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L’ultimo Inquisitore. La storia di Ines, la musa di Goya

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 1

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 2

 

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Spagna, anno 1792 (anno in cui la Rivoluzione francese comincia ad avere ripercussioni al di fuori dei confini dellaFrancia). Francisco Goya è ormai diventato, non solo un importante pittore, ma il pittore ufficiale di corte e pertanto sta dipingendo i ritratti della Regina Maria Luisa di Borbone-Parma. Oltre che dalla famiglia reale, accetta commissioni per ritrarre nel suo studio, tra gli altri, anche l’inquisitore Lorenzo Casamares e Inés Bilbatúa, giovane e bella figlia del ricco mercante Tomás Bilbatúa, che per l’artista rappresenta una sorta di musa ispiratrice. È proprio nella casa del pittore che Lorenzo, mentre posa, vede Inés per la prima volta e chiede notizie di lei.

Nonostante questa sua grande celebrità però, i vertici della Chiesa di Spagna cominciano a preoccuparsi e a vedere con forte sospetto ciò che Goya raffigura nelle sue famose incisioni che si stanno diffondendo da Roma fino al Messico, ritenendole opere malvagie. Padre Lorenzo, di rimando, le difende, sostenendo che si limitano a mostrare il male che c’è nel mondo. Siamo però nei secoli in cui l’Inquisizione spagnola reprime e perseguita con durezza qualsiasi idea e comportamento che ritiene pericolosi per il popolo, per l’ordine costituito e per la Chiesa stessa. Lo stesso frate Lorenzo raccomanda con fervore ai suoi superiori di intensificare l’opera di repressione contro ognuna di tali minacce ed è da essi incaricato di occuparsene con i suoi sottoposti.

Avviene così che Inés, venendo vista da un inquisitore rifiutare di mangiare della carne di maiale in una taverna, è portata al cospetto dell’Inquisizione spagnola e proditoriamente accusata di praticare segretamente il giudaismo: inizialmente la giovane nega, ma poi, inflittale più volte l’atroce tortura detta della corda (detta in gergo anche la strappata o strappado[2]), ammette ciò di cui viene incolpata, nonostante l’evidente falsità dell’accusa, nella speranza di potersi discolpare al processo. Il padre, non vedendola tornare a casa, con l’intercessione di Goya, cerca di conoscerne le sorti tramite fratello Lorenzo, che le reca visita in carcere e, con la scusa di confortarla e darle aiuto, approfitta di lei mentre è legata in catene. Una sera il frate si reca a cena con Goya presso la famiglia Bilbatúa per assicurarli che ha visto Inés la quale ha detto di amarli tutti. Durante la loro conversazione a tavola, il genitore cerca di capire meglio ciò che è toccato alla figlia e venendo a sapere che è stata imprigionata, dopo aver confessato sotto tortura di essere una cripto-giudea (effettivamente esistevano lontani avi di origine ebraiche convertiti, i cosiddetti conversos o marrani, ma solo il padre e nessun altro era a conoscenza di questo in famiglia), con l’aiuto di Goya cerca di far comprendere a Lorenzo come, sotto tortura, sia possibile carpire la confessione di qualsiasi colpa e assurdità. Il prelato però difende l’assoluta veridicità di tali metodi, sostenendo che se gli accusati fossero veramente innocenti e credenti, Dio darebbe loro la forza di resistere ad ogni dolore e di negare ogni falsa accusa, quindi chi cede e confessa deve essere colpevole. Di fronte a tali affermazioni, il mercante spazientito, scrive una lettera in cui si dichiara di non essere un uomo bensì il figlio bastardo di uno scimpanzé e un orangutan e la sottopone da sottoscrivere a Lorenzo. Finché non l’avrà firmata gli sarà impedito di lasciare quella casa. All’ennesimo rifiuto, con l’aiuto dei figli e della servitù, nonostante gli inutili inviti di Goya alla calma, Tomás Bilbatúa decide di costringere il religioso a sottoporsi alla corda, la stessa dolorosissima tortura praticata sulla figlia, appendendolo al lampadario: Lorenzo, piegato dal dolore, accetta di firmare quell’assurdità come sua confessione e, sotto la minaccia di vedere reso pubblico il documento che ha appena sottoscritto, accetta il perentorio ordine del genitore (che gli consegna anche un grosso quantitativo d’oro per perorare con più forza la causa) affinché faccia di tutto per liberare Inés. Nonostante vari tentativi presso i suoi superiori, anche tramite le generose donazioni, il religioso non riesce però a convincere i cardinali dell’Inquisizione spagnola, certi della verità di ciò che la ragazza aveva confessato. Il documento compromettente viene, come era stato minacciato, consegnato a re Carlo IV e frate Lorenzo, macchiatosi di infamia, viene espulso mentre il suo ritratto viene confiscato e bruciato sulla pubblica piazza. Lorenzo quindi scappa facendo perdere ogni traccia di sé.

