L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Le malizie di Venere

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Le Malizie Di Venere

Savier, ricchissimo giovanotto tedesco, nel corso di una vacanza presso il lago di Ginevra s’innamora perdutamente di Wanda Fontanati, una ragazza spregiudicata e pressoché ninfomane. Tradito, a più riprese, l’uomo non cessa d’amare la donna che copre di regali e porta con sé in Italia. Nella balneare villa ove si accampano, Savier si abbassa a fungere da autista; tollera nuovi tradimenti sino al giorno in cui nel corso di un’orgia viene massacrato il muscoloso vagabondo Bruno La scomparsa di Wanda e delle due cameriere presenti al delitto permette a Savier di farsi processare quale reo confesso del delitto. Difeso ad oltranza e contro le sue disposizioni da un avvocato tenace, il giovanotto innamorato viene scagionato da una delle cameriere che si presenta in extremis denunciando la colpa di Wanda. Savier, liberato ma disperato, passa di nazione in nazione e uccide Wanda quando finalmente la ritrova nei pressi di Barcellona.

GENERE: Erotico
REGIA: Massimo Dallamano
SCENEGGIATURA: Fritz Schultze
ATTORI:
Rex Duvel, Peter Heeg, Renate Kasche, Ewing Loren, Werner Pochath, Mady Rahl, Wolf Ackva, Laura Antonelli
Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Stefan Kruger
MUSICHE: Giampiero Reverberi, Gianfranco Reverberi
PRODUZIONE: VIP ROXY (ITALIA GERMANIA OCCIDENTALE)
DISTRIBUZIONE: MEDUSA – GALA FILM INTERNATIONAL VIDEO
PAESE: Italia 1975
DURATA: 90 Min
FORMATO: Colore CINESCOPE TECHNICOLOR
VISTO CENSURA: 14


La carne – Marco Ferreri

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Impiegato comunale, pianista per hobby in un pubblico locale, divorziato con due figli (se ne occupa la ex moglie), Paolo ricorda spesso sua madre e la Prima Comunione, con la quale gli pare di vivere una esperienza totalizzante nel divino. Nel night dell’amico Nicola conosce la giovane Francesca: opulenta, reduce da un aborto, assolutamente “fisica”‘, malgrado il fascino spirituale subito frequentando un guru indiano. L’intimità scocca fra i due: per Paolo è la vittoria dell’ultrasesso e della fusione che tutto completa ed esalta, fusione che la sacerdotessa gli assicura grazie ad una speciale tecnica orientale, che permette al compagno uno stato di permanente efficienza. I due si rifugiano su di una spiaggia isolata a sud di Roma, dove Paolo ha una casetta. Riempito il frigo di carne e altro cibo, la coppia passa il tempo in amplessi, interrotti solo da una rapida incursione dei due figli in visita a Paolo e da un gruppetto di amici. Ma Francesca è migrante, come le cicogne che volano nei paraggi e ad un dato momento pensa di andarsene in altri lidi, mentre il partner capisce che per “comunicare” davvero non c’è che una alternativa: o amarsi totalmente, o fare a pezzi quel corpo bianchissimo e voluttuoso di donna, metterlo in frigo e mangiarselo in riva al mare davanti al sole. Così, dopo aver fatto animalescamente l’amore nella cuccia del prediletto cane Giovanni, l’ansia insana di Paolo viene appagata.

GENERE: Grottesco

REGIA: Marco Ferreri

SCENEGGIATURA: Marco Ferreri, Liliana Betti, Massimo Bucchi, Paolo Costella

ATTORI:

Sergio Castellitto, Francesca Dellera, Philippe Leotard, Farid Chopel, Petra Reinhardt, Gudrun Gundlach, Nicoletta Boris, Pino Tosca, Sonia Topazio, Clelia Piscitelli, Elena Wiedermann, Eleonora Cecere, Matteo Ripaldi, Daniele Fralassi, Salvatore Esposito

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Ennio Guarnieri

MONTAGGIO: Ruggero Mastroianni

PRODUZIONE: GIUSEPPE AURIEMMA PER M.M.D. PRODUZIONE

DISTRIBUZIONE: CHANCE FILM DISTRIBUZIONE (1991) – PANARECORD

PAESE: Italia 1991

DURATA: 95 Min

FORMATO: Colore PANORAMICA A COLORI

VISTO CENSURA: 14

CRITICA:

“Ferreri ha privilegiato soprattutto il paradosso, non disdegnando, nel comporlo, scherzi e aforismi d’ogni tipo. In più di un risvolto narrativo riesce a farsi seguire con un certo interesse. C’è finalmente Francesca Dellera non doppiata. Non recita, ma dovendo proporsi come oggetto, basta e avanza. (Gian Luigi Rondi, Il Tempo,10/5/91).”Se il film fa venire buon appetito è grazie alla sua tenuta spettacolare, tutta affidata alla stravaganza, alla vivacità dell’andamento, al surrealismo delle situazioni. Il maggior dono del film è comunque Francesca Dellera; è il simbolo prezioso d’una femminilità sublimata dall’estremo sacrificio infantile e materna nella sua ghiottoneria. (Giovanni Grazzini, Il Messaggero, 10/5/91).”Ferreri insegue troppi temi che non hanno un logico sviluppo. E la sua estrema sfida consiste nel consegnarci un film divertente, sgangherato e onnicomprensivo. (Irene Bignardi, La Repubblica, 10/5/91).”Che il film sia divertente, non direi proprio. Al di là di certi passaggi, è opaco, stiracchiato. Neppure tanto preciso nel suggerire il “sugo” della storia. (Francesco Bolzoni, Avvenire,11/5/91).

NOTE:

REVISIONE MINISTERO FEBBRAIO 1993 – REVISIONE MINISTERO APRILE 1993.


Paprika – Tinto Brass

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Nel 1957 dando retta ai consigli del fidanzato Nino, la diciottenne Mimma lascia Pola per passare quindici giorni in una casa di tolleranza diretta da Madame Colette: solo quindici, tanto da fare un pò di soldi, sposarsi e metter su casa. Inesperta ma passionale, la giovane, soprannominata Paprika, il mestiere di prostituta lo apprende velocemente, mettendovi un impegno sfrenato. Allontanato Nino, che da lei vuole solo soldi in abbondanza, Mimma conosce Franco, baldo ufficiale della Marina Mercantile e per lui, facendo sogni di viaggi in mari esotici e di un ben diverso avvenire, continua per molto tempo la sua attività percorrendo la Penisola accolta in numerose “case” di lusso, dove concede i suoi “favori” anche allo zio Lele. Dopo l’interruzione di una gravidanza ha modo di conoscere e sposare il lombardo conte Bastiano, il quale muore subito e le lascia, con il titolo, tanto denaro ed una splendida villa sul lago di Como. Dopo aver acquistato un vaporetto quale suo dono per le nozze con Franco, Mimma, nel 1958, al momento dell’entrata in vigore della legge Merlin che elimina le case di tolleranza porta champagne ed allegria alle “signorine” di una “casa” di Milano, già sue amiche e compagne.
Regia: Tinto Brass
Paese: Italia 1990
Uscita Cinema: 1990
Durata: 111 Min


Scandalosa Gilda

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Disgustata e sconvolta dopo aver sorpreso e spiato il marito con l’amante, una donna prende l’auto e lascia Roma verso il Nord. Sull’autostrada incontra un tipo gioviale e discorsivo (è un disegnatore di cartoni animati), i due simpatizzano ed è a lui che la donna freddamente si offre. Cominciano così 24 ore di inviti e di ripulse, di offerte e di perversioni: lui per strappare alla sconosciuta (di cui fa presto ad innamorarsi) ogni suo segreto, lei per umiliarlo ed umiliarsi allo stesso tempo. Finché all’alba del giorno successivo l’auto dell’uomo sbanda e precipita in un viadotto. Morto lui, il suo strano compagno di avventura e di preda, la donna allucinata chiede un passaggio per tornare a Roma.

