L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Wilhelm Reich e la congiura dei Piccoli Uomini

“Ascolta Piccolo Uomo: il tuo retaggio è un diamante che brucia nella tua mano. Vedi te stesso come sei veramente. Ascolta quello che nessuno dei tuoi capi e rappresentanti oserà mai dirti: Sei un ‘piccolo uomo qualsiasi’. Comprendi il duplice senso di queste parole: ‘piccolo’ e ‘qualsiasi’. Sei afflitto dalla peste emozionale. Sei malato, molto malato, Piccolo Uomo. Non è colpa tua. Ma è tua responsabilità aver ragione di questa malattia.”

(Wilhelm Reich, Listen, Little Man, 1948)

W.R.Nucleor

Il 23 agosto del 1956 a New York un immenso rogo distrugge tutte le opere di Wilhelm Reich, ex psicoanalista freudiano, ex militante comunista, ex scienziato rispettabile, perseguitato per anni da freudiani, comunisti e scienziati. I due sbirri incaricati di eseguire l’ingiunzione del giudice, Conway e Ledder, funzionari del Food and Drug Administration – organismo federale incaricato del controllo di derrate alimentari e prodotti farmaceutici – eseguono il loro compito con una rabbia distruttrice che eccede il dovere professionale; svuotano di tutti i libri e le pubblicazioni la biblioteca dell’Orgone Institute di New York – l’istituto di ricerca fondato da Reich – riempiono un grosso camion di quelle sei tonnellate di letteratura, per un valore di circa quindicimila dollari, e la scaricano nell’inceneritore di Gansvevoort a Manhattan. Contemporaneamente vengono demoliti e smantellati tutti gli apparecchi inventati da Reich – gli accumulatori orgonici – con la relativa documentazione(1).

Pochi mesi prima, il 25 maggio del 1956 era stata pronunciata dal giudice Sweeney la sentenza contro Reich e i suoi più diretti collaboratori, condannando lo scienziato a due anni di carcere per “disprezzo della corte”, cioè per non essersi presentato ad un precedente dibattimento in cui avrebbe dovuto difendersi dall’accusa – infondata – di aver montato una manovra speculativa per vendere apparecchi terapeutici inefficaci. La persecuzione era iniziata, almeno negli USA – l’ultimo paese dove Reich aveva trovato rifugio dall’Europa, dopo anni di minacce, boicottaggi, espulsioni da parte dei nazisti prima e dei comunisti poi – in seguito ad una serie di articoli diffamatori scritti da una certa Mildred Edie Brady, esempio classico di personalità affetta da quella che l’ex allievo di Freud definiva “peste emozionale”.

Il primo, pubblicato nell’aprile 1947 su “Harper’s Magazine”, era intitolato, significativamente, Il nuovo culto del sesso e dell’anarchia; il secondo, pubblicato nel maggio 1947 su “New Republic”, Lo strano caso di Wilhelm Reich: quest’ultimo fu riportato nel 1948 su un bollettino di informazione clinica degli psichiatri statunitensi acquisendo una sorta di riconoscimento ufficiale da parte della classe medica. Le colpe di Reich, in breve, consistevano, per la giornalista, nell’essere un mistico – e dunque un pazzo – un pornografo ed un anarchico e di aver organizzato una sorta di racket sessuale oltre ad una speculazione medica fraudolenta con i suoi accumulatori orgonici. Aizzati da quei calunniosi articoli, psichiatri, psicanalisti, medici, giornalisti, uomini politici, poliziotti e burocrati si lanciarono come cani rabbiosi contro l’esule austriaco e il suo preteso “culto del sesso e dell’anarchia”. Se Reich non era un volgare ciarlatano, doveva essere allora un paranoico, uno schizofrenico, un allucinato: le sue ricerche sul cancro e sull’orgone erano prove evidenti della sua psicosi. La perizia psichiatrica richiesta dal giudice – forse per salvare lo scienziato dal carcere grazie alla seminfermità mentale – rilevò invece che l’imputato era perfettamente sano di mente. Reich dovette scontare la pena detentiva, sicuro – come dichiarò al suo ultimo processo – che l’incarcerazione “avrebbe sicuramente significato la morte in prigione di un pioniere della scienza per colpa di un gruppo di psicopatici(2)”. Funesta profezia che si sarebbe avverata il 3 novembre del 1957 nel penitenziario federale di Lewisburg in Pennsylvania. L’atto ufficiale di decesso parla di un infarto (occlusione coronarica), ma è quasi sicuro che al medico austriaco fossero stati somministrati farmaci sperimentali (i detenuti venivano normalmente usati come cavie in cambio di un’abbreviazione della pena).

