L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Riflessioni sulle donne nel Futurismo.

Protagoniste di una stagione d’avanguardia vissuta tra soggettività riaffermativa di un’identità non sopita dall’apologetica anestetizzante, imposta con ignominiosa forza egemonica da una concezione antropologica misogina e depauperativa, e l’evidente contraddizione di esperire percorsi che risultano innestati, per valenza ed appartenenza ideologica, entro orizzonti di critica e sovvertimento dell’ordine borghese (declinati univocamente al maschile, secondo intemperanze di viscerale e rimarcato antifemminismo), le donne che si muovono all’alba del secolo nel magma culturale futurista, soprattutto nella specificità dell’esperienza italo-francese, non sembrano risentire, tranne in alcuni significativi ma “temperati” momenti polemici, dell’aporia insita nel loro ambito contestuale. E’ l’epoca in cui si configura un femminismo in fase espansiva, che stende nuove trame relazionali e strategie di alleanze, esprimendo l’inquietudine della sua inevasa domanda di pari dignità sociale. Fiorisce, in questa congiuntura tra secoli XIX e XX, il numero delle testate giornalistiche gestite da donne, quali La Fronde in Francia, Gleichheit in Germania, The Woman Rebel negli Stati Uniti, L’Exploitée e La Vie Intime in Svizzera, e molte altre, che rivendicano intanto la questione dell’autonomia professionale femminile, alimentando un vigoroso dibattito sull’indipendenza economica, e affrontano quindi impegnative tematiche intorno alla riappropriazione del corpo, nocciolo duro del nascondimento maschile, come il controllo sull’uso dei contraccettivi, la liceità di maternità extra-matrimoniale, il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza: temi emergenti, questi, le cui premesse esplicative denunciano il positivo approccio scientifico alla sessualità femminile operato dalle prime generazioni di mediche, senz’altro pioniere nel “desacralizzare” l’immagine monotetica di uno dei più inespugnabili bastioni del simbolico maschile. Si delineano così gli elementi di una congiuntura favorevole alla ridefinizione dei ruoli sessuali all’interno del doppio circuito famiglia-società, in un’accezione che intende stavolta declinare al femminile l’esito della rilettura di cui tale rivisitazione avverte necessità, e questo avviene come movimento d’insieme che poi si rastrema in linee e angoli visuali diversi, differenziandosi per priorità d’intervento e connotazioni strategiche. La lotta del diritto di voto alle donne, partenogenesi rivendicativa del femminismo europeo e americano fin dall’800, rappresenta lo spirito di quella spinta egalitaria fortemente avvertita quale terreno privilegiato di ripristino per una cittadinanza negata. Tale atteggiamento, ponendo l’accento sull’aspetto individuale dell’esistenza, quindi sulla diversa capacità di gestione data ad ognuna dal ruolo socioculturale occupato, riproponeva però interamente la divisione verticale tra istanza emancipativa “borghese” ed esigenza “socialistica” di liberazione politica, alternativa già fonte di vivace dibattito, mentre l’implicita sussunzione dell’identità di genere in quella più ecumenica e indifferenziata di cittadina ne ottundeva la specificità mimetizzandone il referente sessuale. Accanto a quest’indirizzo di strategia politica se ne appaiava un altro che rovesciava l’ordine delle posizioni contestuali ipostatizzando la connotazione sessuale su quella civile (mantenendo comunque nel patriarcale “oikos” familiare il fulcro esplicativo del ruolo femminile), e nella dialettica di categorie oppositive (in questo caso uomo-donna) fissava un principio di svolgimento in cui l’esistenza di una riconosciuta componente “debole” (femminile) avrebbe trovato compimento solo quale complementarità di quella “forte” (maschile), in ottemperanza agli schemi enunciativi della filosofia ottocentesca sul dualismo della metafisica amorosa (quelli di Schelling e Schopenhauer, per esempio): lungo il crinale di questa particolare antinomia riaffiorano i segni di una subalternità che la ribadita essenzialità della funzione riproduttiva materna sancisce ulteriormente quale inestricabile vincolo familistico. Di contro, l’annunciata richiesta di riforme legislative volte a promuovere lo sviluppo pedagogico-educativo, l’assistenza sanitaria e la tutela dei diritti domestici, risulta esiziale, in quest’ottica, per garantire che l’impegno profuso dalle donne all’interno della struttura familiare non resti momento di volontarismo passivo, bensì attestazione del mandato sociale conferito alla comunità femminile quale riconoscimento di valore istitutivo. Nell’ambito del coevo pensiero