L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Marie-Louise von Franz – Splendida intervista alla piu’ fedele ed originale collaboratrice dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung.

Marie-Louise von Franz (1915-1998) allieva di Carl Gustav Jung (per il quale cominciò a lavorare nel 1933 come traduttrice e ricercatrice, e con il quale più tardi collaborò più strettamente fino alla morte di lui nel 1961 e alla cura di L’uomo e i suoi simboli, 1964), è stata una delle più importanti esponenti della psicologia analitica del XX secolo. Esponente di spicco della corrente “classica” della psicologia analitica, ha prodotto opere fondamentali sulla comprensione psicologica della favola, dei sogni e del simbolismo alchemico. Ha scritto oltre venti volumi di argomento psicoanalitico, ed è stata una delle più note docenti ed analiste di supervisione del C. G. Jung Institut di Zurigo.

Interessante la sua lunga corrispondenza con il celebre fisico Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica, conosciuto nel 1947.

Mentre James Hillman indagò le strutture archetipiche del mito, la Von Franz esplorò maggiormente l’espressione degli archetipi della fiaba, che secondo lei rivelano un significato ben preciso: il Sé, inteso come totalità psichica dell’individuo e come “centro regolatore” della vita psichica.

“Tra i sessantamila sogni che ho analizzato non ce ne sono due uguali. Compaiono motivi simili. È su queste similitudini che Jung basa la sua teoria degli archetipi, secondo cui vi sono delle strutture di base sempre ricorrenti. Si può accertare la presenza comune di certi motivi ricorrenti […] che Jung chiama le strutture archetipiche della psiche che permettono di accedere al livello collettivo della psiche umana, un livello che rimane sano anche in individui psichicamente  disturbati. Il livello collettivo è, per certi versi, il livello istintivo comune a tutti gli uomini e quando si mettono in contatto le persone con questo livello psichico esse si ristabiliscono, in seguito riallacciano i contatti con gli altri e si reinseriscono nella società. Per questo motivo è così importante conoscere queste strutture. Per capirle io ho continuato a studiare le fiabe e l’alchimia”

“Ciò mi ha aiutato molto a comprendere i sogni. Ma l’arte di interpretare i sogni è duplice; bisogna riconoscere le strutture archetipiche, comprenderle e poi vi è ancora tutta un’altra arte: come lo si comunica all’altro? Perché l’altro comprenda pienamente, senza rimanere insabbiato nell’intelletto, perché riesca a comprendere anche con il sentimento il contatto con il proprio profondo”.

“Una funzione dei sogni sembra quella di preparare gli esseri umani ad una nuova fase della loro vita, e nella vita ci sono sempre delle soglie. La pubertà costituisce una soglia di crisi, poi l’ingresso nella vita matrimoniale, la crisi di metà della vita, periodi di crisi e transizione che richiedono un mutamento e un nuovo modo di porsi nei confronti della vita. E vengono preparati dai sogni. La cosa interessante è che al cospetto della morte i sogni preparano ad un adattamento, ad una fine che però non è una fine. Ho raccolto almeno una cinquantina di sogni di moribondi, am nessuno accenna ad una fine, piuttosto ad un groso cambiamento, a un viaggio, una trasformazione, un trasloco e più di frequente ad un sontuoso matrimonio al gran compimento […]” “Ogni terapia è una ingerenza e per quella junghiana si tratta dell’ingerenza minima. Non abbiamo nessuna teoria e non pensiamo in alcun modo che l’essere umano debba diventare normale. Se preferisce restare nevrotico ne ha pienamente il diritto. Viviamo in una democrazia. Conta solo quello che vogliono i sogni […] Noi educhiamo le persone ad ascolare la loro interiorità, non facciamo nulla di più […]” “Essere se stessi e diventare se stessi, realizzare se stessi. Si pensa di solito alla realizzazione dell’io. Jung pensa piuttosto alla realizzazione del proprio profondo, alla realizzione del proprio destino. All’io talvolta ciò con conviene affatto. Ma è quello che si sente che in fondo si dovrebbe intimamente essere. La persona è nevrotica quando non è come Dio ha inteso che fosse. In questo consiste l’individuazione […]“, Marie Louise von Franz