Un compagno di detenzione, Adolphus Hohensee, testimoniò: “Più di una volta questo grande medico mi venne incontro con le lacrime agli occhi per dirmi che questi maledetti sadici, padroni assoluti della vita di milleduecento esseri umani, lo facevano impazzire e, con i loro ‘rimedi sperimentali’, lo spingevano verso l’abisso della morte… Mi disse che non riusciva a sopportare i farmaci con cui gli saturavano l’organismo. E in effetti morì nel giro di due giorni. Quando lo trovarono, non solo era morto e già freddo, ma aveva una gamba contratta, come avesse sofferto in un’atroce agonia prima che la morte lo liberasse dalle sofferenze(3)”. Parlare dunque di assassinio non è assolutamente fuori luogo. Ma cosa aveva spinto i “piccoli uomini” a congiurare contro Reich, a volere la sua morte ed il rogo delle sue opere? Perché la sua eresia era così pericolosa? Un episodio abbastanza significativo delle relazioni fra Reich e la scienza ufficiale può forse chiarire la questione. Il 30 dicembre 1940 Albert Einstein aveva ricevuto una lettera di Reich: “Alcuni anni fa – vi si diceva fra l’altro – ho scoperto un’energia biologica operante in modo particolare, che si comportava sotto molti aspetti diversamente da tutto quanto si sa circa l’energia elettromagnetica… l’esistenza di quest’energia, da me battezzata ‘orgone’, è stata dimostrata con sicurezza non solo negli organismi viventi, ma anche nell’atmosfera e nel terreno, mediante apparecchi che l’hanno resa visibile, l’hanno concentrata ed hanno rilevato le variazioni termiche da essa determinate. Sto anche applicando con un certo successo quest’energia alla ricerca nel campo della terapia del cancro (4)”. Si chiedeva un appuntamento che il grande fisico accordò: il 13 gennaio 1941 Reich ed Einstein si incontrarono a casa di quest’ultimo e si intrattennero in conversazione per ben cinque ore. Einstein osservò l’orgone attraverso un apparecchio inventato da Reich: “Feci buio nella stanza e gli diedi l’orgonoscopio indicandogli come doveva servirsene… esclamò stupefatto: ‘Sì, è vero, è là! Anch’io vedo la cosa!’ Guardò a più riprese nell’orgonoscopio e disse:’Ma vedo questi scintillii di continuo, non potrebbero essere nei miei occhi?'(5)”.

La prova dell’oggettività dei raggi – spiegò Reich – sta nel fatto che le manifestazioni luminose possono essere ingrandite se si osservano con una lente: ciò non avverrebbe se fossero immagini soggettive. Poi aggiunse un particolare sconvolgente sull’accumulatore orgonico(6): tra l’interno dell’accumulatore e la parete superiore di questo, da una parte, e l’atmosfera esterna dall’altra, era rilevabile una sensibile differenza di temperatura. Emozionato, Einstein esclamò: “Questo non è possibile. Se fosse vero, sarebbe una bomba!”. Reich promise che sarebbe tornato con un accumulatore; Einstein assicurò che, se le osservazioni fossero state confermate, avrebbe appoggiato la scoperta. Congedandosi Reich disse “Ora capisce perché molti mi prendono per pazzo?”. “È perfettamente comprensibile(7)” rispose Einstein.

All’inizio di febbraio Reich tornò da Einstein, con un piccolo accumulatore, per procedere alle misurazioni della temperatura. Assai impressionato Einstein chiese di poter tenere l’apparecchio per fare delle osservazioni più dettagliate.

