L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Matriarcato. Ginecocrazia. Ovvero la donna al potere.

E’ esistito? Ritornerà? Una freccia di angoscia piantata nell’inconscio del maschio. Se ne parla, si polemizza da millenni sotto la spinta di miti (ma anche di deduzioni storiche) certamente nati nel profondo della sfera emozionale della società patriarcale. La contesa continua ai giorni nostri. Il matriarcato esisterebbe negli Stati Uniti, secondo qualche interpretazione maschile locale evidentemente nata da una situazione fobico-ossessiva che distorce le capacità di giudizio. In realtà la celebre “Momma” americana, (protagonista del fumetto satirico creato dal cartoonist americano Mel Lazarus), che “tenta” di esercitare il potere sui figli adulti senza riuscire a scalfire la sublime indifferenza di questi, calati in una cultura moderno-patriarcale, dimostra l’illusorietà della tesi. Certamente la donna americana ha diritto di protestare, di fare le grandi battaglie femministe o altro ma il potere reale si limita a fare il muro di gomma, con qualche fastidio, come i figli di “Momma”, e a pilotare strumentalmente la società femminile nelle situazioni chiave del momento elettorale.

Niente matriarcato, quindi, visto che il termine significa potere delle madri e potere indica un diritto fondato sulla proprietà delle decisioni politiche, economiche, sociali. Le first-lady degli Usa (le mogli dei presidenti) sorridono con ammirazione-adorazione al loro eroe (che possono anche rimbrottare, col dovuto rispetto), hanno il potere di pubblicizzare le sue crociate più o meno rovinose; le altre fanno le segretarie, le vice di vario tipo e classe, il braccio destro, le cuoche, le pedagoghe, le ricercatrici e altro ma quasi sempre in ruoli secondari… insomma, anche qui, come in tutte le altre parti del mondo, si potrebbe canticchiare, rovesciandolo, il verso della famosa e vecchia canzone, uomo, tutto si fa per te.

E’ sempre esistito, nella storia dell’umanità, questo stato di subordinazione della donna o c’è stato un tempo in cui lei, la madre, ha tenuto in pugno tutti i livelli di potere? Leggende, miti e ricerche storiche (queste ultime spesso viziate dalla soggettivizzazione) portano verso una risposta che propende per la seconda ipotesi. Gli esempi che vengono dalla profondità del tempo e da analisi recenti, sono innegabilmente suggestivi… e questo ci invita a fare una passeggiata a ritroso nella storia.

Cominciamo da uno studio del missionario americano Asher Wright (vissuto fra gli Irochesi Seneca dal 1831 al 1875 osservandone a fondo le consuetudini), il quale ricorda che…

“… per ciò che concerne le loro famiglie al tempo in cui essi abitavano ancora le antiche case lunghe (amministrazioni comunistiche di più famiglie) prevaleva quivi sempre un clan, cosicché le donne prendevano i loro uomini dagli altri clan… Abitualmente la parte femminile dominava la casa… le provviste erano comuni ma guai al disgraziato marito o amante troppo pigro o maldestro nel portare la sua parte alla provvista comune. Qualunque fosse il numero dei figli o delle cose da lui personalmente possedute nella casa, in qualsiasi momento poteva aspettarsi l’ordine di far fagotto e di andarsene. Ed egli non poteva tentare di resistere, la vita gli era resa impossibile, e non poteva far altro che tornare al proprio clan, in altre parole andare a cercare un nuovo matrimonio in un altro clan, cosa che il più spesso accadeva. Le donne erano, nei clan , e del resto dovunque, la grande potenza. All’occasione esse non esitavano a deporre un capo e degradarlo a guerriero comune”.

Ne L’origine della famiglia, il filosofo tedesco Friedrich Engels nota che i resoconti dei viaggiatori e dei missionari, riguardanti la mola eccessiva di lavoro svolto dalle donne tra i

La Venere di Willendorf selvaggi e i barbari, non sono affatto in contraddizione con quanto è stato detto. La divisione del lavoro tra i due sessi è condizionata da cause del tutto diverse dalla posizione della donna nella società. Popoli presso i quali le donne debbono lavorare molto di più di quanto non spetti loro secondo la nostra idea, hanno per il sesso femminile una stima spesso molto più profonda che non i moderni europei.

E infatti ognuno di noi oggi può rendersi conto che la “signora” della società civile, circondata di omaggi apparenti ed estraniata da ogni effettivo lavoro, ha una posizione sociale infinitamente più bassa della donna primitiva, che lavorava duramente ma era considerata presso il suo popolo come una vera signora (lady, frowa, frau hanno il significato di padrona) ed era tale anche per il suo carattere.

Ma torniamo al modello di vita delle tribù irochesi che è quello che si avvicina, dal punto di vista antropologico, al concetto di matriarcato

Dagli studi del gesuita Lafitau, fatti nel 1724, e dai lavori seguenti non risulta che nelle sei nazioni che raggruppano il popolo irochese le donne vengano trattate con particolari riguardi, ma è certo che godono di diritti e poteri di rado eguagliati nella storia nota e provata.

In questa collettività la regola della filiazione passa attraverso le donne e la residenza è matrilocale, cioè sono mariti e figli che vivono in casa della donna – e con tutti i mariti e figli appartenenti alla gens – casa sulla quale governa la “matrona”.

La matrona dirige anche il lavoro agricolo femminile che si svolge in comune sui terreni collettivi di proprietà delle donne della famiglia, distribuisce personalmente il cibo cotto dividendolo fra i nuclei familiari, gli ospiti e i membri del Consiglio.

L’importanza di queste donne è tale che esse fanno parte del Consiglio degli Anziani della Nazione (che ha come unica istanza superiore il Gran Consiglio delle Sei Nazioni Irochesi). La loro opinione è affidata a un maschio ma la voce di questi non può essere ignorata perché la matrona ha – per legge – diritto di veto per quanto riguarda le decisioni su eventuali guerre. Se la donna non ritiene opportuno o giusto il progetto di guerra e gli uomini tendono a ignorare la sua opposizione, ha la possibilità di bloccare ogni operazione bellica semplicemente vietando alla collettività femminile di fornire ai guerrieri le scorte di cibo indispensabili nei lunghi viaggi di spostamento verso il luogo degli scontri e durante le cacce al nemico.

L’antropologa Judith Brown mette in evidenza, in un suo lavoro del 1970, che le matrone irochesi dovevano la loro condizione privilegiata al fatto di controllare l’organizzazione economica della tribù (a loro spettava anche il diritto di ridistribuire il prodotto della caccia del maschio), la qual cosa è possibile, considerata la struttura sociale martrilineare propizia, perché la principale attività produttiva della donna, cioè l’agricoltura con la zappa, non è incompatibile con la possibilità di occuparsi de bambini. La Brown sottolinea inoltre che vi sono soltanto tre tipi di attività economiche che consentono questo “cumulo” di incombenze: la raccolta, l’agricoltura con la zappa e il commercio tradizionale.

Un altro esempio dell’autorità della donna in determinati momenti storici –il termine autorità è certamente più aderente alla realtà dei fatti di quello di potere – ci viene anche dall’epoca in cui visse il Profeta fondatore della religione musulmana.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva nomadi sia israelite che arabe, la tenda (ciuppah) è proprietà assoluta della donna, tanto che questa viene definita “padrona della tenda” o “padrona della casa”. In genere l’uomo non possiede un rifugio e questa consuetudine lo mette qualche volta in situazioni non proprio piacevoli, simile a quella vissuta da Maometto che, dopo aver litigato con tutte le sue mogli, viene cacciato dalla ciuppah senza tanti complimenti e costretto a dormire sotto le stelle come un saccopelista ante-litteram.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva anche in uno studio condotto sugli Hopi, una comunità di indiani Pueblo che dal VI secolo vive nella zona del piccolo Colorado, in Arizona. Quando l’esploratore spagnolo Francisco Colorado li scoprì nel 540, essi vivevano nello stesso tipo di abitazioni usate all’origine della loro storia, divisi in gruppi di circa trecento persone per un totale approssimativo di tremilacinquecento individui. Le notizie più dettagliate sulla vita di questo popolo vengono soprattutto dalle osservazioni fatte sul grande agglomerato di Oraibi, che si è sciolto alla fine del secolo scorso (vedi Uwe Wesel, “Il mito del matriarcato”, Saggiatore 1985).