GENERE: Drammatico
REGIA: Gabriele Lavia
SCENEGGIATURA: Gabriele Lavia, Riccardo Ghione
ATTORI:
Pina Cei, Sacha Maria Darwin, Italo Gasperini, Monica Guerritore, Gabriele Lavia, Jasmine Maimone, Dario Mazzoli
Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Mario Vulpiani
MONTAGGIO: Daniele Alabiso
MUSICHE: Giorgio Carnini, Giuseppe Caruso
PRODUZIONE: GLOBE FILMS DANIA FILM FILMES INTERNATIONAL NATIONAL CINEMATOGRAFICA
DISTRIBUZIONE: DMV – MITEL, DELTAVIDEO, AVO FILM
PAESE: Italia 1985
DURATA: 85 Min
FORMATO: Colore PANORAMICA A COLORI
VISTO CENSURA: 14

“Delirante pastrocchio erotico del giovane eretico Gabriele Lavia che, messi temporaneamente da parte Checov e Sofocle, inventa la filosofia applicata agli slip. Nel senso che per ogni indumento intimo ammainato viene declamato un dogma metafisico. La conturbante Monica Guerritore si spoglia, ansima, e si contorce con grande voluttà. Forse è un allenamento per Pirandello”. (Massimo Bertarelli, ‘Il giornale’, 16 febbraio 2001)


Diavolo in corpo

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Giulia (Detmers) ha avuto il padre assassinato dalle Brigate Rosse ed è innamorata di un “pentito”. Non paga di questa contorta situazione si lascia travolgere dalla morbosa passione per uno studente, Andrea (Pitzalis). Film più pretenzioso che impegnato, ricco se non altro di scene di sesso.
Fidanzata con un terrorista pentito che forse è responsabile dell’uccisione di suo padre, commissario di polizia, Giulia Dozza, nevrotica depressa, vive l’amore come una sfida, una sofferenza o una rassegnazione, anche quello col liceale Andrea, figlio del suo psicanalista. 1° film sull’Italia del post-terrorismo, è disarmonico e claudicante, diviso tra l’inseguimento personale di sogni e ossessioni e la spinta a fare i conti con la realtà sociale. Ricco di momenti inquietanti (la sequenza d’apertura) e cadute di tono, fu un mezzo fiasco di pubblico e critica. È ricordabile per la presenza fisica dell’olandese M. Detmers (1962), doppiata da Anna Cesarini che, però, le lascia gemiti erotici, sospiri, risa e pianti, e per la fellatio, eliminata nell’edizione TV e oscurata in quella in videocassetta. Scritto dal regista con Enrico Pelandri ed E. De Concini. Musiche di Carlo Crivelli, funzionali come le luci e la fotografia di Beppe Lanci, premiata con un Ciak d’oro.

Altri titoli:Le diable au corps
Teufel im Leib
Nazione: ITALIA
Anno: 1986
Genere:DRAMMATICO
Durata: 115
Vietato: 18 anni
Colore: C
Produzione:LEO PESCAROLO PER L.P. FILM, ISTITUTO LUCE, ITAL NOLEGGIO CIN.CO (ROMA), FILM SEXTILE, AJ FILM, FR3 (PARIGI)Distribuzione:ISTITUTO LUCE – ITAL NOLEGGIO CINEMATOGRAFICO – RICORDI VIDEO, PANARECORD, MEDUSA VIDEORegia:Marco BellocchioCast:Maruschka Detmers (Giulia)Federico Pitzalis (Andrea)Anita Laurenzi (Signora Pulcini)Riccardo De Torrebruna (Giacomo Pulcini)Alberto Di Stasio (Raimondi)Catherine Diamant (Signora Raimondi)Anna Orso (Signora Dozza)Claudio Botosso (Don Pisacane)Lidia Broccolino (Terrorista)Stefano Abbati (Terrorista)Germano Basile Brunella Casolari Luciano D’Amico Lorenzo D’Avanzo Raffaele De Nuccio Viviana Fedeli Claudio Lorimer Alessandro Partexano Riccardo Plati Oreste Rotundo Claudio Spadaro Marco Maggioni Francesco Firpo Doris Gean Foster Claudio Picariello Pietro Sanavio Maria Toesca Roberto Tozzi Soggetto:Marco Bellocchio, Enrico PalandriSceneggiatura:Marco Bellocchio, Ennio De ConciniMontaggio:Mirco GarroneScenografia:Andrea CrisantiFotografia:Giuseppe Lanci, Fabio Conversi (operatore)Musiche:Carlo CrivelliCostumi:Lina Nerli Taviani, Giorgio Armani (abiti di Maruschka Detmers)


The Libertine

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The Libertine racconta la vera storia del conte di Rochester, amico e confidente di re Carlo II. Giovane, spregiudicato e dalla vita sessuale assai movimentata, si diletta nello stuzzicare i membri della famiglia reale con spietato cinismo, ma ne guadagna il rispetto grazie ad uno spirito arguto. Mentre il re Carlo II si impegna a salvare la stabilità della monarchia, minacciata dalle agitazioni dei cattolici, Rochester si invaghirà di una giovane attrice che lo porterà alla rovina.

Dal buio compare un bellissimo Johnny Depp in versione tardo secentesca ad avvisare le signore che non piacerà loro affatto e che niente farà a tal fine. E, nonostante la scarsa credibilità di tale enunciato, riuscirà perfettamente nello scopo nelle due ore del film. In tutti i sensi. Il personaggio incarnato da Depp è John Wilmot, secondo conte di Rochester, poeta alla corte di Carlo II in Inghilterra, in un momento storico in cui il vizio e la lussuria regnano più del Re. E Wilmot di tanta decadenza è non solo compiaciuto: ne è una vera e propria incarnazione, l’uomo “alla moda” del tempo. Il Re confida in lui e gli commissiona una commedia teatrale che delizi i diplomatici francesi. Wilmot lo ripaga con un assurdo pastiche surreal-pornografico che manda in bestia il Re. L’autore si dà alla macchia, lasciando la godereccia Londra e la giovane attrice di cui si è innamorato (se è lecito il termine). Non sarà né il re, né la moglie dal cuore infranto, né la giovane artista a prenderselo, ma la sifilide. Chi ha mestiere ne ha messo, in questo esordio di Dunmore: Johhny Depp con la consueta dedizione, affiancato da un discreto John Malkovich (Re Carlo) e da una Samantha Morton indigesta fin dalla prima apparizione. Il contesto è una Londra, città e campagna, fumosa ed ebbra di vizio e perdizione, fotografata in tinte fosche che ricercano la luce di candela, riuscendovi ma risultando opprimente alla lunga. Frasi a effetto ma sconnesse, dialoghi messi insieme a martellate, voragini di senso, avvelenano la materia prima fornita a Johnny Depp perché potesse costruire un personaggio laido ma attraente. L’attore c’è, ed è più affascinante del personaggio che interpreta. Il che non è un bene.

SCHEDA DEL FILM

Titolo: The libertine

Titolo originale: The libertine

Nazionalità: Gran Bretagna

Anno: 2004

Genere: Drammatico, Commedia

Regia: Laurence Dunmore

Produzione: Lianne Halfon, John Malkovich, Russell Smith

Distribuzione: Mediafilm


Kama Sutra: A tale of love

Goditi “Kamasutra – A tale of love” (parte 1)

Goditi “Kamasutra – A tale of love” (parte 2)

La principessa Tara e la sua amica non nobile Maya, vergini, crescono come amiche. La prima va in sposa, poco amata, al lascivo rajah Raj Singh che, invece, è sedotto da Maya, più brava di lei nell’imparare le tecniche erotiche del Kamasutra, anche se innamorata dello scultore Jai. Epilogo funesto.

Al suo quarto film, l’indiana Mira Nair, in declino dopo il bell’esordio in Salaam Bombay, si è ispirata al trattato di erotica del 4°/5° secolo d.C. attribuito a Mallanaga Vatsyayana. Ne ha tratto una sorta di melodramma amoroso che, pur nella sua squisita eleganza cromatica, risulta discontinuo, qua e là goffo e succube delle esigenze di una produzione cosmopolita. Passa per un film di intenzioni femministe, ma nel fondo risulta piuttosto conservatore.

 « per tutta la vita ho avuto cose che tu avevi già indossato, ora tu avrai qualcosa che ho usato io… per tutta la vita. »

Titolo originale: Kama Sutra: A tale of love

Anno: 1996

Paese: India, UK

Genere: Drammatico, Storico, Romantico, Erotico

Durata: 110 minuti

Regia: Mira Nair

Cast: Indira Varma, Sarita Choudhury, Ramon Tikaram, Naveen Andrews


Le età di Lulù

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Qualche normale desiderio sessuale Lulù ce l’ha, tanto più che è infatuata del ben più maturo Pablo (lei è appena quindicenne). Ma ecco che Pablo insidiosamente si trasforma in seduttore, portandola da prima in auto e poi a casa per giochi strani e perversi. I due si sposano e il sesso diventa tutto, in un’ esaltazione reciproca. Pablo però è un pervertito: il sollazzo si arricchisce e si fa più torbido e sfacciato, includendo nel gioco sfrenato Ely, un travestito. I turbamenti della ragazza sono ora la scoperta vogliosa e incessante di esperienze sempre più turpi e folli. D’intesa con il consorte, una sera ad una festa Lulù accetta di darsi ad uno sconosciuto, ben presente e attivo il marito. Lulù ha gli occhi bendati, ma alla conclusione la benda cade e il fruitore ignoto si scopre essere il fratello (che sempre ha trovato la sorella bellissima). Scioccata, ma ogn’ora preda di stimoli sessuali inconfessabili, la donna si concede in incontri occasionali e brutali, frequenta un locale gay, vivendo per di più le sensazioni che un trio le offre coinvolgendola nella eccitazione. Infine scende ancora di più nella degradazione, offrendosi nel ruolo di vittima legata in un incontro sado-maso, con spettatori più che viscidi. Per salvarla da questa estrema turpitudine, Ely, recatosi nel locale, ci rimette la vita dopo aver chiamato in tempo la polizia e Pablo. Nell’abbraccio fra i due con il ritorno a casa, forse tra le lacrime c’è il bagliore di una luce di speranza.

