“I libri si rispettano usandoli.” U. Eco

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Il modello dell’eterogeneità e dell’asservimento. Freud.

Qualcosa di analogo troviamo nel progetto psicoanalitico freudiano, dove il movimento pulsionale dell’uomo è visto come del tutto autonomo e svincolato dalla ragione, la quale potrà – tutt’al più – favorire il soddisfacimento delle pulsioni, e soprattutto evitare ad esse le più gravi frustrazioni (ma anche trovare giustificazioni alle loro strategie): ma sempre in funzione di servitrice del loro autonomo orientamento, e non di guida che le persuade.


Il modello dell’eterogeneità e dell’asservimento. Hume.

La terza impostazione del tema ragione/passione vede protagonisti, principalmente, Hume e Freud.

 Hume.

Con David Hume emerge una concezione della passione, secondo cui essa è totalmente sottratta ad ogni rapporto diretto con la ragione. Sulle passioni sono efficaci solo altre passioni, così come i ragionamenti possono essere confermati o smentiti solo da altri ragionamenti. Non solo la ragione è impotente sul dinamismo delle passioni, ma anzi, essa «è, e deve solo essere, schiava delle passioni e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da quella di servire e obbedire ad esse. In altri termini, le passioni avrebbero una dinamica parallela a quella razionale, e la ragione potrebbe solo fornire ad esse una chiarificazione riguardante la natura e le circostanze delle situazioni in cui esse si muovono.


Il contributo della Klein alla comprensione della passione.

 Una nota allieva di Freud – Melania Klein, la prima psicoanalista dei bambini – ci può aiutare a capire la differenza che c’è tra passione e sentimento. Secondo la Klein, il lavoro dell’educatore, ma anche quello del terapeuta, devono riconoscere come propria meta lo sviluppo, nel ragazzo, della capacità di amare le persone, e non solo di reagire a stimoli emotivi di cui le persone siano fonte.

Almeno a tratti, la Klein presenta la “coscienza morale” (Gewissen) come un Super-Io evoluto, che educa l’Io ad un “atteggiamento etico” – coincidente, ci sembra, con l’affermarsi del “principio di realtà”. «Il Super-Io» – scrive la Klein nel 1933 -, «da potere minaccioso e tirannico, fonte di pretese insensate e contraddittorie che l’Io non è assolutamente in grado di soddisfare, comincia a trasformarsi in un’istanza che esercita un’autorità più moderata e persuasiva, e che pone esigenze suscettibili di essere effettivamente soddisfatte. Il Super-Io, insomma, diventa a poco a poco coscienza morale nel vero senso del termine». Lo stesso lavoro “analitico” ha come scopo quello di migliorare la «capacità di sublimare e di adattarsi socialmente», rendendo così «il bambino non solo più felice e più sano ma anche più capace di senso sociale e morale».

 In fondo, la “capacità di amare” sembra costituire – nella prospettiva kleiniana – il fine adeguato della vita, ovvero il bene in senso propriamente morale e non più meramente economico. Se essa è, in una certa misura, qualcosa di “innato”, è anche vero che lo sviluppo psichico può promuoverla, ostacolarla o deviarla. Anche in questo caso, comunque, risulta decisivo il ruolo svolto dal senso di colpa: «infatti, allorché la severità esorbitante del Super-Io diventa alquanto minore, le sue richieste all’Io di dar conto delle aggressioni immaginarie fanno insorgere sensi di colpa che destano nel bambino forti tendenze a riparare il danno immaginario inferto agli oggetti»; ed è proprio da queste “tendenze riparatrici”, che si sviluppa un miglior rapporto col mondo sia esterno che interno.

 Del resto, la psicoanalisi mira ad una possibile convivenza dell’Io con i suoi sensi di colpa, nonché ad una valorizzazione di questi ultimi come stimolo alla responsabilità. Lo stimolo dà luogo a quelle fantasie riparatrici che, con un processo lungo quanto la vita psichica, consolidano le figure oggettuali e parentali “buone”, già introiettate dal soggetto quali elementi del Super-Io. In particolare, la “fiducia nel loro potere” e la “identificazione” con esse, rendono capace il bambino di difendersi efficacemente dalla minaccia degli elementi “cattivi” del Super-Io, e di operare “proiezioni di sentimenti buoni” verso l’esterno, operando di conseguenza investimenti libidici ordinati e soddisfacenti in quella stessa direzione.

«Se la madre è presa nel mondo interiore del bambino come un oggetto buono su cui si può contare» – leggiamo -, «l’identificazione con le buone caratteristiche della madre diviene la base per ulteriori utili identificazioni». Ad esempio, «una forte identificazione con la madre buona rende più facile al bambino di identificarsi anche con il padre buono e più tardi con altre figure amichevoli. Ne risulta che il suo mondo interiore viene a contenere prevalentemente oggetti e sentimenti buoni», ciò che «contribuisce ad una personalità stabile». Si raggiunge per questa via «quella ricchezza e pienezza affettiva che chiamiamo amore» e che «può rendere felici e liberi dal risentimento e dall’invidia».

 La dinamica del “consolidamento” delle figure “buone”, che conduce alla capacità di amare, viene descritta dalla Klein anche nei termini di una “integrazione”. In fondo, una originaria “integrazione tra libido e aggressività” è già operante nella genesi del senso di colpa, e quindi nel motore stesso dello sviluppo psichico. Ora, se tale integrazione riesce ad evolversi in una capacità di «sintesi degli aspetti buoni e cattivi dell’oggetto», e, più tardi, nella capacità di riconoscere le “persone totali” e di amarle “a dispetto dei loro difetti”, allora si instaura un circolo virtuoso, per cui l’integrazione spinge il bambino a cercare soddisfazioni nel mondo esterno, mentre i rinforzi che la pulsione di vita riceve dal mondo, spingono ulteriormente verso l’integrazione.


Le pulsioni secondo Freud

La teoria delle pulsioni è messa a fuoco classicamente da Sigmund Freud. In Pulsioni e loro destini (1915), Freud constata che in psicologia non si può fare a meno del concetto di pulsione (Trieb), eppure non si sa come definirlo. La pulsione certo si distingue dallo “stimolo”, che agisce come forza momentanea ed esterna al corpo, la risposta alla quale è una scarica rivolta all’esterno. «La pulsione, al contrario, non agisce mai come una forza d’urto momentanea, bensì sempre come una forza costante. E, in quanto non preme dall’esterno, ma dall’interno del corpo, non c’è fuga che possa servire contro di essa». Alla pulsione non si può rispondere con una semplice reazione, bensì con un “soddisfacimento”, «che può essere ottenuto soltanto mediante una opportuna modificazione della fonte interna dello stimolo». Nell’infante, la distinzione tra stimoli da cui è possibile fuggire e stimoli da cui non è possibile fuggire, costituisce il primo criterio per distinguere un “fuori” da un “dentro”. Caratteri generali delle pulsioni sono – per Freud -: la “spinta”, cioè il suo carattere di movimento attivo; la“meta”, cioè l’orientamento al soddisfacimento; l’ “oggetto”, ovvero ciò in relazione a cui la pulsione può raggiungere il suo soddisfacimento; la “fonte”, cioè lo stimolo organico che, psichicamente, è avvertito come pulsione. Quali sono le pulsioni semplici ed originarie? Freud ne indica due gruppi: le “pulsioni dell’io o di autoconservazione” e le “pulsioni sessuali”; ma aggiunge subito che tale articolazione è una congettura che può essere modificata. E lo aggiunge anche sulla base della tendenza che tali pulsioni hanno ad intrecciarsi o a contrapporsi in situazioni differenti. Le pulsioni hanno – secondo Freud – una plasticità, che può portarle (1) a “trasformarsi nel loro contrario”; (2) a “volgersi sulla persona stessa del soggetto”; (3) a “essere rimosse”; (4) a “essere sublimate”. In realtà, gli esempi che Freud porta del caso (1) sono tali da far capire che, ciò cui egli allude, non è tanto un mutamento qualitativo della pulsione, quanto una sua duttilità circa l’individuazione della meta (come quando si ha la trasformazione “dell’amore in odio” nella relazione uomo-donna). Quanto al caso (2), esso corrisponde tanto poco ad uno stravolgimento dello statuto della pulsione, da essere la norma per le “pulsioni dell’io”, e una normale fase di sviluppo (fase “narcisistica”) per le stesse “pulsioni sessuali”. Infine, circa i casi (3) e (4) – quello della rimozione o riconduzione alla stato inconscio; e quella della sublimazione, o elaborazione culturale -, va detto che “rimozione” e “sublimazione” riguarderanno particolari tendenze a particolari atti, e non certo le dimensioni del bisogno autoconservativo o di quello sessuale in quanto tali.


Sogni erotici e fantasie sessuali

Secondo Freud, la forza della nostra natura è dovuta principalmente alla libido, una forza di origine sessuale, che appartiene al nostro inconscio e che pertanto non riesce ad esprimersi nella vita reale, perché censurata dall’Io. Si esprime allora attraverso fantasie, sogni, lapsus ed altri comportamenti involontari.

In molti sogni che apparentemente parlano di tutt’altro, Freud trova significati simbolici sessuali. Diversa l’interpretazione di Jung, che vede nei sogni dei messaggi di difficile interpretazione, perché espressi in un linguaggio antico e dimenticato, che è quello della metafora e del simbolo. Ogni sogno per Jung ha qualcosa da raccontare al soggetto e dunque deve essere analizzato, al fine di trovarci suggerimenti e spunti di riflessione per la vita reale.

I sogni erotici sono abbastanza frequenti nelle persone, anche se non sempre vengono accolti con piacere da chi ‘assiste’ a queste speciali rappresentazioni personali. Molti infatti, che sognano di avere rapporti sessuali con un/una partner diverso/a, poi si sentono in colpa, oppure si vergognano di sé stessi/e, per aver potuto immaginare scene tanto spinte.

 La maggior parte dei sogni si presentano durante la fase di sonno REM (rapid eye movements). Durante questo periodo viene a perdersi il controllo muscolare corporeo dal collo in giù e questo serve sia per rilassare la muscolatura, sia per impedire al sognante di muoversi in modo tale da ‘rappresentare’ ciò che sta sognando nella realtà, con il pericolo di fare del male a sé stesso ed agli altri.

