L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Nascita della Stregoneria e della strega

L’Antica Religione pagana nasce attorno al IX millennio a.C., quando gli uomini e le donne che popolavano il nostro pianeta cominciarono ad attribuire un’importanza sovrannaturale alle manifestazioni incomprensibili alle quali erano sottoposti quotidianamente. Ecco che allora le stelle, i pianeti, gli animali, le piante, ma in particolar modo il Sole e la Luna, ebbero il privilegio di essere riconosciuti dalla specie umana come divinità a cui rivolgere le proprie suppliche e i primi veri e propri rituali.
Compare dunque la prima autentica immagine del Dio Cornuto, signore delle selve e delle foreste, generoso dispensatore di selvaggina, venerato dall’uomo-cacciatore con rispetto, tanto da erigere in suo onore rudimentali ma sinceri altari di cui ancora oggi abbiamo testimonianza. Nel frattempo la donna presiedeva al focolare, si occupava dell’allevamento della prole ed era un’attenta conoscitrice della medicina delle erbe. In entrambi nasceva man mano l’esigenza di credere in qualcosa oltre la morte, misterioso ed incomprensibile evento che dagli albori del mondo suscita paura ed attrazione e con essa il timore di rinascere lontano dal proprio clan di appartenenza e dal proprio luogo di origine. Nasce insomma l’esigenza di credere ed ancor di più sperare nella Reincarnazione.
stregaAd ogni persona del clan vengono impartiti i compiti in base alle proprie attitudini ed è proprio qui che spicca all’interno del gruppo l’immagine della donna saggia, sapiente nella medicina e nel trattare le erbe, votata ai piccoli Dei, vicina alle esigenze di una popolazione che ripone nel suo operato una fiducia estrema, alle volte persino esagerata. Il termine “strega” ha un’etimologia piuttosto complessa e sicuramente discutibile. Per certo sappiamo che il nome specifico attribuito a queste fenomenali persone è “lamia”, in relazione all’amante di Giove, che aveva la mitologica capacità di trasformarsi in animale (questo sarà poi un argomento sul quale tutta l’Inquisizione medioevale insisterà nel corso dei suoi scellerati processi).
Per quanto concerne il termine vero e proprio, molte sono le fonti che asseriscono la derivazione di “strega” da “strix”, o “strige” – l’uccello notturno – mentre il sostantivo “masca”, utilizzato prevalentemente nell’Italia settentrionale, ha un’origine longobardo-germanica e significherebbe “Spirito ignobile”, comunque sicuramente associabile a “maschera” ed a “Carnevale”, una delle più antiche delle festività pagane. Solo attorno al primo millennio si hanno effettive testimonianze sull’attività di “congrega” di più persone (in prevalenza donne), alcune delle quali costituirono i due gruppi magici europei dai quali trascendono tutte le attuali forme di aggregazione stregona presenti nel nostro continente: la Società di Diana e la Signora del Gioco.

Inizio della persecuzione

Si cominciano ad avere notizie ufficiali sull’attività giuridica contro le cosiddette “malefiche” sin dal II secolo d.C. con l’introduzione di alcuni concili ed editti. Si rilevano giudizi contrastanti riguardo l’atteggiamento da tenere verso chi opera “magicamente”. Mentre il Concilio di Ancyra (314 d.C) e il Concilio di Alvira (340 d.C.) scatenano la prima vera persecuzione contro chi si avvale del maleficio e della magia nera, paradossalmente L’Editto di Rotari (640 circa d.C.) tende a condannare sì le pratiche magiche, ma a ragion veduta anche chi procurasse danni alle presunte streghe.
Anche se con l’Editto di Liutprando (720 circa d.C.), con il famoso Canon Episcopi (1000 circa d.C.) e con i Decretum di Graziano (1130 circa d.C.) la Chiesa inveì giuridicamente contro l’atteggiamento pagano ed eretico in generale, fino all’ XI secolo le cosiddette “streghe” furono in linea di massima ignorate, poiché dapprima la persecuzione venne rivolta contro i Manichei e i Catari. Questi ultimi possedevano all’interno dei loro gruppi vescovi e diaconi iniziati che erano considerati “divini” e predicavano l’assoluta libertà verso ogni tipo di piacere terreno, ammettendo nel loro credo l’esistenza della Reincarnazione e soprattutto spingendo il popolo a non contribuire con offerte agli introiti della Chiesa.
La persecuzione si estese fino a toccare i Valdesi e gli Albigesi, con l’accusa primaria di utilizzare la magia durante le loro assemblee religiose, fino ad arrivare alla gente delle campagne, i cosiddetti pagani, colpevoli di idolatria e di pratica della Vecchia Religione.

Relazione tra papato ed Inquisizione – Il Malleus Maleficarum

Come abbiamo potuto constatare la Chiesa si abbatté con il suo sacro maglio su particolari forme di eresia, prevalentemente su quella Catara, per poi toccare solo successivamente i casi di magia e stregoneria. Comunque fino al 1200, prima dell’avvento al pontificato di Federico II, chiunque fosse accusato di pratiche occulte era passibile di scomunica, mentre successivamente cominciarono ad accendersi i primi roghi e ad innalzarsi i primi patiboli.
Il tribunale dell’Inquisizione si aggiudicò il potere decisionale assoluto grazie alla bolla “Ad Extirpanda”, promulgata da Innocenzo IV, che introdusse legalmente per la prima volta nella storia della Chiesa l’utilizzo della tortura come complemento giuridico per lo svolgimento dei processi. Grandi figure inquisitorie divengono i crudeli miti della caccia alle streghe e spiccano altisonanti i nomi degli spietati Nicholas Eymerich, Pierre de Lancre e Torquemada, terrorizzando i tribunali di tutta Europa.
Dal 1300 in poi la Chiesa definisce eretici coloro che attraverso rapporti diabolici entrano in possesso di conoscenze magiche e vengono altresì considerate pratiche eretiche l’invocazione di potenze infernali, la lettura di formule magiche ed addirittura il mettersi in cerchio a danzare o a suonare. Dal 1320 al 1420 solo in Europa vengono pubblicati tredici trattati giuridici sulla stregoneria, all’interno dei quali vengono toccati temi quali la metamorfosi, il volo ed il Sabba, termini che da questo momento in poi entreranno a far parte del vocabolario accusatorio di ogni tribunale ecclesiastico.
L’apertura ufficiale della caccia alle streghe è datata 5 dicembre 1484, quando Giovan Battista Cybo (Innocenzo VIII) promulga la bolla papale “Summis Desiderantes Affectibus”, con la quale lancia l’offensiva giuridica contro le “malefiche” e dà incarico all’ordine dei Domenicani di occuparsi dello svolgimento delle indagini, nonché dell’effettiva conclusione dei processi. In particolare invita gli alsaziani Heinrich Kramer (Institoris) e Jacob Sprenger a stilare un sorta di “manuale del perfetto inquisitore”. Il Malleus Maleficarum diviene dunque il trattato legale contro la stregoneria, il “vangelo processuale” da cui attingere tutte le informazioni giuridiche per poter agire contro chiunque si opponesse alle regole morali della Chiesa e del pontificato.

erba delle streghe

Le prime copie del Malleus vennero stampate a Strasburgo nel 1487 da Gutenberg, a cui seguirono fino al 1669 trentaquattro edizioni per un totale di 35.000 copie. Oltre il volo notturno e la metamorfosi, all’interno del manuale troviamo temi ricorrenti quali: la capacità delle streghe di leggere nel pensiero, di predire il futuro, la conoscenza di lingue arcaiche mai imparate, l’aumento della forza fisica, la presenza del “signum diabolicum”, l’incontro e l’accoppiamento con Satana durante la Tregenda, il bacio osceno. Oltrepiù Institor e Sprenger mettevano in guardia chiunque si accingesse a svolgere il processo che con “sconci atti venerei” i diavoli sarebbero stati in grado di procreare attraverso la strega imputata.
Si calcola che dai primi concili (dal 300 circa d.C.) fino alla fine del XVII secolo, nel nome di un Dio ignaro della crudeltà del suo esercito, vennero giustiziate circa nove milioni di persone, tra presunte streghe, eretici, omosessuali, Ebrei, Catari, Albigesi e Valdesi.

Fine della persecuzione

Tra il 1650 e la fine del 1700 ebbe lentamente luogo il declino dell’accanimento giuridico contro l’eresia. Importanti personaggi come Heinrich Cornelius Agrippa e Giovanni Pico della Mirandola suggerirono una visione sottile ed innovativa del patrimonio delle conoscenze magiche dell’epoca, stabilendo nuove visioni del limite fra reale ed irreale.
Uomini di scienza come Copernico, Keplero, Newton e Galileo dimostrarono come l’universo fosse retto da precise leggi fisiche e non magiche, basando la conoscenza della natura sul metodo scientifico sperimentale (usando la terminologia di Galileo Galilei: “su sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”).
Si delineò in questo modo una nuova concezione tendente a distinguere religione e scienza, definendo quindi ambiti autonomi di sapere e nuovi assetti di potere intellettuale.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe).Parte 28

Ce n’è dunque per tutti: la condanna della fantasia femminile, ma anche della masturbazione e persino di chi ha polluzioni notturne (ma che colpa ne ha?); c’è un preciso riferimento alle streghe e un atto di deferenza nei confronti del Malleus Maleficarum.

Il libro è però diretto alle ostetriche, padrone di ogni sortilegio e di ogni stregoneria, maestre dell’uso delle erbe e delle pozioni. E così il capitolo termina con una storiella, che racconta di una donna che riesce nella difficile battaglia di abbandonare il suo scellerato commercio con il demonio portandosi sempre addosso un’erba mirabilante: “e se la mia commare desidera saper come habbi nome quella herba, le dico che ha nome Caccia Diavoli”.

 Immagino che molte ostetriche e molte donne conoscessero queste erbe, e che abbiano molto goduto nel vederle consigliare da un uomo di cultura. L’erba (che si chiama anche Erba di san Giovanni Pilatro) è l’iperico (Hypericum perforatum, della famiglia delle Hypericacee) è indicato nella leggenda come l’erba della quale si nutriva Giovanni Battista. A dire il vero, Giovanni si nutriva di miele e di locuste, ma nella Bibbia “akron” indica sia l’insetto che la pianta sulla quale la locusta si posa. Nel medioevo, molte ragazze dormivano con un mazzolino d’iperico sotto il cuscino, sia nella convinzione di ricevere una protezione da Giovanni Battista, sia perché a quest’erba è stata attribuita la capacità di cacciare i fantasmi (e, per analogia, i demoni). L’iperico è stato usato in medicina in molte e differenti circostanze, come antivirale, antibatterico, antidepressivo e in moltissime altre condizioni morbose. L’unico effetto collaterale di quest’erba è la possibilità di aumentare la sensibilità alla luce del sole e questa è la ragione per cui l’iperico è considerato, in Australia, un’erba pericolosa.