Una decina di giorni dopo Reich ricevette una lettera di Einstein: l’aumento di temperatura, diceva, non aveva niente a che fare con la struttura dell’accumulatore, era dovuto solo a spostamenti di aria calda e fredda nella stanza in cui si svolgevano le misurazioni, un fenomeno di convenzione su cui “uno dei miei assistenti ha attirato la mia attenzione”. “Con questi esperimenti – concludeva Einstein – considero il problema del tutto risolto: la differenza di temperatura non ha niente a che fare con la scatola di metallo né col suo involucro: è una pura e semplice conseguenza dell’azione del piano orizzontale del tavolo(8)”. Reich rispose con una lettera di venticinque pagine: l’ipotesi della convenzione non regge, il fenomeno si può eliminare disponendo l’accumulatore in posti diversi (aria aperta, cantina, ecc.), in condizioni diverse (appeso al soffitto, protetto da un secondo piano orizzontale superiore, ecc.); l’interpretazione dell’aumento di temperatura per accumulo dell’irradiamento di energia orgonica permane dunque valida. Aggiungeva poi dati impressionanti sui risultati ottenuti con oltre 200 cavie cancerose tenute quotidianamente per mezz’ora nell’accumulatore orgonico: rispetto alle cavie non trattate la sopravvivenza era tre volte più lunga. Inoltre riassumeva la sua teoria della vita come fenomeno energetico di pulsazione ritmica (espansione-contrazione) e quadripartita (tensione-carica-scarica-distensione). “Quali che siano le Sue decisioni, dopo queste spiegazioni – terminava Reich – desidero ringraziarLa vivamente del lavoro che si è già sobbarcato. A parte i miei collaboratori francesi e scandinavi, lei è stato il solo uomo di scienza da me incontrato nel corso degli ultimi dodici anni che abbia compreso la base fisica della mia teoria biologica: vale a dire lo svilupparsi di vescicole di materia organica per l’azione dell’energia sprigionata dalla materia(9)…”.

Einstein non rispose più né a questa lettera né alle successive; dopo diversi mesi Reich richiese la restituzione degli apparecchi prestati al fisico. L’accumulatore venne restituito ma non l’orgonoscopio, che Einstein voleva trattenere come regalo.

Dopo due mesi di insistenti richieste, anche il secondo apparecchio venne rispedito. Dopo circa due anni, per smentire le voci, ormai diffuse nell’ambiente universitario, che Einstein avesse invalidato gli esperimenti di Reich in seguito ad un controllo scientifico serio, i collaboratori dell’ex psicanalista decisero di pubblicare integralmente la corrispondenza intercorsa fra Reich e Einstein. Quest’ultimo, appena informato della questione, si affrettò a scrivere a Reich: “Non ho intenzione di autorizzare alcuna pubblicazione del genere di quella che lei suggerisce e debbo informarla che prenderò tutte le misure necessarie a evitare l’indebito sfruttamento del mio nome a questo proposito. Non posso ammettere che il mio nome venga utilizzato a fini pubblicitari, soprattutto in una questione a proposito della quale non nutro nessuna fiducia(10)”. In una successiva lettera Reich rimproverò Einstein per le accuse malevole nei suoi confronti invitandolo, se voleva impedire lo sfruttamento del suo nome, “ad agire contro i nostri calunniatori e non contro di noi(11)”. Seguì una breve replica di Einstein: non aveva propositi ostili contro Reich ma la questione degli accumulatori orgonici era per lui definitivamente conclusa; “Devo pregarla di trattare con discrezione le mie dichiarazioni orali e scritte, come io ho sempre fatto con le sue(12)” concludeva. Reich rispettò le volontà del fisico e solo dopo la sua morte, nel 1955, l’Orgone Institute Press pubblicherà il carteggio tra i due studiosi sotto il titolo di The Einstein Affair.

Reich, l’Eretico, aveva evidentemente terrorizzato anche Einstein come già Freud prima di lui(13): avallare le sue scoperte avrebbe significato per quelle menti razionali precipitarsi in un’altra visione del mondo; abbandonare i lidi conosciuti della scienza galileiana per sprofondarsi nei meandri oscuri della Filosofia Naturale di Goethe e di Mesmer, di Faust e di Frankenstein. Il brillante psicanalista galiziano, uno degli assistenti più brillanti di Freud, nonché suo amico personale, l’integerrimo militante comunista, fondatore negli anni trenta della Lega Nazionale per la Politica Sessuale Proletaria o Sexpol, sarebbe stato espulso dal Partito Comunista prima e dalla Società Psicanalitica poi: i compagni di un tempo sarebbero divenuti i suoi più acerrimi nemici. Freud lo avrebbe diffamato, gli stalinisti – li chiamava i fascisti rossi – avrebbero progettato di assassinarlo come traditore.