E’ una sorta di ‘paralisi’ insomma, che però lascia completamente attiva la zona genitale, dando vita ad erezioni ed orgasmi. Non a caso si parla di ‘sogni bagnati’.

Molto spesso i sogni erotici avvengono quando la vita sessuale attiva tende a scarseggiare e dunque hanno un po’ un effetto compensatorio. Il sogno erotico può rappresentare un bisogno di avere rapporti fisici, di pura soddisfazione degli istinti, oppure può utilizzare materiali sessuali per evocare il desiderio di avere una relazione importante, coinvolgente, appagante, il che magari non avviene nella vita. Altre volte il sogno può essere apparentemente sessuale, ma esprimere dei contenuti tali di violenza, come nelle scene di stupro, che in questi casi l’interpretazione deve riflettere entrambi gli elementi, per capire quale di essi è prevalente.

La scelta degli ‘attori’ può essere, secondo le varie interpretazioni psicologiche, del tutto casuale, a seguito dei vari mascheramenti e spostamenti che compie la libido sui vari oggetti onirici (Freud), ma può essere anche rivelatrice di un desiderio di relazione inconscio nei riguardi di queste persone (Jung). In quest’ultimo caso ci si deve concentrare sulla vita consapevole del soggetto, per cercare di comprendere che tipo di rapporto possa esserci fra il contenuto del sogno e la propria vita di relazione.

Che dire poi di quei sogni erotici in cui i partner sono sconosciuti e non riconducibili a nessuna persona chiaramente individuabile nella realtà? In questo caso ‘gli attori’  possono rappresentare elementi della personalità del sognante: il lavoro psicoanalitico può aiutare a rivelare la personalità complessiva del soggetto, attraverso l’interpretazione delle associazioni che egli fa fra i contenuti del sogno e la sua vita reale.

Naturalmente non è possibile generalizzare il significato dei contenuti erotici. Ad esempio una persona particolarmente repressa sotto l’aspetto sessuale che sogna dei rapporti erotici orali può semplicemente esprimere un bisogno di libertà dai suoi condizionamenti; sogni omosessuali possono rappresentare un impulso o un desiderio che non è ancora stato portato a coscienza, che si esprime nel sogno per non minare l’equilibrio psichico di chi si ritiene assolutamente eterosessuale, sogni in cui si ha un comportamento passivo possono esprimere il desiderio di ricevere attenzioni senza avere la responsabilità di iniziare e portare a termine l’atto sessuale ecc.

Oltre ai sogni ci sono le fantasie erotiche, quelle fatte in stato di veglia, magari durante l’atto sessuale. Le ricerche hanno dimostrato che le persone che hanno un immaginario erotico molto ricco vivono relazioni felici e di lunga durata. Questo è dovuto al fatto che la mente riesce in questo modo ad esplorare quei territori che non si desidera far conoscere al proprio corpo.

Coltivare le fantasie erotiche può essere d’aiuto, per ritrovare o aumentare l’eccitazione quando c’è un calo del desiderio, dovuto a stress, o alla semplice ripetitività dei rapporti. Condividere le fantasie erotiche con il/la partner invece non è sempre una buona idea: le fantasie infatti sono molto personali e, se vengono svelate, si corre il rischio di provocare irritazione e reazioni negative nel/nella partner, che possono poi ricadere sul rapporto affettivo, se c’è. Per questo, specialmente in questo ultimo caso, occorre essere molto cauti prima di confidare all’altro/a i contenuti delle proprie fantasie.

Le tante ricerche sessuologiche sull’argomento hanno ormai ampiamente svelato i contenuti delle fantasie erotiche, sia per gli uomini che per le donne. Gli uomini sognano nell’ordine: di fare sesso con la propria partner, fare e ricevere sesso orale, fare sesso con più donne, essere dominanti, essere passivi e sottomessi, vecchie esperienze sessuali, guardare altre persone che fanno l’amore, provare nuove posizioni sessuali. Le donne: fare l’amore con il proprio partner, fare e ricevere sesso orale, fare l’amore con un altro partner, fare l’amore in luoghi romantici o esotici, fare qualcosa di proibito, essere sottomesse, ricordare precedenti esperienze, sentirsi irresistibili, provare nuove posizioni sessuali.

Volendo sintetizzare, l’immaginario erotico del maschio è in genere più aggressivo e fortemente narcisistico per quanto riguarda il proprio organo sessuale. La donna più desiderata sessualmente dall’uomo è quella senza tabù, che si eccita alla sola presenza del pene e che gode nel solo accarezzarlo. Il narcisismo delle donne invece è esteso a tutta la loro persona e non solo a quanto attiene al corpo, ma anche alla personalità. L’uomo più fortemente sognato è quello che le desidera intensamente, del quale sono ‘padrone’, grazie all’ irresistibile potere seduttivo che esercitano su di lui.

E’ per questo che poi gli uomini si eccitano guardando irrealistiche immagini pornografiche, piene di falli giganti e di donne estasiate da tali visioni e pronte a qualsiasi cosa per avere il loro ‘oggetto del desiderio’, mentre le donne godono nel guardare o leggere storie d’amore. La cosa che le eccita moltissimo è un lui completamente soggiogato dal fascino di lei, talmente innamorato da essere pronto a qualsiasi rischio pur di soddisfare tutti i desideri della persona amata e desiderata.

Il sogno dichiarato è quello di incontrare un vero Principe Azzurro; se poi non lo è, ma è almeno abbastanza ricco, la storia si fa ancora più eccitante…


Clérambault, le donne e la passione delle stoffe. Caratteristiche di una passione al femminile

Dobbiamo a Louise J. Kaplan l’interessante proposta teorica di considerare forme specifiche della perversione femminile: non quelle classiche appartenenti all’universo maschile (necrofilia, feticismo, pedofilia ecc.) e che hanno fatto pensare alla loro inesistenza relativa nelle donne, ma a quelle caratterizzate dalla femme fatale, dalla casalinga perfetta, dalla cleptomane, che sarebbero proprie dell’universo femminile ed anzi ne contraddistinguerebbero la specifica perversione. Ci interessa qui la rap- presentazione che la Kaplan dà della cleptomania, tenendo conto che « la passione delle stoffe » nel lavoro originario di Clérambault, è associata strettamente alla cleptomania. In realtà, osserva la Kaplan, in ogni terapia che si occupi di perversione comparirà prima o poi il problema del furto. Ma poi traduce essenzialmente il bisogno della donna di comprare (o di rubare) come un tentativo di riavere quello che le è stato tolto: insomma il furto non sarebbe altro che il classico rappresentante dell’invidia del pene. Con esso, si riavrebbe ciò che la madre o la natura non hanno fornito e il fatto che questa mancanza sia tradotta nell’ambito del furto, del privilegio dell’oggetto, è relativo all’universo mercificato in cui viviamo, dove la merce è il mezzo per affrontare le proprie angosce o i sentimenti di vuoto, dove il grande magazzino è lo spazio rassicurante in cui si va a tras- correre il proprio tempo libero. Tuttavia quest’ambito espositivo, lo spazio in cui la sovrabbondanza di merci viene offerta all’occhio del consumatore, perturbandolo e rassicurandolo nello stesso tempo, introduce una dimensione aggiuntiva, il ruolo dello sguardo.

Certo, è corretto porre l’attenzione sul ruolo dell’oggetto, sulla sua potenza nell’universo del cleptomane (o del consumatore fedele), ma non credo che si proceda molto oltre nella comprensione se questo oggetto viene tout court tradotto e disciolto nell’ambito universale delle merci. Quello che si smarrisce, in un certo qual modo, è proprio la potenza dell’oggetto, il valore di scatenamento passionale che esso possiede nei confronti del soggetto. Il fatto che ci sia qualcosa che non appartiene all’ambito della merce (e dunque passibile, in quanto tale, di essere universalmente scambiato, cioè tradotto senza sosta in qualunque altro oggetto) è rappresentato dalla specificità dell’oggetto rubato, o dell’oggetto feticcio, che deve essere quello e non altro. È vero che la seta delle nostre passionali fa parte di una scenografia complessa che ne predetermina in un certo qual modo gli esiti, ma è pur vero che quell’oggetto è in relazione oltremo- do significativa con ciò che sembra essere l’enigma della femminilità. La prova ci è data, come dicevo, proprio da Clérambault, che nelle sue migliaia di fotografie, nella costruzione delle sue bamboline adornate, nella storia del drappeggio che traccia (cfr. la sua storia dell’orletto nei greci), ricerca senza sosta di carpire quel mistero che attiene al vestito, al tessuto in quanto indice di una percezione non altrimenti traducibile. Questione certo non assurda, se lo stesso Freud doveva proporre una riflessione ana- loga nel saggio sulla femminilità. Per Freud, come è noto, le donne hanno contribuito solo debolmente alla civilizzazione se non, forse, per la tecnica della tessitura, strumento di occultamento del difetto (Defekt) degli organi genitali. Tecnica di copertura di una mancanza, riparazione della medesima, velatura degli organi genitali. Al di là del carattere illusoriamente storicistico dell’affermazione, è possibile cogliere in essa il valore di una veri- tà sovrastorica, inerente cioè alla specificità della questione femminile?

Dobbiamo a Joan Rivière l’introduzione della femminilità come mascherata. Partendo da un caso clinico e dalla rilevazione dell’uso compulsivo, nei personaggi onirici come nel comportamento quotidiano di una paziente, di maschere atte ad evitare la temuta rappresaglia per il fatto stesso di esistere, di manifestare i propri bisogni, visti come un’intollerabile appropriazione di beni maschili, la Rivière scrive: “La femminilità poteva dunque essere assunta e portata come una maschera, per dissimulare l’esis- tenza della mascolinità ed evitare le rappresaglie che essa temeva se si fosse scoperto ciò che era in suo possesso. Il lettore può domandarsi quale distinzione io faccia fra la femminilità vera e la mascherata. Nei fatti, non ritengo che una tale differenza esista. Che essa, la femminilità, sia fondamentale o superficiale, è sempre la stessa cosa”. Cioè una finzione, un inganno, l’insieme delle caratteristiche date a vedere all’altro perché si illuda e illuda contemporaneamente la donna-mascherata dell’esistenza di un’identità femminile, occultandone al tempo stesso la mancanza.