GENERE: Drammatico

REGIA: Bigas Luna

SCENEGGIATURA: Bigas Luna, Almudena Grandes

ATTORI:

Francesca Neri, Óscar Ladoire, María Barranco, Fernando Guillén Cuervo, Ángel Jovè, Rosana Pastor, Javier Bardem, Pilar Bardem

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Fernando Arribas

MONTAGGIO: Pablo González del Amo

MUSICHE: Carlos Segarra

PRODUZIONE: ANDRES VICENTE GOMEZ, IBEROAMERICANA FILMS INTERNATIONAL – APRICOT

DISTRIBUZIONE: DARC – IBEROAMERICANA FILMS (SPAGNA) – RICORDI VIDEO, BMG VIDEO, MEDUSA VIDEO (PEPITE)

PAESE: Spagna 1990

DURATA: 94 Min

FORMATO: Colore PANORAMICA A COLORI

VISTO CENSURA: 14

SOGGETTO:

Tratto dall’omonimo romanzo di Almudena Grandes

“Bigas Luna ha messo in fila, una dopo l’altra, quasi solo delle scene erotiche, dando vistoso risultato ad immagini e a suoni che di solito, in questi ambiti, anche il cinema più spinto, se non è quello “a luci rosse”, tende ad evitare. Spiace di trovare in mezzo a tanto fango un’attrice come Francesca Neri. (Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 23/4/91). “Il film di Bigas Luna, non segue del tutto fedelmente il romanzo. È costruito in maniera cronologica senza salti nel tempo, trascura l’elemento politico e intinge nel melodramma prima di concludersi moralisticamente in un convenzionale happy end. Timida e disinibita, disarmata e inquietante Francesca Neri sfodera una bella stoffa d’attrice che speriamo trovi il modo di maturare.” (Alessandra Levantesi, La Stampa, 25/4/91).”Il film, evaso dalla cronaca, cerca tardivamente uno sbocco nel melò. Il regista si impegna a lucidare, abbellire e omogenizzare tutto. E l’italiana Francesca Neri rivela un’eccellente fotografia se vuole affermarsi come attrice, però, il prossimo film dovrà farlo vestitissima.” (Tullio Kezich, Il Corriere della Sera, 4/5/91).”Film bruttino e monocorde e condotto dal regista con toni cattivi, violenti, maledetti, nel rappresentare la discesa della donna nelle perversioni del sesso.” (Alfio Cantelli, Il Giorno).”Disgustoso, e oltre modo noiosissimo, pasticciaccio erotico dello scostumato spagnolo Bigas Luna, che mesta nel torbido strizzando l’occhio ai guardoni con ogni sorta di depravazione sessuale. La graziosa e irrequieta Francesca Neri, costretta a un ruolo scabroso, si dimostra bravina. Addirittura bravissima quando è nuda”.


Malizia, Laura Antonelli

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Malizia è un film del 1973 diretto da Salvatore Samperi, girato ad Acireale.
Con un sorprendente incasso di oltre 5 miliardi di lire, è stata una delle più fortunate commedie erotiche all’italiana, il modello per innumerevoli film successivi, il maggior successo economico di Samperi e l’affermazione di Laura Antonelli come icona erotica.

Acireale, anni cinquanta. Il commerciante di tessuti Ignazio La Brocca, rimasto vedovo con tre figli da crescere, trova nella domestica Angela La Barbera, assunta dalla defunta moglie e arrivata da loro il giorno stesso del funerale della moglie, la donna ideale da sposare: un perfetto angelo del focolare, dai modi pudichi e dal corpo procace.
L’attraente domestica suscita però anche l’interesse dei due figli più grandi. Mentre il maggiore, il diciottenne Antonio, dopo aver visto respinte le sue insistenti attenzioni e aver scoperto le mire del padre si fa da parte, il quattordicenne Nino, profondamente infatuato della donna, le fa una corte incessante e ne ostacola il matrimonio con il padre, già osteggiato dall’arcigna nonna materna, inventandosi le apparizioni del fantasma della madre defunta.
In una notte di tempesta, in assenza del “promesso sposo” Ignazio, recatosi dalla madre per ottenerne il benestare al matrimonio, Angela, esasperata dalla serie crescente di giochi erotici a cui Nino l’ha costretta, cede infine ai desideri del ragazzo e si concede completamente a lui.
Una volta soddisfatta la propria ossessione adolescenziale, Nino abbandona ogni interferenza e il matrimonio, così “benedetto”, può essere celebrato.


The pet. La sottomissione di Mary

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Lei, Mary, è una donna piena di problemi. Il suo negozio di fiori sta fallendo miseramente preda della concorrenza più spietata, la relazione con il fidanzato, un bel ragazzo giovane, ma sostanzialmente violento e poco attento alle sue esigenze, è arrivata ormai alla frutta. Non bastasse tutto questo le muore anche il gatto e il veterinario che conserva le povere spoglie mortali della misera creatura chiede cinquecento dollari per la restituzione della salma.

Lui, Philip, si presenta come un filantropo aristocratico pieno di soldi. Ha una villa con giardino, fontana a più piani e tanto di cameriera che toglie la polvere in tutte le stanze. La moglie (o amante) non è praticamente mai in casa per cui è libero di fare come gli pare. Della serie “dura la vita del milionario” l’uomo vede sconvolta la sua tetra esistenza di agi e lussi dalla morte dell’amato cane, un setter che faceva tutto quello che il padrone voleva.

L’incontro tra i due avviene, dunque, nel pieno dell’elaborazione dei rispettivi lutti. L’uomo capisce il dolore della ragazza per la prematura dipartita del felino e si offre di regalarle i soldi necessari al recupero degli “amabili resti”. Di più: le regala un posto nel giardino dove poter seppellire la povera creatura, tra corone di fiori e lacrime di foscoliana memoria. Poco ci manca all’erezione di una stele funeraria di tre metri con gatti angelo che suonano la lira in un paradiso di topi.

Lungi da noi voler ironizzare sul dolore per la perdita di un cucciolo. Fatto è che questi primi trenta minuti di film, forse anche per la fotografia digitale assai poco curata e per la pochezza degli interpreti, suona di un falso da far accapponare la pelle.

Comunque, nel raccontarsi il rispettivo dolore tra foto di animali e il pensiero del fidanzato che ha ancora le chiavi di casa e vuole solo scopare, i due cominciano a parlare di cose strane. Mary sembra volitiva, ma in fondo è fragile e remissiva, come un cucciolo che abbaia contro gli estranei, ma dal padrone vuole solo le coccole e le carezze dietro le orecchie. L’uomo da parte sua vorrebbe addestrare un altro animale, ma sente che il suo cuore già provato non reggerebbe ad un’altra perdita. E i cani hanno il difetto di vivere così poco! Di qui alla fantasia sadomaso il passo è breve: Mary accetta di fare da cane al nuovo padrone (dietro lauto compenso, ma lei confessa candida che non lo fa certo per soldi). Di lì in poi, dopo la firma del contratto, lei girerà per la casa di lui completamente nuda e a quattro zampe, rinuncerà alla parola, indosserà un collare e farà i propri bisognini nei momenti che il padrone ritiene più opportuni.

Ci sono scene agghiaccianti in The pet. E non sono tanto quelle delle donne chiuse in gabbia che abbaiano o dei guinzagli legati al collo. Anzi da questo punto di vista è notevole lo sforzo di deeroticizzare completamente il corpo femminile restituendolo ad una condizione “naturale”. Non fa quasi effetto vedere Mary sdraiata per terra sotto il divano del padrone. Il suo corpo, piuttosto bello, viene vissuto, dagli altri personaggi come dalla spettatore, nella sua dimensione fisica, come un corpo senza sesso, assume, privato com’è della parola come della malizia ad essa connessa, una connotazione infantile che respinge ogni sguardo sessualizzato.

Le scene veramente agghiaccianti sono quelle della stipula del contratto, della lettura delle postille, delle formalità legate alla rinuncia della carta di identità. Il contratto che priva la donna della sua identità, ha davvero valore legale, richiede la firma di un notaio condiscendente.

Il lato agghiacciante è che di questi contratti se ne stipulano per davvero e che la riduzione dell’uomo a cucciolo è solo l’anticamera per il commercio degli organi. Del resto un cartello proprio ad inizio film ci informava che lo stesso è tratto da una storia vera.

La ricostruzione degli eventi, portata avanti con un occhio che pensa al porno e un altro che cerca l’empatia disturbante (del resto Mary firma il suo contratto in piena consapevolezza e si riduce a schiava perché lo vuole e non perché costretta) segue le tracce di un film che per lo più lascia perplessi.