In balia della pigrizia


Il Cigno Nero: scena saffica


Clarissa Pinkola Estes: I maghi della pioggia


Bambole e miti

Fin dall’antichita’ la donna e’ stata rappresentata in figure che somigliano alle attuali bambole. Ma e’ relativamente da poco tempo che la bambola ha assunto il valore di giocattolo. Da oggetto di collezione a simbolo di un consumismo che non rinuncia a trasmettere valori di una femminilita’ molto domestica Secondo molti esperti, a eccezione di una bambola di pezza scoperta a Pompei, non si puo’ essere sicuri che le statuette raffiguranti figure femminili ritrovate nelle tombe egizie, etrusche e romane fossero bambole ma, probabilmente oggetti religiosi con un valore simbolico spesso legato alla donna nella sua capacita’ procreativa. Una carica simbolica riscontrabile sia fra le popolazioni primitive andine che in Giappone, indipendentemente che si tratti di una figura di panno o di una esotica ceramica, e che fornisce una visione della donna archetipo, feticcio religioso o talismano propiziatorio di fertilita’, abbondanza e benessere. La data di nascita della bambola giocattolo e’ invece molto piu’ recente, a partire da alcuni esempi di artigianato tedesco del 1500, puo’ essere collocata agli inizi dell’800, quando il gioco entra a far parte del mondo infantile delle classi sociali piu’ abbienti e il ricorso a materiali meno cari e piu’ facili da lavorare (cartapesta, celluloide e poi plastica) ne facilitano la diffusione. Intorno al XV secolo nelle case nobiliari di tutta Europa potevano gia’ ritrovarsi figure femminili in miniatura, dai ricchi abbigliamenti, rappresentazioni di una donna oggetto il cui vissuto e’ una femminilita’ dall’apparenza ricercata ed elegante. Ma per i loro costi non erano certamente destinate ai giochi delle bambine, perche’ in realta’ erano oggetti d’arte solamente da guardare, sfiorare e maneggiare con cura. Anche le bambole-manichino del ‘700, dalle dimensioni naturali di donna adulta, che venivano utilizzate nelle sartorie alla moda, avevano piu’ una funzione espositiva che ludica e non possono essere considerate alla stregua di giocattoli. Allo stesso modo, le prime bambole dell’ottocento, realizzate artigianalmente a mano e quindi dal costo elevato, anche se destinate alle bambine, erano ancora oggetti da osservare e non da stringere, abbracciare e manipolare. Romperle voleva dire essere maldestri e poco attenti, degni di una punizione esemplare. In altre parole queste bambole erano destinate agli adulti e costituivano la tipizzazione di un immaginario tutto maschile di personaggi femminili delicati e raffinati, dalla pelle diafana di porcellana, dai capelli corvini e gli occhi immancabilmente chiari. I loro vestiti, ricchi di trine e merletti, coprivano un corpo che spesso non esisteva o era tozzo e non curato, perche’ all’epoca la bambola non andava spogliata, non era previsto il cambio del vestito ne l’esplorazione delle sue forme piu’ private. Al massimo le era consentito di muovere e sbattere gli occhi. Bisogna giungere agli inizi del secolo scorso per trovare una tipologia di bambole e bambolotti finalmente destinati ai piu’ piccoli, con vari caratteri e dai vestiti coloratissimi. Ora le bambole possono essere cullate e strette al seno, e rappresentano modelli che hanno ancora a che fare con ideali di femminilita’ e maternita’ che si desidera che le bambine interiorizzino. In particolar modo quando le bambine giocano a fare le mamme, a cucinare per i figli, a portali a spasso in carrozzina. Una prospettiva domestica che diventa quasi un esercizio per prepararsi ad affrontare il destino di donna adulta. Poi arriva Barbie, la prima bambola con il seno che, pur evidenziando una femminilita’ emergente e una intraprendenza tutta nuova, mostra ancora una superficialita’ fatta di vestiti intercambiabili, di acconciature, specchi e gioielli da indossare, e aspirazioni tradizionali fra cui spicca Ken, un muscoloso, improbabile eterno boyfriend che l’accompagna nei numerosi appuntamenti della sua vita mondana e sportiva. E’ per questo che le femministe si scagliarono contro il tipo di donna alla Barbie, considerato alla stregua di un ostacolo al cammino della consapevolezza della donna verso una sua completa emancipazione. Una battaglia persa se si considera che Barbie e’ dal 1959 la bambola piu’ venduta e conosciuta in tutto il mondo. Nella sua vita e’ stata, fra l’altro, hostess, dottoressa, veterinaria, attrice, infermiera, astronauta, manager. Per lei sono stati creati oltre 4800 accessori, dalle scarpe alle sedie, a un camper e perfino una bara tutta rosa. Ha avuto 14 cani, sette cavalli, due gatti, un pappagallo, un panda e un delfino. Possiede anche un abito da sposa ma non ha mai deciso il grande passo. In definitiva, non c’e’ dubbio, una gran bella vita! Prepariamoci a un Natale in cui le bambole saranno ancora le protagoniste, perche’ il loro segreto sta nel fatto che nelle tante variazioni e tipologie, sopravvivono nel tempo mantenendo la propria funzione di archetipo femminino inalienabile e di immancabile compagnia di giochi.


