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Dal pensiero debole ai nuovi nazionalismi: interventi di Cacciari e Veneziani (1994)

 


Il modello dell’alleanza. La passione in Hegel.

 Hegel riprende, a suo modo, la concezione classica della passione. Si consideri, anzitutto, la sua dottrina dello “spirito soggettivo”, così come è proposta nella Enciclopedia delle scienze filosofiche.

     La volontà umana, nel suo primitivo manifestarsi, appare come “volontà naturale”, cioè, inizialmente, come volontà che segue gli “impulsi” (Triebe) e le “inclinazioni” (Neigungen) che vengono dalla natura animale, e tende pertanto a realizzarsi nel conseguimento di appagamenti finiti (ricerca della gioia, fuga dal dolore, ecc.). Quando poi la volontà insiste su di un certo tema (si trova a coltivare in particolare un certo impulso o una certa inclinazione), allora essa diventa “passione” in senso specifico (Leidenschaft). È chiaro dunque che Hegel – come Kant – riserva il termine Leidenschaft ad indicare la passione in senso propriamente moderno, cioè la piega emotiva dominante di un certo comportamento. Mentre i veri corrispettivi della classica passio sono per lui Triebe e Neigungen.

     Con Hegel, comunque, l’ambito delle passioni torna ad essere considerato come qualcosa che, di per sé, non è ancora né buono né cattivo, in senso morale. Semmai, «le passioni sono l’elemento attivo; esse non sono affatto opposte costantemente alla moralità, bensì realizzano l’universale».


Breve storia della passione. Una annotazione storica sul tema della “passione”. Il modello dell’alleanza

Sul tema delle passioni si confrontano nella storia della filosofia tre scuole di pensiero. La prima è quella che presenta la relazione tra ragione e passione nei termini di una alleanza da realizzare; la seconda presenta tale relazione nei termini del conflitto; la terza presenta i due fattori come tra loro radicalmente disomogenei.

Il modello dell’alleanza.

 Alla prima scuola di pensiero appartengono pensatori come Aristotele, Tommaso, Hegel. Il modello dell’alleanza è quello che dà realmente conto della specificità umana del mondo passionale, cioè della natura – sia pur implicitamente – razionale delle passioni.

La passione in Aristotele.

Per Aristotele la passionalità è un fattore costitutivo della vita umana, che attende di ricevere ordine e forma dal giudizio razionale. Anzi, la vita dell’uomo ha come tema principale l’alternativa tra virtù e vizio: cioè, rispettivamente, tra una felice alleanza tra passione e ragione, da una parte; e, dall’altra, il prevalere della sregolatezza passionale sul giudizio razionale.

 Nel Libro I dell’Etica Nicomachea, Aristotele annota che nell’anima umana è presente un fattore razionale, e un fattore originariamente non razionale (to álogon). Essi non sono da intendersi necessariamente come fattori reciprocamente estranei, benché certo siano reciprocamente non omogenei. Nel secondo libro dell’Etica Nicomachea, Aristotele parla di quei contenuti dell’álogon che corrispondono al platonico epithymetikón. Si tratta, appunto, delle “passioni”: «chiamo passioni la brama, la collera, la paura, l’ardimento, l’invidia, la gioia, l’amicizia, l’odio, il desiderio, l’emulazione, la pietà, in generale ciò a cui fanno seguito piacere e dolore». Esse sono dotazioni naturali dell’uomo, alle quali non è sensato attribuire, in prima battuta, valutazioni morali. Si tratterà, semmai, di valutare moralmente che cosa l’uomo deliberatamente fa di esse.

 Aristotele chiama “virtù” e “vizio”, rispettivamente, la felice riuscita o la mancata riuscita della alleanza tra passione e ragione. In particolare, tale alleanza assumerebbe l’aspetto di una moderazione o mediazione delle passioni. Queste, infatti, non hanno misura, nel senso che spingono il soggetto in modo non previdente, senza seguire un indirizzo finalistico chiaro e senza essere in grado di dosare le proprie energie. Hanno dunque bisogno – per non distruggere l’uomo – di essere governate da chi, in lui, sa dove vuole andare: la ragione.

Dunque, passione starebbe a ragione come materia a forma: almeno, tendenzialmente. La riuscita del sinolo (sintesi di materia e forma) morale, sarebbe la virtù.