speculativo si distinguono inoltre i tentativi positivisti di conferire certezza scientifica all’ordine gerarchizzante uomo-donna, mediante controperizie sul corpo femminile atte a disvelarne la caratteriale suscettibilità alle fenomenologie del mondo naturale e denunciarne così la conseguente inaffidabilità (acclaranti appaiono a questo livello le costruzioni tipologiche di Lombroso sulla donna-criminale, le pretese dimostrazioni dell’inferiorità mentale femminile di Moebius, le assiomatiche asserzioni sull’inesistenza filosofica dell’altro sesso e il mirato raggiungimento di una finale volontà di sua cancellazione, di Weininger). Anche l’irrazionalismo decadente di Nietzsche, Huysmans e D’Annunzio, pur rinunciando alle logiche categorizzanti di un’avvertita ma ormai negletta coscienza soggettiva, non demorde dall’oggettivazione del femminile e affida alla diversa capacità di coinvolgimento con la sfera emotiva l’orizzonte di pensabilità entro cui misurare l’adeguatezza e la qualità del rapporto con la realtà, così rilanciando l’idea di una scala di valori costruita in riferimento a connaturali e sessuate predisposizioni identitarie (basti pensare al ruolo della “femme fatale” nell’abbondante letteratura ottocentesca, per evidenziare come l’eccesso di sentimento femminile, incarnazione del vizio, venga adoperato in logica sequenza di causa-effetto nella perdita maschile del sé quale indicazione di “illegittimo” trasfondimento che la natura “malvagia” dell’uno avrebbe operato nei confronti dell’insito equilibrio dell’altro). Entro i contorni delineati da questi (e certo non esaustivi) elementi di riflessione inerenti al dibattito sulle problematiche di genere intorno al sorgere del secolo, emerge il quadro storico-culturale in cui le donne aprono il confronto col manifesto fondativo futurista del 1909, evento di straordinaria importanza per la stagione artistico-letteraria primonovecentesca e per i suoi successivi sviluppi. “Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria”. Di fronte alla perentorietà di tali enunciazioni e al valore di ipotecata disponibilità maschile verso l’altro sesso, spetta alla poeta francese Valentine de Saint Point un’efficace costruzione iniziale d’immagine della donna futurista, che aldilà della condivisibilità dei giudizi rimarrà inevitabile rimando per confronti e ri/collocazioni femminili all’interno del movimento, rompendo dopo tre anni di sperimentazione artistica l’autoreferenziale monopolio maschile per proclamare l’energica irruzione di un nuovo soggetto sulla scena dell’avanguardia letteraria. Il Manifesto della Donna futurista del 1912, cui si aggiungerà ad ulteriore integrazione il successivo Manifesto futurista della Lussuria, rigetta recisamente i modelli femminili ascritti dai luoghi comuni della morale borghese e letteraria, stretta nell’alternativa tra il fascino inquietante e trasgressivo della donna fatale e la rassicurante quanto mite acquiescenza della moglie-madre, elaborando in chiave moderna il mito androgino quale feconda sintesi qualitativa di entrambe le componenti sessuali e primigenia apoteosi dell’individuo di nuova nascenza. Fautrice di un protagonismo femminile reso attuabile dalla rimozione di “residui sentimentalisti” e dalla “naturalità” di primari e recuperati istinti di “crudeltà” e “aggressività”, Saint Point sostituisce al significato della differenza di genere quella del significante: femminilità e mascolinità assurgono in questa accezione a termini oppositivi di un conflitto inserito solo meccanicisticamente nel dato biologico, e che non potendo offrire pensabilità a un ordine sessuato in divenire ne sancisce altresì l’immodificabile codificazione culturale e antropologica. Così, mentre col saggio The New Woman del 1913 Anna Kollontaj propone la rappresentabilità di una coscienza femminile in grado di infrangere gli stereotipi della subalternità patriarcale tramite la riassunzione di una forza soggettiva sottratta alla dedizione amorosa e al sacrificio familista, paventando il positivo dischiudimento di nuove e paritetiche possibilità di relazione amicale ed erotica tra i due sessi, nelle deliranti immagini del Manifesto della Lussuria il corpo femminile ri/diventa simulacro del lussurioso (e mai sopito) desiderio maschile, preda consenziente dell’energica quanto brutale esplicazione di tributati istinti guerreschi, promotori della “necessaria” riproduzione selettiva della razza eroica (qui la serrata ideologica appare obbligato “passepartout” per le posteriori radici del nazismo): “La lussuria è la ricerca carnale dell’ignoto … La Lussuria è pei conquistatori un tributo che è loro dovuto. Dopo una battaglia nella quale sono