Reich aveva infranto ogni tabù: per lui la formula dell’orgasmo, con il ritmo a quattro tempi che lo caratterizza, era la formula stessa della vita; i bioni, i corpuscoli da lui scoperti, rappresentavano la transizione fra vivente e non vivente, realizzando una biogenesi inconcepibile per una biologia ad orientamento chimico e meccanicistico; l’orgone era l’etere, l’onnipresente, universale oceano di energia cosmica che avvolge e muove tutto l’universo, i campi energetici dell’organismo, le condizioni metereologiche dell’atmosfera, i movimenti galattici si corrispondono nei flussi e riflussi di un’energia vitale che connette macrocosmo e microcosmo; ma l’energia orgonica, antagonista dell’energia atomica, se aggredita dalle radiazioni nucleari, si trasformava in DOR (Deadly Orgone), forza pericolosa e mortale; l’energia cosmica primordiale, l’energia alfa o Ea era in grado di trasportare veicoli spaziali, gli UFO – sorta di precipitati fantasmatici – condotti da creature spaziali, gli Uomini-Core (da Cosmic Orgon Energy) portatori di una sostanza nefasta chiamata Melanor che induceva la desertificazione sulla terra e diffondeva la DOR14. Troppo eterodosse queste idee soprattutto per le applicazioni pratiche conseguenti, le mirabolanti invenzioni di Reich: l’accumulatore orgonico, efficace nella terapia del cancro; il cloudbuster – nubificatore o nubifugatore – capace di produrre a piacimento cambiamenti metereologici e di disperdere la DOR nell’atmosfera; il ‘cannone spaziale’ – sviluppo del cloudbuster – con il quale si potevano neutralizzare gli UFO.

Nel suo ultimo libro, Contact With Space – il più controverso – Reich rivelava questi aspetti estremi del suo pensiero eretico: ovviamente lo si disse il prodotto di una mente ormai in preda alla paranoia(15). In molti altri testi però, come Ascolta Piccolo Uomo; Etere, Dio e Diavolo;Superimposizione Cosmica; L’assassinio di Cristo, lo studioso ci additava possibilità feconde e impensabili. Di tutte le derive analitiche, quella reichiana è forse l’unica che in maggior misura riesca a riconnettere la frattura cartesiana superando il dualismo soma/psiche, conscio/inconscio, implicito nelle tesi di Freud e che si ripresenta come problema irrisolto in Adler e anche in Jung. Solo la svolta “mistica” e “panteista” della teoria orgonica risolve il contrasto riportandosi ad una archè primordiale, unità di materia ed energia, di fisico e di metafisico. Ovviamente, a questo punto, il castello psicanalitico è definitivamente crollato. In questo senso Reich agisce come un guastatore, un decostruttore sistematico di dogmi: analitico, marxista, positivista, razionalista, ecc. Ma i piccoli uomini hanno bisogno di dogmi: è pericoloso infrangere le loro certezze.

Proprio ne L’assassinio di Cristo, Reich forgiò la mitica denominazione di MODJU, ricavata dalle iniziali di MOcenigo – il delatore che denunciò Giordano Bruno all’Inquisizione – e DJUgashvili, cioè Stalin: aveva tracciato l’emblema di quella peste emozionale da sempre denunciata, la violenza inquisitoria, la sclerosi libidica, la negazione della vita, quella stessa peste emozionale di cui anch’egli, come Bruno e come Cristo, sarebbe stato vittima. Il testamento di Wilhelm Reich disponeva di dedicare tutte le sue risorse finanziarie residue alla creazione di un Fondo per le Ricerche sull’Infanzia e di sigillare per cinquant’anni l’archivio e la sua biblioteca personale: il 3 novembre del 2007 quando verranno tolti i sigilli(16), saranno finalmente rivelati gli ultimi segreti di questo mistico eretico, di questo saggio folle. Chissà che l’evento non rappresenti una decisiva rivincita sulla peste emozionale.

Note:

(1) Per le notizie biografiche ci rifacciamo prevalentemente a: Luigi De Marchi, Vita e opere di Wilhelm Reich, Milano, Sugarco, 1981, in particolare vol. 2, pagg. 57-97; e Roger Dadoun, Cento fiori per Wilhelm Reich, Venezia, Marsilio, 1976, in particolare alle voci: accumulatore orgonico, assassinio, autodafé, bioni, bruno, cancro, cloudbuster, comunisti, core, deliri, deserto, Dio, dor, Einstein, fascismo, fascismo rosso, Freud, gnostici, Kirlian, orgone, peste emozionale, universo, verità, yoga. Per una sintetica visione della “questione reichiana”, Cfr. Massimo Introvigne, Le nuove religioni, Milano, Sugarco, 1989, pagg. 377-378. (2) De Marchi, cit., pag. 98. (3) De Marchi, cit., pag. 100. (4) De Marchi, cit., pag. 61. (5) De Marchi, cit., pag. 62. (6) Lo strumento inventato da Reich e consistente in una scatola con una parete metallica interna che accumula l’energia all’interno del volume ed uno strato esterno di materia organica – lana, cotone, legno, ecc. – che assorbe l’orgone atmosferico e ne trasmette una parte al metallo che la rinvia all’interno in un costante processo di concentrazione. (7) De Marchi, cit., pag. 63. (8) De Marchi, cit., pag. 65-66. (9) De Marchi, cit., pag. 70. (10) De Marchi, cit., pag. 71. (11) De Marchi, cit., pag. 73. (12) De Marchi, cit., pag. 73. (13) Sulla complessa vicenda delle relazioni fra Reich e Freud, cfr. Wilhelm Reich, Reich parla di Freud, Milano, Sugarco, 1979. (14) Su tali questioni cfr. Alessandro Zabini, Wilhelm Reich e il segreto dei dischi volanti, Roma, Tre Editori, 1996; e Carlo Albini, Creazione e castigo: la grande congiura contro Wilhelm Reich, Roma, Tre Editori, 1997. Le recenti sperimentazioni condotte da James De Meo, in particolare l’operazione di nubificazione svoltasi in Eritrea nel 1994-95, sembrerebbero aver dimostrato l’efficacia degli apparecchi costruiti da Reich e la sostanziale fondatezza di molte delle sue teorie. Cfr. prefazione a Zabini, cit. , pag. XX-XXI. (15) È la posizione tipica degli autori marxisti e degli psicanalisti ortodossi, una soluzione molto comoda per archiviare il “caso Reich” con la coscienza a posto. A titolo di esempio citiamo Michel Cattier, La vita e l’opera di Wilhelm Reich, Milano, Feltrinelli, 1976: “Il suo fanatismo, il suo immenso orgoglio, e soprattutto la coerenza interna del suo sistema, fanno di Reich un paranoico talmente tipico che si potrebbe credere di aver a che fare con un caso tratto da un manuale di psichiatria… Quasi tutti i testi che Reich scrisse in USA sono pieni di penose rodomontate… Che Reich abbia potuto convincere dei profani, passi. Ma nella lista dei collaboratori alla sua rivista si trovano i nomi di parecchi medici e dottori in scienze. Ora, le teorie sull’orgone sono altrettanto strampalate dell’ipotesi che la terra sia un cubo cavo, con il sole e le stelle all’interno… Reich vedeva orgone dappertutto: nel cielo, nelle nuvole, negli oceani, nelle uova di rane, ecc. Fotografò delle aurore boreali e affermò che la forma delle nebulose a spirale indicava che si trattava di due correnti orgoniche accoppiate e in preda a un orgasmo cosmico. Bisogna riconoscere che la cosa non era priva di poesia…”, pag. 187-188. (16) De Marchi, cit., pag. 103.

tratto dal libro di Walter Catalano, Applausi per mano sola, Clinamen 2001

 