Passano quindici anni, Goya, che nel frattempo ha perso l’udito, prosegue il suo lavoro di pittore e ritrattista alla corte del re spagnolo, mentre Inés viene lasciata rinchiusa a deperire nelle segrete di un convento, senza aver mai subito quel processo che le era stato promesso.

È il 1808, Napoleone Bonaparte invade la Spagna, dichiara abolito il processo inquisitorio e pone in libertà tutte le persone imprigionate per volere della Chiesa. Inés è finalmente scarcerata, ma il suo fisico è profondamente provato e sfigurato dai lunghi anni di prigionia e la sua mente è sconvolta ai limiti della pazzia. Tra la confusione, le razzie e le violenze portate dal passaggio delle soldataglie napoleoniche, Inés raggiunge, lacera e sporca, la casa paterna e scopre che tutti i membri della sua famiglia sono stati uccisi durante il saccheggio della città. L’unica persona che può aiutarla ora è Goya. Riconosciuta a fatica ed ospitata nella sua casa, Inés confessa al pittore di aver partorito una bambina, poi subito sottrattale, durante la sua lunga e terribile prigionia ed afferma che il padre della bimba è frate Lorenzo che aveva approfittato di lei, ma di cui ella appare anche molto innamorata. Nel frattempo, al seguito dell’esercito napoleonico, ricompare proprio Lorenzo, completamente cambiato. Ha vissuto in Francia durante l’esilio, ha sposato una donna francese, ha avuto da lei tre figli e, dopo aver letto i libri di quei pensatori Illuministi che avversava quando era un inquisitore, ha deciso di sposarne e diffonderne gli ideali, diventando così il procuratore capo del governo francese in terra spagnola e nemico acerrimo della stessa Chiesa di cui lui aveva fatto parte ma che ora considera un’istituzione conservatrice e retrograda (nonostante Lorenzo sia un personaggio di fantasia, la sua biografia richiama per alcuni versi la figura storica di Juan Antonio Llorente). È così che, con la stessa intransigenza e inflessibilità di quando apparteneva all’Inquisizione, processa e fa condannare a morte il cardinale a capo del Sant’Uffizio in Spagna.