A guardarlo senza i titoli sembra l’esperimento digitale di un giovane regista che pare voler pensare a Cronenberg (anche Rabid guardava al porno). Epperò la storia esemplare e un poco disturbante è racchiusa tra cartelli che, all’inizio e alla fine del film, ci parlano di schiavitù moderna e dell’orrore della tratta. L’apologo, in questo modo, risulta orientato verso la più bieca esemplificazione e si porta dietro la condanna (ovviamente necessaria e giusta) di chi applica il commercio umano. Lo spettatore può, così, guardarsi le scene sadomaso in una posizione per così dire protetta dal moralismo che tutto guida. Il regista ci mostra l’abominio, ma lo fa per insegnarci qualcosa. Noi spettatori lo guardiamo perché sappiamo che quell’orrore non ci riguarda e che non cercheremmo cuccioli di uomo nemmeno se la nostra figlioletta di sei anni avesse bisogno di un cuore nuovo. Così non ci rendiamo conto che vedendo questo film diventiamo condiscendenti. Spento il lettore dvd non possiamo più dire di non sapere che certe cose succedono per davvero. Eppure ce ne torniamo alla nostra vita come niente fosse.

E diventa difficile capire se è più immorale questo nostro atteggiamento o il film che, con le sue scelte estetiche, ci permette di assumerlo senza troppi dolori.

Titolo : The Pet La sottomissione di Mary

Paese,Anno : Stati Uniti, 2006

Regia : D. Stevens

Cast : Pierre Dulat; Andrea Edmondson; Sommer Nguyen; Steven Wollenberg; Magi Avila; Lydia McLane; Carole Lieberman

Genere : Thriller

Film per tutti

Produzione : Cecchi Gori Home Video, 2007


Emmanuelle

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Emmanuelle, giovane parigina, raggiunge il marito diplomatico a Bangkok. Emmanuelle è molto innamorata di Jean, il marito, ed è convinta che il vero amore esiga un rapporto sessuale privo di qualsiasi inibizione; si mette così alla ricerca di tutto ciò che può ampliare i suoi orizzonti. Parte con Bee, una bella archeologa che la seduce ma poi l’abbandona. Tentata dalla matura Ariane e dalla giovanissima Mariane, decide poi di darsi a Mario, filosofeggiante ed omosessuale, che la spinge verso uomini insignificanti e privi di attrattive. Alla fine, frastornata e confusa, Emmanuelle chiede al marito di riportarla a Parigi, dove spera di trovare la sua vera identità

L’inevitabile debutto cinematografico avviene nel 1973. A dare corpo al romanzo sono Just Jaeckin (regista) e Sylvia Kristel (interprete). Emmanuelle fa registrare il più grande successo sexy di tutti i tempi (10 anni di programmazione ininterrotta in una sala di Parigi). Successo, francamente, imprevedibile in quanto Jaeckin dà un taglio al film prettamente fotografico. Il romanzo dell’Arsan è stravolto, non rintracciabile. Jaeckin ha paura della censura ed allora elabora un film dall’immagine elegante e niente più. Sylvia Kristel seminuda, con pizzi sempre bene in vista, fa pensare a un erotismo salottiero, da tavolino, patinato, decadente. A parere di chi scrive il film Emmanuelle, che ricalchi il romanzo, non è ancora uscito. Altri film su Emmanuelle sono usciti e tutti contrassegnati dalla doppia “m” che costituisce il marchio di fabbrica. Di questi citiamo volentieri l’Antivergine, Goodbye Emmanuelle, senz’altro il migliore, e, poi, Emmanuelle 4, 5, 6 e così via. In tutti questi film, l’asso portante è dato dal binomio erotismo-esotismo. Le performance extraconiugali della libertina Emmanuelle si svolgono in un contesto esotico, lussuoso, lussurioso e pieno di tentazioni irresistibili, ma levigato, sottolineato da una fotografia splendida ma calligrafica. In breve, di genuino e spontaneo non vi è nulla. Neanche la Kristel convince. E’ una bellezza fredda, ancorché ammaliante. Le sue apparizioni cominciano a diradarsi dal quarto episodio della serie, dove con il pretesto di un’operazione chirurgica viene «sostituita» da Mia Njgren, bella ogni oltre dire, ma fredda al pari della Kristel. Vi è, però da domandarsi, se detta freddezza è voluta o meno. La stessa Emmanuelle del romanzo, in fondo, programma scientificamente le sue avventure. Tanto che si rammarica di non essere riuscita a contare gli amanti che in una notte l’hanno posseduta o il numero dei loro getti di sperma sulla sua lingua. Il trionfo dell’Emmanuelle cinematografica scatena negli anni settanta un’abbondante produzione apocrifa, che si distingue per il mancato raddoppio della consonante del titolo. Tale produzione la si deve per la maggior parte al regista italiano Joe D’Amato (pseudonimo di Aristide Massaccesi). La serie realizzata in Italia è chiaramente più esplicita e piccante di quella originale e, a torto, è classificata come pornografica anziché erotica. Emmanuelle cambia nome, Emanuelle, e il colore della pelle. Non ha più un marito da tradire, lavora come fotoreporter (sexy, naturalmente) e di conseguenza viaggia per il mondo da sola, con pretesti professionali. Da Emanuelle nera (Adalberto Albertini, 1975) in poi, con pochissime eccezioni, l’eroina nostrana è interpretata da Laura Gemser, senz’altro più eccitante della Kristel. Negli anni Ottanta, Bruno Mattei rilegge per l’ultima volta il personaggio in chiave di sesso & sadismo. La firma della Arsan ricompare al di fuori della prima serie solo in Lettere ad Emmanuelle (1976), tratto da una sua novella intitolata Néa. Ma qui l’avventuriera funge solo da punto di riferimento per un’adolescente che vuole sfondare nel mercato editoriale con un romanzo erotico.

Titolo originale: Emmanuelle

Nazionalità: Francia

Anno: 1973

Genere: Erotico

Regia: Just Jaeckin

Produzione: Yves Rousset-Rouard Cineriz

Sceneggiatura: Emmanuelle Arsan Jean-Louis Richard

Fotografia: Richard Suzuki

Colonna Sonora: Pierre Bachelet

Montaggio: Claudine Bouché

Distribuzione: Universal Pictures

Cast: Alain Cuny, Sylvia Kristel, Marika Green, Daniel Sarry, Christine Boisson


Tokio Decadence

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Ai (Miho Nikaido) è una giovanissima prostituta specializzata in prestazioni sadomaso, ossessionata dal ricordo del suo primo amore. È disposta ad accettare ogni sorta di umiliazione, ma si rivela alla fine ben più dignitosa di tutti i suoi clienti.

Tratto dal romanzo “Topâzu” del regista e scrittore Ryu Murakami, Tokyo decadence descrive con fredda e lucida accuratezza i più estremi usi e costumi sessuali giapponesi, con pratiche di sesso sadomaso mescolate a scene di autentico squallore metropolitano.

In una Tokyo in piena decadenza, giovani schiave del sesso a pagamento tentano di conservare un briciolo di dignità tra un incontro erotico e l’altro. Tutto ciò che trovano, però, è umiliazione, perversione, brutale sopraffazione fisica e il più assoluto vuoto emotivo e sentimentale. Non ci sono tracce di umanità nella capitale giapponese, e l’unica via di fuga è riposta nel passato, nel ricordo di un’infanzia spensierata che diventa una mitica età dell’oro, o nella disperata e vana ricerca del vero amore. Nelle pagine di Tokyo Decadence il ritratto spietato e lucidissimo di una degradante discesa agli inferi collettiva, sullo sfondo di una metropoli alienante che riduce le persone a semplici corpi, strappando loro l’anima.

Capolavoro erotico della letteratura giapponese postmoderna, finora inedito in Italia, è l’opera più significativa e famosa di Ryu Murakami, che nel 1991 ne ha tratto un celebre, discusso e bellissimo film.

Regia:Ryu Murakami

Cast

Miho Nikaido

Sayoko Amano

Tenmei Kanou

Dati

Titolo originale: Tokyo Decadence

Anno: 1991

Nazione: Giappone

Produzione: Lucky Red

Durata: 112 min

Genere: erotico


L’amante

Goditi il film “L’amante” on line

 

Una quindicenne, figlia di una francese divenuta povera a causa di investimenti sbagliati in Indocina, nel 1929, nel periodo degli studi in un collegio, conosce un ricco e nullafacente trentenne cinese. L’adolescente si lascia sedurre ed amare dall’uomo, ma stabilisce che egli potrà avere solo il suo corpo. I loro incontri sono occasionali, ma con il passare del tempo sono sempre più frequenti, infatti questi affitta anche una stanza nelle prossimità del mercato. L’attrazione irresistibile sembra essere protagonista assoluta, il “cinese” la fa entrare in un mondo che per lei era sconosciuto. Anche se i due non si sono proposti e promessi nulla di più dei rapporti fisici, le difficoltà sono all’ordine del giorno: sia i professori, sia la madre ed il fratello maggiore di lei, come il padre di lui, non vedono di buon occhio il proseguire di tale rapporto. Ma i soldi fanno la differenza e così, tra cene imbarazzanti, umiliazioni e soldi, la relazione prosegue. Essendo il tutto iniziato tra i due senza propositi comuni, ambedue sono consci che per la loro differenza di tradizioni e stato sociale non consente loro un futuro: neppure si illudono di averne uno. Il “cinese” deve accettare le convenzioni sociali che finiscono per prevalere sull’amore: è costretto a sposarsi con una giovane che non conosce e quindi a rinunziare alla passione. La coppia che pensava fosse soltanto sesso sfrenato, comprende che in realtà era amore. L’adolescente decide di imbarcarsi per la Francia, patria della sua famiglia, che non ha mai visto e con tradizioni che non conosce veramente. Sul traghetto che la porterà lontano da lui comprende di averlo amato. E dopo anni, divenuta adulta, in Francia, il suo pensiero è rivolto al suo perduto amore: “Quell’amore si era perso nella storia come acqua sulla sabbia”.