Il Libertinismo

In netta opposizione alla difesa delle ragioni del cuore e della fede dispiegate da Pascal, prende vita nel Seicento una corrente di pensiero che, per quanto composita e mai realmente unitaria, presenta come principale caratteristica la critica dell’ortodossia religiosa in nome dell’autonomia della ragione da ogni autorità (in primis dall’autorità ecclesiastica). Proprio l’intenzione di emanciparsi da ogni forma di servitù intellettuale conferisce il nome al movimento, detto “libertinismo” in riferimento al libertus latino, ossia l’ex schiavo affrancato. La corrente libertina si sviluppa con particolare vigore nella Francia dei primi decenni del Seicento (Parigi è il centro propulsore di questo movimento culturale e in questo ambiente si accendono polemiche e dibattiti che vedono coinvolti molti filosofi ma anche scrittori e poeti), come reazione al tentativo di restaurazione della più rigida ortodossia da parte della Riforma cattolica. Il libertinismo trae origine soprattutto dal Rinascimento e dalla sua affermazione della dignità e dell’autonomia intellettuale dell’uomo, nonché dalla sua riscoperta del “vero” Aristotele pagano (in contrapposizione a quello, trasfigurato, a cui si richiamavano i Medioevali). Temi portanti della corrente libertina sono, inoltre, l’affermazione (giudicata all’epoca sconcertante presso gli strati più arretrati della popolazione) dell’infinità dell’universo, già difesa da Giordano Bruno. Se è vero che, in certo senso, viene riscoperto un nuovo e autentico Aristotele, è altrettanto vero che i Libertini recuperano tendenzialmente i filosofi post-aristotelici, derivandone precisi assunti a cui fare costante riferimento: così dallo stoicismo mutuano l’esigenza di individuare una morale razionalistica, svincolata dalla religione, e la concezione di un universo retto da leggi necessarie e necessitanti, cui nulla (compreso l’uomo) può sfuggire (in siffatta prospettiva cade definitivamente la possibilità dei miracoli). Dall’epicureismo è invece desunta la concezione materialistica e atomistica del reale e dell’uomo, mero aggregato di atomi e, in forza di ciò, destinato a non godere di alcuna vita ultraterrena. L’eredità dello scetticismo – nella sua veste “pirroniana” -, invece, consiste, grazie alla mediazione di Montaigne, nella consapevolezza dei limiti intrinseci della conoscenza umana e la conseguente centralità della sospensione del giudizio (epoch). Il punto su cui tuttavia i Libertini insistono maggiormente è la tematica dell’impostura religiosa, ovvero la distruzione di quei dogmi volti all’assoggettamento del popolo al potere. Tale critica sfocia o in un moderato deismo, tale per cui alla concezione dogmatica e scritturale del Dio cristiano viene opposto un Dio razionalmente inteso come principio ordinatore del cosmo (e ciò passerà in eredià agli Illuministi), oppure in un più radicale panteismo di marca bruniana, per cui Dio altro non sarebbe se non il mondo nella sua vitale realtà, o, nei casi più estremi, in un’aperta professione di ateismo. In ogni caso, al di là delle varie posizioni assunte dai suoi componenti, il libertinismo tende a propugnare la tolleranza religiosa. Si è soliti suddividere il movimento libertino in due fasi: nei primi decenni del Seicento, infatti, esso tende a manifestarsi come 1) libertinismo radicale, con una critica incredibilmente severa tanto al dogmatismo religioso quanto all’assolutismo politico ad esso alleato: in questa prima fase rientrano Giulio Cesare Vanini (1585-1619) – pugliese e seguace della scuola padovana giustiziato a Tolosa – e Théophile de Viau (1590-1626) – poeta francese incarcerato e messo a tacere. Verso la metà del Seicento, invece, tende a prevalere il 2) libertinismo erudito, caratterizzato da una critica razionalistica dai toni più sfumati e concilianti e, soprattutto, da un sodalizio tra il filosofo libertino e il potere politico (dal quale ottiene favori e protezione). Questo sconcertante sodalizio viene spesso giustificato machiavellicamente. In questa seconda fase rientrano François La Mothe le Vayer (1588-1672), Gabriel Naudè (1600-1653) e lo stesso Gassendi. Anche dopo la metà del secolo, tuttavia, il libertinismo non perde la propria forza espressiva: risale al 1659 l’opera anonima Theophrastus redivivus, contenente un immane compendio delle opinioni filosofiche sostenenti l’ateismo e la materialità dell’anima. L’autore che forse meglio di qualunque altro assomma in sé tutte le caratteristiche della nuova temperie culturale (critica alla religione, difesa del materialismo e della mortalità dell’anima, attacco ai miracoli) è Cyrano de Bergerac. Anche in Italia ci fu una grande diffusione di scritti e associazioni libertine: il più celebre scrittore e filosofo libertino italiano è il già citato Giulio Cesare Vanini, che afferma la necessità di seguire solamente le leggi di natura. A Venezia fu fondata dal Loredano l’Accademia degli Incogniti di cui facevano parte Cesare Cremonini e Ferrante Pallavicino.


De “Gli Eroici Furori”

Opera in dieci dialoghi, pubblicata nel 1585, De gli eroici furori si svolge come un commento a testi poetici di Bruno stesso o di altri. Questa soluzione riporta in vita una tradizione che aveva avuto nella Vita nuova di Dante e nel Comento di Lorenzo de’ Medici i momenti più significativi; ma consente anche all’autore di tessere l’opera sul doppio filo dei significati letterali e allegorici, in modo che le idee filosofiche ricorrenti nel pensiero bruniano (l’immanenza del divino, il carattere infinito dell’universo) possano essere adombrate sotto il velo dell’esperienza amorosa. Rilevante anche la forte presa di posizione contro il prescrittivismo della poetica aristotelica, a cui Bruno oppone platonicamente una nozione della poesia come “furore”.

Stralcio da “Eroici Furori” di Giordano Bruno.

 

 Canzone de gl’illuminati.

– Non oltre invidio, o Giove, al firmamento,

Dice il padre Ocean col ciglio altero,

Se tanto son contento

Per quel che godo nel proprio impero. –

– Che superbia è la tua? Giove risponde;

A le ricchezze tue che cosa è gionta?