Nel frattempo rivede il vecchio amico Goya da cui apprende che Inés è ancora viva ed ha avuto una bambina da lui. Lorenzo promette a Goya che si prenderà cura della giovane donna, ma non accetta di ammettere la compromettente possibilità di avere una figlia illegittima, considerando tutto ciò come la pura invenzione di una mente devastata da anni di prigionia. In realtà la figlia esiste, Lorenzo stesso ne ha la conferma dopo aver interrogato il cardinale del Sant’Uffizio, trattenuto nelle prigioni in attesa dell’esecuzione della sua condanna. Si viene a sapere dalle suore dell’orfanotrofio in cui è stata allevata, che è stata chiamata Alicia, che ne è fuggita e una volta diventata adulta, per sopravvivere, ha iniziato a prostituirsi nei bordelli e nei parchi della città. Goya riesce a trovare Alicia (interpretata dalla stessa Natalie Portman, che nel film è anche Inés) in un parco e si accorge che il suo aspetto è incredibilmente identico a quello della madre da giovane. Pertanto parla a Lorenzo perché possa far sì che Inés riesca finalmente a ricongiungersi con lei. In realtà Lorenzo fa rinchiudere Inés in un manicomio e si reca ad incontrare Alicia sotto mentite spoglie per indurla a lasciare la Spagna per gli Stati Uniti; la ragazza fugge da lui ritenendolo un malintenzionato. Goya, deciso a far incontrare le due donne, riesce però a prelevare Inés dal manicomio e la porta in una taverna dove sa che lavora la figlia. Il pittore si presenta alla giovane mentre ella sta accudendo la neonata di un’altra prostituta, e cerca di invitarla a conoscere la madre, che sta aspettando fuori dalla taverna. Improvvisamente, però, viene interrotto da alcuni soldati francesi, mandati da Lorenzo, che irrompono nel locale e catturano tutte le prostitute, affinché possano essere portate in Portogallo per poi essere imbarcate alla volta dell’America. Poco prima di venire arrestata Alicia riesce però a mettere la neonata al sicuro, celandola sotto un tavolo e quando Inés entra nella taverna ormai svuotata, la trova; convinta, nel delirio della sua pazzia, che sia quella figlia che le era stata strappata in prigione e che doveva incontrare, la raccoglie e la porta con sé.

Nel frattempo l’esercito britannico è sbarcato in Portogallo e in Spagna è iniziata la controrivoluzione, avversa all’occupazione francese. Appresa la notizia dello sbarco inglese e conscio dell’approssimarsi sia della fine del governo napoleonico in terra spagnola che della restaurazione dell’Ancien Régime, Lorenzo decide di fuggire con la sua famiglia, ma viene catturato mentre percorre la via per raggiungere la Francia. Processato, viene condannato a morte dagli stessi inquisitori che aveva fatto arrestare. Lorenzo, in preda al tormento e al fallimento della propria vita, decide di non fare professione di pubblico pentimento, di non abiurare i suoi nuovi ideali per poter così tornare in seno alla Chiesa ed accetta, di conseguenza, di salire sul patibolo. Viene pubblicamente ucciso dal boia con la garrota sotto gli occhi di Inés, che, ormai in preda alla follia, grida tra la folla il suo nome e, negli istanti che precedono l’esecuzione, gli mostra la neonata che tiene in braccio issandola come se fosse loro figlia. Inaspettatamente, anche Alicia è presente, salvata dalla deportazione da un ufficiale britannico, a cui sembra essersi fidanzata, e assiste dall’alto di un balcone di un palazzo. Il cadavere dell’uomo viene portato via adagiato su un carretto, alcuni bambini saltano e cantano intorno al suo corpo esanime e con la testa penzolante, mentre Inés, con in braccio la bambina e sorridendo al suo amato, gli tiene e gli bacia la mano, seguita amorevolmente da Goya che, poco lontano, la chiama.

USCITA CINEMA: 13/04/2007
GENERE: Drammatico
REGIA: Milos Forman
SCENEGGIATURA: Milos Forman, Jean-Claude Carrière
ATTORI:
Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgård, Randy Quaid, Blanca Portillo, Michael Lonsdale, José Luis Gómez, Mabel Rivera, Cayetano Martínez De Irujo, Craig Stevenson, Aurélia Thiérrée, Fernando Tielve, Antonio Bellido, Unax Ugalde

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Javier Aguirresarobe
MONTAGGIO: Adam Boome
MUSICHE: José Nieto (II), Varhan Bauer
PRODUZIONE: Kanzaman, Saul Zaentz Company, Xuxa Producciones
DISTRIBUZIONE: Medusa Film
PAESE: Spagna 2006
DURATA: 117 Min
FORMATO: Colore


Julie de Lespinasse

Julie_de_Lespinasse(Lyon, 1732 – Parigi 1776).