“L’amante”, tratto dal romanzo di Marguerite Duras e diretto dal regista Jean-Jacques Annanud, più noto per “Il nome della rosa”, “L’orso” e “Sette anni in Tibet” non ha ottenuto un grande successo nonostante la raffinata messa in scena e l’accentuato erotismo. Molti hanno criticato il film poiché il regista si è affidato maggiormente alla fotografia, alla ricerca dei particolari, trascurando i dialoghi e risultando così meno fedele al racconto originale del romanzo. Forse queste critiche hanno dimenticato che il cinema non è teatro e quindi fedele alla scrittura, ma ha un suo linguaggio particolare che varia per la sensibilità della regia. Infatti la pellicola si distingue per lo stile; il film risulta un conflitto fra ragione e sentimento, con l’idea del rifiuto del corpo, della difficoltà che ha la mente di accettare la naturalità e l’istintività del desiderio. L’occhio, le immagini, e la cura dei particolari riportano a livello visivo la passione ed il dialogo fisico dei due protagonisti. L’apparente distacco di certi gesti della fanciulla per l’amante cinese è palesemente contraddetto quando i loro corpi nudi dialogano: fanno capire che il tutto era una sorta di difesa poiché, nonostante la giovane età, ella è consapevole delle barriere sociali e razziali. Egli tenta di andare contro le tradizioni per seguire il suo cuore, ma le tradizioni sono più forti, ma non riescono a cancellare dal suo cuore il suo amore travolgente. Non vi è mai volgarità anche se sono numerose le scene che rappresentano i loro rapporti fisici: si respira un’ardente sensualità. I colori sono sbiaditi e delineano velate malinconie, forse perché racconta di un amore nato per gioco e per curiosità. Sensualissima è la scena di seduzione nel taxi, giocata solo sulle mani dei due, nel loro imbarazzato primo incontro. Particolare è il fatto che i loro nomi, che definiscono identità, non vengono mai svelati, neppure dalla voce fuori campo che nella versione originale è di Jeanne Moreau.

L’Amante – L’Amant – The Lover di JEAN-JACQUES ANNAUD (1991)

Durata: 112’
Origine: FRANCIA
Produzione: BURRIL PRODUCTIONS-FILMS A2
Produttore: Claude Berri
Cooproduttori: Timothy Burrill, Jacques Tronel
Produzione Management: Alfred Lott, Christine Raspillère
Distribuzione:PENTA FILM – PENTAVIDEO, MEDUSA VIDEO (PEPITE)
Soggetto: tratto dal romanzo di Marguerite Duras
Sceneggiatura: Jean-Jacques Annanud, Gérard Brach
Fotografia: Robert Fraisse
Interpreti: Jane March, Tony Leung ka-Fai, Frédérique Meininger, Arnaud Giovanninetti, Melvil Poupaud, Lisa Faulkner, Raymonde Heudeline, Xiem Mang, Philippe Le Dem, Ann Schaufuss, Quach Van An, Tania Torrens, Raymonde Heudeline, Yvonne Wingerter, Do Minh Vien, Hélène Patarot, Jeanne Moreau, Frédéric Auburtin, Alido H. Gaudencio, Vu Dinh Thi, Truong Thu, Nguyen Thi Cam Thuy, Lu Van Trang, Vu Kim Trong, Lauren Williams
Montaggio: Noëlle Boisson
Assistente alla regia: Isabelle Henri
Assistente alla fotografia: Alain Herpe
Assistente al montaggio: Diane Logan
Direzione artistica: Olivier Radot
Art design: Mat Troi Day, Sophie Martel, Maxime Rebière
Produzione Design: Hoang Thanh At
Effetti Speciali: Georges Demétrau
Effetti Visivi: Alan Church
Musiche: Frédéric Chopin con “Waltz b-minor, opus 69, No.2”
Musiche Originali: Gabriel Yared
Suoni: Christian Wangler
Scenografia: At Hoang
Casting: Francine Cathelain, Olivier Mergault, Joanna Merlin, Patricia Pao
Costumi: Yvonne Sassinot de Nesle, Jean-Daniel Vuillermoz


Le relazioni pericolose

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Nella Francia del XVIII secolo, il cinico e libertino visconte di Valmont complotta con la spietata marchesa de Merteuil per sedurre la giovanissima e illibata Cécile de Volange, e nel frattempo si impegna a conquistare per scommessa una rispettabile donna sposata, madame de Tourvel. Ma per sua sfortuna il visconte commette un errore imperdonabile… innamorarsi della propria vittima.

Tratto dal celeberrimo romanzo epistolare “Les liaisons dangereuses” di Pierre Choderlos de Laclos (già portato sul grande schermo da Roger Vadim nel 1959), “Le relazioni pericolose” è il primo film americano del regista inglese Stephen Frears, che per la trasposizione cinematografica dell’opera di Laclos si è basato sull’eccellente sceneggiatura di Christopher Hampton, autore a sua volta di una fortunata riduzione teatrale del romanzo stesso. Accolto da un clamoroso successo di critica e di pubblico e vincitore di tre premi Oscar per la sceneggiatura, la scenografia e i costumi, “Le relazioni pericolose” è un torbido dramma sentimentale ambientato nella Francia sfarzosa ed opulenta di fine Settecento, che si avvale di una magistrale ricostruzione d’epoca (scenografia di Stuart Craig, costumi di James Acheson), della magnifica fotografia di Philippe Rousselot, di una splendida colonna sonora composta da George Fenton e soprattutto di tre straordinari interpreti.

La trama del film di Frears ruota attorno alle vicende e agli ambigui rapporti che legano i tre personaggi principali: l’affascinante e spregiudicato visconte di Valmont (John Malkovich), nobile annoiato e seduttore per professione; l’astuta marchesa de Merteuil (Glenn Close), sua complice nonché ex-amante, che si diverte a giocare con le vite degli altri manovrandoli come se fossero pedine su una scacchiera; e la bella e diafana madame de Tourvel (Michelle Pfeiffer), vittima designata delle oscure trame degli altri due, che finisce suo malgrado per innamorarsi follemente di Valmont, condannando se stessa alla rovina. Restituendo in modo estremamente fedele la maliziosa ironia del libro di Laclos, nonché la sua acuta descrizione di un’aristocrazia ipocrita e decadente, Stephen Frears mette in campo con indiscutibile abilità narrativa un’avvincente partita a scacchi dei sentimenti fra vittime e carnefici, ma nella quale i rispettivi ruoli finiranno ben presto per sovvertirsi, con esiti del tutto imprevedibili.

In conclusione, infatti, non ci saranno vincitori, ma soltanto sconfitti: il visconte pagherà con la vita l’aver rinnegato il suo amore per madame de Tourvel, mentre la marchesa de Merteuil si ritroverà completamente sola e scoprirà a proprie spese quanto possa essere alto il prezzo del trionfo. A rendere la pellicola ancora più coinvolgente, oltre ai brillanti dialoghi ripresi direttamente dal testo di Laclos, contribuiscono in gran parte l’ottima interpretazione del luciferino John Malkovich, la dolente radiosità di Michelle Pfeiffer ed una superlativa performance della “perfida” Glenn Close (candidata all’Oscar come miglior attrice), capace di esprimere in maniera esemplare la sottile crudeltà del proprio personaggio; il suo intenso primo piano nell’ultima scena del film, quando la marchesa si guarda allo specchio e finalmente abbandona la propria maschera per lasciarsi andare ad una muta disperazione, è da antologia della storia del cinema. Nel 1989 Milos Forman ha realizzato un altro adattamento del romanzo di Laclos, “Valmont”, con Colin Firth e Annette Bening.

