L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Considerazioni sul “Mare Nostrum”

In questa compagine temporale ove si scorgono all’orizzonte nubi tetre di tempesta e venti di guerra, ovunque si volga lo sguardo il solo dato lampante e riscontrabile denuncia la perdita radicale della compassione. L’altro, il diverso vive alla deriva in nome di un’ancestrale propagandistica perfezione urlata e ringhiante. Siamo umani, dovremmo rammentarlo …. animali pensanti capaci di elevarci quanto di dilaniarci a suon di parole sarebbe d’uopo una ri-considerazione del fattore umano in questo labirinto riflettendo circa l’opportunità e la spendibilità offerta dal Mare Nostrum che storicamente ci ha nutriti e ha consentito una molteplice lettura ai margini delle battigie, l’indiscusso sincretismo mediterraneo.

Lo specchio del Mediterraneo irrora il nostro patrimonio culturale scaturito dal confronto e incontro tra poliedriche ed eterogenee popolazioni rivierasche. La storia di Roma insegna ed è giusto richiamare alla memoria.
Mi auguro che la situazione di tensione internazionale cui assistiamo da alcuni giorni si stemperi e con il buon senso si risolva in dialogo fecondo, ridimensionando i toni e rinsaldando gli equilibri. Auspico inoltre  un uso corretto  politico del lessico ancorato alla mediazione:

Se solo ci si soffermasse a considerare  cosa culturalmente esprima l’espressione “sentirsi a casa” … forse il fenomeno che si impone dinanzi ai nostri occhi sarebbe comprensibile e risolvibile, addirittura potrebbe arricchirci. Considerati gli interessi che muovono le attuali azioni e i giochi alle urla facili all’interno delle dinamiche, resta una sola domanda… qual’è il valore  e la dignità dell’uomo oggi? Siamo liberi  di guardare oltre etichetta ? Conosciamo il significato di “immigrato” e “rifugiato”?

Vi invito a riflette sulle parole di Roberto Saviano .

Grazie

 

 

 