morti degli uomini, è normale che i vincitori selezionati dalla guerra, giungano fino allo stupro, nel paese conquistato, per ricreare la vita.” Specchio riflesso di una destra revanscista e aristocratica, che almeno fin dai tempi dell’affare Dreyfuss ha fatto del nazionalismo razzista una bandiera di snobismo antiborghese e intimamente reazionario, la visione dell’universo ecumenico della poeta francese viene concepito quale espressione di generale mediocrità, degradante livellamento atto a “parificare” maschile e femminile in un’unica mortificata uniformità, secondo un’interpretazione di illimitata estensibilità della misogina e iniziale invettiva marinettiana, dalla cui citazione appunto si diparte la traccia testuale del Manifesto della Donna futurista: “L’umanità è mediocre. La maggioranza delle donne non è superiore né inferiore alla maggioranza degli uomini. Esse sono uguali. Tutte e due meritano lo stesso disprezzo”. Co-destinataria insieme a Saint Point (ed altri futuristi italiani e francesi) di una simbolica rosa dedicata dallo scrittore di avanguardia Guillaume Apollinaire in appendice al suo Manifesto dell’Antitradizione futurista, ancora nel ’13, la conterranea poeta Aurel ne condivide lo spirito anticonformistico dei costumi, l’insofferenza per le normative perbeniste e borghesi, la ribellione ai canoni supponenti dell’egemonia maschile, che ne fanno un modello eccentrico di donna emancipata, assai vezzeggiato nella società aristocratica ” fin de siècle”, dissacrante interprete degli altezzosi atteggiamenti “virili”, e pur rimanendo estranea alla formazione marinettiana (aldilà delle collaborazioni sulla rivista Poesia) a questa l’accomuna il gusto irriverente e scandalistico della provocazione irridente, la spregiudicatezza esibita nella trasgressività dei comportamenti. In Italia ilManifesto della Lussuria riceve eco immediata dalle colonne del periodico fiorentino Lacerba (che tra riserve e vicissitudini interne aderisce al futurismo dal ’13 al ’14), cenacolo di misoginia indirimibile, incuneandosi nel “dibattito” monosessuale avviato dal suo direttore Giovanni Papini e coadiuvato da Italo Tavolato, che nel programma lanciato da Saint Point ravvisa l’apologetica di una subalterna flessibilità della volonta femminile offerta al perdurante dominio maschile espresso nella dinamica interlocutiva dello scambio sessuale: la pratica della lussuria assurge dunque a sviluppo edonistico del proclamato legame tra arte e vita. D’altronde gli orientamenti culturali della pubblicazione, assertori incondizionati delle tesi weiningeriane sull’opportunità di cancellazione del “sesso debole” dall’universo ecumenico, avevano rivelato in diverse occasioni l’ineludibile propensione all’uso accessorio del corpo femminile, e in questa accezione possono valutarsi i contributi spesi per gli “elogi” della prostituzione e gli strali rivolti contro una morale sessuale limitativa degli “insoddisfatti appetiti” maschili. Il dramma bellico innesca una forzosa ma profonda revisione di giudizio nei confronti del ruolo femminile, in quanto l’impegno sul fronte delle operazioni determina l’inderogabilità sostitutiva delle mansioni produttive nei luoghi tradizionalmente monopolio degli uomini. La visibile capacità efficientistica e di “inusitata fantasia” mostrata dalle nuove “aspiranti” alla conduzione socio-economica nazionale conferma l’infondatezza dei pregiudizi esistenti sull’inferiorità organizzativa e il valore qualitativo delle prestazioni erogabili: tutto ciò si riflette già prima dell’interruzione della guerra in un clima di ansia e rinnovata diffidenza verso le donne, quale sintomo estremo di frustrazione maschile per la temuta irreversibilità della prodotta inversione dei ruoli. Ad avvalorare tali convinzioni provvedono negli anni dieci presunti contributi “scientifici”, come quello del medico tedesco von Moll e del francese Huot, che nell’emancipazione femminile rinvengono le radici di un processo di “mascolinizzazione” dovuto alla modificazione della costitutiva natura sensibile-emotiva di cui le donne sarebbero sempre state portatrici. Dopo la guerra la ripresa di tali teorie trova conforto nell’immagine della “flapper” inglese, e soprattutto in quello letterario della “garçonne” francese (titolo del diffusissimo e “scandaloso” romanzo di Victor Margueritte del 1923, condannato anche da gran parte del movimento femminista internazionale e comunista), che proponendo l’assunzione di un’immagine femminile già “ambigua” nell’aspetto esteriore (capelli corti, vestiti da uomo, maniere disinvolte), non asservita alla mistica patriarcale del ruolo materno e del familismo sacrificale, protesa all’autosufficienza