Le origini pagane della Quaresima e del Mercoledì delle Ceneri

Ogni festa cristiana è derivata da un’origine pagana, così come il Mercoledì delle Ceneri, noto come l’inizio della Quaresima, un tempo di digiuno o di rinuncia a qualcosa che di solito fai.

Ho trovato molto interessante questo articolo di Craig Portwood:

“La pratica di cospargersi la fronte di cenere è nota fin dall’antichità. Nella religione pagana nordica, si credeva che mettere le ceneri sopra la fronte garantisse la protezione del dio nordico, Odino. Questa pratica si diffuse in Europa durante le conquiste dei Vichinghi. Questa deposizione delle ceneri è stata fatta mercoledì, il giorno chiamato per Odino, il giorno di Odino. Abbastanza interessante, secondo Wikipedia, uno dei nomi di Odino è Ygg. Lo stesso è il norvegese per il mondo Ash. Questo nome Ygg, ricorda da vicino il nome vedico Agni nella pronuncia.

La pratica norrena che è diventata nota come Mercoledì delle Ceneri era essa stessa, tratta dalla religione indiana vedica. Si credeva che le ceneri fossero il seme Agni, il dio indiano del fuoco. È da questo nome che i latini usavano per il fuoco, ignis. È da questa parola radice che la lingua inglese ha ottenuto le parole, ignite, igneous e accensione. Si diceva che Agni avesse l’autorità di perdonare i peccati. Si credeva anche che le ceneri fossero il simbolo del sangue purificatore del dio vedico Shiva, che si dice avesse il potere di purificare i peccati”.

« Bisogna sapere che l’osservanza della Quaresima non esisteva, finché la chiesa primitiva conservava intatta la sua perfezione. ” – Cassiano, V secolo

La Quaresima è il “quarantesimo” giorno prima della Pasqua ed è osservata in molte denominazioni cristiane. Questo è il periodo di sei settimane e mezzo che dura dal mercoledì delle ceneri alla domenica di Pasqua. Durante la Quaresima i cristiani digiunano e si astengono da vari piaceri. Si dice che questo sia allo scopo di prepararsi a commemorare la passione, morte e risurrezione di Cristo.

Sebbene le Sacre Scritture prescrivano un periodo di digiuno in commemorazione di Cristo, questo non era il periodo di quaranta giorni noto come Quaresima. Nel Libro del Levitico è scritto: «E il Signore parlò a Mosè, dicendo: Anche il decimo giorno di questo settimo mese ci sarà un giorno di espiazione: sarà per te una santa convocazione (santa riunione); ed egli affliggerà le vostre anime (digiuno)…” – Levitico 23:26-27. Inoltre, Paolo profetizzò di tale dottrina riguardo al digiuno empio nella sua epistola a Timoteo. 1 Timoteo 4:1-3 recita quanto segue:

«Ora lo Spirito dice espressamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione agli spiriti seduttori e alle dottrine dei demoni;

Parlare giace nell’ipocrisia; farsi bruciare la coscienza con un ferro rovente;

Proibire di sposarsi e comandare di astenersi dalle carni , che Dio ha creato per essere ricevute con rendimento di grazie di coloro che credono e conoscono la verità.

Paolo sta profetizzando specificamente l’ascesa della fede cattolica. Nel cattolicesimo, che è la madre di tutte le altre confessioni cristiane, ai sacerdoti è vietato sposarsi. Inoltre, hanno istituito un digiuno primaverile attribuito alla sofferenza di Cristo. Tuttavia, un tale digiuno ei suoi rituali non sono radicati in Cristo ma nel culto pagano precristiano dell’antichità.

La parola Quaresima significa “primavera” e deriva dalla parola inglese antico “Lencen”. Spiritualmente parlando, tutte le strade portano a Babilonia e tale è il caso dei digiuni primaverili di quaranta giorni. In una versione del mito babilonese, Tammuz il grande cacciatore fu ucciso mentre cacciava un cinghiale. I devoti lo piansero con cerimonie di pianto per quaranta giorni. Durante i giorni di Ezechiele questo rituale si trovava anche tra gli israeliti. Ezechiele scrive:

“Egli disse anche a me: Volgiti ancora una volta, e vedrai che fanno abominazioni più grandi. Poi mi condusse alla porta della porta della casa del Signore, che era verso nord; ed ecco, là sedevano donne che piangevano per Tammuz ». (Ezechiele 8:13-14)

Tammuz, rilievo in alabastro di Ashur, c. 1500 a.C

Gli adoratori di Tammuz piansero con la sua consorte Ishtar credendo che la sua rinascita avrebbe significato la rigenerazione della vita all’interno della natura. Feste simili si trovano in tutti i popoli pagani dell’antichità. Ad esempio, gli antichi egizi osservavano un digiuno di quaranta giorni in onore di Osiride.

Il segno della croce strofinata con la cenere non è esclusivo del cristianesimo costantiniano; si trova in tutto il mondo antico ed era usato come simbolo prominente degli dei pagani. Ad esempio, “la croce Tau era iscritta sulla fronte degli iniziati nei Misteri di Mitra”. È anche interessante notare che l’atto di cospargere semplicemente la cenere direttamente sulla testa, che viene fatto anche il mercoledì delle ceneri, è stato compiuto anche in onore del dio pagano nordico Odino. La deposizione delle ceneri sopra la fronte avveniva sempre il mercoledì, giorno chiamato in onore di Odino.

Se è vero, come attesta Cassiano, che «… l’osservanza della Quaresima non esisteva, finché la chiesa primitiva conservava intatta la sua perfezione» (Giovanni Cassiano, Conferenza 21, La prima conferenza dell’abate Teona sul rilassamento durante i cinquanta giorni , Capitolo 30.), perché si osserva oggi? All’interno delle Sacre Scritture non troviamo alcun comandamento per osservare un tale digiuno. Indubbiamente, se la patina cristiana della Quaresima viene cancellata, vediamo ciò che rispecchia un antico digiuno pagano.

Sebbene le Sacre Scritture prescrivano un periodo di digiuno in commemorazione di Cristo, questo non era il periodo di quaranta giorni noto come Quaresima. Nel Libro del Levitico è scritto: «E il Signore parlò a Mosè, dicendo: Anche il decimo giorno di questo settimo mese ci sarà un giorno di espiazione: sarà per te una santa convocazione (santa riunione); ed egli affliggerà le vostre anime (digiuno)…” – Levitico 23:26-27. Inoltre, Paolo profetizzò di tale dottrina riguardo al digiuno empio nella sua epistola a Timoteo. 1 Timoteo 4:1-3 recita quanto segue:

«Ora lo Spirito dice espressamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione agli spiriti seduttori e alle dottrine dei demoni;

Parlare giace nell’ipocrisia; farsi bruciare la coscienza con un ferro rovente;

Proibire di sposarsi e comandare di astenersi dalle carni , che Dio ha creato per essere ricevute con rendimento di grazie di coloro che credono e conoscono la verità.

Paolo sta profetizzando specificamente l’ascesa della fede cattolica. Nel cattolicesimo, che è la madre di tutte le altre confessioni cristiane, ai sacerdoti è vietato sposarsi. Inoltre, hanno istituito un digiuno primaverile attribuito alla sofferenza di Cristo. Tuttavia, un tale digiuno ei suoi rituali non sono radicati in Cristo ma nel culto pagano precristiano dell’antichità.

La parola Quaresima significa “primavera” e deriva dalla parola inglese antico “Lencen”. Spiritualmente parlando, tutte le strade portano a Babilonia e tale è il caso dei digiuni primaverili di quaranta giorni. In una versione del mito babilonese, Tammuz il grande cacciatore fu ucciso mentre cacciava un cinghiale. I devoti lo piansero con cerimonie di pianto per quaranta giorni. Durante i giorni di Ezechiele questo rituale si trovava anche tra gli israeliti. Ezechiele scrive:

“Egli disse anche a me: Volgiti ancora una volta, e vedrai che fanno abominazioni più grandi. Poi mi condusse alla porta della porta della casa del Signore, che era verso nord; ed ecco, là sedevano donne che piangevano per Tammuz ». (Ezechiele 8:13-14)

Tammuz, rilievo in alabastro di Ashur, c. 1500 a.C

Gli adoratori di Tammuz piansero con la sua consorte Ishtar credendo che la sua rinascita avrebbe significato la rigenerazione della vita all’interno della natura. Feste simili si trovano in tutti i popoli pagani dell’antichità. Ad esempio, gli antichi egizi osservavano un digiuno di quaranta giorni in onore di Osiride.

Il segno della croce strofinata con la cenere non è esclusivo del cristianesimo costantiniano; si trova in tutto il mondo antico ed era usato come simbolo prominente degli dei pagani. Ad esempio, “la croce Tau era iscritta sulla fronte degli iniziati nei Misteri di Mitra”. È anche interessante notare che l’atto di cospargere semplicemente la cenere direttamente sulla testa, che viene fatto anche il mercoledì delle ceneri, è stato compiuto anche in onore del dio pagano nordico Odino. La deposizione delle ceneri sopra la fronte avveniva sempre il mercoledì, giorno chiamato in onore di Odino.

Se è vero, come attesta Cassiano, che «… l’osservanza della Quaresima non esisteva, finché la chiesa primitiva conservava intatta la sua perfezione» (Giovanni Cassiano, Conferenza 21, La prima conferenza dell’abate Teona sul rilassamento durante i cinquanta giorni , Capitolo 30.), perché si osserva oggi? All’interno delle Sacre Scritture non troviamo alcun comandamento per osservare un tale digiuno. Indubbiamente, se la patina cristiana della Quaresima viene cancellata, vediamo ciò che rispecchia un antico digiuno pagano.