Riporta Wesel che, come tutti i Pueblo, gli Hopi sono agricoltori e vivono principalmente di mais. Solo di tanto in tanto vanno collettivamente a caccia di conigli. La loro società si fonda sul lignaggio matrilineare e la comunità, che produce e consuma in comune, costituisce la “famiglia allargata” (a residenza matrilocale) formata dalla donna e dal marito, dalle figlie sposate e dai loro mariti, dalle figlie e dai figli non sposati e dai bambini delle figlie. Appare chiaro che la situazione della donna è particolarmente favorevole perché, anche dopo la costituzione della coppia, rimane nell’ambito della propria cerchia familiare. Di conseguenza il legame con il marito non è particolarmente forte mentre è molto sentito il rapporto con la madre, i fratelli e le sorelle.

In questa situazione, il maschio acquisito dal gruppo resta isolato e, in molti casi, vittima di una certa provvisorietà che prende dimensione nel suo licenziamento quando ha esaurito la funzione di inseminatore. I figli, ovviamente, restano alla madre. Tuttavia, prima di ricevere l’eventuale benservito, egli ha l’obbligo di lavorare nei campi della famiglia della moglie, dato che la coltivazione della terra è compito base degli uomini. Le donne si sono riservate il governo della casa, la custodia e l’educazione dei figli, la preparazione del mais. Attività, quest’ultima, piuttosto complicata e faticosa, se fatta individualmente, ma di facile esecuzione con il sistema del lavoro collettivo adottato dalle Hopi.

“La posizione relativamente debole dell’uomo – riferisce Wesel sulla base dei documenti da lui consultati – è dimostrata dalla frequente critica cui il suo lavoro viene spesso sottoposto nella famiglia della donna. Ed è una delle cause delle frequenti separazioni. A Oraibi la percentuale delle separazioni era del 34 per cento. Alice Schlegel, che ha studiato da vicino gli Hopi, afferma che essi sono un caso esemplare per quanto riguarda la posizione favorevole delle donne: in altre parole né il marito né il fratello dominano la donna. Non il fratello, perché quando egli si sposa lascia il proprio nucleo familiare per trasferirsi presso quello della moglie dove, come il marito della propria sorella, è a sua volta trattato da straniero e relativamente isolato. Questo fattore, unito alla forte solidarietà fra le donne (confermata dal lavoro collettivo di macinazione del mais) e all’idea che campi e case appartengono alle donne, ha determinato presso gli Hopi un ordinamento sociale estremamente favorevole al mondo femminile, in atto fin dai tempi remoti”.

ginecocrazia

Dagli esempi citati finora vediamo che matrilinearità e matrilocalità producono un sistema matriarcale, ossia una società nella quale il centro, il punto focale, è costituito dalla donna: ma questo non significa che il potere le appartenga, che abbia la possibilità di decidere globalmente sugli orientamenti della vita sociale. Lo dimostra il fatto che soltanto gli uomini possono diventare gli anziani del villaggio e quindi portavoce del villaggio: su questa nomina le donne non hanno alcuna voce in capitolo. Se l’anziano gode di una posizione estremamente autorevole – s’intende che questa autorevolezza non gli permette di rivoluzionare un sistema sociale, organizzativo e produttivo consacrato dall’esperienza empirica – e anche di privilegi legati al culto, più robusta ancora è la funzione del capo-villaggio, in genere giovane e perciò più duraturo, che viene nominato dal suo predecessore. Anche il capo-villaggio concentra la sua attività nella gestione dei vari culti, settore nel quale le donne hanno scarso accesso (vi sono anche dei culti femminili ma vengono tenuti in scarsa considerazione).

Questa divisione di ruoli non mette in condizioni di inferiorità la donna, visto che praticamente il potere economico è nelle sue mani. Ma non va sottovalutata l’importanza che deriva dalla detenzione dell’autorità religiosa, strumento di grande forza suggestiva, e perciò potenziale strumento di potere.

A questo punto, dopo aver riflettuto sui due modelli sociali descritti, lettrici e lettori saranno ancora in preda al dubbio sollevato dalla domanda iniziale: “Il matriarcato è esistito?”.

Gli storici e gli antropologi – quelli seri, s’intende, che si attengono scrupolosamente al metodo scientifico che richiede prove provate con la massima rigorosità – rispondono con un deciso no. Se ci si attiene ai fatti reali rinvenuti nella storia e alla definizione dell’English Oxford Dictionary dà del termine matriarca identificando questa figura nella donna che ha lo status corrispondente a quello del patriarca, in tutti i sensi della parola, non si può certamente sostenere che nella storia vi sia traccia di istituzioni nelle quali la donna abbia detenuto – oltre a quello familiare – il potere sociale, politico e statuale così come lo detiene l’uomo nell’ambito del patriarcato.

Dunque no, il matriarcato non esiste. Anche se i ricercatori e gli antropologi dell’Ottocento (valga per tutti Joahann Jakob Bachofen, lo scienziato tedesco autore, fra l’altro, de Il potere femminile) hanno scritto fiumi di parole per dimostrare il contrario.

Eppure questa idea del matriarcato è un fantasma costantemente presente nella cultura maschile. Appare molto spesso nella letteratura impegnata come nella novellistica o altra letteratura d’evasione. L’idea della donna al potere e del potere della donna sconvolge e terrorizza gli scrittori protocristiani e li porta a scrivere lunghe e deliranti elucubrazioni sui poteri malefici della donna, presa nella sua singolarità, e della società femminile. Perché dunque questa ossessione, questo incubo, ricorrente nei secoli, per una situazione mai esistita? C’è dietro forse l’inconscia paura nei confronti della donna, questo “altro”, questo misterioso, complesso essere che il maschio primitivo si trova accanto. Un essere il quale – senza che l’homo erectus riesca a spiegarsene la ragione – riesce magicamente a far uscire dal suo corpo un’altra creatura vivente fatta a sua immagine e somiglianza, un essere che ad ogni luna perde sangue da una misteriosa ferita eppure non muore. Un essere misterioso come la Grande Madre Terra, anch’essa dotata di una forza inspiegabile e vitale. Un essere che può ridurre l’uomo in una condizione totalmente subalterna?

Un interessante risposta ci viene dall’antropologa Ida Magli.

“L’itinerario affettivo e psicologico seguito da Bachofen, e sulla sua scia dagli altri assertori del matriarcato, è di grande importanza proprio per queste contraddizioni e va analizzato con cura perché dischiude via via a chi lo osserva meravigliosi e significativi orizzonti su ciò che rappresenta la femminilità nell’inconscio maschile: visioni, immagini, desideri, timori, sogni, angosce, speranze dalle quali è scaturita, con una corrispondenza che affascina e sgomenta, l’immensa costruzione culturale, il castello simbolico nel quale la donna è racchiusa a fondamento e garanzia dell’Artefice maschio. Sfilano così, dinanzi agli occhi stupiti e ammirati di chi legge, associazioni illuminanti e straordinarie, quali solo la ferrea razionalità dell’inconscio può suggerire, e si proietta attraverso l’opera di un Bachgofen, di uno Schmidt, di un Briffault, l’immagine femminile che gli uomini accarezzano e

Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario sedimentano dentro di sé e che si rispecchia nella cultura: un’immagine oscura e luminosa, chiara e ambigua, tenera e crudele, protettiva e pericolosa, debole e potente, portatrice di vita e di morte”.