Oltre la maschera, cavalcando la mia tigre…

Foto di Federico Ferratini


Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte: Sex and the city

 


Emily Dickinson


Diego: il mio Bacco


Sogno erotico


Orlando (1992): il trionfo del tessuto.

 


Sua maestà il merletto!!!


Mia

Quando non trovo le parole lascio esprimere ciò che provo alla musica, in questo caso ad una delle migliori interpreti che la musica italiana abbia avuto. Una Donna.

 

 


La Llorona

La “Donna piangente”, è una leggenda messicana, anche se è diffusa, con sfumature diverse, in altri paesi latinoamericani (Costa Rica, El Salvador, Cile, Venezuela). È anche molto di più: è un mito che ha radici antichissime, tanto da entrare profondamente nell’immaginario collettivo di tutto un popolo, fino a diventare parte integrante della sua cultura.
La Llorona, con il nome e gli attributi con cui ancora oggi è conosciuta, nasce nel primo periodo coloniale, quando Cortés, dopo aver distrutto Tenochtitlán nel 1520, costruisce sulle sue rovine la nuova capitale, Città del Messico.
Appare di notte, come uno spirito in forma di donna, immersa in un ininterrotto e disperato pianto; la versione più accreditata dice che in vita uccise o perse i suoi figli e divenne pazza cercandoli. A volte si dice che non sa di essere morta.
In certe versioni viene identificata con un demone o uno spirito maligno, in altre con un’anima in pena che chiede perdono, in altre ancora con una dea caduta.

