L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Buona Pasqua di serenità e di luce

Dedico questo articolo ad un’energia amica e sincera: Federico Bernardini, che questo canto ti giunga  amorevole.

«Prima del peccato, quando era ancora innocente, la voce con cui Adamo cantava le lodi era come quella degli angeli, che la possiedono per la loro natura spirituale che riceve il nome dallo Spirito stesso di Dio. Ma quando si lasciò ingannare dal diavolo, opponendosi per suggestione di costui alla volontà del suo creatore, Adamo perse la somiglianza con le voci angeliche che aveva nel Paradiso […]. Tuttavia Dio, che nella luce della verità destina le anime degli eletti alla beatitudine, aveva già deciso di rinnovare nel corso del tempo molti cuori, quanti più poteva, inviando lo spirito della profezia […]. E i santi profeti, ispirati dall’insegnamento dello Spirito, composero non soltanto salmi e cantici, da cantare per accendere la devozione nei fedeli, ma inventarono anche diversi strumenti musicali […]. In seguito uomini sapienti e di buona volontà, imitando i santi profeti, con arte umana inven- tarono diversi generi di melodie per poter cantare assecondando il piacere dell’anima; e cantavano seguendo le note che indicavano coi movimenti del- le dita, come per ricordare che Adamo, nella cui voce prima del peccato c’era ogni suono armonioso e tutta l’arte della musica, fu formato dal dito di Dio, ossia dallo Spirito santo. Nella condizione in cui era stato creato, la forza e la sonorità della sua voce erano tali che la fragilità dell’uomo mortale non avreb- be potuto in alcun modo sopportarle. Per questo, quando il diavolo inganna- tore udì che l’uomo aveva cominciato a cantare per ispirazione di Dio stesso e capì che attraverso quest’arte si sarebbe trasformato sino a recuperare la dolcezza dei canti della patria celeste, vide dissolversi le macchinazioni della sua astuzia e ne fu così spaventato da tormentarsi non poco […]. E poiché talora, nell’ascoltare il canto, l’uomo sospira e piange, poiché si ricorda della natura dell’armonia celeste, il profeta, considerando sottilmente la natura profonda dello spirito e comprendendo che l’anima è armonica, ci esorta nel salmo a proclamare Dio sulla cetra e a lodarlo sul salterio a dieci corde: que- sto affinché la legge sia compiuta, perché la cetra, che ha un suono più basso, si riferisce alla disciplina del corpo, mentre il salterio, che emette suoni più alti, si riferisce all’intenzione dello spirito […]. Il corpo in verità è il vestito dell’anima, che vive nella voce, e perciò è giusto che il corpo attraverso la voce canti con l’anima lodi a Dio»

M. CRISTIANI & M. PEREIRA, Ildegarda di Bingen. Il Libro delle Opere Divine, Milano, Mondadori, 2003, pp. CLXIII-CLXIV.

 


Agorà, la parabola di Ipazia in un film forse coraggioso ma irrisolto e indigesto

Goditi Agorà on line


Una donna, tre storie. La prima è filosofica. La seconda politica. La terza sentimentale. In un film riuscito le tre storie dovrebbero intrecciarsi in un unico racconto tumultuoso e appassionante. In Agorà invece questi tre aspetti restano freddi e distinti, anche se al centro c’è la figura straordinaria di Ipazia, che nell’alambiccato film di Amenàbar ha il volto severo e bellissimo di Rachel Weisz.

Celebrata lungo i secoli come un’eroina del libero pensiero, Ipazia era una filosofa e scienziata attiva ad Alessandria nel IV secolo dopo Cristo. Brutto posto, e brutto momento, per il libero pensiero. Mentre l’egualitaria Ipazia tentava con i suoi allievi di penetrare i misteri del cosmo, la metropoli egiziana, a lungo sinonimo di tolleranza e cosmopolitismo, era infatti scossa da minacciosi fermenti. La vecchia aristocrazia pagana andava perdendo potere e prestigio; la nuova religione cristiana conquistava invece sempre nuovi adepti. Anche grazie a predicatori carismatici quanto aggressivi come l’Ammonio del film, un tipo capace di camminare nel fuoco per provare che il suo è l’unico vero Dio, e destinato a esser proclamato martire, più tardi, dopo aver scatenato un proto-pogrom antiebraico…

Ma andiamo con ordine. Culmine di questo scontro di civiltà fu la distruzione della Biblioteca di Alessandria. In Agorà la vediamo espugnata da una torma di cristiani decisi a vendicarsi dei pagani. I quali, stufi di veder profanate le statue delle loro divinità si erano dati a scannar cristiani trincerandosi poi nella cittadella del sapere. È una delle scene migliori del film. Non per la violenza, che Amenabar peraltro non spettacolarizza; non perché gli integralisti una volta tanto, da qui in poi, sono i cristiani (è l’idea-guida di Agorà); ma perché – almeno qui – le tre anime del film si fondono.

Succede quando Davo, schiavo di Ipazia, segretamente cristiano e innamorato di lei, dopo averla difesa la abbraccia con passione per poi offrirle la gola, pronto ad espiare. Ipazia lo risparmia, gettando il seme del perdono (Davo è l’unico cristiano del film a conoscere questo concetto). Uno sceneggiatore all’antica avrebbe sfruttato a dovere questo amore proibito. Qui invece, forse temendo la retorica, tutto torna subito esangue, astratto, strumentale.

Lo stesso vale per l’amore dell’allievo Oreste, che guida la pista “politica” del film. Pubblicamente respinto da Ipazia, Oreste si converte e anni dopo diventa prefetto di Alessandria. Ma non riesce a salvare l’amata. Ai cristiani al potere servono vittime-simbolo e Ipazia, donna, filosofa, nubile, agnostica, è la vittima ideale. «Voi non mettete in discussione ciò in cui credete», dirà prima di essere fatta a pezzi. Il messaggio è chiaro. Ma il film, malgrado le inquadrature “cosmiche” e le sontuose scenografie, resta confuso, intellettualistico e hollywoodiano insieme. Coraggioso, forse. Ma disinvolto, irrisolto e indigesto.

AGORÀ

(storico, Spagna, 128’)

di: Alejandro Amenabar
con: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Bahrom, Michael Lonsdale, Homayoun Ershadi


Ipazia e il Dubbio. Parte 2

La Prof.ssa Ronchey tiene un seminario sulla figura di Ipazia, filosofa e matematica bizantina assassinata nel 415 d.C. ad Alessandria d’Egitto dal cristianesimo fondamentalista del giovane vescovo Cirillo. La vicenda di Ipazia è utile a ricordare l’importanza dell’indipendenza del pensiero critico da qualunque dogmatismo o integralismo.


Ipazia e il Dubbio. Parte 1

La Prof.ssa Ronchey tiene un seminario sulla figura di Ipazia, filosofa e matematica bizantina assassinata nel 415 d.C. ad Alessandria d’Egitto dal cristianesimo fondamentalista del giovane vescovo Cirillo. La vicenda di Ipazia è utile a ricordare l’importanza dell’indipendenza del pensiero critico da qualunque dogmatismo o integralismo.