Figlia illegittima del Conte Gaspard di Vichy, fratello della marchesa du Deffand e la contessa di Albon, Julie de Lespinasse crebbe nella casa materna ove la madre morì anziana, alla morte della quale si trasferì presso il Conte e Contessa di Vichy. Nel 1754 divenne la dama di compagnia per Madame du Deffand, che la introdusse nel bel mezzo della vita della società parigina. La ragazza presto guadagnò la stima del circolo di amici di Madame  de Deffand dove sua prontezza e la sua intelligenza brillante furono immediatamente notate e apprezzate. Gelosa del successo della sua protetta Madame de Deffand la allontanò prima della rottura definitiva nel 1763. Julie de Lespinasse, poi  aprì un proprio salotto che, anche se più modesto di  quello precedente,  attrasse i filosofi più brillanti e diventò un ritrovo importante del movimento Samantha-clopediste.  Fece  conoscenza di D’Alambert, ma il loro amore rimase platonico. Nel frattempo Julie incontra il Marchese de Mora e si innamorarono, ma il loro progetto di matrimonio fu impedito dalla famiglia del Marchese. A causa di una malattia Julie dovette allontanarsi nella sua casa di campagna dove nacque una violenta passione con il Conte di Guibert. Nonostante l’apparente indifferenza, questo amore durerà fino alla sua morte. Alcuni si accorsero  delle tendenze del romanticismo nel temperamento esaltato e la violenza dei suoi sentimenti. «C’è che una cosa che resiste, ha scritto, è passione, ed è amore, perché tutti gli altri sarebbero rimasti senza risposta […]». C’è solo amore-passione e la beneficenza che sembrano sostenere il tema di vita. “Morì il 22 maggio 1776, nel giorno del suo quarantaquattresimo compleanno.


Madame de Tencin

(Grenoble 1682 – Parigi 1749)

Claudine Alexandrine Guérin, marchesa de Tencin, fu la figlia di Grenoble. All’età di 16 anni, fu costretta dalla sua famiglia a entrare in convento, prese i voti nel monastero dei Domenicani Montfleury. Con l’aiuto del fratello Pietro, il futuro arcivescovo di Embrun e Lione, riuscì a fuggire senza attendere l’esonero dei suoi voti, e si trasferì a Parigi, dove divenne rapidamente famosa. La sua fama viene prima dalla sua vita sentimentale movimentata, tra i suoi amanti, Argenson, l’abate Dubois e cavaliere Destouches, ebbe un figlio, il futuro d’Alembert. Gestì  un ampio salotto dove riunì i più grandi


Madame Du Deffand

 Fu una delle più famose donne della Francia del XVIII secolo.

Marie, marchesa di Deffand (1697-1780)nacque a Lione, crebbe in un monastero benedettino a Parigi. Nel 1718, sposò il marchese Deffand, che non stimò mai. Fu una donna di lettere il cui salotto era frequentato da molti intellettuali d’Europa tra, scrittori, artisti, nobili.

La sua intelligenza e la sua abile comunicativa esercitavano fascino, anche se soffriva di cecità.