Splendori e miserie delle cortigiane

Lucien de Rubempré, poeta caduto in disgrazia presso il bel mondo parigino dopo aver convissuto un anno con l’attricetta Coralie, è stato ricostruito dal cinico e ricco abate Carlos Herrera, che sta intrigando per fargli avere un titolo nobiliare e mira a farlo sposare con una ragazza di famiglia aristocratica, il secondo passo funzionale al primo: è perciò allarmato quando Lucien s’innamora d’una prostituta, Esther, la quale è a sua volta redenta da quell’amore appassionato. Herrera non esita a rinchiudere la giovane in una scuola di monache, ma davanti al dolore di Lucien deve riunirli, pur facendo loro un chiaro discorso: lei vivrà chiusa in una casa privata guardata a vista da due sue dame fidate, lui la potrà vedere soltanto di nascosto. Herrera è disposto a tutto purché Lucien riesca a raggiungere i traguardi che sogna per lui: entrare a corte come ministro. La protezione e l’astuzia dell’abate gli stanno spianando la strada e stanno mettendo a tacere le malelingue che ricordano ancora l’avventura giovanile di Lucien.
Nel frattempo, però, il perfido banchiere ebreo polacco di Nucingen, vecchio spasimante di Esther, deperisce a vista d’occhio da quando lei è scomparsa; disperato, incurante della moglie e della gente, decide addirittura d’assoldare un investigatore privato. Herrera, che ha già speso una fortuna per il suo pupillo e deve pagare dei debiti, medita di vendergli Esther per una cifra enorme; Lucien è completamente in balìa del demone, incapace di ribellarsi alle sue ingannevoli strategie, dal giorno in cui questi l’aveva distolto dal suicidio. In realtà, sotto la tonaca si nasconde l’evaso Jacques Colin, il quale, dopo aver assassinato in Spagna il vero abate Herrera ed averne assunto le sembianze con una rozza plastica facciale fatta da sé dinanzi al cadavere, si ricostruì una vita con i soldi d’una vecchia bigotta che gli aveva confessato, in punto di morte, d’averli ottenuti con un omicidio. Salvato dal suicidio il giovane poeta, ne aveva fatto il proprio strumento, ed ora, con il genio della corruzione ed una rete di fidati servitori, lo spingeva avanti. Rastignac, amante della signora di Nucingen, era l’unico ad aver visto e riconosciuto il potente protettore di Lucien, e ne era rimasto terrorizzato, perché, in passato, Herrera aveva tentato di adescare anche lui. Adesso Lucien era ammaliato dalle gioie della corte e legato a Herrera da cento patti demoniaci; anche se Esther non riesce a capire l’origine di quell’inerte schiavitù, Herrera sa d’averlo completamente in pugno: oltre ad approfittare della disperazione di Nucingen, Herrera sta preparando il terreno anche per un matrimonio fra Lucien e Clotilde de Krandlien, la brutta 27enne secondogenita dei duchi, invaghita dal giovane a dispetto dei pettegolezzi dei salotti, cinicamente e falsamente ricambiata dal giovane. Lucien desidera quanto Herrera questo matrimonio d’interesse, ed Esther si piega per amore a rimanere un’amante prigioniera; ma per convincere i genitori serve un patrimonio, almeno un milione. Intanto Nucingen sta contattando i migliori agenti di Parigi, in particolare La Peyrade, una vecchia spia politica. Le due reti di spionaggio, quella di Herrera e quella di La Peyrade, tramano l’una contro l’altra: Herrera è più furbo, e Peyrade si rende conto d’essere turlupinato dall’ignoto rivale, ne capisce il gioco, ma ne ignora il nome.
Herrera muove con grande abilità le sue pedine: usa i suoi sguatteri per raggirare i ricchi e perversi signori di Parigi, facendo leva sui crimini, le nefandezze, gli oscuri passati tenuti segreti ma a lui noti; manovra i pezzi grossi che gli servono corrompendo e ricattando; d’altronde, le sue vittime non sono migliori di lui: nascondono tutti una miseria morale proporzionale al loro splendore materiale; Herrera ne è soltanto la sublimazione, il genio titanico di quella civiltà malata, ne è lo spirito. Lucien è un’anima fragile e vanesia di poeta e di bello, che sogna l’amore perfetto ma al tempo stesso non vuole perdere gli ambiziosi obiettivi che gli sono a portata di mano, non vuole rinunciare a nessuna delle due cose, benché siano chiaramente incompatibili, ed Herrera lo tiene in pugno sbandierandogliele entrambe sotto il naso, nelle figure di Clotilde e di Esther.
– Asia ed Europa, le due serve messe da Herrera a guardia di Esther, lavorano per bene il barone, ed Esther stessa si presta al raggiro per amore di Lucien; il barone paga ogni cifra, prima per essere introdotto all’amata e poi per saldarne i presunti debiti (in realtà cambiali fasulle fattele firmare da Herrera). Herrera, che aveva fatto di Esther una virtuosa chiudendola in convento, ora la getta di nuovo fra le cortigiane, e lei, pur di non dover rinunciare al suo Lucien, accetta. Il barone è un patetico stupido: per la prima volta in 66 anni s’è innamorato da star male, ed è inerme nelle grinfie dello spietato abate. Nel frattempo sono arrivate al punto cruciale le schermaglie di spionaggio e controspionaggio fra Herrera e Peyrade (spalleggiato da Corentin e Contenson): Peynade ha scoperto la tresca di Herrera ai danni di Nucingen per scucirgli il patrimonio con cui far spossare Clotilde a Lucien, e decide di ricattarlo: ottenuto un secco rifiuto, manda una lettera anonima al duca di Grandlieu, il quale chiude subito le porte del suo palazzo al pretendente ed incarica un’abile spia, neanche a farlo apposta Corentin, di prenotare informazioni sulla vera origine della fortuna di Lucien. Peynade si finge un gentiluomo inglese e diventa l’amante di Suzanne de Val-Noble, amica di Esther, rovinata dai debiti. Ma Herrera gioca allora l’ultima carta: rapisce la pura Lydie, figlia di Peyrade, e manda Asia a dirgli che l’avvierà alla prostituzione e lo ucciderà se Lucien non sposa Clotilde. Corentin esegue, ignaro, il compito assegnatogli dal duca e decreta così la fine del fidanzamento di Lucien: il giorno dopo Lydie viene ritrovata in pietose condizioni, sottoposta per dieci giorni ad ogni genere di sozzura, e Peyrade fa in tempo a rivederla prima di straziare avvelenato. Corentin giura vendetta sul cadavere dell’amico. A far precipitare gli eventi è Esther, che s’è prestata alla commedia ma deve ora andare a letto anche con il lascivo barone; dopo l’orgia si suicida; Europa ed il servo Paccard non resistono alla tentazione e fuggono con il malloppo accumulato da Esther e che Esther aveva lasciato a Lucien. Nucingen avverte la polizia di quello che crede un assassinio a scopo d’estorsione, e la polizia fa arrestare sia Herrera (che tenta la fuga sui tetti ed uccide Contenson) sia Lucien. Herrera ha però fatto in tempo a redigere un falso testamento in cui Esther lascia a Lucien tutti i propri averi (un patrimonio che ha ereditato morta dallo zio) e le potenti amicizie femminili di Lucien intercedono a suo favore.
– Esperto di prigioni e di processi, Herrera dirama ordini dalla cella ed Asia trama dall’esterno. Herrera tiene testa al giudice Cannisot, negando d’essere l’evaso che parecchi testimoni hanno riconosciuto; una lettera scritta da Esther in punto di morte li scagiona dall’accusa d’omicidio, ma Lucien è debole ed in pochi minuti d’interrogatorio compromette tutto, rivelando la vera identità dell’abate; nonostante ciò, Leontine de Seriay, la più accanita delle sue amanti di mezza età, aggredisce Cannusot e riesce a strappargli i verbali firmati degli interrogatori; d’altronde, tutti i magistrati di rango più elevato sono ormai conquisi alla causa del giovane e Cannusot, difendendo con tanto zelo la giustizia, si gioca soltanto la carriera. Intanto, divorato dal rimorso d’aver vilmente tradito il suo benefattore, Lucien s’impicca nella cella, e la contessa de Suray impazzisce di dolore.
– Jacques Colin, alias Vautrin, alias Tromp-le mort, riesce a risollevarsi con le solite armi della corruzione e del ricatto: in cambio delle lettere scritte a Lucien dalle sue potenti amanti chiede ed ottiene di diventare capo della polizia.