Lacan riprende questa tesi, ma il suo assunto muta certamente i ter- mini della questione presentando questo sistema di difesa come un atteggiamento femminile normale, perché il sesso femminile è nulla; i suoi attributi secondari sono dunque senza valore e senza autenticità poiché non sono impiegati che come maschere che occultano il vuoto. Per Lacan (nel suo seminario Encore) « la donna ha un godimento per se stessa, questa stessa che non esiste e che non significa nulla ».

Un godimento per sé : affermazione, questa, che prima di rinviarci alla definizione di donna in Lacan, al posto che questa occupa nel suo spazio teorico, possiede come un’eco dell’indagine di Clérambault allorché soste- neva che « è chiaro che la stoffa non interviene come sostituto del corpo maschile, che questa non ne possiede alcuna qualità e che non è incaricata di evocarlo »  e che mentre « la perversione del feticista resta un omaggio al sesso avverso, .. nelle nostre tre malate non troviamo nulla di tutto ciò; esse si masturbano con la seta, senza alcun fantasticare…».

Del resto è Lacan stesso che, in Dei nostri antecedenti, situa l’origine della sua entrata nella psicoanalisi nell’interesse per « la conoscenza paranoica » e scrive che « l’origine di questo interesse … si pone nella traccia di Clérambault, il nostro solo maestro in psichiatria » . Se la ricerca di risonanze fra l’opera di Lacan e quella di Clérambault si è articolata – dove è stata posta – essenzialmente intorno alla questione dell’automatismo mentale e della psicogenesi della psicosi paranoica, è possibile ritrovare in questa passione per le stoffe qualcosa che oltrepassa la condizione di sofferenza di alcune donne e procede attraverso l’asse Clérambault-Lacan fino al cuore della questione femminile?

Al di là di una connessione che appare davvero troppo flebile per comprendere l’evoluzione del pensiero di Lacan in merito alla questione della femminilità, pensiero che possiede una sua complessa articolazione, resta invece il dato sostanziale che unisce lo sguardo dell’uno e dell’altro, presi entrambi fra il troppo pieno della passione delle stoffe e il vuoto di un godimento che non può dirsi, fra un eccesso ed un orrore. In altre parole: la filiazione non è tanto quella di maestro/allievo, quanto relativa a quella strutturazione fallica che non esita a dirsi nella teoria, che cerca rappresentazione in essa, ritenendo di essere il solo punto di vista possibile, quello fallico.

Assistiamo del resto in Lacan ad una evoluzione teorica che parte dalle assunzioni freudiane ma se ne discosta radicalmente e, con molta evidenza, oltrepassa la questione Clérambault. Negli anni 50-60, la questione della donna per Lacan si articola proprio intorno al problema della mascherata, cioè di essere quel fallo che lei non può avere, muovendosi non più, come nella logica freudiana, intorno agli assi del desiderio e dell’invidia del pene, ma nella percezione che l’Altro, la madre, non lo possiede. Nelle sue ulteriori elaborazioni invece, Lacan finisce per pensare che l’essere sessuato non si definisca più in relazione a ciò che è scritto nel luogo dell’Altro. La condizione della donna sarebbe quella di essere non-tutta (iscritta nel godimento fallico) ma per questo condannata inesorabilmente ad ogni impossibile riconoscimento, in quanto il suo godimento è ciò che resta ( e per questo non formalizzabile) oltre la logica dello scambio fallico. E tuttavia, al di là di questo cambiamento teorico, il problema della mascherata, della donna come ciò che anela a rappresentare nella sua dimensione comportamentale il fallo oggetto del desiderio, resta assolutamente centrale. A patto tuttavia di ripensare questa mascherata nei suoi termini effettivi di controinvestimento.

Per la Cournut-Janin, come per molti altri autori, « la femminilità sarebbe ciò che la donna dà a vedere, attirando con il suo trucco, i suoi fard, tutto ciò che la rende ‘bella’… e distoglie lo sguardo dai suoi organi genitali. La femminiltà può allora essere compresa come l’organizzazione inconscia di un inganno » . L’inganno qui, è nel controinvestimento che sposta sul corpo intero della figlia la prescrizione materna di celare il proprio sesso, distogliendo così lo sguardo maschile dalla mancanza, evitando l’angoscia dello spossessamento. Non tanto del vuoto, dello spazio cavo dell’organo genitale come organo tagliato, quanto l’angoscia di un tropis- mo psicosessuale orientato verso l’interno, inglobante, risucchiante, al contrario di quello maschile che, organizzato intorno alla dimensione fallica, spinge essenzialmente all’esterno. Cosa insegnerebbe dunque la madre alla figlia? Una mascherata, attraverso cui avverrebbe la trasmissione della femminilità, come del femminino, la possibilità di amarsi, e di spingere l’altro ad amarla tutta intera. La qual cosa spiega bene la dimensione angosciosa, nella donna, della perdita d’amore: essere lasciata significa essere nulla. Ma questo significa forse, come sostiene Lacan, che la donna attraverso l’amore non realizza altro che una copertura alla sua solitudine, attraverso « un sembiante di essere » che le concede il riconoscimento dell’uomo che la ama? .

La donna è forse condannata ad un’eterna malinconia, stretta fra la perdita del proprio essere e la parvenza di un incontro? A me pare invece che qui si possa riprendere la questione freudiana dell’invenzione femminile della tessitura, come un’osservazione che abbandonata ogni illusione ricostruttiva sulla genesi della cultura, può essere pensata come la percezione del ruolo del controinvestimento materno nella genesi dell’identità sessuale della bambina, controinvestimento modulato dall’universo del trucco, dei fard, dei tessuti, e dell’adornamento dunque come un implicito sostanziamento dello scambio levistraussiano delle donne.

Può essere interessante, a comprova, considerare quella che la Mc Dougall ritiene essere la fantasia specifica delle (in verità molto rare) esibi- zioniste, di coloro cioè che all’angolo di una strada, seminude, offrono il proprio corpo alla vista dell’altro: il gesto esprimerebbe la ricerca di una figura materna che riconosca il proprio sesso biologico, invitandole a vestirsi e poter tornare a casa. Come a ricoprire un corpo finalmente degno di essere apprezzato nella sua singolarità e dunque, per questo, passibile di essere protetto, rivestito, perché sotto il vestito finalmente (non) c’è il nulla.


Alternanza perfezione – volgarità

Il modello femminile stabilisce che il linguaggio sia molto più controllato, più uguale, del corrispondente maschile. E’ vero che il tono a volte si fa alto, soprattutto nelle frequenti esclamazioni, nelle espressioni emotive, nelle domande, ma in complesso è più monotono e non presenta quegli sbalzi e quelle variazioni comuni agli uomini, i quali possono presentare in una successione rapida le tonalità e i registri più diversi. Tale linguaggio tende anche ad essere “più corretto” ( riguardo alla scelta dei vocaboli e alla grammatica ), cioè più aderente alle norme stabilite.

Presenta anche un minor uso di espressioni nuove ed insolite, secondo quella “conservativit{ linguistica” più volte citata. Nelle strisce a fumetti espressioni come “munch”, “snort”, “sgrunt”, “gurgle”, “sob”, “splot”, “tzk” e molte altre, molto frequenti sulla bocca di personaggi maschili, non vengono quasi mai attribuiti alle femmine. Ci sono zone nell’ espressione verbale non familiari alle donne ; vanno dagli schiocchi della lingua e delle labbra fino all’ uso del fischio a scopo comunicativo o espressivo, come anche al largo impiego del grido ( come richiamo o altrimenti ). Possiamo attribuire questo restringimento delle possibilit{ espressive all’ idea della donna come “ controllo di sé ” e “ perfezione ”.

Infatti viene imposto alla donna un notevole autocontrollo ; e non nel senso positivo di “dominio su di sé”, ma come rigidit{ e limitazione nei movimenti e nelle reazioni. Nel testo scolastico già citato ( Casa ridente, vita serena ) si ammoniva : “ Oggi la donna lavora come gli uomini, è vero, ma non per questo deve perdere la sua femminilità. Ricordate che ciò che si apprezza di più in una donna non è né l’ intelligenza né la cultura, ma l’ esteriore compostezza… ; Un gesto sguaiato, una parola scorretta, un atto scortese, compiuto da una giovinetta, possono farle perdere di colpo tutto il suo fascino … .”

Il libro non è recente, tuttavia le cose non sono molto mutate, come osserva un recente numero della rivista “Effe”.

“Essere ben educata – dice l’ articolo – è per una ragazza più importante che essere semplicemente educata. Ancora oggi, malgrado i mutamenti di costume, ci sono un gran numero di cose che le ragazze “non devono fare”, gesti e modi su cui la gente troverebbe da ridire. Il modo di sedersi, di camminare, di parlare, di sorridere, di ridere, di prendere degli oggetti, obbedisce a un rituale raffinato ma limitante.

Tutti i movimenti di una ragazza sono messi a confronto d’ una norma “ideale”, mentre il ragazzo si vede assegnato un campo di manovra ben più vasto ”.

E’ sempre Dalla parte delle bambine che descrive l’ educazione differenziata per sesso.

“Ci dà fastidio che le bambine imparino a fischiare, ci sembra naturale che lo faccia un maschio. Si interviene se una bambina ride sguaiatamente, ma ci va benissimo che lo faccia un maschietto….Non tolleriamo che una bambina stia “scomposta”, ci sembra normale che sia “scomposto” un maschio. Si pretende che una bambina non urli, non parli a voce alta, ma se si tratta di un bambino ci sembra naturale. Puniamo una bambina, trasalendo di raccapriccio, se dice parolacce, se le dice un maschio ci viene da ridere…Se un bambino non dice grazie e prego chiediamo scusa per lui, se non lo fa una bambina siamo molto contrariati… Sopportiamo che un maschio stia male a tavola, ma da una bambina pretendiamo la compostezza… Se una bambina prende a calci una palla le insegniamo che è meglio tirarla con le mani, al maschietto insegniamo che è meglio prenderla a calci … Se sorprendiamo un maschietto che gioca con i genitali gli imponiamo di smetterla, se sorprendiamo una bambina, allora, oltre ad imporle di smetterla, non riusciamo a nascondere il disgusto… Se una bambina maltratta il suo gatto o il suo cane ci vediamo abissi di perversione, se lo fa un maschio glielo impediamo ma ci sembra normale. Se un maschietto strappa un oggetto dalle mani di un altro bambino glielo impediamo, ma in fondo ce lo aspettavamo, da una bambina non ce lo aspettiamo affatto ”.