“La giustificazione per la preparazione quaresimale di 40 giorni per la Pasqua è tradizionalmente basata sui 40 giorni di digiuno di Gesù nel deserto prima della sua tentazione da parte di Satana. Il problema con questa spiegazione è che questo incidente non è collegato in alcun modo con la presunta osservanza da parte di Gesù di Pasqua La pratica del digiuno e della penitenza nei 40 giorni pre-pasquali non ha avuto origine nella Bibbia” (“The Good Friday—Easter Sunday Question).

Quello che stavamo facendo era in linea con una tradizione che la chiesa cristiana faceva da oltre 1600 anni.   Ora è difficile discutere con quel tipo di storia lunga.   Avevamo supposto, in qualche momento di riflessione, che anche gli apostoli di Gesù avessero celebrato la Pasqua, proprio come stavamo facendo noi.   Ebbene, un po’ di ricerca, unita a una sobria consapevolezza che le tradizioni non provengono sempre dal nostro Creatore, ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo nei nostri presupposti.   E alquanto sconvolgenti e inquietanti sono i risultati della nostra indagine sulle radici della Pasqua.

Venite a scoprire che la celebrazione della Pasqua in fondo non è biblica!   La Torah, le istruzioni di Elohim al suo popolo dell’alleanza, non insegnano la celebrazione della Pasqua.   Gesù non ha mai insegnato ai suoi discepoli a celebrare la Pasqua.   Né Paolo né alcuno degli altri profeti, apostoli o discepoli nella Bibbia.   La celebrazione della Pasqua non è nella Bibbia perché non è del nostro Creatore! Molte delle usanze, pratiche e tradizioni della Chiesa cristiana, che si ritiene siano basate sul Nuovo Testamento e sulla storia di Gesù, sono in realtà usanze antiche che precedono il cristianesimo.   I quaranta giorni di digiuno e astinenza chiamati Quaresima sono una di queste tradizioni. 

Deriva dall’anglosassone Lencten, che significa “primavera”, la Quaresima ha origine nell’antica religione misterica babilonese. “I quaranta giorni di astinenza della Quaresima furono presi in prestito direttamente dai devoti della dea babilonese… Tra i pagani questa Quaresima sembra essere stata un preliminare indispensabile alla grande festa annuale in commemorazione della morte e risurrezione di Tammuz…” (Le due Babilonesi ).

Tammuz era il falso Messia dei Babilonesi, una contraffazione satanica di Gesù Cristo!

La festa di Tammuz si celebrava solitamente nel mese di giugno (detto anche “mese della festa di Tammuz”). La Quaresima si svolgeva 40 giorni prima della festa, «celebrata alternando pianto e giubilo» (ibid.). Per questo Quaresima significa “primavera”; si svolgeva dalla primavera all’inizio dell’estate.

La Bibbia racconta che l’antico Giuda adorava questo falso Messia: “Poi mi condusse alla porta della porta della casa del Signore che era verso il nord; ed ecco, là sedevano donne che piangevano per Tammuz» (Ez. 8:14). Questo era un grande abominio agli occhi di Dio!

La chiesa romana sostituì la Pasqua con la Pasqua, spostando la festa pagana di Tammuz all’inizio della primavera, “cristianizzandola”. La Quaresima si mosse con esso.

“Questo cambio di calendario per quanto riguarda la Pasqua ha avuto conseguenze epocali. Ha portato nella Chiesa la più grossolana corruzione e la più rozza superstizione in relazione all’astinenza della Quaresima» (ibid.).

Prima di rinunciare ai peccati e ai vizi personali durante la Quaresima, i pagani hanno tenuto una celebrazione selvaggia del “tutto va bene” per assicurarsi di ottenere la loro parte di dissolutezze e perversioni, ciò che il mondo celebra oggi come Mardi Gras.

La Quaresima divenne ufficialmente una celebrazione “cristiana” all’editto del Concilio di Laodicea del 360 dC.   Tuttavia, anche il noto sant’abate cattolico Giovanni Cassiano, monaco di Marsiglia, nel V secolo contrapponeva la Chiesa primitiva alla Chiesa nel suo giorno, «Bisogna sapere che l’osservanza dei quaranta giorni non esisteva, finché restava inviolata la perfezione di quella Chiesa primitiva».

Se la Quaresima non esisteva durante i primi anni della comunità messianica (la Chiesa cristiana), da dove veniva?

L’antica pratica del digiuno e del pianto di 40 giorni!

I quaranta giorni di astinenza della Quaresima furono presi in prestito direttamente dagli adoratori della dea babilonese. Tale Quaresima di quaranta giorni, “nella primavera dell’anno”, è ancora osservata dagli Yezidi o adoratori del diavolo pagani del Koordistan, che l’hanno ereditata dai loro primi maestri, i babilonesi. Tale Quaresima di quaranta giorni fu celebrata in primavera dai pagani messicani, poiché così leggiamo in Humboldt, dove rende conto delle osservanze messicane: “Tre giorni dopo l’equinozio di primavera … iniziò un digiuno solenne di quaranta giorni in onore di il Sole.” Una tale Quaresima di quaranta giorni fu osservata in Egitto, come si può vedere consultando gli egiziani di Wilkinson. Questa Quaresima egiziana di quaranta giorni, ci informa Landseer, nelle sue Sabean Researches, si tenne espressamente in commemorazione di Adone o Osiride, il grande dio mediatore.

Pertanto, la testimonianza di molti storici è che la Quaresima era una festa presa in prestito da Babilonia.   Fa parte dell’antico culto del dio del sole che ha trovato la sua strada in quasi tutte le culture del mondo nel corso del tempo.   Poiché la chiesa primitiva non aveva tale usanza (come ci ha detto Cassiano), il Concilio di Laodicea deve aver affermato per la chiesa una celebrazione che veniva osservata nell’antichità dai pagani adoratori del dio sole.

Ma c’è di più.   Hislop trova ulteriori prove delle radici pagane della Pasqua e della Quaresima:

Allo stesso tempo, sembra che sia stato commemorato il ratto di Proserpina, e in modo simile; infatti Giulio Firmico ci informa che, per “quaranta notti” continuò il “pianto per Proserpina”; e da Arnobio apprendiamo che il digiuno che i pagani osservavano, chiamato “Casto” o “sacro” digiuno, era, ai suoi tempi, ritenuto dai cristiani principalmente a imitazione del lungo digiuno di Cerere, quando per molti giorni rifiutava decisamente di mangiare a causa del suo “eccesso di dolore”, cioè a causa della perdita della figlia Proserpina, portata via da Plutone, il dio dell’inferno. Poiché le storie di Bacco, o Adone e Proserpina, sebbene originariamente distinte, furono fatte per unirsi e combaciare l’una con l’altra, così Bacco fu chiamato Liber, e sua moglie Arianna, Proserpina (talvolta scritta Proserpina, Prosperine o Prosperina) è un’antica dea romana la cui storia è alla base di un mito della Primavera. L’equivalente della sua dea greca è Persefone. La probabile origine del suo nome deriva dal latino, “proserpere” o “emergere”, rispetto alla coltivazione del grano. Proserpina fu sussunta dal culto di Libera, antica dea della fertilità, moglie di Liber ed è considerata anche una divinità vita-morte-rinascita.   Era la figlia di Cerere, dea dell’agricoltura e dei raccolti e di Giove, dio del cielo e del tuono.

La tradizione mostra anche che tutte le osservanze di altre culture e popoli nei tempi antichi erano semplici copie o modifiche della storia originale di Nimrod, sua moglie Semiramis e il loro figlio Tammuz.   Si racconta che la moglie di Nimrod, il re di Babilonia, dopo la morte del marito, affermò di essere stata ingravidata in modo soprannaturale dal dio Sole e diede alla luce Tammuz. Quando Tammuz aveva quarant’anni, andò a caccia e fu ucciso da un cinghiale.   Sua madre e la sua famiglia hanno pianto per 40 giorni, al termine dei quali Tammuz è stato riportato in vita.   Quindi, la Quaresima è evidentemente il momento in cui Tammuz viene ricordato e pianto durante il “Digiuno di Tammuz”. Il Wycliffe Bible Commentary afferma: “Il lutto per il dio fu seguito da una celebrazione della risurrezione”.

Hislop prosegue collegando la stagione quaresimale con Tammuz di fama biblica:

Tra i pagani questa Quaresima sembra essere stata un’indispensabile preliminare alla grande festa annuale in commemorazione della morte e risurrezione di Tammuz, che veniva celebrata alternando pianto e giubilo, e che, in molti paesi, era notevolmente successiva alla festa cristiana , essendo osservato in Palestina e Assiria nel mese di giugno, chiamato quindi il “mese di Tammuz”; in Egitto, verso la metà di maggio, e in Gran Bretagna, verso la metà di aprile. Per conciliare i pagani con il cristianesimo nominale, Roma, perseguendo la sua politica abituale, adottò misure per far amalgamare le feste cristiane e pagane e, con un complicato ma abile aggiustamento del calendario, non fu trovato difficile, in generale, ottenere Paganesimo e cristianesimo – ormai sprofondati nell’idolatria – in questo come in tante altre cose, darsi la mano.

Tutte queste storie derivano da una storia originale comune della saga babilonese del dio del sole.   Quindi è evidente un legame pagano tra Tammuz e la Quaresima.