economica e all’indipendenza dai codici normativi, ed emancipata dalla coartante morale eterosessuale, ribaltano le stereotipate tipologie subalterne confermando così l’inquietante sequenza della delegittimazione maschile. In un articolo titolato emblematicamente Contro il matrimonio lo stesso Marinetti lamenta nel ’19 il disagio per l’avvenuto fenomeno: “La vasta partecipazione delle donne al lavoro nazionale prodotto dalla guerra, ha creato un tipico grottesco matrimoniale: il marito possedeva del denaro…ora l’ha perduto. Sua moglie lavora ….Rovesciamento completo di una famiglia dove il marito è diventato una donna inutile con prepotenze maschili e la moglie ha raddoppiato il suo valore umano e sociale…Urto inevitabile…e sconfitta dell’uomo”. Peculiari a questo proposito appaiono due importanti polemiche esplose alla fine degli anni dieci che rendono conto del senso di appartenenza costruito dalle donne a pochi anni dagli originali manifesti di Saint Point; una risale al 1917 sul periodico fiorentino L’Italia Futurista, attorno al quale si coagula il primo nucleo di futuriste italiane, in occasione della presentazione del libro marinettiano Come si seducono le donne, in cui il fondatore del movimento ribadisce la pesante eredità di una concezione misogina e depauperante del segno femminile. Gli interventi successivi aprono un dibattito tra le donne contigue alla rivista, che respingono il restringimento dell’immagine femminile alla rappresentazione inconsapevole e inintelligente della donna-oggetto, ed offrono la mirata restituzione di un’operante e non istintuale soggettività, prendendo atto con ironica garbatezza della manifesta inadeguatezza annunciata dai propalati valori sessuati maschili. Si distinguono per la particolare acutezza analitica Rosa Rosà (di origine austriaca, il cui vero nome é Edith von Hainau), che afferma “…le donne avvertono gli uomini che accanto alla loro facoltà di amare …Stanno per acquistare la coscienza di un libero “Io”…Invece pare che gli uomini siano ancora al punto degli antichi Israeliti, che negavano l’anima alla donna”, ed Enif Robert, che aggiunge “Svalutiamo con forza questa ossessione di debolezza, di fragilità, di fatalità, di preda, che é tanto volentieri accettata da un numero sempre più esiguo di donne non ancora orientate al possesso vittorioso della propria personalità precisa e sicura”. L’altra discussione prende corpo nel biennio 1919-20 su Roma futurista, dipartendosi dalla fattiva collaborazione richiesta alle donne per la costruzione del nuovo assetto sociale scaturente dal riordino seguito alla fine degli eventi bellici; situazione che denuncia l’inaffidabilità dei riferimenti tradizionali e l’urgenza di colmarne lo scarto con valori più inerenti alla realtà storica prodotta. In questa congiuntura si inseriscono le contraddizioni derivanti dall’impresa dannunziana di Fiume, che rianima le spinte combattenti e irredentiste, accendendo i lucori interventisti sugli obiettivi dell’incipiente trasformazione in partito politico della formazione futurista, ma riconduce alcune posizioni su un pessimistico e regresso ripiegamento, come si evince dalla notazione di Anna Questa Bonfadini: “Sono molto scettica, purtroppo! sulla cooperazione femminile nella grande missione di ristabilire la società su basi più sane…La donna è per sua natura timida e conservatrice; a fatica sa emanciparsi dalle consuetudini imparate nella casa paterna…Debole e schiva…é molle strumento in mano di chi s’impone al suo spirito”. Si tratta certo di punti di vista non largamente condivisi, anzi in alcuni casi travolti da uno spirito guerresco che riecheggia il belluismo di Saint Point, come appare in Futurluce (Elda Norchi): “…abbiamo un dovere da compiere… Gridare la loro infamia sulla faccia degli imboscati, degli innocui cittadini disfattisti, i peggiori traditori…Frustare a sangue in modo da svegliarli o addormentarli per sempre questi miseri fantocci…” e ancora “La guerra attuale… riconoscimento di nuove energie…E’ stata la principale forza motrice del progresso femminile”, oppure in Fulvia Giuliani: “I nostri diritti sapremo ben tutelarli con la forza, con la violenza…Ce ne infischiamo di quella dolcezza, di quell’amore…Gl’invidiosi, gli inetti, i vigliacchi… sapremo: Trascurarli, sfuggirli, disprezzarli, sbeffeggiarli…” Infine la fiumana Fiammetta, elaborando l’atteggiamento combattente degli arditi dannunziani riprende il modello francese della virago, soggetto desiderante proteso alla conquista dell’indicato oggetto dei suoi interessi, ma lo banalizza poi nell’accentuata limitatezza delle conclusioni: “Avere il coraggio della propria femminilità e del proprio desiderio. Saper trovare l’uomo, prenderselo, avvincerlo, stordirlo…Ma non rincretinirlo!