Certamente vi sono evidenti segni di cambiamento di questa situazione, e lo dimostra l’ importante ruolo assunto dall’ abbigliamento.

“L’ uso generalizzato dei pantaloni fin da piccolissime, e la conseguente maggiore libertà di movimento, ha certamente reso più accessibili alle bambine certi giochi “maschili”, che fino a pochi anni fa erano impediti dall’ intralcio delle gonne, e inoltre ha cambiato non poco il ‘codice’ dei gesti e atteggiamenti permessi e vietati, cioè quelli definiti ‘composti’ e ‘scomposti’. ”

In questo modo la “naturale” ed “innata” grazia femminile si dimostra un comportamento culturalmente indotto.

Una delle spiegazioni più valide per questo “autocontrollo” imposto risiede nel pur semplicistico e abusato slogan che dice : “ La donna è madonna o puttana, è angelo o demonio ”. Essendo per il maschio un essere alieno, misterioso e potenzialmente pericoloso, non può essere vista che in termini estremi, e se non è angelicata, eterea e spirituale passa immediatamente alla valutazione opposta. E’ il medesimo meccanismo per cui in molti romanzi vittoriani si stabiliva la netta differenziazione tra “l’ operaio buono” e “lo sfacciato sovversivo”, e per cui gli schiavisti hanno distinto gli “zii Tom” buoni e pazienti dalle “bestie nere” che minacciavano la rivolta ; ma per le donne è molto più complesso e profondo.

Maria Antonietta Macciocchi accenna, nel libro Dopo Marx, Aprile , alla sua repulsione ad essere sempre chiamata “signora”, per la facilità con cui questo termine fin troppo cerimonioso può trasformarsi in offesa, “aggressione villanzona”.

In tanti classici della letteratura mondiale i personaggi femminili non possono essere che totalmente bianchi o del tutto neri ; difetti e colpe sono perdonati al protagonista maschile ma non alla femmina, e la convenzione narrativa la salva sempre dal fare dei passi falsi. Nel cinema, dal film muto in poi, i comici sono sempre stati uomini, la non esistenza di una donna – clown conferma l’ assenza di una reale umanità riconosciuta alla donna. Il personaggio maschile ridicolo o colpito dalla sorte suscita solidarietà e partecipazione, ma la donna che scende dal suo piedistallo è da rigettare e da consumare.

Anche le riviste per fotoamatori considerano la donna un soggetto difficile per le foto. Ad esempio non bisogna mai fotografare una ragazza che cammina prendendola di spalle, e dal basso verso l’ alto, e in gesti che non siano quelli convenzionalizzati, se non si vuol rendere la foto “volgare”. Generalmente si produce la grossa mistificazione di trasformare queste limitazioni in complimento ; in una intervista a “L’ Europeo” Davide Maria Turoldo ha detto : “ La donna è la ‘perfezione’; quando un uomo fisicamente decade, nessuno se ne meraviglia, quando capita alla donna sì ”. Allo stesso modo quei professori che nel secolo scorso si rifiutavano di discutere di anatomia in presenza di una donna ritenevano di renderle un omaggio.

Si dice spesso che la gestualità femminile sia molto più sviluppata di quella maschile. “ La donna ha elaborato un linguaggio del corpo assai più ricco ” – ha osservato Umberto Eco in un articolo, aggiungendo : “ Essa si è specializzata nella comunicazione gestuale e mimica, tanto che se un uomo tende ad esprimersi con il gesto, le espressioni del viso, la posizione del corpo, viene detto ‘effeminato’. ”

Tuttavia questa è una impressione superficiale, che non rende l’ effettiva realt{. Più profondamente notiamo che è piuttosto l’ uomo ad usare il corpo spiegandone le potenzialità espressive e funzionali.

I movimenti delle donne sono più raffinati ed elaborati, ma molto ripetitivi e limitati da una norma ristretta, nel medesimo senso che abbiamo visto per il linguaggio verbale. La limitazione dei movimenti comincia assai precocemente : “Stai ferma” è un’ ingiunzione molto più frequente di “Stai fermo”.

“ La motricità richiede una serie di finissime coordinazioni neuromuscolari e un’ intensa attivit{ cerebrale. Più il bambino si muove, più ha occasione di fare esperienze sensoriali nell’ ambiente, più le sue cellule cerebrali e la sua intelligenza si sviluppano. Ridurre le possibilità di movimento significa ridurre le sue curiosità, le sue esperienze e quindi la sua intelligenza. Un bambino che cresce in un ambiente povero di stimoli e di libertà sviluppa meno la sua mente di un altro che vive in un ambiente più ricco, più vario e più tollerante. ”

Spesso, più o meno apertamente, la femmina viene dissuasa dal partecipare agli sport e alle attività fisiche ; e ciò, secondo Susan Brownmiller, le impedisce l’ addestramento alla competizione e ai contatti fisici. Il vantaggio psicologico che i maschi hanno in una situazione di emergenza è molto più decisivo della forza fisica ; essi infatti sono stati allevati e incoraggiati ad usare i loro corpi in modo competitivo sin dalla prima infanzia. “ Ci sono importanti lezioni da imparare nelle competizioni sportive, fra l’ altro che la vittoria è il risultato di un duro, costante e serio allenamento, di una fredda, intelligente strategia che comprende l’ impiego di trucchi e di bluff, e di un positivo assetto mentale in grado di mettere in moto l’ intero complesso dei riflessi ”.

Qualche tempo fa si poteva leggere in un articolo sportivo : “ La Chersoni, sempre più incantevole allo sguardo, trova difficoltà a trasportare le sue piacevoli fattezze su andature sostenute ”…; mentre il giornalista Gianni Brera diceva di una discobola : “ Tracagnotta, con gli sterno-cleidomastoidei in evidenza e gambe corte e tozze ( ahimé ) ”.

In entrambi i casi, l’ attenzione non è rivolta ai risultati ottenuti, bensì all’ apparenza fisica delle atlete. Anche nelle ultime Olimpiadi le nuotatrici ed altre atlete venivano definite sprezzantemente “troppo maschili”.

La donna sportiva dovrebbe quindi essere impegnata in due cose opposte : gareggiare e mantenere un certo autocontrollo, perché d{ fastidio la donna sudata, con l’ espressione stravolta dalla tensione, dai gesti duri e non aggraziati. Essa dà fastidio anche dal punto di vista morale, dal momento che non è disposta ad aiutare gli altri ma lotta per se stessa e per la propria vittoria.

La ginnasta Nadia Comaneci fu definita “la bambola meccanica” e la si descriveva in questo modo : “E’ decisamente competitiva, Nadia. E’ dura, seria, glaciale…. Mentre cerco, con scarsi risultati, di vedere dei barlumi di umanità, di calore, di partecipazione, in questo minuscolo robot … Con un’ espressione di odio così concentrato come nemmeno negli occhi dei pugili, dei lottatori. Erano gli occhi di Nadia. ”

In definitiva tale visione della donna ha portato ad attribuire all’ uomo la forza e l’ intelligenza ( che implicano il “fare” )e a lei la bellezza ( che implica l’ “apparire” ). Ciò che alimenta la personalità è la varietà di problemi da affrontare e l’ acquisto di nuove conoscenze, cioè l’ esperienza. Per questo l’ uomo si è conosciuto e si è espresso nel mutevole “fare” e la donna, costretta alla fissit{ del ripetere, non ha potuto che conoscersi ed esprimersi nell’ “apparire”. Ciò persino modificando il suo volto e il suo corpo per adeguarsi a un modello dato.

Si è detto che il corpo delle donne non è stato altro che il prolungamento del desiderio maschile, come si è espresso nelle varie strutture socio-culturali, un testo dettato dagli uomini.

In tutte le culture ed in ogni epoca troviamo pratiche per marchiare fisicamente la donna, fino a deformare il cranio e il volto femminili ( le labbra a piattello e i colli rigidi delle africane, le orecchie forate). Il “piedino cinese”, questa deformit{ provocata artificialmente, può essere considerato il simbolo di un destino : l’ esclusione dal mondo aperto, nel quale solo gli uomini potevano camminare, avanzare, progredire.

Anche l’ attuale chirurgia estetica e la ferocia delle diete corrispondono agli stessi princìpi. E’ un fatto che i vestiti delle donne non si sono quasi mai ispirati a criteri di comodità e di benessere, anzi creavano spesso impaccio, fastidio, costrizione. Vale a dire che l’ abbigliamento delle donne ha risposto più a necessit{ ideologiche che pratiche ( secondo la caratteristica delle “funzioni- segno “ di Barthes ). Ancora oggi, nonostante il prevalere ( per fortuna ) dell’ abbigliamento “casual”, tante donne per i loro vestiti ( gonne troppo lunghe o troppo strette, calzoni strettissimi, tacchi troppo alti ) si rendono difficoltoso il minimo movimento.

Il processo di educazione alla vanità e alla cura di se stesse viene così descritto : “ Mentre fino ad allora era stata un maschietto, o meglio, un individuo indifferenziato, cominciò a presentare alcuni atteggiamenti considerati tipici delle bambine. Sedeva allo specchio per pettinarsi e mentre fino ad allora si dava energiche spazzolate a casaccio, senza nessun compiacimento per il proprio aspetto, cominciò a mettere in moto una mimica di compiacimento come evidentemente aveva visto fare alla madre e all’ assistente. Inarcava le sopracciglia, sbatteva le palpebre, si sorrideva, si osservava di tre quarti, avvicinava e allontanava il viso dallo specchio per osservarsi meglio. ” 1

“Molto manca a quella donna a cui manca la bellezza” scrisse Baldassarre Castiglione molti secoli fa, con parole ancora attuali. Che la bellezza attiri e colpisca positivamente è una cosa naturale, valida per uomini e donne ; ma i primi possono sopperire a delle imperfezioni fisiche con altre virtù, possibilità non concessa alle altre.

