerrieri, si incoraggiava l’educazione fisica delle ragazze al pari di quella dei ragazzi, per cui si potevano vedere giovani Spartani con vesti corte e cosce nude. Comunque anche se le giovani Spartane erano agili e muscolose, la possibilità di un’educazione intellettuale mancava a loro come alle ragazze di Atene. Venivano loro date solo poche no- zioni pratiche sui lavori domestici più qualche elemento di lettura, di calcolo, talvolta di musica e di danza (famosi sono i cori di giovinette a Sparta). Queste gravi lacune nell’educazione delle ragazze spiegava la mancanza di comunione intellettuale tra moglie e marito, che era generalmente ben istruito. A Sparta almeno giovani e ragazze si conoscevano di vista prima del matrimonio ed erano addirittura al corrente della loro autonomia, mentre ad Atene i futuri sposi potevano non essersi mai visti. In questa concezione di matrimonio le considerazioni economiche dominano ancora le idee morali. Nell’Atene classica, infatti, il padre cede la figlia al futuro sposo con un atto legale, confermato e accompagnato dall’as- segnazione della dote, che garantisce la legittimità dell’unione e dei figli che ne saranno frutto. Si riteneva che, per contrarre un matrimonio conveniente, l’uomo dovesse sposare una ragazza del suo stesso ambiente, né inferiore né superiore: ciò a cui si dava risalto era la prosperità materiale della famiglia e, ovviamente, la fecondità della donna. Stando così le cose, è difficile immaginare che tra gli sposi ateniesi dell’età classica ci fosse una reale comunanza di spirito e di sentimenti, un affetto coniugale, ed erano scarsi lo scambio intellettuale e il vero amore tra gli sposi: le mogli legittime erano considerate unica- mente come madri di famiglia e guardiane del focolare.