O dio de le insan’onde,

Perché il tuo folle ardir tanto surmonta? –

– Hai, disse il dio de l’acqui, in tuo potere

Il fiammeggiante ciel, dov’è l’ardente

Zona, in cui l’eminente

Coro de tuoi pianeti puoi vedere.

Tra quelli tutt’il mondo admira il sole,

Qual ti so dir che tanto non risplende,

Quanto lei che mi rende

Più glorioso dio de la gran mole.

Ed io comprendo nel mio vasto seno,

Tra gli altri, quel paese ove il felice

Tamesi veder lice

Ch’ha di più vaghe ninfe il coro ameno;

Tra quelle ottegno tal fra tutte belle,

Per far del mar più che del ciel amante

Te, Giove altitonante,

Cui tanto il sol non splende tra le stelle.

-Giove responde: – O dio d’ondosi mari,

Ch’altro si trove più di me beato,

Non lo permetta il fato;

Ma miei tesori e tuoi corrano al pari.

Vagl’il sol tra tue ninfe per costei;

E per vigor de leggi sempiterne,

De le dimore alterne,

Costei vaglia per sol tra gli astri miei.


Giordano Bruno: “Eroici Furori”

Bruno descrive tre «furori», ovvero tre «amori»:

  • l’amore per la vita dedita al piacere;
  • l’amore per la vita attiva;
  • l’amore per la vita contemplativa

I primi due «furori», secondo Bruno, sarebbero quelli per gli uomini «di barbaro ingegno», mentre il terzo è in realtà l’unico furore «eroico», poiché esso ha come fine ultimo e supremo la contemplazione della bellezza divina che si manifesta nell’universo intero. Tuttavia, tale amore per la contemplazione può nascere solo attraverso una «conversione» della mente (come quella di Plotino), intesa come conversione della divinità nell’uomo e dell’uomo nella divinità (indiamento). Ciò avviene solo distaccandosi dalle cose inferiori, contemplando le cose superiori e, soprattutto, contemplando Dio stesso: infatti, ciò porta ad una ascesa di amore supremo, che si compie ultimamente nella cosiddetta «morte di bacio», ovvero l’annullamento totale di sé (dei propri sensi e della propria immaginazione) nell’infinità bellezza di Dio. Quella di Bruno è dunque una elevazione mistica verso la«Mens super omnia» e attraverso la «Mens insita omnibus», ma, poiché l’infinito, per definizione, non può mai essere raggiunto totalmente, l’«eroico furore» è dunque una passione del conoscere, per avvicinarsi sempre più (anche se mai davvero) a Dio, causa e fine di tale «furore».