Ritorno alla ragione che mi ha sollecitato a scrivere questo lungo inciso: il ruolo delle ostetriche nella trasmissione della cultura anticoncezionale è stato certamente fondamentale per molti secoli, ma è inevitabilmente diminuito sin quasi a scomparire dal momento in cui esse hanno realizzato che occuparsi di questi temi metteva a rischio la loro stessa vita. La cultura anticoncezionale è stata perciò confinata all’interno delle famiglie con una inevitabile serie di conseguenze negative, che vanno dall’abbandono delle erbe della montagna, trascurate perché difficili da reperire e da riconoscere, alla grande frequenza di errori nell’uso delle erbe dell’orto, causa di un numero di fallimenti in continua crescita. Così le madri insegnano alle figlie quello che si ricordano e oltretutto lo fanno con grande cautela perché non vogliono che le figlie ne abusino. Le conseguenze della persecuzione delle ostetriche vi dovrebbero essere chiare.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 27

Una notevole pressione sulle ostetriche arriva naturalmente dalla medicina ufficiale, fortemente intenzionata a togliere loro spazio e autonomia. Si diffondono in Europa regole che impongono all’ostetrica di chiamare il medico ogni volta che il parto si complica e che le proibiscono di eseguire alcune manualità e di utilizzare i ferri chirurgici. In molti luoghi queste norme sono necessariamente ignorate (nessun medico va ad assistere a un parto distocico in un isolato casolare di montagna), ma nelle città è diverso, e le condanne alle ostetriche renitenti cominciano a fioccare. L’interesse della medicina alle scienze ostetriche e ginecologiche continua a crescere: vengono proposti nuovi strumenti ostetrici, il cui uso è vietato alle levatrici (e non solo a loro: il forcipe di Chamberlen utilizzato per la prima volta all’inizio del 1600, fu mantenuto segreto a tutti e utilizzato solo dai familiari del suo inventore per più di 50 anni).

Ma che tipo di informazione e quanta cultura contenevano questi libri, sui quali si formavano le ostetriche più brave e preparate? Ho letto alcuni capitoli di “La commare o riccoglitrice“, un libro verbosissimo, che sul piano squisitamente tecnico è “figlio dei tempi e per i tempi ardito”. I consigli, la descrizione della patologia, le disquisizioni sulle cure e sugli interventi sono più che accettabili. Ma Scipione Mercurio voleva anche vestire i panni dello scienziato e del maestro, e così, ogni tanto, dissertava. È bene che io faccia qualche esempio delle cose che scriveva, perché – tenetelo presente – queste cose diventavano “verità scientifiche” nella testa e nella fantasia delle donne che – più di ogni altra persona – erano deputate alla cura della salute procreativa.

Molti capitoli del secondo libro di “La commare o riccoglitrice” sono dedicati ai mostri, a cosa siano, a cosa ne causi la venuta al mondo, e quali siano veri e quali favolosi. Mercurio cita subito Agostino e ricorda che nel libro 10, capitolo 16 della “Città di Dio” c’è una classificazione che considera separatamente mostri, ostenti, prodigi e portenti. Non sono un lettore abituale di Agostino, ma la citazione è per lo meno sbagliata, il libro deve parlarne da qualche altra parte. Comunque, Mercurio spiega che i mostri sono quei nati che hanno testa di cane o piedi di capra; prodigi, quelle creature che hanno parte del corpo situate in luoghi diversi dall’abituale; ostenti, quei fenomeni inusitati che possono avvenire al momento del parto (come il fatto di una cavalla che partorisca una lepre); portenti, le nascite contro natura (cioè i feti con il corpo trasformato nella figura o nel sesso).

La cosa che mi interessa, nella lunga disquisizione che segue a questa classificazione, è quello che Mercurio pensa delle “cagioni dei mostri”. Meglio riportare le sue parole:

 “L’ultima causa e forse la maggiore per mio giudizio è l’imaginazione dei genitori e particolarmente quella della madre. Particolarmente dico quella perché di sopra si è già mostrato quanto possa tale imaginazione nel corpo già formato, stampandoci sopra le marche di quanto desidera la donna. Hor che sarà allora, quando nei sangui e semi teneri corrano gli spiriti formati da pensieri mostruosi? Certamente potranno più, che molto effigiare, e variare tale massa di sangue, e di seme tanto più agevolmente, tanto più è alta questa materia a ricevere ogni impressione, che non è il corpo, già organizzato e perfetto. Che l’immaginazione possa ciò fare è opinione quanto mai invecchiata di quanti mai ragionarono della immaginazione delle donne. Lo persuade Alberto Magno, Avicenna, e un numero quasi infinito di scrittori“.

Il concetto è già espresso in termini molto espliciti e sono già stati trovati, per lui, illustri padri tra gli scienziati. Si tratta ora di ragionare sui meccanismi.

“Aristotele, nel libro 4 della generazione degli animali, al capitolo 4, dice che il mostro nasce o dalla debolezza del seme dell’agente, o dalla disobbedienza della recipiente. Questa disobbedienza, dirò io, oltre a molte altre cose che si possono considerare che altro è che quello non uniformarsi con l’intenzione dell’agente, il quale intende riprodurre un simile a sé? e però quando la donna andrà vagando con la mente nel tempo della concezzione, e pensando ad animale, o ad altra strana figura produrrà il mostro: poiché sopra si è detto che l’unirsi e farsi conforme alla volontà dell’agente, è causa di fare i figli simili al padre. Ma qui dirà alcuno che la somiglianza non quadra: perché la donna stampa il vestigio della cosa desiderata nel fanciullesco corpo, questo avviene perché la desiderò molto: ma quale sarà così sciocca donna che giamai desideri cosa tanto orrenda di fare figli mostruosi? Rispondo che è vero, che allo stampare le voglie nei corpi dei fanciulli si ricerca l’imaginazione fissa congionta col desiderio perseverante: ma questo si disse che era necessario perché la imaginazione non poteva in uno istante imprimere cotai segni, ma per mezo de spiriti e questi per mezo del sangue il quale dovendo passare per molti spazi di vena per ritrovare la parte, che dovevano nutrire, è necessaria con la perseveranza del desiderio con la forte imaginazione acciò non svanisse per suo difetto. Nella generazione de i mostri non vi vuole questa manifattura perché nella congiunzione dell’huomo e della donna mentre quei semi e sangui si uniscono insieme, il che è fatto sempre con molta dolcezza se in quell’atto la donna discorra con la imaginazione sopra il collo, capo, petto di qualunque animale, e che niente duri ancor che non lo desideri correndo gli spiriti quasi in un subito sopra quei semi per mezzo della dolcezza, imprimono in quei sangui quelle confuse imagini che apprese con l’imaginazione, le quali restando colà finché il corpo si informa, si genera il mostro. Il che più facilmente si può fare quando vi concorra alcuna dell’altre sopraddette cause, si che correndo gli spiriti impressionati dalla imaginazione sopra cosa tanto tenera e molle, non ha di bisogno del desiderio per impronto a fare tale opera, come nel corpo formato già si disse. E questa è la ragione che senza che la donna desideri havendo con la sola imaginazione appreso qualche figura strana produce i mostri. Il che a me pare facilissimo”.

Mercurio, a questo punto, compie un vero capolavoro di analogia, ricordando come a tutti accada di sbadigliare vedendo che qualcuno sbadiglia e di aver voglia di urinare, se vedono spillare vino da una botte, e questa è la forza dell’immaginazione. E questo è anche un modo perfetto per far sentire le donne colpevoli anche della nascita dei bambini mal conformati.

Non può essere un caso se, nella serie di capitoli dedicati al significato e alle cause della nascita dei mostri, Mercurio ne inserisce uno intitolato “Se i diavoli possano generare come molti credono”. L’argomento è affrontato con molta serietà e l’intenzione dell’autore è di dare al quesito due risposte diverse: se i diavoli possano generare per propria natura; se possono generare per mezzo e aiuto d’altra natura.

Quanto al primo quesito, Mercurio chiama in causa San Tommaso che afferma che

essendo il generare atto della vita e la vita facoltà attenente al composto d’anima e di corpo, non havendo corpo l’Angelo non può avere le operazioni che da quello nascono; e che essendo in esse le generazioni, l’Angelo per sua natura non può generare e poiché il Diavolo per natura è Angelo – che il peccato lo fece diavolo – ne segue che neanco il Diavolo per sua natura possa generare sì che non è vero che i Demoni generassero per sè gli Incubi e i Sucubi”.

Ma, riprende Mercurio, la storia dell’uomo è piena di prove dell’esistenza della capacità generatrice del Diavolo:

“Dico dunque che il Demonio, essendo di natura angelica non può generare per virtù di essa, ma per virtù della natura umana, cioè facendosi hora Incubo e hora Sucubo. Imperocché mentre il Diavolo vorrà procurar la generazione gli è necessario prima assumere un corpo di una Donna morta, o altro corpo fantastico, e fingendo d’esser una meretrice sottoporsi all’huomo nell’atto carnale e ricever il suo seme, o procurarlo di havere da quegli, che patiscono poluzzioni notturne, o che volontariamente da se stessi si corrompono, e conservarlo nel suo calor nativo, il che potrà facilmente far haver cognizione delle cose create, si come facilmente potrà mover quel corpo come se fosse vivo; poiché la sostanza spirituale ha imperio assoluto sopra la sostanza corporale e anco con la medesima facilità potrà con odore occultar il fetor del corpo morto; e fatto questo bisogna che di nuovo figli un altro corpo di maschio, o cadavere, o corpo fantastico, e quel seme che haveva raccolto come Sucubo, lo trasmetta nell’utero di una donna nell’atto carnale fatto Incubo, in questo modo potrà il Diavolo generare ma non per virtù propria”.

Qui, Mercurio ha una piccola crisi di coscienza e dichiara di esser diventato rosso “considerando di una creatura così nobile come il Diavolo, (che pur è Angelo per natura) mentre è tanto intento a far peccare gli huomini, non si vergogni di pigliar corpo, esercitar quegli atti puttaneschi, e dishonesti, pur è vero che molte volte l’abbia fatto”.

E qui cita S. Agostino ma, soprattutto il Malleus Maleficarum “dove è una frotta di queste sporcherie del Diavolo


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 26

Nel 1771 vide la luce A Treatise on Female Disorders, di Henry Manning, probabilmente scritto per i medici, ma che trovò molte lettrici tra le ostetriche. Nel trattato trova molto spazio il problema degli emmenagoghi, scelti soprattutto tra le medicine che “rafforzano la digestione“, un elenco nel quale troviamo quasi tutte le sostanze che erano note, a quell’epoca, per controllare la fertilità. Manning non si curava affatto di scrivere dettagli come dosi e vie di assunzione, minuzie da lasciare al farmacista, e indicava come sua ricetta favorita una misteriosa Tinctura Sacra, della cui formula non diceva una parola e che probabilmente le donne avrebbero potuto trovare nella farmacia locale. Qualche apertura al problema del controllo delle nascite si trova quando Manning fa capire che gli stessi farmaci che si usano per l’espulsione di una placenta ritenuta possono essere utilizzati per indurre un aborto.

Anche i libri scritti espressamente per i medici sono molto incompleti per quanto riguarda il controllo delle nascite. Jean Astruc, nel suo Traité des Maladies des Femmes, sei densi volumi pubblicati a Parigi tra il 1761 e il 1765, dedica molto spazio agli emmenagoghi, senza mai dar segno di sapere che possono causare un aborto, cosa che un medico capace di scrivere sei volumi di ginecologia non poteva ignorare.