“Si nota chiaramente in questo quadro” afferma ancora Ida Magli in Matriarcato e potere delle donne (Feltrinelli 1982), “come i caratteri della femminilità, nell’attività, fantasmatica dell’uomo, si associno sempre, malgrado la loro apparente grandezza, a elementi negativi, nefasti. Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario, ma esso diventa perfetto soltanto nell’era del padre, della mascolinità, elevandosi alla perfetta armonia del “tre”.

Infatti, continua implacabile la Magli, il principio tellurico religioso è femminile, ma materiale e inferiore, mentre quello superiore, cosmico, si realizza con il principio della luce, che è maschile… la donna è la terra, ma la terra è una forza materiale, mentre l’uomo è il principio spirituale, per cui il diritto materno caratterizza uno stadio dell’umanità la cui concezione religiosa individua nella materia, ossia nella terra, la sede più certa della forza materiale. Il diritto della terra quindi è un diritto sanguinario e feroce che non conosce altra sanzione che la morte; esso caratterizza un’epoca triste, opprimente, selvaggia, l’epoca in cui l’aspetto delle Erinni, immagini femminili della morte, è quello di una schiera grondante di tanto sangue che esse stesse ne sono sazie”.

Le connessioni che Bachofen individua fra la mitologia, simbolismo, religioni e immagini femminili della cultura sono così suggestive e racchiudono una tale verità maschile, che basterebbero da sole a testimoniare del fatto che le strutture culturali sono opera del maschio, proiezione esclusiva della sua visione del mondo. Ed è questa verità, al tempo stesso psicologica e culturale per l’inestricabile interazione che esiste fra l’inconscio e cultura, che ha impedito agli antropologi di accorgersi di quanto fossero fantasiose e irreali le loro descrizioni del Regno delle Donne.

Potremmo dire a questo punto, arrivando paradossalmente a conclusioni opposte a quelle della professoressa Magli dopo essere ricorsi alla sua peraltro esatta e affilata analisi, che il matriarcato esiste. Esiste in quanto è nel conscio e nell’inconscio del maschio, dell’intera società maschile. E’ solo idea, idea ossessiva per l’esattezza, ma le idee, consce o inconsce che siano, pilotano il comportamento sociale. Se questa idea, chiusa nell’archivio storico dell’inconscio collettivo maschile, non viene riportata alla luce e analizzata, il matriarcato, o, se si preferisce, la paura del matriarcato, continuerà ad esistere. Continuerà ad esistere quella paura della donna – perché questa idea altro non è – che rende affollati gli studi degli psicanalisti.

Una paura che viene da lontano, dai territori della mitologia dove prendevano corpo terrori, problematiche e simbologie espresse dall’uomo diventato padrone dell’immaginifico.

L’uomo, il maschio storico, teme continuamente di perdere il potere, e questo timore lo esprime attraverso tutti i suoi mezzi i comunicazione, dalla letteratura, all’arte, alla musica. Per questo egli immagina che la dama di Ragnell risponda, quando re Artù le chiede quale sia il desiderio femminile contemporaneamente più sublime e più abbietto:

“Sire, c’è una sola cosa in cima ad ogni nostro pensiero che tu adesso devi conoscere: noi desideriamo sull’uomo, più che su tutte le cose del mondo, avere imperio”.

Questa paura trapela anche dalle pagine dell’Antropologia pragmatica (1798) scritta da quel grande pensatore tedesco che fu Immanuel Kant. Disquisendo sulla sete di potere il filosofo afferma che “per quel che riguarda l’arte di dominare direttamente, come, per esempio, quella della donna per mezzo dell’amore verso di sé che essa ispira nell’uomo, per asservirlo ai propri fini, essa non è compresa sotto questo titolo, perché non comporta nessuna violenza, ma sa dominare i suoi soggetti col proprio fascino. Non che il sesso femminile, nella nostra specie, sia privo dell’inclinazione a dominare quello maschile (il contrario è vero) ma esso per il suo scopo di dominio non si serve del medesimo mezzo di

Donne dell’antica Greciacui si serve l’uomo, cioè non del privilegio della forza (che qui si sottintende nel termine dominare) ma di quello dell’attrattiva, che include in sé un’inclinazione dell’altra parte a lasciarsi dominare”.

Il fantasma alberga anche nella mente del più grande poeta tedesco, Wolfgang von Goethe (1749-1832), che nel primo atto del Faust fa dire a un personaggio:

“Le madri! E’ sempre come se mi colpisse un fulmine. Che cos’è questa parola che non mi piace sentire?”

Ma torniamo ora alla ricerca delle origini dell’idea di matriarcato (che ispira reverenziale timore) verso tempi molto più lontani, all’età della pietra, nella quale l’archeologia è andata a strappare testimonianze che permettono di sostenere abbastanza solidamente la convinzione che ai primordi della storia la dimensione donna abbia avuto nella vita del maschio un ruolo dominante.

In questo periodo lungo circa 25mila anni, troviamo che l’immagine scultorea, sia che provenga da Willendorf, nella Bassa Austria, dove venne trovata la famosa Venere, o dalle caverne di Laussel in Francia, o da altri posti, ha sempre fattezze femminili. Altri reperti con queste indicative caratteristiche sono stati portati alla luce nelle steppe russe, nella valle dell’Indo, nell’Asia centrale e nel bacino Mediterraneo. Rappresentano la più antica forma d’arte e le prove archeologiche più ricorrenti sul mondo antico. Fra questi muti testimoni di pietra la figura maschile appare rarissimamente o è del tutto inesistente.

Queste figurine femminili sono stranamente attraenti.

“Personalmente sono sempre rimasto particolarmente colpito dalla cosiddetta Venere di Willendorf”, scrive Wolfgang Lederer (psichiatra e psicanalista viennese che si è trasferito negli Stati Uniti nel 1983), in Ginofobia (Feltrinelli 1973). “In effetti non era proprio una tipica bellezza, neanche per la Vienna fra le due guerre, dove le rotondità erano più apprezzate che nell’America odierna. Nessuna delle gaie signore amanti della buona tavola… aveva la stessa massa adiposa o se ne avvicinava anche lontanamente. Ma nessuna di loro aveva la medesima compostezza. Nell’inclinazione della testa, dalla accuratamente pettinata, nelle braccia graziose gentilmente ripiegata sugli smisurati seni penduli mi sembrava di scorgere un’espressione di sereno orgoglio; nei rotoli increspati di grasso sopra la pancia e i fianchi, nelle natiche e cosce enormi, una forte determinazione; in quell’atteggiamento completamente assorto, un grande senso di sicurezza”.

“Fra tutte le statue che ho visto”, osserva Lederer, “mi è sembrata l’unica capace di stare in qualunque luogo: imperturbabile, distaccata. Non ha bisogno di volto: tutto quello che conta in questo mondo non sembra stare attorno, ma dentro di lei”.

Di queste statuette ne esistono diverse e sono analoghe. Hanno in comune la nudità, le elaborate pettinature, gli ornamenti, l’enfatizzazione delle dimensioni delle fonti della vita ossia il seno e la zona pubico-genitale. Alle volte si ricorre alla stilizzazione, come nelle Cicladi e in Anatolia, con la quale la figura femminile viene sintetizzata in un basamento rialzato scolpito nel marmo. Ma comunque tutte le immagini, siano stilizzate siano realistiche al massimo, esprimono con estrema potenza la stessa interiorità e autosufficienza.

Queste donne erano dee, afferma con sicurezza lo studioso, e per un arco di tempo cinque volte più lungo di un’epoca storica – e molto più a lungo di qualsiasi altra divinità – sono state le sole ad essere venerate.

E’ da notare, per capire l’idea di potenza femminile che viene introiettata dal maschio, che in genere queste figure non hanno piedi: sono di terra e piantate nella terra, fermate nell’atto di sorgere: è la nascita dalla grande matrice, matrici a loro volta. Questi simulacri venivano adorati nelle caverne naturali o nelle fessure della terra, o in caverne costruite dall’uomo che erano templi bui ottenuti ammassando le une sulle altre enormi lastre di pietra (caverne, buio, anfratti sono chiari simbolismi con i quali il maschio primitivo esprime la sua tremante reverenza nei confronti del mistero della nascita, quel mistero custodito nel corpo di questa sua compagna che ha un potere tanto più grande del suo).