Appare come una donna vestita di bianco, dai lunghi capelli neri, coperta da un velo che si muove intorno a lei al più tenue soffio di vento. Attraversa lentamente strade e piazze, con un percorso diverso ogni volta; le sue braccia si contorcono per la disperazione, lancia alte grida (“Ay, mis hijos!”, “I miei figli!”) seguite da gemiti strazianti. E ogni volta arriva fino alla Plaza Mayor, dove si inginocchia verso est, bacia la terra, emette il più luttuoso dei suoi lamenti, il più disperato dei suoi pianti; poi, sulle rive del lago Texcoco, scompare, dissolvendosi nell’aria come nebbia, o immergendosi nelle sue acque.
Appare anche in altre città del regno, così come nelle campagne, spaventando il bestiame, che corre impazzito come se qualcuno lo inseguisse; si sente il suo grido lungo i sentieri imbiancati dalla luna, tra gli alberi dei boschi; porta la sua disperazione attraverso aride montagne; esce misteriosa dalle grotte dove vivono gli animali feroci; cammina lenta lungo le rive dei fiumi mescolando i suoi lamenti al rumore senza fine delle acque.
Ovunque annuncia disgrazia a chi la incontra, a chi rimane segnato dal dolore del suo eterno pianto.
La leggenda della Llorona ha però antecedenti molto più antichi, tanto che si perdono nei miti precolombiani e si confondono con diverse rappresentazioni della Dea Madre
“Sesto presagio funesto:
Molte volte si sentiva, una donna piangeva; gridava nella notte; lanciava alte grida:
-Poveri figli miei! Ormai dobbiamo andarcene lontano!-
E a volte diceva:
-Poveri figli miei! Dove vi porterò?-
“La visione dei vinti : testimonianze indigene della conquista” a cura di Miguel León Portilla … [et al.]. Cit. in López Rivas.
L’arrivo degli spagnoli era stato preannunciato da una serie di presagi funesti: uno dei più spaventosi era il pianto straziante di una donna che di notte si lamentava per il destino terribile che incombeva sui suoi figli.
Secondo Bernardino de Sahagún (uno dei primi cronisti) si trattava di un demone chiamato Cihuacoatl, la “Donna serpente”, dea della guerra e delle nascite, protettrice della razza. Nella cultura Nahuatl questa dea aveva diverse manifestazioni, i cui attributi intrecciano complesse simbologie (la maternità, la guerra, il colore bianco, le forze sotterranee della natura, l’aldilà, il luogo mitico dell’est verso cui era partito Quetzalcoatl, il dio civilizzatore, di cui gli Aztechi aspettavano il ritorno e per il quale scambiarono lo stesso Cortés… vedi anche “La maldición de Malinche” di Gabino Palomares.)
Legata alle acque (laghi, fiumi, sorgenti), era la protettrice delle “Cihuateteo”, le donne morte di parto che, in certi giorni ad esse dedicati, scendevano sulla terra, seminando il terrore agli incroci delle strade e uccidendo i bambini.

Il simbolo centrale, dunque, è quello della maternità distrutta, per sempre perduta e rimpianta: la dea conosce e piange il destino di morte e schiavitù che incombe sui suoi discendenti. Ha a che fare con il sincretismo e l’identità meticcia dei popoli latinoamericani, con il trauma delle origini.
La stessa leggenda è “meticcia”: nel periodo coloniale Cihuacoatl diventa la Llorona, una personificazione più vicina alla sensibilità dei conquistatori: non si può più parlare apertamente di divinità preispaniche, sarebbe blasfemo, costituirebbe una vera e propria eresia. Così la storia cambia, modellandosi su gusti e tradizioni diverse, senza perdere del tutto la sua essenza indigena, che rimane viva e potente nel sincretismo degli elementi simbolici
Nella Plaza Mayor, per esempio, sorgeva il grande tempio del sole (recentemente se ne sono scoperti i resti): il soffermarsi della llorona nella piazza, il suo inginocchiarsi verso est, allude al recupero degli antichi luoghi sacri, alla possibilità di aprire un varco verso il mondo delle ombre, a una chiamata alla rinascita: alcuni popoli credevano, infatti, che all’est risiedessero le anime dei bambini in attesa di nascere.
La Llorona non ha volto – o comunque è nascosto – simbolo di un popolo che ha perso la sua essenza, la sua identità. L’eterno ritorno all’acqua allude alla morte come suicidio o immolazione davanti all’inevitabile:la pena della Donna piangente è continua, mai le correnti di un fiume saranno le stesse, mai potrà cambiare il destino o toccare di nuovo il passato, è rotta per sempre la circolarità del tempo.
Nelle testimonianze indigene della Conquista ritorna spesso il tema della morte degli dei: in questo senso la Llorona riassume in sé ogni disperazione, ogni perdita, ci parla della fine di un popolo e di una cultura, ma anche della dolorosa e insopprimibile persistenza della memoria.
Possiamo pensare a lei come a una specie di “Genius loci”, un mito ancora vivo, che continua ad agire nell’immaginario collettivo; ancora oggi le vengono dedicate canzoni, film, rappresentazioni teatrali, studi antropologici, articoli,libri.
Il senso di una perdita originaria, di un dolore atavico che abita il sangue dei popoli morti e nati a un tempo nello spazio traumatico della Conquista, ha una profonda eco in moltissime opere letterarie e poetiche:
Tutte quelle voci oscure, di avi indigeni, che piangono nel nostro cuore
Todas esas voces oscuras, de abuelos indios, que lloran en nuestro corazón
(da una lettera di Alfonso Reyes a Mediz Bollo, 1922. Cit. in Rivas López)