Michele Malacarne, alla fine del XVII secolo scrive, a proposito delle ostetriche, che sono “temerarie, zotiche, idiote, prive di genio e di gusto per lo studio”. In realtà, sono donne, e sono depositarie di una cultura empirica che, fino a quel momento, ha dato loro un grande potere e ha svolto uno straordinario compito sociale. Ora questa cultura si confronta con il progresso delle conoscenze scientifiche e, questa almeno è la giustificazione della Chiesa e delle Università, non è più capace di reggere al confronto, poiché le resta solo il suo carattere magico e segreto. Bisogna dunque trasformare la mammana in ostetrica, un compito non facile, che viene in parte assunto dalle Università che arriveranno persino all’insegnamento di materie per sole ostetriche chiamato “ostetricia minore”. Ecco la ragione dei primi libri scritti solo per le Ostetriche, da “De partu hominis“, scritto originariamente in tedesco da Eucario Roesslin e pubblicato a Strasburgo nel 1513, al già citato “La commare o riccoglitrice” di Scipione Mercurio, al trattato per le ostetriche di Louise Bourgeois, dato alla stampa nel 1609 a Parigi.

 

 

 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 24

Nel XVI secolo erano state approvate in varie parti d’Europa leggi che punivano la stregoneria. Così era la legge emanata da Carlo V nel 1532 (Constitutio Criminals Carolina), che stabiliva sanzioni severe per chi faceva abortire una donna (se il figlio era vivo e vitale) e per chi rendeva un uomo o una donna sterile. La pena era la morte, e la stessa pena andava erogata alle donne che si procuravano un aborto. Se questa legge non stabiliva sanzioni per chi procurava un aborto senza fare alcun male alla madre, la legge inglese (che è del 1541) era più specifica e diceva: “Che era un atto criminale anche trascinare una persona in un amore illegale, o farlo per un qualsiasi altro intento illegittimo”. Più tardi la legge fu modificata con l’aggiunta della condanna di chi usava una qualsiasi parte del corpo di un cadavere per scopi che riguardavano la stregoneria, la magia e gli incantesimi. Nello stesso periodo anche il giuramento delle ostetriche fu modificato per l’aggiunta dell’impegno a non occuparsi in alcun modo di stregoneria, di non consentire l’assassinio di alcun bambino e di seppellire i feti morti in modo appropriato. Nel 1624 un’altra legge inglese stabilì che in caso di morte di un nuovo nato, l’onere di dimostrare che essa era dovuta a cause naturali gravava sulla gestante; se non riusciva a dimostrarlo, poteva essere accusata di omicidio e, se trovata colpevole, impiccata.

Le ostetriche diventavano sempre più spesso bersaglio di una crudele persecuzione e venivano sempre più spesso accusate sia di stregoneria che di crimini comunque nefandi e vergognosi e spesso condannate sulla semplice base di una denuncia anonima o di qualche diceria popolare, senza un’ombra di prova. Così, queste povere donne trovarono finalmente il coraggio di reagire: si organizzarono, cercarono di avere accesso all’istruzione e di ottenere ovunque una licenza per il loro lavoro. In più, accettarono di pronunciare i giuramenti che venivano loro imposti e che erano anche un’implicita confessione di cattiva condotta: giuravano che non avrebbero fatto questo e quello, ma era come se promettessero che non avrebbero più fatto questo e quello. La loro campagna di pubbliche relazioni, il loro tentativo di rappresentare se stesse come le custodi della salute delle donne e dei loro bambini ebbero successo, ma solo in tempi molto lunghi. In quei momenti le accuse erano troppe e troppo gravi.

 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 23

Dunque le ostetriche dovevano essere considerate inaffidabili e licenziose, impresa non difficile visto che amministravano un sapere che le faceva camminare sul filo di un rasoio, di qua il bene delle donne, di là l’abisso della perdizione: ma erano utili, se non addirittura necessarie. Così, nel XVI secolo la loro inaffidabilità divenne ufficiale: nel momento in cui veniva data loro l’abilitazione alla professione (ma per almeno un secolo  molte donne continuarono ad esercitarla senza alcun permesso) si decise di farle giurare di comportarsi bene.

I giuramenti delle ostetriche erano di per sé un atto di esplicita accusa, nessuno si sognerebbe di inserire cose del genere negli impegni di altre professioni (pensate a un giuramento della polizia nel quale ci sia l’impegno a non bastonare gli operai che scioperano). Le espressioni più usate erano “non eserciteremo alcun tipo di stregoneria né faremo incantesimi” e “non useremo mezzi illegali né superstizioni, né con le parole né con i segni“. L’abitudine a questi giuramenti ebbe vita molto lunga.  Il primo riferimento ai Giuramenti delle ostetriche l’ho trovato in un libro di J. Aveling (English midwives, pubblicato nel 1872). Dice: “Io, Eleonora Pead, ammessa alla professione di ostetrica, voglio esercitare questo ufficio con diligenza e onestamente, secondo i doveri che gli sono riconosciuti, utilizzando per esso tutte le conoscenze che Dio mi ha dato. Sarò sempre disposta ad aiutare le donne povere come le donne ricche durante il parto e ad assistere ugualmente ricchi e poveri e mi impegno …… a non consentire che il padre sia sostituito……. a non scambiare né uccidere i neonati…. a non usare incantesimi e stregonerie. Se sarò costretta a battezzare un bambino userò la formula sacra e non dirò parole profane, e certamente userò acqua pura e chiara”. Siamo, è bene ricordarlo, nel 1567.

A Barcellona, nel 1795, le ostetriche licenziate dall’Università giuravano di “non somministrare farmaci alle donne gravide, partorienti o puerpere che non siano stati prescritti da un medico latino”. Un giuramento simile veniva pronunciato dalle ostetriche inglesi che inoltre si impegnavano a non dare consigli circa “erbe, medicine o veleni alle donne gravide che potrebbero così uccidere o espellere il feto prima del tempo”.

E il nome del gioco era certamente il sospetto. Un’ordinanza della città di Norimberga, emanata all’inizio del 1600 ricordava ai cittadini i “recenti crimini commessi da donne che vivono nel peccato e nell’adulterio e che, prima o durante il parto, hanno cercato di uccidere i propri figli illegittimi sia prendendo pericolose pozioni capaci di determinare l’aborto che usando altri mezzi illeciti“. Niente di male, per gli amministratori di una grande città, ricordare ai propri cittadini l’esistenza di eventi criminosi. Solo che, nella stessa ordinanza, veniva poi fatto divieto alle ostetriche di seppellire feti o bambini morti senza prima informare il consiglio comunale: ciò non avrebbe senso se l’estensore dell’ordinanza non avesse ritenuto che esisteva una generica responsabilità delle ostetriche nei crimini commessi. Inoltre, le ostetriche che avevano l’incarico di seppellire i neonati morti dovevano trovare due o tre donne, al di sopra di ogni sospetto, che assistessero alla sepoltura e ne potessero poi dare testimonianza.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 22

Nel 1700 le Università cominciarono a impostare l’insegnamento dell’ostetricia su basi tecniche e scientifiche e a farne addirittura materia di specializzazione medica. Nel corso del secolo furono pubblicati numerosi trattati di anatomia, fisiologia e patologia ostetrica e ginecologica, dedicati sempre più spesso ai medici: fino a quel momento i libri più letti erano stati La Commare e un testo di Michele Savonarola dedicato alle donne ferraresi e pubblicato nel 1460. Contemporaneamente cominciarono a entrare in uso nuovi strumenti, come il forcipe, il cranioclaste, il craniotribo, il craniotomo, il decollatore, l’embriotomo, nomi di per sé terrificanti e che fanno intuire per quale uso fossero stati immaginati.

A Bologna, nel 1742 venne istituita la Scuola di Chirurgia, che fu affidata a Pier Paolo Molinelli. Nel 1757 papa Benedetto XIV decise di acquisire il materiale didattico di Giovanni Antonio Galli, al quale affidò l’insegnamento dell’ostetricia presso l’istituto delle Scienze che si aprì così a un nuovo pubblico, quello delle levatrici (che però entravano da una piccola porta posteriore del palazzo, quella principale era ancora riservata agli studenti di medicina e ai professori). Galli aveva tenuto scuola di ostetricia per otto anni a casa sua utilizzando tavole di cera e modelli anatomici di argilla e aveva insegnato a medici (pochi) e ostetriche (progressivamente più numerose, avendo molte di loro fiutato il rischio che la loro professione stava correndo). Questa scuola divenne ben presto nota in tutta Europa per aver aggiunto (si diceva) alla carne per credenti – le cere votive – la carne per studenti – le cere didattiche. Galli la diresse fino al 1782, anno in cui la consegnò nelle mani del suo successore, Luigi Galvani.

Si trattò dunque di una straordinaria trasformazione, ormai inevitabile se si pensa al posto che la sacralità naturale e la religiosità sovrannaturale del nascere hanno sempre occupato nella mentalità popolare e nelle religioni. Ma per più di un secolo non si trattò di un evento fortunato e felice. La medicina ufficiale, la medicina degli uomini, non pensò mai di utilizzare l’antica e straordinaria cultura che per secoli aveva amministrato con saggezza i problemi della salute femminile e in particolare quelli delle gravidanze, ma semmai si contrappose ad essa, operando contemporaneamente per limitare i compiti delle levatrici, togliendo loro ogni autorità, coprendole di sospetti e di calunnie. L’antica cultura delle mammane, il loro sapere ereditato e raffinato da secoli di esperienza, i loro rimedi così diversi, le loro tecniche sconosciute e, soprattutto, la loro capacità di occuparsi delle altre donne con compassione e solidarietà, furono completamente ignorati. In più, l’uso maldestro di strumenti di difficile impiego fece danni straordinari: aumentò la mortalità da parto, furono estratti a pezzi bambini che avrebbero potuto nascere vivi e sani, comparvero complicazioni pressoché ignote come la febbre puerperale, la cosiddetta febbre dei dottori, che dilagò per tutta l’Europa come una peste e decimò le puerpere almeno fino alle intuizioni di Ignaz Semmelweis (ma in realtà anche oltre).


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 18

È fuori di dubbio il fatto che si rimproverasse alle donne di esercitare un improprio e malefico controllo sulla fertilità e che venissero punite coloro che erano depositarie – almeno in teoria – della conoscenza su come questo controllo poteva essere attuato. Accomunare queste donne alle streghe aveva un forte significato simbolico: dimostrava anzitutto che la loro opera era demoniaca, gettando così una fosca luce su tutto quello che aveva a che fare con il controllo della riproduzione e, in qualche modo, con la sessualità; tendeva ad arrestare la comunicazione tra le donne, sulla quale si era basata la sopravvivenza delle informazioni sui mezzi di controllo delle nascite da epoche antichissime.

C’è una tesi, a questo proposito che mi sembra molto interessante e che desidero proporre. La caccia alle streghe, perseguita con ostinazione per secoli, condusse a morte un grande numero di donne che avevano “speciali conoscenze” sulla vita sessuale e su quella riproduttiva. Non solo: avere quelle conoscenze, utilizzarle, trasferirle ad altre persone divenne non solo esecrabile, ma molto pericoloso: entrava in gioco la propria vita.