Il potere di generare, di nutrire, di popolare il mondo identifica la donna con la terra, con la quale ha in comune sia il potere di generare sia l’imprevedibilità catastrofica che fa parte del ciclo di momenti evolutivi ma che l’uomo definisce con il termine crudeltà. La Terra dunque, con tutta la sua potenza, è il femminile, l’origine, il principio dell’umanità, la Grande Dea dalla quale discende ogni cosa.

Certo questa è una costruzione maschile, come afferma Ida Magli (e con lei Simone di Beauvoir ed altre autrici di indubbio valore). Ma a questo punto sorge una legittima domanda: perché l’uomo non ha messo sé – già in quei lontani tempi – al centro dell’universo nel ruolo del Grande Dio fecondo, custode dei grandi misteri?


Alternanza perfezione – volgarità

Il modello femminile stabilisce che il linguaggio sia molto più controllato, più uguale, del corrispondente maschile. E’ vero che il tono a volte si fa alto, soprattutto nelle frequenti esclamazioni, nelle espressioni emotive, nelle domande, ma in complesso è più monotono e non presenta quegli sbalzi e quelle variazioni comuni agli uomini, i quali possono presentare in una successione rapida le tonalità e i registri più diversi. Tale linguaggio tende anche ad essere “più corretto” ( riguardo alla scelta dei vocaboli e alla grammatica ), cioè più aderente alle norme stabilite.

Presenta anche un minor uso di espressioni nuove ed insolite, secondo quella “conservativit{ linguistica” più volte citata. Nelle strisce a fumetti espressioni come “munch”, “snort”, “sgrunt”, “gurgle”, “sob”, “splot”, “tzk” e molte altre, molto frequenti sulla bocca di personaggi maschili, non vengono quasi mai attribuiti alle femmine. Ci sono zone nell’ espressione verbale non familiari alle donne ; vanno dagli schiocchi della lingua e delle labbra fino all’ uso del fischio a scopo comunicativo o espressivo, come anche al largo impiego del grido ( come richiamo o altrimenti ). Possiamo attribuire questo restringimento delle possibilit{ espressive all’ idea della donna come “ controllo di sé ” e “ perfezione ”.

Infatti viene imposto alla donna un notevole autocontrollo ; e non nel senso positivo di “dominio su di sé”, ma come rigidit{ e limitazione nei movimenti e nelle reazioni. Nel testo scolastico già citato ( Casa ridente, vita serena ) si ammoniva : “ Oggi la donna lavora come gli uomini, è vero, ma non per questo deve perdere la sua femminilità. Ricordate che ciò che si apprezza di più in una donna non è né l’ intelligenza né la cultura, ma l’ esteriore compostezza… ; Un gesto sguaiato, una parola scorretta, un atto scortese, compiuto da una giovinetta, possono farle perdere di colpo tutto il suo fascino … .”

Il libro non è recente, tuttavia le cose non sono molto mutate, come osserva un recente numero della rivista “Effe”.

“Essere ben educata – dice l’ articolo – è per una ragazza più importante che essere semplicemente educata. Ancora oggi, malgrado i mutamenti di costume, ci sono un gran numero di cose che le ragazze “non devono fare”, gesti e modi su cui la gente troverebbe da ridire. Il modo di sedersi, di camminare, di parlare, di sorridere, di ridere, di prendere degli oggetti, obbedisce a un rituale raffinato ma limitante.

Tutti i movimenti di una ragazza sono messi a confronto d’ una norma “ideale”, mentre il ragazzo si vede assegnato un campo di manovra ben più vasto ”.

E’ sempre Dalla parte delle bambine che descrive l’ educazione differenziata per sesso.

“Ci dà fastidio che le bambine imparino a fischiare, ci sembra naturale che lo faccia un maschio. Si interviene se una bambina ride sguaiatamente, ma ci va benissimo che lo faccia un maschietto….Non tolleriamo che una bambina stia “scomposta”, ci sembra normale che sia “scomposto” un maschio. Si pretende che una bambina non urli, non parli a voce alta, ma se si tratta di un bambino ci sembra naturale. Puniamo una bambina, trasalendo di raccapriccio, se dice parolacce, se le dice un maschio ci viene da ridere…Se un bambino non dice grazie e prego chiediamo scusa per lui, se non lo fa una bambina siamo molto contrariati… Sopportiamo che un maschio stia male a tavola, ma da una bambina pretendiamo la compostezza… Se una bambina prende a calci una palla le insegniamo che è meglio tirarla con le mani, al maschietto insegniamo che è meglio prenderla a calci … Se sorprendiamo un maschietto che gioca con i genitali gli imponiamo di smetterla, se sorprendiamo una bambina, allora, oltre ad imporle di smetterla, non riusciamo a nascondere il disgusto… Se una bambina maltratta il suo gatto o il suo cane ci vediamo abissi di perversione, se lo fa un maschio glielo impediamo ma ci sembra normale. Se un maschietto strappa un oggetto dalle mani di un altro bambino glielo impediamo, ma in fondo ce lo aspettavamo, da una bambina non ce lo aspettiamo affatto ”.

Certamente vi sono evidenti segni di cambiamento di questa situazione, e lo dimostra l’ importante ruolo assunto dall’ abbigliamento.

“L’ uso generalizzato dei pantaloni fin da piccolissime, e la conseguente maggiore libertà di movimento, ha certamente reso più accessibili alle bambine certi giochi “maschili”, che fino a pochi anni fa erano impediti dall’ intralcio delle gonne, e inoltre ha cambiato non poco il ‘codice’ dei gesti e atteggiamenti permessi e vietati, cioè quelli definiti ‘composti’ e ‘scomposti’. ”

In questo modo la “naturale” ed “innata” grazia femminile si dimostra un comportamento culturalmente indotto.

Una delle spiegazioni più valide per questo “autocontrollo” imposto risiede nel pur semplicistico e abusato slogan che dice : “ La donna è madonna o puttana, è angelo o demonio ”. Essendo per il maschio un essere alieno, misterioso e potenzialmente pericoloso, non può essere vista che in termini estremi, e se non è angelicata, eterea e spirituale passa immediatamente alla valutazione opposta. E’ il medesimo meccanismo per cui in molti romanzi vittoriani si stabiliva la netta differenziazione tra “l’ operaio buono” e “lo sfacciato sovversivo”, e per cui gli schiavisti hanno distinto gli “zii Tom” buoni e pazienti dalle “bestie nere” che minacciavano la rivolta ; ma per le donne è molto più complesso e profondo.

Maria Antonietta Macciocchi accenna, nel libro Dopo Marx, Aprile , alla sua repulsione ad essere sempre chiamata “signora”, per la facilità con cui questo termine fin troppo cerimonioso può trasformarsi in offesa, “aggressione villanzona”.

In tanti classici della letteratura mondiale i personaggi femminili non possono essere che totalmente bianchi o del tutto neri ; difetti e colpe sono perdonati al protagonista maschile ma non alla femmina, e la convenzione narrativa la salva sempre dal fare dei passi falsi. Nel cinema, dal film muto in poi, i comici sono sempre stati uomini, la non esistenza di una donna – clown conferma l’ assenza di una reale umanità riconosciuta alla donna. Il personaggio maschile ridicolo o colpito dalla sorte suscita solidarietà e partecipazione, ma la donna che scende dal suo piedistallo è da rigettare e da consumare.

