L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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L’Evoluzione del Concetto di Bellezza Femminile nell’Arte e nella Società


Ana Rossetti – Vieni, entra e coglimi

serpente

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


Le parole del sesso (V.M.18…)

Nell’atto IV scena I della tragedia “The Jew of Malta”, scritta nel 1590 dal  grande drammaturgo inglese Christopher Marlowe (1564-1593), massimo esponente del dramma elisabettiano dopo il sommo William Shakespeare, e scomparso prematuramente a 29 anni di età in circostanze misteriose, il protagonista Barabas “l’ebreo di Malta” esclama ad un certo punto, in italiano: “Cazzo Diabolo!”. Un commentatore dell’epoca, tale Gifford, scrisse in una nota esplicativa al testo per gli spettatori ed i lettori inglesi che cazzo è: “a petty oath, a cant exclamation, generally expressive, among the Italian populace, who have it constantly on their mouth, of defiance and contempt”, cioè, più o meno, “un volgare spergiuro o esclamazione che per gli italiani, che lo usano costantemente, vuole generalmente esprimere disprezzo e dispetto”.

Due secoli e mezzo dopo, Giacomo Leopardi ci offre un autorevole esempio di come la stessa parola possa essere usata come rafforzativo spregiativo in locuzioni negative: “Sono guarito […] in grazia dell’aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti.” (G. Leopardi, Lettere)

E quanta modernità c’è nell’uso del termine fatto da Niccolò Machiavelli (1469-1527), in una lettera indirizzata a tale Ludovico Alemanni, circa cinque secoli fa, nella quale si lamentava del fatto che Ludovico Ariosto non lo avesse ricordato tra i poeti migliori: “Ho letto l’ Orlando furioso dello Ariosto et veramente il poema è bello tutto, et in molti luoghi è mirabile. Se si trova costì, raccomandatemi a lui, et ditegli che io mi dolgo solo che, havendo ricordato tanti poeti, mi habbi lasciato dietro come un cazzo.”

L’allegro e gioviale, nonché geniale, Leonardo da Vinci (1452-1519), amava invece raccontare barzellette e spesso usava un vocabolario scurrile, come dimostra questa “tiritera” trovata tra i suoi appunti, che sarebbe inutile trasmettere in tv perché verrebbe coperta da un unico lunghissimo beep: “Nuovo cazzo, cazzuolo, cazzellone, cazzatello, cazzata, cazzelleria, cazzo inferrigno e cazzo erbato”.

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Questi esempi letterari ci ricordano che esiste in italiano (come, del resto, in ogni altra lingua del pianeta) una parte considerevole del vocabolario composta di parole di chiara origine sessuale considerate, probabilmente a ragione, volgari e comunque sconvenienti, ma ciononostante usate frequentemente nel linguaggio informale. Talvolta queste parole vengono usate per il loro esplicito valore semantico, altre volte fungono da “riempitivi” in espressioni ed esclamazioni di vario tipo. Resta il fatto che si tratta di parole registrate in tutti i dizionari ed usate con una frequenza maggiore di quanto l’etichetta tolleri come accettabile (basta guardare un film in TV, magari un poliziesco, dove sempre più spesso i dialoghi fanno uso di un “vocabolario forte”, o ascoltare un po’ di musica leggera, e risparmio al lettore per decenza un lungo elenco di titoli “incriminabili”); sono parole tabù, in alcuni casi, e denigrate come lemmi di serie B (secondo me a torto: le parole hanno tutte la stessa dignità, semmai sono le intenzioni di chi le usa ad essere di serie B), ma questo non gli impedisce di avere alle spalle una lunga storia di usi ed abusi, e spesso presentano etimologie singolari ed estremamente interessanti. E, come avrete intuito, per il vostro affezionato etimologo la tentazione di analizzare queste parole è troppo forte per non buttarcisi a capofitto. Quindi, una volta allontanati i bambini e gli adulti troppo suscettibili, cominciamo la nostra carrellata sul vocabolario “erotico”, cioè relativo ad Eros, dio greco dell’amore.

In principio era il sesso, parola che, a dispetto del metus reverentialis che incute nelle coscienze dei benpensanti, non è altro che l’evoluzione del latino sexus, derivato dal verbo secare “tagliare”, e si riferisce semplicemente alla “divisione” in maschi e femmine.

Quanto all’organo genitale maschile precedentemente citato, la parola cazzo ha un’etimologia incerta. Per qualcuno si tratterebbe del volgare latino *cattia, che indicava un mestolo di metallo; per altri potrebbe derivare dal greco akation “albero maestro della nave”; ma l’ipotesi che soddisfa di più è quella che coinvolge la parola latina captius, dal verbo capere “catturare”, nome che indicava un bastone di legno di forma cilindrica appuntito da un lato per poter essere conficcato nel terreno: a questo bastone si legava una corda che serviva da guinzaglio per le pecore, al fine di evitare che le greggi si disperdessero durante il pascolo. Per analogia di forma, poi, la parola captius, evolutasi in cazzo all’inizio dell’alto Medioevo, avrebbe cominciato a indicare anche il membro maschile. E già che siamo in tema, la parola testicolo deriva dal latino testes “testimone”: fu il poeta satirico romano Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.) a indicare con il nome di testes le ghiandole genitali maschili, in quanto le considerava i testimoni della virilità. E le parole riguardanti il maschio, purtroppo, si fermano qui. Quelle che riguardano la femmina, chissà per quale ragione, sono invece molte di più.

Uno dei numerosi vocaboli per indicare l’organo genitale femminile, fica, deriverebbe dal greco sycon, che valeva “fico”, ma anche “vulva”. La traduzione latina era appunto ficus “fico”, frutto che una volta aperto ricorderebbe l’organo femminile. Qualcun altro ha voluto vedere anche un collegamento con il verbo ficcare, che tuttavia non convince del tutto. Quanto al seno della donna, mi limito ad analizzare i due nomi più diffusi: tetta, con la sua variante dialettale zizza, deriva dal latino titta “capezzolo”, mentre il pur simile zinna deriva invece dal longobardo zinna “merlo di muraglia” e quindi “sporgenza”. Altra parola molto diffusa in tutta l’area romanza, ma che presenta una etimologia alquanto incerta, è culo. Secondo alcuni l’etimo sarebbe da ricercare in una radice indoeuropea che significa “cavità”, da cui deriverebbe anchecunnus “vulva” (cfr. spagnolo coño, catalano cony, di uguale significato), secondo altri ci sarebbe analogia con il greco koílos “vuoto, concavo”, da cui kólon “intestino crasso”. Secondo una suggestiva ipotesi etimologica, anchecoelum “cielo” deriverebbe da koílos, ricordando la forma della cavità celeste. Questa stessa forma spiegherebbe anche perché il fondo di un recipiente di vetro si chiama culo.

Da che mondo è mondo, il comportamento sessuale della femmina è sempre stato sotto lo stretto controllo e il severo giudizio da parte del maschio. La donna oculata nelle sue scelte sessuali è casta, pura, fedele e degna di trovare marito. Per indicare quella più “esuberante” nei suoi costumi sessuali, invece, esiste una mole imbarazzante di epiteti. “Or ti conosco io tutta/ o barattiera svergognata putta”, sembrerebbero versi tratti da un sonetto lussurioso di Pietro Aretino, e invece sono stati vergati dal professor Giosuè Carducci. Putta è forma arcaica perputtana, lemma che ritroviamo in tutta l’area neolatina (cfr. spagnolo e catalano puta, francese putaine, etc.), ma che presenta una grande varietà di ipotesi di etimologia. Per esempio il latino putta “ragazza” diventerebbe puttana attraverso il francese, con influsso di putidus “laido, puzzolente”. Ma Puta, letteralmente “potatura” in latino, era anche il nome di una dea minore dell’agricoltura: durante le celebrazioni in suo nome avveniva la potatura degli alberi mentre le sacerdotesse si dedicavano ad estemporanei baccanali. Un’altra ipotesi, sicuramente più fantasiosa, ricorre al verbo putare“pensare, considerare” e ricorda che quando i romani conquistarono la Grecia, culturalmente superiore, utilizzarono gli schiavi greci come precettori per i loro figli. Le femmine, invece, furono usate come concubine, ma i padroni si accorsero presto che quelle donne erano, oltre che ben edotte nell’arte amorosa, anche abili conversatrici e conoscitrici di scienze come la matematica, l’astronomia e la filosofia, conquistandosi così la fama di putae, cioè “pensatrici”.

Ci sono, ovviamente, nomi un po’ più forbiti. Meretrice, che vale letteralmente “colei che merita un compenso per le sue prestazioni”, da meretrix “meritevole” a sua volta dal verbo merere “meritare”. Prostituta è “colei che fa commercio di ciò che è strettamente legato alla libertà e alla dignità umana”, dal latino prostituere “porre davanti a sé, esporre” composto di pro e statuere.

Ma la maggior parte dei nomi non è, evidentemente, materiale per fini dicitori. Esiste, per esempio, zoccola, che non è il femminile di zoccolo, derivato dal latino *socculus “piccolo calzare”, bensì deriva da sorex “sorcio” e indica il grosso topo di fogna, ma anche la donna grossolana e spregevole per i suoi costumi sessuali. Sorprendente è l’etimo di troia, che non ha nulla a che fare con la famosa Elena di Troia (dei cui comportamenti non voglio giudicare), bensì allude al famoso espediente usato da Ulisse, cioè il cavallo di Troia, ripieno di uomini. In latino volgare troia indicava la scrofa, ed era anche il nome di un piatto a base di carne di maiale ripieno di cacciagione (porcus troianus).  C’è, infine, mignotta, parola di origine francese che deriva da mignon “piccolo”, ma anche “grazioso”, e che indica la ragazza giovane e carina che si vende agli uomini. Sull’argomento, tuttavia, ci sono anche altre ipotesi, come conferma questo gustoso brano di Festa Campanile: “A Roma mignotta non suona come una parola vezzeggiativa, ma nemmeno denigratoria. Non è un termine sprezzante, è un qualificativo: si chiama mignotta chi vende la propria cosina, come si dice panettiere chi vende il pane e lattaio chi vende il latte. La gente istruita e quelli che hanno un certo spirito tra i popolani la intendono derivante da mater ignota, come si scriveva nel registro in cui erano segnati i trovatelli e si abbreviava così: m. ignota. Ciò che ha una certa verosimiglianza, dato che tra le prostitute abbondano le figlie di nessuna.” (P. Festa Campanile, La strega innamorata, Bompiani,  1985).


Giovanna di Castiglia, la Regina Pazza

Giovanna di Castiglia

La storia di Giovanna di Castiglia è senz’altro una delle storie più drammatiche della storia medievale.

Giovanna folle per amore o Giovanna donna emancipata ed intelligente schiacciata dal dovere di stato e da regole morali e sociali che non riusciva ad accettare?

La controversia divide gli storici  da sempre ed i suoi stessi biografi contemporanei dettero spesso versioni diverse e contrastanti dei suoi comportamenti.

Ma  il percorso esistenziale di Giovanna va senz’altro inserito sia nella sua epoca, ma soprattutto nella regole e negli scopi politici della sua famiglia.

Giovanna nasce nel 1479 a Toledo da isabella di Castiglia e da Ferdinando di Aragona  regnanti di spagna.

Dico regnanti perché, avvenimento raro per quei tempi, isabelle e Ferdinando pur unificando la spagna in un unico regno, mantennero per patto matrimoniali, i poteri uguali e divisi nei rispettivi regni: Castiglia e Aragona.

Anche la nascita a Toledo è già premonitrice di un percorso legato ad un  ineluttabile percorso politico.

Isabella, figura forte che dominerà figli e marito per tutta la vita, usava partorire i suoi figli in città sempre diverse della spagna, giungendo gravida agli ultimi mesi in groppa ad una mula.

Oggi la chiameremo strategia di comunicazione o valorizzazione di immagine.

Ma Isabella sapeva che farsi vedere da tutti i suoi sudditi sempre, ma in particolar modo al momento del parto dei principi avrebbe rafforzato la nuova monarchia.

Giovanna fu la terza di cinque figli: tutti destinati dalla nascita a ricoprire posti strategici negli stati dell’ Europa.

Tutti divennero re e regine, basti pensare alla sorella di Giovanna, Caterina che divenne dopo la vedovanza dal principe Arturo moglie di Enrico VIII d’Inghilterra.

L’infanzia di Giovanna fu l’infanzia solitaria ed infelice dei piccoli principi sacrificati nel loro bisogno d’amore, come tutti i bambini, al dovere della ragion di stato.

Era una bambina silenziosa e poco socievole, divenne un adolescente ribelle problematica con un grosso e spesso espresso conflitto con la figura della grande madre.

Fu indubbiamente nell’adolescenza che cominciarono a manifestarsi segnali di quel disturbo alimentare, oggi definito bulimia ed anoressia che la accompagnerà tutta la vita.

Ma nel 1496 Giovanna viene data in sposa a Filippo detto il bello, figlio di Massimiliano d’Asburgo, e questo evento sconvolgerà definitivamente la vite della principessa di Castiglia.

Il matrimonio nato come alleanza strategica di due potenti regni diventa da subito rapporto di amore e di forte passione. Giovanna è innamoratissima del bel marito e lei vissuta nella bigotta corte spagnola è sconvolta dalla passione dei sensi.

Giovanna ha 19 anni, il bello 23.

La corte fiamminga appare nuova e sconcertante alla giovane spagnola che non si farà mai accettare dalla nobiltà.

Ma lei ha occhi solo per il suo Filippo e lui le basta.

In 10 anni Giovanna partorisce 6 figli, tra i quali quel Carlo che diventerà Carlo v sul cui impero non tramontava mai il sole

Ma se l’amore è eterno per alcuni. non lo è per altri.

E se eterno lo fu per Giovanna non lo fu altrettanto per Filippo.

Il giovane principe, che le cronache descrivono come degno del suo soprannome, cominciò presto ad avere giovani ed innominate amanti, a frequentare da solo o con amici osterie e a dedicarsi ad ogni piacere.

Non era cosa che Giovanna, principessa di Castiglia potesse accettare di buon grado.

Le scenate si ripetevano eclatanti anche nelle occasioni ufficiali.

Giovanna urlava, tirava oggetti, si buttava per terra, non mangiava per giorni.

Filippo rispondeva a volte con indifferenza, a volte, sempre raccontano gli storici contemporanei, alzando le mani sull’infelice creatura.

La leggenda della follia d’amore di Giovanna cominciò a correre per l’Europa ed arrivò fino alla severa corte spagnola preoccupando isabella e Ferdinando che vedevano in tutto ciò una destabilizzazione del loro disegno.