Ora, non vi è dubbio che sia il controllo della fertilità che la possibilità di interrompere una gravidanza iniziale fossero stati affidati, per secoli, all’uso di qualche tipo di pianta o a qualche infuso di erbe o di radici. Di questi “emmenagoghi” gli erboristi ne avevano descritti una notevole quantità, ma nei loro libri le indicazioni relative all’uso corretto e all’efficacia erano divenute sempre più evanescenti, fino a risultare incomprensibili ai più. Via via che contraccezione e aborto procurato venivano condannati in modo sempre più fermo dalla Chiesa, gli erboristi erano passati a un linguaggio sempre più criptico: in alcuni libri, ad esempio, non si diceva più che la tale erba era capace di interrompere una gravidanza, ma ci si limitava a consigliare alle donne gravide di tenersene lontane perché poteva nuocere al loro bambino. Depositarie delle informazioni perdute erano diventate le donne più anziane e le ostetriche (o, se volete, le levatrici e le mammane) alle quali le donne in difficoltà si affidavano senza paura, consapevoli di poter contare sulla loro solidarietà e sulla loro compassione. A tutte costoro erano note le erbe utili, che potevano essere trovate nei prati delle vallate, sui monti, e persino nell’orto di casa; esse sapevano da dove derivare le medicine giuste, se dai fiori, dalle foglie, dalle radici o dai rizomi, sapevano come estrarre i principi attivi, conoscevano le dosi che dovevano essere somministrate. Iniziata che fu la caccia alle ostetriche, molte di loro, spaventate e minacciate, negarono ogni collaborazione, i rischi erano troppo alti; quelle che continuarono a consigliare e a operare lo fecero quasi sempre per trarne un guadagno, l’antico dialogo tra sorelle divenne solo un ricordo. In alcuni casi il trasferimento delle conoscenze continuò all’interno delle famiglie, ma le informazioni molte volte erano scorrette e incomplete: scomparvero, ad esempio, dalla lista delle erbe utili, i nomi delle piante che crescevano fuori dall’orto di casa e aumentarono i rischi dovuti alla cattiva conoscenza dei dosaggi necessari. Molte donne non avevano i soldi per pagare le ostetriche e cercarono di arrangiarsi: crebbero i casi di “miseria genitale”, aumentò il numero di bambini morti misteriosamente subito dopo la nascita. La vita della povera gente, privata anche di questa forma semplice e naturale di solidarietà, divenne ancora più miserabile.

Da molti anni è iniziato un processo di revisione storica inteso a dimostrare che almeno gran parte del fanatismo religioso che invase l’Europa tra il Cinquecento e il Seicento non fu di matrice cattolica; secondo questi stessi storici, la leggenda nera dell’Inquisizione sarebbe solo una delle tante menzogne intese a diffamare il cattolicesimo il quale, pur partecipe di molte delle esagerazioni dei tempi, si preoccupò soprattutto di mettere a punto meccanismi giudiziari capaci di garantire gli interessi degli imputati.  A questo proposito, Giovanni Romeo, storico napoletano autore del libro “Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della controriforma”, afferma che si apre ormai “una immagine sorprendentemente nuova dei Tribunali come quelli inquisitoriali”, concetto ribadito da un laico insospettabile come Luigi Firpo. Questo tentativo di riabilitare la Sacra Inquisizione si basa anche su alcune iniziative editoriali che hanno messo a disposizione di un pubblico relativamente vasto testi fino ad oggi assai poco conosciuti, come ad esempio il Dictionnaire apologétique de la foi catholique di Jean Baptiste Guiraud, edito tra il 1913 e il 1915; rilevanti contributi in questo senso sono stati dati anche da Henry Arthur Francis Kamen, da Bartolomé Benassar e da Gustav Henningsen. L’opera più incisiva e documentata è però, almeno a parere di molti, quella di John Tedeschi (Il giudice e l’eretico. Studi sull’Inquisizione romana, Vita e Pensiero, Milano, 1997) che intende documentare il raro ricorso alla pena di morte, lo scarso peso delle pene comminate e il limitato impiego della tortura negli interrogatori. Gli studi di Tedeschi, peraltro, dipingono una Inquisizione un po’ troppo idilliaca, tribunali umanissimi  nelle cui celle federe e lenzuola venivano cambiate due volte alla settimana e i cui carcerieri si comportavano come le maestrine delle scuole Studi sull’Inquisizione romana, Vita e Pensiero, Milano, 1997. Viene persino citato un episodio che riguarda il cardinale responsabile di una particolare detenzione il quale – si narra – volle scusarsi personalmente con il recluso per non essere riuscito a trovare, nell’intera città di Roma, la birra che costui pretendeva e arrivò a offrirgli una somma di denaro come risarcimento. Insomma, una istituzione umana e imparziale, della quale ci è giunta un’immagine deformata e travisata. Tedeschi, tra le altre cose, non ritiene che il Malleus sia stato il manuale canonico utilizzato nei processi per stregoneria (39 edizioni non sono evidentemente sufficienti a dimostrarlo) e che solo 150 anni dopo fu finalmente pubblicato un testo che interpretava le reali intenzioni e i veri sentimenti degli inquisitori (Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sorteligiorum et maleficiorum, edito nel 1624). La lettura del libro di Tedeschi mi ha fatto nascere molte curiosità, ma mi limito a esprimere un dubbio: come mai la gente comune era così terrorizzata dalla Santa Inquisizione? Se è stata fatta confusione tra un albergo a quattro stelle, dove di cambiavano le lenzuola ogni tre giorni, e un tempio dove si celebravano solo riti ispirati alla sofferenza e alla morte (i mezzi di tortura sono visibili nei musei, e a sentire i revisionisti sono addirittura più numerosi delle persone torturate) a chi si deve attribuire una falsificazione storica di questa grandezza? Immagino che sia quasi indispensabile chiamare in causa il demonio, anche se mi sembra un’ipotesi un po’ azzardata. D’altra parte mi pare altrettanto azzardato immaginare che questi tribunali, oltre a rappresentare confortevoli salotti da utilizzare per le conservazioni tra amici, abbiano anche avuto il privilegio di ideare “agenzie giuridiche sconosciute ai tribunali laici dei tempi” (Antonio Socci, Il Sabato, 28 aprile 1990) o dichiarare che nel Medioevo “…la causa dell’ortodossia non è altro che la causa della civiltà e del progresso…” (Hemry Charles Lea, Storia dell’Inquisizione. Fondazione e Procedura. Fratelli Bocca Editori, Torino 1910). Forse dobbiamo dare nuovo rilievo alla tesi di Alonzo de Salazar Frias, l’inquisitore che non credeva nell’esistenza delle streghe e che all’inizio del XVII secolo cercò di spostare l’attenzione sui paesi protestanti, loro sì colpevoli di una intolleranza assurda e scatenata. Secondo questa tesi, che pure ha una sua credibilità, sia Calvino che Lutero avevano molta simpatia per i roghi, come è facile capire anche solo leggendo queste poche righe scritte fa Lutero:

“Le streghe sono le prostitute del diavolo, che rubano il latte, suscitano le tempeste, cavalcano caproni e scope, azzoppano e storpiano la gente, tormentano i bambini nelle culle, tramutano gli oggetti dando loro forme diverse, sicché un essere umano sembra un bue o una vacca; spingono la gente alla copula e all’immoralità e sono responsabili di molti altri orrori. Non bisogna avere alcuna compassione per queste malvagie, bisogna bruciarle tutte”.

 

Siamo in un periodo in cui le professioni mediche si stanno organizzando. Le Università laureano i medici e alcune promuovono anche una nuova professione, quella del chirurgo. In molte regioni d’Europa diventa necessario avere una licenza per esercitare una professione che abbia a che fare con la salute dei cittadini. I professionisti della salute cominciano a mettere sotto accusa gli altri, quelli che non hanno in pratica alcuna cultura, che non hanno fatto corsi di studio, non conoscono le aule delle Università. Li chiamano “rustici” o “vetulae”, vecchie. Le ostetriche vengono derise, criticate per la loro ignoranza e il loro empirismo, definite volgari e illetterate. Queste accuse hanno facile presa, il terreno è già preparato dalle accuse dell’Inquisizione, e poi le ostetriche non hanno alcuna organizzazione sociale e non riescono a trovare difensori. La loro attività tende a diventare clandestina o a piegarsi alla sola assistenza al lavoro del medico.

È difficile stabilire quante donne, soprattutto tra il XVI e il XVII secolo, continuarono ad affidarsi alle ostetriche e quante invece cominciarono a chiedere il consiglio dei medici e degli apotecari. C’era, è chiaro, un importante problema economico, il costo delle due consulenze era molto diverso, ma l’importante era che fosse stato stabilito un principio, chiarita una diversità: il medico rappresentava non solo la voce della competenza, ma anche quella della moralità e della religione; l’ostetrica, molto semplicemente, no.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 15

Se all’inizio le accuse cadevano per mancanza di motivazioni accettabili, ben presto divennero circostanziate. Quando non era possibile scoprire qualche motivazione plausibile (come la vendetta, ad esempio, o l’invidia, o la gelosia), si tirò fuori la storia dell’interesse commerciale. Il corpo di un feto non battezzato aveva un valore economico piuttosto alto: il grasso del suo corpo, ad esempio, poteva essere utilizzato per la preparazione di un certo numero di pozioni ed era la base fondamentale di una pomata che le streghe avrebbero dovuto spalmarsi sul corpo per poter volare al settimanale appuntamento con il demonio, il Sabba. È evidente che queste erano le premesse per poter sospettare le ostetriche di stregoneria, un sospetto che diveniva  sempre più frequentemente un’accusa esplicita. La paura di questo oscuro potere delle ostetriche era  così grande che in Inghilterra le licenze concesse nel 1675 vietavano in modo specifico l’esercizio di “witchcraft, charm, sorcery or invocation contrary to the law of either God or the King”.

Poiché erano le ostetriche (e comunque, in genere, le donne con qualche competenza in ostetricia) a occuparsi di anticoncezione e di aborto, era facile far ricadere su di loro ogni sorta di colpa e di comportamento immorale. Si diceva e si scriveva – abitudine che perdurò durante tutto il medioevo – che si sbarazzavano con l’aiuto di droghe delle gravidanze adulterine, e che insegnavano alle altre donne come servirsi di pratiche misteriose per rimanere infeconde. Rapidamente la fantasia popolare era poi passata da queste accuse – che avevano un minimo di credibilità – ad accuse molto diverse e altrettanto fantasiose, come quella di indossare attrezzi falliformi per potersi comportare da uomo con le altre donne. Portate in tribunale, venivano condannate senza la benché minima prova a pene severe: 3 anni di penitenza per avere indossato un fallo; tre anni per chi si concedeva a rapporti omosessuali; due anni per aver avuto rapporti con i propri figli; sette anni di Quaresima per aver copulato con un animale (e pane e acqua e penitenza per il resto della vita).

Le cose si complicavano ancora di più quando le “mammane” sempre sospettate delle cose più incredibili, erano accusate di aver usato poteri occulti per conservare l’amore del marito o dell’amante. Erano noti alcuni metodi evidentemente ispirati alla magia nera: ingoiare il seme dell’uomo; farsi regalare un pesce, introdurlo in vagina per estrarlo solo dopo gli ultimi spasmi di agonia (del pesce); fare acquistare – sempre dal proprio amante – del pane per poi farlo impastare sulla pelle nuda del sedere; aggiungere ai cibi un po’ del proprio sangue mestruale. Tutte queste empie azioni venivano punite con molti anni di penitenza e ancora più punita era la magia con la quale una donna rendeva il proprio amante impotente, per evitare di farlo tornare dalla moglie. Per converso, se una sposa rendeva impotente il marito, la punizione non superava i 40 giorni di pane e acqua, anche troppo per un’epoca in cui ogni atto d’amore era fondamentalmente malvagio, e meno atti d’amore si consumavano, meglio era.

