L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 24

Nel XVI secolo erano state approvate in varie parti d’Europa leggi che punivano la stregoneria. Così era la legge emanata da Carlo V nel 1532 (Constitutio Criminals Carolina), che stabiliva sanzioni severe per chi faceva abortire una donna (se il figlio era vivo e vitale) e per chi rendeva un uomo o una donna sterile. La pena era la morte, e la stessa pena andava erogata alle donne che si procuravano un aborto. Se questa legge non stabiliva sanzioni per chi procurava un aborto senza fare alcun male alla madre, la legge inglese (che è del 1541) era più specifica e diceva: “Che era un atto criminale anche trascinare una persona in un amore illegale, o farlo per un qualsiasi altro intento illegittimo”. Più tardi la legge fu modificata con l’aggiunta della condanna di chi usava una qualsiasi parte del corpo di un cadavere per scopi che riguardavano la stregoneria, la magia e gli incantesimi. Nello stesso periodo anche il giuramento delle ostetriche fu modificato per l’aggiunta dell’impegno a non occuparsi in alcun modo di stregoneria, di non consentire l’assassinio di alcun bambino e di seppellire i feti morti in modo appropriato. Nel 1624 un’altra legge inglese stabilì che in caso di morte di un nuovo nato, l’onere di dimostrare che essa era dovuta a cause naturali gravava sulla gestante; se non riusciva a dimostrarlo, poteva essere accusata di omicidio e, se trovata colpevole, impiccata.

Le ostetriche diventavano sempre più spesso bersaglio di una crudele persecuzione e venivano sempre più spesso accusate sia di stregoneria che di crimini comunque nefandi e vergognosi e spesso condannate sulla semplice base di una denuncia anonima o di qualche diceria popolare, senza un’ombra di prova. Così, queste povere donne trovarono finalmente il coraggio di reagire: si organizzarono, cercarono di avere accesso all’istruzione e di ottenere ovunque una licenza per il loro lavoro. In più, accettarono di pronunciare i giuramenti che venivano loro imposti e che erano anche un’implicita confessione di cattiva condotta: giuravano che non avrebbero fatto questo e quello, ma era come se promettessero che non avrebbero più fatto questo e quello. La loro campagna di pubbliche relazioni, il loro tentativo di rappresentare se stesse come le custodi della salute delle donne e dei loro bambini ebbero successo, ma solo in tempi molto lunghi. In quei momenti le accuse erano troppe e troppo gravi.

 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 15

Se all’inizio le accuse cadevano per mancanza di motivazioni accettabili, ben presto divennero circostanziate. Quando non era possibile scoprire qualche motivazione plausibile (come la vendetta, ad esempio, o l’invidia, o la gelosia), si tirò fuori la storia dell’interesse commerciale. Il corpo di un feto non battezzato aveva un valore economico piuttosto alto: il grasso del suo corpo, ad esempio, poteva essere utilizzato per la preparazione di un certo numero di pozioni ed era la base fondamentale di una pomata che le streghe avrebbero dovuto spalmarsi sul corpo per poter volare al settimanale appuntamento con il demonio, il Sabba. È evidente che queste erano le premesse per poter sospettare le ostetriche di stregoneria, un sospetto che diveniva  sempre più frequentemente un’accusa esplicita. La paura di questo oscuro potere delle ostetriche era  così grande che in Inghilterra le licenze concesse nel 1675 vietavano in modo specifico l’esercizio di “witchcraft, charm, sorcery or invocation contrary to the law of either God or the King”.

Poiché erano le ostetriche (e comunque, in genere, le donne con qualche competenza in ostetricia) a occuparsi di anticoncezione e di aborto, era facile far ricadere su di loro ogni sorta di colpa e di comportamento immorale. Si diceva e si scriveva – abitudine che perdurò durante tutto il medioevo – che si sbarazzavano con l’aiuto di droghe delle gravidanze adulterine, e che insegnavano alle altre donne come servirsi di pratiche misteriose per rimanere infeconde. Rapidamente la fantasia popolare era poi passata da queste accuse – che avevano un minimo di credibilità – ad accuse molto diverse e altrettanto fantasiose, come quella di indossare attrezzi falliformi per potersi comportare da uomo con le altre donne. Portate in tribunale, venivano condannate senza la benché minima prova a pene severe: 3 anni di penitenza per avere indossato un fallo; tre anni per chi si concedeva a rapporti omosessuali; due anni per aver avuto rapporti con i propri figli; sette anni di Quaresima per aver copulato con un animale (e pane e acqua e penitenza per il resto della vita).

Le cose si complicavano ancora di più quando le “mammane” sempre sospettate delle cose più incredibili, erano accusate di aver usato poteri occulti per conservare l’amore del marito o dell’amante. Erano noti alcuni metodi evidentemente ispirati alla magia nera: ingoiare il seme dell’uomo; farsi regalare un pesce, introdurlo in vagina per estrarlo solo dopo gli ultimi spasmi di agonia (del pesce); fare acquistare – sempre dal proprio amante – del pane per poi farlo impastare sulla pelle nuda del sedere; aggiungere ai cibi un po’ del proprio sangue mestruale. Tutte queste empie azioni venivano punite con molti anni di penitenza e ancora più punita era la magia con la quale una donna rendeva il proprio amante impotente, per evitare di farlo tornare dalla moglie. Per converso, se una sposa rendeva impotente il marito, la punizione non superava i 40 giorni di pane e acqua, anche troppo per un’epoca in cui ogni atto d’amore era fondamentalmente malvagio, e meno atti d’amore si consumavano, meglio era.

Gli evidenti rapporti tra le persone e la magia nera, la loro capacità di ricorrere a sortilegi e a incantesimi, le facevano giustamente sospettare delle più diaboliche macchinazioni. Si diceva che impalassero con un ramo d’albero il cadavere dei bambini non battezzati per evitare che tornassero a vivere e nuocessero ai familiari; esse stesse, se morivano in gravidanza prima di partorire, venivano impalate e inchiodate a terra con il loro bambino per evitare che tornassero a fare del male ai vivi.