Giovanna, isabella gravemente malata di tumore all’utero, era infatti stata designata erede della Castiglia.

I reali invitarono la coppia, Giovanna e Filippo, in spagna, al fine di conoscere possedimenti e di farsi riconoscere dal popolo.

Giovanna accettò di malincuore temendo un tranello per non farla tornare in fiandra assieme all’amato.

Filippo ambizioso vide nel viaggio e nelle stranezze di Giovanna, l’ipotesi di divenire unico re di spagna.

Nel corso della visita la situazione psicologica della principessa precipitò: le scenate di gelosia e i digiuni seguiti da abbuffate notturne si moltiplicarono.

Ormai era per tutti “la loca”.

Morta Isabella Ferdinando reggente a nome di Giovanna della Castiglia, le impedisce di seguire Filippo nel viaggio di ritorno in fiandra e la rinchiude nel castello della Mata di Medina.

E’ il colpo di grazia.

Nel 1506 Filippo muore probabilmente di complicanze virali.

Giovanna si rifiuta di far seppellire il marito che viene imbalsamato e conservato vicino a lei.

La ormai regina di Castiglia parla per ore con il cadavere, lo accarezza, lo bacia: nessuna donna glielo potrà più strappare. finalmente Filippo è suo, solo suo.

Quando è costretta ad abbandonare Burgos, dove è prigioniera del padre, per un epidemia di peste, costringe il seguito a portarsi dietro il cadavere di Filippo.

Ferdinando stanco di tanta follia e consapevole del pericolo per l’unità spagnola di questa sovrana la rinchiude nella fortezza di Tordesillas.

Giovanna ci rimarrà 46 anni.

A conferma della sua follia rifiuterà per 46 anni la confessione e i sacramenti.

Suo figlio Carlo v che quasi non l’ha conosciuta è ormai imperatore, altri suoi figli e figlie sono sui troni di Europa. sua nipote maria, detta la sanguinaria, è regina d’Inghilterra.

Muore vestita di stracci, irriconoscibile, nel1515.

Sulla sua tomba si recherà solo il nipote Filippo II°.

Le sue ultime lettere denunciano il pensiero chiaro, consapevole e doloroso di una donna che era vissuta in un epoca troppo distante dalla sua sensibilità e dalle sue potenzialità intellettive.

Oggi Giovanna sarebbe stata definita una sindrome bipolare con alterazioni del comportamento alimentare: quello che viene definito il fuoco sacro, la patologia dei geni


La chiave – Tinto Brass

Goditi “La chiave”

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Come lo fu “Profondo Rosso” per Argento anche “La Chiave” rappresenta per Tinto Brass il suo “punto di non ritorno” cinematografico. Dopo questo film infatti il porcellone Tinto si lancera’ anima e corpo (delle fanciulle ignude pero’) per diventarnee finalmente cantore e autore di genere. E ci voleva questo enorme inaspettato successo di cassetta per capire che “Salon Kitty” (1975) e “Action” (1980) non sarebbero piu’ rimasti abbandonati se stessi. Da un romanzo sporcaccione di Tanizaki (1956) Brass realizza un plumbeo d’autore: decadente, pessimista, inquietante, grottesco, sarcastico, orrorifico dramma tinto di eros e thanatos con la complicita’ galeotta delle scenografie barocche di Paolo Biagetti, dei costumi scostumati di Vera Cozzolino e Michaela Gisotti, della fotografia isolana di Silvano Ippoliti e delle musiche tronfie di Ennio Morricone. Senza dimenticare l’ingaglioffito sarcasmo di Frank Finlay (doppiato egregiamente da un divertito Paolo Bonacelli) e l’indimenticabile fedifraga di Stefania Sandrelli (ignuda tra le calli) che fa in un’ora e quaranta minuti di film cio’ che mai aveva osato fare in vent’anni di onorata carriera: cavalca, ocheggia, ansima, deretaneggia, piscia in calletta e si masturba e, quando ne trova il tempo, “recita” con punte di inquieta sonnolenza. Presentato fuori concorso alla biennale di Venezia e stroncato dai critici di mezzo mondo rilancio’ alla grande la carriera della Sandrelli la quale mai si penti’, e a ragione visti i risultati, della scelta fatta all’epoca.

La vicenda del film si svolge a Venezia, una Venezia del tempo fascista alla vigilia della dichiarazione della seconda guerra mondiale. E’ la storia di un anziano professore inglese, direttore della Biennale d’arte, e della sua giovane moglie Teresa. Ambedue sono alla ricerca del proprio “io” nel loro rapporto sessuale. Un giorno il marito lascia di proposito sul pavimento del suo studio la chiave che apre il cassetto in cui tiene nascosto il diario ove egli narra le sue lussuriose fantasie. Teresa, per caso, trova la chiave, apre il cassetto e si impossessa del diario. Lo legge ed è spinta, a sua volta, a scriverne uno suo in cui anch’essa confessa tutta la sua passione amorosa e gli inganni che essa consuma insieme al giovane fidanzato della figlia. Fra i due coniugi si stabilisce un dialogo ambiguo e perverso tramite i rispettivi diari. La grama vicenda si conclude con la morte improvvisa del marito, vittima dei giochi sessuali cui di continuo si abbandonava.

GENERE: Commedia, Erotico
REGIA: Tinto Brass
SCENEGGIATURA: Tinto Brass
ATTORI:
Stefania Sandrelli, Frank Finlay, Franco Branciaroli, Maria Grazia Bon, Armando Marra, Barbara Cupisti,Gino Cavalieri, Eolo Capritti, Piero Bortoluzzi, Marina Cecchetelli, Arnaldo Momo, Giovanni Michelagnoli,Ricky Tognazzi, Ugo Tognazzi, Gianfranco Bullo, Milly Corinaldi, Maria Pia Colonnello, Luciano Croato,Luciano Gasperi, Edgardo Fugagnoli

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Silvano Ippoliti
MONTAGGIO: Tinto Brass, Fiorenza Muller
MUSICHE: Ennio Morricone
PRODUZIONE: GIOVANNI BERTOLUCCI PER SAN FRANCISCO FILM
DISTRIBUZIONE: GAUMONT
PAESE: Italia 1983
DURATA: 110 Min
FORMATO: Colore PANORAMICO, TELECOLOR
VISTO CENSURA: 18

SOGGETTO:
ROMANZO OMONIMO DI JUNICHIRO TANIZAKI
CRITICA:
“Cadenze veneziane, gorgorigmi del fascismo che decade, catafratti di un bel corpo declinante, scorci nudi di un erotismo che decede. Brutto no, bello nemmeno, ben montato di certo.” (Segnocinema).”Il veneziano Tinto Brass vernicia con maliziosa eleganza un noioso classico della letteratura erotica giapponese, facendone un campionario di rotondità femminili. L’opulenta e gioiosa Stefania Sandrelli non lascia nulla all’immaginazione, sbattendo in faccia allo spettatore tutto il fenomenale bendiddio fornitole da madre natura”. (Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 10 novembre 2000)
NOTE:
– I BOZZETTI DEI COSTUMI SONO DI JAKOB JOST.

Cogli la prima mela – Angelo Branduardi

[http://youtu.be/czIePMqeLyg]


Franco Battiato – The age of hermaphrodites


Nina Hagen – african reggae live


Franca Rame:

Documenti sullo stupro di Franca Rame dagli archivi di “Repubblica”

 

Rame, Franca. – Attrice italiana (Parabiago 1929 – Milano 2013). Figlia d’arte, debuttò giovanissima nella compagnia girovaga del padre. Passata alla rivista nel1948, incontrò D. Fo, divenuto poi suo marito, nello spettacolo di cabaret Il dito nell’occhio (1953). Dal 1958 è stata protagonista delle numerose commedie scritte da Fo. Si è imposta con una recitazione estrosa ed aggressiva, passando con disinvoltura dalla satira spregiudicata di La signora è da buttare (1967) ai toni sarcastici del Fabulazzo osceno (1981), alla didattica semiseria di Sesso? Grazie, tanto per gradire (1994); come attrice e autrice (sempre in collaborazione con Fo) ha trattato con coraggio e polemica la condizione femminile (Tutta casa, letto e chiesa, 1978; Coppia aperta, 1984; Parliamo di donne, 1991). Dei successivi lavori si ricordano: Il diavolo con le zinne (1997),spettacolo comico grottesco, in cui ha affiancato G. Albertazzi; Marino libero! Marino è innocente! (1998), rivisitazione polemica del caso Sofri; Lu santo jullare Francesco (1999), monologo sulla figura del santo di Assisi. Nel 2009, insieme a D. Fo, ha scritto l’autobiografia Una vita all’improvvisa. Nel 2006 è stata eletta al Senato con la lista Italia dei Valori, esperienza conclusasi nel 2008 che l’attrice ha descritto nel testo In fuga dal Senato, pubblicato postumo nel 2013.


Erin Brockovich – Forte come la verità

Goditi “Erin Brockovich – Forte come la verità” 

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Con due matrimoni falliti alle spalle e tre bambini ancora piccoli da crescere, Erin Brockovic sente di essere sul punto di arrendersi di fronte alle difficoltà che la assillano. Non ha un lavoro, non può pagare le bollette, e per di più il tribunale le ha dato torto nella causa per un incidente d’auto di cui era rimasta vittima. Disperata, va da Ed, l’avvocato che l’aveva difesa, e lo supplica di darle un lavoro nel suo studio, uno qualunque. Incaricata di archiviare le vecchie pratiche, Erin si imbatte per caso in alcuni referti medici contenuti in un fascicolo di tutt’altro argomento. Incuriosita dalla presenza di quelle carte inserite nella documentazione relativa ad alcune proprietà immobiliari, la ragazza comincia a leggerle, per poi accorgersi del motivo: si tratta di un abile sistema per coprire un gravissimo caso di avvelenamento delle acque. Da tempo gli abitanti di Hinkley, cittadina californiana, si ammalano e muoiono senza sapere il perché. Nell’archivio idrico della contea, Erin trova conferma ai propri sospetti: il cromo esavalente, liquido velenoso usato per evitare la corrosione dei metalli, finiva nell’acqua corrente usata nelle case degli abitanti. Aiutata da Ed e dal suo studio, Erin si reca sul posto, contatta le persone, all’inizio diffidenti e poi convinte dalla sua determinazione. Così Erin raccoglie oltre seicento firme di adesione: tutta gente che si costituisce parte civile contro la ditta PG & E. Con tanta, probante documentazione, il verdetto non può che essere uno: la ditta viene riconosciuta colpevole e condannata a pagare 333 milioni di dollari di risarcimento. Quando tutto è concluso, Ed porta a Erin la parte che le spetta, due milioni di dollari.

GENERE: Drammatico
REGIA: Steven Soderbergh
SCENEGGIATURA: Susannah Grant
ATTORI:
Julia Roberts, Albert Finney, David Brisbin, Dawn Didawick, Conchata Ferrell, Valente Rodriguez, Aaron Eckhart, Jack Gill, Irene Olga Lopez, George Rocky Sullivan, Pat Skipper, Adilah Barnes, Marg Helgenberger, Irina V. Passmoore, Scotty Leavenworth, Gemmenne de la Peña, Erin Brockovich-Ellis,Randy Lowell, Jamie Harrold

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Edward Lachman
MONTAGGIO: Anne V. Coates
MUSICHE: Thomas Newman
PRODUZIONE: DANNY DE VITO, MICHAEL SHAMBERG, STACEY SHER
DISTRIBUZIONE: COLUMBIA TRISTAR FILMS ITALIA (2000)
PAESE: USA 2000
DURATA: 130 Min
FORMATO: Colore

CRITICA:
“La storia è vera. ma la Roberts gigioneggia al di là di ogni umana sopportazione. E Soderbergh le dà corda. Gli americani hanno grigato al miracolo. Contenti loro. C’è anche la vera Erin. Nei panni di una cameriera”. (Paola Piacenza, ‘IO donna’, 22 Aprile 2000)”Ispirato a un autentico caso di cronaca, ‘Erin Brockovich’ comportava diversi rischi (…). Il pericolo è largamente evitato dal bravo Steven Soderbergh grazie a una narrazione spedita e fluida, senza pause declamatorie o lungaggini anzi, piuttosto provvista di humor”. (Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 16 aprile 2000)”Scritto in spirito femminile e femminista da Susannah Grant, ‘Erin Brockovich’ è un buon prodotto di confezione cui il regista Steven Soderbergh conferisce smalto naturalistico, mettendosi al servizio della luminosa interprete”. (Alessandra Levantesi, ‘La Stampa’, 16 aprile 2000)”Il cinema ha ancora bisogno di eroi. Così gli americani hanno ripreso a far film coi pugni in tasca, scendendo finalmente dalle guerre stellari alle terrestri. Dopo ‘Insider’, che attacca le multinazionali del tabacco, ecco l’altrettanto civile, appassionato e divertente “Erin Brockovich” diretto da quello Steven Soderbergh che dopo aver trattato sesso, bugie e videotape, torna sulle bugie (…) La cosa rara è che ‘Erin Brockovich’ è un film-denuncia, come si facevano in Italia negli Anni 60, ma non gli manca a del professionismo hollywoodiano, tanto che l’aggettivo didascalico si sposa al sostantivo ‘entertainment’ senza far sconti al dramma civile, uno dei tanti cui speriamo di non abituarci. C’è l’optional del divismo, che fa circolare meglio il prodotto. Sorpresa: Julia Roberts che, nel pieno di una stagione di fortunate smorfie sentimentali, qui, opportunamente rinforzata nel seno, si impegna e s’impone come una bravissima attrice drammatica, espressiva, varia, commovente senza retorica e giusta per il neo-realismo hollywoodiano: i suoi occhi vivi t’inseguono fino all’uscita”. (Maurizio Porro, ‘Il Corriere della Sera’, 15 aprile 2000)”Della serie: grande nazione l’America, immuno-dotata di anticorpi per le infezioni del capitalismo. Madre di tutte le malattie, la rapacità. Parte da mattatrice per Julia Roberts, esuberante di curve e di convinzioni etiche, alla ricerca ostinata della Meryl Streep che c’è in lei. Steven Soderbegh si rivela sempre più adatto come grande regista di servizio e ritrova il “new american cinema” anni ’70 di case povere, province di sobborghi industriali, gente ignara e ignorante colpita nella fiducia”. (Silvio Danese, ‘Il Giorno’, 15 aprile 2000)
NOTE:
– PREMI: GOLDEN GLOBE E OSCAR 2001 A JULIA ROBERTS COME MIGLIOR ATTRICE DRAMMATICA.- NOMINATIONS ALL’OSCAR 2001 PER MIGLIOR FILM; MIGLIOR REGISTA A STEVEN SODERBERGH; MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA A ALBERT FINNEY; MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE A SUSANNAH GRANT.