Gli evidenti rapporti tra le persone e la magia nera, la loro capacità di ricorrere a sortilegi e a incantesimi, le facevano giustamente sospettare delle più diaboliche macchinazioni. Si diceva che impalassero con un ramo d’albero il cadavere dei bambini non battezzati per evitare che tornassero a vivere e nuocessero ai familiari; esse stesse, se morivano in gravidanza prima di partorire, venivano impalate e inchiodate a terra con il loro bambino per evitare che tornassero a fare del male ai vivi.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 14

La persecuzione delle streghe divenne particolarmente diffusa alla fine del 1400, ristagnò a metà del 1500 per riprendere poi aïre. Si guadagnarono fama imperitura Torquemada e il giudice luterano Capzovius, del quale si racconta che avrebbe personalmente firmato più di 20.000 condanne a morte. E’ più che probabile che questi dati siano stati gonfiati a bella posta, così come sono certamente poco credibili le cifre riportate da John M. Riddle (500.000 streghe mandate al rogo dai Tribunale della Santa Inquisizione, un numero che o stesso buon senso chiede di ridimensionare) ed è persino possibile che Torquemada fosse, in realtà, una brava persona che faceva coscienziosamente il proprio dovere: tutto ciò conta poco, il giudizio morale non coinvolge direttamente gli Inquisitori, è rivolto, certamente in modo assai critico, alla Chiesa cattolica ( e poi alle Chiese protestanti) che, sulla base di un congenito anti-femminismo, si era inventata per il sesso femminile  un peccato (spesso punito con la morte) di pura fantasia, un’infamia inesistente. Perché questo è il vero problema: l’aver punito in modo atroce un delitto inesistente. Trovo anzi che fermarsi a discutere dei numeri, esercitarsi in puntigliose disquisizioni sul necessario ridimensionamento delle cifre significa semplicemente non voler ammettere una colpa e fa rimbalzare la critica sulla Chiesa di oggi. È come se, qualora fosse possibile dimostrare che gli ebrei mandati a morte nei campi di concentramento sono stati 600.000 e non 6.000.000, il nostro giudizio critico sugli autori di quell’odioso massacro dovesse ridimensionarsi in proporzione.

Nel 1600 la caccia alle streghe sembrò raggiungere dimensioni insuperate e colpì nei luoghi più impensati: nel monastero di Londun, ad esempio, dove le monache carmelitane vennero accusate di oscuri commerci con le forze del male. Le ultime vicende giudiziarie dovute ad accuse di stregoneria si verificarono in Provenza nel 1731, in Inghilterra nel 1722, in Germania nel 1775, in Spagna e in Svizzera nel 1782, in Polonia nel 1787.

Certamente la caccia alle streghe ha avuto motivi sociali e politici. Il fallimento delle eresie e delle speranze di rinnovamento religioso ha sollecitato il ricorso alle pratiche magiche, come elementare mezzo di protesta degli emarginati della cultura e della religione. L’insicurezza di una società negletta e miserabile sollecitava a cercare i responsabili delle calamità ricorrenti. Quello che è certo è che la caccia alle streghe rappresenta l’espressione dello spirito sessuofobico radicato nella cultura ecclesiastica: il sesso proviene dal diavolo e la donna è il suo ministro (e l’ostetrica è un ministro particolarmente esperto). Nessuna di queste interpretazioni, però, è capace di reggere da sola: è difficile ad esempio spiegare i motivi per cui in Italia i processi sono stati complessivamente pochi e in Spagna la repressione abbia riguardato soprattutto gli ebrei e i mori, e molto meno le donne. Conta forse di più il fatto che la cultura medioevale è fortemente permeata del senso del soprannaturale, che percepisce il diavolo come una presenza attiva. È del resto una cultura che non conosce le cause dei fenomeni naturali, compresa la fisiologia del corpo umano, e che non ha la minima cognizione delle malattie mentali, le cui manifestazioni finiscono con l’evocare le immagini del possesso diabolico. Ma che sia proprio una religione che dovrebbe essere basata sull’amore a recepire questi sentimenti di odio e a farne strumento di persecuzione e di violenza senza precedenti è molto più che peculiare, è insopportabile, e il suggerimento di guardare a questi fatti con la visione del mondo che avevano gli uomini di quei tempi mi sembra ingenuo e sciocco.

È comunque evidente il fatto che l’opera delle streghe riguarda soprattutto la salute e la procreazione e che spesso la figura della maliarda maschera quella della guaritrice, che pratica una medicina empirica a base di erbe (ma la medicina ufficiale è quasi altrettanto empirica) e che assiste – per antico privilegio femminile – agli eventi che hanno il maggiore valore simbolico, la nascita e la morte. In particolari circostanze, per ragioni non sempre comprensibili, la guaritrice diventa la nemica della comunità. Siamo in un’epoca in cui la sensibilità delle famiglie nei confronti di eventi drammatici, come l’elevata mortalità dei bambini, comincia a modificarsi, e le ostetriche sono spesso presenti quando i bambini muoiono.

Era infatti accaduto che, piano piano, la professione dell’ostetrica era diventata pericolosa. Rispettata e onorata ai tempi di Sorano, ora l’ostetrica era molto meno pagata e, anche per le sue sempre più frequenti incursioni in settori della medicina considerati magici o immorali, dovute alle necessità di guadagnare qualche soldo extra, era guardata con sospetto, spesso derisa, spesso diffamata. Se un bambino nasceva morto, la colpa era quasi inevitabilmente la sua e, a partire dal 16° secolo, le accuse non erano più quelle di incompetenza, bensì quelle – ben più gravi – di aver cercato deliberatamente di nuocere alla madre e al figlio.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 13

Il Malleus, comunque, rivela una misoginia che non ha uguali nella storia dell’uomo, come se gli autori provassero, nei confronti della donna, sentimenti di paura e di odio che rasentano – e forse superano – i confini della follia. Debole, peccatrice per istinto, la donna è “un animale imperfetto che inganna per natura” “incline a vacillare in materia di fede religiosa”, “istintivamente bugiarda” “bella a guardarsi, contaminante a toccarsi e mortale a possedersi”, biasimevole in tutto perché “ogni stregoneria deriva dal desiderio carnale che nella donna è innaturale”. E le donne peggiori sono quelle più avvenenti e le levatrici, che conoscono meglio di chiunque altro i misteri femminili. E non si salvano le ragazze sedotte e abbandonate che “quando sono state corrotte e sono state disdegnate dal loro amante dopo che hanno copulato con lui senza pudore nella speranza e con la promessa del matrimonio, deluse in tutte le loro speranze e disprezzate da tutti, si rivolgono all’aiuto e alla protezione dei diavoli”.

Qualcuno ha sottolineato il fatto che la maggior parte delle confessioni rese dagli accusati di stregoneria sono identiche in un gran numero di dettagli, anche se sono state rese in tempi diversi e in differenti luoghi. È nata così un’ipotesi, l’interprete principale della quale è Margaret Murray, secondo la quale la stregoneria medievale rappresenterebbe l’ultimo segnale dell’esistenza di un’antica religione, che avrebbe avuto la sua base fondamentale nell’adorazione della fertilità. Se così fosse, non tutte le confessioni delle streghe sarebbero state ottenute per mezzo della tortura e alcune di esse dovrebbero essere considerate volontarie e spontanee.

Margaret Murray immagina un culto affidato a sacerdotesse impegnate in riti che avrebbero dovuto promuovere e proteggere la fertilità: nel tempo, i riti si erano trasformati, le preghiere erano degradate fino a diventare maledizioni, le sacerdotesse erano diventate streghe. A molti antropologi, sembra più probabile l’esistenza di molti e indipendenti culti della fertilità, nati dalla preoccupazione costante degli uomini relativa alla capacità di procreare e al suo controllo. Si trova così in molte culture l’adorazione della terra e del cielo, madre la prima, padre il secondo, così come sono molto frequenti i culti fallici. Le nuove religioni, che pure cercano di assimilare e trasformare alcuni dei vecchi riti, rifiutano ogni mediazione con altri. Nei confronti della fertilità, la posizione della Chiesa è molto dura: vengono condannati senza appello sia i mezzi naturali che quelli sovrannaturali capaci di limitare la fertilità, ma certamente più i secondi dei primi. Ne deriva che gli uomini che usano pozioni ed erbe, senza aiuti demoniaci, per evitare che la loro donna concepisca, debbono essere trattati come omicidi, mentre le streghe che ottengono gli stessi risultati con i loro poteri magici sono punibili con la morte per legge. Sinceramente non mi pare di scorgere differenze degne di rilievo né tra le colpe, né tra le pene.

 

 

 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 12

L’Inquisitore era istruito a interrogare la strega con ordine e metodo, chiedendole di confessare a quali malefizi usasse ricorrere per agire sugli uomini, sugli animali e infine sui frutti della terra, in questo preciso ordine.

Per quanto riguarda gli uomini interessa soprattutto sapere in quale modo esse impediscano con le stregonerie la potenza generativa e l’atto sessuale affinché la donna non possa concepire e l’uomo non sia in grado di compiere l’atto. In secondo luogo come talvolta tale atto sia impedito on una donna e non con un’altra. Terzo come vengano portati via i membri virili come se fossero completamente divelti dal corpo. Quarto come si può discernere come qualcosa proviene dalla sola potenza del diavolo che agisce da solo senza la strega. Quinto, come le streghe tramutino in belve le persone dell’uno o dell’altro sesso con l’arte dei prodigi. Sesto, come le streghe levatrici uccidano in diversi modi il feto nel grembo della madre, oppure, quando non fanno questo, offrano i bambini al diavolo. “.

Bisogna ammettere che i due onesti frati sono altrettanto puntuali e pignoli nella descrizione delle torture che debbono essere applicate: “Noi giudici… per avere la storia dalla tua stessa bocca… giudichiamo che nel tal giorno e alla tal ora tu debba essere sottoposta a interrogatori e a tormenti…. Spogliata da altre donne oneste e di buona reputazione … e se non vorrai confessare sia dato mandato ai ministri di legarti alla corda o agli altri strumenti…”. E ancora: “ (La strega) sia sottoposta di nuovo all’interrogatorio con nuove esortazioni e… mentre viene sollevata da terra… si chiederà se respinga di subire il giudizio del ferro rovente per avvalorare la sua innocenza… o quello dell’acqua bollente”.



Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 11

Secondo il Malleus Maleficarum il compito di istruire il processo spettava comunque al prete, al quale si concedevano in ogni caso tempi molto brevi. Chi mancava di denunciare una strega poteva essere scomunicato a sua volta e correva il rischio di essere interrogato (e torturato) se questa sua mancanza risultava in qualche modo sospetta. Il prete doveva comunque aver bene in mente che il potere della strega era sempre legato alla sua sessualità e che questa irrefrenabile tendenza alla lussuria poteva derivare solo dal diavolo: “…tutte queste cose provengono dalla concupiscenza carnale che in loro è insaziabile…. e non c’è da stupirsi se tra coloro che sono infetti dall’eresia delle streghe ci sono più donne che uomini. Sia benedetto l’Altissimo che sinora ha preservato il sesso maschile da così grande flagello.”