Un mondo infame, dove non esiste altra etica al di fuori dell’intrico, un modo d’apparenze splendenti che nasconde un viscido repellente intrico di bassezze.
FONTE

Honoré de Balzac
Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850) è stato uno scrittore francese, considerato fra i maggiori della sua epoca.
Romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Scrittore prolifico, ha elaborato un’opera monumentale – la Commedia umana – ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l’obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea all’autore o, come ha detto più volte l’autore stesso, di “fare concorrenza allo stato civile”.
La veridicità di quest’opera colossale ha portato Friedrich Engels a dichiarare di aver imparato più dal “reazionario” Balzac che da tutti gli economisti.
Di grande influenza (da Flaubert a Zola, fino a Proust e a Giono, tanto per restare in Francia), la sua opera è stata anche utilizzata per moltissimi film e telefilm.

Balzac proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata: il padre Bernard-François Balssa, di origine contadina, aveva raggiunto una posizione di rilievo nell’amministrazione dello Stato, e aveva sposato Anne-Charlotte-Laure Sallambier (quando lui aveva 51 e lei 19 anni, dalla quale ebbe poi quattro figli (Honoré, Laure, Laurence e Henri).
Il primogenito studiò in collegio prima a Vendôme (1807-13) e a Tours (1814), poi a Parigi, dove si trasferì con la famiglia nel 1815, nel quartiere di Marais. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, lavorò come scrivano nello studio notarile di tale Jules Janin, quando a vent’anni scoprì la sua vocazione letteraria. In una mansarda del quartiere dell’Arsenale, al numero 9 della rue Lesdiguières, dal 1821 al 1829, dopo aver tentato la strada del teatro con il dramma in versi Cromwell, scrisse opere di narrativa popolare, ispirandosi a Walter Scott, con gli pseudonimi di Horace de Saint-Aubin, Lord R’hoone (anagramma di Honoré) o Viellerglé. Le sue prime prove artistiche non furono molto apprezzate dalla critica, tanto che Balzac si diede ad altre attività: divenne editore, stampatore e infine comprò una fonderia di caratteri da stampa, ma tutte queste imprese si rivelarono fallimentari, indebitandolo pesantemente. Nel 1822 conobbe Louise-Antoinette-Laure Hinner, una donna matura che gli resterà accanto affettivamente fino alla morte. La presenza della donna ebbe molta influenza sull’autore che venne da lei incoraggiato a continuare a scrivere: nel 1829 pubblicò con il proprio nome il suo primo romanzo (Physiologie du mariage), che gli procurò un certo successo. Tra le tante esperienze amorose con dame dell’aristocrazia, la più importante fu con Évelyne Hanska (1803-82), una contessa polacca conosciuta nel 1833, che ebbe un ruolo importante nella stesura di Eugénie Grandet e che egli sposò nel 1850, tre mesi prima di morire. A partire dal 1830 l’attività letteraria di Balzac divenne frenetica, tanto che in sedici anni scrisse circa novanta romanzi (sulla “Revue de Paris”, sulla “Revue des Deux Mondes”, ma anche in volumi e in tirature sempre più numerose, per non contare i continui racconti, aneddoti, caricature e articoli di critica letteraria). I suoi primi successi di pubblico furono La peau de chagrin (La pelle di zigrino, 1831) e, tre anni più tardi, Le Père Goriot (Papà Goriot, 1834).
Charles Baudelaire chiamò la prosa di Balzac “realisme visionnaire”; pare inoltre che il termine “surréalisme”, coniato anch’esso da Baudelaire, sia stato ispirato a quel particolare punto di vista che caratterizza la produzione di Balzac.
Nel 1842 Balzac decise di organizzare la sua opera monumentale in una specie di gerarchia piramidale con il titolo di La Comédie humaine: alla base di essa c’è il gruppo degli “Studi di costume del XIX secolo” diviso in “Scene delle vita privata”, “Scene della vita di provincia”, “Scene della vita parigina, della politica, della vita militare, della vita di campagna”; poi c’è il gruppo degli “Studi filosofici” ed infine quello progettato ma non realizzato degli “Studi analitici”. Si tratta di un grandioso progetto di analisi della vita sociale e privata nella Francia dell’epoca della monarchia borghese di Luigi Filippo d’Orleans.
Accanito frequentatore di salotti, amante appassionato di diverse nobildonne che soddisfacevano il suo snobismo e il bisogno di partecipare alla vita aristocratica, nonché perseguitato dai creditori per le troppe speculazioni sbagliate, Balzac riuscì a realizzare solo per poco tempo il sogno di ricchezza e d’ascesa sociale grazie al rapporto con la contessa polacca Ewelina Rzewuska (detta più frequentemente Évelyne Hanska), vedova di Waclaw Hanski (1791-1841), da Balzac sposata solo il 14 marzo 1850 (lei ne pubblicherà diversi inediti e nel 1877 la prima raccolta di Oeuvres complètes, in 24 volumi).
Honoré de Balzac infatti morì per una peritonite trasformata in cancrena e venne sepolto, con l’orazione funebre tenuta da Victor Hugo, nel cimitero Père Lachaise. I suoi eccessi nel lavoro, oltre al grande consumo di caffè, sembrano aver contribuito a dissolvere rapidamente la sua salma (tanto che già il giorno dopo la morte, la decomposizione veloce, anche a causa della stagione estiva, impedì di fare il calco in gesso per la maschera mortuaria).
Balzac pensava infatti che ogni individuo ha a disposizione una riserva limitata di energia: vivendo intensamente l’uomo brucia la sua vita. Il suo destino sembra ripetere la concreta e drammatica rappresentazione del contenuto di La pelle di zigrino (1831).
Durante la sua vita aveva viaggiato molto, in Ucraina, Polonia, Germania, Russia, Prussia austriaca, Svizzera e in Italia (che appare spesso nei “racconti filosofici”), soprattutto nella provincia francese e nei dintorni di Parigi, puntualmente ripresi nella sua enorme mole di scritti.