Nel cinema la protagonista, qualunque sia il suo ruolo, deve essere innanzitutto molto bella. A questo proposito Dacia Maraini ha osservato che solo il corpo dell’ uomo ha il diritto di apparire umano. “ Il nostro cinema coltiva e favorisce l’ espressione di attori intelligenti, duttili, segnati dalle cose e dai fatti ; come Albertazzi, Mastroianni, Manfredi, Volonté, e nello stesso tempo relega in cantucci male illuminati attrici di personalità che alla prima ruga sono state costrette a ritirarsi… Le poche che restano sono talmente terrorizzate di apparire meno giovani, che si muovono come delle mummie, chiuse e immobili dentro una maschere che le fa inespressive e anonime ”.

Il massimo di fissità e di maschere lo troviamo nel sorriso stereotipato, cos’ frequente nelle donne. La pubblicità a sua volta insiste molto su questa necessit{ dell’ apparire ( “ Un uomo ti guarda ” ; “ Ora mi vogliono tutti vicina. Ma ho rischiato di restare sola per colpa di un sapone ‘mezza giornata’ ” ; “ Il suo successo è nei suoi capelli ” ), ma soprattutto esalta le possibilità del sorriso. Parla di “ bianco irresistibile ”, di un “ sorriso che conquista ”, dice : “ Prendi ciò che vuoi con un sorriso ”.

Il sorriso è inteso qui come un tacito invito rivolto al ragazzo desiderato e come mezzo per attrarre l’ attenzione, ma più largamente ( come derivazione dai nostri antenati primati ) sta a significare inoffensività, segnale pacifico, amicizia, sottomissione o almeno disponibilit{ verso l’ altro. Per questi motivi è diventato una espressione tipicamente femminile, che la stragrande maggioranza delle donne fotografate tende ad adottare e che è tipico delle attrici e delle modelle. In genere è evitato dai modelli e dagli attori uomini, che devono impersonare caratteristiche fin troppo opposte.

A questo punto risulta naturale, considerata la sfera particolare in cui si è mantenuta la donna, il limitato impiego di espressioni verbali relative alla sessualità . Tale fenomeno, rilevato da tutti coloro che si sono occupati dell’ argomento “Donna e linguaggio”, era nel passato molto più accentuato, e si estendeva ad altri aspetti dell’ esistenza giudicati “sporchi” e “volgari” ; a volte persino l’ atto di nutrirsi non veniva nominato, se non con eufemismi. Perciò la donna, tante volte considerata un essere soltanto sessuale e costretta a vivere solo in questa funzione, non è intervenuta nella produzione del linguaggio e dei termini sessuali, i quali riflettono tutti il punto di vista maschile.

Di fronte a un avvenimento di natura sessuale ricorreva la classica frase : “ Portate via le donne e i bambini ”, e fino a pochi decenni fa la donna non poteva far parte di giurie se il processo era minimamente scabroso ; ancora oggi del resto molti uomini cercano di evitare termini “volgari” in presenza di “signore”.

Elena Gianini Belotti ha fatto notare come fin dalla più tenera infanzia non viene fatta alcuna menzione del sesso della bambina, lasciato senza nomi né vezzeggiativi mentre al sesso del maschio si allude continuamente e scherzosamente. Per questo motivo molte donne sono molto meno oneste degli uomini nell’ esprimere i loro impulsi e provano imbarazzo per i termini sessuali. Era perciò impensabile una produzione femminile di parole legate alla sessualità ; la creatività presuppone la libertà, altrimenti non può sussistere.

Tuttavia una repressione esterna non può spiegare tutto, perché la questione è più complessa e possiamo parlare di un atteggiamento psicologico culturalmente indotto per cui esse non considerano valida la propria sessualità. Non tanto importa che le donne siano state represse sessualmente, quanto che ad esse sia stato imposto un modello sessuale particolare, tale che la sessualità è stata distorta e deviata. Questo modello stabilisce prima di tutto la distinzione precisa fra attivo (uomo) e passiva (donna). Secondo la codificazione stabilita l’ impulso sessuale dell’ uomo si risveglia spontaneamente, mentre quello della donna rimane assopito fino ad un intervento esterno.

Negli articoli di giornale, in testi di canzoni, nei discorsi della gente, si legge e si sente dire : “Lui l’ ha resa donna” , “Ho fatto di te una donna”, e così via. Abbiamo visto l’ uso di parole quali “potente” e “impotente” per l’ uomo. Nessuna donna, nemmeno la più capace sessualmente, sar{ mai chiamata “potente”. E’ detta invece “la più sexy”, perché “sexy” è qualcosa che eccita il maschio e lo rende appunto più “potente”, ed ha solo senso passivo.

Insomma la sessualità della donna è secondaria. Secondo Freud : “ In verit{, se fossimo capaci di dare una connotazione più precisa al concetto di “maschile” e “femminile”, sarebbe anche possibile affermare che la libido è invariabilmente e necessariamente di natura maschile. ”

L’ aggressivit{ del maschio e la passivit{ della femmina sono state elevate a legge di natura, e per questo ritenuti comportamenti giusti e immodificabili. Ma il concetto di “aggressivo”si trasforma facilmente in “sadico” e quello di “passivo” diventa facilmente “masochistico”. Ancora Freud afferma ne Il problema economico del masochismo che le donne sono masochistiche per natura, e stabilisce come legge psicoanalitica che in esse il masochismo è lo stato preferito, una “espressione di maturit{ sessuale”. E la sua discepola Helen Deutsch arriva a concludere che ogni rapporto sessuale è, anzi deve essere, uno stupro.

Tutto ciò ha avuto l’ effetto agghiacciante di giustificare la violenza nel campo sessuale, e di stabilire l’ opinione comune che la donna “voglia” un uomo forte, che voglia “essere dominata”, come se ciò fosse possibile per un essere umano sano.

L’ affermazione : “ Essa è oppressa dal modello sessuale, non è repressa perché non risponde al modello sessuale ”, 102 è giustificata più di ogni altra cosa dalla assoluta negazione della clitoride, che è il centro della sessualità femminile. Se in molte popolazione asiatiche e africane, così come nella medicina del passato, si è praticata la castrazione fisica, con la escissione della clitoride, la nostra cultura ha praticato quella psicologica, soprattutto attraverso Sigmund Freud e Wilhelm Reich.

Infatti : “ Lo spiegamento della femminilità richiede come condizione l’ abolizione della sessualità clitoridea ” ha scritto Freud .

Poiché la sessualità femminile è data dalla stretta unione di due organi, clitoride e vagina, con l’ abolizione del primo anche l’ altro non ha più avuto nessun valore.

La migliore prova che il linguaggio sessuale sia esclusivamente maschile è data dalla inesistenza di parole che indichino la clitoride.

Per tutti gli altri organi sessuali esistono termini di uso popolare, mentre in questo caso esiste, isolato, il solo termine scientifico (tra l’ altro piuttosto difficile a pronunciarsi). Chiaramente gli uomini non hanno avuto interesse a nominarlo, non essendo direttamente connesso con la loro sessualità, mentre le donne arrivavano ad ignorarne persino l’ esistenza.

Al contrario l’ insistenza sul coito come unica espressione ammessa ha provocato l’ enorme esaltazione del sesso maschile. Solo per l’ uomo era vista la “volontariet{” dell’ atto sessuale , con l’ erezione ( il segno dell’ eccitazione) vista come qualcosa di magico, poiché il corrispondente eccitamento femminile era ignorato, e si supponeva non esistere. Di conseguenza la donna appariva come sempre “disponibile” e “pronta”, mentre occorreva che l’ uomo desiderasse il rapporto per realizzarlo.

“ Tutti i richiami all’ emancipazione nel contegno femminile che dovrebbe attivizzarsi (“prendere l’ iniziativa”) trovano nella donna una comprensibile resistenza. Infatti, che significa per lei sollecitare un uomo al rapporto sessuale quando poi quello che si svolgerà tra loro sarà il rapporto sessuale condotto dall’ uomo ? ”. La “donna attiva”in questa cultura sessuale era un controsenso, non avendo nessuna possibilità di decidere quando iniziare e quando finire . tutto dipendeva dall’ uomo e dalla sua erezione. A tal punto gli uomini hanno considerato con orgoglio il proprio sesso da vederne l’ assenza nelle donne come una “castrazione” , come se la differenza tra femmine e maschi non potesse esistere naturalmente. “ Si produce nella donna – in modo simile a una cicatrice –un senso d’ inferiorit{. Dopo che essa è andata oltre il primo tentativo di chiarirsi la mancanza del pene considerandola come una punizione personale e ha compreso la generalità di questo carattere sessuale, comincia a condividere il disprezzo dell’ uomo per questo sesso minorato in un punto decisivo”.  Per tale motivo si crede anche alla spasmodica attesa di ogni donna per un figlio maschio : “ La situazione femminile è però affermata solo quando il desiderio del pene viene sostituito da quello del bambino …” ; “ La felicit{ è grande se questo desiderio trova più tardi il suo appagamento reale, ma in modo del tutto particolare se il bambino è un maschio che porta con sé l’ agognato pene” .

L’ enorme considerazione per questo sesso ci viene rivelata anche dalla presenza, nel linguaggio verbale, di numerosissime parole che lo nominano ; anzi lo si vede ossessivamente presente in ogni oggetto allungato ( esistente in natura o manufatto), come fava, cece, fungo, asparago, verga, palo, tubo, cannone, pistola, missile e così via.

Abbiamo detto che la vagina, da sola, non ha significato più niente ; ed infatti non ha avuto una denominazione. Il nome scientifico, “vagina”, non significa altro che fodero, guaina, cioè un contenitore, qualcosa che non esiste di per sé ma in rapporto ed in funzione dell’ altro sesso. E, tranne i nomi attribuiti dagli uomini, non esistono termini femminili per il proprio sesso.

In genere si dà un nome a ciò di cui si rileva l’ esistenza, che è considerato importante, o di cui si è fieri. Non essendoci queste condizioni, l’ unico nome attribuito è stato quello di “cosa”, che serve per nominare il meno possibile e che non individua niente. “ La tua ‘cosa’ ”, “la tua ‘natura’ “ sono espressioni comunissime soprattutto tra le donne anziane, ma non solo tra di esse. Per gli stessi motivi il termine “cosa” è usato anche per la mestruazione, ed anche qui i termini tecnici sono in se stessi degli eufemismi. “Mestruazione” deriva dal latino “menstruus”, mensile, e l’ aggettivo “catameniale” dal greco “catamenios” ( che avviene mese per mese ), mentre i nomi dati dalle donne esprimono solo il silenzio.