Titolo originale: Dangerous Liaisons
Genere: Drammatico
Nazione: U.S.A , Gran Bretagna
Anno di produzione: 1988
Data di uscita al cinema: n.d.
Durata: 119 Minuti
Regia: Stephen Frears
Interpreti: Glenn Close, John Malkovich, Michelle Pfeiffer, Uma Thurman
Premi e nomination: 3 Premi Oscar – Miglior Sceneggiatura, Scenografia, Costumi


L’educazione sentimentale di Eugenie

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L’astuta e passionale Madame De Saint-Ange ha preso a cuore l’educazione della giovane e illibata Eugénie e al contempo vuole sedurre il marchese Dolmancé, un celebre filosofo omosessuale. In due giorni, con l’aiuto del fratello, il Cavalier de Mirvel e del giovane servo Augustin, Madame porterà a compimento l’impresa con espedienti più o meno ingannevoli, messi in atto attraverso una combinazione di sensualità, erotismo e sentimento.

USCITA CINEMA: 17/06/2005
GENERE: Erotico
REGIA: Aurelio Grimaldi
SCENEGGIATURA: Aurelio Grimaldi, Michele Lo Foco
ATTORI:
Sara Sartini, Antonella Salvucci, Valerio Tambone, Cristian Stelluti, Salvatore Lizzio, Guia Jelo, Boris Vecchio
Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Marco Carosi
MONTAGGIO: Giuseppe Pagano
MUSICHE: Maria Soldatini
PRODUZIONE: UGO TUCCI E VALERIO DE PAOLIS
DISTRIBUZIONE: BIM
PAESE: Italia 2005
DURATA: 88 Min
FORMATO: Colore
VISTO CENSURA: 14

SOGGETTO:
liberamente tratto da “La filosofia del boudoir” (1795) del Marchese de Sade e “Le relazioni pericolose” (1782) di Choderlos de Laclos

CRITICA:
“Aurelio Grimaldi è un regista cocciuto e diseguale, orgogliosamente deciso a non arrendersi, ma anche pronto a impegolarsi in ogni tipo di battaglie perse. Stavolta, nonostante un budget miserando, il regista siciliano ha affrontato addirittura ‘La philosophie dans le boudoir’ del Marchese De Sade, chiedendo per di più allo sceneggiatore Michele Lo Foco di contaminarlo con numerosi e strategici prelievi da ‘Les liaisons dangereuses’ di Choderlos de Laclos. ‘L’educazione sentimentale di Eugénie’ ovviamente fallisce e si potrebbe infierire a ruota libera, recitando le solite preci per il cinema italiano, se non fosse per la fluida eleganza dell’ambientazione e la scoperta di un’interessante esordiente (Sara Sartini) come disinibita protagonista. La trama d’altronde è così programmatica e concettosa da riportare al suolo tutti i voli pindarici del buon Grimaldi che, a dispetto delle dichiarazioni grottescamente rivoluzionarie, stila una sorta di bignami dell’erotismo settecentesco, con tanto di nudità patinate e situazioni hard rinfrescate dalle musiche barocche di prammatica. Conta poco riferire di Madame Saint Ange e del suo cesello d’alta scuola libertina sulle morbide forme (fisiche e intellettuali) dell’educanda e sul connesso gioco seduttivo attivato con la partecipazione di un fratello incestuoso, un marchese depravato e un servo superdotato: la malizia persino accattivante del film si sgretola a causa del dislivello tra dialogo altisonante, pose voyeuristiche e disastrosa performance degli attori maschi.”


Ultimo Tango a Parigi

Goditi “Ultimo tango a Parigi” on line

Ultimo tango a Parigi. Bernanrdo Bertolucci. 1972. ITALIA-FRANCIA.
Attori: Marlon Brando, Maria Schneider, Jean-Pierre Léaud, Massimo Girotti, Maria Michi, Darling Legitimus, Giovanna Galletti, Veronica Lazar
Durata: 131’

Parigi. Un uomo, Paul, americano, ex pugile, ex giornalista, ex attore, proprietario di un albergo malfamato, grida in strada. Jeanne, una ragazza francese appena ventenne, gli passa accanto e va a visitare un appartamento nel quale trova proprio lui, in Rue Jules Verne, nel quartiere di Passy. L’uomo la possiede senza troppe parole e lei si concede. Poco dopo lasciano entrambi l’appartamento. Jeanne si reca alla stazione dove l’attende Tom, il suo fidanzato cineasta che sta girando una pellicola sulla vita di lei. Paul fa ritorno a casa dove la moglie Rose si è da poco tolta a vita. Jeanne e Paul tornano a vedersi nell’appartamento ed incominciano ad ammobiliarlo. La madre di Rose va a trovare Paul a casa per preparare i funerali. La coppia continua a vedersi nell’appartamento al 4° piano dove provano a raggiungere un orgasmo solamente guardandosi, senza toccarsi. Con Tom, Jeanne continua a recitare a soggetto mentre lui le fa ricostruire e raccontare il suo passato. Nell’appartamento con Paul invece, i due raggiungono l’accordo di non parlare del loro trascorso, e di non pronunciare nomi. La madre di Rose cerca di trovare un dialogo con Paul, ma l’uomo la spaventa mostrandole la realtà della vita di lui e della figlia: un albergo al buio fatto di magnaccia, prostitute, pusher e dei tradimenti di Rose. Nell’appartamento Jeanne mostra continuamente l’interesse di voler sapere ancora di più su Paul ma lui continua a non concederle niente, sebbene ammetta di essere felice con lei. Mentre lei un giorno litiga con Tom, Paul va a trovare l’amante di sua moglie, Marcel, che quella voleva uguale a lui. Soli nell’appartamento, Paul costringe Jeanne ad avere un rapporto anale. Sul set invece, Tom le annuncia di volerla sposare e lei, un giorno di riprese in cui si veste da sposa, fugge dal set per raggiungere con quell’abito Paul nell’appartamento. Mentre lui la insapona nella vasca, lei gli parla dell’uomo che sta per sposare, ma in realtà descrive Paul. L’americano torna a casa dove c’è il cadavere della moglie circondato di fiori e le parla colto dall’insostenibile dubbio sulla sua natura e sui suoi tradimenti. Per alcuni giorni lui sparisce lasciando l’appartamento di Rue Jules Verne, togliendo anche i mobili che aveva portato. Lei si danna a cercarlo ma alla fine convince Tom ad occupare lo stesso appartamento dopo il matrimonio. Un giorno per strada, Paul la ferma e le parla di sé, chiedendole di sposarlo e di vivere insieme. Trascorrono la serata in uno squallido locale dove bevono champagne e ballano il tango. Nonostante la bella serata, lei gli dice che è finita e fugge all’alba dal locale ormai deserto. Paul, ubriaco, la insegue in strada fino a casa della madre di lei. Quando riesce ad abbracciarla e le domanda il suo nome quella gli spara.
Assolutamente anticattolico, Ultimo tango a Parigi pone in essere una durissima e provocatoria critica ad una serie di dogmi religiosi e sociali: “In chiesa non vogliono i suicidi!” grida Paul alla madre di Rose che vorrebbe una funzione per la figlia; durante la scena di sodomia insegna a Jeanne “La famiglia, quella istituzione inventata per educare i selvaggi alla virtù” mostra espliciti riferimenti al pensiero del Marchese De Sade. Gru, dolly, carrelli, e soprattutto la meravigliosa fotografia di Vittorio Storaro, rendono Ultimo tango a Parigi un film assolutamente estetico ed elegante. Successo di pubblico e scandalo, il film parla dell’amore come di una stanza nella quale gli operai del matrimonio perdono i loro abiti per tornare ad essere un uomo ed una donna, all’interno del quale rapporto è il primo a soccombere e la seconda a sopravvivere. Soggetto (il cui titolo originale era Un giorno e una notte e un giorno e una notte) e sceneggiatura (quest’ultima con la collaborazione anche di Franco Arcalli) entrambe del regista che utilizza l’attore feticcio di Françoise Truffaut, Jeanne -Pierre Léaud, per rappresentare un cineasta attento a riprendere attori nel loro contesto naturale, ma distratto circa quanto veramente gli accade intorno, ignaro del tradimento della sua donna (è la sua immagine di nouvelle vague). Nonostante la pellicola indaghi nella solitudine di un uomo, quella di Paul, distrutto dal suicidio della moglie, emergono anche diversi spunti profondi sul ruolo femminile nella coppia. La donna di Bertolucci, appare come indecisa come quella forse solo de La prigioniera (1968) di H. G. Clouzot, Jeanne è, infatti, divisa tra un uomo debole che sta per sposare, Tom, ed un uomo forte che alla fine sarà costretta ad uccidere, Paul, ma in grado comunque di affrontare da sola la propria scelta (cosa che invece non accadeva a Josè che si ritrovava in una stanza d’ospedale confusa sulla vera natura del suo amante); ed anche Rose, moglie impalpabile (della quale cioè tutto si conosce e nulla si vede) che lo tradisce per ritrovare lo stesso marito anche nell’amante (la stessa vestaglia, la stanza d’albergo, …), racchiude nel suo personaggio (e nel suo gesto) una tristezza ed una solitudine ingiustificabili o comunque di inestricabile senso. Marlon Brando impareggiabile e gigione (p.p. sul balcone dopo che è stato sparato), Maria Schneider perfettamente calata nella parte, in un film che ha fatto scuola e non solo scandalo. L’amore di Bertolucci è uno sconosciuto, un pazzo che muore sul balcone in posizione fetale (morto o non ancora nato) e che altro non è che l’unione al tempo stesso di amore e morte, secondo il modello classico dell’eros e thanatos. Il sassofono di Gato Barbieri ha scritto note entrate nell’immaginario collettivo. Il personaggio di Mouchette è interpretato dalla futura regista Catherine Breillat mentre Gitt Magrini, autrice dei costumi della pellicola, interpreta il ruolo della madre di Jeanne. In Italia il film fu tolto dalla circolazione e distrutto per sentenza della magistratura (Fernaldo Di Giammatteo – Dizionario del cinema italiano) ma fu rieditato dalla Titanus nel 1987 e mandato in onda in televisione (decurtato di tre minuti) solo nel 1988. Per il regista invece, una condanna a quattro mesi (con la condizionale) per oscenità (Scandalo al cinema. vol. 1 pubblicato con la rivista Ciak) alla quale rispose inscenando un simbolico rogo a Roma, sotto la statua di Giordano Bruno (Sex! pubblicato con la rivista Ciak). La pellicola si guadagnò ugualmente due nomination agli Oscar, come miglior film, quell’anno vinto da La stangata (1973) di Geroge Roy Hill, e miglior attore protagonista maschile per Marlon Brando: all’anteprima all’Alice Tully Hall di New York fu, infatti, accolto con successo. Il regista vinse anche un Nastro d’argento per la migliore regia. La scena contro la famiglia è ispirata al racconto L’inferno di August Strindberg (Scandalo al cinema. vol. 1 pubblicato con la rivista Ciak).