Anche le riviste per fotoamatori considerano la donna un soggetto difficile per le foto. Ad esempio non bisogna mai fotografare una ragazza che cammina prendendola di spalle, e dal basso verso l’ alto, e in gesti che non siano quelli convenzionalizzati, se non si vuol rendere la foto “volgare”. Generalmente si produce la grossa mistificazione di trasformare queste limitazioni in complimento ; in una intervista a “L’ Europeo” Davide Maria Turoldo ha detto : “ La donna è la ‘perfezione’; quando un uomo fisicamente decade, nessuno se ne meraviglia, quando capita alla donna sì ”. Allo stesso modo quei professori che nel secolo scorso si rifiutavano di discutere di anatomia in presenza di una donna ritenevano di renderle un omaggio.

Si dice spesso che la gestualità femminile sia molto più sviluppata di quella maschile. “ La donna ha elaborato un linguaggio del corpo assai più ricco ” – ha osservato Umberto Eco in un articolo, aggiungendo : “ Essa si è specializzata nella comunicazione gestuale e mimica, tanto che se un uomo tende ad esprimersi con il gesto, le espressioni del viso, la posizione del corpo, viene detto ‘effeminato’. ”

Tuttavia questa è una impressione superficiale, che non rende l’ effettiva realt{. Più profondamente notiamo che è piuttosto l’ uomo ad usare il corpo spiegandone le potenzialità espressive e funzionali.

I movimenti delle donne sono più raffinati ed elaborati, ma molto ripetitivi e limitati da una norma ristretta, nel medesimo senso che abbiamo visto per il linguaggio verbale. La limitazione dei movimenti comincia assai precocemente : “Stai ferma” è un’ ingiunzione molto più frequente di “Stai fermo”.

“ La motricità richiede una serie di finissime coordinazioni neuromuscolari e un’ intensa attivit{ cerebrale. Più il bambino si muove, più ha occasione di fare esperienze sensoriali nell’ ambiente, più le sue cellule cerebrali e la sua intelligenza si sviluppano. Ridurre le possibilità di movimento significa ridurre le sue curiosità, le sue esperienze e quindi la sua intelligenza. Un bambino che cresce in un ambiente povero di stimoli e di libertà sviluppa meno la sua mente di un altro che vive in un ambiente più ricco, più vario e più tollerante. ”

Spesso, più o meno apertamente, la femmina viene dissuasa dal partecipare agli sport e alle attività fisiche ; e ciò, secondo Susan Brownmiller, le impedisce l’ addestramento alla competizione e ai contatti fisici. Il vantaggio psicologico che i maschi hanno in una situazione di emergenza è molto più decisivo della forza fisica ; essi infatti sono stati allevati e incoraggiati ad usare i loro corpi in modo competitivo sin dalla prima infanzia. “ Ci sono importanti lezioni da imparare nelle competizioni sportive, fra l’ altro che la vittoria è il risultato di un duro, costante e serio allenamento, di una fredda, intelligente strategia che comprende l’ impiego di trucchi e di bluff, e di un positivo assetto mentale in grado di mettere in moto l’ intero complesso dei riflessi ”.

Qualche tempo fa si poteva leggere in un articolo sportivo : “ La Chersoni, sempre più incantevole allo sguardo, trova difficoltà a trasportare le sue piacevoli fattezze su andature sostenute ”…; mentre il giornalista Gianni Brera diceva di una discobola : “ Tracagnotta, con gli sterno-cleidomastoidei in evidenza e gambe corte e tozze ( ahimé ) ”.

In entrambi i casi, l’ attenzione non è rivolta ai risultati ottenuti, bensì all’ apparenza fisica delle atlete. Anche nelle ultime Olimpiadi le nuotatrici ed altre atlete venivano definite sprezzantemente “troppo maschili”.

La donna sportiva dovrebbe quindi essere impegnata in due cose opposte : gareggiare e mantenere un certo autocontrollo, perché d{ fastidio la donna sudata, con l’ espressione stravolta dalla tensione, dai gesti duri e non aggraziati. Essa dà fastidio anche dal punto di vista morale, dal momento che non è disposta ad aiutare gli altri ma lotta per se stessa e per la propria vittoria.

La ginnasta Nadia Comaneci fu definita “la bambola meccanica” e la si descriveva in questo modo : “E’ decisamente competitiva, Nadia. E’ dura, seria, glaciale…. Mentre cerco, con scarsi risultati, di vedere dei barlumi di umanità, di calore, di partecipazione, in questo minuscolo robot … Con un’ espressione di odio così concentrato come nemmeno negli occhi dei pugili, dei lottatori. Erano gli occhi di Nadia. ”

In definitiva tale visione della donna ha portato ad attribuire all’ uomo la forza e l’ intelligenza ( che implicano il “fare” )e a lei la bellezza ( che implica l’ “apparire” ). Ciò che alimenta la personalità è la varietà di problemi da affrontare e l’ acquisto di nuove conoscenze, cioè l’ esperienza. Per questo l’ uomo si è conosciuto e si è espresso nel mutevole “fare” e la donna, costretta alla fissit{ del ripetere, non ha potuto che conoscersi ed esprimersi nell’ “apparire”. Ciò persino modificando il suo volto e il suo corpo per adeguarsi a un modello dato.

Si è detto che il corpo delle donne non è stato altro che il prolungamento del desiderio maschile, come si è espresso nelle varie strutture socio-culturali, un testo dettato dagli uomini.

In tutte le culture ed in ogni epoca troviamo pratiche per marchiare fisicamente la donna, fino a deformare il cranio e il volto femminili ( le labbra a piattello e i colli rigidi delle africane, le orecchie forate). Il “piedino cinese”, questa deformit{ provocata artificialmente, può essere considerato il simbolo di un destino : l’ esclusione dal mondo aperto, nel quale solo gli uomini potevano camminare, avanzare, progredire.

Anche l’ attuale chirurgia estetica e la ferocia delle diete corrispondono agli stessi princìpi. E’ un fatto che i vestiti delle donne non si sono quasi mai ispirati a criteri di comodità e di benessere, anzi creavano spesso impaccio, fastidio, costrizione. Vale a dire che l’ abbigliamento delle donne ha risposto più a necessit{ ideologiche che pratiche ( secondo la caratteristica delle “funzioni- segno “ di Barthes ). Ancora oggi, nonostante il prevalere ( per fortuna ) dell’ abbigliamento “casual”, tante donne per i loro vestiti ( gonne troppo lunghe o troppo strette, calzoni strettissimi, tacchi troppo alti ) si rendono difficoltoso il minimo movimento.

Il processo di educazione alla vanità e alla cura di se stesse viene così descritto : “ Mentre fino ad allora era stata un maschietto, o meglio, un individuo indifferenziato, cominciò a presentare alcuni atteggiamenti considerati tipici delle bambine. Sedeva allo specchio per pettinarsi e mentre fino ad allora si dava energiche spazzolate a casaccio, senza nessun compiacimento per il proprio aspetto, cominciò a mettere in moto una mimica di compiacimento come evidentemente aveva visto fare alla madre e all’ assistente. Inarcava le sopracciglia, sbatteva le palpebre, si sorrideva, si osservava di tre quarti, avvicinava e allontanava il viso dallo specchio per osservarsi meglio. ” 1

“Molto manca a quella donna a cui manca la bellezza” scrisse Baldassarre Castiglione molti secoli fa, con parole ancora attuali. Che la bellezza attiri e colpisca positivamente è una cosa naturale, valida per uomini e donne ; ma i primi possono sopperire a delle imperfezioni fisiche con altre virtù, possibilità non concessa alle altre.

Nel cinema la protagonista, qualunque sia il suo ruolo, deve essere innanzitutto molto bella. A questo proposito Dacia Maraini ha osservato che solo il corpo dell’ uomo ha il diritto di apparire umano. “ Il nostro cinema coltiva e favorisce l’ espressione di attori intelligenti, duttili, segnati dalle cose e dai fatti ; come Albertazzi, Mastroianni, Manfredi, Volonté, e nello stesso tempo relega in cantucci male illuminati attrici di personalità che alla prima ruga sono state costrette a ritirarsi… Le poche che restano sono talmente terrorizzate di apparire meno giovani, che si muovono come delle mummie, chiuse e immobili dentro una maschere che le fa inespressive e anonime ”.