Vittoria Colonna: la vita e la poesia

Vittoria “nata fra le vittorie”

Vittoria ColonnaFigura centrale della cultura del ‘500, Vittoria Colonna nacque a Marino (Roma) nel 1490, terzogenita di Fabrizio Colonna e di Agnese di Montefeltro. Di lei disse l’Ariosto che il nome le derivava dall’essere “nata fra le vittorie”, in quanto discendente di due nobili famiglie: i duchi di Marino, acerrimi nemici dei Borgia nella scalata al potere Vaticano, per parte di padre, e i duchi di Urbino, da cui Vittoria derivava per parte di madre, Agnese, figlia di Federico di Urbino e sorella del grande Guidobaldo da Montefeltro.
Vittoria Colonna (ritratto di Muziano del 1530)Nella contesa tra Francia e Spagna per la conquista del Regno di Napoli, i Colonna si schierarono in un primo tempo a fianco dell’esercito di Carlo VIII d’Angiò, ma poi, offesi dall’atteggiamento del re francese che si era alleato con i Borgia, passarono al servizio della Spagna. Banditi dallo Stato Pontificio da papa Alessandro VI, che ordinò la confisca di tutti i loro beni, per “troppa fedeltà” alla Corona spagnola, i Colonna si trasferirono a Napoli, dove abitarono un palazzo in via Mezzocannone, donatogli dagli Aragonesi.
In seguito la famiglia d’Avalos, di origine spagnola e per tradizione fedele agli Aragona, li ospitò per molti anni sul Castello di Ischia, che, grazie alla presenza colta e raffinata di Costanza d’Avalos, duchessa di Francavilla e governatrice dell’isola, era diventato uno dei centri culturali della corte aragonese, attorno al quale ruotavano poeti e letterati come Sannazzaro, Cariteo, Galeazzo di Tarsia, Moncada, Fuscano, Bernardo Tasso. L’amicizia fra le due famiglie, i Colonna e i d’Avalos, fu consolidata dalla decisione di concordare il matrimonio tra i propri figli ancora bambini, Vittoria e Francesco Ferrante, col beneplacito di re Federico, favorevole a un’unione che avrebbe ulteriormente rafforzato il legame tra i Colonna e la Corona Spagnola.

Ferrante d'AvalosIl 27 dicembre 1509, nella cattedrale del Castello di Ischia vennero celebrate le nozze tra Vittoria Colonna e Francesco Ferrante d’Avalos.
Il matrimonio stretto fra due discendenti di tanto illustri casate fu ovviamente molto fastoso e memorabile per il lusso e la magnificenza del convito. Le cronache dell’epoca si soffermano con dovizia di particolari a descrivere sia la magnificenza degli abiti (la sposa indossava una veste di broccato bianco con rami d’oro adornata di un mantello azzurro) che la ricchezza dei doni, come il letto alla francese di raso rosso foderato di taffettà azzurro, regalo del padre, Fabrizio Colonna, e una croce di diamanti e dodici braccialetti d’oro, dono dello sposo. Alle nozze parteciparono le migliori famiglie della nobiltà napoletana.
Ben presto Ferrante, insignito anche del titolo di marchese di Pescara, lasciò la giovane sposa, e partì agli ordini del suocero Fabrizio Colonna, militando sotto le bandiere spagnole nella guerra che opponeva Ferdinando il Cattolico al re di Francia.

Alfonso del Vasto (ritratto di Tiziano)Brevi furono i ritorni e soggiorni di Ferrante ad Ischia dove Vittoria dopo la sua partenza si era trasferita e dove lo attendeva trascorrendo il tempo tra conversazioni colte e la frequentazione di molti poeti e letterati. Su questo “scoglio”, al cospetto del golfo di Napoli, Vittoria Colonna dimorò quasi ininterrottamente dal 1509 al 1536.
Durante la sua permanenza a Ischia strinse una forte amicizia con Costanza di Francavilla, castellana colta ed energica che diventò per la giovane Vittoria una preziosa confidente e una guida anche per la sua formazione letteraria, per la quale non tardò a brillare a corte, tanto che i letterati chiamati dalla duchessa di Francavilla facevano a gara per celebrare e corteggiare la marchesa, ammirata per la sua cultura e per la sua austera bellezza. Questi anni la videro dunque musa di un cenacolo di letterati umanisti (Bernardo Tasso, padre di Torquato, Luigi Tansillo, Galeazzo di Tarsia, Girolamo Britonio, Capanio, Cariteo, Sannazaro) e le ispirarono rime amorose e spirituali composte per lo più in seguito alla morte dello sposo.
Altra intensa esperienza fu quella che si potrebbe definire una maternità spirituale verso il piccolo Alfonso del Vasto, cuginetto di Ferrante, che fu amato dalla poetessa al pari di un figlio, al punto che lo designò suo erede ed ebbe per lui parole di grande orgoglio quando, rispondendo anche ai pettegolezzi di corte sulla sua presunta sterilità, affermò: “non son sterile veramente, sendo nato dal mio intelletto costui.” La sua morte, avvenuta nel 1546 a Vigevano in battaglia, le lasciò un doloroso vuoto di cui ci è rimasta traccia in un meraviglioso e struggente sonetto (Rime, Sonetto CCVIII).

Gli anni ischitani di Vittoria furono segnati anche da gravi lutti: nel 1516 la morte del fratello Federico in giovanissima età, nel 1520 la perdita del padre Fabrizio e nel 1522 della madre Agnese di Montefeltro; in questa triste occasione rivide il consorte.
Nel quadro delle nuove ostilità tra Francia e Spagna, Ferrante fu chiamato da Carlo V a capo del suo esercito e partì per la Lombardia, dove nel corso della memorabile battaglia di Pavia del 1525 venne sconfitto e fatto prigioniero Francesco I. Il 25 novembre 1525, in seguito alle ferite riportate nel corso di questa stessa battaglia (non si sa se anche per sospetto veleno), morì Ferrante D’Avalos, che aveva avuto gran merito in questa vittoria.
L’amore e la devozione che portava al consorte, di cui non fu sposa felicissima anche per le continue infedeltà di lui, fecero di Vittoria una vedova esemplare. Tornata a Roma, chiese il permesso di ritirarsi nel convento di San Silvestro in Capite a papa Clemente VII, il quale acconsentì, ma con espresso divieto di prendere il velo. Questo fu solo l’inizio del suo peregrinare, che la condusse di preferenza nella quiete dei conventi, dove scrisse versi e lettere pieni di rimpianto e nostalgia per il “bel sole” perduto.

Il Castello AragoneseTuttavia il desiderio di Vittoria di vivere in ritiro fu contrastato dai membri della famiglia Colonna, in modo particolare dal fratello Ascanio, uomo turbolento e difficile, perduto dietro sogni di alchimia e negromanzia, che qualche tempo dopo la dolorosa perdita riuscì a persuaderla a ritornare a Marino. L’insistenza di quest’ultimo era dovuta al fatto che la presenza della sorella, dama romana e spagnola colta, risultava particolarmente preziosa in quegli anni caratterizzati da feroci dissidi tra la Chiesa e i Colonna. Il pontefice Clemente VII, infatti, per vendicarsi degli oltraggi subiti, comandò di radere al suolo i castelli dei Colonna costringendoli alla fuga. La stessa Vittoria, nonostante in ogni modo cercasse di mettere pace tra i contendenti, dovette fuggire da Marino a Napoli e al caro rifugio di Ischia.
Durante il Sacco di Roma del 1527, perpetrato dalle milizie mercenarie di Carlo V, ebbe gran parte negli aiuti alla popolazione romana: scrisse a quanti potevano intervenire per mitigare gli effetti di quella tragedia, offrì le proprie sostanze per riscattare i prigionieri e insieme a Costanza accolse le molte dame e letterati che cercarono rifugio sull’isola.
Intanto un altro uragano si preparava nelle vicinanze di Ischia: nella battaglia navale di Capo d’Orso, combattuta nel golfo di Salerno nell’aprile 1528, dove Filippino Doria vinceva sugli Imperiali, furono fatti prigionieri Ascanio e Camillo Colonna, insieme al marchese Alfonso del Vasto. Vennero poi liberati per intercessione di Vittoria presso F. Doria, riconoscente per la carità da lei dimostrata al tempo del sacco di Roma.

Nello stesso periodo a Napoli Vittoria cominciò a frequentare un circolo formatosi attorno alla predicazione di Giovanni Valdés che riuniva personalità desiderose di operare una riforma della religiosità cristiana, come Flaminio, Piero Vermigli, Isabella Bresena, Giulia Gonzaga e molti altri.
Nel 1531 la peste scoppiata a Napoli raggiunse anche Ischia e Vittoria si trasferì ad Arpino, e di là a Roma, dove, riguardo la polemica sui Cappuccini, prese apertamente posizione in favore della nuova religiosità. La poetessa in questi anni fece sistematicamente la spola tra Roma e Ischia, sua residenza preferita. Nella città eterna strinse molte amicizie illustri: tre famosi cardinali, Reginald Pole, il Contarini, il Bembo le furono devoti.
Risale a questo periodo il progetto caldeggiato dalla marchesa di Pescara di indurre l’imperatore a un’impresa in Terra Santa, ma, tramontata ogni speranza di promuovere un’azione imperiale in favore della Cristianità, decise di recarsi lei stessa in quei luoghi sacri come umile pellegrina e nel 1537, in attesa del parere favorevole di papa Paolo III, si trasferì a Ferrara con la segreta speranza di poter proseguire a Venezia e di lì imbarcarsi. In questa città la sua presenza fu molto gradita alla duchessa Renata di Francia e al duca stesso Ercole II d’Este. Affascinata dal clima riformato e intellettualmente vivace, smise di parlare del viaggio in Terra Santa, soprattutto a causa del parere contrario del marchese del Vasto, e si fermò a lungo nella corte estense.
Decise poi di ritornare a Roma, anche a causa della salute cagionevole. Fra gli incontri di questi anni bisogna ricordare quello importantissimo conMichelangelo, da cui nacque un’amicizia indissolubile e profonda.

Intanto i rapporti tra la famiglia Farnese del papa Paolo III e i Colonna si deterioravano sempre più, fin quando si giunse ad un vero e proprio conflitto dopo la promulgazione della tassa del sale che Ascanio si rifiutò di pagare, in nome di un vecchio privilegio.
Vittoria, lasciata Roma che era divenuta insicura, si ritirò nel monastero domenicano di San Paolo ad Orvieto (1541). I Colonna furono sconfitti e Paolo III ordinò la confisca di tutti i loro possedimenti nello Stato della Chiesa, mentre Ascanio fu costretto in esilio a Napoli. Dopo essere rientrata a Roma, la poetessa si ritirò nel convento di Santa Caterina a Viterbo, dove risiedeva il cardinale inglese Reginald Pole, che ella considerò la sua guida spirituale e con cui stabilì un fitto scambio epistolare.
Nel 1544 nel suo continuo peregrinare giunse nel convento delle benedettine di S.Anna dei Funari a Roma. La morte la colse il 25 febbraio 1547 dopo lunghissima malattia; troppo grave per restare in convento era stata portata in casa di parenti- Giulia Colonna e Giuliano Cesarini- alla Torre Argentina. L’Inquisizione andava raccogliendo prove contro di lei e forse la morte la salvò da un processo simile a quello che dovettero subire molti suoi compagni dei cenacoli di un tempo, accusati di eresia. Michelangelo, suo ammiratore devoto, la vegliò fino all’ultimo e inconsolabile per il dolore di questa perdita scrisse: “Morte mi tolse un grande amico”.
Donna e sposa austera, schiva, riservata e al tempo stesso energica e determinata, Vittoria Colonna fu nodo di potere e religione tra gli intellettuali rinascimentali e le cariche istituzionali del tempo. Scrittrice instancabile scambiò lettere (Lettere, 1530-1570) con i più rappresentativi personaggi dell’epoca (Baldesar Castiglione, Pietro Aretino, Marco Antonio Flaminio) e, sulla scia dei “petrarchisti” del Cinquecento, compose pregevoli poesie: Rime (1538); Rime Spirituali (1546); Pianto sulla passione di Cristo e l’Orazione sull’Ave Maria (1556).


Identità corporea e rivalità femminile

Nonostante l’attuale emancipazione femminile constato quotidianamente una forte rivalità sia nei confronti dell’uomo che delle donne stesse. I comportamenti obliqui, screditanti, di negazione, inganno, rimozione, e maldicenti, sono infiniti, subdoli, e sottili.
Freud sosteneva che la rivalità delle donne derivasse dall’invidia dei pene e dal triangolo edipico.
I neofreudiani sostengono che ogni complesso d’inferiorità femminile derivi dall’atteggiamento sociale che agevola l’uomo verso la realizzazione e l’autonomia e di contro condiziona e relega la donna in una situazione di dipendenza economica e di limitazione spazio-temporale. Se tutto ciò corrisponde pienamente a quanto accadeva fino ad una ventina di anni fa, oggi non possiamo più allinearci solo ed unicamente a queste interpretazioni.

L’attuale nevrosi delle donne realizzate nel mondo del lavoro ed economicamente autonome, libere in campo sessuale, nello spazio e nella gestione del proprio tempo, pur avvalendosi delle vecchie problematiche, si fonda anche su di un conflitto inconscio tra vissuto consapevolmente libero da pregiudizi e vissuto archetipico. La storia filogenetica e ontogenetica della donna alberga nell’inconscio prepotentemente in piena antitesi con l’effettiva emancipazione. L’ansia, la depressione ed i comportamenti distruttivi verso il prossimo e se stesse sono variegati. Il corpo di queste donne pur essendo di bell’aspetto mostra la respirazione corta, i piedi piatti o le dita aggrappate, il bacino contratto, le labbra serrate ed il colorito pallido. Le gambe quasi sempre hanno poca forza, nessuna, tra queste donne ha un buon contatto con le profonde emozioni e tantomeno con i vissuti archetipici.