…Donne!…siate per l’avvenire l’eccitante spirituale ed eroico dell’uomo moderno…E abbiate il coraggio della dedizione se volete essere degne di essere amate…” Dall’inizio degli anni venti (che segna l’allontanamento futurista da un fascismo in odor di potere, poi definitivamente rientrato nel 1929 con il conferimento a Marinetti del titolo di Accademico d’Italia) fino all’esaurirsi del movimento, con la scomparsa del suo fondatore, ormai repubblichino a Salò nel 1944, non vi saranno ulteriori spunti polemici a ridistribuire collocazioni femminili all’interno della compagine, assistendo invece a modificazioni notevoli nelle linee direzionali, che accanto alle roboanti acribie combattentiste e alle tracimanti ostentazioni erotomani, fustigative di qualsiasi psicologismo sentimentale, paventano la ricerca di un incontro comunicativo tra i generi sessuati in ottemperanza a una scoperta e innervante diversità, motore di una non avvilente interagibilità, e il disvelamento autovalorizzante delle passioni affettive (carezze, baci, complici occhiate) quale espansione delle pulsioni emotive (qualità assolutamente estranee al patrimonio culturale del gruppo fin dalle esordienti enunciazioni). Nota di tale rivolgimento costituisce il Manifesto del Tattilismo del 1921, che nel dibattito seguito alla sua pubblicazione non raggiunge facili consensi, a riprova della persistente indisponibilità a demistificare l’intangibilità degli strumenti fondativi del feticistico equilibrio maschile: autentica intrasformabilità di questa visione misogina atta a legittimare l’incurante brutalizzazione del corpo femminile si evince dalla proposta di “deflorazione legale precoce” avanzata al Primo Congresso Futurista del 1924, aspramente avversata da Benedetta Cappa, moglie di Marinetti. Proprio a Benedetta va ascritta la costruzione d’immagine femminile dell’ultimo ventennio futurista, che nell’atmosfera di ritorno all’ordine imposto dalle esigenze di consolidamento del regime fascista e quindi dall’incombente minaccia del conflitto mondiale postula nell’ipostatizzazione del valore materno la sintesi spirituale di un’analisi introspettiva mirata ad armonizzare gli esiti del rapporto tra arte e vita in funzione creatrice. Attraverso la traduzione concettuale della forza generativa femminile Cappa offre peculiare soluzione al parallelismo tra processo deliberativo dell’arte come espressione dell’agibile volontà soggettiva e disposizione oggettiva al percorso riproduttivo esplicato nella maternità, che nel connubio della mistica e ritrovata sintonia tra opposte ma reciprocamente attratte entità (uomo-donna, esteriore-interiore) ripristina un generale principio di equilibrio vitale, pacificatore dell’iniziale contraddizione tra intime espressioni naturali ed esperienza reale. NelManifesto della poesia aeroica femminile nel futurismo del 1941, Maria Goretti sistematizza definitivamente la portata teorica dell’enunciazione benedettiana, e nella comparazione con la costruzione ideologica di Valentine de Saint Point ne congloba le finalità, riconoscendo nella virtù creatrice del corpo materno uno strumento in grado di superare quel dissidio dualistico dibattuto fra incarnazione sensibile e spiritualità incorporea, lasciato irrisolto dalla poeta francese affidando al ruolo separato di “madre protettrice” o “amante lussuriosa” il compendio di una confusa sequenza dialettica. L’auspicata ricomposizione di materia e spirito rivela dunque a Goretti l’efficace coerenza della soluzione indicata da Benedetta, che coglie nella reintegrazione della funzione materna il segno attuabile di una presenza femminile “liberata” da urgenze emancipative e “doverosamente” protesa al ruolo di affiancamento e sostegno spirituale del maschile, in un momento di prossima emergenza delle risorse disponibili. Se la poetica aerea degli anni trenta, coi suoi miti del record, del volo (basti ricordare la determinazione dell’aviatrice diciottenne Barbara, che acquisisce il brevetto all’insaputa dei genitori) e delle estenuanti passioni sportive, impronta ancora di leggerezza l’istintivo distacco dal mondo reale e il desiderio di fuga verso fantastiche ed oniriche mete ideali, negli anni quaranta il bisogno di normalizzazione provocato dal trauma della guerra, nonostante il permanere dell’inesausta e ingombrante albagia interventista, ingenerando un ripiegamento postremo delle spinte “eversive” e un diffuso acquietamento intimista, sancisce il ritorno alla romantica esaltazione amorosa e la “chiusura” dello scarto semantico amore-sentimento, in tempi ormai lontani aperto da Saint Point.