La Comédie humaine

È stata definita “la più grande costruzione letteraria di tutta la storia dell’umanità”, ed è certamente una perfetta rappresentazione di quell’invenzione del XIX secolo che fu il romanzo moderno europeo. Tra tutti i romanzieri francesi il nome di Balzac (con la sua Comédie humaine) è il primo che viene in mente quando si volesse o si dovesse raffigurare il panthéon universale di questa forma di narrazione. È quasi un’associazione automatica che lega l’uomo all’opera e l’opera all’epoca.
Tessuto di ragionamenti interessanti e a volte bizzarri, pervaso da uno spiritualismo fumoso e a tratti come interrotto per proseguire oltre, il suo pensiero corre lungo la penna quasi senza riuscire a seguirne la velocità. Pare che non abbia tempo di riflettere mentre si occupa di costruire e nutrire un mondo che però rappresenta in chiave quasi “sociologica” i posti, i tipi e le persone reali della propria vita.
Così come Gogol’, Balzac è convinto che ciò su cui l’artista non pone il suo sguardo rivela solamente l’aspetto vegetativo della vita, e invece è solo nell’opera d’arte che il reale assume significato.
Complice la pubblicazione a puntate, che impone fidelizzazione del lettore, e comunque il sistema di distribuzione in allegato ai giornali che si andava sperimentando per la prima volta, il romanzo di Balzac ha la tendenza a girare attorno a personaggi forti (come per esempio Goriot, Rastignac, o Eugènie, ormai leggendari), a loro volta circondati da molte comparse che ne amplificano l’energia.
La precisione dei termini, la tessitura delle frasi, la più o meno rara scelta di descrizioni e la ricchezza di parole “enciclopediche”, nonché le molte correzioni mostrano quanto fosse ambizioso e ricercato il progetto che sta dietro al suo lavoro, spesso considerato solo vulcanico e istintivo o biecamente realistico, e invece scoperto dalla critica più recente addirittura come “fantastico” e comunque legato al desiderio di fare moderna “epopea”.
Si dice che descriva l’umanità come la vede, senza consolazioni o incantamenti arbitrari, ma lo slancio stesso della scrittura finisce con il superare la mera realtà.
La Comédie humaine (titolo trovato da Balzac nel 1840) comprende 137 opere che includono 95 romanzi, novelle, saggi realistici, fantastici o filosofici, oltre a racconti e a 25 studi analitici (piano da lui dettagliato nel 1842).


L’istruzione dopo l’Unità d’Italia

La scuola e il modo in cui organizzarla è stata sempre oggetto di scontri culturali e politici e un particolare interesse può avere la ricostruzione del dibattito sull’educazione delle donne. A partire dall’Unità d’Italia si sono scontrati e confrontati modelli femminili di istruzione proposti dalle donne più innovatrici (le donne che incidono maggiormente sono quelle che fanno parte, come Anna Maria Mozzoni o Anna Kuliscioff, dei movimenti emancipazionisti e socialisti, ma vi sono anche donne di esplicita fede cattolica e donne facenti parte delle classi nobili o dell’alta borghesia) e modelli maschili di istruzione proposti dagli uomini più conservatori (intellettuali cattolici e laici convinti che le donne devono essere “educate ma non istruite” e che la vocazione della donna è la famiglia e non lo studio, per cui vedere “una donna con un libro o un giornale” è anacronistico come vedere “un uomo che lavora a maglia”).

Per quanto riguarda i modelli di istruzione maschili relativi alla donna, l’immagine complessiva che viene trasmessa riprende molto del ruolo attribuito alla donna nel Settecento da un pedagogista come Rousseau, che voleva la donna non istruita, ma solo educata per un ruolo familiare e subordinata all’uomo in tutte le attività intellettuali; quando parla di Sophie, ne parla solo come futura moglie di Emilio, scrive che “tutta l’educazione delle donne deve essere relativa agli uomini. Piacere a loro, essere gentili, farsi amare e rispettare, educarli da giovani, curarli da grandi, consigliarli, consolarli, rendere la loro vita piacevole e dolce: ecco i doveri della donna in tutti i tempi e ciò che bisogna loro insegnare sin dall’infanzia”.

Alla luce di questo confronto/scontro tra modelli maschili e femminili di istruzione è possibile rileggere le leggi sulla scuola dello Stato unitario italiano (i modelli di istruzione ufficiali).