Se si sospettava che una donna avesse rapporti con il demonio era considerato indispensabili neutralizzare i suoi poteri prendendo specifiche precauzioni. Per evitare che, attraverso il contatto con la terra, acquisisse nuova forza dalle potenze malefiche, la si trasportava su un’ asse di legno o dentro a un cesto. Quando veniva introdotta nell’aula del Tribunale i carcerieri la facevano camminare all’indietro e avevano cura che non potesse guardare (o toccare) gli Inquisitori prima che costoro guardassero lei. Il Malleus racconta di streghe che il diavolo aveva dotato della capacità di restare in silenzio in tutte le circostanze e quali che fossero le torture alle quali erano sottoposte e illustra i mezzi con i quali questa resistenza poteva essere infranta: cita, a questo proposito, i brillanti risultati ottenuti dall’Inquisitore di Como che nel 1485 (dunque nel corso di  un solo anno)  era riuscito a ottenere una piena confessione da 41 maliarde (poi, naturalmente, mandate al rogo) facendole depilare completamente. Il libro spiega poi la vera ragione per cui le streghe, qualsiasi cosa si faccia loro, non possono piangere, fatto che, a quanto pare era noto a tutti: il significato simbolico delle lacrime è legato alla purezza del cuore di chi le versa, cosa che il mondo cattolico ha ben recepito da una semplice frase di San Bernardo: “Le lacrime degli umili possono attraversare il cielo e conquistare l’inconquistabile”.

Certo si è che i due domenicani hanno una incredibile faccia tosta e ci sono parti del libro manca completamente di pudore e ci sono parti in cui vengono descritti eventi assolutamente incredibili con la naturalezza e la semplicità di chi ne è stato consapevole testimone. Nella III Parte, XV Quaestio, si raccontano in dettaglio i “noti fatti” di Ratisbona, città nella quale i carnefici avevano cercato invano di portare a termine l’esecuzione di un certo numero di eretici che l’Inquisizione aveva condannato: li avevano messi sul rogo ed erano sopravvissuti alle fiamme senza riportare alcun danno; avevano cercato di annegarli, niente, si trattava di eretici apparentemente invulnerabili. L’evento stava cominciando a rappresentare un rischio per la popolazione dei fedeli, alcuni dei quali avevano cominciato a porsi domande sul significato di una eresia che concedeva tali privilegi e sulla correttezza della condanna. Dopo aver imposto a tutti alcuni giorni di digiuno, il Vescovo della città consigliò di eseguire una più attenta perquisizione dei loro corpi e, ben nascosti sotto le ascelle, furono scoperti gli strumenti demoniaci che avevano donato loro quella invulnerabilità.

I giudici utilizzavano, nel corso dei processi, tecniche che dimostravano l’esistenza di una notevole esperienza e di una sofisticata conoscenza della psicologia. Essi sapevano quanto erano importanti, per far crollare anche le persone apparentemente più forti, la solitudine, l’incertezza, la paura delle torture e perciò alternavano minacce e menzogne a studiati silenzi. Il Malleus, ad esempio, consiglia di promettere, in cambio di una piena confessione, il risparmio della vita, senza però specificare che quella vita sarebbe stata interamente vissuta in carcere; di dimostrare compassione e giurare di aver personalmente rinunciato a ogni ipotesi di condanna, per poi far emettere la sentenza da un altro giudice; di promettere misericordia, intendendo misericordia verso se stesso e verso lo Stato, in quanto tutto quello che viene fatto in favore della Chiesa e dello Stato è un atto di misericordia.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 10

Il Malleus Maleficarum, almeno secondo il giudizio che ne danno molti studiosi, sembra dunque scritto da persone ossessionate da fantasie sessuali che gli psichiatri collocano generalmente nel campo della patologia. Il libro racconta di streghe che, valendosi della loro malefica capacità di far scomparire il pene degli uomini – un intervento non chirurgico, che non lascia cicatrici – fanno raccolta di falli umani, conservandoli in una scatola (dove si agitano e si torcono non diversamente dalle code di una lucertola e dove vengono nutriti con orzo e grano) o li conservano nel nido vuoto di un uccello. Una ulteriore ossessione è rappresentata dai rapporti sessuali tra esseri umani, soprattutto donne, e entità immateriali, definite come incubi (di sesso maschile) e succubi (di sesso femminile) . Ma mentre per le donne lo scopo di queste copule mostruose era quello di appagare una concupiscenza di per sé irrefrenabile, per quanto riguardava gli uomini il risultato di questi coiti incorporei era quello di procurare agli agenti del demonio liquido seminale umano, soprattutto attraverso le polluzioni notturne. Di qui, un’attenzione morbosa ai problemi dello sperma, discussioni sulla sua possibile natura demoniaca, sull’esistenza di polluzioni incolpevoli, ipotesi sulla possibilità che comunque anche un seme innocente possa essere trafugato dagli agenti del demonio e poi utilizzato per operazioni innominabili. In realtà, per i due domenicani queste pratiche sessuali rappresentavano una blasfema parodia del concepimento di Cristo e costituivano una trasgressione particolarmente empia. Si trattava quindi di un atto blasfemo di tale gravità che doveva essere sospettato anche in conseguenza di eventi apparentemente innocenti, come una casuale esposizione di nudità. In ogni caso, il comportamento di molte donne in questo campo non poteva lasciare adito a dubbi: “Spesso le streghe sono state viste sdraiate sulla schiena nei prati o nei boschi, nude fino all’ombelico, ed era evidente dalla disposizione degli arti e delle parti veneree nonché dalla frequenza degli orgasmi, nonché dai movimenti delle gambe e delle cosce, che stavano copulando con i demoni noti come Incubi, che pure erano invisibili agli astanti”. 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 9

Il Malleus inizia affermando che “la credenza che le streghe esistono è una parte talmente essenziale della fede cattolica che sostenere ostinatamente l’opinione opposta sa manifestamente d’eresia”; un’eco della bolla papale del 1484 di Innocenzo VIII. Poi il Malleus chiarisce le sue intenzioni: “Questo è ciò che proponiamo: i diavoli, con le loro arti, causano alcuni effetti per mezzo della stregoneria, eppure è vero che senza l’assistenza di un mediatore non possono fare niente… noi non sosteniamo che senza questo mediatore non possano fare danno, ma che per suo tramite possano portare infermità e qualunque altra pena e che tutto ciò è reale”. Il ragionamento è fin troppo chiaro: sono gli esseri umani i veri colpevoli delle sventure che vengono attribuite alla malvagità del demonio, ma gli esseri umani sono alla portata dell’Inquisizione e ciò assicura che ci sarà sempre un colpevole da punire. Successivamente  il Malleus si preoccupa di rassicurare gli inquisitori ai quali le streghe “non possono causare ingiuria poiché essi sono i dispensatori della pubblica giustizia”. Essi possono poi usare pratiche e rituali che possono sembrare magici, ma che trovano la loro rispettabilità nel fatto di derivare dalla chiesa e la loro coerenza nel potere di difenderli dalla malvagità delle streghe.

Nel Malleus Maleficarum si parla spesso della capacità delle streghe di indurre una condizione di sterilità, e se ne parla come se questa fosse una delle loro principali attività. È citata spesso, ad esempio, la capacità di far scomparire il pene, usata in alternativa ad un sortilegio che impediva l’eiaculazione e a una serie di malefici rivolti a determinare sterilità e a causare l’aborto nelle donne. Le streghe possono bagnare di sangue mestruale un uovo di gallina e seppellirlo sotto il letto di una donna, che da quel momento patirà dolori insopportabili ogni volta che cercherà di avere un rapporto sessuale. Possono trasformare un feto in una poltiglia maleodorante che verrà poi eliminata dal retto dell’infelice madre tra atroci dolori. Possono trasformare il pene di un uomo in una gelatina fredda come il pene di Satana e così, dove prima c’era l’orgoglio virile, oplà, ora c’è solo una macchia unta e informe, gli uomini non potevano immaginare umiliazione maggiore e ne erano terrorizzati. Credere nelle streghe – e identificarle, e condannarle – divenne  così anche un modo per giustificare i propri insuccessi riproduttivi e sessuali e per non smarrirsi di fronte alle proprie fantasie erotiche. La scelta dello sventurato da indicare come responsabile, tendeva a cadere sempre sulle stesse persone: emarginati sociali, donne anziane e solitarie, ostetriche coinvolte per mestiere nelle fortune e nelle sfortune della vita riproduttiva. Erano le stesse persone dalle quali si attendevano consigli su come non fare figli e su come interrompere le gravidanze, tutte cose che rientravano quasi inevitabilmente tra le attività che la gente comune riteneva proprie della magia nera. E a questo punto non sembrò esistere più alcuna differenza tra il coito interrotto e l’uccisione di un gallo in un quadrivio.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 8

Anche se il Malleus è considerato un testo molto debole, sia sul piano ermeneutico che teoretico, il suo successo non può essere discusso: 34 edizioni, più di 30.000 copie stampate, alcune centinaia di opere minori costruite nel suo solco e nella sua tradizione, nessun testo che sostenga tesi contrarie pubblicato per oltre un secolo.

Il principio che è alla base della terribile operazione di sterminio delle streghe sollecitata dal Malleus è molto semplice: il diavolo, previo naturalmente il permesso di Dio, può dare alle maliarde un potere capace di indurre modificazioni sostanziali nella natura. E poiché le Scritture affermano che il diavolo opera nel mondo e la filosofia ci insegna che un puro spirito deve ricorrere a un opportuno intermediario per poter agire sulla materia, ne consegue che chi non crede in questo intermediario non crede neppure nel diavolo, e chi non crede nel diavolo inevitabilmente deve rifiutare di credere in una parte delle scritture ; è dunque evidente che costui, non accettando uno degli argomenti della fede, è un infedele. Su questo punto il testo si dilunga, sempre utilizzando argomenti così grossolani e bizzarri e ricorrendo a equilibrismi retorici tanto rozzi, da rendere invero incomprensibile il suo straordinario successo. In realtà, le critiche al Malleus sono iniziate almeno un secolo dopo la sua pubblicazione; neppure gli umanisti intervennero, almeno per un lungo periodo di tempo, per criticare il ricorso dei due domenicani a una etimologia un po’ troppo allegra, che interpreta “malefici” come la traduzione latina del volgare “stregoni” e “maleficiendo” come “male de fide sentiendo”, ovvero avere cattive opinioni in materia di fede; nella stessa linea troviamo il diavolo (dia-bolus, colui che fa due bocconi di anima e corpo) e la femmina, fè-minus, colei che ha minor fede, serva abituale del diavolo perché più portata all’eresia.

Il Malleus Maleficarum è una guida per gli inquisitori che contiene un dettagliato elenco dei malefici che possono essere commessi dalle streghe e dei quali parlerò in seguito: per ora mi limito a sottolineare lo stupore che desta, nella lettura di questo libro, il continuo e quasi esasperato riferimento alla sessualità.