Ma io non conosco che alcune parole
Nella lingua o lapide
Sotto la quale hanno sepolto vivo Il mio antenato

Pero yo no conozco más que ciertas palabras
en el idioma o lápida
bajo el que sepultaron vivo a mi antepasado
(“Silencio cerca de una piedra antigua” di Rosario Castellanos)



LA CANZONE
Questa famosa canzone popolare ha numerose varianti: ho raccolto qui alcune strofe ma sicuramente ne esistono molte altre; il tratto comune è l’invocazione della Donna Piangente come interlocutrice o testimone di pene amorose ed esistenziali. A volte la Llorona è la donna amata, oggetto irraggiungibile di un tormentato desiderio.

La Llorona

No sé que tienen las flores llorona, las flores del campo santo
No sé que tienen las flores llorona, las flores del campo santo
Que cuando las mueve el viento llorona, parece que están llorando
Que cuando las mueve el viento llorona, parece que están llorando
Ay de mí llorona, llorona tu eres mi chunca
Ay de mí llorona, llorona tu eres mi chunca
Me quitaran de quererte llorona pero de olvidarte nunca
Me quitaran de quererte llorona pero de olvidarte nunca
(guitarra)
A un santo cristo de fierro llorona mis penas le conté yo
A un santo cristo de fierro llorona mis penas le conté yo
Cuales no serian mis penas llorona que el santo cristo lloró
Cuales no serian mis penas llorona que el santo cristo lloró
Ay de mí llorona, llorona de un campo lirio
Ay de mí llorona, llorona de un campo lirio
El que no sabe de amores llorona no sabe lo que es martirio
El que no sabe de amores llorona no sabe lo que es martirio
(Guitarra)
Dos besos llevo en el alma llorona que no se apartan de mí
Dos besos llevo en el alma llorona que no se apartan de mí
El último a de mi madre llorona y el primero que te dí
El ultimo a de mi madre llorona y el primero que te dí
Ay de mí llorona, llorona llevame al rio
Ay de mí llorona, llorona llevame al rio
Tapame con tu reboso llorona por que me muero de frío
Tapame con tu reboso llorona por que me muero de frío

Traduzione di Maria Cristina Costantini

Fonte:  saggio di Helena Rivas López, “La Llorona o la Desesperanza de un Pueblo”, pubblicato sulla rivista Razón y palabra, 2003, n. 33 ( “Canzoni contro la guerra”)


Pelle di foca, pelle d’anima: la mia fiaba di riferimento tratta da “Donne che corrono coi lupi”

Il saggio “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estes con la  fiaba “Pelle di foca, pelle d’anima”  illustra magnificamente la profondità del simbolismo della donna-foca. La fusione dell’animale e della donna  rappresenta l’anima selvaggia, il contatto con la forza interiore,  con la concretezza del mondo,  con lo spirito.

La pelle di foca che racchiude il corpo della  donna è  il magico confine,  il simbolo arcaico del contatto con l’istinto,  della capacità di stare nella propria pelle, dell’intuito che allarga la visione, della dignità e  dell’ orgoglio del proprio essere.

La pelle di foca è anima del femminile che deve continuamente essere irrorata dall’acquadel mare per offrire  il dono della consapevolezza e della felicità.

Ma  del simbolo   foca vanno considerate altre caratteristiche forse più prosaiche, ma non meno importanti: prima fra tutte la scivolosità  della pelle…sfuggente, veloce  che rimanda a desideri di fuga e  solitudine, a paura dei   contatti fisici  o sessuali, ad una verginità e ad un isolamento dai desideri altrui.