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L’identità corporea di una bambina assume già una sua precisa connotazione sin da quando la madre attende. La gestante è già vincolata alle opinioni precostituite sul femminile, tanto che alla sola idea di partorire una femmina inizia subito a proiettare una serie di costellazioni, di luci e di ombre contrastanti tra il male e il bene. Per una donna la figlia è l’incarnazione del suo alter ego proiettato nel futuro, se la proiezione è positiva la relazione madre-figlia avrà risvolti creativi nel tempo, ma se la gestante perpetua il riflesso negativo dei suoi rapporti difficili con la madre e le sorelle sentite come rivali, le sue emozioni creano continue difficoltà di rapporto. Se inoltre la futura madre costella sulla figlia l’immagine negativa della donna perdente, sfortunata e sottomessa, avrà già nei confronti della bambina un atteggiamento ostile. Se rivive le emozioni di rivalità che aveva sempre provato in questo gioco perverso di proiezioni inconsce la piccola ignara, per sopravvivere, si impegna subito ad adottare meccanismi di difesa rispetto ad una donna strapotente. Le difese per lo più sono di sopravvivenza, giammai di vittoria sulla madre tanto amata quanto odiata e temuta. In tutte le fiabe ed i miti il padre è assente, il suo silenzio, la sua ignavia rispetto alla moglie lo rendono complice dell’infelicità delle figlia più bella, come se inconsciamente ed indirettamente volesse punirla per la sua bellezza che provoca ed alimenta desideri di libidine incestuosa. Inconsapevolmente il padre affida alla madre ed alle figlie meno attraenti, il compito di proteggerlo e di difenderlo da tanto inconscio desiderio proibito. Il beneficio che il padre ne riceve è la sua salvezza dall’incesto, il suo silenzio lo esime dall’assumersi un atteggiamento responsabile. Egli non si assume né la responsabilità di proteggere la figlia dai suoi desideri, né tantomeno di difenderla dagli attacchi distruttivi delle altre donne, anzi sono le stesse donne che lo proteggono dai suoi impulsi incestuosi. Tutto ciò alimenta nella madre e nelle sorelle ulteriori comportamenti distruttivi verso la figlia che il padre preferisce.

Nell’attacco accecante della rivalità femminile, l’illusione è che eliminato l’oggetto della propria invidia il maschio sarà finalmente e completamente proprio. La donna incastrata in questo terribile sentimento, perverso, intenso di invidia, gelosia, rivalità, inconsciamente si riconosce solo nel ripetere all’infinito l’azione distruttiva verso altre donne ma, anche verso gli uomini che vorrebbe possedere fino a distruggerli e a castrarli in ogni loro progettualità creativa. La rabbia verso il padre assente detentore del potere bellico è ancor più infinita. La rivalità non ha limiti: se nella figlia o nella madre la donna invidia la bellezza e la seduttività, nell’uomo invidia il pene, il suo potere sociale, la sua superiorità culturale ed economica. Anche la donna realizzata nel lavoro e nell’amore in senso moderno e nel contempo antico, ha una distruttività che si estende a macchia d’olio contro le altre donne e contro gli uomini, ma soprattutto verso se stessa. Nel suo inconscio ella si vive sempre attraverso l’antica immagine archetipica di un essere inferiore e limitato. Nelle fiabe citate e nel mito di Eros e Psiche le eroine, oggetto di invidia femminile pur essendo anch’esse come tutti gli esseri umani invidiose del potere delle altre donne, usano le loro energie per integrare attraverso il dolore la parte maschile positiva. Il principe oppure Eros non sono che l’animus che la fragile fanciulla rende proprio per divenire forte e per realizzarsi in una sua propria autonomia.
Ella esponendosi al rischio degli attacchi invidiosi e penalizzanti, lotta per trovare il proprio “Sé”. L’energia è utilizzata per sentire la fierezza della propria femminilità e non per scalzare la donna antagonista. Le donne che nella vita continuano ad investire il ruolo delle matrigne, sorellastre e suocere simili ai personaggi delle fiabe e del mito citato utilizzano inconsciamente le loro energia per distruggere l’oggetto della loro invidia fuori e dentro di sé. Come nelle fiabe il circolo vizioso è un boomerang che ritorna loro indietro: l’oggetto dell’invidia, nelle difficoltà da loro create trova la sua forza e la sua realizzazione, mentre loro continuano ad accumulare sconfitte di inutili battaglie”. La perdita di energia è tale che mai queste donne riescono a sentire i loro limiti ma tantomeno la loro luce.

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Molte donne in carriera attraverso la rivalità inconscia con la madre rivivono anche il complesso archetipo della fanciulla brutta ed impura. Ancora oggi nelle società primitive l’uomo che vuole sposare una bella ragazza offre al padre denaro o merce in quantità; egli assicura alla futura moglie uno status economico rilevante. Contrariamente, quando un padre si rende conto che sua figlia è brutta o impura, è lui che offre denaro e sicurezza economica all’uomo che accetta di sposarla.. Inconsciamente le donne emancipate ed autonome si vivono una identità corporea deformata. In esse preesiste prepotente l’immagine della donna amorale e non attraente, non meritevole quindi di essere scelta da un uomo disposto a pagare per averla accanto. Esse inconsciamente investono ed impersonano l’immagine della donna brutta ed impura che per essere sposata deve pagare. In una percezione di sé così deformata il complesso d’inferiorità agisce autonomamente con comportamenti distruttivi verso le altre donne ritenute, anche se erroneamente di maggior valore, ma soprattutto verso sé stesse. Più il complesso è inconscio, più assume forza prepotente e distruttiva fino a strutturare sintomi nevrotici. Il lavoro terapeutico sul sogno e sul corpo protende ad aiutare queste donne a sentire e riconoscere il complesso e la forte rabbia che ne deriva. La rabbia è prima convogliata verso la madre ed i fatti contingenti delle relazioni significative familiari, man mano fuoriesce l’ira la paura il terrore verso il collettivo. La storia filogenetica ed ontogenetica che per secoli ha penalizzato i desideri di libertà e autonomia femminile emerge prepotente in contrasto con le istanze di vita moderna. E’ sconcertante, ma dai vissuti onirici ed emozionali, si può constatare come ancor oggi alberghino e si perpetuino nell’inconscio della donna, le antiche crudeli restrizioni, punizioni ed emarginazioni verso il mondo femminile.

La letteratura, la storia ed ancor peggio il codice civile, sono testimonianze eclatanti di tanta ingiustizia sociale. Basti ricordare che fino al 1968 la legge imponeva due anni di carcere alla donna adultera ed altrettanto dicasi per chi abortiva. Ancora oggi si discute se ripristinare la legge contro l’aborto! Sembra un’assurdità ma fin anche andare al mare in costume nei primi dei novecento era ancora un comportamento femminile che il collettivo puniva con l’emarginazione ed il giudizio negativo. Se le donne non sottostavano alle regole imposte dal collettivo maschilista finivano nei manicomi o nei conventi come la monaca di Monza descritta dal Manzoni. Ogni antico tabù verso la natura femminile continua ad agire autonomamente, ancora oggi, in tutti gli uomini e le donne, in netto contrasto con quanto si è codificato nell’ultimo ventennio. Se nell’uomo può essere una difesa verso l’evoluzione della donna, per la donna è il perpetuarsi degli antichi terrori delle disumane punizioni e dell’emarginazione.

L’espressione viva del dolore e della rabbia delle donne in terapia è un grido di disperazione impotente, ma il sostegno del terapeuta, il rilassamento il contatto positivo con i propri colori che emergono dalla propria aura, conferiscono fiducia e fierezza della natura feconda e creativa che appartiene solo al corpo delle donne.  Noi donne abbiamo avuto moltissime motivazioni per maturare; fino a circa venti anni fa ci trovavamo in una situazione di assoluta dipendenza economica, sociale, vincolate a forti limiti sessuali, temporali e spaziali.

L’ulteriore motivazione a superare il limite femminile della rivalità è legata alla relazione d’amore avere un ottimo rapporto psico-sessuale con un uomo adulto capace di essere fedele e sincero, non solo può gratificare individualmente ogni singola donna nella sfera affettiva, ma può dare anche riflessioni costruttive nel sociale.
Laddove esiste la distruttività nelle relazioni affettive, non può neppure esistere la creatività sociale politica ed economica.. L’economia e la politica, tutto quello che accade nella vita, è sempre il riverbero vivo dell’affettività individuale. Divenire solidali tra donne non è motivazione superficiale e narcisistica, è una motivazione che dall’individuale sì estende al collettivo. Mi auguro che questo messaggio induca ogni donna ad una riflessione ponderata e creativa. E’ importante osservare che coloro i quali svolgono il servizio militare o un lavoro dipendente, pur essendo maschi, adottano immediatamente un comportamento di rivalità, analogo a quello delle donne. Molto probabilmente l’uomo sentendosi nella posizione di colui che potrebbe essere scelto da un’autorità, si comporta in modo che possa scalzare i suoi commilitoni, o colleghi. E’ possibile che anche le donne siano rivali tra loro perché inconsciamente sentono di essere l’oggetto scelto dall’uomo ritenuto il detentore del potere. Nei sogni sopra analizzati le due donne invece di essere fiere della loro autonomia si sentono inferiori alle madri solo perché sono state scelte da uomini che le hanno mantenute. E’ come se la donna, nonostante tutte le sue lotte per l’emancipazione, non abbia ancora raggiunto la fierezza della sua identità. Ella è ancorata al desiderio di essere riconosciuta, amata, capita da un uomo. Noto che quando la donna inizia a sentire il proprio corpo come l’unica reale identità che si estrinseca nella vita, nella spiritualità, con propria energia e proprie emozioni, diminuisce il bisogno di mettersi in competizione per ottenere più sguardi e più riconoscimenti. Questo è il traguardo che ogni donna dovrebbe raggiungere. Con la bioenergetica oltre a elaborare i vissuti onirici, si entra nel corpo, nel proprio grounding ossia nel sentire le proprie radici nella terra, nel sentire la propria forza individuale, nel sentire le proprie emozioni e quelle di coloro che ci stanno accanto. Si supera la paura di guardare oltre la facciata, la paura di riappropriarsi della realtà. Quando siamo padroni della realtà possiamo interagire in maniera tranquilla.Il continuo desiderio di essere riconosciuti dagli altri che nelle donne diventa rivalità e nell’uomo diventa desiderio di molteplici gratificazioni narcisistiche, non ci fa più essere reali. Nella ricerca di essere riconosciuti dagli altri la propria esistenza è vincolata e limitata appunto da tale riconoscimento. Ognuno di noi esiste perché respira, perché ha un cuore che batte, perché cammina, perché crea.


Drummond Carlos de Andrade: Il culo che meraviglia

A bunda, que engraçada

 

A bunda, que engraçada.

Está sempre sorrindo, nunca é trágica.

 

Não lhe importa o que vai

pela frente do corpo. A bunda basta-se.

Existe algo mais? Talvez os seios.

Ora — murmura a bunda — esses garotos

ainda lhes falta muito que estudar.

 

A bunda são duas luas gêmeas

em rotundo meneio. Anda por si

na cadência mimosa, no milagre

de ser duas em uma, plenamente.

 

A bunda se diverte

por conta própria. E ama.

Na cama agita-se. Montanhas

avolumam-se, descem. Ondas batendo

numa praia infinita.

 

Lá vai sorrindo a bunda. Vai feliz

na carícia de ser e balançar

Esferas harmoniosas sobre o caos.

 

A bunda é a bunda

redunda.

 

culo 

 

Il culo, che meraviglia

             

Il culo, che meraviglia.

E’ tutto un sorriso, non é mai tragico.

 

Non gli importa cosa c’é

sul davanti del corpo. Il culo si basta.

Esiste dell’altro? Chissà, forse i seni.

Mah! – sussurra il culo – quei marmocchi

ne hanno ancora di cose da imparare.

 

Il culo sono due lune gemelle

in tondo dondolio. Va da solo

con cadenza elegante, nel miracolo

d’essere due in uno, pienamente.

 

Il culo si diverte

per conto suo. E ama.

A letto si agita. Montagne

s’innalzano, scendono. Onde che battono

su una spiaggia infinita.

 

Eccolo che sorride il culo. E’ felice

nella carezza di essere e ondeggiare.

Sfere armoniose sul caos.

 

Il culo é il culo,

fuori misura.    

 


Nascita della Stregoneria e della strega

L’Antica Religione pagana nasce attorno al IX millennio a.C., quando gli uomini e le donne che popolavano il nostro pianeta cominciarono ad attribuire un’importanza sovrannaturale alle manifestazioni incomprensibili alle quali erano sottoposti quotidianamente. Ecco che allora le stelle, i pianeti, gli animali, le piante, ma in particolar modo il Sole e la Luna, ebbero il privilegio di essere riconosciuti dalla specie umana come divinità a cui rivolgere le proprie suppliche e i primi veri e propri rituali.
Compare dunque la prima autentica immagine del Dio Cornuto, signore delle selve e delle foreste, generoso dispensatore di selvaggina, venerato dall’uomo-cacciatore con rispetto, tanto da erigere in suo onore rudimentali ma sinceri altari di cui ancora oggi abbiamo testimonianza. Nel frattempo la donna presiedeva al focolare, si occupava dell’allevamento della prole ed era un’attenta conoscitrice della medicina delle erbe. In entrambi nasceva man mano l’esigenza di credere in qualcosa oltre la morte, misterioso ed incomprensibile evento che dagli albori del mondo suscita paura ed attrazione e con essa il timore di rinascere lontano dal proprio clan di appartenenza e dal proprio luogo di origine. Nasce insomma l’esigenza di credere ed ancor di più sperare nella Reincarnazione.
stregaAd ogni persona del clan vengono impartiti i compiti in base alle proprie attitudini ed è proprio qui che spicca all’interno del gruppo l’immagine della donna saggia, sapiente nella medicina e nel trattare le erbe, votata ai piccoli Dei, vicina alle esigenze di una popolazione che ripone nel suo operato una fiducia estrema, alle volte persino esagerata. Il termine “strega” ha un’etimologia piuttosto complessa e sicuramente discutibile. Per certo sappiamo che il nome specifico attribuito a queste fenomenali persone è “lamia”, in relazione all’amante di Giove, che aveva la mitologica capacità di trasformarsi in animale (questo sarà poi un argomento sul quale tutta l’Inquisizione medioevale insisterà nel corso dei suoi scellerati processi).
Per quanto concerne il termine vero e proprio, molte sono le fonti che asseriscono la derivazione di “strega” da “strix”, o “strige” – l’uccello notturno – mentre il sostantivo “masca”, utilizzato prevalentemente nell’Italia settentrionale, ha un’origine longobardo-germanica e significherebbe “Spirito ignobile”, comunque sicuramente associabile a “maschera” ed a “Carnevale”, una delle più antiche delle festività pagane. Solo attorno al primo millennio si hanno effettive testimonianze sull’attività di “congrega” di più persone (in prevalenza donne), alcune delle quali costituirono i due gruppi magici europei dai quali trascendono tutte le attuali forme di aggregazione stregona presenti nel nostro continente: la Società di Diana e la Signora del Gioco.