L’intera stagione moderna della Quaresima è il riporto dei 40 giorni di pianto per Tammuz.   E YHVH lo odia. YHWH odia tutto ciò che è associato al periodo pasquale, specialmente quando cerchiamo di spacciarlo per legittima adorazione del Maestro Yeshua Gesù Cristo.

Nerthus: Dea Madre Terra

Nerthus: Dea Madre Terra

Nerthus, dea della pace e della prosperità oltre che della fertilità, fa parte del pantheon norreno. Era adorata in Scandinavia e in altre aree germaniche. È collegata a Njord, dio del mare e delle acque, e non è chiaro se sia una sorella o una consorte. È una delle tante dee oscure e non si sa molto di lei, ma leggi di più per scoprire cosa sappiamo.

Chi è Nerthus nella mitologia norrena?

Nerthus è una dea germanica della pace, della prosperità e della fertilità. Questa dea è stata menzionata per la prima volta in un’opera chiamata “Germania” dallo scrittore romano

. In esso, descrisse come la dea fosse adorata e venerata. È piena di mistero, dal momento che non sappiamo molto di lei, ma ha qualche legame con Njord, il dio del mare e delle acque nella mitologia norrena.

Potrebbe essere stata la sua sorella gemella o la sua consorte o anche solo la rappresentazione femminile della stessa divinità. Il suo nome deriva dalla parola base “Nerthuz” che significa “vigoroso, sano e forte”. Si dice che il suo nome sia la versione femminile del nome di Njord. Quindi, è probabile che le loro due metà dello stesso dio, o una si sia trasformata in un’altra col passare del tempo.

Come Njord, Nerthus era considerata una dea della tribù Vanir delle divinità norrene. C’erano due tribù distinte: Aesir e Vanir. È nota soprattutto per la descrizione del suo rituale di adorazione in “Germania”. Purtroppo, non sappiamo molto di più, quindi la sua descrizione completa rimarrà un mistero.

Come è nato Nerthus?

Non sappiamo nulla delle origini di Nerthus o della sua famiglia a parte potenzialmente Njord.

Il mito di Nerthus, dea della pace e della prosperità

Poiché Nerthus era una dea della prosperità , era anche considerata qualcosa come “Madre Terra”. Ecco perché il rituale di adorazione per cui è nota si è svolto in una foresta sacra su un’isola misteriosa .

– Nerthus e le tribù Suebi

Nel suo libro, Tacito descrive il rituale che riunisce sette tribù uniche e separate della Germania. Queste sono varie tribù Suebi e queste persone provenivano da quelle che oggi sono la Germania e la Repubblica Ceca. Ce ne sono molti in questa regione, ma ce ne sono sette uniti dall’amore e dal rispetto per la loro “Madre Terra”, Nerthus. Hanno completato uno speciale rituale del carro per adorarla.

– Nerthus e il rituale del carro

Le tribù avrebbero tenuto questo rituale in una foresta sacra su un’isola non specificata nel mare . Vi misero un carro speciale e santo che sarebbe rimasto per tutto l’anno. Era coperto con un panno speciale e solo un sacerdote di Nerthus poteva toccarlo. Fu in quel momento di contatto che il prete poté sentire la presenza di Nerthus, e proverebbe per lei una bellissima riverenza.

Fu allora che i sacerdoti avrebbero portato il carro sulla terraferma e vi avrebbero attaccato il bestiame femminile. Avrebbero viaggiato attraverso i vari villaggi germanici , permettendo alla gente di adorarla. Le tribù credevano che Nerthus potesse scendere sulla terra per portare prosperità al suo popolo e aiutarlo nei loro vari problemi. Quindi, questo rituale del carro rappresentava il suo viaggio attraverso le terre dei suoi popoli.

Mentre il carro veniva portato attraverso il tuo villaggio, nascondevi tutto il tuo ferro. Nessuno poteva partire per la guerra o partecipare a violenze mentre il carro era lì. Era un periodo di grande festa e pace, e la gente era felicissima della presenza della dea. Una volta che avesse finito di visitare tutti i suoi fedeli, i sacerdoti l’avrebbero riportata al suo “tempio” sull’isola.

– Le conseguenze del rituale

In seguito, i sacerdoti avrebbero fatto qualcosa di molto simile a un rituale che si trova nella tradizione azteca. Una volta che il carro di Nerthus ha percorso tutti i villaggi, viene riportata al suo luogo di riposo, e poi viene lavata in un lago . Il carro, il drappo e l’invisibile presenza della dea sono tutti lavati dagli schiavi in ​​un certo lago. In seguito, tutti gli schiavi che aiutavano a lavare le sacre reliquie furono annegati. 

Era a causa delle cose strane e uniche che avrebbero potuto vedere mentre lavavano la Dea Madre Terra .

– Posizione del Carro di Nerthus

Si è pensato a dove si trovasse questa misteriosa isola su cui risiedeva il carro o il carro di Nerthus. Alcuni studiosi ritengono che sia l’isola della Zelanda, al largo della costa della Danimarca. C’è un posto su quell’isola che ha un nome simile a Nerthus. Si pensava che anche la posizione del lago speciale fosse un lago sull’isola tedesca di Rügen, ma in seguito si è scoperto che era sbagliata.

Nerthus e altre divinità

Questo rituale era speciale e faceva parte dell’importante tradizione di Nerthus. Ma non era raro che carri/carri sacri venissero portati nei villaggi in onore di un dio/dea. Questo è ciò che dice agli studiosi che Nerthus era una divinità Vanir perché era un evento comune nella mitologia e nel rituale di quella tribù norrena. Si dice che un altro dio di quella tribù, Freyr, fosse portato in giro su un carro per la campagna dove lo accompagnava una sacerdotessa.

Non solo, ma gli archeologi hanno trovato molte prove di carri che “tenevano” divinità, molte risalenti all’anno 200 d.C. Nerthus era simile ad altre divinità come Jord, un’altra dea della Madre Terra, che si pensava fosse una delle opzioni per la madre di Thor. E poiché Nerthus e Njord sono una coppia con molte somiglianze, sono molto simili a un’altra coppia di divinità Vanir: Freyr e Freya. Erano fratello e sorella, gemelli e condividevano molte caratteristiche.

Nerthus nella cultura popolare

Il nome di Nerthus è ancora visibile ma nello spazio! “ 601 Nerthus ” è il nome dato ad un piccolissimo pianeta tra Marte e Giove .

Conclusione

Dai un’occhiata ai punti principali trattati nell’articolo sulla dea nordica Nerthus .

  • Nerthus è la dea della pace e della prosperità nella mitologia norrena
  • Era una dea germanica venerata abbastanza ampiamente. Ma era venerata soprattutto nell’area che oggi è la Germania e la Repubblica Ceca
  • C’è una certa confusione sul fatto che Nerthus fosse una dea a pieno titolo. Potrebbe essere stata semplicemente una rappresentazione femminile di Njord , dio del mare e delle acque
  • Purtroppo, non sappiamo molto di Nerthus a parte una cosa sull’adorazione di lei, mentre sappiamo molto di più su Njord
  • Avrebbe potuto essere un fratello, un gemello o forse anche una consorte, ma probabilmente non conosceremo mai la sua piena identità
  • È possibile che siano lo stesso dio trasformato l’uno nell’altro nel tempo
  • Come Njord, anche lei faceva parte della tribù di divinità Vanir nel pantheon nordico
  • Il nome di Nerthus significa qualcosa come “forte, vigoroso e sano” ed è visto come la versione femminile del nome Njord
  • Era anche conosciuta come una sorta di dea Madre Terra dai popoli che l’adoravano veramente
  • Le registrazioni di Nerthus furono viste per la prima volta nel libro intitolato “Germania” scritto dall’autore romano Tacito nel I secolo d.C.
  • Ha parlato principalmente dei gruppi di persone in Germania che l’hanno favorita
  • C’erano sette tribù di Suebi che condividevano questo rituale
  • Nerthus aveva un carro/carro su un’isola misteriosa nel mare . Era nascosto in una foresta sacra e c’era un drappo drappeggiato su di esso
  • Il sacerdote credeva che fosse all’interno di questo carro che viveva la dea e solo il sacerdote poteva toccarlo
  • Poteva sentire la sua presenza lì, e avrebbero agganciato il suo carro al bestiame, e l’avrebbero portata in giro per i vari villaggi della Germania
  • Fu un momento di grande festa, perché si poteva avere solo pace
  • Tutte le armi e le cose fatte di ferro dovevano essere riposte, e non potevano esserci guerre e violenze mentre il carro era in transito
  • Una volta che fosse arrivata alla fine del suo viaggio e “stanca della compagnia umana” come afferma il record, i sacerdoti l’avrebbero riportata a casa sua. Lì sarebbe stata lavata in un lago
  • Il carro, la stoffa e la dea invisibile furono tutti lavati in un certo lago, e fu fatto dagli schiavi
  • Al termine della cerimonia di lavaggio, anche gli schiavi sarebbero annegati a causa delle cose che avrebbero potuto vedere che non erano adatte agli occhi umani
  • Molti ritengono che la posizione di questo bosco sacro di alberi e del carro di Nerthus sia l’ isola di Zealand vicino alla Danimarca
  • Ci sono molte prove di divinità e dee venerate dai rituali di carri/carri
  • Gli archeologi hanno trovato molti carri che erano noti per aver “trasportato” divinità in giro per la Germania e la Scandinavia
  • Alcuni di loro risalgono all’anno 200 d.C
  • Nerthus era simile alla dea Jord, anche lei una dea della Madre Terra e forse la madre di Thor
  • Anche lei e Njord sono simili a quelle degli dei Vanir, anche loro gemelli, Freyr e Freya
  • 601 Nerthus è il nome dato a un pianeta tra Marte e Giove

Nerthus è una dea piena di mistero e ci sono così tante domande che la circondano. Lei e Njord erano la stessa cosa? Se sì, come è avvenuta la trasformazione? Ma come accade con tutti i misteri, ti viene solo voglia di saperne di più su di lei, e forse un giorno potremmo.