Alla morte del marito, si  trasferì nel convento di San Giuseppe, rue Saint Dominique negli appartamenti già occupati da Madame de Montespan, dove, nel 1749, tenne un salotto ove brillava più luminosa tra filosofi, artisti, scrittori e aristocratici coltivando incontri con i suoi ospiti Franklin, Horace Walpole, Jean François La Harpe, Mademoiselle Clairon, Jean-Jacques Rousseau, Julie de Lespinasse, se Voltaire e D’Alembert erano i suoi ospiti più intimi, si intratenne tra cui il Presidente Henault ( suo amante che la introdusse alla duchessa de Maine, dove  incontrò molte personalità del mondo delle letteratura , Scienza e Arte.) Bridge Watch, Turgot, Montesquieu, il duca di Choiseul, Chevalier de Boufflers, d’Alembert, Edward Gibbon, Fox, Benjamin con scrittori illustri come Fontenelle, Marivaux o Sedaine, filosofi come Helvetius, come scultori, architetti come Falconet Soufflot o pittori come Van Loos Vernet. Divenne cieca nel 1752,  prese per il lettrice Mademoiselle de Lespinasse, che lasciò nel 1763 a curare il suo salotto. La sua corrispondenza epistolare con il signor Bernstorff, inviato straordinario del re di Danimarca, il barone Scheffer  inviò in Svezia, Ginevra Saladino, Horace Walpole ,Voltaire ci racconta di una donna, spirituale e scettica. Questi scambi di cui Madame du Deffand  abilmente muoveva le redini, sembra un quadro variegato di Parigi.

Madame du Deffand ebbe una grande passione per Horace Walpole, che conobbe all’eta di 68 anni, e a cui lasciò tutti i suoi scritti. La sua corrispondenza con Walpole, con il suo intimo amico Henault, con Voltaire e con gli numerosi personaggi, scritta in uno stile ammirevole, rivela la sua solida capacità di giudizio, oltre a gettare una luce sulle cartteristiche della vita sociale e intellettuale dell’epoca.