 I rapporti, con il diavolo o con gli uomini, naturali e contro-natura, sono al centro dell’attenzione, come se gli inquisitori fossero ossessionati dall’idea di conoscere ogni dettaglio, anche il più insignificante, di questi eventi. Sembra così (o almeno questa è una delle ipotesi) che la maggior parte delle persone accusate di stregoneria fosse costretta a confessare, non tanto le cose che aveva fatto, ma quello che la fantasia degli accusatori immaginava che avesse fatto. Un capitolo, dunque, di patologia psichiatrica che ovviamente in molti casi è riferibile agli imputati, ma che ancora più spesso riguarda gli accusatori.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 7

Nato a Rheinenfelden nel 1436, Sprenger era entrato nel convento domenicano  di Basilea e aveva studiato teologia a Colonia, città nella quale aveva fatto una brillante carriera sino a salire al rango di Padre Provinciale dell’ordine di San Domenico per la Germania. Uomo di profonda cultura, terrorizzato dalla concorrenza con Satana, Sprenger rappresentava il perfetto inquisitore, impietoso e intollerante, disposto a riconoscere il germe dell’eresia in qualsiasi uomo avesse opinioni diverse dalle sue; era stato incaricato dalla Chiesa romana di tornare in Germania, dove l’Inquisizione non era efficiente e si trovava in difficoltà perché c’erano stati moti di rivolta popolare. Heinrich Kramer era nato a Schlettdstadt nel 1430 ed era considerato un autentico maniaco dell’ortodossia e del lealismo nei confronti di Roma. Personaggio di discussa moralità, ossessionato dal terrore delle streghe, finì col provocare, con i suoi comportamenti feroci, l’ira e l’indignazione di Georg Glasser, sindaco di Bressanone, che lo cacciò dalla diocesi e lo costrinse a liberare una quarantina di donne che stava seviziando senza apparenti validi motivi. I suoi buoni rapporti con Roma gli consentirono però di continuare a gestire un grande potere che mantenne anche dopo la morte di Sprenger, che lo aveva protetto e gli aveva consentito un credito che la sua scarsa cultura filosofica certamente non meritava. Per il Malleus Maleficarum riuscì a ottenere l’approvazione di Massimiliano I d’Austria e l’autorizzazione accademica alla pubblicazione della Facoltà di Teologia dell’Università di Colonia, un documento che alcuni considerano addirittura estorto a quei teologi, che inizialmente avevano dimostrato un fondamentale contrarietà.

Così il Malleus, stampato per la prima volta nel 1486, fu addirittura approvato dalla più importante facoltà europea di teologia nel 1497: l’approvazione andava molto al di là di un generico placet nei confronti del libro e della sua pubblicazione, era l’espressione di un altissimo consenso alla persecuzione delle streghe. Se, come qualcuno afferma, l’approvazione di questo documento fu in qualche modo estorta da Kramer, bisogna pur riconoscere a questo rozzo domenicano un potere del tutto straordinario.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 6

A partire dal 1100 si verificò un graduale cambiamento di attitudine, contrastato all’inizio e poi in seguito accolto con un favore sempre più generalizzato. Ora i cattolici più colti cominciavano a ritenere che la stregoneria del tardo medioevo rappresentasse un fenomeno nuovo, ignoto nei secoli precedenti, dovuto alla comparsa di una nuova setta che mescolava forti tendenze eretiche all’esercizio di arti magiche e che prendeva sempre maggior forza dal patto siglato con Satana. Questi concetti furono oggetto di una specifica trattazione da parte di Nicolas Jacquier (Jaquerius), un inquisitore, che completò il suo Flagellum Hereticorum Fascinariorum nel 1458: il libro fu dato alle stampe solo nel 1481 ma il suo contenuto, e soprattutto la richiesta di Jaquerius di non applicare il Canon Episcopi nei processi alle streghe, erano ben noti agli inquisitori. I primi riferimenti ai malefici e alle pratiche delle streghe si trovano nei penitenziali, elenchi di peccati e di penitenze. Nel penitenziale del vescovo di Worms, Burcardo, che risale al 1011, è scritto:

Hai prestato fede o partecipato … alle riprovevoli pratiche di quei maghi che affermano di avere il potere magico di suscitare o placare tempeste … alle pratiche superstiziose di quelle donne che si vantano di avere poteri magici, tali da modificare lo stato d’animo della gente … a quella pratica superstiziosa in forza della quale alcune donne sciagurate e indemoniate sono convinte di cavalcare insieme a Diana? Il demonio è certamente capace di assumere aspetti e sembianze umane, tanto da far balenare alla mente di un suo prigioniero felicità e sciagure…

Come vedete c’è già, all’inizio del millennio, un riferimento all’esistenza delle streghe.

Nel 1231 venne costituito l’apparato giudiziario dell’Inquisizione che si occupava principalmente degli eretici – dei catari, dei valdesi, degli albigesi – con solo qualche sporadica attenzione a maghi, indovini e invocatori del demonio. Ma la stregoneria era un’ottima accusa da rivolgere agli eretici e, successivamente, ai nemici della Chiesa, nonché a coloro dei quali ci si voleva liberare. È in questo modo che si rese possibile lo sterminio di albigesi, catari, ebrei, e persino dei templari. La prima strega condannata al rogo da un inquisitore venne bruciata a Tolosa nel 1275, e Tolosa era una città influenzata dal catarismo: così eresia e stregoneria divennero  sinonimi. Nel 1326 Giovanni XXII emanò una bolla (Super illius specula) che prevedeva  le stesse pene per streghe e per eretici. Lo stesso pontefice aveva fatto condannare al rogo il vescovo di Cahors, Ugo Geraud, accusato di aver attentato alla sua persona eseguendo pratiche magiche su figure di cera; in realtà il tribunale condannò il vescovo per un tentativo di avvelenamento – oltretutto mai dimostrato – e l’aggancio con la stregoneria consisteva solo nel fatto che, secondo l’accusa, i presunti veleni erano stati preparati da alcune donne anziane. La teologia scolastica cominciò a elaborare la cosiddetta dottrina del “patto delle streghe col diavolo”.

Nel 1468 Paolo II dichiarò la stregoneria “Crimen Exceptum” e assegnò completa libertà ai Tribunali religiosi e secolari per quanto concerneva il modo di trattare le streghe. Ma se si può dare una data d’inizio alla persecuzione sistematica della stregoneria, la si deve indicare nel 1484, anno in cui  papa Innocenzo III rese pubblica la bolla Summis desiderantes effectibus, che invitava i vescovi tedeschi a combattere con maggiore energia le streghe e gli stregoni. Essi, diceva  la bolla,

hanno abusivi commerci con i demoni e con i loro incantesimi, vaticini, scongiuri e con altri nefandi sortilegi, superstizioni, eccessi, delitti… Recentemente è infatti arrivato alle nostre orecchie, non senza procurarci gran pena, che in certe regioni della Germania settentrionale , come pure nelle province, città e territori di Magonza, Colonia, Treviri, Salisburgo e Brema, numerose persone dell’uno e dell’altro sesso, incuranti della loro salvezza e deviando dalla fede cattolica, si sono abbandonate a demoni, succubi e incubi e facendo ricorso a sortilegi, incantesimi, congiure, altre attività superstiziose e pratiche magiche hanno sgozzato bambini ancora nel grembo della madre, vitellini e bestiame, hanno fatto seccare i raccolti, reso uomini impotenti e donne sterili  di modo che i mariti non potessero andare con le mogli e le mogli non potessero ricevere i mariti. “.

E più avanti, nella stessa Bolla, il Papa faceva due nomi:

E anche se i nostri diletti figli, Heinrich Kramer e Johann Spranger… sono stati delegati come inquisitori con lettera apostolica … decretiamo che ai suddetti venga data potestà di giusta riprensione, incarcerazione e punizione di chiunque, senza permesso e senza limitazione.”

Sette anni dopo dall’Università di Colonia fu diramato un documento ( sulla cui spontaneità esiste, come vedremo, qualche dubbio ) che rendeva noto che qualsiasi affermazione contraria alla realtà della stregoneria sarebbe “incorsa nella colpa di ostacolare l’Inquisizione”. Queste affermazioni vennero  ribadite dal successivo pontefice Alessandro VI, e così si sviluppò una delle vicende più crudeli nella storia dell’intolleranza.

Nel 1487 i due domenicani tedeschi citati nella Bolla pontificia,  Heinrich Kremer e Jakob Sprenger (Insistor), pubblicarono il Malleus Maleficarum, (Il martello delle streghe), una guida per gli inquisitori. Il libro segue di pochi anni due importanti trattati sulla stregoneria, il Fortalicium Fidei del francescano Alfonso de Spina (1459) e il Flagellum Haereticorum Fascinariorum del domenicano Nicholas Jacquier (1458). In realtà esiste una straordinaria continuità tra tutti questi trattati, a partire dalla Practica Inquisitionis Haereticae Pravitatis (1320) fino al Repertorium Inquisitorum Pravitatis Hereticae, ma è certamente il Malleus che si propone di essere – e sarà – il vero manuale del perfetto inquisitore.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 5

Non si può però dimenticare il fatto che fin dalle sue origini, la Chiesa Cattolica aveva dovuto contrastare le reliquie del paganesimo, che continuavano a sopravvivere nelle superstizioni e nei riti, nelle magie, nei sortilegi e nelle leggende. Liberare la società dagli elfi, dalle fate, dai troll e dagli gnomi (e anche da maestose divinità dotate di splendide corna) non era impresa facile. La Chiesa aveva provato tutte le strade possibili. Ad esempio, li aveva demonizzati, per cancellarne il ricordo o per associarli stabilmente al concetto di male: in un documento del IX secolo, ad esempio, si parla di un demone chiamato Diana che alcune donne malvagie “cavalcano di notte” per “tornare a Satana”: è sempre lei, la dea dell’Olimpo, questa volta trasportata, probabilmente contro la sua volontà, in un’altra religione. Il timore che i culti di origine pagana tentassero i fedeli era molto vivo nel medioevo, un timore alimentato dalla sopravvivenza, soprattutto nelle aree contadine, di credenze e di superstizioni che avevano la loro origine nel paganesimo. I testi biblici, e in particolare quelli dell’Antico Testamento, rappresentavano per la Chiesa il fondamento ideale per indicare, in queste forme di cultura popolare, gli strumenti che il demonio utilizzava per attrarre i fedeli e iscriverli nelle sue legioni di dannati. Così, alcune forme di superstizione particolarmente diffuse vennero interpretate come vere e proprie attività demoniache. Del resto, più si parlava di stregoneris, più la povera gente si rendeva conto di quanto spesso fosse stata vittima di un sortilegio:ogni volta che la grandine aveva distrutto il loro raccolto e non quello del vicino, quando il pagliaio era andato in fiamme e quando ancora il figlio tanto atteso era nato deforme. Questa diffusa consapevolezza non poteva che sollecitare la promulgazione di leggi severe contro chiunque maneggiasse la magia e ne facesse strumento del male. Spesso la Chiesa cattolica aveva dovuto accettare sgradevoli compromessi, trasformando in feste religiose riti pagani particolarmente consolidati. Così, la dea irlandese Brigitta, patrona del fuoco, venne assimilata e identificata in una santa fittizia che portava lo stesso nome. Analogamente, molti santuari furono costruiti in luoghi già consacrati ai riti pagani, una pratica resa ufficiale da Gregorio I nel 601. Dunque, è certamente vero che tra il V e il XII secolo la Chiesa considerava la magia nera come una manifestazione della superstizione popolare e come un residuo di paganesimo, assolutamente non fondato su fatti reali: il peccato consisteva nel credere in questi poteri, non nel possederli. Con il passare degli anni presero però vigore le opinioni di quanti ritenevano che il maligno potesse veramente prendere possesso dei corpi degli uomini, e si fece  strada l’idea che le streghe esistessero realmente.