Si dice “ avere le mie ‘cose’ ” in Campania, “ essere in compagnia ” nelle zone del Nord, “ avere il fatto ” in Calabria, oppure si usa il sostituto di “indisposizione”. In Francia si dice “ les régles ”, in America “ i mesi ”, “ il suo tempo ”, “ la sua ora ”, e gli irlandesi parlano della “ stagione ”.

Soltanto adesso le donne iniziano a coniare dei termini propri : ad esempio è nato il termine “cingimento” o “avvolgimento” per descrivere il coito “dalla parte della donna” , quello di “orgasmare”, un vocabolo attivo che sostituisce il passivo “avere l’ orgasmo”, e nuovi nomi per la clitoride, tra cui “perla”. Ma in gran parte questo silenzio continua ancora oggi, come è sottolineato da Ida Magli.

“… La parola rivela e riassume così la sua originaria potenza nella sua forma più pura, più nuda, più vera : è azione, è avvenimento, è “fatto”. Chi pronuncia parole mette in atto potenze, stabilisce realtà, come è ben chiaro in tutte le narrazioni mitiche di origine, in tutte le formule magiche, in tutti i rituali, nella preghiera, nel giuramento, nella testimonianza, nell’ imprecazione. Nel cristianesimo la parola “si è fatta carne”, la parola è “avvenimento”, la potenza della parola è presente, del resto, in forme più o meno evidenti, in quasi tutte le religioni.

D’ altra parte tutto quell’ aspetto del comportamento umano che noi oggi genericamente chiamiamo “magico” ha alla sua base la convinzione, inespressa perché ovvia, che le parole “agiscano”. Di qui anche la necessità che le parole non siano cambiate, necessità che è presente in tutte le liturgie, in tutti i rituali ; si può essere certi che la cosa desiderata avvenga solo se si pronunciano le parole esatte. Ma per quanto la parola sia potente, la connessione con la sessualità la rende ancora più potente.

Il patto di fondazione della società è, alle sue origini , un patto sessuale, lo “scambio delle donne” ; si “scambiano parole” ( origine del diritto) perché “si scambiano donne”…. Tutto ciò che è carico di potenza, è temibile ; può essere utile ma anche pericoloso. La “tabuizzazione” che, in un modo o nell’ altro, circonda la sessualit{ in tutte le culture è la logica conseguenza del suo valore originario di fondamento della cultura, in quanto fondamento della parola. Non è un caso se spesso l’ imprecazione oscena ( oscenit{ è da questo punto di vista la valenza negativa della rottura del tabu ) fa ricorso al disegno dell’ organo sessuale. In effetti, senza saperlo, forse, chi preferisce disegnare piuttosto che scrivere la parola oscena rispetta un ultimo limite di “tabuizzazione”, essendo in realt{ l’ organo sessuale privo di potenza, una volta privo della parola che gli dà senso.

… E ben lo sanno le femministe che simbolizzano, minacciando, il sesso femminile con le mani, ma non si arrischiano a gridarne trionfanti il nome …. La donna è lo strumento da cui trae la forza la parola, e dunque non può essa stesa parlare …. Nessuna rivoluzione compiono le femministe innalzando le loro mani in un gesto che le condanna ad essere “segni di se stesse” e ristabilisce, col suo silenzio, la potenza maschile della cultura ”. 107

Al contrario l’ uso nel linguaggio verbale dei termini riferentisi al sesso maschile è così frequente da essere divenuto proverbiale. Si è osservato che “cazzo” è la parola più usata anche dai giovani, e con i significati più diversi. Secondo gli elenchi di Giorgio Bocca e di M. A. Macciocchi è un “sostantivo onnisignificante”, che sta per “niente” ( “i compagni hanno fatto un cazzo”) e per “tutto” ( “i compagni hanno fatto un cazzo di cose”), per “insomma” o “perbacco” (“che cazzo c’entro io”), per “che cosa ?” (“ma che cazzo dici ?”), per “brutto” (“uno spettacolo del cazzo”) e per “bello” ( “un cazzo di spettacolo”), in senso di offesa (“saranno stati quei cazzi l{”) e di lode.

Attualmente non solo i maschi, ma gran parte delle ragazze usano correntemente nella conversazione le cosiddette “parolacce”.

Molte pensano che ciò esprima il rifiuto di una tradizione e di un moralismo repressivo che le permetteva soltanto agli uomini. Le parole “volgari” non sarebbero altro, secondo il loro senso etimologico, che le parole usate dal popolo e considerate oscene soltanto perché conosciute ed usate, quindi contrapposte ai termini dotti, difficili, sconosciuti. E’ vero che sono parole “maschili”, ma tutte le parole interdette e gli eufemismi sono sottoposti col tempo a una usura espressiva e semantica, facilmente perdono la carica rievocativa, e la loro origine e il loro significato originario svaniscono dalla coscienza dei parlanti. E’ il caso di parole come “casino”, che tutti usano, spesso senza conoscerne il significato, o di insulti ( “ V{ all’ inferno ! ” , “Bastardo”) considerati nel passato molto gravi, e che adesso sono del tutto inoffensivi. Inoltre anche gli uomini usano espressioni che si riferiscono alle donne, quando dicono : “ Ho concepito un’ idea ”, “ Ho partorito un’ opera ”.

Dal lato opposto si osserva che le donne, usando un linguaggio creato dal maschio (usando ad esempio espressioni quali : “ Mi sono rotto(a) il cazzo, i coglioni ”, e simili, che in realt{ soltanto i maschi potrebbero usare in maniera appropriata), risultano “colonizzate” in senso linguistico, ribadendo in questo modo il proprio silenzio. Lo dimostrerebbe il linguaggio corrente, del tutto “maschile”, delle anziane donne di campagna, le più represse sessualmente. Inoltre molte non sono affatto parole “neutre” o con referente divenuto indefinito, bensì utilizzano la denominazione del sesso maschile a fine di esaltazione o di minaccia.

Contemporaneamente a questo loro uso verbale vengono infatte prodotte un gran numero di scritte murali quali : “Chiudiamo la bocca a Flaminia col cazzo” o “MSI vince / Col cazzo (risposta)/ Anche con quello (contro-risposta)”. Infine, sempre secondo tale opinione, le “parolacce” non sono una espressione di “liberazione sessuale”, anzi esprimono l’ ambivalenza della repressione quando usano il sesso per insultare e per offendere, nonché le concezioni storicamente “maschili” della sessualità.

Queste sono dunque le opposte opinioni ; esse comunque riguardano l’ uso femminile di parole coniate dai maschi. Iniziano comunque ad apparire espressioni femminili, anche se alcune di esse apparentemente ricalcano quelle degli uomini ; sui muri di Bologna è comparsa “Mi sono rotta l’ utero”, così come si sente dire : “i medici ci prendono per le ovaie”.

Ma se nel primo caso questa imitazione può essere vera, nell’ altro è solo apparente, perché constata realmente e non solo metaforicamente l’ estrema dipendenza delle donne, a causa delle proprie caratteristiche ormonali e fisiologiche, da un certo potere medico ( che tratta la gravidanza come fosse una malattia, il parto come un evento chirurgico).

Ritornando alle caratteristiche linguistiche nei testi della letteratura di consumo e nei fumetti, un altro uso del linguaggio molto diffuso nei personaggi femminili è quello al fine di inganno e di menzogna. Si tratta di un linguaggio spesso lezioso, bamboleggiato, di una finta ingenuità, che diventa addirittura musicale quando vuole ottenere qualcosa.

Anche lo sguardo che accompagna queste parole è falsamente ingenuo o esageratamente intenso, i gesti sono studiati. E’ la nostra cultura che produce questi comportamenti, incoraggiando l’ uso della seduzione da parte delle donne per ottenere qualcosa e l’esercizio della civetteria, mentre tali aspetti vengono severamente repressi nel maschio.

Il motivo principale che porta a vedere nel linguaggio femminile un mezzo per mentire sta in quella esclusione dal “fare” gi{ trattata, per cui le donne, non potendo ottenere direttamente e con le proprie capacit{ un certo risultato, utilizzano altri mezzi ( e l’ arma dell’ espressione verbale è tra le più potenti). Ad esempio nelle storie a fumetti contenute ne “Il Monello”, “L’ Intrepido” ed altri giornali simili, vi è una notevole sproporzione fra maschi e femmine per quanto riguarda il mentire.

Gli uomini infatti usano in genere la forza, l’ intimidazione o una qualche forma di influenza, al contrario le donne usano l’ inganno (addirittura molto spesso si nascondono dietro una falsa identità) o almeno fingono con frequenza sentimenti che non provano. Vi è anche un altro motivo : accade sovente che la donna “finga” per le oggettive difficoltà di corrispondere al modello assegnatole ; soprattutto quella perfezione, quell’ autocontrollo che non le consente di abbandonarsi ad impulsi naturali.

Un tale modello assegna alle femmine un maggior grado di convenzionalità, una maggiore attenzione alle norme della società in cui vivono, una serie di atteggiamenti che non possono essere spontanei ( sarebbe impossibile ), bensì continuamente studiati. Anche quel continuo dover compiacere gli altri non può produrre che finzione. E’ facile notare che i gesti falsi, le posture del corpo studiate, sono molto diffusi nelle immagini femminili.

Le foto di modelle, attrici, non solo, ma anche di donne qualsiasi, mostrano varie espressioni : il capo appoggiato alla spalla o girato in alto, braccio sollevato, mani che toccano il capo o i capelli, oppure appoggiato al collo. Il corpo è disposto in maniera innaturale, il viso atteggiato ad espressioni di sorpresa o di mistero. I corrispondenti personaggi maschi non presentano nessuna di queste caratteristiche : non toccano parti di sé, mantengono il viso inespressivo e il corpo teso. Certamente si tratta soltanto di un’ altra forma di finzione, che tuttavia non arriva quasi mai al punto di stravolgere quegli atteggiamenti normali della vita quotidiana.

In conclusione : questi sono dunque i comportamenti verbali ( connessi a forme corrispondenti di comportamenti non-verbali ) che le donne tratteggiate nei mass-media presentano. Ma dobbiamo chiederci se essi hanno veramente riscontro con la vita reale oppure riflettano solo stereotipi che non hanno alcuna validità oppure la avevano soltanto nel passato.