Il Libertinismo

In netta opposizione alla difesa delle ragioni del cuore e della fede dispiegate da Pascal, prende vita nel Seicento una corrente di pensiero che, per quanto composita e mai realmente unitaria, presenta come principale caratteristica la critica dell’ortodossia religiosa in nome dell’autonomia della ragione da ogni autorità (in primis dall’autorità ecclesiastica). Proprio l’intenzione di emanciparsi da ogni forma di servitù intellettuale conferisce il nome al movimento, detto “libertinismo” in riferimento al libertus latino, ossia l’ex schiavo affrancato. La corrente libertina si sviluppa con particolare vigore nella Francia dei primi decenni del Seicento (Parigi è il centro propulsore di questo movimento culturale e in questo ambiente si accendono polemiche e dibattiti che vedono coinvolti molti filosofi ma anche scrittori e poeti), come reazione al tentativo di restaurazione della più rigida ortodossia da parte della Riforma cattolica. Il libertinismo trae origine soprattutto dal Rinascimento e dalla sua affermazione della dignità e dell’autonomia intellettuale dell’uomo, nonché dalla sua riscoperta del “vero” Aristotele pagano (in contrapposizione a quello, trasfigurato, a cui si richiamavano i Medioevali). Temi portanti della corrente libertina sono, inoltre, l’affermazione (giudicata all’epoca sconcertante presso gli strati più arretrati della popolazione) dell’infinità dell’universo, già difesa da Giordano Bruno. Se è vero che, in certo senso, viene riscoperto un nuovo e autentico Aristotele, è altrettanto vero che i Libertini recuperano tendenzialmente i filosofi post-aristotelici, derivandone precisi assunti a cui fare costante riferimento: così dallo stoicismo mutuano l’esigenza di individuare una morale razionalistica, svincolata dalla religione, e la concezione di un universo retto da leggi necessarie e necessitanti, cui nulla (compreso l’uomo) può sfuggire (in siffatta prospettiva cade definitivamente la possibilità dei miracoli). Dall’epicureismo è invece desunta la concezione materialistica e atomistica del reale e dell’uomo, mero aggregato di atomi e, in forza di ciò, destinato a non godere di alcuna vita ultraterrena. L’eredità dello scetticismo – nella sua veste “pirroniana” -, invece, consiste, grazie alla mediazione di Montaigne, nella consapevolezza dei limiti intrinseci della conoscenza umana e la conseguente centralità della sospensione del giudizio (epoch). Il punto su cui tuttavia i Libertini insistono maggiormente è la tematica dell’impostura religiosa, ovvero la distruzione di quei dogmi volti all’assoggettamento del popolo al potere. Tale critica sfocia o in un moderato deismo, tale per cui alla concezione dogmatica e scritturale del Dio cristiano viene opposto un Dio razionalmente inteso come principio ordinatore del cosmo (e ciò passerà in eredià agli Illuministi), oppure in un più radicale panteismo di marca bruniana, per cui Dio altro non sarebbe se non il mondo nella sua vitale realtà, o, nei casi più estremi, in un’aperta professione di ateismo. In ogni caso, al di là delle varie posizioni assunte dai suoi componenti, il libertinismo tende a propugnare la tolleranza religiosa. Si è soliti suddividere il movimento libertino in due fasi: nei primi decenni del Seicento, infatti, esso tende a manifestarsi come 1) libertinismo radicale, con una critica incredibilmente severa tanto al dogmatismo religioso quanto all’assolutismo politico ad esso alleato: in questa prima fase rientrano Giulio Cesare Vanini (1585-1619) – pugliese e seguace della scuola padovana giustiziato a Tolosa – e Théophile de Viau (1590-1626) – poeta francese incarcerato e messo a tacere. Verso la metà del Seicento, invece, tende a prevalere il 2) libertinismo erudito, caratterizzato da una critica razionalistica dai toni più sfumati e concilianti e, soprattutto, da un sodalizio tra il filosofo libertino e il potere politico (dal quale ottiene favori e protezione). Questo sconcertante sodalizio viene spesso giustificato machiavellicamente. In questa seconda fase rientrano François La Mothe le Vayer (1588-1672), Gabriel Naudè (1600-1653) e lo stesso Gassendi. Anche dopo la metà del secolo, tuttavia, il libertinismo non perde la propria forza espressiva: risale al 1659 l’opera anonima Theophrastus redivivus, contenente un immane compendio delle opinioni filosofiche sostenenti l’ateismo e la materialità dell’anima. L’autore che forse meglio di qualunque altro assomma in sé tutte le caratteristiche della nuova temperie culturale (critica alla religione, difesa del materialismo e della mortalità dell’anima, attacco ai miracoli) è Cyrano de Bergerac. Anche in Italia ci fu una grande diffusione di scritti e associazioni libertine: il più celebre scrittore e filosofo libertino italiano è il già citato Giulio Cesare Vanini, che afferma la necessità di seguire solamente le leggi di natura. A Venezia fu fondata dal Loredano l’Accademia degli Incogniti di cui facevano parte Cesare Cremonini e Ferrante Pallavicino.


La cultura sessuale nel XVIII secolo

La nostra cultura presuppone una stretta corrispondenza tra identità biologica e sessualità. Per lo più si ritiene che la sessualità sia un elemento determinante per caratterizzare la nostra personalità.
Nel tempo l’immagine di ciò che noi identifichiamo come maschile e femminile è cambiata; l’immagine di Luigi XIV con parrucca, stravaganti fibbie alle scarpe, gambe esili e graziose erano considerate dai contemporanei simboli di virilità mentre la parte più femminile di una donna era considerata il collo.

Le donne nell’ancien regime

Prima del XIX secolo l’identità sessuale non era una componente della personalità umana. Pur esistendo probabilmente delle sottoculture omosessuali, erano ben pochi coloro che pensavano in termini di personalità “normale” o “omosessuale”. Tali tendenze venivano considerate una questione di gusto e di interesse, il passatempo dei libertini, e non la piena esplicitazione di una qualche peculiarità della personalità umana.