Dedicati a sir Philip Sidney, gli Eroici furori escono a Londra nel 1585 per i tipi dello stampatore John Charlewood. Divisa in due parti, ciascuna costituita da cinque dialoghi, l’opera si sviluppa in forma di commento dialogico ad una serie di sonetti composti da Bruno: uno degli interlocutori principali è un poeta molto caro al Nolano, il Tansillo. Si tratta di una scelta stilistica che corrisponde ad una posizione filosofica ben precisa: come segnala esplicitamente lo stesso Bruno nell’Argomento che apre l’opera, i Furori sono il tentativo di esporre attraverso il linguaggio amoroso un’eccezionale esperienza interiore. A conferma del carattere fortemente autobiografico dello scritto, i protagonisti dei dialoghi possono essere facilmente identificati con amici o conoscenti nolani di Bruno: in particolare, alle due figure femminili che compaiono nell’ultimo dialogo, Bruno attribuisce i nomi di due compagne d’infanzia, Giulia e Laodamia. L’impresa cantata nei Furori è soprattutto gnoseologica: ritornare all’uno mediante un’ascesa intellettuale che, attraverso la purificazione dell’amore volgare, trasformi il furioso amante in eroico cacciatore della verità divina. Doppio è il limite col quale deve fare i conti la dimensione umana: al limite gnoseologico, l’impossibilità di raggiungere una conoscenza completa e compiuta del divino, corrisponde un limite ontologico, la differenza radicale tra l’essere umano e l’essere divino. Nella parte introduttiva (Argomento del Nolano) il mito di Circe è chiamato in causa per esprimere la complessità del rapporto che intercorre tra ciclo vicissitudinale ed esperienza del furioso eroico. La maga, che trasforma i compagni di Ulisse in porci, secondo una lettura pitagorica del mito omerico, esprime la forza della generazione che spinge le anime ad incarnarsi in corpi sempre diversi: all’occulta armonia della vicissitudine si oppone l’eroico furioso, che, sporgendosi oltre la ruota delle metamorfosi, tenta di salvare dall’oblio indistinto il proprio destino, combattendo contro quell’impedimento, quel limite intrinseco, che, regolando imprevedibilmente il vortice vicissitudinale, impedisce la certezza dell’esito dell’azione eroica. Il successo di quest’ultima, del resto, è frutto della combinazione di elementi presenti soltanto in rare circostanze: finito ed infinito possono finalmente entrare in contatto solo laddove uno straordinario merito individuale s’incontri con il favore degli dei, col «beneficio» divino. Nel primo dialogo della prima parte è espressa la teoria della naturalità della comunicazione tra letteratura e filosofia: la polemica antiaristotelica è qui rivolta contro la precettistica, che vorrebbe predisporre rigidamente le condizioni del poetare. La poesia, dice Bruno, è riflesso della vita che si produce infinitamente, e pertanto deve essere libera da regole e fissi schemi gerarchici; solo se svincolata dalla sterile imitazione dei petrarchismi, essa può essere strumento di quella conoscenza che avviene sempre sulla base delle differenze. La pluralità dei tipi di poeti è l’espressione della molteplicità e della contrarietà dei sentimenti e delle invenzioni umane ed il furore si serve dell’energia sprigionata dalla lotta tra sentimenti contrastanti per radicalizzare la differenza già insita nel ciclo vicissitudinale. Furore e legge vicissitudinale, dunque, cooperano, per così dire, a tramare quel tessuto di differenze di cui l’essere si costituisce. Anche per questo la condizione del furioso è straziata, travagliata: in opposizione alla contemplazione serena della bella Sulamita del De umbris, il furioso, che scopre la dimensione dell’infinito e dell’ineffabile nella natura irriducibile del ciclo vicissitudinale degli eventi, vive tutta la tensione che scaturisce dalla visione intellettuale di una verità che non è più univocamente riconducibile ad un’unità statica, ma è tramata dalle infinite differenze che da essa promanano. È nel quinto dialogo della prima parte che emerge la fondamentale differenza tra il sapiente ed il furioso. Il primo «si muta con la luna», mentre il secondo «si muta come la luna». Mentre il sapiente si adegua al ritmo delle mutazioni fenomeniche, di cui non comprende pienamente l’essere vicissitudinale, il furioso, consapevole della natura complessa della vita-materia, con pena e travaglio ne sperimenta l’impossibilità della reductio ad unum, cioè l’irriducibilità alla semplice opposizione di luce e tenebre, bene e male, identità e differenza. Il furioso, in altri termini, sperimenta, mutando «come la luna» e «con la fenice», il superamento della semplice opposizione, intuendo la natura complessa dell’unica sostanza di cui tutto si costituisce. Se la fenice, simbolo dell’eterno ritorno dell’identico, può morire nella certezza di ritornare identica a sé, il furioso, «addotto» da «cieco fato», è metafora della condizione dell’uomo, che consapevole di non poter mai più tornare ad essere ciò che già fu, sa di essere uno degli infiniti accidenti nelle infinite possibilità della ruota delle vicissitudini universali cui è soggetta l’unica eterna sostanza. L’analisi svolta dal Nolano nei Furori tende a sottolineare, volta per volta, le forze che interagiscono nell’esperienza del furioso: per questo motivo, i primi cinque dialoghi, oltre a sottolineare la difficoltà dell’impresa, illuminano il ruolo primario svolto dall’intelletto e dalla volontà, che diventano il fulcro di un eccezionale processo di concentrazione per cui il furioso riesce a sottrarsi al circuito della vanitas. Sono temi che convergono nell’immagine di Atteone sbranato dai cani: posto nel cuore dei Furori, il mito del cacciatore trasformato in preda viene interpretato come archetipo del furore eroico. Col mito del predatore della verità, da questa a sua volta trasformato in preda, Bruno sostiene che anche l’infinito non può che essere perseguito infinitamente. I gradi ascendenti della ruota conoscitiva – tenebre, ombra, contrasto, specchio, raggi solari, sole – possono essere ascesi solo progredendo all’infinito. Non solo non c’è nessun oggetto da catturare, ma il furioso eroico, in questo processo, che fa parte del progresso infinito eternamente ciclico della natura, è egli stesso catturato, ‘compreso’, ‘assorbito’, ‘unito’.

EDIZIONE DI RIFERIMENTO: G. Bruno, De gli eroici furori, in Id., Dialoghi filosofici italiani, a cura e con un saggio introduttivo di M. Ciliberto, Milano 2000.