VALENTINE DE SAINT-POINT. Manifesto futurista della Lussuria. 11 Gennaio 1918.

RISPOSTA ai giornalisti disonesti che mutilano le frasi per render ridicola l’Idea; alle donne che pensano quello che ho osato dire; a coloro pei quali la Lussuria non è ancora altro che peccato; a tutti coloro che nella Lussuria raggiungono solo il Vizio, come nell’Orgoglio raggiungono solo la Vanità.

La Lussuria, concepita fuor di ogni concetto morale e come elemento essenziale del dinamismo della vita, è una forza.

Per una razza forte, la lussuria non è, più che non lo sia l’orgoglio, un peccato capitale. Come l’orgoglio, la lussuria è una virtù incitatrice, un focolare al quale si alimentano le energie.

La Lussuria è l’espressione di un essere proiettato al di là di sé stesso; è la gioia dolorosa d’una carne il dolore gaudioso di uno sbocciare; è l’unione carnale, quali si siano i segreti che uniscono gli esseri; è la sintesi sensoria e sensuale di un essere per la maggior liberazione del proprio spirito; è la comunione d’una particella dell’umanità con tutta la sensualità della terra; è il brivido pànico di una particella della terra.

LA LUSSURIA È LA RICERCA CARNALE DELL’IGNOTO, come la Cerebralità ne è la ricerca spirituale. La Lussuria è il gesto di creare, ed è la Creazione.

La carne crea come lo spirito crea. La loro creazione di fronte all’Universo è uguale. L’una non è superiore all’altra, e la creazione spirituale dipende dalla creazione carnale.

Noi abbiamo un corpo e uno spirito. Restringere l’uno per moltiplicare l’altro è una prova di debolezza e un errore. Un essere forte deve realizzare tutte le sue possibilità carnali e spirituali. La Lussuria è pei conquistatori un tributo che loro è dovuto. Dopo una battaglia nella quale sono morti degli uomini, È NORMALE CHE I VINCITORI, SELEZIONATI DALLA GUERRA, GIUNGANO FINO ALLO STUPRO, NEL PAESE CONQUISTATO, PER RICERCARE DELLA VITA.

Dopo le battaglie, i soldati amano le voluttà, in cui si snodano, per rinnovarsi, le loro energie incessantemente assaltanti. L’eroe moderno, eroe di qualsiasi dominio, ha lo stesso desiderio e lo stesso piacere. L’artista, questo grande medium universale, ha lo stesso bisogno. Anche l’esaltazione degl’illuminati di religioni abbastanza nuove perchè ciò che contengono d’ignoto sia tentatore, non è altro che una sensualità sviata, spiritualmente, verso un’immagine femminile sacra.

L’ARTE E LA GUERRA SONO LE GRANDI MANIFESTAZIONI DELLA SENSUALITÀ; LA LUSSURIA È IL LORO FIORE. Un popolo esclusivamente spiritualista o un popolo esclusivamente lussurioso sarebbero condannati alla stessa decadenza: la sterilità.