Il sole e i culti solari

di Mircea Eliade

Mircea Eliade

Le ierofanie solari e il razionalismo

Una volta, nei tempi eroici della storia delle religioni, si credeva che il culto del sole fosse conosciuto, in altri tempi, da tutta l’umanità. Si può dire che i primi tentativi di mitologia comparata ne decifrassero le tracce dappertutto. Tuttavia, fin dal 1870, un etnologo eminente come A. Bastian osservò che questo culto solare si trova, in realtà, soltanto in rarissime regioni del globo. E mezzo secolo dopo Sir James Frazer, riesaminando il problema nell’ambito delle sue pazienti ricerche sull’adorazione della Natura, noterà l’inconsistenza degli elementi solari in Africa, in Australia, in Melanesia, in Polinesia e in Micronesia. La stessa inconsistenza si nota, salvo poche eccezioni, nelle due Americhe. Soltanto in Egitto, in Asia e nell’Europa arcaica, quello che si chiama «culto del sole» ha goduto di un favore tale da divenire in certe occasioni, per esempio in Egitto, vera preponderanza.

Se consideriamo che, oltre Atlantico, il culto del sole si è sviluppato unicamente nel Perù e nel Messico, cioè fra i soli popoli americani «civili», e i soli che abbiano raggiunto un’autentica organizzazione politica, non si può non riconoscere una certa concordanza fra la supremazia delle ierofanie solari e i destini «storici». Si direbbe che il sole predomina dove, grazie ai re, agli eroi, agli imperi, «la storia è in cammino». Ipotesi molto diverse, talvolta addirittura fantastiche, sono state proposte per giustificare questo parallelismo fra la supremazia dei culti solari e la diffusione della civiltà storica. Certi autori sono giunti a parlare di «Figli del Sole» che nel corso di peripli e migrazioni avrebbero diffuso dappertutto il culto del sole, contemporaneamente ai principi essenziali della civiltà. Lasciando da parte, come abbiamo fatto finora, la questione della «storia», limitiamoci a constatare che, contrariamente alle figure di struttura celeste, di cui troviamo quasi dappertutto le tracce, le figure divine solari sono poco frequenti.

Torneremo fra poco su queste ultime. Ma dobbiamo prima prevenire un errore di prospettiva, che potrebbe diventare difetto del metodo. Occorre ricordare, da una parte, che le figure divine solari (déi, eroi, ecc.) non esauriscono le ierofanie solari, come le altre figure non esauriscono le rispettive loro ierofanie. E, d’altra parte, bisogna tener presente che, diversamente dalle altre ierofanie cosmiche, come la Luna o le Acque, la sacralità espressa dalle ierofanie solari non sempre è trasparente per lo spirito occidentale moderno. O più esattamente, quel che rimane trasparente, e quindi facilmente accessibile allo spirito moderno nella ierofania solare, e per solito soltanto il residuo di un lungo processo di erosione razionalistica, residuo giunto fino a noi, a nostra insaputa, per il tramite del linguaggio, del costume e della cultura. Il sole ha finito col diventare uno dei luoghi comuni dell’«esperienza religiosa indistinta», appunto nella misura in cui il simbolismo solare si e ridotto a strumento banale di automatismi e di frasi fatte. Non entra nel nostro assunto spiegare le alterazioni subite, nell’esperienza dell’uomo moderno, dalla struttura stessa della ierofania solare; non cercheremo perciò di definire in qual misura l’importanza biologica e astronomica riconosciuta al sole durante gli ultimi secoli ha non soltanto modificato la posizione dell’uomo moderno di fronte al sole, e i suoi rapporti di esperienza diretta col sole, ma ha mutato la struttura stessa del simbolismo solare. Ci basti rilevare un fatto: l’orientamento dell’attività mentale, da Aristotele in poi, ha contribuito in gran parte a smussare la nostra ricettività rispetto alla totalità delle ierofanie solari. Il caso della Luna ci dimostra che questo nuovo orientamento mentale non abolisce, necessariamente, la possibilità dell’esperienza ierofanica stessa. Infatti nessuno sosterrà che un moderno é, ipso facto, impervio alle ierofanie lunari. Tutto il contrario: la coerenza dei simboli, dei miti e dei riti lunari non è per lui meno trasparente che per un rappresentante delle civiltà arcaiche. Forse questa affinità delle due strutture mentali («primitiva» e «moderna») di fronte alle manifestazioni dei modi lunari del sacro si spiega con la sopravvivenza, fin sull’orizzonte della mentalità più nettamente razionalistica, di quel che fu chiamato «regime notturno dello spirito». La Luna si rivolgerebbe allora a uno strato della coscienza umana, inattaccabile dal più corrosivo razionalismo.

È un fatto che il «regime diurno dello spirito» è dominato dal simbolismo solare, vale a dire, in gran parte, da un simbolismo che, se non è sempre fittizio, spesso è il risultato di deduzioni razionali. Questo non significa che qualsiasi elemento razionale delle ierofanie solari deve essere tardo o artificiale. Abbiamo avuto occasione di vedere che la «ragione» non mancava nelle ierofanie più arcaiche, che l’esperienza religiosa non è incompatibile a priori con l’intelligibilità. Quel che è tardo e artificiale, è il primato esclusivo della ragione: la vita religiosa (cioè, per attenerci a una definizione sommaria, l’esperienza delle cratofanie, ierofanie e teofanie) mobilità la vita dell’uomo tutto intero, e sarebbe chimerico voler porre barriere fra le diverse regioni dello spirito. Le ierofanie arcaiche del Sole offrono, da questo punto di vista, un ottimo esempio. Come vedremo, rivelano una certa intelligenza globale del reale, senza mancar di rivelare, contemporaneamente, una struttura coerente e intelligibile del sacro. Ma questa intelligibilità non si potrebbe ridurre a una serie di «verità razionali» evidenti, e a un’esperienza non ierofanica. Ecco un esempio: ammesso che le relazioni fra il sole e le tenebre o i morti, o il binomio specificamente indiano « sole-serpente”, sono fondate su di una comprensione totale della vita e della realtà, non per questo ne consegue che tali relazioni risultino trasparenti in una prospettiva puramente razionalistica .

 

 Solarizzazione degli Esseri Supremi

Abbiamo notato [in precedenza] la tendenza degli Esseri Supremi di struttura celeste a svanire dal primo piano della vita religiosa per cedere il posto a forze magico-religiose o a figure divine più attive, più efficaci e, in generale, più direttamente legate alla «Vita». Infatti la cosiddetta indolenza degli Esseri Supremi si può ricondurre, in ultima analisi, alla loro apparente indifferenza per le vicende, sempre più complicate, della vita umana. Per motivi di protezione (contro le forze ostili, contro i sortilegi, ecc.) o per motivi di azione (bisogno di assicurarsi l’esistenza mediante la magia della fertilità, ecc.), l’uomo si sente maggiormente attirato verso altre «forme» religiose a mano a mano che scopre di essere progressivamente più dipendente: antenati, eroi civilizzatori, Grandi Dee, forze magico-religiose (mana, ecc.), centri cosmici di fecondità (Luna, Acque, Vegetazione, ecc.). In questo modo abbiamo rilevato il fenomeno – generale nella zona indo-mediterranea – della sostituzione alla Figura Suprema uranica di un dio atmosferico e fecondatore, spesso marito o semplicemente accolito, inferiore, della Grande Madre tellurico-lunare-vegetale, e talvolta Padre di un «dio della vegetazione». Il passaggio da «Creatore» a «Fecondatore» scivolando dall’onnipotenza, dalla trascendenza, dall’impassibilità uranica, fino all’intensità e alla drammaticità delle figure atmosferiche-fecondanti­vegetali, è pur significativo, e lascia capire, da solo, che uno dei fattori principali di questa degradazione, più ovvia nelle società agricole, dei concetti di divinità, e l’importanza, sempre più invadente, dei valori vitali, della «Vita», sull’orizzonte dell’uomo economico. E, per limitarci alia zona indo-mediterranea, è interessante notare che gli dei supremi mesopotamici spesso uniscono al prestigio della fecondità i prestigi solari. Marduk è un esempio, maè soltanto l’esempio più illustre, poiché il caso si ripete per altri dei dello stesso tipo, cioè per gli dei in procinto di raggiungere la supremazia. Si potrebbe perfino dire che tali divinità della vegetazione mostrano la coesistenza di attributi solari nella misura in cui gli elementi vegetali figurano nella mistica e nel mito della sovranità divina.

Questa congiunzione di elementi solari e vegetali si spiega evidentemente con la parte straordinaria rappresentata dal Sovrano, sia sul piano cosmico che su quello sociale, nell’accumulare e distribuire la «Vita». La solarizzazione progressiva delle divinità celesti corrisponde dunque allo stesso processo di erosione che in altri contesti portò alla trasformazione delle divinità celesti in dei atmosferico-fecondatori. Presso gli Hittiti, per esempio, il dio celeste si presenta, già nei tempi storici, in uno stadio di solarizzazione molto progredito e in relazione con la sovranità cosmico-biologica, fornito quindi di elementi «vegetali» secondo la formula: Dio-Re­ Albero di Vita.