La prima , la legge Casati, varata in Piemonte nel 1859, presenta, nelle sue linee generali, un modello di istruzione in cui lo Stato è direttamente responsabile solo della formazione di tipo liceale-universitario pensata per la classe dirigente (maschile), mentre sono escluse le donne nel loro complesso e gli uominidelle classi popolari. L’istruzione di base e quella tecnica non vengono generalizzate ma sono affidate come spesa ai Comuni, facendo sì che i Comuni più poveri, collocati soprattutto nelle regioni del sud, avessero i tassi più elevati di analfabetismo e le più vistose carenze di persone con formazione tecnica. Le donne dei movimenti emancipazionisti devono condurre una lunga battaglia perché, alla fine dell’Ottocento, comincino a cadere le barriere formali alle scuole tecniche, ai licei e all’università. Alcuni intellettuali, come Pasquale Villari, iniziano a promuovere politiche scolastiche più favorevoli alle donne (Villari sposa un’ intellettuale inglese, Linda White, che gli permette di conoscere le elaborazioni più innovative sui diritti delle donne in Inghilterra). I segnali di apertura ad un’ immagine di donna “con un libro e un giornale in mano” si interrompono bruscamente con la Legge Gentile del 1924, che riteneva che le donne non avessero “quella originalità del pensiero né quella ferrea vigoria spirituale” che sono “i cardini della scuola formativa e dello spirito superiore del paese”. La diffusione dell’ ideologia fascista chiuderà d’altra parte non solo le possibilità di mobilità sociale attraverso la scuola (così come proponeva Gentile con la sua riforma), ma la libertà stessa dell’insegnamento; e negli ultimi anni del fascismo la Carta della scuola di Giuseppe Bottai erigerà un monumento all’uomo fascista, con accanto l’immagine su- balterna della donna sposa e madre. I tentativi di escludere il genere femminile sia dall’accesso alla cultura che, ancor di più, dalla produzione di cultura, è un atteggiamento diffuso dei poteri maschili a tutti i livelli che costantemente si ripropone nella storia. In questa esclusione i saperi scientifici e tecnologici hanno giocato, come afferma Donna Haraway, esponente del femminismo statunitense, la parte del leone, tanto da poter dire che “la scienza è in fin dei conti l’unica cosa di cui valga oggi la pena di occupar- si”. Il recente sviluppo della storia delle donne ha fatto emergere tra Ottocento e Novecento una straordinaria ricchezza di posizioni femminili che si oppongono al modello di istruzione più reazionario nei confronti delle donne. Già nel periodo precedente l’unità d’Italia, Eleonora Pimentel Fonseca si trova a dover lottare contro un marito che le impedisce, una volta sposata, di proseguire gli studi, e solo dopo una separazione molto contrastata potrà affermarsi come direttrice del Monitore Napoletano, elaborando un progetto per l’istruzione femminile nel tentativo di aprire le strade all’istruzione alle nuove generazioni di donne. Dopo l’unità d’Italia vi sono donne aristocratiche che diffondono idee a favore delle donne dai loro “salotti”: ad esempio Cristina di Belgioioso scrive nel1886 nel saggio Della presente condizione delle donne e del loro avvenire che “i sapienti, gli scienziati, i poeti, gli uomini di stato ecc… godono dell’universale rispetto, mentre l’ignorante e l’ozioso sono derisi e tenuti in nessun conto. Ma della donna si richiede espressamente la più completa ignoranza…

A favore della istruzione (e di una diversa istruzione) delle donne e degli uomini incide in Italia il movimento emancipazionista, che ha come punto di riferimento principale Anna Maria Mozzoni (1837- 1920), che fonda società femminili (come la Lega per gli interessi femminili nel 1881), fa inchieste e presenta petizioni in Parlamento all’interno di una rete molto ampia di collegamenti tra donne di diverse città e punti di riferimento politici. Nel 1864 scrive ne La donna e i suoi rapporti sociali che “l’istruzione ed il lavoro, ecco le sole forze che possono e debbono risollevare la donna ed emanciparla: finché la società non l’avrà fatto nessun argine resisterà al torrente della corruzione, niuna diga si opporrà al degradamento morale e materiale della specie”; la sua posizione è per l’accesso delle donne a tutti i tipi di sapere e a tutte le carriere, contro le discriminazioni nei luoghi di studio e di lavoro. In questa battaglia emancipazionista delle donne il punto di riferimento non è solo l’uguaglianza al mondo maschile, ma una ricerca più complessa di identità. Maria Pastore Mucchi (in un articolo sul “La donna” del 5 Aprile 1909) scrive: “Che cosa vuole la donna moderna? Diventare ragione senza perdere il sentimento, diventare diritto senza perdere il dovere, diventare lavoro senza perdere la poesia. Ecco perché la mentalità a cui aspirano le donne contemporanee è uno dei grandi segni precursori dei tempi nuovi e sarà una delle più grandi potenze dell’avvenire”.

L’equazione percorsi femminili = percorsi deboli oggi non è più così diffusa: se si guardano le ultime statistiche, si può osservare che non solo le ragazze sono in tutti gli indirizzi del sistema scolastico e professionale, ma hanno superato i ragazzi nella frequenza e regolarità degli studi, arrivando in più elevate percentuali al diploma e alla laurea.