La foca fugge  immergendosi    nell’acqua dove i suoi movimenti diventano sinuosi ed leggeri, dove mostra una grazia ed una sicurezza che, nei sogni, diventa la prima immagine di un possibile cambiamento.

La fiaba: Pelle di foca, pelle d’anima

In un tempo lontano lontano, perduto per sempre, che mai tornerà, i giorni sono di neve bianca, e in lontananza i minuscoli granelli sono persone o cani oppure orsi. Qui nulla fiorisce spontaneamente. I venti soffiano tanto forti che tutti devono di necessità indossare giacche a vento, stivali e berretti. Qui, all’aperto le parole si congelano, e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto. Qui la gente vive nella bianca ed abbondante capigliatura della vecchia Annaluk, la vecchia nonna, la vecchia maga che è la Terra stessa. E in questa terra viveva un uomo, un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.
Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva beneMa desiderava tanto una compagna umana. Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch’erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, e amorosi, e selvaggi… E allora talvolta sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell’antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa. Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che sullo scoglio possente danzavano delle donne, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d’argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.
Tanto erano belle che l’uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio. Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l’acqua intorno allo scoglio che rideva? L’uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d’acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, quasi così dovesse essere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano. Si nascose dietro uno spuntone e infilo una pelle di foca nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia. Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito…come quella delle balene all’alba…o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera. Che cosa andavano ora facendo le donne?
Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l’altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L’uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: “Sii mia moglie, io sono un uomo così solo”.
“Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto”
“Sii mia moglie” insistette l’uomo ” tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai”.
La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: “Verrò con te, tra sette estati si deciderà”.
Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato. Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l’apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva.
Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole.
E così andarono le cose finchè una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre.
“Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l’ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta” gemeva la donna foca. “devo avere ciò a cui appartengo”.
“E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva”.
E il marito strappò la porta leggera e sparì nella notte.
Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. “Ooooooruk”.
Il bambini a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. “Oooooruk”.
Il bambino aprì l’involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre. Sentiva tutto il suo odore. L’anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d’estate. Si portò la pelle al volto e l’anima di sua madre attraversò di nuovo la sua.
E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente.
“Oh madre non lasciarmi” implorò Ooruk.
Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell’acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.
“Come sono andate le cose lassù figlia?” domandò la grande foca argentea.
La donna foca guardò in lontananza e disse: “Ho ferito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera.”.
“E il bambino?” domandò la vecchi foca. “Il mio nipotino?”. Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.
“Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi”. E pianse. E insieme piansero.
Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l’esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l’antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: “Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni.
Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.
Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito e’ nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Qui finisce la storia.

Questa storia viene raccontata da molte popolazioni: celti, scoti, le tribù indiane dell’America nordoccidentale, le popolazioni siberiane e islandesi. La storia assume vari nomi: la fanciulla foca, la piccola foca, carne di foca.La foca è uno dei simboli più belli dell’anima selvaggia.

Nel mondo della natura le foche sono creature speciali che nei secoli si sono evolute e adattate. Queste creature vengono a terra soltanto per partorire e allevare i piccoli, come nella storia della donna-foca. La foca si dedica intensamente al suo piccolo per circa due mesi, amandolo, proteggendolo e nutrendolo unicamente con le sue riserve. In quel periodo il piccolo, che alla nascita pesa circa 15 Kg, quadruplica il suo peso. Solo allora la madre torna al mare e il piccolo ormai cresciuto è pronto per iniziare una sua esistenza indipendente.

Nel racconto “Pelle di foca, pelle d’anima”, la pelle può rappresentare la natura femminile selvaggia. La pelle di foca rappresenta il contatto con l’anima.

Quando la donna si trova in contatto con la sua anima è pienamente centrata su di sé.

L’autrice intitola questo capitolo “A casa: il ritorno a sé”. Con questo l’autrice vuole intendere che il contatto con l’anima si ha ritornando a casa. Un luogo reale o simbolico dove possiamo metterci in contatto con la nostra anima.