 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 4

A Roma la magia nera era considerata un reato soprattutto quando era responsabile della morte o della malattia di un cittadino, negli altri casi le pene erano molto probabilmente lievi. Il testo originale della legge delle XII Tavole non è giunto fino a noi poiché le Tavole andarono perdute nell’incendio di Roma che si verificò intorno al 390 a.C., quando i Galli occuparono la città. Molti frammenti sono però citati da fonti antiche, vuoi testualmente (ipsissima verba), vuoi come trascrizione, spiegazione o commento di una specifica norma. Sulla base di queste reminiscenze molti studiosi hanno cercato di ricostruire il testo (la palingenesia) ma ogni risultato deve comunque essere considerato dubbio e ogni interpretazione arbitraria. E’ comunque probabile che nella Tavola VIII, molto probabilmente dedicata agli illeciti, ci fosse un riferimento alla magia nera, del quale ci è giunta solo la parte che potrebbe costituirne l’esordio: qui malum carmen incantassit….(coloro che hanno cantato un maleficio). Le altre indicazioni della Tavola riguardano le punizioni per i danni alle persone o alle cose, i furti, le frodi e le mancate testimonianze. Le pene non sono particolarmente severe, il che fa pensare che la magia nera fosse punita solo con una multa. In seguito, almeno secondo quando riferisce Tito Livio, furono promulgate leggi più severe che peraltro riguardavano in modo specifico coloro che usando la negromanzia avvelenavano il bestiame o distruggevano le messi. È comunque bene ricordare che Roma traboccò per secoli di indovini, di maghi e di streghe e che molti di costoro godevano della protezione di personaggi di alto rango e potevano operare praticamente indisturbati. Imperatori come Augusto e Tiberio, del resto, mandavano in esilio i negromanti, ma ne tenevano sempre qualcuno con sé. Quando i primi cristiani acquisirono, come libro di culto, l’Antico Testamento, ereditarono anche la convinzione dell’esistenza di esseri misteriosi capaci di controllare forze  la cui comprensione era negata alla razionalità. I cenni all’esistenza di queste forze presenti nel vecchio Testamento sono ambigui e apparentemente insignificanti e spesso sono anche il risultato di banali errori nella traduzione dalla lingua originale. Sulla frase “ non lascerai vivere la strega” (Esodo, 22,18), ad esempio, in realtà esistono non poche perplessità e, come dirò più avanti, la cosa più probabile è che si tratti di una cattiva interpretazione, un fatto abbastanza frequente per quanto riguarda la Bibbia. Qualche accenno all’esistenza di poteri occulti si trova nel I libro di Samuele e viene  spesso citata, a questo proposito, una frase in realtà molto ambigua (“poiché la ribellione è come il peccato della divinazione e l’ostinazione è come l’adorazione degli idoli e degli dei domestici”: I libro di Samuele, 15,23). Più avanti (28,7-25) nello stesso libro, Saul dice ai suoi servi: “cercatemi una donna che sappia evocare gli spiriti e io andrò da lei a consultarla”. E i servi gli risposero: “ecco, a Endor c’è una donna che evoca gli spiriti”. Quella donna evocherà realmente lo spirito di Samuele, e nel testo non c’è alcun segno che quella evocazione sia considerata blasfema e illecita. Si può dunque capire come i primi cristiani avessero un’attitudine basata sulla tolleranza nei confronti delle persone accusate di stregoneria e si comportassero complessivamente in modo simile a quello tenuto dagli antichi romani, che si preoccupavano delle streghe solo quando era possibile provare che avevano commesso un delitto. Con l’eccezione di Agostino, dunque, il Magistero cattolico si limitava a condannare la convinzione che le streghe esistessero. In questo senso fu particolarmente importante il Concilio di Ancira (IX secolo) che aveva formalizzato questi convincimenti inserendoli nel cosiddetto Canon Episcopi, incorporato nel 1284 nei Decretales di Gregorio IX e perciò divenuto parte della legge canonica.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 3

Di dee notturne, misteriose e quasi sempre malvagie si sono riempiti i sogni degli europei che hanno lasciato tracimare nella propria cultura i riti barbarici dei Traci, degli Sciti, dei Celti e di Daci. Questi miti sono sopravvissuti anche in tempi nei quali sembrava aver prevalso il culto delle nuove divinità: nelle cerimonie di nozze della tarda romanità gli sposi, dopo aver sacrificato agli dei ufficiali, riservavano particolari attenzioni alle divinità sotterranee alle quali portavano doni e rivolgevano preghiere, sempre evitando di pronunciarne il nome. Questi riti erano frutto della superstizione e della paura: una giovane sposa che sperava di diventare madre, non poteva ignorare il culto di Lamia, l’antica regina di Libia i cui figli erano stati uccisi da Giunone e che era divenuta una feroce assassina di bambini. In Grecia crebbe, prima nell’isola di Lemnos  e poi un po’ ovunque, il culto di Efesto, un dio brutto e cattivo, oltretutto anche un po’ danneggiato nel fisico essendo stato scaraventato giù dall’Olimpo dallo stesso Giove (o da Era, sua madre, che comunque non era ben disposta nei suoi confronti): come è naturale, viene in mente la cauda di Lucifero (sicut fulgur de coelo cadentem….). Non è dunque strano che la prima donna bruciata per stregoneria della quale si conservi memoria sia stata una certa Theoris, che viveva proprio a Lemnos e che con ogni probabilità sacrificava a Efeso.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 2

Quando siano arrivate, presumibilmente volando, le streghe, è difficile dirlo. La parola deriva dal termine greco stryx, strige, uccello notturno, forse civetta e forse barbagianni, una parola alla quale i Greci davano un particolare significato, connesso con la saggezza che arriva in premio all’età e all’esperienza, tanto che chiamavano con questo nome gli anziani che sapevano decifrare i segnali della natura e portare così utile consiglio ai governanti delle città. Strige divenne poi soprattutto, nell’interpretazione che ne davano i Romani, un temibile uccello notturno che, come i vampiri, succhiava il sangue dei bambini nelle culle e istillava tra le loro labbra il suo latte avvelenato. Così, per successive aggregazioni, si configurò lentamente la figura moderna della strega.

Gerolamo Tartarotti, nel suo libro “Del Congresso Notturno delle lammie”, pubblicato nel 1749, scriveva che “il moderno congresso notturno delle streghe altro non è che un impasto della Lilith degli ebrei, della Lammia e delle Gellone dei Greci, delle Strigi, Streghe e Volatili dei Latini”.

A queste figure misteriose e ambivalenti – non tutte e non sempre erano volte unicamente al male – altre se ne aggiungevano che l’immaginazione popolare costruiva, dando volto e nome ai fantasmi che popolavano i sogni dei più derelitti:  la Vicca, la Janara di Benevento, la Zucculara, l’Urìa, la Manalonga. In Romagna, terra che non ama i luoghi comuni, molto più delle streghe imperversavano i peciablégul, o cheicablégul, antipatici folletti che violentavano le donne che dormivano ignude, attaccavano le serpi alle mammelle delle vacche e sporcavano di feci le code di tutti gli animali della stalla. In alcuni casi l’interpretazione malevola era praticamente inevitabile: si pensi al Sabba, che certamente tradisce l’innocenza delle prime riunioni notturne femminili : il nome deriva da Sabazio, il cui culto – che  ebbe ampia diffusione sia in Grecia che a Roma – era fortemente legato alla figura del serpente e aveva a che fare con la fertilità, tanto che tra i riti che lo celebravano era molto nota una festa orgiastica molto simile a quelle che onoravano Dioniso. I Sabba divennero ben presto parte del Gioco di Diana, un corteo di streghe, stregoni e spiriti infernali che seguiva la dea triforme per il cielo, dedicandosi al canto, al ballo e ad altre attività meno virtuose. È dunque ovvio che nella figura della strega si mescolassero almeno due componenti: una più colta che aveva a che fare con divinità femminili che avevano stretti rapporti con l’occulto e la magia; uno più popolare che derivava direttamente da riti e cerimonie eseguiti in onore di divinità misteriose, celebrati in tutta Europa  soprattutto da donne. Secoli dopo, a queste due componenti se ne aggiungerà una terza, inventata di sana pianta dal cattolicesimo, che vedeva ovunque l’eresia e attribuiva anche alle più ingenue manifestazioni del folclore il significato di vere e proprie manifestazioni diaboliche.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 1

La più grande nemica della stregoneria è sempre stata la Chiesa Cattolica, che ha contrastato duramente qualsivoglia impiego della magia, anche quello rivolto a fini positivi: non esiste, per la Chiesa, una “magia bianca” che possa essere accettata e considerata con tolleranza. Non è stata una battaglia facile. Al contrario dei preti, comparsi tra noi piuttosto recentemente, i maghi sono sempre esistiti e l’uomo ha sempre fatto ricorso al loro aiuto per cercare scorciatoie utili e per realizzare i propri desideri. Molte pitture trovate nelle caverne e risalenti al paleolitico, avevano probabilmente significati magici: dipingere una caccia al bisonte non aveva tanto il significato di fissare un evento fortunato, quanto quello di impegnare la magia a far sì che quell’evento si ripetesse. Per secoli e secoli coloro che erano considerati detentori di poteri magici sono stati rispettati e implorati, ed è evidente quanto tutto ciò sia contrario ai principi della religione cattolica, che insegnano che è il volere di Dio – e non l’intervento dell’uomo – a far sì che le cose accadano. Ma il rapporto tra il cristianesimo e i poteri occulti, le forze della magia e della stregoneria, sono stati particolarmente complessi. Sul fatto che gli uomini abbiano creduto in misteriose e occulte forze capaci di rappresentare o di impersonare l’essenza stessa del male fin dai tempi più antichi, penso che esista un accordo generale tra gli studiosi, ed è del resto molto difficile immaginare che fantasie, paure e superstizioni abbiano costruito soltanto ipotetiche forze del bene senza mai immaginare qualcosa che le contrastasse.  Il male oscuro e corrotto – ma anche in qualche modo affascinante – che nutre e ispira la magia nera era ben noto ai Greci e ai Romani, che dedicavano orribili riti a un grande numero di demoni e di dei del sotterra. Alcune di queste divinità avevano un nome e venivano onorate, anche se non sempre in modo palese; molte di esse erano di sesso femminile e il loro nome non poteva essere pronunciato, così che di esse conosciamo solo il cognomen, quello che poteva essere invocato  nelle preghiere e nei riti propiziatori. Non mancavano divinità malevole di sesso maschile: Summano, ad esempio, che scagliava i fulmini notturni (di giorno il privilegio apparteneva a Giove ) e Mormo, il vampiro servo di Ecate, spesso presente nella mitologia greca. Ecate era invece una divinità sessualmente ambigua, che possedeva entrambi i principi della generazione: con il trascorrere dei secoli prevalse l’idea che si trattasse di una divinità essenzialmente femminile   tanto che fu considerata la dea degli spettri, degli incantesimi e delle streghe e i suoi simulacri erano spesso collocati nei quadrivi  per proteggere i viandanti da queste forze del male. Impenetrabili, persino più di Ecate, erano le divinità trine, come le Erinni,le Gorgoni, le Esperidi e la stessa Diana triforme, e altrettanto indecifrabile era Proserpina della quale Apuleio, nelle Metamorfosi, scriveva:

 Seu nocturnis ululatibus

Horrenda Proserpina

Triformi facie larvales  impetus

Comprimens terraeque  claustra

Cohibens lucos diversos

Inerrans vario cultu propitiaris

 

 (O terribile Proserpina/ dai tre volti/ che respingi gli assalti degli spettri/ sia con ululati notturni / sia frapponendo ostacoli sul terreno/ mentre ti aggiri in diversi boschi sacri/ lasciati placare da un rituale mutevole).