Ad esempio in molte occasioni i ruoli sembrano scomparsi, non si notano a prima vista differenze apprezzabili fra il linguaggio e il comportamento di studenti e studentesse degli stessi corsi, e di tutte quelle persone ( uomini o donne ) che vivono nella stessa realtà sociale e svolgono le medesime attività.

Per vedere se un tale azzeramento di diversità esiste realmente dobbiamo tentare delle osservazioni sul campo, servendoci degli strumenti che la scienza del linguaggio ci mette a disposizione.


La clinica lacaniana. Conclusioni

La perversione è una struttura indispensabile alla definizione sia teorica che clinica del campo analitico.

La perversione è l’unica delle tre categorie psicopatologiche: nevrosi, perversione e psicosi, a essere rivendicata dalla psicoanalisi come propria.

Freud non ha mai formalizzato una teoria della perversione, tuttavia, lungo tutte le sue elaborazioni, sono presenti considerazioni al suo riguardo.

Nei Tre saggi sulla teoria sessuale Freud parla  dell’iscrizione in un ordine sessuale a partire dalla perversione.

Questo significa che “Gli esseri umani si iscrivono nella loro propria soggettività attraverso una sessuazione, e che questa sessuazione è fondamentalmente un fenomeno di cultura”.

Quindi si tratta di un ordine non naturale e strettamente collegato con l’iscrizione del soggetto nel linguaggio.

Il soggetto si iscrive nel linguaggio con il suo sintomo come un soggetto sessuato.

Il linguaggio e la sua strutturazione preesistono all’entrata del soggetto nella struttura, ed egli non potrà modificarla ma dovrà sottomettervisi.

Il sintomo è dovuto a un difetto di simbolizzazione, qualcosa  è accaduto che il soggetto non ha potuto esprimere attraverso la parola.

Nella perversione è stata individuata una modalità di risposta del soggetto di fronte alla castrazione .

Ogni soggetto, di fronte ai limiti imposti dal linguaggio che gli impediscono di riprodurre le antiche soddisfazioni legate alle prime relazioni oggettuali, mette al posto di ciò che è andato perduto un sostituto, un oggetto idealizzato che promuove il suo mondo pulsionale, la sua vita  e i  suoi rapporti sociali.

Il perverso mette in scena l’aspetto di finzione di tutto ciò, “ nega che il vuoto che si produce nel dire e nei rapporti sia un motivo, un qualcosa che muove i soggetti nella loro dimensione di desiderio” e crede di poter annullare del tutto questo vuoto,(…) il perverso vorrebbe arrivare a un dire senza resto, a un “tutto è detto”, che in altri termini significa volere includere nel dire e nella scrittura ciò che è in eccesso: il godimento in quanto tale”.

Nella perversione, al posto della divisione soggettiva, della mancanza e del desiderio che ne consegue, si trova una volontà di godimento che elimina la divisione.

Il soggetto perverso mette in evidenza con il suo agire l’aspetto di finzione operato dall’Altro simbolico che non è garante di ciò che è perduto da sempre.


Famiglia e perversione

La famiglia rappresenta il luogo nel quale l’individuo nasce e si sviluppa, e dove dovrebbero essergli  forniti i mezzi per dare un nome a ciò che accade oltre a un senso e un significato alla sua storia soggettiva.

L’abuso spesso si consuma proprio all’interno della famiglia e quindi proprio nel luogo dove dovrebbe essere garantita la protezione e la sicurezza.

Nelle famiglie abusanti esiste una logica di godimento all’interno dei legami che può essere riferita a tratti di perversione.

Colui che agisce il trauma spesso  ha un rapporto distorto con la legge, si situa oltre questa, coinvolgendo nella sua logica perversa tutti i legami familiari.

Il rapporto che si instaura fra la vittima e l’abusante non è un rapporto duale ma presuppone l’esistenza di un terzo simbolico rappresentato dalla Legge.

Questo Altro simbolico rappresenta una legge universale che tutela il soggetto dal punto di vista fisico e psichico.

Si tratta di una legge transculturale che fonda tutte le civiltà ed è rappresentata dalla proibizione dell’incesto.

L’interdizione dell’incesto non si riferisce unicamente ai rapporti sessuali fra le figure parentali ma funziona da regolatore, da filtro, fornendo una griglia simbolica che impedisce l’accesso diretto al godimento.

L’individuo si costruisce e viene a essere un soggetto attraverso le coordinate che vengono fornite da questa griglia simbolica.

Il Complesso Edipico assume in questo senso la funzione di imbrigliare il godimento all’interno del funzionamento del desiderio.

Nei soggetti abusati questo schermo simbolico viene oltrepassato e il soggetto si trova a tu per tu con un godimento senza limite.

L’Altro simbolico che garantiva la legge e che sosteneva il soggetto è scomparso e così pure il soggetto.

La funzione di velo operata dalla metafora paterna è venuta meno e con questa ogni possibilità di significazione.

 


“Un bambino viene picchiato” (1919)

( Contributo alla conoscenza dell’origine delle perversioni sessuali ).

 

Il fantasma “ Un bambino viene picchiato” viene posta da Freud a paradigma del rapporto del soggetto con il godimento.

“ A questa fantasia si congiungono sentimenti di piacere in virtù dei quali essa è stata riprodotta innumerevoli volte o viene riprodotta tuttora”.(…) “Siamo di fronte a un tratto primario di perversione. Una delle componenti della funzione sessuale ha presumibilmente precorso le altre nello sviluppo , si è resa prematuramente autonoma e si è fissata , sottraendosi perciò ai successivi processi evolutivi”.

Questa fantasia di percosse passa attraverso tre fasi. La prima fase “ Mio padre picchia il bambino da me odiato” mette in evidenza come il soggetto possa in questo modo rimanere il preferito del padre essendo picchiato un altro bambino che potrebbe essere un fratellino o una sorellina.

Il significato relazionale di questa scena è: “ mio padre non ama quest’altro bambino, ama soltanto me”.

Questa fantasia soddisfa la gelosia del bambino ma nello stesso tempo apre la strada al senso di colpa legato all’amore per il padre che determina un rovesciamento della situazione ( il senso di colpa è l’elemento che trasforma il sadismo in masochismo).

Nella fase successiva la persona che picchia rimane la stessa ma il bambino picchiato è diventato il soggetto stesso: “Vengo picchiato da mio padre”, e l’esser picchiati rappresenta adesso una combinazione di senso di colpa ed erotismo.

Questa fantasia rimane però inconscia probabilmente per l’intensità della rimozione e può essere ricostruita soltanto attraverso l’analisi.

 In questa fase “ le connotazioni relazionali si riducono e si apre un’ambiguità allusiva che assume già connotazioni perverse”.

Nella terza fase: “ Un bambino viene picchiato”, la persona che picchia non è mai il padre, quindi scompare il padre, scompare il soggetto e il significato relazionale della scena.

 Al posto di un unico bambino sono adesso presenti più bambini che rappresentano dei sostituti del soggetto.

La perversione viene posta da Freud nel contesto di processi evolutivi tipici: “ è posta in relazione con l’amore oggettuale incestuoso del bambino , con il suo complesso edipico, fa la sua prima apparizione sul terreno di tale complesso e quando esso è crollato gli  sopravvive, spesso da sola, quale erede del suo carico libidico e gravata del senso di colpa che a esso è ancorato.

Il terzo stadio del fantasma rappresenta sia la struttura inconscia perversa delle fantasie di godimento nevrotico ( che devono rimanere irrealizzate) sia la struttura dei passaggi all’atto perversi.

“ La perversione infantile può, o diventare il fondamento su cui si edifica una perversione di segno analogo che dura tutta la vita, che consuma tutta quanta la vita sessuale dell’individuo, o invece può venire troncata e rimanere sullo sfondo di un normale sviluppo sessuale, al quale sottrae pur sempre un certo ammontare energetico.(…) La fantasia di percosse e altre analoghe fissazioni perverse non sarebbero dunque altro che sedimentazioni del complesso edipico, cicatrici, per così dire, del processo che si è concluso”.


L’impatto del godimento sul soggetto

Nel corso del trattamento di pazienti abusati la verità soggettiva non è reperibile nel racconto dell’evento di cronaca legato al ricordo.  La verità si trova in quel godimento “al di là del principio di piacere” e nel modo in cui il soggetto è rimasto implicato.

Al momento dell’abuso si è verificato un  incollamento del soggetto al godimento dell’Altro che gli impedisce di staccarsi, di capire quello che è successo e quali sono state le rispettive parti in causa.

Il soggetto si trova a essere un puro oggetto di godimento, non ha più un proprio statuto, non può rappresentarsi in un discorso perché non è riducibile al campo simbolico e immaginario del senso e rimane fissato in questa posizione, in questo godimento maligno che lo incolla all’Altro.

Il trauma continua a essere presente nella vita del soggetto, e ad agire proprio per l’effetto di quel godimento che continua a operare a sua insaputa a causa di una  verità non ancora assunta soggettivamente.


La teoria del trauma in Freud

Per comprendere quello che avviene al momento del trauma, è necessario tornare alle teorizzazioni di Freud prima del millenovecento, quando parlava dell’esistenza di  un trauma sessuale specifico avvenuto nell’infanzia nell’eziologia delle nevrosi. Questa sua teorizzazione  fu superata in seguito dalla  teoria  del “Complesso Edipico detta anche “Teoria del Fantasma”.

Per Freud, a questo punto, non si trattava più di un trauma reale, ma di fantasie sviluppate dal paziente e determinate dall’insorgenza pulsionale legata al Complesso di Edipo.

Saranno però le concettualizzazioni di Freud in Al di là del principio di piacere che permetteranno di mettere a fuoco in maniera più chiara quello che avviene nel soggetto al momento del trauma.

In questo scritto viene riconsiderata la questione del trauma reale.

Al principio di piacere Freud oppone una tendenza molto più primordiale, che consiste nella coazione a ripetere esperienze spiacevoli del passato che generano dispiacere. Il soggetto si trova a dover fare i conti con qualcosa che si trova “al di là del principio di piacere” e cioè con “la pulsione di morte”.