Come la foca perde la sua pelle, così la donna perde il contatto con la sua anima.

Come la foca ritrova la sua pelle, così la donna ritrova la sua anima selvaggia. E come la foca torna nel mare così la donna “torna a casa”.

Che cos’è l’anima?

L’anima selvaggia della donna è intuito, è stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo indipendentemente dai suoi doni o dai suoi limiti, è parlare e agire per proprio conto in prima persona, essere consapevoli, vigili, rifarsi ai poteri femminili innati dell’intuito e della percezione. Riprendere i propri cicli naturali, scoprire a cosa si appartiene, considerare la propria dignità e integrità.

La donna selvaggia, in quanto archetipo, è l’aspetto creativo, fantasioso, artistico e poetico. E’ la fonte del femminino, è tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti. E’ veggenza, colei che sa ascoltare, è il cuore leale, è la fonte, la luce, la notte, l’oscurità e l’alba, la vita e la morte.

Ogni donna lontano dal contatto con l’anima alla fine si esaurisce.

Perdere la pelle.

La pelle di foca è, come si è detto, un simbolo dell’anima. La pelle, oltre a dare calore, fornisce anche un sistema di allarme e di protezione. Negli animali come negli essere umani, il pelo si rizza in risposta a  paure, pericoli, forti emozioni. Nelle culture in cui predomina la caccia, la pelle è insieme al cibo il prodotto più importante per la sopravvivenza. La pelle tiene al sicuro e all’asciutto i bambini piccoli, protegge e riscalda le parti più vulnerabili del corpo.

PERDERE LA PELLE E’ PERDERE LA PROTEZIONE, IL CALORE, IL SISTEMA D’ALLARME, LA VISTA ISTINTIVA.

Perdere l’anima per la donna è perdere l’energia per creare, nella famiglia, nelle amicizie, nei suoi obiettivi, nel suo sviluppo personale e nella sua arte.

L’unico modo che ha la donna per non lasciarsi sfuggire la pelle-anima consiste nel conservare una consapevolezza del suo valore.

NELLA STORIA LA DONNA FOCA SI DISSECCA PERCHÉ RESTA TROPPO A LUNGO SULLA TERRA. Quando una donna resta troppo a lungo lontana “dalla sua casa”, la sua capacità di percepire come si sente dentro comincia ad affievolirsi, persegue quello che gli altri le richiedono di fare e non quello che desidera. Non percepisce quel che è troppo né quel che non è abbastanza, e vive ai limiti.

Nella storia la promessa fatta dall’uomo diventa una promessa non mantenuta. Anche L’uomo è “disseccato” per essere rimasto troppo a lungo nella solitudine. Ma quale donna non riconosce dentro sé questo tipo di promessa non mantenuta? Appena avrò finito di fare questo, potrò andare…. All’inizio della primavera o alla fine dell’estate, me ne andrò…. Antepongono i bisogni degli altri ai loro progetti.

Alcune donne restano in una situazione perché temono che le persone a loro care non comprendano il loro bisogno di tornare “nella propria casa”. Ma una donna, per se stessa, deve saper comprendere questo. Quando una donna va “a casa” secondo i suoi cicli, ad altre persone attorno a lei è richiesto di attivarsi. Il suo ritorno a casa consente anche ad altri di crescere ed evolvere.

Nella storia, invece di lasciare il bambino sulla terra o di portarlo con sé per sempre, la donna-foca porta il bambino a trovare quelli che vivono “di sotto”, sotto il mare. Il bambino rappresenta un essere capace di attraversare entrambi i mondi, sia quello terrestre che quello marino. Occupa pertanto un ruolo speciale, il bambino che è sceso nelle profondità e ne è riemerso è un essere capace di vivere sia nel mondo terrestre (che rappresenta il mondo del bisogno del possesso, della donna che si trasforma in donna guaritrice dei mali del mondo) che nel mondo marino (che rappresenta il contatto con l’anima, l’intuizione, la libertà).