Il massimo di fissità e di maschere lo troviamo nel sorriso stereotipato, cos’ frequente nelle donne. La pubblicità a sua volta insiste molto su questa necessit{ dell’ apparire ( “ Un uomo ti guarda ” ; “ Ora mi vogliono tutti vicina. Ma ho rischiato di restare sola per colpa di un sapone ‘mezza giornata’ ” ; “ Il suo successo è nei suoi capelli ” ), ma soprattutto esalta le possibilità del sorriso. Parla di “ bianco irresistibile ”, di un “ sorriso che conquista ”, dice : “ Prendi ciò che vuoi con un sorriso ”.

Il sorriso è inteso qui come un tacito invito rivolto al ragazzo desiderato e come mezzo per attrarre l’ attenzione, ma più largamente ( come derivazione dai nostri antenati primati ) sta a significare inoffensività, segnale pacifico, amicizia, sottomissione o almeno disponibilit{ verso l’ altro. Per questi motivi è diventato una espressione tipicamente femminile, che la stragrande maggioranza delle donne fotografate tende ad adottare e che è tipico delle attrici e delle modelle. In genere è evitato dai modelli e dagli attori uomini, che devono impersonare caratteristiche fin troppo opposte.

A questo punto risulta naturale, considerata la sfera particolare in cui si è mantenuta la donna, il limitato impiego di espressioni verbali relative alla sessualità . Tale fenomeno, rilevato da tutti coloro che si sono occupati dell’ argomento “Donna e linguaggio”, era nel passato molto più accentuato, e si estendeva ad altri aspetti dell’ esistenza giudicati “sporchi” e “volgari” ; a volte persino l’ atto di nutrirsi non veniva nominato, se non con eufemismi. Perciò la donna, tante volte considerata un essere soltanto sessuale e costretta a vivere solo in questa funzione, non è intervenuta nella produzione del linguaggio e dei termini sessuali, i quali riflettono tutti il punto di vista maschile.

Di fronte a un avvenimento di natura sessuale ricorreva la classica frase : “ Portate via le donne e i bambini ”, e fino a pochi decenni fa la donna non poteva far parte di giurie se il processo era minimamente scabroso ; ancora oggi del resto molti uomini cercano di evitare termini “volgari” in presenza di “signore”.

Elena Gianini Belotti ha fatto notare come fin dalla più tenera infanzia non viene fatta alcuna menzione del sesso della bambina, lasciato senza nomi né vezzeggiativi mentre al sesso del maschio si allude continuamente e scherzosamente. Per questo motivo molte donne sono molto meno oneste degli uomini nell’ esprimere i loro impulsi e provano imbarazzo per i termini sessuali. Era perciò impensabile una produzione femminile di parole legate alla sessualità ; la creatività presuppone la libertà, altrimenti non può sussistere.

Tuttavia una repressione esterna non può spiegare tutto, perché la questione è più complessa e possiamo parlare di un atteggiamento psicologico culturalmente indotto per cui esse non considerano valida la propria sessualità. Non tanto importa che le donne siano state represse sessualmente, quanto che ad esse sia stato imposto un modello sessuale particolare, tale che la sessualità è stata distorta e deviata. Questo modello stabilisce prima di tutto la distinzione precisa fra attivo (uomo) e passiva (donna). Secondo la codificazione stabilita l’ impulso sessuale dell’ uomo si risveglia spontaneamente, mentre quello della donna rimane assopito fino ad un intervento esterno.

Negli articoli di giornale, in testi di canzoni, nei discorsi della gente, si legge e si sente dire : “Lui l’ ha resa donna” , “Ho fatto di te una donna”, e così via. Abbiamo visto l’ uso di parole quali “potente” e “impotente” per l’ uomo. Nessuna donna, nemmeno la più capace sessualmente, sar{ mai chiamata “potente”. E’ detta invece “la più sexy”, perché “sexy” è qualcosa che eccita il maschio e lo rende appunto più “potente”, ed ha solo senso passivo.

Insomma la sessualità della donna è secondaria. Secondo Freud : “ In verit{, se fossimo capaci di dare una connotazione più precisa al concetto di “maschile” e “femminile”, sarebbe anche possibile affermare che la libido è invariabilmente e necessariamente di natura maschile. ”

L’ aggressivit{ del maschio e la passivit{ della femmina sono state elevate a legge di natura, e per questo ritenuti comportamenti giusti e immodificabili. Ma il concetto di “aggressivo”si trasforma facilmente in “sadico” e quello di “passivo” diventa facilmente “masochistico”. Ancora Freud afferma ne Il problema economico del masochismo che le donne sono masochistiche per natura, e stabilisce come legge psicoanalitica che in esse il masochismo è lo stato preferito, una “espressione di maturit{ sessuale”. E la sua discepola Helen Deutsch arriva a concludere che ogni rapporto sessuale è, anzi deve essere, uno stupro.

Tutto ciò ha avuto l’ effetto agghiacciante di giustificare la violenza nel campo sessuale, e di stabilire l’ opinione comune che la donna “voglia” un uomo forte, che voglia “essere dominata”, come se ciò fosse possibile per un essere umano sano.

L’ affermazione : “ Essa è oppressa dal modello sessuale, non è repressa perché non risponde al modello sessuale ”, 102 è giustificata più di ogni altra cosa dalla assoluta negazione della clitoride, che è il centro della sessualità femminile. Se in molte popolazione asiatiche e africane, così come nella medicina del passato, si è praticata la castrazione fisica, con la escissione della clitoride, la nostra cultura ha praticato quella psicologica, soprattutto attraverso Sigmund Freud e Wilhelm Reich.

Infatti : “ Lo spiegamento della femminilità richiede come condizione l’ abolizione della sessualità clitoridea ” ha scritto Freud .

Poiché la sessualità femminile è data dalla stretta unione di due organi, clitoride e vagina, con l’ abolizione del primo anche l’ altro non ha più avuto nessun valore.

La migliore prova che il linguaggio sessuale sia esclusivamente maschile è data dalla inesistenza di parole che indichino la clitoride.

Per tutti gli altri organi sessuali esistono termini di uso popolare, mentre in questo caso esiste, isolato, il solo termine scientifico (tra l’ altro piuttosto difficile a pronunciarsi). Chiaramente gli uomini non hanno avuto interesse a nominarlo, non essendo direttamente connesso con la loro sessualità, mentre le donne arrivavano ad ignorarne persino l’ esistenza.

Al contrario l’ insistenza sul coito come unica espressione ammessa ha provocato l’ enorme esaltazione del sesso maschile. Solo per l’ uomo era vista la “volontariet{” dell’ atto sessuale , con l’ erezione ( il segno dell’ eccitazione) vista come qualcosa di magico, poiché il corrispondente eccitamento femminile era ignorato, e si supponeva non esistere. Di conseguenza la donna appariva come sempre “disponibile” e “pronta”, mentre occorreva che l’ uomo desiderasse il rapporto per realizzarlo.

“ Tutti i richiami all’ emancipazione nel contegno femminile che dovrebbe attivizzarsi (“prendere l’ iniziativa”) trovano nella donna una comprensibile resistenza. Infatti, che significa per lei sollecitare un uomo al rapporto sessuale quando poi quello che si svolgerà tra loro sarà il rapporto sessuale condotto dall’ uomo ? ”. La “donna attiva”in questa cultura sessuale era un controsenso, non avendo nessuna possibilità di decidere quando iniziare e quando finire . tutto dipendeva dall’ uomo e dalla sua erezione. A tal punto gli uomini hanno considerato con orgoglio il proprio sesso da vederne l’ assenza nelle donne come una “castrazione” , come se la differenza tra femmine e maschi non potesse esistere naturalmente. “ Si produce nella donna – in modo simile a una cicatrice –un senso d’ inferiorit{. Dopo che essa è andata oltre il primo tentativo di chiarirsi la mancanza del pene considerandola come una punizione personale e ha compreso la generalità di questo carattere sessuale, comincia a condividere il disprezzo dell’ uomo per questo sesso minorato in un punto decisivo”.  Per tale motivo si crede anche alla spasmodica attesa di ogni donna per un figlio maschio : “ La situazione femminile è però affermata solo quando il desiderio del pene viene sostituito da quello del bambino …” ; “ La felicit{ è grande se questo desiderio trova più tardi il suo appagamento reale, ma in modo del tutto particolare se il bambino è un maschio che porta con sé l’ agognato pene” .