Eugenie (Philosophy in the Boudoir) – Jesus Franco

Goditi ” Eugenie… the Story of her Journey into Perversion” del Maestro  Jess Franco on line

È una libera trasposizione cinematografica in tempi moderni del romanzo del Marchese de Sade, La filosofia nel boudoir.

È noto anche con il titolo Eugenie… the Story of her Journey into Perversion.

Genesi e fortuna
Dopo Justine and Juliet, il produttore londinese Harry Alan Towers propose a Jesús Franco di girare un secondo film tratto dall’opera del Marchese de Sade. La scelta cadde questa volta su La filosofia nel boudoir.

Se Justine and Juliet era un film in costume, relativamente fedele all’originale e girato con un budget considerevole, Philosophy in the Boudoir fu pensato come film in abiti moderni e a costo contenuto.

La sceneggiatura prevedeva scenari naturali e pochi interni, cosicché il film, girato sulle coste della Spagna, non risentì in alcun modo dei limiti economici. Anzi, gran parte della critica lo considera il più esteticamente equilibrato tra i film che Franco girò per Towers fra il 1968 e il 1970.

Ciononostante, Philosophy in the Boudoir ebbe una distribuzione assai limitata. A New York uscì il 26 agosto 1970, ma in Gran Bretagna, il paese del produttore e dell’attore di maggior richiamo, Christopher Lee, scomparve quasi subito dalle sale. A ciò si aggiunga che, fatto ancora più sorprendente, non fu mai edito in videocassetta.

Di fatto, fu solo nel 2002 che i fan del regista spagnolo e dell’attore britannico ebbero modo di vedere il film, grazie all’edizione in DVD uscita negli USA.

La spiegazione più plausibile di questa duplice anomalia risiede nel fatto che Franco non informò Christopher Lee del tipo di film che stava girando. L’attore, che in realtà appare solo per poche scene nelle vesti di un fine dicitore che legge alcune pagine del romanzo (quanto a dire di sé stesso), ebbe pertanto la brutta sorpresa di trovare il proprio nome sulle locandine di un film proiettato nel quartiere di Soho, in un cinema specializzato nel genere erotico. Oggi gli studiosi ritengono che il ritiro di Philosophy in the Boudoir dal circuito inglese sia stato dunque provocato da un diretto intervento del celebre attore.

Trama
Madame de Saint-Ange, una giovane e avvenente signora, trascorre il tempo immergendosi nella lettura della Filosofia nel boudoir del Marchese de Sade. All’improvviso squilla il telefono: è la giovanissima Eugénie, che presto dovrà incontrare per il week-end.

Ad un appuntamento clandestino, Madame de Saint-Ange si concede a Monsieur de Mistival, il padre di Eugénie, a patto che consenta alla figlia di farle visita nella sia isola privata.

Nell’isola, Madame de Saint-Ange attende trepidante Eugénie insieme al fratellastro, e amante, Mirvel. L’ospite è accolta con ogni premura, ma la dolcezza dei luoghi e della compagnia si trasforma presto in un’esperienza allucinante.

Eugénie vive, o crede di vivere, tre riti di iniziazione sadico-erotica. Prima viene sverginata da Mirvel. Quindi è frustata da un gruppo di bizzarri ospiti in costume (gli stessi che apparivano a Madame de Saint-Ange durante la lettura del romanzo), capitanati da Dolmancé. Infine uccide Mirvel e, sotto la guida di Dolmancé e degli altri ospiti, la stessa Madame de Saint-Ange, estraendone il cuore dal petto.

Fugge quindi tra le dune, nuda e in lacrime. Il telefono squilla: Madame de Saint-Ange va a rispondere. È Eugénie. La storia ricomincia….

Il film
Pochi film di Jesús Franco hanno ricevuto negli ultimi anni l’attenzione di Philosophy in the Boudoir (oggi più noto col titolo americano Eugenie… the Story of her Journey into Perversion). Le recensioni all’uscita del DVD sono state largamente positive e hanno sottolineato in particolare la presenza di una fattura costantemente elegante e una cura del dettaglio che non sempre si riscontrano nella produzione del regista spagnolo.

Il titolo originale, De Sade 70, inquadra bene l’idea di fondo del film: trasportare l’universo del Marchese De Sade nella cultura e nell’estetica contemporanea. La villa di Madame Saint-Ange è arredata con aristocratica essenzialità, nello stile degli ultimi anni sessanta, con colori chiari e tocchi preziosi. Altrettanto alla moda sono gli abiti. Tutto concorre a creare l’immagine del contesto alto borghese in cui agisce la coppia sadica e incestuosa di Madame Saint-Ange e Mirvel, che nella dolcezza solare e insieme malinconica di un paesaggio naturale dominato dal mare e dalle distese di sabbia attende la sua giovane vittima per sottoporla ad una sorta di rito di iniziazione. La storia di Eugénie è infatti una dolorosa metafora della crescita come perdita di ogni innocenza.

Il ruolo della giovane protagonista fu affidato ad un’attrice svedese, Marie Liljedahl, non ancora ventenne, reduce da alcuni successi nel cinema erotico soft. Il regista puntò sul suo aspetto di bambolina dal volto di porcellana rigorosamente inespressivo, facendone una vittima ideale. Accanto a lei, Maria Rohm dimostrò di essere ben di più della compagna del produttore, tratteggiando un personaggio al tempo stesso algido e sensuale, crudele e triste. Come spesso accade nei film di Franco, è la donna a condurre il gioco, mettendo in ombra la figura maschile, qui interpretata dall’attore americano Jack Taylor, la cui omosessualità aggiunge un ulteriore elemento di ambiguità delle scene erotiche.

La colonna sonora di Bruno Nicolai, pubblicata su CD da Digitmovies, ha un’importanza fondamentale nel definire l’atmosfera del film. L’eclettico e colto compositore di musica dodecafonica attinge qui al repertorio leggero, mescolando registri stilistici quanto mai eterogenei: dalla vacanziera spensieratezza delle danze sudamericane alla leggerezza aristocratica di un valzer francese, dalle sonorità elettroniche che accompagnano i riti satanici al languore melanconico della canzone Voice in the Night, accompagnata solo dalla chitarra e intonata da Augustin, il servo nero che, come noi spettatori, contempla l’intera vicenda dall’esterno, frustrato in ogni tentativo di avvicinarsi agli oggetti del suo desiderio.

Il tutto nel luogo irreale e mentale rappresentato dall’isola, vero leitmotiv del cinema di Franco, in un’inscindibile sovrapposizione tra realtà e sogno sottolineato dall’uso di filtri rossi in alcune scene chiave e da frequenti effetti di fuori fuoco.

Titoli alternativi
Il film fu girato con il titolo De Sade 70.

Negli USA e in Francia fu distribuito come

Eugenie… the Story of her Journey into Perversion (USA)
Les Inassouvies (Francia)
In Germania, da alcune lobby cards, sappiamo che doveva essere distribuito prima con il titolo originale

De Sade 70 – Geschlagen und Geliebt
e poi come

Die Jungfrau und die Peitsche
In entrambi i casi tuttavia la censura lo vietò e alla fine il film fu distribuito come Wildkatzen, nel 1972 (la prima proiezione di cui si ha notizia risale al 2 giugno).