Del resto il fenomeno è molto più frequente e più antico di quanto non lascino intravedere i documenti orientali, dominati, non dimentichiamolo, dalla mistica della sovranità. Così avviene che gli strati arcaici delle culture primitive già rivelino il movi mento di trapasso degli attributi del dio uranico alla divinità solare, nonché la coalescenza dell’Essere Supremo col dio solare. L’arcobaleno, ritenuto in tanti luoghi un’epifania uranica, è associato al Sole e diventa, ad esempio presso i Fuegini, «fratello del sole». Più spesso si hanno rapporti di filiazione fra il dio supremo di struttura celeste e il sole. Per i pigmei Semang, i Fuegini e i Boscimani, il sole è l’«occhio» del dio supremo. Presso i Wiradjuri-Kamilaroi dell’Australia sud-ovest, il sole è considerato Grogoragally in persona, figlio del Creatore e figura divina propizia all’uomo, ma, certo per influenza del matriarcato, la Luna è ritenuta il secondo figlio dell’Essere Supremo. I Samoiedi vedono nel sole e nella luna gli occhi di Nurn ( = Cielo); il sole è l’occhio buono, la luna quello cattivo. I Yurak della tundra, nella regione di Obdorsk, celebrano una grande festa d’inverno alla prima comparsa del sole, ma offrono un sacrificio a Num, indizio del carattere originariamente celeste di questa solennità. Presso i Yurak delle regioni boscose (Wald-Yuraken), il sole, la luna e «l’uccello del fulmine» sono i simboli di Num; l’albero a cui si appendono teste di animali in offerta porta il nome di albero del sole, quantunque in origine quel sacrificio fosse privilegio di Num. Presso i Ciukci, il sole si sostituisce alla divinità suprema; i sacrifici principali vengono offerti agli spiriti buoni e particolarmente alla luce solare. Secondo Gahs, il culto del sole sarebbe stato introdotto in tutta l’Asia del nord da quegli stessi Ciukci e dai Yukagir. […]

 

Culti solari egiziani

La religione egiziana fu dominata, più di qualsiasi altra, dal culto solare. Fin dall’epoca antica il dio solare aveva assorbito varie divinità, come Atum, Horus e lo scarabeo Khipri. A cominciare dalla V dinastia, il fenomeno si generalizza: numerose divinità si fondono col sole, dando cosi origine alle figure solarizzate Chnum­Re, Min-Re, Amon-Re, ecc.. Non tocca a noi decidere fra le due ipotesi rivali di Kees e di Sethe intorno alle origini storiche della dottrina solare. In ogni caso è sicuro che l’apogeo della dottrina si ebbe sotto la V dinastia e che il suo successo deriva insieme dalla rafforzata nozione di sovranità e dall’azione dei sacerdoti di Eliopoli. Ma, come parrebbero dimostrare parecchie ricerche recenti, la supremazia solare fu preceduta da quella di altre figure divine, più antiche e anche più popolari, nel senso che non appartenevano esclusivamente a gruppi privilegiati.

Si sapeva già da molto tempo che Shu, dio dell’atmosfera e quindi originariamente figura uranica, fu in seguito identificato col sole. Ma Wainwright, a sua volta, ha riconosciuto in Ammone un’antichissima divinità del cielo, e H. Junker, d’altra parte, crede di aver scoperto un antichissimo Allgott celeste in Ur (wr), il cui nome significa «il Grande»; in certi casi si vede Ur sposare Nut, «la Grande» (wrt), secondo il mito della coppia cosmica Cielo­Terra. L’assenza completa di Ur dai monumenti pubblici (regi) si spiegherebbe col suo carattere popolare. Junker ha perfino tentato di ricostruire la storia di Ur, che è in breve la storia della sua deposizione dal rango supremo in seguito alla sua integrazione nelle teologie locali: diventa ausiliario di Rē (guarisce gli occhi del Sole, per un certo tempo colpiti da cecità), e poi assimilato ad Atum e finalmente a Re. Non ci riconosciamo cosi competenti da intervenire nella discussione sollevata dagli studi di Junker, ma l’abbiamo ricordata perché egittologi dell’importanza di Capart e Kees sembrano accettare in massima il suo sistema. Nella prospettiva della storia delle religioni, l’avventura di Ammone o quella di Wr sono perfettamente comprensibili: abbiamo già mostrato a sufficienza che gli Esseri Supremi di struttura uranica, quando non sprofondano completamente nell’oblio, tendono a trasformarsi in dei atmosferico-fecondatori oppure a solarizzarsi.

Si è detto che due fattori hanno contribuito in modo decisivo a consolidare la supremazia di Rē: la teologia eliopolitana e la mistica della sovranità, il sovrano essendo egli stesso identificato col sole. Una preziosa controprova sta nella concorrenza subita per un certo tempo da Re, dio solare e funebre (imperiale), da parte di Osiride. Il sole tramontava nel «Campo delle Offerte», o «Campo del Riposo», e sorgeva il giorno dopo nel punto opposto della volta celeste, detto «Campo dei Giunchi». Queste regioni solari, che fin dall’epoca predinastica dipendevano da Rē, ricevettero in soprappiù, nel corso delle dinastie III e IV, una destinazione funeraria. Appunto dal Campo dei Giunchi l’anima del Faraone partiva per incontrarsi col Sole nella volta celeste e giungere, da lui guidata, al Campo delle Offerte. In principio l’ascensione non avveniva senza incidenti: il Faraone, malgrado la sua qualità divina, doveva lottare col guardiano del Campo, il «Toro delle Offerte», per conquistarsi il diritto a prender posto in cielo. I testi delle Piramidi alludono a questa prova eroica, di essenza iniziatica, che il Faraone doveva superare.

Alla lunga, tuttavia, i testi non parlano più del duello col Toro delle Offerte, e il defunto sale in cielo per mezzo di una scala, oppure attraversa l’oceano siderale vogando, per giungere finalmente al Campo delle Offerte, guidato da una dea, e sotto la forma di un toro splendente. Assistiamo, si potrebbe dire, alla degenerescenza di un mito (e di un rito ?) eroico-iniziatico in privilegio politico-sociale. II Faraone ha diritto alla sovranità e ottiene l’immortalità solare, ma non più in qualità di «eroe»; come capo supremo, si trova in possesso dell’immortalità senza superare nessuna «prova eroica». La legalizzazione di questa condizione privilegiata del Faraone dopo morte trova una corrispondenza nell’ascesa vittoriosa di Osiride come dio funerario non aristocratico. Non è qui il luogo di trattare del conflitto fra Rē e Osiride, che è già chiaro nei testi delle Piramidi. «Tu apri il tuo posto in Cielo fra le stelle del Cielo, perché tu sei una stella… Tu guardi al di là di Osiride, tu comandi ai morti, ti tieni lontano da loro, non sei uno di loro». Così scrive, lo indoviniamo, un apologeta dei privilegi imperiali e della tradizione solare.

Il nuovo dio, benché di struttura popolare (intendiamo, accessibile anche alle altre classi sociali), e nondimeno potente, e il Faraone crede bene invocare il Sole, perché lo salvi da Osiride: «Rē-Atum, non abbandonarti a Osiride, che non giudica il tuo cuore e non ha potere sul tuo cuore… Osiride, tu non ti impadronirai di lui, tuo figlio (Horus) non si impadronirà di lui… ». L’occidente, la strada dei morti, diventa una regione osirica, mentre l’oriente resta dominio del Sole. Quindi, nei testi delle Piramidi, i devoti di Osiride fanno il panegirico dell’occidente e denigrano l’oriente: « Osiride (N), non camminare in quelle regioni d’oriente, ma cammina in queste regioni dell’occidente, sulla strada dei Seguaci di Re»; è una raccomandazione diametralmente opposta a quelle della dottrina funebre solare; infatti il testo citato è semplicemente una sfacciata osirizzazione, per rovesciamento di termini, della seguente formula arcaica: «Non camminare su quelle strade dell’occidente, ove quelli che si avviano non progrediscono; ma che (N) cammini su queste strade d’oriente, sulle strade dei Seguaci di Re».

Col tempo, questi testi si moltiplicano. La resistenza del Sole ha vinto. Osiride, che era stato obbligato ad arrogarsi i due Campi celesti, in quanto rappresentavano da sempre le zone funerarie per eccellenza, attraversando le quali le anime dei Faraoni raggiungevano l’immortalità, fini per rinunciare al doppio dominio. Del resto la ritirata non è una disfatta. Osiride aveva tentato di impadronirsi del Cielo soltanto perché la teologia solare vi collocava l’ambiente necessario dell’immortalità faraonica. II suo messaggio escatologico, fondamentalmente diverso dalla conquista eroica dell’immortalità – degradata più tardi ad acquisto spontaneo dell’immortalità, per appartenenza alla regalità – aveva ridotto Osiride a condurre le anime, che voleva salvare dall’annientamento, lungo un itinerario celeste, solare. Osiride, del resto, altro non faceva che condurre a termine la rivoluzione di tipo «umanistico» che aveva modificato, prima di lui, il concetto escatologico egiziano. Abbiamo visto infatti che dal concetto eroico, iniziatico, dell’immortalità, offerta alla conquista di pochissimi privilegiati, si era giunti al concetto di un’immortalità concessa a tutti i privilegiati. Osiride sviluppava ulteriormente, in senso «democratico», questa profonda alterazione del concetto di immortalità: ciascuno può ottenere l’immortalità, purché superi vittoriosamente la prova. La teologia osirica riprende, per estenderla, la nozione di prova, condizione sine qua non della sopravvivenza; però alle prove di tipo eroico, iniziatico (lotta col Toro) sostituisce prove etiche e religiose (opere buone, ecc.). La teoria arcaica dell’immortalità eroica cede il posto a un concetto umano e umanitario.