L’ enorme considerazione per questo sesso ci viene rivelata anche dalla presenza, nel linguaggio verbale, di numerosissime parole che lo nominano ; anzi lo si vede ossessivamente presente in ogni oggetto allungato ( esistente in natura o manufatto), come fava, cece, fungo, asparago, verga, palo, tubo, cannone, pistola, missile e così via.

Abbiamo detto che la vagina, da sola, non ha significato più niente ; ed infatti non ha avuto una denominazione. Il nome scientifico, “vagina”, non significa altro che fodero, guaina, cioè un contenitore, qualcosa che non esiste di per sé ma in rapporto ed in funzione dell’ altro sesso. E, tranne i nomi attribuiti dagli uomini, non esistono termini femminili per il proprio sesso.

In genere si dà un nome a ciò di cui si rileva l’ esistenza, che è considerato importante, o di cui si è fieri. Non essendoci queste condizioni, l’ unico nome attribuito è stato quello di “cosa”, che serve per nominare il meno possibile e che non individua niente. “ La tua ‘cosa’ ”, “la tua ‘natura’ “ sono espressioni comunissime soprattutto tra le donne anziane, ma non solo tra di esse. Per gli stessi motivi il termine “cosa” è usato anche per la mestruazione, ed anche qui i termini tecnici sono in se stessi degli eufemismi. “Mestruazione” deriva dal latino “menstruus”, mensile, e l’ aggettivo “catameniale” dal greco “catamenios” ( che avviene mese per mese ), mentre i nomi dati dalle donne esprimono solo il silenzio.

Si dice “ avere le mie ‘cose’ ” in Campania, “ essere in compagnia ” nelle zone del Nord, “ avere il fatto ” in Calabria, oppure si usa il sostituto di “indisposizione”. In Francia si dice “ les régles ”, in America “ i mesi ”, “ il suo tempo ”, “ la sua ora ”, e gli irlandesi parlano della “ stagione ”.

Soltanto adesso le donne iniziano a coniare dei termini propri : ad esempio è nato il termine “cingimento” o “avvolgimento” per descrivere il coito “dalla parte della donna” , quello di “orgasmare”, un vocabolo attivo che sostituisce il passivo “avere l’ orgasmo”, e nuovi nomi per la clitoride, tra cui “perla”. Ma in gran parte questo silenzio continua ancora oggi, come è sottolineato da Ida Magli.

“… La parola rivela e riassume così la sua originaria potenza nella sua forma più pura, più nuda, più vera : è azione, è avvenimento, è “fatto”. Chi pronuncia parole mette in atto potenze, stabilisce realtà, come è ben chiaro in tutte le narrazioni mitiche di origine, in tutte le formule magiche, in tutti i rituali, nella preghiera, nel giuramento, nella testimonianza, nell’ imprecazione. Nel cristianesimo la parola “si è fatta carne”, la parola è “avvenimento”, la potenza della parola è presente, del resto, in forme più o meno evidenti, in quasi tutte le religioni.

D’ altra parte tutto quell’ aspetto del comportamento umano che noi oggi genericamente chiamiamo “magico” ha alla sua base la convinzione, inespressa perché ovvia, che le parole “agiscano”. Di qui anche la necessità che le parole non siano cambiate, necessità che è presente in tutte le liturgie, in tutti i rituali ; si può essere certi che la cosa desiderata avvenga solo se si pronunciano le parole esatte. Ma per quanto la parola sia potente, la connessione con la sessualità la rende ancora più potente.

Il patto di fondazione della società è, alle sue origini , un patto sessuale, lo “scambio delle donne” ; si “scambiano parole” ( origine del diritto) perché “si scambiano donne”…. Tutto ciò che è carico di potenza, è temibile ; può essere utile ma anche pericoloso. La “tabuizzazione” che, in un modo o nell’ altro, circonda la sessualit{ in tutte le culture è la logica conseguenza del suo valore originario di fondamento della cultura, in quanto fondamento della parola. Non è un caso se spesso l’ imprecazione oscena ( oscenit{ è da questo punto di vista la valenza negativa della rottura del tabu ) fa ricorso al disegno dell’ organo sessuale. In effetti, senza saperlo, forse, chi preferisce disegnare piuttosto che scrivere la parola oscena rispetta un ultimo limite di “tabuizzazione”, essendo in realt{ l’ organo sessuale privo di potenza, una volta privo della parola che gli dà senso.

… E ben lo sanno le femministe che simbolizzano, minacciando, il sesso femminile con le mani, ma non si arrischiano a gridarne trionfanti il nome …. La donna è lo strumento da cui trae la forza la parola, e dunque non può essa stesa parlare …. Nessuna rivoluzione compiono le femministe innalzando le loro mani in un gesto che le condanna ad essere “segni di se stesse” e ristabilisce, col suo silenzio, la potenza maschile della cultura ”. 107

Al contrario l’ uso nel linguaggio verbale dei termini riferentisi al sesso maschile è così frequente da essere divenuto proverbiale. Si è osservato che “cazzo” è la parola più usata anche dai giovani, e con i significati più diversi. Secondo gli elenchi di Giorgio Bocca e di M. A. Macciocchi è un “sostantivo onnisignificante”, che sta per “niente” ( “i compagni hanno fatto un cazzo”) e per “tutto” ( “i compagni hanno fatto un cazzo di cose”), per “insomma” o “perbacco” (“che cazzo c’entro io”), per “che cosa ?” (“ma che cazzo dici ?”), per “brutto” (“uno spettacolo del cazzo”) e per “bello” ( “un cazzo di spettacolo”), in senso di offesa (“saranno stati quei cazzi l{”) e di lode.

Attualmente non solo i maschi, ma gran parte delle ragazze usano correntemente nella conversazione le cosiddette “parolacce”.

Molte pensano che ciò esprima il rifiuto di una tradizione e di un moralismo repressivo che le permetteva soltanto agli uomini. Le parole “volgari” non sarebbero altro, secondo il loro senso etimologico, che le parole usate dal popolo e considerate oscene soltanto perché conosciute ed usate, quindi contrapposte ai termini dotti, difficili, sconosciuti. E’ vero che sono parole “maschili”, ma tutte le parole interdette e gli eufemismi sono sottoposti col tempo a una usura espressiva e semantica, facilmente perdono la carica rievocativa, e la loro origine e il loro significato originario svaniscono dalla coscienza dei parlanti. E’ il caso di parole come “casino”, che tutti usano, spesso senza conoscerne il significato, o di insulti ( “ V{ all’ inferno ! ” , “Bastardo”) considerati nel passato molto gravi, e che adesso sono del tutto inoffensivi. Inoltre anche gli uomini usano espressioni che si riferiscono alle donne, quando dicono : “ Ho concepito un’ idea ”, “ Ho partorito un’ opera ”.

Dal lato opposto si osserva che le donne, usando un linguaggio creato dal maschio (usando ad esempio espressioni quali : “ Mi sono rotto(a) il cazzo, i coglioni ”, e simili, che in realt{ soltanto i maschi potrebbero usare in maniera appropriata), risultano “colonizzate” in senso linguistico, ribadendo in questo modo il proprio silenzio. Lo dimostrerebbe il linguaggio corrente, del tutto “maschile”, delle anziane donne di campagna, le più represse sessualmente. Inoltre molte non sono affatto parole “neutre” o con referente divenuto indefinito, bensì utilizzano la denominazione del sesso maschile a fine di esaltazione o di minaccia.

