L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Vincenzo Incenzo – Je suis

Da conventuale tecnologicamente moderno l’esercizio dell’evideon esteticamente esplicato in questa opera dall’orecchiabile melodia richiama l’eco del perduto senno. L’illusoria prigione nella quale ciascun essere pensante si ritrova immerso  diventa costante ricerca mentale in azione agente allo scenario. Un’autentica  iniziazione condita da ossessioni labirintiche, percorsi in distorsione ambigua come in Escher. Generare la quarta dimensione è compito di sacralità intima e solare. L’incanto illusorio della geometria esistenziale si scuote multi-forme e plur-informata; la traslitterazione psichedelica in figure e simboli liquidi in sisma innovativo rievocano il necessario libero arbitrio. Margine e culmine del percorso si fondono; il puer condiziona e plasma da tecnologico demiurgo il senso del criticismo. Il confluire apparentemente confuso delle immagini ristabiliscono i confini infiniti dell’Io, bussola d’orientale saggezza alla consapevolezza: invita e conduce all’agognata potenza del riso atomico. La chiave di volta a tentoni recuperata  la ritroviamo figlia dei passi incerti, dei battiti e dei respiri incipit della clip, unica matrice ad incastro in vista del superamento delle etichette omologanti menzionate nel testo di ragguardevole preziosità. Solo l’innocente curiosità critica lampeggia luminosa e salvifica, una procedura di ricerca capace di mettere a fuoco slegando e regolando l’ormai orfano criticismo, imbrattato e soffocato dalla liquidità vuota e vacua.

 


La Sindrome di Stendhal

Sindrome di Stendhal è diventata un’espressione del lessico comune per indicare un malessere davanti a un’opera d’arte.

L’espressione deriva dal titolo di un libro della psichiatra psicoanalista fiorentina Graziella Magherini.

Il libro trae spunto dall’osservazione, in molti anni di attività come psichiatra responsabile del Servizio per la salute mentale dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova di Firenze, di turisti stranieri giunti d’urgenza al servizio e, spesso, ricoverati in preda a uno scompenso psichico acuto: episodi improvvisi e clamorosi, il cui studio ha permesso di rilevare strette relazioni con il viaggio in città d’arte.

A questi casi facevano riscontro altri osservati nella pratica clinica ambulatoriale.
L’osservazione dei singoli casi ha permesso di verificare che, nel corso delle crisi, si animano vicende profonde della realtà psichica.
E il viaggio diventa anche un’occasione di conoscenza di sé.

“Sindrome di Stendhal” è la definizione data dall’autrice a episodi di sofferenza mentale colti in turisti in visita a città d’arte.

Il richiamo a Stendhal vuole dare rilievo a questo tipo di viaggio in quanto evento fattore significativo di crisi.

Una situazione che lo scrittore francese, viaggiatore e capostipite insigne del moderno turista, descrisse in alcune pagine del suo journal.
L’osservazione dei singoli casi ha permesso di verificare che, nel corso delle crisi, si animano vicende profonde della realtà psichica e si riattiva la vitalità della sfera simbolica personale. E il viaggio diventa pure, nella sue soste tanto attese nelle città sognate, un’occasione di conoscenza di sé.

Psicoanalisi, letteratura, storie personali compongono una trama di emozioni e di sentimenti risvegliati dal viaggio, puntando, nell’ultimo capitolo (La vacanza della mente), a un tentativo di comprensione che si inserisce in una linea interpretativa da Freud a Winnicott a Bion, e che conduce a una riflessione sul funzionamento della mente nel viaggio e nel confronto fra sé e l’opera d’arte.