Inizio della persecuzione

Si cominciano ad avere notizie ufficiali sull’attività giuridica contro le cosiddette “malefiche” sin dal II secolo d.C. con l’introduzione di alcuni concili ed editti. Si rilevano giudizi contrastanti riguardo l’atteggiamento da tenere verso chi opera “magicamente”. Mentre il Concilio di Ancyra (314 d.C) e il Concilio di Alvira (340 d.C.) scatenano la prima vera persecuzione contro chi si avvale del maleficio e della magia nera, paradossalmente L’Editto di Rotari (640 circa d.C.) tende a condannare sì le pratiche magiche, ma a ragion veduta anche chi procurasse danni alle presunte streghe.
Anche se con l’Editto di Liutprando (720 circa d.C.), con il famoso Canon Episcopi (1000 circa d.C.) e con i Decretum di Graziano (1130 circa d.C.) la Chiesa inveì giuridicamente contro l’atteggiamento pagano ed eretico in generale, fino all’ XI secolo le cosiddette “streghe” furono in linea di massima ignorate, poiché dapprima la persecuzione venne rivolta contro i Manichei e i Catari. Questi ultimi possedevano all’interno dei loro gruppi vescovi e diaconi iniziati che erano considerati “divini” e predicavano l’assoluta libertà verso ogni tipo di piacere terreno, ammettendo nel loro credo l’esistenza della Reincarnazione e soprattutto spingendo il popolo a non contribuire con offerte agli introiti della Chiesa.
La persecuzione si estese fino a toccare i Valdesi e gli Albigesi, con l’accusa primaria di utilizzare la magia durante le loro assemblee religiose, fino ad arrivare alla gente delle campagne, i cosiddetti pagani, colpevoli di idolatria e di pratica della Vecchia Religione.

Relazione tra papato ed Inquisizione – Il Malleus Maleficarum

Come abbiamo potuto constatare la Chiesa si abbatté con il suo sacro maglio su particolari forme di eresia, prevalentemente su quella Catara, per poi toccare solo successivamente i casi di magia e stregoneria. Comunque fino al 1200, prima dell’avvento al pontificato di Federico II, chiunque fosse accusato di pratiche occulte era passibile di scomunica, mentre successivamente cominciarono ad accendersi i primi roghi e ad innalzarsi i primi patiboli.
Il tribunale dell’Inquisizione si aggiudicò il potere decisionale assoluto grazie alla bolla “Ad Extirpanda”, promulgata da Innocenzo IV, che introdusse legalmente per la prima volta nella storia della Chiesa l’utilizzo della tortura come complemento giuridico per lo svolgimento dei processi. Grandi figure inquisitorie divengono i crudeli miti della caccia alle streghe e spiccano altisonanti i nomi degli spietati Nicholas Eymerich, Pierre de Lancre e Torquemada, terrorizzando i tribunali di tutta Europa.
Dal 1300 in poi la Chiesa definisce eretici coloro che attraverso rapporti diabolici entrano in possesso di conoscenze magiche e vengono altresì considerate pratiche eretiche l’invocazione di potenze infernali, la lettura di formule magiche ed addirittura il mettersi in cerchio a danzare o a suonare. Dal 1320 al 1420 solo in Europa vengono pubblicati tredici trattati giuridici sulla stregoneria, all’interno dei quali vengono toccati temi quali la metamorfosi, il volo ed il Sabba, termini che da questo momento in poi entreranno a far parte del vocabolario accusatorio di ogni tribunale ecclesiastico.
L’apertura ufficiale della caccia alle streghe è datata 5 dicembre 1484, quando Giovan Battista Cybo (Innocenzo VIII) promulga la bolla papale “Summis Desiderantes Affectibus”, con la quale lancia l’offensiva giuridica contro le “malefiche” e dà incarico all’ordine dei Domenicani di occuparsi dello svolgimento delle indagini, nonché dell’effettiva conclusione dei processi. In particolare invita gli alsaziani Heinrich Kramer (Institoris) e Jacob Sprenger a stilare un sorta di “manuale del perfetto inquisitore”. Il Malleus Maleficarum diviene dunque il trattato legale contro la stregoneria, il “vangelo processuale” da cui attingere tutte le informazioni giuridiche per poter agire contro chiunque si opponesse alle regole morali della Chiesa e del pontificato.

erba delle streghe

Le prime copie del Malleus vennero stampate a Strasburgo nel 1487 da Gutenberg, a cui seguirono fino al 1669 trentaquattro edizioni per un totale di 35.000 copie. Oltre il volo notturno e la metamorfosi, all’interno del manuale troviamo temi ricorrenti quali: la capacità delle streghe di leggere nel pensiero, di predire il futuro, la conoscenza di lingue arcaiche mai imparate, l’aumento della forza fisica, la presenza del “signum diabolicum”, l’incontro e l’accoppiamento con Satana durante la Tregenda, il bacio osceno. Oltrepiù Institor e Sprenger mettevano in guardia chiunque si accingesse a svolgere il processo che con “sconci atti venerei” i diavoli sarebbero stati in grado di procreare attraverso la strega imputata.
Si calcola che dai primi concili (dal 300 circa d.C.) fino alla fine del XVII secolo, nel nome di un Dio ignaro della crudeltà del suo esercito, vennero giustiziate circa nove milioni di persone, tra presunte streghe, eretici, omosessuali, Ebrei, Catari, Albigesi e Valdesi.

Fine della persecuzione

Tra il 1650 e la fine del 1700 ebbe lentamente luogo il declino dell’accanimento giuridico contro l’eresia. Importanti personaggi come Heinrich Cornelius Agrippa e Giovanni Pico della Mirandola suggerirono una visione sottile ed innovativa del patrimonio delle conoscenze magiche dell’epoca, stabilendo nuove visioni del limite fra reale ed irreale.
Uomini di scienza come Copernico, Keplero, Newton e Galileo dimostrarono come l’universo fosse retto da precise leggi fisiche e non magiche, basando la conoscenza della natura sul metodo scientifico sperimentale (usando la terminologia di Galileo Galilei: “su sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”).
Si delineò in questo modo una nuova concezione tendente a distinguere religione e scienza, definendo quindi ambiti autonomi di sapere e nuovi assetti di potere intellettuale.


Édith Piaf, il Passerotto di Parigi

Édith Piaf, pseudonimo di Édith Giovanna Gassion (Parigi, 19 dicembre 1915 – Grasse, 11 ottobre 1963), è stata una cantante francese.

È stata una grande interprete del filone realista (chanteuse réaliste). Nota anche come “Passerotto”, come veniva amorevolmente chiamata (passerotto infatti nell’argot di Parigi si dice piaf), ha deliziato le folle tra gli anni trenta e sessanta.

La sua voce, caratterizzata da mille sfumature, era in grado di passare improvvisamente da toni aspri e aggressivi a toni dolcissimi; inoltre sapeva far percepire in modo unico la gioia con il suono della sua voce. È la cantante che con le sue canzoni ha anticipato il senso di ribellione tipico dell’inquietudine che contraddistinse diversi intellettuali della rive gauche del tempo come: Juliette Greco, Roger Vadim, Boris Vian, Albert Camus ecc. In molti casi era lei stessa l’autrice dei testi delle canzoni che tanto magistralmente interpretava.

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La vita di Édith Piaf fu sfortunata e costellata da una miriade di fatti negativi: incidenti stradali, coma epatici, interventi chirurgici, delirium tremens e anche un tentativo di suicidio. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche la si ricorda piccola e ricurva, con le mani deformate dall’artrite, e con radi capelli; solo la sua voce era inalterata e splendida come sempre.

Un asteroide scoperto nel 1982 porta il suo nome: 3772 Piaf.

Nacque col nome di Édith Giovanna Gassion da una famiglia di umili origini: il padre Louis faceva l’artista di circo e la madre, Annetta Maillard, chiamata Lina Marsa, nativa di Livorno, era una cantante di strada. Appunto per strada (davanti al numero 72 di rue de Belleville) pare abbia partorito Édith, aiutata da un poliziotto. Il lavoro dei genitori non permetteva loro di allevare un figlio per cui la piccola visse inizialmente la sua infanzia dalla nonna materna, a cui non importava assolutamente della piccola Édith, poi portata dal padre dalla nonna paterna, una prostituta che comunque si prese molta cura di lei.

Édith inizia a cantare per strada per rimediare qualche moneta e dar da mangiare a se stessa e al padre, che nel frattempo le si era riavvicinato; canta La Marsigliese con quella sua voce già piena di rabbia e ruvidezza ma che inizia a prendere forma. Costituisce poi un duo con Simone Berteaut esibendosi per le strade e anche nelle caserme.

A 17 anni ha una figlia dal muratore Louis Dupont, Marcelle, ma la bimba morirà a causa di una meningite a soli due anni; già duramente provata dalla vita, incontra l’impresario Louis Leplée (che morirà qualche anno dopo misteriosamente) e, dopo un’audizione al “Le Gerny’s”, piccolo locale dove si faceva cabaret, debutta nel 1935. Molti i personaggi famosi che accorrono per ascoltare la sua voce: uno fra tutti, Maurice Chevalier.

A questo punto Édith ottiene un contratto con la casa discografica Polydor. Leplée le cambia il nome in Piaf, ed ha così inizio il suo successo. Ma è nel 1937 che ha inizio la sua ascesa che la porta ad ottenere un contratto con il teatro ABC.

Dopo la morte di Leplée, molti furono i suoi impresari: Raymond Asso, Michel Emer, Paul Meurisse, Norbert Glanzberg, Lou Barrier; qualcuno di loro le fu vicino non solo professionalmente, ma anche sentimentalmente. La fama di Édith Piaf continuava a crescere: conosce Jean Cocteau, che si ispirerà a lei per un lavoro teatrale, Le bel indifférent.

Durante la seconda guerra mondiale Piaf era contro l’invasione tedesca e si esibì nei campi militari e nei campi di concentramento per prigionieri di guerra. È in quel periodo (1944) che conosce e si innamora di Yves Montand, canta con lui al Moulin Rouge, ma appena lo chansonnier inizia a diventare famoso i due si lasciano. Nel 1945 cambia casa discografica ed entra a far parte della Pathé. Nel 1946 scrive le parole della canzone che, nel dopoguerra, diventerà per i francesi l’inno del ritorno alla vita: La vie en rose, che interpreta in collaborazione con Les compagnons de rodrigue.

Il titolo di questa leggendaria canzone è talmente legato alla figura di Édith Piaf, che il regista Olivier Dahan, autore della pellicola, vincitore del premio Oscar, sulla tormentata vita della cantante (interpretata da Marion Cotillard), acconsente a modificare, per la versione italiana, il titolo del film da La môme a La vie en rose. Il tutto appena prima dell’uscita del film (2007) che è uscito in Francia ed è riportato negli archivi con il nome originale.

Édith Piaf realizzò una tournée nel 1946 negli Stati Uniti esibendosi alla Constitution Hall; ritornò un anno dopo, sempre con i suoi fedeli Compagnons de la chanson, per cantare alla Play House e al Versailles di New York, dove ad applaudirla tra il pubblico vi erano, tra gli altri, Marlene Dietrich, Charles Boyer e Orson Welles.

Nel 1948 conosce il pugile Marcel Cerdan ed è la prima volta che Édith si innamora di qualcuno che non faccia parte del mondo della musica: sono felici e innamorati ma la felicità dura poco; infatti, mentre sta volando da lei per raggiungerla negli Stati Uniti, l’aereo cade e Cerdan muore. Completamente distrutta dalla morte del compagno, Piaf inizia a bere e a far uso di droghe. Dedica una canzone al suo amore perduto, la splendida Hymne à l’amour che la porta al successo a livello mondiale e che lei stessa compone assieme a Marguerite Monnot (con cui scriverà nel 1959 anche il testo di Milord).

Piaf continua a deliziare i francesi con molte altre canzoni destinate a diventare dei classici come Le vagabond, Les amants, Les histoires du coeur, La foule, Non, je ne regrette rien, ecc.

Non si sa quanti soldi riesca a guadagnare, ma è certo che non la si è mai vista sfoggiare ricchezza; in effetti, continua ad essere una donna minuta che canta l’amore e che ha bisogno di amore come dell’aria che respira; la sua casa e i suoi camerini sono frequentati da diversi uomini che contribuirà a lanciare come artisti nel mondo della canzone francese e mondiale. Alcuni nomi: Gilbert Bécaud, Charles Aznavour, Leo Ferré, Eddie Constantine; alcuni stringeranno con lei un sodalizio artistico e umano per più tempo, mentre altri se ne andranno prima; tutti però le lasceranno delle bellissime canzoni: fra gli altri, Georges Moustaki scriverà per lei la musica della famosa canzone Milord, Charles Aznavour Jezebel.

Nel 1952 sposa il compositore Jacques Pills, ma il matrimonio dura solo pochi giorni. Siamo nel 1955, Piaf ha quarant’anni e approda finalmente all’Olympia, il tempio parigino della musica; poi, riparte per l’America per esibirsi alla Carnegie Hall di New York, dove la saluteranno ben sette minuti di applausi in standing ovation. Verrà invitata comunque ad esibirsi ancora all’Olympia e le repliche dureranno quattro mesi, cioè fino alla primavera del 1961.

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In quell’anno sposò Theophanis Lamboukas, in arte Théo Sarapo, che lei aveva lanciato nel mondo della canzone e con cui aveva inciso la canzone A quoi ça sert l’amour. Dopo una broncopolmonite, Piaf andò col marito nel sud della Francia a Grasse per passarvi la convalescenza, ma una ricaduta le fu fatale. Si spense l’11 ottobre del 1963 durante un triste e vano viaggio di ritorno verso Parigi. Le cause del decesso furono attribuite a una cirrosi epatica, sviluppatasi a causa del massiccio uso di droga che prendeva Édith, i medici più volte l’avevano avvertita ma lei se n’era sempre fregata. Il suo esile corpo (dimostrava molto più dei suoi 48 anni) venne caricato sul sedile posteriore della macchina dal marito Theo che, per esaudire il suo ultimo desiderio, la riportò nella capitale francese.

Al suo funerale presero parte migliaia di persone. Il suo corpo riposa nel cimitero parigino delle celebrità Père Lachaise: l’elogio funebre venne scritto da Jean Cocteau che però morì d’infarto poche ore dopo aver appreso la notizia della morte della cantante. Nella tomba della “Famille GAISSION-PIAF” riposano con lei anche il padre Louis Alphonse Gaission, la figlia Marcelle ed il marito Théophanis Lamboukas. Sulla tomba c’è scritto: “Madame LAMBOUKAS dite EDITH PIAF 1915 – 1963”.