Contemporaneamente a questo loro uso verbale vengono infatte prodotte un gran numero di scritte murali quali : “Chiudiamo la bocca a Flaminia col cazzo” o “MSI vince / Col cazzo (risposta)/ Anche con quello (contro-risposta)”. Infine, sempre secondo tale opinione, le “parolacce” non sono una espressione di “liberazione sessuale”, anzi esprimono l’ ambivalenza della repressione quando usano il sesso per insultare e per offendere, nonché le concezioni storicamente “maschili” della sessualità.

Queste sono dunque le opposte opinioni ; esse comunque riguardano l’ uso femminile di parole coniate dai maschi. Iniziano comunque ad apparire espressioni femminili, anche se alcune di esse apparentemente ricalcano quelle degli uomini ; sui muri di Bologna è comparsa “Mi sono rotta l’ utero”, così come si sente dire : “i medici ci prendono per le ovaie”.

Ma se nel primo caso questa imitazione può essere vera, nell’ altro è solo apparente, perché constata realmente e non solo metaforicamente l’ estrema dipendenza delle donne, a causa delle proprie caratteristiche ormonali e fisiologiche, da un certo potere medico ( che tratta la gravidanza come fosse una malattia, il parto come un evento chirurgico).

Ritornando alle caratteristiche linguistiche nei testi della letteratura di consumo e nei fumetti, un altro uso del linguaggio molto diffuso nei personaggi femminili è quello al fine di inganno e di menzogna. Si tratta di un linguaggio spesso lezioso, bamboleggiato, di una finta ingenuità, che diventa addirittura musicale quando vuole ottenere qualcosa.

Anche lo sguardo che accompagna queste parole è falsamente ingenuo o esageratamente intenso, i gesti sono studiati. E’ la nostra cultura che produce questi comportamenti, incoraggiando l’ uso della seduzione da parte delle donne per ottenere qualcosa e l’esercizio della civetteria, mentre tali aspetti vengono severamente repressi nel maschio.

Il motivo principale che porta a vedere nel linguaggio femminile un mezzo per mentire sta in quella esclusione dal “fare” gi{ trattata, per cui le donne, non potendo ottenere direttamente e con le proprie capacit{ un certo risultato, utilizzano altri mezzi ( e l’ arma dell’ espressione verbale è tra le più potenti). Ad esempio nelle storie a fumetti contenute ne “Il Monello”, “L’ Intrepido” ed altri giornali simili, vi è una notevole sproporzione fra maschi e femmine per quanto riguarda il mentire.

Gli uomini infatti usano in genere la forza, l’ intimidazione o una qualche forma di influenza, al contrario le donne usano l’ inganno (addirittura molto spesso si nascondono dietro una falsa identità) o almeno fingono con frequenza sentimenti che non provano. Vi è anche un altro motivo : accade sovente che la donna “finga” per le oggettive difficoltà di corrispondere al modello assegnatole ; soprattutto quella perfezione, quell’ autocontrollo che non le consente di abbandonarsi ad impulsi naturali.

Un tale modello assegna alle femmine un maggior grado di convenzionalità, una maggiore attenzione alle norme della società in cui vivono, una serie di atteggiamenti che non possono essere spontanei ( sarebbe impossibile ), bensì continuamente studiati. Anche quel continuo dover compiacere gli altri non può produrre che finzione. E’ facile notare che i gesti falsi, le posture del corpo studiate, sono molto diffusi nelle immagini femminili.

Le foto di modelle, attrici, non solo, ma anche di donne qualsiasi, mostrano varie espressioni : il capo appoggiato alla spalla o girato in alto, braccio sollevato, mani che toccano il capo o i capelli, oppure appoggiato al collo. Il corpo è disposto in maniera innaturale, il viso atteggiato ad espressioni di sorpresa o di mistero. I corrispondenti personaggi maschi non presentano nessuna di queste caratteristiche : non toccano parti di sé, mantengono il viso inespressivo e il corpo teso. Certamente si tratta soltanto di un’ altra forma di finzione, che tuttavia non arriva quasi mai al punto di stravolgere quegli atteggiamenti normali della vita quotidiana.

In conclusione : questi sono dunque i comportamenti verbali ( connessi a forme corrispondenti di comportamenti non-verbali ) che le donne tratteggiate nei mass-media presentano. Ma dobbiamo chiederci se essi hanno veramente riscontro con la vita reale oppure riflettano solo stereotipi che non hanno alcuna validità oppure la avevano soltanto nel passato.

Ad esempio in molte occasioni i ruoli sembrano scomparsi, non si notano a prima vista differenze apprezzabili fra il linguaggio e il comportamento di studenti e studentesse degli stessi corsi, e di tutte quelle persone ( uomini o donne ) che vivono nella stessa realtà sociale e svolgono le medesime attività.

Per vedere se un tale azzeramento di diversità esiste realmente dobbiamo tentare delle osservazioni sul campo, servendoci degli strumenti che la scienza del linguaggio ci mette a disposizione.


La donna come “ALIENO”

Anche quando troviamo – osserva Ida Magli – una cultura organizzata su significati e simboli femminili ( le cosiddette culture “ matriarcali” ), non ne sono certo autrici le donne, bensì sono immagini costruite dall’ uomo. Infatti : “ Le strutture simboliche riferentisi alla femminilità, che reggono la creazione culturale, appaiono come maschili in base all’ ambivalenza che le caratterizza, e che le qualifica chiaramente come ‘proiezioni’ di chi, vivendo, ‘guarda’ alla donna come oggetto di conoscenza…”

Si è attribuito all’ era matriarcale, e quindi come prova dell’ antico dominio culturale e sociale delle donne, il culto della “Dea Madre” quale Essere Supremo Creatore. Ma questa non è un’ immagine creata dalle donne, altrimenti non possederebbe tanti caratteri negativi o ambivalenti. La donna è stata vista come “altro”, come il “diverso” per eccellenza dal gruppo maschile che solo produceva cultura e riconosceva se stesso come “umanità”.

E sempre chi è “diverso”, “alieno” da se stessi appare minaccioso , perché indecifrabile e misterioso. Perciò il concetto della donna come essere incomprensibile, pino di mistero è antico quanto l’ umanità , e nel corso dei secoli si sono sprecate le definizioni di illustri pensatori. Kierkegaard ha affermato : “Essere donna è qualcosa di così strano, di così intricato, di così complesso, che nessun predicato riesce ad esprimerlo e i molti predicati che si vorrebbero usare si contraddirebbero in maniera tale che può sopportare solo quello di donna”.

Per un maschio la cosa più “aliena” è certamente il corpo della donna e quelle funzioni che appartengono ad esso soltanto, come la gravidanza e la mestruazione. Nel corpo femminile identificato come diverso dal proprio si sono accentrati credenze e tabù in gran numero. Il più universale è il tabù del sangue mestruale, considerato velenoso e portatore di morte. Tutti gli etnologi hanno rilevato l’ impressionante coincidenza, nelle culture più lontane e differenti, degli stessi riti di tabuizzazione del mestruo.

Solo nelle popolazioni primitive si arriva all’ allontanamento della donna mestruata, che deve vivere segregata dal resto della tribù in una casa apposita, ma il concetto della sua “impurità” è non solo universale ma ancora vitale.

In tutto il Meridione italiano ( e nelle campagne del Nord) vi è ferma credenza che il sangue mestruale faccia arrugginire il ferro, trasformi le medicine in veleni, faccia cagliare il latte, produca un gran numero di fenomeni dannosi. Perciò si avverte alle ragazze di non toccare i fiori per non farli appassire, di non tagliare le unghie e i capelli né farsi estrarre denti e si vieta loro di buttare giù la pasta, preparare le conserve di pomodoro e partecipare alla lavorazione delle carni di maiale. Anche lavarsi e muoversi eccessivamente è pericoloso.