George Sand

Portrait of George Sand Scrittrice romantica, George Sand è lo pseudonimo di Amadine Aurore Lucil Dupin, utilizzato per la prima volta nel 1831, quando uscì il suo primo romanzo, Rose et Blanche, pubblicare con un nome maschile le permise di avere una libertà espressiva maggiore, che spesso era concessa ai soli scrittori e non alle scrittrici. Nasce a Parigi nel 1804, ma trascorre la sua infanzia Nohant, un paese dell’Indre, dipartimento della Francia centrale, nell’omonimo castello di proprietà della nonna paterna, che alla sua morte glielo lascerà in eredità. La vita in campagna dei primi anni di infanzia, segna profondamente la scrittrice nel rapporto con il paesaggio e la natura, tanto che il tema della vita agreste viene ripreso spesso nelle sue opere, a cominciare dal romanzo forse più conosciuto, letture di viaggio La mere au Diable, dando vita al genere dei “romanzi campetri”.

Il passaggio dalla vita libera della campagna alla rigidità del Convento, segna probabilmente la ribellione caratteriale della scrittrice, che accanto ai vivaci interessi culturali, la porta a diventare in qualche modo una femminista ante-litteram, attiva non solo nel mondo letterario e culturale, ma anche politico.

Risultato della ribellione è anche la vita sentimentale piuttosto agitata, che ha condotto dopo avere lasciato il marito, il barone Casimir Dudevant, che aveva spostato nel 1822 e dal quale aveva avuto i suoi due figli: Maurice e Solange.

Tutte le relazioni che intraprese hanno quasi sempre avuti alla base l’amore per la letteratura o sono state legate ad affinità politiche.
Nel 1833 la Sand parte per il suo primo viaggio in Italia, accanto ad Alfred de Musset, viaggio che la porta a Genova, a Firenze e a Venezia. Durante questo primo viaggio scrisse: Lettre d’un voyager (Lettere di un viaggiatore), pubblicate nella rivista Revue des Deux Mondes, nelle quali descrisse l’Italia che finalmente riuscì a vedere dopo averla conosciuta attraverso scritti e racconti.

Dopo la rottura con de Musset la Sand lasciò Parigi (1835) e rientrò al castello di Nohant, cominciò ad interessarsi attivamente di politica, entrando in un circolo di repubblicani.L’instabilità affettiva diventò motivo di grande sofferenza, sino all’incontro con Frédéric Chopin nel 1836, col quale instaurò inizialmente un rapporto d’amicizia, che sfociò dopo due anni in un rapporto d’amore.

Accanto a Chopin sviluppò maggiormente l’amore per la musica, e nello stesso periodo iniziò a frequentare i socialisti, dei quali condivide le idee, sognando di diventare un simbolo ufficiale della lotta degli oppressi e del socialismo cristiano.

Insieme a Chopin partì per Maiorca nel 1838, viaggio sul quale successivamente scrisse Un hiver à Majorca, racconto di una esperienza per certi aspetti negativa. “[…] Un mese e più e saremmo morti in Spagna, Chopin ed io, lui di malinconia e di disgusto, io di collera e indignazione. Mi hanno ferita nel più profondo del cuore, hanno schernito un essere sofferente sotto i miei occhi, non glielo perdonerò mai, se mai scriverò su di loro, lo farò con fiele”.

In questo racconto vengo espresse chiaramente le idee legate alla protezione della natura nella sua libertà e naturalità, che non deve essere sottoposta e trasformata egoisticamente dall’uomo, come accade con gli olivi, descritti con una poesia tutta dantesca, aspetto che approfondiremo in seguito.

Continuò l’intensa produzione alternandosi tra romanzi, testi autobiografici, la corrispondenza, le novelle, il teatro e il giornalismo. La scrittura è la sua vita ed anche quello “che le dà da vivere”.

E’ proprio il giornalismo che scandisce i passaggi politici, tra i repubblicani e i socialisti,della scrittrice. Nel 1844 fondò il giornale repubblicano L’Eclaireur de l’Indre, dove scrisse con i suoi amici, con i quali instaurò uno stretto legame, soprattutto dopo la rottura definitiva con Chopin.

Nell’anno delle Rivoluzione George Sand fu protagonista politica, tanto da essere costretta a lasciare Parigi, per rifugiarsi a Nohant. In questo periodo intensificò gli scambi epistolari con Mazzini, Marx, Bakounin e con Luigi Bonaparte, che da lì a poco venne eletto Presidente.

Questo periodo coincise anche con la grande produzione teatrale, soprattutto per migliorare la situazione finanzia ria, sempre molto precaria.
All’età di cinquant’anni, nel 1854, pubblicò Histoire de ma vie, dove è protagonista anche l’ultimo dei suoi amanti, Alexandre Manceau, che aveva conosciuto alla fine del 1849, col quale rimase per quindici anni, sino alla sua morte.

E’ proprio Manceau che nel 1855 organizzò il viaggio in Italia, raccontato in Giardini d’Italia e in La Donelle; dopo la morte della nipotina Nini, il profondo dolore le tolse anche la voglia di scrivere, e il viaggio secondo Monceau sarebbe potuto essere per la Sand un’ottima cura per superare i grande dolore e per farle riprendere l’inchiostro per scrivere ancora.

Al rientro dall’Italia George Sand decide di lasciare Nohant e di stabilirsi a Gargilesse, insiene a Manceau, dove tra il 1858 e il 1862 scrisse ben tredici romanzi.
Il periodo vissuto in campagna a Gargilesse coincide con la fase anticlericale della scrittrice, che recupererà così il prestigio agli occhi dei repubblicani.