La città di Parigi le ha dedicato una piazza e recentemente anche una statua, nel 20.mo arrondissement.


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Il sesso è la più splendida forma di piacere che Dio abbia regalato agli uomini. Sporcata però, e a volte considerata obbrobriosa, dalla cultura del potere che governa ogni società. Tinto Brass, Elogio del culo, 2006

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Riattivare la memoria arcaica – nuovi sguardi sul futuro

Comincia a pensarsi come il prossimo salto nella storia dell’evoluzione. E, pur sorridendo di se stessa, è tremendamente seria.

Robin Morgan

 

Che cosa ci spinge a interrogarci sulle antiche società del passato, a rivolgere la nostra attenzione alle rappresentazioni sacre e alle cosmogonie del femminile prima del patriarcato, a voler conoscere le società che ancora mantengono modelli matriarcali? E che cosa significa riattivare la nostra memoria arcaica, richiamare gli atti delle nostre antenate, che è quanto Mary Daly ci invita a fare?

Prima di rispondere a questa domanda è forse utile indagare la storia di un’interessante quanto potente parola, “matriarcato”, che da oltre un secolo divide studiose e studiosi, creando ora entusiasmi ora imbarazzi. Forse, perché dietro questa potente parola si cela un’interpretazione del mondo, la storia delle origini dell’umanità e, dunque, dei suoi possibili sviluppi.

Affermare che il mondo è stato sempre così come lo conosciamo, che per esempio la divisione del lavoro e della responsabilità tra i generi è stata sempre la stessa e ovunque, e affermare, invece, che la storia dell’umanità ha conosciuto  modelli diversi di organizzazione sociale tra i sessi, dove cui l’apporto di civiltà e creazione delle donne è stato determinante, mette in campo premesse totalmente differenti da cui partire per pensare, eventualmente, un altro futuro. In queste righe è già in qualche modo contenuta implicitamente una risposta alle domande poste all’inizio: attingere dal passato per guardare al futuro, il che non significa naturalmente tornare indietro, semmai, ricordare alla storia patriarcale che la sua civiltà, che è stata posta all’inizio della storia, con ogni probabilità è succeduta a una civiltà più antica, il cui centro vitale era costituito dalle donne. Elizabeth Gould Davis, nel “Primo Sesso”, scrive che “il primato delle dee sugli dei, delle regine sui re, delle grandi matriarche che prima avevano addomesticato e poi rieducato l’uomo, andava nella direzione di un passato mondo ginocratico. Egli, l’uomo (patriarcale) ha riscritto la storia con la consapevolezza di ignorare, sminuire e ridicolizzare le grandi donne del passato… e ha rifatto Dio a sua immagine”.

Pensare un altro futuro, più equo e basato su principi intelligenti coltivati in migliaia di anni di esperienza femminile, ma anche di lotte,  pensiero e pratiche –  e questa è storia recente –  è un compito che ci riguarda tutte. E’per questo che le teorie sulle origini della civiltà che di volta in volta vengono avanzate presentano non solo un interesse accademico , ma sono un vero campo di battaglia per le prospettive future dei nostri sistemi sociali e delle nostre vedute sulle possibilità umane. Allora diciamolo e sosteniamolo: il mondo non è stato sempre patriarcale, e il sistema di sopraffazione intorno a cui ha cominciato a organizzarsi questo tipo di società, il cui circolo vizioso sta ammorbando ogni aspetto della nostra vita, un tempo, forse poi non così mitico come vogliono farci credere, non esisteva. Lo testimoniano le continue scoperte di civiltà passate che non mostrano segni di violenza, lo confermano i ritrovamenti archeologici disseminati in varie parti del mondo,  lo raccontano le leggende, i miti e gli archetipi, la storia del folklore e l’arte popolare che sotteraneamente hanno attraversato la storia patriarcale.

Non erano matriarcali quelle società, nel senso di un equivalente femminile del patriarcato, vale a dire che non prevedevano forme di predominio femminile, ma mettevano in campo valori di fondo, oggi diremmo spirituali ed etici, incentrati su un modello femminile che informava l’intera struttura della società a tutti i livelli: economici, estetici, politici, sociali. La storia di questa potente parola, matriarcato – ora cominciamo a vederlo – è intrisa di malintesi e omissioni e ha finito per diventare fuorviante, pur conservando una sua realtà, verità e forza, che forse va indagata diversamente. Vediamone un po’ la storia.

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Matriarcato, una parola che fa paura

Gli studi che a partire dall’800 si sono occupati del passato e delle cosiddette popolazioni primitive sono stati spesso sostenuti da una logica interpretativa di semplice rovesciamento del concetto di patriarcato. Ciò significa che si è dato per scontato tale ordine, e quello che non vi rientrava veniva letto con lo stesso sistema di valori e non eventualmente secondo presupposti altri, non considerando cioè organizzazioni mentali o strutture sociali differenti, cosicché il diverso, l’altro, sono diventati speculari. La lettura che ne è uscita è che sarebbe esistito un matriarcato, le cui premesse erano esattamente le stesse del patriarcato, come dire, invece del dominio maschile esisteva un dominio femminile. Sebbene molti antropologi associno il termine matriarcato col lavoro di Bachofen  o con quello di Morgan, il termine, di fatto, fu usato per la prima volta da Taylor nel 1986, mentre Bachofen usò il termine  “Das mutterecht”, “Il diritto della madre”, tradotto poi con “ Il Matriarcato”.

Nella seconda metà del ‘900, grazie ai nuovi studi e le nuove scoperte nel campo dell’archeologia e dell’antropologia,  vengono prese in esame culture differenti dalle nostre, come quelle aborigene, africane , della Nuova Guinea ecc.  Ci si accorge allora che usando parametri di valutazione, quali matriarcato contro patriarcato – seguendo cioè una logica duale di contrapposizione –  questa non funziona  perché in quelle società vige un sistema del sacro e del sociale diviso tra maschile e femminile, dove ciascun genere ha le proprie conoscenze ed entrambe hanno pari dignità e peso. In queste società esiste  un sistema di discendenza matrilineare con forme di residenza matrifocale, ma non per questo sono le donne a dominare. Come scrive Luciana Percovich, “alla luce di questi studi è stato possibile poi dare una lettura diversa anche alle testimonianze che arrivavano dal nostro stesso passato, cioè dalla nostra stessa Europa”. E’ in questo periodo che gli studiosi cominciano ad ammettere, non senza imbarazzo, che la storia dei Greci e dei Romani non è la sola storia a cui guardare , e quella indiscussa su cui si fonda e autolegittima la civiltà occidentale, ma che prima c’era stata anche tutta un’altra storia, insieme a quella parallela che esisteva al di fuori dei confini territoriali e conoscitivi della polis o della civis romana. Insomma quei barbari non erano forse poi così barbari. Era esistito un patrimonio di conoscenze, tecniche, miti e beni materiali di cui anche la civiltà con la c maiuscola si era servita. E’ così, continua Luciana Percovich che “anche i Celti hanno avuto il loro riconoscimento e non dispero che anche le culture protoeuropee prepatriarcali – di cui parlare adesso fa rischiare ancora il ridicolo – un po’ alla volta si imporranno al riconoscimento generale, viste le continue conferme che giungono dai miti e dalle leggende, dalle testimonianze archeologiche , linguistiche e ora anche genetiche”. Negli anni successivi sono nati poi altri studi, soprattutto di donne, che per evitare l’equivoco del capovolgimento matriarcato-patriarcato hanno messo in campo nuovi termini come gilania, matrifocalismo, matrilinearità, per dar conto di una civiltà egualitaria incentrata sul femminile in cui la donna era preminente, in quanto  elemento civilizzatore e non dominatore. E’ il caso anche del lavoro di Marija Gimbutas, che per descrivere l’Europa neolitica ha rifiutato il termine matriarcato, preferendo il termine  gilania. 

E’ vero però che questi termini sono ugualmente problematici perché mettendo in risalto la linea di discendenza e il modello di residenza non sempre rendono giustizia all’ordine cosmologico e socioculturale informato dal femminile che nell’insieme reggevano quelle società.

I nuovi studi matriarcali contemporanei che si sono sviluppati in questi ultimi vent’anni stanno mettendo in campo un concetto culturale specifico di matriarcato, che va  al di là del pregiudizio ideologico legato all’analogia con il patriarcato, e sostengono la necessità di riconfigurare il concetto, vista la mancanza di una teorizzazione precisa. Questa nuova scienza multidisciplinare e transculturale esplora società antiche e contemporanee che mostrano e riconoscono il ruolo centrale delle donne nello sviluppo delle società umane, mettendo in luce la profonda struttura incentrata sul femminile e il modo in cui va a impattare sull’organizazzione sociale, politica, economica. E’ il caso di molti gruppi etnici minoritari, (circa un centinaio) sparsi in varie parti del mondo, dall’Africa, all’Asia agli Stati Uniti, che hanno conservato modelli matriarcali fino a oggi. L’antropologa femminista, Peggy Reeves Sunday, sostiene che il termine matriarcato si può usare in quelle società dove l’ordine cosmologico e sociale è legato a un’antenata fondatrice, primordiale, dea madre, o regina archetipa – mitica o reale – i cui principi sono incanalati in specifiche linee-guida di condotta pratica. Vale a dire che le qualità archetipe dei simboli femminili non esistono soltanto nell’ordine simbolico, ma si manifestano anche nelle pratiche sociali che influenzano la vita di entrambi i sessi, e vanno a nutrire l’intero ordine sociale dando vita a società equilibrate. 

Nella definizione di Peggy Sunday Reeves, il contesto di matriarcato non riflette un potere femminile sui soggetti, non è un potere soggiogante, ma un potere femminile di donne, di madri e di anziane, che congiunge, lega e rigenera i vincoli sociali nel qui e ora e anche nell’aldilà.  La connessione tra l’archetipo e il sociale fa sì che queste società non siano interpretate come l’equivalente femminile del patriarcato. E’ il caso per esempio dei Minangkabau, una popolazione indonesiana (Sumatra occidentale) – studiata in passato da alcuni  antropologi e dalla Reeves nuovamente presa in esame (l’autrice ha vissuto parecchio tempo con loro) – che osserva la linea di discendenza matrilineare e che si autodefinisce matriarcale. In questa società il legame madre-bambino è sacro, parte della legge naturale. Esistono leader sia femminili che maschili nella vita pubblica e sociale, ma l’azione politica, in tutte le sue espressioni, ruota intorno a e si confronta con un sistema cerimoniale e rituale della vita ciclica, conservato e trasmesso dalle donne. Insieme, uomini e donne mantengono l’ordine della tradizione contro le tremende spinte della modernità e della globalizzazione.

Gli studi su queste minoranze emarginate e minacciate, così come lo studio di società passate della nostra storia umana, sono un campo di studi aperto. Nel 2003 si è tenuto nel Lussemburgo il primo Congresso Internazionale di Studi Matriarcali organizzato dalla filosofa Heide Goettner-Abendroth, e nel 2005 ad Austin, in  Texas, si è tenuto il secondo, organizzato e finanziato da Genevieve Vaughan. Vi hanno   partecipano studiosi  europei e statunitensi, oltre a rappresentanti indigeni, uomini e donne, delle società matriarcali. Il modello egualitario e pacifico che trasmettono queste società possono fornire lenti attraverso cui vedere le culture pre-indoeuropeee dell’antica Europa, oltre a porci di fronte al compito di salvaguardare e rispettare queste minoranze. Non ultimo, i modelli di socializzazione concepiti al di fuori delle norme patriarcali e  nel rispetto della diversa forma  dell’energia femminile,  possono  suggerirci  vie alternative da percorrere in questo momento di grande trasformazione dei ruoli di genere. Scrive Riane Eisler: “E’ proprio in tempi di grande squilibrio sociale e tecnologico che la possibilità di cambiamento di struttura dei sistemi, della costruzione dei ruoli e dei modelli delle relazioni subiscono maggiori spostamenti”. Sapere allora che sono esistite e continuano a esistere società più equilibrate delle nostre,  sorrette da politiche pacifiche ed egualitarie, attente agli ecosistemi e ispirate alla comunione della natura e dello spirito, che celebrano la vita e non la morte, credo sia una grande ricchezza per tutte noi. Possono far crescere la speranza e suggerirci una via di cambiamento.

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… Ma com’è successo?

 Forse, noi non sapremo mai dire esattamente quali sono stati i fattori decisivi che un tempo hanno fatto sì che si insaturassero gli attuali modelli di relazione tra i sessi,  non sapremo forse mai dire se è stato un repentino cambiamento del clima, una glaciazione con conseguente inasprimento delle condizioni di vita dove la forza ha avuto il sopravvento, oppure un processo lento e inesorabile di degrado, o l’introduzione di nuove tecniche, o tutte queste cose insieme. Resta il fatto che da un certo momento in poi, su ogni aspetto della nostra esistenza ha prevalso l’oscuramento del principio femminile della vita, in tutte le sue possibili manifestazioni. La maggior parte delle mitologie del mondo testimoniano di un conflitto ancestrale tra dei e dee o tra uomini e donne. Sorprende vedere quanto i racconti che si possono raccogliere in Africa, Oceania, o presso gli Indiani d’America rassomiglino a grande linee ai testi arcaici dell’area mediterranea. Da sole, le interpretazioni dei miti o quelle della psicoanalisi  non possono spiegare a fondo questa coincidenza. Del resto, è strano constatare come i rari esempi di società matriarcali pervenuti fino a noi non abbiano miti di contrapposizione uomo-donna nelle loro cosmogonie. Si può dunque supporre che quei racconti testimonino, a loro modo, un episodio storico antico e fondamentale. Gli esempi che si possono trovare in Nuova Guinea, in Africa, come in India, raccontano tutti, in forme sia pur diverse, la stessa storia: a un certo punto gli antenati maschili si sono impossessati degli oggetti sacri scoperti dalle antenate femminili. Li hanno portati nella casa degli uomini e ne hanno impedito l’accesso alle donne, e poiché questi oggetti sacri rappresentano anche le insegne del potere, è ben comprensibile la portata di tali racconti. D’altra parte molte tradizioni convengono sul fatto che prima, in un tempo altro, le cose andavano diversamente. Ce lo raccontano gli antichi miti greci, l’età dell’oro di Esiodo, le leggende azteche e dei maya (le poche rimaste), lo afferma il Tao te Ching di Lao Tse, ce lo ricorda la Bibbia col suo giardino dell’Eden.