 

Culti solari nell’Oriente classico e nel Mediterraneo

Non avremmo dato tanti particolari sul conflitto fra Rē e Osiride se non ci fossero di aiuto per penetrare la morfologia delle società segrete di struttura solare-funeraria, cui abbiamo alluso qui sopra. In Egitto il Sole rimarrà fino all’ultimo il psicopompo di una classe privilegiata (la famiglia del sovrano ), senza che il culto solare cessi per questo dal rappresentare una parte predominante nella religione egiziana complessiva: quella, per lo meno, che si manifesta nei monumenti e nei documenti scritti. In Indonesia e in Melanesia, la situazione è diversa: il Sole fu in altri tempi il psicopompo di tutti gli iniziati usciti dalle società segrete, ma il suo compito, quantunque rimanga importante, non è più esclusivo. In quelle società segrete, gli «antenati» – quelli che il Sole aveva guidato sulla strada dell’occidente – adempiono a una funzione egualmente importante. Potremmo dire, ponendo il fenomeno in termini egiziani, che vi si vede una coalescenza Rē-Osiride. D’altronde questa coalescenza non lede il prestigio del sole. Poiché non va dimenticato che le relazioni del sole con l’oltretomba, regione delle tenebre e della morte, sono trasparenti nelle ierofanie solari più arcaiche, e assai raramente si perdono di vista.

Nel dio Shamash troviamo un buon esempio di questa decadenza: Shamash occupa un rango inferiore nel pantheon mesopotamico, al disotto di Sin, dio della Luna, ritenuto suo padre, e non ha mai rappresentato una parte importante nella mitologia. Le ierofanie solari babilonesi tuttavia permettono ancora di ritrovare il ricordo di relazioni molto antiche con l’oltretomba. Shamash viene chiamato il «sole di etimmē», cioè dei Mani; di lui è detto che «fa vivere il morto». Shamash è il dio della giustizia e il «Signore del Giudizio» (bēl-dini). Dai tempi più antichi, il suo tempio è chiamato «Casa del Giudice del Paese». D’altra parte Shamash è il dio degli oracoli, il patrono dei profeti e degli indovini, funzione che in ogni tempo è stata in relazione col mondo dei morti e con le regioni ctonio-funerarie.

In Grecia e in Italia, il Sole occupò un posto assolutamente secondario nel culto. A Roma, il culto solare venne introdotto sotto l’impero attraverso le gnosi orientali, e vi si sviluppò in modo, per così dire, esteriore e artificiale, favorito dal culto degli imperatori. La mitologia e la religione greche hanno conservato tuttavia qualche traccia delle ierofanie «infernali» arcaiche del Sole. II mito di Helios rivela tanto le valenze ctonie come quelle infernali. C’è un intero gioco di epiteti, nel quale Uberto Pestalozza vede il residuo di un patrimonio religioso mediterraneo; questi epiteti sono la prova evidente delle relazioni organiche di Helios col mondo vegetale. Helios è pythios e paiān – due attributi che divide con Leto, una delle grandi dee mediterranee – e chtōnios e ploutōn; Helios è parimenti titān, epifania delle energie generatrici. E meno interessante – per ora – sapere in che misura l’agganciamento del Sole al mondo ctonio-magico-sessuale appartenga al substrato mediterraneo (a Creta, per esempio, Helios è taurino e marito della Grande Madre; sorte comune alla maggioranza degli dei atmosferici), o se rappresenti un ulteriore compromesso, imposto dalla storia, fra il regime matriarcale dei popoli mediterranei e il patriarcato degli indoeuropei scesi dal nord. II punto importante per noi è altrove: sta nel fatto che il sole, mentre poteva esser considerato (nella cornice di una prospettiva razionalistica superficiale) ierofania celeste per eccellenza, diurna e «intelligibile», potè valorizzarsi quale fonte delle energie «oscure».

Poiché Helios non è unicamente pythioschtōniostitān, ecc., si tiene anche in relazione col mondo tenebroso per eccellenza: la stregoneria e l’inferno. E padre della maga Circe e nonno di Medea, due illustri specialiste del filtro notturno-vegetale; da lui Medea ha ricevuto il suo famoso carro tirato da serpenti alati. A lui si sacrificano cavalli sui Monte Taigeto; a Rodi, durante la festa a lui consacrata, Halieia (da hālios, forma dorica di Helios), gli viene offerto un carro a quattro cavalli che e poi precipitato in mare. Ora, i cavalli e i serpenti sono alle dipendenze dirette del simbolismo ctonio-funerario. Finalmente, l’ingresso dell’Ade si chiamava «porta del sole», e «Ade», nella pronuncia dell’età omerica «A-ides», evocava ancora l’immagine di ciò che è «invisibile» e di ciò che «rende invisibili». La polarità luce-oscurità, solare-ctonio potè dunque venir intesa come le due fasi alternanti di una verità unica. Le ierofanie solari dipendono quindi dalle dimensioni che il «sole», come tale, perde, in una prospettiva razionalistica, profana. Dimensioni che possono conservarsi nell’ambito di un sistema mitico e metafisico di struttura arcaica.

 

L’lndia: ambivalenza del Sole

Questo sistema si incontra in India. Sūrya figura fra gli dei vedici di seconda categoria. Il Rgveda gli dedica, sì, due inni, ma Sūrya non assurge mai a una posizione preminente. È il figlio di Dyaus ma viene chiamato anche occhio del Cielo od occhio di Mitra e di Varuna. Vede da lontano, è la «spia» del mondo intero. Secondo il Purusa sūkta, il sole nacque dall’occhio del gigante cosmico Purusa, sicché dopo la morte, quando il corpo e l’anima dell’uomo rientrano nel macrantropo cosmico, il suo occhio torna al sole. Finora le ierofanie rivelano esclusivamente l’aspetto luminoso di Sūrya. Ma già nel Rgveda il carro del Sole è tirato da un cavallo, Etaśa, o da sette cavalli, e il Sole è egli stesso uno stallone o un uccello, oppure avvoltoio e toro; vale a dire che, quando manifesta essenza e attributi equini, il sole tradisce anche valenze ctonio-funerarie. Queste valenze sono evidenti nell’altra variante vedica del dio solare, Sāvitrī, spesso identificato con Sūrya; è psicopompo e conduce le anime alla sede dei giusti. In certi testi, Savitri conferisce l’immortalità agli dèi e agli uomini; è lui che rende immortale Tvastri. Psicopompo o ierofante (= colui che conferisce l’immortalità), la sua missione ci trasmette un’eco indubitabile dei prestigi che appartenevano al dio solare nelle società primitive.

Ma già nel Rgveda, e particolarmente nella speculazione dei Brāhmana, il sole è contemporaneamente percepito nei suoi aspetti tenebrosi. Il Rgveda definisce uno dei suoi aspetti, «splendente», e l’altro «nero» (cioè invisibile). Sāvitrī conduce tanto la notte che il giorno, ed è egli stesso un dio della notte; c’è perfino un inno che descrive il suo itinerario notturno. Ma l’alternarsi delle sue modalità assume anche una portata ontologica. Sāvitrī è prasāvitā niveśanah, «colui che fa entrare e uscire». Bergaigne ha giustamente insistito sul valore cosmico di questa «reintegrazione», perché Sāvitrī e jagato niveśani, «che fa rientrare il mondo», formula che vale un programma cosmologico. La notte e il giorno (naktosasā, duale femminile) sono sorelle, come gli dei e i «demoni» (asura) sono fratelli; dvayā ha prājāpatyāhdevaś cāsurāśca, «di due specie sono i figli di Prājāpati, dei asura». II sole viene a integrarsi in questa bi-unità divina e rivela egualmente, in certi miti, un aspetto ofidico (cioè «tenebroso», indistinto), all’estremo opposto del suo aspetto manifesto. Vestigia del mito ofidico del sole si trovano ancora nel Rgveda: in origine «sprovvisto di piedi», riceve da Varuna i piedi per camminare, apade padā prati dhatāve [Rgveda, I, 24, 8 ]. È sacerdote asura di tutti i deva.

L’ambivalenza del sole si manifesta inoltre nella sua condotta verso gli uomini. Da un lato, è il vero generatore dell’uomo. «Quando il padre lo emette come seme nella matrice, è in realtà il Sole che lo emette come seme nella matrice». D’altra parte, il sole s’identifica talvolta con la Morte, perché divora i propri figli, oltre a generarli. Coomaraswamy ha dedicato alcune brillanti memorie alle articolazioni e metafisiche della biunità divina quale è formulata nei testi vedici e post-vedici. Per conto nostro, abbiamo ricercato, nel Mythe de la reintegration, la polarità che si manifesta nei riti, nei miti e nelle metafisiche arcaiche. Avremo occasione di tornare su questi problemi in altri capitoli. Limitiamoci per ora a prender atto che l’ambivalenza primitiva delle ierofanie solari ha portato i suoi frutti nel campo di sistemi simbolici, teologici e metafisici estremamente elaborati.