Nel 1864 i due compagni lasciarono la campagna per tornare a vivere a Parigi e poi a Palaisseau. L’anno successivo, il 21 agosto 1865 morì Manceau: “Morte questa mattina alle sei, dopo una notte interamente calma in apparenza […]. Ho chiuso i suoi occhi. Gli ho messo dei fiori: è bello sembra ringiovanito. Oh mio Dio! Non lo rivedrò mai più”.

Nella vita politica della Francia continuarono i movimenti rivoluzionari, venne fondata L’Internazionale, che la Sand sostenne anche economicamente, e proclamata la Repubblica nel 1870. Si dichiarò repubblicana e sostenitrice della pace. Fu questo sentimento che la portò a respingere la violenza dei movimenti ultrarivoluzionari della Comune, convinta del fatto che “riporteranno alla fine un governo conservatore” come spiega nel giornale le Temps, in risposta a Flaubert, affermando di credere in una democrazia progressiva ed educatrice.

Queste idee la accompagnarono sino alla morte, avvenuta il 7 giugno 1876. Alla sua sepoltura furono presenti molti dei suoi amici: “Ho dei buoni amici e molti” aveva scritto in una delle sue lettere.


Storia del nudo

La storia del nudo nell’arte occidentale coincide per buona parte con la storia della pittura e della scultura, persino laddove e quando il nudo risulta proibito o semplicemente non usato. Nelle rappresentazioni artistiche la presenza del corpo umano  è in qualche modo implicita, come se la nozione stessa di figurare inglobasse il senso della figura umana. Tra le discipline dei licei e delle accademie d’arte in Italia esiste appunto “Figura ornata e modellata”, vale a dire l’esercizio fondamentale di copia grafica o scultorea del corpo di una modella in carne ed ossa (più raramente di un modello). L’esserci o meno del nudo nella rappresentazione d’arte segnala e individua situazioni storiche e stilistiche ben identificabili, tanto che, semplificando, si tende ad associare al nudo idealizzato la concezione classica dell’arte, e all’assenza o all’esibizione deformata e provocatoria del nudo la concezione anticlassica, spirituale o simbolica o romantica che sia. Una semplificazione eccessiva, sicuramente, ma che ci farà comodo in questa rapida e soggettivissima passeggiata lungo alcuni percorsi interni al mondo antico, pagano, disinibito, non ossessionato dalla morale cristiana, ma allo stesso tempo portatore di una nudità cristallina e spesso asettica, e lungo altri percorsi interni invece al mondo medioevale, chiuso in una veste iconica che non lascia scorgere le fattezze intime, eppure assimilabili paradossalmente agli eccessi di esibizione tipici del movimento romantico, dell’espressionismo moderno e di molte tendenze attuali.