Certo, l’indagine dell’universo dei miti e delle tradizioni non basta, sarebbe importante non trascurare le strutture sociali ed economiche… Ma la verità è che si sa ben poco sulle prime strutture sociali degli esseri umani. Di certo il riconoscimento della parentela da parte di madre ha preceduto quella da parte di padre. Le prime forme stabili di organizzazione sociale erano dunque matrilineari: alcune donne unite da legami di parentela (madri, figlie, sorelle) costituivano il centro del gruppo, mentre gli uomini (figli e fratelli), presumibilmente si spostavano da un gruppo all’altro. Là dove vi erano le madri vi era anche il centro della struttura.

Gli studi antropologici contemporanei che hanno indagato le origini della subordinazione femminile all’interno delle prime comunità umane, utilizzando il metodo di analisi marxista – di certo molto poco di moda attualmente – hanno focalizzato l’attenzione sul ruolo della produzione svolto dalle donne e non solo su quello della riproduzione. E comunque su questi due categorie,  produzione e riproduzione, si dovrebbe forse sviluppare un discorso che interroghi le loro premesse e metta in luce la relazione dinamica tra i due processi.

Esiste un’interessante ricerca collettiva, pluridisciplinare, condotta da alcune e antropologhe che, approfittando della ricchezza delle ricerche etnologiche recenti e passate sulle società cosiddette claniche o di lignaggio sia in Africa che in America, e comparate alle società tradizionali ad economia di lignaggio del terzo mondo, hanno costruito stimolanti ipotesi sulle prime società comunitarie. Queste studiose sostengono che man mano che si sviluppa un livello di produzione più elevato e un surplus, le comunità codificano regole di parentela che permettono la formazione di gruppi umani sempre più ampi e stabili. Queste società formate sia sulla matrilocalità che sulla matrilinearità hanno il controllo della produzione e dell’eccedenza, il che avrebbe portato a creare scontri fra donne e uomini, probabilmente di gruppi parentali differenti, per accaparrarsi il controllo dei beni. Le migrazioni seguite ai probabili sconvolgimenti climatici avrebbero poi allargato sempre più queste comunità, portando nuovi usi e costumi, nonché armi. L’evoluzione naturale di queste società avrebbe dovuto avere come esito un certo grado di controllo femminile, il fatto che sia avvenuto il contrario si può spiegare solo attraverso una vittoria maschile ottenuta con la forza e con le armi, che avrebbe instaurato il controllo della forza lavoro femminile con la relativa patrilocalità. Questo rovesciamento dell’antico sistema matrilocale avrebbe così dato vita  a un nuovo modo di produzione basato sullo sfruttamento del lavoro femminile (le spose che arrivavano dall’esterno, la poligamia, la dispersione dell’eredità femminile), offrendo un più ampio potenziale di espansione alla produzione che superava così il necessario livello di sussistenza quotidiano. Il fatto che la matrilinearità non scompaia immediatamente, ma che si instauri la patrilocalità, che esistano cioè società matrilineari patrilocali, crea una contraddizione e una illogicità per poter pensare che siano comparse spontaneamente; sarebbero dunque prove di un’imposizione forzata. Tutto ciò porta le antropologhe a ipotizzare che una delle cause delle origini della dominazione maschile sia la lotta per il controllo e la gestione del lavoro delle donne e dei loro prodotti , avendo queste svolto innegabilmente un ruolo produttivo centrale nelle prime comunità umane. Il controllo sul potere riproduttivo delle donne sarebbe scaturito come conseguenza. L’emergere molto più tardi dello stato, delle classi sociali e della proprietà privata si fonderebbe poi sulla prima forma di oppressione che la società conosca , quella femminile.

Queste teorie possono offrire interessanti spunti da cui partire per fare un’ analisi delle nostre economie oggi.

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Piccolo balzo temporale…

Sapevamo bene noi quali erano e come dovevano essere svolti i lavori perché tutta la comunità godesse di prosperità e serenità. Noi, che dalla mattina alla sera non ci fermavamo un momento perché volevamo raccogliere i frutti che la terra ancora una volta ci regalava, e  perché con quei frutti dovevamo preparare il cibo che avrebbe sfamato i nostri uomini e i nostri figli. E poi perché era tempo di preparare le bevande sacre,  noi sole avevamo quella conoscenza…

 E dovevamo custodire il granaio, il deposito comune… Erano le riserve per il nostro fabbisogno, erano la sopravvivenza della nostra comunità, per i momenti di carestia. Eppure, anche così indaffarate eravamo felici, in perfetta sintonia coi nostri cicli e quelli della natura. Poi le cose sono cominciate a cambiare… Man mano che i nostri depositi si riempivano, certi uomini alleati con alcune donne della nostra tribù permisero che queste si sposassero con uomini di altri lignaggi, cosicché le nostre comunità si allargassero e accumulassero maggiori ricchezze. La nostra discendenza si trasmetteva di madre in figlia,  avevamo sempre abitato presso le nostre madri, eravamo noi a gestire i magazzini, ad averne il controllo. Le nostre comunità cominciarono a divenire sempre più numerose. Fu un periodo di grandi sconvolgimenti, anche  climatici, a cui seguirono carestie, ci furono molte migrazioni a quel tempo. Nelle nostre comunità arrivavano continuamente genti nuove. Avevano altre abitudini, veneravano altre divinità, avevano armi. Anche i nostri uomini cominciarono ad adottare quelle armi, e quei costumi e quelle divinità. Lentamente ma inesorabilmente  presero il controllo dei nostri depositi, imposero nuove regole di parentela. Fummo costrette a lasciare le nostre madri e spostarci nelle famiglie degli uomini. Ci disperdemmo. Le eredità che le nostre madri un tempo ci avevano lasciato, finirono anche quelle nelle loro mani. Volevano accumulare sempre di più, dicevano che avevano paura degli assalti delle  altre tribù, perché come loro avevano armi, armi e armi. Ci facevano lavorare molto più di quanto ce ne fosse bisogno, ci portavano in guerra con loro perché li sostenessimo con  cibi e  bevande, e con tutto quello che serviva. Ognuno di loro aveva due o più donne. Si crearono tra noi rivalità e gelosie, ci disperdemmo…

 

Tornando al presente

Altro balzo temporale e torniamo al presente. Questa favoletta vorrebbe illustrare il passaggio da una forma organizzativa di tipo matriarcale a una patriarcale e il modo  in cui sarebbe avvenuto il cosiddetto  “accaparramento del controllo del surplus”, di cui ci parlavano le due studiose marxiste.  Poi, come vuole la regola, trasmettere una piccola morale: quando gli uomini si impossessano con la violenza delle risorse comuni gestite dalle donne  perdono di vista il benessere generale della comunità.

 E’ curioso, ma una delle questioni che più hanno interessato gli storici e gli studiosi – il lavoro umano – non è mai stato studiato in una visione d’insieme dal punto di vista femminile. Hanno iniziato a farlo le donne in questi ultimi quarant’anni. Le donne sanno bene di non potersi sottrarre al lavoro,  mai potranno farlo, perché è una condizione del loro essere nel mondo, ne andrebbe della loro stessa possibilità di vivere su questo pianeta. E lo sanno anche gli uomini, ma fanno finta di niente. Il lavoro femminile di sostentamento, cosiddetto di cura, resta per le nostre società nell’ordine della natura, un prolungamento delle qualità naturali delle donne, e solo quando si presenta in forme e condizioni che si avvicinano a quelle consuete degli uomini, la manifattura, la fabbrica, l’ufficio – il lavoro “fuori” per intenderci – allora si dice che una donna lavora. Certo che lavora, ma il doppio. E’ un’annosa questione. C’è l’aggiunta del “naturale”lavoro quotidiano, dei figli, delle cure, delle attenzioni, delle relazioni, quello invisibile di sempre, quasi mai riconosciuto, perché “naturale”. Ma non c’è nessuna fatalità biologica in tutto questo, semmai dei precisi disegni sociali le cui origini sono molto lontane nel tempo. Non sarà giunto forse il momento di riconoscere questo lavoro di civiltà, di restituirgli riconoscenza, valutarne la dignità e il prestigio, la forza, la potenza, e su quelle qualità porre le basi per pensare e agire in direzione di un altro presente e futuro?

Nella stanchezza generale e nel vuoto di senso che incombe oggi su gran parte delle nostre economie e dei nostri lavori,  alcuni uomini  si sono inventati la facile utopia della “fine del lavoro”.  Ma non bisogna dar loro molto credito, non sarà certo l’ipertecnologizzazione a liberarci, semmai rendere più vivibile ciò che ci circonda. E questo significa ridiscutere i modelli dei nostri sistemi economici mondiali malati, non portargli più assistenza, non sostenerli più. Guardare altrove, perché lì non c’è spazio per i nostri pensieri, la nostra libertà, quello che ci piace e sappiamo si deve fare, quello che fa la qualità della vita. La sacralità del lavoro può essere tale solo se praticata secondo altri principi, che non siano quelli dell’accumulo,  dell’accaparramento, della sopraffazione. La condivisione, il dono, una prospettiva economica che tenga conto del legame di solidarietà tra le persone e i popoli non può più attendere.  I depositi comuni delle nostre amiche della favoletta possono forse insegnarci qualcosa…

Le domande che ponevo allora all’inizio – che senso ha interrogare la storia dell’umanità prima del patriarcato, ricordarne le cosmogonie e i miti, guardare alle società del presente che ancora praticano modelli di relazione equi tra i sessi –    trovano la risposta semplicemente in un unico verbo: esserci. Nella vita, nel mondo, nella storia e nelle molte dimensioni che sappiamo esistere. Essere non è un verbo statico, come ci ricorda Mary Daly, è un verbo transitivo, attivo, che non si contrappone a divenire, come ci hanno insegnato. Essere il divenire è molto meglio. Vuol dire partecipare al tempo passato, il nostro individuale, quello di “quando avevamo cinque anni ed eravamo tutte filosofe”, ma anche a quello originario arcaico collettivo che continua a vivere nel retroscena. Se riusciamo entrare in contatto con le nostre radici ed  estenderle, possiamo fare un balzo in avanti, e da questa prospettiva vedere, nominare, agire. E’ attraverso la successione di tali atti che possiamo creare un futuro reale, ossia, un futuro arcaico. Accedere alla memoria profonda del tempo arcaico non è facile né difficile, basta solo sentire intuitivamente la verità delle nostre origini. Qualcuna ci dice come fare:

“C’è stato un tempo in cui non eri schiava, ricordalo. Camminavi da sola, ridevi, ti facevi il bagno con la pancia nuda. Dici di non ricordare più niente di quel periodo, ricorda… Dici che non ci sono parole per descrivere quel tempo, dici che non esiste. Ma ricorda. Fai uno sforzo per ricordare. O, se non ci riesci, inventa.”

 

 

Testi di riferimento

Mary Daly, Quintessenza – Realizzare il futuro arcaico, Roma, Venexia, 2005

Nicole Chevillard- Sébastien Leconte, Lavoro delle donne potere degli uomini, Erre emme edizioni, 1996

Luciana Percovich, Storie di creazione: immagini del sacro femminile, dispense Libera Università delle Donne, 2000


La ricerca dell’uomo perfetto ovvero, il complesso di Elettra

Il mito di Edipo – Il nome del complesso deriva dalla tragedia greca di Sofocle, l’Edipo Re,  nella quale Edipo figlio di Laio, venne condannato all’ avverarsi di una terribile profezia : avrebbe sposato un giorno, senza saperlo, la madre Giocasta e ucciso suo padre, il Re Laio.

Il mito di Elettra – Elettra,  è figlia di Agamennone e Clitennestra, sin da bambina idolatra il padre del quale è privata a causa della guerra contro Troia. Tornato Agamennone a Micene, Elettra assiste alla sua uccisione, progettata dalla madre Clitennestra e dal suo amante, Egisto,  e così Elettra decide di liberare il fratello e con lui assassinare i due carnefici.

Il mito ci suggerisce che anche le figlie  attraversano una fase caratterizzata dall’avversione per il genitore dello stesso sesso e dall’amore per quello di sesso opposto che poi porterà le bambine a sviluppare una personalità eterosessuale

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L’uso nella psicoanalisi

Il complesso Edipico è stato coniato da Sigmund Freud e descritto per la prima volta nella stesura dell’opera, l’Interpretazione dei sogni. Per complesso di Edipo si intende quella fase dello sviluppo infantile in cui verso i 4-5 anni di età , il bimbo inizia a provare una forte attrazione verso sua madre (in genere la figura di attaccamento nelle primissime fasi della vita) che diviene quindi  il suo primo oggetto d’amore, e a considerare il padre come un fastidioso intruso perché può privarlo dell’ attenzione materna . Inizia così la primissima  fase di identificazione con il genitore dello stesso sesso. Il Complesso Edipico è un punto di fondamentale importanza per lo sviluppo della personalità del soggetto, al punto che ogni eventuale  ”fissazione” in questa delicata fase della crescita, può portare a future nevrosi. Se tutto procede normalmente, con l’ insorgere della pubertà, ha luogo il cosiddetto “tramonto del complesso Edipico”, fase durante la quale il bambino all’ età di circa 12-13 anni, accetta la superiorità della figura paterna nei suoi confronti e si identifica con esso. Non si sostituisce al padre ma diviene come il padre.

Quindi il bambino scopre il padre come uguale a se e la mamma come polarità opposta, per la bambina ovviamente il discorso è inverso.

Il complesso di Elettra è la controparte femminile del Complesso di Edipo (coniato da C.G. Jung), per definire l’amore che  la bambina prova verso suo padre accompagnato da sentimenti di gelosia e di rivalità verso la madre, cioè è la spiegazione di quanto avviene nelle bambine durante la fase fallica dello sviluppo. Quindi dietro a frasi del tipo: “il mio partner non mi capisce” …. “ogni volta che trovo un uomo adatto a me è certamente sposato o fidanzato”… “mi innamoro sempre dell’ uomo sbagliato”… si celerebbe una dinamica simile a quella dell’Edipo ma che per le donne si chiamerebbe Complesso di Elettra.

In quell’età non c’è nulla di male nell’attrazione che il bambino o la bambina provano per il genitore del sesso opposto, del resto, la famiglia è il luogo ove avvengono le prime esperienze di vita. Tutto ciò che gravita intorno ai fanciulli, è preso da loro come modello su cui fare esperimenti.

Diverso è stato e in alcuni casi sarebbe, prendendo a confronto altre culture, come ad esempio quelle di villaggi tribali. Li, il figlio maschio gioca con gli altri bambini fino ad una certa età e poi segue il padre e gli altri maschi in esperienze di caccia; lo stesso dicasi delle bambine che giocano fino ad una certa età (non stanno attaccati alle mamme anche se queste li seguono a distanza) e poi sta con la mamma e le altre donne adulte ad imparare i lavori femminili.