Credo che la pulsione di morte possa essere ben chiarita da questa affermazione: “La morte a cui la pulsione sospinge è allora concepibile come uno stato esente da tensioni, come l’immagine di una quiete assoluta. Luogo di un godimento non ancora intaccato dal significante”. La pulsione spinge ad azzerare la mancanza e quindi la divisione del soggetto. Ciò che crea la distanza è il simbolico, se “Il Simbolico è ridotto al Reale (…) il soggetto si frammenta, si identifica al caos oscuro e magmatico del Reale”.

Nell’istante del trauma il soggetto è travolto da un godimento pulsionale assoluto, che è diverso dal piacere  situandosi “al di là del principio di piacere”, un misto di piacere e sofferenza che lo annulla completamente. In questo contesto viene meno la possibilità di metaforizzare l’evento, di ricostruirlo soggettivamente per sottrarlo al silenzio del Reale incontrato.

Il Reale del trauma investe direttamente il corpo, lascia su di esso i suoi segni  e impedisce qualsiasi tipo di rappresentazione dell’evento. Freud  parlava del “trauma come ripetizione demoniaca” dove centrale è proprio la  spinta a ripetere un godimento che rifiuta il principio di piacere.


Abuso e perversione. Il soggetto e il trauma.

Nel momento in cui si manifesta, il trauma determina nel soggetto l’interruzione della sua storia. Tutti i punti di riferimento vengono a mancare perché le coordinate simboliche sono annientate dalla violenza dell’evento.

Il soggetto si trova senza parole per esprimere quello che è accaduto. Ci può essere la perdita della capacità di usare il linguaggio per proteggersi dalla violenza dell’impatto pulsionale, dall’orrore. Si verifica una fissazione all’attimo dell’evento in una identificazione totalizzante che determina la scomparsa del soggetto in quanto tale con una sua storia, un prima e un dopo .

Nei soggetti abusati il corpo che è stato sottoposto a violenze non può essere investito libidicamente, e neanche  il  luogo del piacere soggettivato.


La dimensione sociale del sintomo perverso

Freud  ne La morale sessuale moderna  mette in evidenza le conseguenze della cultura sulla vita pulsionale del soggetto.

Spesso i soggetti per adeguarsi alle esigenze della civiltà soccombono alle nevrosi.

In questa prospettiva la dimensione sintomatica della perversione rappresenta un segnale del malessere provocato dalla società.

Si può parlare di una dimensione sociale del sintomo e il sintomo perverso è determinato nel suo manifestarsi dalla società.

Rimane da chiedersi quali siano i nuovi malesseri determinati dalla società contemporanea, quali le nuove manifestazioni del disagio e quale posizione occupi oggi il sintomo all’interno del discorso sociale.

Sappiamo che la perversione è caratterizzata da un rapporto particolare del soggetto con l’Altro. L’Altro sociale si è modificato e si modifica nel tempo, e contemporaneamente si modificano le forme in cui i sintomi si presentano. Alcune perversioni sono legittimate dalla società contemporanea.

Infatti la civiltà incide notevolmente sulla vita sessuale degli individui, e quindi anche sulle perversioni che sono alimentate dagli ideali, dalle mode e dalle modalità di godimento di una epoca.

Oggi si parla di “nuovi sintomi” proprio per rappresentare delle patologie che esprimono nuovi disagi collegati al discorso sociale attuale. Quello che interessa alla psicoanalisi è indagare l’aspetto

di reale e di godimento che è legato al sintomo stesso.


Perversione e società. Le perversioni e la clinica psicoanalitica

La clinica psicoanalitica cerca di indagare e mettere in luce il rapporto che il soggetto intrattiene con l’Altro e la particolarità di questo rapporto.

Freud aveva operato un rovesciamento rispetto alla tematica della perversione. Per lui non si trattava più di parlare di perversioni sessuali ma di sessualità perversa. La sessualità per Freud era un sintomo della civiltà che andava indagato. Nel corso della sua elaborazione teorica il tema della perversione è stato da lui considerato più volte, tanto che a un certo punto è risultato molto difficile riuscire a separare il meccanismo di funzionamento della perversione dalle altre strutture cliniche. Per Freud, infatti, le perversioni  sono compatibili con le nevrosi, le psicosi e la perversione stessa. La libido sia come sintomo sia come atto perverso attraverserebbe  in modo differente le vie della clinica.

Alla relazione madre-bambino è stata attribuita grande   importanza nella clinica della perversione sia nella teoria di Freud che di Lacan. Questo ha fatto  sì che la clinica del padre sia stata ridimensionata e il padre sia diventato un sintomo.

Lacan parla a questo proposito di sinthomo per indicare il fatto che esiste un reale che è refrattario al simbolico, un reale che si ripete determinando sofferenza nel corpo e nella mente del soggetto : “il godimento”.

Attraverso l’esperienza clinica è possibile stabilire il rapporto che ogni soggetto intrattiene con il reale.

Il sintomo perverso si presenta come un metodo di soddisfazione della pulsione libidica caratterizzato da una certa artificiosità per accedere al reale della soddisfazione e quindi al godimento. L’artificiosità appartiene alla stessa messa in scena del sintomo perverso che nel suo manifestarsi non può fare a meno di includere l’altro inteso come partner della relazione.


L’oggetto a

Il simbolo rappresenta la prima lettera della parola “altro”che è diverso da “Altro”. La parola Altro scritta con la lettera maiuscola è una figura che indica il potere di sovradeterminazione della catena significante, è l’Altro del linguaggio, del discorso universale e quindi di tutto ciò che è stato già pensato e detto e che preesiste al soggetto, mentre la a minuscola designa anche il nostro simile e risponde alla domanda: chi è l’altro?.

L’oggetto a all’interno dell’algebra lacaniana rappresenta l’assenza, l’impossibilità. Il reale viene oltrepassato rappresentandolo con una lettera. Quindi non sappiamo chi l’altro sia ed è qui che si situa a, al posto della non risposta.

Per quanto riguarda il suo statuto formale, esso può essere identificato con il buco nella struttura dell’inconscio.

“C’è un reale che si oppone – strutturalmente- all’operazione di significantizzazione che mette in opera l’ordine simbolico”.

Non tutto è significante perchè c’è questo reale che buca il simbolico e questo elemento della struttura che non è dell’ordine significante viene chiamato da Lacan: l’oggetto a.

Dall’operazione di divisione del soggetto si produce un resto, a,  che sorge nel momento in cui viene concepito il limite che fonda il soggetto, e rappresenta quindi lo scarto dell’operazione significante. Il godimento è in che si rifugia.

Il perverso si pone nel luogo di a, di questo resto, e mira al godimento dell’Altro.


La logica perversa. L’idealizzazione della pulsione

La logica perversa è caratterizzata dall’idealizzazione della pulsione che permette al soggetto una riconciliazione con se stesso. Al posto di una divisione soggettiva troviamo una volontà di godimento per cui il desiderio esce di scena, e così pure il soggetto, essendo strutturalmente legati con la mancanza.

Il soggetto non è più diviso, non ha più bisogno di relazionarsi all’altro, di trovare le modalità del suo assenso rapportandosi alla sua mancanza per agganciare il desiderio. La pulsione idealizzata distrugge il soggetto come luogo di desiderio.

La perversione risulta così caratterizzata dalla eliminazione del soggetto e della relazione, condizioni indispensabili per rendere possibile il rapporto riuscito con il godimento.

Il desiderio insomma rappresenta una difesa dal godimento, per non raggiungere il godimento dell’Altro. Il sintomo e il fantasma sono i due mezzi che il nevrotico  usa per opporsi al godimento fuori misura e per reprimerlo.


Essere l’oggetto del godimento dell’Altro

Nella perversione esiste una logica che regola il rapporto del soggetto rispetto al godimento. Condizione indispensabile è che l’intersoggettività e qualsiasi signficato relazionale siano annullati.

Il perverso si pone in una posizione desoggettivata.

La puntualizzazione di Lacan a proposito del tema della perversione è molto chiara: “Tutto il problema delle perversioni  consiste nel concepire come il bambino, nella sua relazione con la madre (…) si identifichi all’oggetto immaginario di questo desiderio in quanto la madre stessa lo simbolizza nel fallo”.

Si manifesta una predominanza della posizione materna nella perversione come nel caso del feticista, che si identifica immaginariamente con il fallo che manca alla madre e che non trova nel padre un impedimento a questa identificazione. Il padre mantiene un silenzio complice sul rapporto libidico che intercorre fra la madre ed il suo fallo-bambino.

Il soggetto perverso è legato a quest’idea assoluta di godimento in cui la madre vuole per il proprio godimento l’nnullamento del soggetto. Al soggetto non rimane che porsi come oggetto del godimento dell’Altro.

“La perversione rinnega ( Verleugnung )  la castrazione e concede all’Altro la completezza che gli manca”, sconfessando la sua castrazione, e facendosi strumento del suo godimento diviene egli stesso il Significante fallico.


Il perverso imita il gesto di godere

Mentre il soggetto nevrotico elabora fantasie perverse che non metterà mai in atto, il perverso agisce il fantasma fino ad arrivare allo scacco.

Elemento fondamentale dello scenario perverso è la presenza dell’umiliazione che sta a indicare un fallimento  di tutta la sua costruzione: gode del fallimento e dell’umiliazione.

Il godimento perverso si localizza a livello del corpo come ad esempio nello sguardo del guardone che, raggiunta la tensione massima, si dissipa fino a perdere tutto: quando guarda perde la vista, e quando subisce lo scacco mortificante nell’essere scoperto  perde la sensibilità cinestesica del corpo.


La perversione e il godimento. Il piacere non è il godimento

Il piacere è la sensazione gradevole percepita dall’io quando la tensione diminuisce. Freud parlava di una diminuzione della quantità di eccitamento psichico.

Il godimento, al contrario, consiste nel mantenere la tensione in vivace aumento, esprime l’esperienza della tensione intollerabile, lo stato di ebbrezza ed estraneità al tempo stesso. Non è immediatamente percepibile e si manifesta indirettamente quando corpo e psiche sono sottoposti a prove estreme in situazioni limite.

Il godimento non viene avvertito immediatamente ma soltanto dopo che è stato raggiunto il suo punto massimo. Il soggetto è preso da una forza che lo induce ad agire, uno slancio fra la vita e la morte. Il godimento allontana pensieri e parole e si manifesta solo nell’azione cieca, non esistono significanti per rappresentarlo. Il soggetto è solo corpo portato al suo sfinimento.