Introduzione al libertinismo

Il libertinismo é una realtà assai complessa che difficilmente si lascia esprimere in un quadro coerente.  I libertini portarono avanti tesi differenziate e persino tra loro contraddittorie, al punto che ad un primo approccio parrebbe non esistere unità alcuna in tale corrente di pensiero. Lo svilupparsi del fenomeno dei “liberi pensatori” infatti, pur avendo connotati comuni che ci permettono appunto di parlarne come di una realtà in qualche modo unitaria, trae origine da più di una fonte e si colloca nella crisi del Rinascimento, resasi ancor più evidente durante i primi anni del Seicento. Il libertinismo dunque é un movimento, espressione di una “crisi” (quella crisi culturale, segnata dal crollo della scolastica, dell’aristotelismo e del sapere rinascimentale), che si sviluppa in Francia e in Italia nel corso del XVII secolo e che si pone in forte contestazione della Chiesa, della religione in genere e di ogni autorità. Il libertinismo é dunque espressione di una crisi. I libertini in effetti sono caratterizzati non da uno spirito di riflessione sistematica, ma da uno slancio morale che li porta a rifiutare qualsiasi tradizione. E’ in questo spirito innovativo, scanzonato e ribelle, da cui prenderà le mosse quello spirito critico successivo, che si proietta verso l’illuminismo, grazie ad autori come Fontenelle o ancor più come Bayle, che si deve vedere l’originalità dei libertini. Essi sono alla base dello spirito moderno, ma non del pensiero moderno. Manca loro una coscienza precisa di quel pensiero scientifico che sarà l’elemento fondamentale per la formazione della riflessione moderna. Possono essere visti, dunque, come all’inizio del moderno spirito europeo, ma non del pensiero moderno, proprio in quanto sono a lato dello sviluppo della scienza, che talora ammirano e divulgano, talora espressamente combattono, ma che tuttavia non entra mai a far parte costitutiva della loro riflessione in maniera coerente e consequenziale. Le origini del libertinismo, per quanto complesse, trovano principalmente riferimento in due correnti precedenti: lo scetticismo erudito francese (Montaigne, Charron) e il naturalismo italiano, derivato dall’aristotelismo eterodosso rinascimentale (Pomponazzi, Cremonini, Vanini, Telesio, ma anche Machiavelli e Bruno).Proprio in virtù di siffatta frammentazione di pensiero, il fenomeno libertino é oggetto di un dibattito critico e storiografico caratterizzato da molteplici  posizioni tese a metterne in luce, talora unilateralmente, le origini e l’anima. Se taluni vedono nel libertinismo una prosecuzione non originale e tutto sommato ripetitiva dell’aristotelismo rinascimentale, nei suoi motivi averroistici, ovvero naturalistici e materialisti, altri fanno riferimento ad una proiezione di tale movimento verso lo spirito critico del Fontenelle e del Bayle (pre-illuministi); i primi negano un’influenza francese, riferendo l’ispirazione libertina soprattutto all’ambiente padovano (retroguardia della scolastica ed espressione dell’aristotelismo eterodosso); i secondi invece assolutizzano l’influenza di Montaigne. In realtà influenze diverse emergono nel corso dello sviluppo del “libero pensiero “, fatto che ci impedisce di accettare chiavi interpretative forzatamente unitarie del libertinismo francese. Merito del Pintard é aver messo in luce come il fenomeno libertino sia una sorta di ribellione morale alla legge, alla tradizione stantia, a ciò che non permette all’uomo di liberare la sua creatività. Questo movimento andrebbe studiato come un fatto di storia morale e non come una corrente filosofica. La polemica libertina, poi, si scaglia contro la cultura della scolastica, contro il tomismo, contro la Chiesa e la religione istituzionale. In una parola, essi si scagliano contro tutto ciò che può rientrare nell’area dell’autorità ecclesiastica. Tale polemica non ha però una preoccupazione politica, di sovvertimento dell’ordine. E’ un semplice moto dello spirito singolo, che reagisce contro l’autorità, a favore della libertà dello spirito che non deve soggiacere a nulla. E’, in tal senso un movimento elitario e individualistico. Le masse dovevano continuare ad essere soggette al potere e solo gli “spiriti liberi” poteva arrogare per sé questo atteggiamento critico. E’, però, un tratto tipico del libertinismo la duplicità di atteggiamento nei confronti del potere, della tradizione, della religione; da una parte (nel comportamento pubblico) formale acquiescenza, anzi sostegno, dall’altra (nella vita privata) critica profonda e distruttiva. Il Pintard ha indagato in maniera ricca e dettagliata lo sviluppo di questo movimento. Egli ritiene che nella sua fase centrale (la più importante e precisa dal punto di vista del pensiero) si sia persa l’originaria carica di rivolta e che emergano in maniera più evidente le prospettive scettiche. In questa fase, detta del libertinismo erudito, collocabile dopo il 1625, il punto propulsivo del movimento é rintracciabile nella “Tétrade”, ovvero in quattro amici che, da incontri casuali stringono un fortissimo legame, determinato da una comune sensibilità nei confronti della realtà e del sapere. Il gruppo é costituito da Gassendi, Naudé, La Mothe le Vayer, Elia Diodati. E’ sicuramente emblematico che il punto propulsivo del libertinismo, nella forma del libertinismo erudito, sia costituita da un gruppo così forte e unito, tanto da parere un gruppo di iniziati, come sostiene il Pintard, e allo stesso tempo, tuttavia, così eterogeneo dal punto di vista religioso, filosofico e culturale. Infatti, Diodati é un dilettante, non ha profondità di ricerca e di pensiero, ma ha notevoli contatti con il mondo della cultura; Gassendi é uomo religioso e filosofo anti-aristotelico, simpatizza con la scienza galileiana (e con l’atomismo epicureo) sua alleata nella lotta alla visione aristotelica della natura, sebbene non ne segua la metodologia, preferendo ad essa un atomismo vitalistico; Naudé é filosofo, fa riferimento all’aristotelismo padovano e dal punto di vista religioso é un indifferente; infine La Mothe le Vayer é anch’esso filosofo, di posizione scetticheggiante/pirroniana ed é anch’egli religiosamente indifferente. Come si vede, dal punto di vista dottrinario non c’é unità alcuna nel gruppo. Ma, per l’appunto, il libertinismo non è una dottrina. Peraltro si consideri anche che vi é profonda amicizia e una analogia di vedute tra Gassendi e un altro personaggio, il Mersenne (amico di Cartesio), il quale é estremo nemico dei libertini e dell’irreligiosità che si va diffondendo. Come Gassendi, Mersenne é un religioso e come Gassendi non crede nelle prove metafisiche dell’esistenza di Dio; entrambi sono polemici contro Aristotele e i suoi sviluppi, ortodossi o eterodossi; entrambi dunque simpatizzano per la fisica galileiana, sebbene Gassendi si distingua per una tentata riabilitazione del meccanicismo di Epicuro, preferito a quello galileiano-cartesiano, e cercherà di mostrare come questo pensatore, spesso irriso e mal compreso, non si opponga al cristianesimo, ma anzi – se opportunamente interpretato – lo integri perfettamente. Mersenne d’altronde era ostile alla metafisica cartesiana quanto Gassendi, e rivolgeva i suoi interessi apologetici unicamente alla nuova fisica meccanicistica di Galileo. Dunque il libertino Gassendi e l’antilibertino Mersenne hanno molti punti in comune. Come si vede, un’aria culturale nuova pervadeva gli spiriti più vivi ed intellettivamente audaci del tempo, a prescindere dalla diversità delle posizioni, al punto che individuare il crinale che specifica l’appartenenza al fenomeno del libertinismo non sempre é semplice.


Federica Pellegrini