Sarebbe tuttavia un errore considerare queste valorizzazioni come applicazioni stereotipe e artificiali di un semplice meccanismo verbale. Le laboriose interpretazioni ed ermeneutiche scolastiche altro non facevano che formulare, in termini propri, i valori cui si prestavano le ierofanie solari. Che detti valori non fossero riducibili a una formula sommaria (cioè a termini razionalistici, non contraddittori), è dimostrato dal fatto che il sole, entro una medesima religione, può essere valorizzato su piani diversi, per non dire contraddittori. Prendiamo l’esempio del Buddha. Nella sua qualità di Chakravartin, Sovrano universale, il Buddha fu identificato molto per tempo col sole, tanto che E. Senart, in un libro molto discusso, tento perfino di ridurre la sua biografia a una serie di allegorie solari. La tesi, evidentemente, era espressa in modo troppo assoluto, nondimeno e vero che l’elemento solare predomina nella leggenda e nell’apoteosi mitica del Buddha.

Tuttavia, nella cornice del Buddhismo (e del resto di tutte le mistiche indiane) il sole non rappresenta sempre la parte principale. La fisiologia mistica indiana, particolarmente lo Yoga e il Tantra, attribuisce al Sole una regione «fisiologica» determinata, opposta a quella della Luna. E lo scopo comune di tutte le tecniche mistiche indiane non e di ottenere la supremazia di uno di questi due centri cosmico-fisiologici, ma, al contrario, di unificarli, cioè di conseguire la reintegrazione dei due principî polari. Siamo qui di fronte a una delle numerose varianti del mito e della metafisica della reintegrazione, nella quale la polarità riceve una formulazione cosmogonica Sole-Luna. Indubbiamente tutte queste tecniche mistiche sono accessibili soltanto a un’infima minoranza, rispetto all’immensa massa indiana, ma non ne consegue necessariamente che queste tecniche rappresentino un’«evoluzione» della religione delle masse, dato che i «primitivi» stessi ci offrono la medesima formula Sole-Luna della reintegrazione. Ne risulta dunque semplicemente che le ierofanie solari, come qualsiasi altra ierofania, erano capaci di valorizzazione su piani molto diversi, senza che la loro struttura soffrisse dell’apparente «contraddizione».

La supremazia assoluta, concepita in modo unilaterale e semplicistico, delle ierofanie solari, sbocca negli eccessi di quelle sette ascetiche indiane, i cui membri fissano continuamente il sole, fino ad accecarsi. Qui si può parlare di «aridità» e «sterilità» di un regime esclusivamente solare, vale a dire di un razionalismo (in senso profano) limitato ed eccessivo. II caso corrispondente e quello della «decomposizione» per mezzo dell’«umidità» e della trasformazione finale dell’uomo in «semi» presso le altre sette, che intendono con lo stesso eccessivo semplicismo i meriti del regime notturno, lunare o tellurico. Un fatalismo quasi meccanico relega nella «cecità» e nell’«aridità» chi valorizza un solo aspetto delle ierofanie solari, come porta all’orgia permanente, al dissolvimento e al regresso fino allo stato larvale chi si condanna esclusivamente al «regime notturno dello spirito».

 

Gli Eroi solari, i Morti, gli Eletti

Molte ierofanie arcaiche del sole si sono conservate nelle tradizioni popolari, più o meno integrate in altri sistemi religiosi. Ruote infocate che si lanciano a valle dai colli in occasione dei solstizi, specialmente d’estate; processioni medievali di ruote su carri o barche che risalgono a un prototipo preistorico; uso di attaccare uomini a ruote, interdizione rituale di adoperare la ruota da filare in certe sere dell’anno (intorno al solstizio d’inverno), altre usanze ancora vive nelle società contadinesche europee (Fortuna, «ruota della fortuna», «ruota dell’anno» ecc.) sono tutte costumanze che tradiscono una struttura solare. Non è qui il caso di toccare la questione delle loro origini storiche; ricordiamo tuttavia che, fin dall’età del bronzo, esisteva nell’Europa settentrionale un mito dello stallone del Sole (cfr. il carro solare di Trundholm), e che, come ha dimostrato R. Forrer nel suo studio Les chars cultuels prehistoriques, questi carri cultuali preistorici, fatti per riprodurre il movimento del sole, possono considerarsi il prototipo del carro profano.

Ma studi come quelli di Almgren sui disegni rupestri protostorici dell’Europa del nord, o di Hofler sulle società segrete germaniche dell’antichità e del Medioevo, hanno posto in luce il carattere complesso del «culto solare» nelle regioni settentrionali. Complessità che non si spiega con coalescenze o sintesi ibride, perché fu ritrovata allo stesso grado nelle società primitive, anzi tradisce il carattere arcaico del culto solare. Almgren e Hofler hanno dimostrato la simbiosi degli elementi solari con elementi del culto funerario (per esempio la «Caccia Fantastica») e ctonio-agrario (fertilizzazione dei campi mediante la ruota solare, ecc.). E già da parecchio tempo Mannhardt, Gaidoz e Frazer avevano mostrato l’integrazione del complesso solare dell’«anno» e della ruota della fortuna, nella magia e nella mistica agraria delle antiche credenze europee e del folklore moderno.

Lo stesso complesso cultuale sole-fecondità-eroe (o rappresentante dei morti) ricompare, più o meno intatto, in altre civiltà. In Giappone, per esempio, nel complesso scenico rituale del «visitatore»(che contiene elementi del culto ctonio-agrario), ogni anno gruppi di giovani dal viso dipinto, detti «Diavoli del Sole», visitano i poderi, l’uno dopo l’altro, per assicurare la fertilità della terra nell’anno venturo; essi rappresentano gli antenati (cioè i «morti»), solari. Nei cerimoniali europei, il lancio di ruote infocate ai solstizi, e altre usanze analoghe, adempiono probabilmente anch’essi a una funzione magica di restaurazione delle forze solari. Infatti, specialmente nei paesi nordici, la diminuzione progressiva delle ore di luce, a mano a mano che si avvicina il solstizio d’inverno, ispira il timore che il sole si spenga. Altrove questa preoccupazione prende la forma di visioni apocalittiche: la caduta o l’oscuramento del sole e uno dei segni della fine del mondo, cioè della chiusa di un ciclo cosmico (seguita, per solito, da una nuova cosmogonia e da una nuova razza umana). I Messicani garantivano la perennità del sole sacrificandogli incessantemente prigionieri: il loro sangue era desti­ nato a rinnovare le energie esauste dell’astro. Ma questa religione è tutta pervasa dal cupo terrore della catastrofe cosmica periodica. Per quanto sangue gli venga offerto, un giorno il sole cadrà; l’apocalisse e parte del ritmo stesso dell’universo.

Un altro complesso mitico importante è quello degli «eroi solari», familiare specialmente ai pastori nomadi, razze da cui usciranno, nel corso dei secoli, le nazioni chiamate a «fare la storia», Troviamo questi eroi solari fra i pastori africani (ad esempio presso gli Ottentotti, gli Herrero, i Masai), fra i turco-mongoli (caso dell’eroe Gesser Khan), gli Ebrei (Sansone) e specialmente presso tutte le nazioni indoeuropee. Si sono scritte intere biblioteche sui miti e le leggende degli eroi solari, ricercandone le tracce perfino nelle ninne-nanne. Questa mania solarizzante non dev’essere condannata in blocco. Non c’è dubbio che, in un certo momento, tutte le etnie di cui parliamo conobbero la moda dell’«eroe solare». Soltanto è bene stare attenti a non ridurre a ogni costo l’eroe solare a un’epifania dell’astro; la sua struttura e il suo mito non sono limitati alla manifestazione pura e semplice dei fenomeni solari (aurora, raggi, luce, crepuscolo, ecc.). L’eroe solare, poi, presenta sempre una «zona oscura», quella delle relazioni col mondo dei morti, l’iniziazione, la fecondità, ecc. II mito degli eroi solari è anche permeato di elementi che appartengono alla mistica del sovrano o del demiurgo. L’eroe «salva» il mondo, lo rinnova, inaugura una nuova tappa, che talvolta è una nuova organizzazione dell’Universo; in altre parole, conserva il retaggio demiurgico dell’Essere Supremo. Una carriera come quella di Mithra, in origine dio celeste, diventato in seguito solare, e tardivamente soter quale Sol lnvictus, si spiega in parte con questa funzione demiurgica (dal toro ucciso da Mithra escono i semi e le piante, ecc.) di organizzatore del mondo.

Ancora altre ragioni si oppongono alia riduzione degli eroi solari alle epifanie dell’astro fatta dalla mitologia «naturistica». II fatto cioè che ogni «forma» religiosa e nel fondo «imperialistica» e si assimila continuamente la sostanza, gli attributi e i prestigi di altre «forme» religiose anche molto diverse. Qualsiasi «forma» religiosa tende a voler essere tutto, a estendere la propria giurisdizione sull’esperienza religiosa intera. Sicché noi possiamo esser certi che le «forme» religiose (dei, eroi, cerimonie, miti, ecc.) di origine solare, che hanno avuto una carriera vittoriosa, conglobano nella propria struttura elementi estrinseci, assimilati e integrati nell’azione stessa della loro espansione imperialistica.