LA LUSSURIA INCITA LE ENERGIE E SCATENA LE FORZE. Essa spingeva spietatamente gli uomini primitivi alla vittoria, per l’orgoglio di portare alla donna i trofei dei vinti. Essa spinge oggidì i grandi uomini d’affari che dirigono le banche, la stampa, i traffici internazionali, a moltiplicare l’oro creando dei centri, utilizzando delle energie, esaltando le folle, per adornarne, magnificarne l’oggetto della loro lussuria. Questi uomini, affaticati ma forti, trovano tempo per la lussuria, motore principale delle loro azioni e delle reazioni di queste, ripercosse su moltitudini e mondi.

Anche presso i popoli nuovi, dove la sensualità è ancora scatenata o confessata, e che non sono dei bruti primitivi nè i raffinati delle vecchie civiltà, la donna è ugualmente il grande principio galvanizzante al quale tutto è offerto. Il culto riservato che l’uomo ha per lei non è che la spinta incosciente d’una lussuria ancora sonnecchiante. Presso questi popoli, come presso i popoli nordici, per ragioni diverse, la lussuria è quasi esclusivamente procreazione. Ma la lussuria, quali si siano gli aspetti sotto i quali si manifesta, detti normali od anormali, è sempre la suprema stimolatrice.

La vita brutale, la vita energica, la vita spirituale, in certi momenti esige una tregua. E lo sforzo per lo sforzo chiama fatalmente lo sforzo pel piacere. Senza nuocersi a vicenda, questi sforzi si completano e realizzano pienamente l’essere totale.

La lussuria è per gli eroi, pei creatori spirituali, per tutti i dominatori, l’esaltazione magnifica della loro forza; è per ogni essere un motivo di superarsi col semplice scopo di selezionarsi, d’esser notato, d’esser scelto, d’essere eletto.

Sola, la morale cristiana succedendo alla morale pagana, fu portata fatalmente a considerare la lussuria come una debolezza. Di quella gioia sana che è l’espansione d’una carne possente, essa ha fatto una vergogna da nascondere, un vizio da rinnegare. L’ha coperta d’ipocrisia, e questo ne ha fatto un peccato.

CESSIAMO DI SCHERNIRE IL DESIDERIO, questa attrazione ad un tempo sottile e brutale di due carni, qualunque sia il loro sesso, di due carni che si vogliono, tendendo verso l’unità. Cessiamo di schernire il Desiderio, camuffandolo con le vesti compassionevoli delle vecchie e sterili sentimentalità.

Non è la lussuria, che disgrega e dissolve ed annichila; sono piuttosto le ipnotizzanti complicazioni della sentimentalità, le gelosie artificiali, le parole che inebbriano e ingannano, il patetico delle separazioni e delle fedeltà eterne, le nostalgie letterarie: tutto l’istrionismo dell’amore.

DISTRUGGIAMO I SINISTRI STRACCI ROMANTICI, margherite sfogliate, duetti sotto la luna, tenerezze pesanti, falsi pudori ipocriti. Che gli esseri, avvicinati da un’attrazione fisica, invece di parlare esclusivamente delle fragilità dei loro cuori, osino esprimere i loro desideri, le preferenze dei loro corpi, e presentire le possibilità di gioia o di delusione della loro futura unione carnale.

Il pudore fisico, essenzialmente variabile secondo i tempi e i paesi, non ha che il valore effimero di una virtù sociale.

BISOGNA ESSERE COSCIENTI DAVANTI ALLA LUSSURIA. Bisogna fare ciò che un essere raffinato e intelligente fa di se stesso e della propria vita; BISOGNA FARE DELLA LUSSURIA UN’OPERA D’ARTE. Fingere l’incoscienza, lo smarrimento, per spiegare un gesto d’amore, è ipocrisia, debolezza, stoltezza.

Bisogna volere coscientemente una carne come ogni cosa.

Invece di darsi e di prendere (par coup de foudre, per delirio o inconscienza) degli esseri forzatamente moltiplicati dalle illusioni inevitabili deg’indomani imprevisti, bisogna sceglier sapientemente. Bisogna – guidati dall’intuizione e dalla volontà – valutare le sensibilità e le sensualità, e non accoppiare e non compiere se non quelle che possono completarsi ed esaltarsi.

Con la stessa coscienza e la stessa volontà direttrice, si devono condurre al parossismo le gioie di questo accoppiamento, sviluppare tutte le possibilità e far sbocciare tutti i fiori dai germi delle carni unite. Si deve fare della lussuria un’opera d’arte fatta, come ogni opera d’arte, d’istinto e di coscienza.