Secretary

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Lee Holliday (Maggie Gyllenhlal) è una dattilografa e una ragazza insicura che si procura tagli per sfuggire all’infelicità della sua vita. Cercando lavoro risponde ad un annuncio e diventa la segretaria di Edward Gray (James Spader) un avvocato civilista asociale. Tra i due si instaura un rapporto sadomasochista, alimentato dal bisogno di affetto della dattilografa e dalle tendenze maniacali del suo capo.

Potrebbe sembrare l’ennesima storia d’amore fra il capo e la sua segretaria, e in effetti dal titolo si è portati a pensare ad una certa banalità della storia, ma considerare questa pellicola uguale a qualsiasi altra è decisamente superficiale. In questo caso si reinventa il concetto di amore, sofferenza, disagio e insicurezza. Lee è una ragazza tremendamente timida con evidenti problemi sociali, tanto da procurarsi ferite usando un kit per il cucito. La sua famiglia sa tutto, ma come spesso accade ha difficoltà a capire come aiutare una persona con questo tipo di problema. Il suo incontro con Edward e l’apprezzamento all’inizio quasi paterno che le riserverà l’aiuteranno a capire che la diversità che le provoca dolore e frustrazione fa parte della sua natura e che è spesso condivisa da tante persone che credono di doversi scusare di avere bisogni al di fuori del comune. Edward infatti oltre ad essere un maniaco della pulizia e dell’ordine, tanto da avere le penne sul tavolo sempre allineate e un archivio per qualsiasi cosa, ha una predilezione per chi commette errori o fa qualcosa al di fuori dei suoi schemi (e molto spesso basta un errore di battitura in un documento importante) che lo porta a provare desiderio sessuale. Lee da parte sua non disdegna per nulla le attenzioni che riceve dal capo, sebbene per alcuni benpensanti possano risultare eccessive, dimostrando una determinazione e una dolcezza rari.
Sono nate molte discussioni dalla trama di questa pellicola, che è ispirata a uno dei racconti di Mary Gaytskill nella raccolta chiamata Bad Behaviour, si sono scontrate in particolare due linee di pensiero: la prima sosteneva che la crudezza di alcune scene, il cinismo del protagonista e i problemi della segretaria fossero qualcosa da non svelare e che riflettessero una misoginia all’ennesima potenza. La seconda invece, che appare decisamente più ragionevole considerando i sentimenti, esprimeva senso di libertà per la scelta di trattare temi come l’autolesionismo o i gusti sessuali differenti, riconducendo il tutto al vero intendo della sceneggiatura e della pellicola stessa: mostrare come si incontrano due anime gemelle.
Non è saggio guardare Secretary con uno spirito critico escludendo il coinvolgimento psicologico e morale, il genere di amore che è rappresentato, totale e incondizionato, trascende qualsiasi volontà e parvenza di normalità, ignora il buon senso e il perbenismo, usando l’ironia come arma contro chi tende a storcere il naso. Molte scene sono infatti girate con un pizzico di volontà di giustizia sociale ,stimolando la risata nello spettatore, uno dei tanti bei modi di comunicare.
James Spader ormai veterano di ruoli in cui il sesso è un elemento principale del suo personaggio (si ricordi Crash di Cronenberg o Sesso, Bugie e Videotape e ancora Speaking of Sex del 2001) dona un’eccellente esempio di come un avvocato maniaco del controllo possa trovarsi a perderlo di fronte a una personalità destabilizzante. Maggie Gyllenhaal era a una delle sue prime interpretazioni sul grande schermo, ma ha saputo rendere la protagonista dolce e quasi invisibile, forte e determinata nello stesso tempo
Il regista pseudo sconosciuto Steven Shainberg era invece al suo primo lungometraggio, dopo innumerevoli corti portò questo film al Sundance Festival del 2002 e vinse il premio della giuria. Premio meritato, perchè una regia casta e pulita, simbolica e precisa rendono la pellicola un vero film culto, da vedere e Possedere assolutamente.

Titolo originale: Secretary
Produzione: Usa
Durata: 104
Genere: Drammatico/Commedia
Regia: Steven Shainberg
Uscita: 2003-04-04
Attori principali: James Spader, Maggie Gyllenhaal


Justine, ovvero le disavventure della virtù

Goditi “Justine, ovvero le disavventure della virtù” on line

Un film di Jesus Franco. Con Klaus Kinski, Akim Tamiroff, Jack Palance, Sylva Koscina. «continua Romina Power, Maria Rohm, Rosalba Neri Titolo originale Marquis de Sade: Justine. Erotico, durata 124 min. – Italia 1969. – VM 18

Alle prese con professionisti del crimine e aristocratici assassini, la povera orfana Justine patisce oltraggi e peripezie di ogni genere, attaccata ostinatamente alla sua ingenua virtù. Diretto da un prolifico regista madrileno che, sotto vari pseudonimi (Jess Frank, Robert Zinnermann, David Kuhne, Clifford Brown, Toni Falt, Frarik Hollman, ma il cui vero nome è Jesús Franco) era capace di girare anche 8 o 9 film all’anno, è uno stravagante pasticcetto sadomaso. Ispirato al romanzo Justine, ou les malheurs de la vertu (1791) di Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814).

Chiuso in carcere, il Marchese De Sade trascorre le giornate tra deliranti visioni che gli ispirano il manoscritto del romanzo dedicato alle avventure di Justine e Juliette, due giovani sorelle che vivono nella Francia del XVIII secolo.
Rimaste improvvisamente orfane, Justine e Juliette sono costrette ad abbandonare il collegio per procurarsi da vivere. Le loro strade a questo punto si dividono: la bionda e viziosa Juliette va a lavorare nel bordello di Madame de Buisson, a Parigi, e di lì fa fortuna passando di delitto in delitto, uccidendo senza esitare chiunque si ponga sulla sua strada, per diventare infine la mantenuta di un Conte.
La mora e virtuosa Justine invece si stabilisce a casa di Monsieur de Harpin, lavorando come sguattera, ma quando rifiuta le avances di Monsieur Desroches viene accusata ingiustamente di furto, mandata in prigione e condannata a morte.
Evasa in modo avventuroso al seguito della Dubois, la più celebre delinquente di Francia, Justine deve difendersi dalla foia degli accoliti della donna che l’ha salvata. Finché, durante una fuga, ha la fortuna di imbattersi nel romantico pittore Raymond, che la ospita nella sua casa.
Ricercata dalle guardie, Justine deve abbandonare il nido d’amore e nascondersi nel palazzo del marchese di Bressac, dove lavora come cameriera personale della marchesa. Il marchese, omosessuale, uccide la moglie e si libera della cameriera, che aveva messo a parte dei suoi progetti criminali, non prima però di averle impresso a fuoco sul petto la lettera “M”, che al tempo costituiva il marchio dell’infamia.
A Justine non resta che cercare ricovero in un convento, dove è accolta molto affettuosamente da fratello Antonello e dai confratelli. I frati tuttavia si rivelano ben presto un manipolo di sadici e iniziano a sottoporla a torture, come fanno da tempo alle altre giovani ospiti del convento.
Approfittando di un incendio, Justine riesce anche questa volta a fuggire, ma è intercettata dalla Dubois, che la costringe ad esibirsi nuda su un carro teatrale. Ma durante lo spettacolo, alla vista del marchio dell’infamia, il pubblico la addita come assassina. Justine è sul punto di essere arrestata, quando interviene a sorpresa la sorella Juliette, che la scorge da una carrozza e chiede al suo potente amante di farla liberare all’istante.
Così, concluse le rispettive avventure, Justine e Juliette si riuniscono e, grazie alle scelleratezze della sorella, Justine riesce anche a coronare il suo sogno d’amore, abbandonando la scena mano nella mano con il pittore Raymond, suo futuro sposo.

GENERE: Erotico
REGIA: Jesus Franco
SCENEGGIATURA: Peter Welbeck, Arpad De Riso
ATTORI:
Klaus Kinski, Romina Power, Maria Rohm, Rosemarie Dexter, Carmen de Lirio, Akim Tamiroff, Gustavo Re, Mercedes McCambridge, Mike Brendel, Harald Leipnitz, Horst Frank, Sylva Koscina, Howard Vernon, Jack Palance, Rosalba Neri, Jesus Franco, Serena Vergano, Gérard Tichy
Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Manuel Merino
MONTAGGIO: Nicholas Wentworth, Francesco Bertuccioli
MUSICHE: Bruno Nicolai
PRODUZIONE: AICA CINEMATOGRAFICA, AMERICAN INTERNATIONAL PICTURES, CORONA FILMPRODUKTION, ETABLISSEMENT SARGON
DISTRIBUZIONE: CIDIF
PAESE: Italia 1968
DURATA: 102 Min
FORMATO: Colore 35 MM, EASTMANCOLOR
VISTO CENSURA: 14