Non intendiamo chiudere questa succinta morfologia delle ierofanie solari con un colpo d’occhio complessivo. Sarebbe lo stesso che riprendere i principali temi su cui abbiamo insistito nel corso dell’esposizione: solarizzazione degli Esseri Supremi, rapporti del Sole con la sovranità, l’iniziazione, le classi elevate, sua ambivalenza, sue relazioni con i morti e la fecondità, ecc. Ma sarebbe bene insistere sull’affinità della teologia solare con le classi elevate, siano sovrani, eroi, iniziati o filosofi. Diversamente dalle altre ierofanie cosmiche, le ierofanie solari tendono a diventare privilegio di ambienti chiusi, di una minoranza di «eletti»; e questo incoraggia e affretta il loro processo di razionalizzazione. Assimilato al «fuoco intelligente», il sole diventa alla lunga, nel mondo greco­ romano, un principio cosmico; da ierofania si trasforma in idea, con un processo analogo, del resto, a quello subíto da parecchi dei uranici (I-ho, Brahman, ecc.). Eraclito già sapeva che «il sole e nuovo ogni giorno». Per Platone, è l’immagine del Bene, quale si manifesta nella sfera delle cose visibili; per gli orfici è l’intelligenza del mondo. La razionalizzazione progredisce a paro col sincretismo. Macrobio riconduce al culto solare tutta la teologia, e identifica nel Sole: Apollo, Liber-Dionysos, Marte, Mercurio, Esculapio, Ercole, Serapide, Osiride, Horus, Adone, Nemesi, Pan, Saturno, Adad e perfino Jupiter. L’imperatore Giu­ liano, nel suo trattato Intorno al Sole Re, Proclo, nel suo Inno al Sole, dànno una valorizzazione sincretista-razionalista dell’astro. Questi ultimi omaggi al Sole, nel crepuscolo dell’Antichità, non sono del tutto privi di significato; palimpsesti che permettono ancora di decifrare, sotto la nuova scrittura, le vestigia delle ierofanie autentiche, arcaiche. Per nominarne soltanto qualcuna, la condizione di dipendenza del sole rispetto a Dio, che ricorda il mito primitivo del demiurgo solarizzato, le sue relazioni con la fecondità e col dramma vegetale, ecc. Ma in generale vi troviamo ormai soltanto una pallida immagine di quanto significavano un tempo le ierofanie solari; pallida immagine che ci giunge sempre pili scolorata dal razionalismo. Gli ultimi arrivati fra gli «eletti», i filosofi, sono cosi riusciti a «desacralizzare» una delle più potenti ierofanie cosmiche.

 

Fonte Bibliografica, M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, tr. it. di Virginia Vacca, Einaudi, Torino 1954, §§ 36, 37, 43-46, pp. 126-131  e 142-157.

Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 3

Di dee notturne, misteriose e quasi sempre malvagie si sono riempiti i sogni degli europei che hanno lasciato tracimare nella propria cultura i riti barbarici dei Traci, degli Sciti, dei Celti e di Daci. Questi miti sono sopravvissuti anche in tempi nei quali sembrava aver prevalso il culto delle nuove divinità: nelle cerimonie di nozze della tarda romanità gli sposi, dopo aver sacrificato agli dei ufficiali, riservavano particolari attenzioni alle divinità sotterranee alle quali portavano doni e rivolgevano preghiere, sempre evitando di pronunciarne il nome. Questi riti erano frutto della superstizione e della paura: una giovane sposa che sperava di diventare madre, non poteva ignorare il culto di Lamia, l’antica regina di Libia i cui figli erano stati uccisi da Giunone e che era divenuta una feroce assassina di bambini. In Grecia crebbe, prima nell’isola di Lemnos  e poi un po’ ovunque, il culto di Efesto, un dio brutto e cattivo, oltretutto anche un po’ danneggiato nel fisico essendo stato scaraventato giù dall’Olimpo dallo stesso Giove (o da Era, sua madre, che comunque non era ben disposta nei suoi confronti): come è naturale, viene in mente la cauda di Lucifero (sicut fulgur de coelo cadentem….). Non è dunque strano che la prima donna bruciata per stregoneria della quale si conservi memoria sia stata una certa Theoris, che viveva proprio a Lemnos e che con ogni probabilità sacrificava a Efeso.

Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 1

La più grande nemica della stregoneria è sempre stata la Chiesa Cattolica, che ha contrastato duramente qualsivoglia impiego della magia, anche quello rivolto a fini positivi: non esiste, per la Chiesa, una “magia bianca” che possa essere accettata e considerata con tolleranza. Non è stata una battaglia facile. Al contrario dei preti, comparsi tra noi piuttosto recentemente, i maghi sono sempre esistiti e l’uomo ha sempre fatto ricorso al loro aiuto per cercare scorciatoie utili e per realizzare i propri desideri. Molte pitture trovate nelle caverne e risalenti al paleolitico, avevano probabilmente significati magici: dipingere una caccia al bisonte non aveva tanto il significato di fissare un evento fortunato, quanto quello di impegnare la magia a far sì che quell’evento si ripetesse. Per secoli e secoli coloro che erano considerati detentori di poteri magici sono stati rispettati e implorati, ed è evidente quanto tutto ciò sia contrario ai principi della religione cattolica, che insegnano che è il volere di Dio – e non l’intervento dell’uomo – a far sì che le cose accadano. Ma il rapporto tra il cristianesimo e i poteri occulti, le forze della magia e della stregoneria, sono stati particolarmente complessi. Sul fatto che gli uomini abbiano creduto in misteriose e occulte forze capaci di rappresentare o di impersonare l’essenza stessa del male fin dai tempi più antichi, penso che esista un accordo generale tra gli studiosi, ed è del resto molto difficile immaginare che fantasie, paure e superstizioni abbiano costruito soltanto ipotetiche forze del bene senza mai immaginare qualcosa che le contrastasse.  Il male oscuro e corrotto – ma anche in qualche modo affascinante – che nutre e ispira la magia nera era ben noto ai Greci e ai Romani, che dedicavano orribili riti a un grande numero di demoni e di dei del sotterra. Alcune di queste divinità avevano un nome e venivano onorate, anche se non sempre in modo palese; molte di esse erano di sesso femminile e il loro nome non poteva essere pronunciato, così che di esse conosciamo solo il cognomen, quello che poteva essere invocato  nelle preghiere e nei riti propiziatori. Non mancavano divinità malevole di sesso maschile: Summano, ad esempio, che scagliava i fulmini notturni (di giorno il privilegio apparteneva a Giove ) e Mormo, il vampiro servo di Ecate, spesso presente nella mitologia greca. Ecate era invece una divinità sessualmente ambigua, che possedeva entrambi i principi della generazione: con il trascorrere dei secoli prevalse l’idea che si trattasse di una divinità essenzialmente femminile   tanto che fu considerata la dea degli spettri, degli incantesimi e delle streghe e i suoi simulacri erano spesso collocati nei quadrivi  per proteggere i viandanti da queste forze del male. Impenetrabili, persino più di Ecate, erano le divinità trine, come le Erinni,le Gorgoni, le Esperidi e la stessa Diana triforme, e altrettanto indecifrabile era Proserpina della quale Apuleio, nelle Metamorfosi, scriveva:

 Seu nocturnis ululatibus

Horrenda Proserpina

Triformi facie larvales  impetus

Comprimens terraeque  claustra

Cohibens lucos diversos

Inerrans vario cultu propitiaris

 

 (O terribile Proserpina/ dai tre volti/ che respingi gli assalti degli spettri/ sia con ululati notturni / sia frapponendo ostacoli sul terreno/ mentre ti aggiri in diversi boschi sacri/ lasciati placare da un rituale mutevole).           

Il piacere sessuale: dal mythòs al lògos

“Mythòs” è un lemma d’origine greca che significa “parola” ma anche “narrazione”, usato per raccontare fatti e misfatti di dei ed eroi, per spiegare l’incomprensibile realtà del creato, la natura o altro.
Contrapposto al “mythos” era il “lògos”, tradotto con i vocaboli “discorso” oppure “ragione”, con riferimento al pensiero razionale o filosofico.
Nella mitologia greca un mito narra di Tiresia da Tebe, reso cieco dalla dea Era (Giunone), perché irritata dal giudizio del tebano nella controversia tra lei ed il marito Zeus (Giove) sulla diversa intensità del piacere sessuale provato dall’uomo rispetto alla donna durante il coito.
Tiresia fu convocato nella dimora degli dei sul Monte Olimpo perché era considerato l’unico capace di esprimere un sincero giudizio sulla questione essendo stato sia uomo che donna.
La sua metamorfosi avvenne per punizione divina.
Una versione della leggenda racconta che un giorno Tiresia mentre camminava su una montagna vide due serpenti che copulavano ed uccise la femmina di quella specie animale. Per tale atto violento fu subito tramutato dagli dei da uomo a donna, perché il serpente era considerato il guardiano delle potenze terrestri ed il dispensatore della potenza divina.
Egli visse in questa condizione per sette anni provando i piaceri sessuali come donna.
Dopo quel periodo ebbe la ventura di vedere un’altra volta due serpenti legati in un amplesso ed uccise il serpente maschio , ma nello stesso istante il tebano ridiventò uomo.
Successivamente Tiresia fu convocato da Giove e da Giunone per giudicare la loro controversia. Zeus sosteneva che fosse la donna a provare il maggior piacere durante l’amplesso, mentre Era affermava con convinzione che fosse l’uomo ad essere più gratificato durante il coito.
Tiresia espresse la sua opinione dicendo che il piacere sessuale si compone di dieci parti, l’uomo ne usufruisce di una sola, le altre nove formano il godimento della donna. Quindi la donna prova un piacere nove volte maggiore di quello dell’uomo.
La dea Giunone adirata con il tebano che aveva svelato tale segreto, per vendetta lo fece diventare cieco.
Giove non potè opporsi alla decisione di Giunone, però cercò di compensare Tiresia del danno subìto donandogli la facoltà di prevedere il futuro e di vivere per sette generazioni.
Aveva ragione Tiresia nel dire che nell’atto sessuale è la donna a provare maggiormente piacere ?
Le ricerche scientifiche contemporanee non sono concordi.

 

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