BISOGNA SPOGLIARE LA LUSSURIA DI TUTTI I VELI SENTIMENTALI CHE LA DEFORMANO. Solo per viltà furono gettati su di essa tutti questi veli, poiché il sentimentalismo statico è soddisfacente. Nel sentimentalismo ci si riposa, dunque ci si diminuisce.

In un essere sano e giovane, ogni volta che la lussuria è in opposizione con la sentimentalità, la lussuria vince. La sentimentalità segue le mode, la lussuria è eterna. La lussuria trionfa, perchè è l’esaltazione gaudiosa che spinge l’essere al di là di sè stesso, la gioia del possesso e della dominazione, la perpetua vittoria da cui rinasce la perpetua battaglia, l’ebbrezza di conquista più inebbriante e più sicura. E questa conquista sicura è temporanea, dunque da cominciare incessantemente.

La Lussuria è una forza, perchè affina lo spirito col far fiammeggiare il turbamento della carne. Da una carne sana, forte, purificata dall’amplesso, lo spirito balza lucido e chiaro. Solo i deboli e gli ammalati vi si impantanano vi si diminuiscono. E la lussuria è una forza, poiché uccide i deboli ed esalta i forti, cooperando alla selezione.

La Lussuria è una forza, infine, perchè non conduce mai all’insipidezza del definitivo e della sicurezza che vengono dispensate dalla pacificante sentimentalità. La lussuria è la perpetua battaglia mai vinta. Dopo il passeggiero trionfo, nello stesso effimero trionfo, è l’insoddisfazione rinascente che spinge l’essere, in una orgiastica volontà, ad espandersi e a superarsi.

La Lussuria è pel corpo ciò che lo scopo ideale è per lo spirito: la Chimera magnifica, sempre afferrata mai presa, e che gli esseri giovani e quelli avidi, inebbriati di lei, inseguono senza posa.

LA LUSSURIA È UNA FORZA.


La Donna Futurista

Il Futurismo, fin dal primo Manifesto,aveva ribadito il proprio disprezzo per la donna. Eppure il movimento é stato polo d’attrazione per molte donne che nel suo modernismo hanno visto,oltre che un modo per superare gli stilemi della tradizionale espressività femminile,anche una via d’uscita dai codici di comportamento acquisiti.
Fu Valentine de Saint-Point,una tra le prime ad aderire al movimento.Autrice del Manifesto della Donna Futurista e del Manifesto Futurista della Lussuria del 1913, pur restando legata ad un’ideologia femminista profondamente reazionaria, seppe prendere posizione,anche a livello comportamentale,per una completa emancipazione della donna. Contemporaneamente Mina Loy,ricca ed eclettica artista inglese, designer, pittrice, poetessa apprezzata da Pound ed Eliot, subì il fascino maschilista e guerrafondaio del movimento e dei suoi leaders Marinetti e Papini. Abbandonerà come Valentine il Futurismo dopo la sua irregimentazione fascista.
Benedetta Cappa Marinetti.Compagna d’avventura del leader del futurismo F.T.Marinetti, si impegna in un progetto di arte totale come pittrice, allieva di Balla, scenografa, ceramista, scrittrice, giornalista, teorica del futurismo. Pubblica romanzi e partecipa a diverse esposizioni. Nel 1931 Firma il Manifesto dell’aeropittura. Dopo la morte di Marinetti, si impegna per il riconoscimento dell’importanza avuta dal futurismo nella cultura italiana.
Aderiscono al Futurismo molte altre artiste come la ferrarese Adriana Bisi Fabbri, la folignate Leandra Cominazzini Angelucci, le milanesi Alma Fidora e Regina Prassede Cassolo Bracchi, Olga Biglieri Scurto, la toscana Marisa Mori e le straniere residenti in Italia, Rougena Zatkova ed Edith von Haynau che si firma con lo pseudonimo di Rosa Rosà.
Pittrici, sono donne dinamiche che operano soprattutto nel periodo del Secondo Futurismo, frequentano circoli futuristi, partecipano a mostre aggiudicandosi premi,si occupano di moda, realizzano disegni per stoffe,copertine per libri e si interessano anche di ceramica e vetro dipinti. La loro attività ben si inserisce in quel programma di “ricostuzione futurista dell’universo” esposto nel Manifesto di Balla e Depero, che estende l’intervento creativo dal limite tradizionale dell’opera singola allo spazio del vissuto quotidiano sia pubblico che privato.