L’antichissima Querelle des Femmes, il grande dibattito letterario sulle differenze tra i sessi protrattosi in Francia dal XIV al XVIII secolo, fu incentrata sulla contrapposizione tra i caratteri maschile e femminile e ben poco sulle distinzioni biologiche.
La distinzione dei ruoli sessuali tra le élites del XVIII secolo era meno marcata di quella esistente tra le élites del XIX e dell’inizio del XX secolo. Solo in epoca vittoriana c’è una netta distinzione dei sessuale, benché la cultura europea sia sempre stata patriarcale ma le donne del mondo della classe agiata dell’ancien regime hanno goduto di una buona libertà vivendo felicemente. Dopo la rivoluzione francese la situazione delle donne peggiorò sensibilmente.

La storia dimostra che le donne delle classi superiori se la passassero di fatto meglio in una società strutturata gerarchicamente come quella dell’Ancien Régime che non nei sistemi più democratici succedutisi nel XIX secolo. Le società settecentesche furono tutte caratterizzate in misura maggiore o minore dalla nozione di privilegio anziché da quel la del diritto civile. Prima della rivoluzione francese e dell’impero napoleonico, ben di rado fu promulgata una legge che riguardasse in modo paritario tutti i membri della società. Le leggi, al pari dei privilegi, erario espressione del rapporto intercorrente tra il sovrano e il suddito, tra il monarca e il nobile, ed erano dunque frutto di un incessante negoziato. Da questo contesto di estrema flessibilità delle istituzioni legali e sociali le donne aristocratiche traevano spesso grandi benefici.

L’influenza di Jean Jacques

Jean-Jacques Rousseau individuò un rapporto diretto tra donne e monarchia assoluta, fondendo con grande forza immaginativa una critica sociale misogina e un attacco democratico all’assolutismo. Rousseau sostenne che gli uomini fossero stati resi effeminati dalle donne, diventando così incapaci di assolvere a quei compiti virili che caratterizzano una buona politica. Dal momento in cui gli uomini erano diventati donne e le donne avevano preso a governare, la vita politica era crollata nel più misero decadimento. Rousseau invocava una nuova era di domesticità femminile, in cui le donne restassero a casa ad accudire i figli e i mariti, lasciando esclusivamente a questi ultimi la sfera pubblica.
Le idee di Rousseau ricevettero l’avallo più importante durante la rivoluzione francese, quando i giacobini, tentarono sistematicamente di escludere le donne dalla partecipazione al nuovo regime. I rivoluzionari francesi emanciparono gli schiavi neri e concessero agli ebrei i pieni diritti civili, ma metà della popolazione restò esclusa dalla nuova costituzione. Nel corso del la rivoluzione, alle donne fu vietato di partecipare a club politici, di presentare petizioni all’Assemblea nazionale o di partecipare alla vita militare.

L’idelogia illuminista

La vita domestica divenne la nuova, moderna ideologia posta a modello di condotta femminile. “Le donne non devono diventare legislatori, come accade in alcuni paesi, e non devono neanche diventare schiave, come accade tra gli orientali”, scrisse una donna in tardo periodo rivoluzionario. “Il loro obiettivo deve essere la felicità domestica degli uomini”; in pari modo, “il primo dovere di una moglie, da cui discende ogni altra cosa, è quello di fare felice il proprio marito”.

Prima della rivoluzione, gli atteggiamenti favorevoli alle donne all’interno della classe aristocratica erano diffusissimi. Vigeva l’opinione comune, espressa meglio di chiunque altri dal filosofo francese Montesquieu e dallo storico scozzese John Millar, che il metro di giudizio di una società civile consistesse nel modo in cui essa trattava le donne. Le società primitive davano valore esclusivamente al coraggio fisico e trattavano le donne alla stregua di bestie, usandole fondamentalmente come macchine da sesso o da fatica. Le società civili, invece, trattavano le donne con rispetto e deferenza, e le rendevano partecipi di tutti i più importanti avvenimenti sociali.