In questo modo le prime scoperte dei principi maschili e femminili non le fanno all’interno del nucleo familiare (come avviene nella nostra cultura) ma le hanno con i coetanei; crescendo poi hanno dei modelli con cui si identificano ma a quel punto l’attrazione affettiva (non filiale) e sessuale si direziona verso altri ragazzi e ragazze.

I complessi di cui sopra, quindi, sono sicuramente più accentuati nella nostra società e se opportunamente trattati, i fanciulli passano la fase senza problemi;  quindi, molto dipende  da come il genitore dello stesso sesso si pone, perché a volte sono questi che soffrono di una inconscia gelosia e questa determinerà i rapporti per tutta la vita che potrebbe richiedere un percorso di recupero.

In pratica, i due complessi sono figli della nostra società cosiddetta civile.

Ogni donna, quindi, tende a desiderare di incontrare l’uomo perfetto; la proiezione di quel padre attento e premuroso che si è preso cura di loro in tenera età. Mentre quel padre, forse esagerando un pò, assolveva il compito di curare, proteggere e far crescere la propria bambina, in quella bambina, inconsciamente si è formato quel complesso che la porterà, da adulta, alla ricerca di un uomo simile, cioè, un uomo speciale, ovvero sempre attento ai bisogni e alle difficoltà che si incontrano.; insomma un uomo che assuma il ruolo di salvatore.

Quante sono le donne che, seppur inconsciamente, provano il forte desiderio di essere “salvate”?  Del resto (per la verità oggi sempre di meno) alle bambine, non viene insegnato ad essere autonome, bensì a come ottenere aiuto. E un padre iperprotettivo non sa che proteggendo eccessivamente la figlia, le sta infondendo l’idea di essere dipendente da lui .

Da adulte, queste  bambine,  (che hanno avuto un padre iperprotettivo) non faranno altro che cercare un uomo su cui  trasferire questa dipendenza, pretendendo da questi, cure e attenzioni e quell’aiuto necessario per far fronte alle varie circostanze difficili che la vita presenta . Estremizzando, si può affermare che tale compito, essere all’altezza di quel padre, risulterà impossibile; e quindi, ecco che l’idea dell’uomo perfetto vacilla, in particolare  per quelle donne che da bambine hanno  ricevuto un’estrema protezione da parte del padre, e che da grande non faranno che accusare il partner di non essere capite, amate, apprezzate, desiderate, etc


Octavio Paz – Toccare

Palpar

 

Mis manos

abren las cortinas de tu ser

te visten con otra desnudez

descubren los cuerpos de tu cuerpo

Mis manos

inventan otro cuerpo a tu cuerpo.

 

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Toccare

Le mie mani

aprono la cortina del tuo essere

ti vestono con altra nudità

scoprono i corpi del tuo corpo

le mie mani

inventano un altro corpo al tuo corpo.


La teoria del «gender»

La “teoria del genere” è stata riconosciuta come scienza spazzatura dal consiglio dei ministri dei paesi nordici: tagliati i fondi al centro femminista NIKK (Nordic Gender Institute), che è già stato chiuso.

La teoria del genere è la nuova ideologia alla quale fanno chiaramente riferimento l’Onu e le sue varie agenzie, in particolare l’Oms, l’Unesco e la Commissione su Popolazione e Sviluppo. Essa è inoltre diventata il quadro di pensiero della Commissione di Bruxelles, del Parlamento europeo e dei vari Paesi membri dell’Unione Europea, ispirando i legislatori di quei Paesi che creano numerosissime leggi concernenti la ridefinizione della coppia, del matrimonio, della filiazione e dei rapporti tra uomini e donne segnatamente in nome del concetto di parità e degli orientamenti sessuali.

Essa succede all’ideologia marxista, ed è al contempo più oppressiva e più perniciosa poiché si presenta all’insegna della liberazione soggettiva da costrizioni ingiuste, del riconoscimento della libertà di ciascuno e dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Tutti valori sui quali sarebbe difficile esprimere un disaccordo. A questo punto si rende necessario sapere se quei termini rivestano lo stesso significato che già conosciamo o se non servano, invece, a mascherare una concezione diversa che sta per essere imposta alla popolazione senza che i cittadini siano consapevoli di ciò che rappresenta.

Che cosa dice la teoria del genere? Questa ideologia pretende che il sesso biologico vada dissociato dalla sua dimensione culturale, ossia dall’identità di genere, che si declina al maschile o al femminile e persino in un genere neutro nel quale si fa rientrare ogni sorta di orientamento sessuale, al fine di meglio affermare l’uguaglianza tra gli uomini e le donne e di promuovere le diverse “identità” sessuali. Dunque il genere maschile o femminile non si iscriverebbe più nella continuità del sesso biologico poiché essa non gli è intrinseca, ma sarebbe semplicemente la conseguenza di una costruzione culturale e sociale.

In nome della bisessualità psichica, si sostiene che l’uomo e la donna hanno ciascuno una parte maschile e una femminile: il sesso biologico dunque non obbliga, né quanto allo sviluppo psicologico né per l’organizzazione della vita sociale. Al sesso maschile e a quello femminile si privilegia l’asessualità o l’unisessualità. Così un politico donna, allieva di Simone de Beauvoir, afferma che “i mestieri non hanno sesso”, mentre altri, favorevoli all’organizzazione sociale degliorientamenti sessuali, sostengono che “l’amore” non dipende dall’attrazione tra l’uomo e la donna poiché esistono altre forme di attrazioni sentimentali e sessuali.

Tali sofismi appaiono evidenti e sono ripresi con facilità dai media che apprezzano il pensiero ridotto a cliché. Tutto viene messo sullo stesso piano: le singolarità sessuali marginali – che sono sempre esistite – devono essere riconosciute allo stesso titolo della condizione comune e generale dell’attrazione tra uomo e donna. Non è tollerato alcun discernimento, la psicologia maschile si confonde con quella femminile e si attribuiscono le stesse caratteristiche a tutte le forme di attrazione sentimentale mentre dal punto di vista psicologico non sono in gioco le stesse strutture psichiche.

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In altre parole, la società non deve più organizzarsi attorno alla differenza sessuale, ma deve riconoscere tutti gli orientamenti sessuali come altrettante possibilità di dare diritto alla plurisessualità degli esseri umani che nel corso dei secoli è stata limitata dall’“eterosessismo”. Bisogna dunque denunciare questa ingiustizia e decostruire tutte le categorie che ci hanno portato a tale oppressione.

L’uomo e la donna non esistono, è l’essere umano a dover essere riconosciuto prima ancora della sua particolarità nel corpo sessuato. Sarebbe troppo lungo descrivere le diverse origini di questa corrente di idee partita innanzitutto dai medici che seguono casi di transessualismo, dagli psicanalisti culturalisti americani e dai linguisti che hanno studiato il linguaggio (gender studies) per farne emergere le discriminazioni nei confronti del genere femminile e degli stati intersessuati, per esempio per la concordanza del plurale in cui il maschile prevale sul femminile. Fu riciclata da sociologi canadesi e ripensata in Francia da diversi filosofi prima di essere recuperata, nuovamente negli Stati Uniti, dai movimenti lesbici alle origini del femminismo intransigente e ripresa poi dai movimenti omosessuali. La teoria del Genere tornò in Europa così trasformata. In realtà si tratta di una sistemazione concettuale che non ha nulla a che vedere con la scienza: è a malapena un’opinione.

Questo diventa inquietante nella misura in cui la maggior parte dei responsabili politici finisce per aderirvi senza conoscerne i fondamenti e le critiche che sono autoevidenti. I rapporti tra uomini e donne vengono presentati attraverso le categorie di dominante/dominato, della società patriarcale e dell’onniviolenza dell’uomo di cui la donna deve imparare a diffidare.

Da moltissimo tempo non siamo più in una società patriarcale ma, come sostiene la Chiesa, dobbiamo continuare a incamminarci verso una società fondata sulla coppia formata da un uomo e una donna impegnati pubblicamente in un’alleanza, segno che devono svilupparsi in questa autenticità. Da parecchi anni questa teoria viene insegnata in Francia all’università e, a partire dall’anno scolastico 2011-2012, sarà insegnata anche al liceo nei programmi di Scienze della vita e della terra delle classi prime. In nome di quali principi il Ministero dell’Educazione nazionale ha preso questa decisione e in seguito a quale forma di consultazione?

Non lo sa nessuno. Succede sempre così con le ideologie totalitarie, e ora con la teoria del genere. Viene imposta ai cittadini senza che questi se ne rendano conto e si accorgano che decisioni legislative vengono prese in nome di quest’ideologia senza che, a quanto pare, sia esplicitamente spiegato. Ciò è particolarmente significativo in una parità contabile tra uomini e donne – che non significa uguaglianza -, nel matrimonio tra persone dello stesso sesso con l’adozione di bambini in tale contesto, e nelle misure repressive che accompagnano questa corrente di idee che, in nome della non-discriminazione, non può essere rimessa in discussione o in Francia si rischia si essere sanzionati giudizialmente (legge sull’omofobia).

Ma questo vale anche per altri Paesi: è il caso della Germania, dove genitori che hanno rifiutato che i figli partecipassero a lezioni di educazione sessuale ispirate alla teoria del genere sono stati condannati a quarantacinque giorni di detenzione senza condizionale (febbraio 2011). Il falso valore della non-discriminazione impedisce di pensare, valutare, discernere ed esprimere, così come quello della trasparenza che spesso è estranea alla ricerca della verità.

Quanto all’egualitarismo che si allontana dal senso dell’uguaglianza, esso lascia intendere che tutte le situazioni si equivalgono, mentre se le persone sono effettivamente uguali in dignità, la loro scelta, il loro stile di vita e la loro situazione non hanno oggettivamente lo stesso valore. Non c’è nulla di discriminatorio nel sottolineare che solo un uomo e una donna formano una coppia, si sposano, vivono insieme, adottano e educano dei bambini nell’interesse del bene comune e in quello del figlio. Sono più capaci di esprimere l’alterità sessuale, la coppia generazionale e la famiglia, cellula base della società.

 


Klaus Nomi – Total Eclipse 1981 Live


Il Super-Io femminile

Le asserzioni di Freud concernenti la debolezza del Super-io nelle donne sono state spesso notate e denunciate come testimonianza piuttosto della sua misoginia che di una osservazione clinica imparziale. Possono in effetti sembrare a prima vista bizzarre, nella misura in cui abbondano le prove del fatto che le donne, non più degli uomini, sono al riparo delle devastazioni di quel Super-io che Lacan qualificava di osceno e feroce.

I due destini dell’oggetto d’amore

Tenterò su questo punto di chiarire la posizione di Freud tramite l’esame di due destini del complesso di Edipo nella bambina.
In Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi, Freud enuncia quanto segue: “Si esita a dichiararlo, ma non ci si può sottrarre all’idea che per la donna il livello di ciò che è eticamente normale sia differente. Il suo Super-io non diventa mai così inesorabile, così impersonale, così indipendente dalle sue origini affettive come esigiamo sia nell’uomo. I tratti di carattere che da tempo immemorabile la critica ha rinfacciato alla donna – che essa mostra minor senso di giustizia dell’uomo, minore inclinazione a sottomettersi alle grandi necessità della vita, che troppo spesso si lascia guidare nelle sue decisioni da sentimenti di tenerezza o di ostilità – troverebbe amplissimo fondamento nelle modificazioni (di cui ho parlato poco sopra) subite dalla donna nella formazione del suo Super-io. L’opposizione dei sostenitori del femminismo, i quali ci vogliono far accettare per forza una completa equiparazione di fatto e di giudizio tra i due sessi, non ci farà fuorviare da tali conclusioni”.1
La differenza tra il Super-io femminile e quello maschile è articolata da Freud con il complesso di Edipo. Le restrizioni freudiane riguardo al Super-io femminile concernono il Super-io post-edipico e non il Super-io precoce, materno, sul quale M. Klein ha concentrato tutta la sua attenzione.
Freud sostiene che il complesso di Edipo sia dissimmetrico in base al sesso: il maschietto esce dal complesso di Edipo per via del complesso di castrazione, mentre la bambina vi entra in forza di quello stesso complesso, e il picco più alto è costituito dall’angoscia di castrazione che per Freud manca nelle donne, nella misura in cui la minaccia di castrazione è nella donna senza oggetto, vista la mancanza dell’organo reale che darebbe ad essa presa. Con l’eliminazione dell’angoscia di castrazione “viene anche a mancare un potente motivo per l’erigersi del Super-io e per il crollo dell’organizzazione genitale infantile”.2 Questi due punti sono solidali. “Questi cangiamenti sembrano essere nella bambina, molto più che non nel maschio, conseguenza dell’educazione, dell’intimidazione esterna, la quale minaccia una perdita d’amore”.3
Di questa breve frase bisogna ritenere tre idee essenziali. In primo luogo, il legame tra il Super-io e l’angoscia di castrazione; quindi, la dipendenza della bambina nei confronti di una istanza situata nel mondo esterno; infine l’idea – che è uno dei temi ricorrenti di Freud – secondo la quale l’angoscia della perdita di amore prende, nella bambina, il posto dell’angoscia di castrazione nell’uomo. La tesi centrale di Freud consiste nel legare la formazione del Super-io alla dissoluzione del complesso di Edipo. Ora, nella bambina non c’è una vera e propria dissoluzione dell’Edipo, dal momento che l’angoscia di castrazione non la riguarda. Ciò comporta come conseguenza che la bambina mantiene il proprio legame con il padre, vale a dire che la sua domanda nei confronti del padre sussiste, resta attuale.
La formazione del Super-io nell’uomo è consecutiva alla dissoluzione dell’Edipo (si può anche dire alla distruzione dell’Edipo), vale a dire che essa implica la rinuncia agli oggetti incestuosi, altrimenti detto la rinuncia alla domanda incestuosa. In effetti, il Super-io è una forma sostitutiva che viene al posto del legame edipico, giacché l’idea di Freud è che vi è Super-io nella misura in cui il legame oggettuale, il legame amoroso con gli oggetti parentali è distrutto. Il complesso di Edipo è dissolto nella misura in cui l’angoscia di castrazione pone fine al legame erotico con la madre, così come al legame amoroso con il padre.
Al contrario, nella bambina, il complesso di castrazione, legato al fatto che essa manca dell’organo penico, crea il complesso di Edipo, e non soltanto lo crea, ma lo mantiene: “Sotto l’influsso dell’invidia del pene, la bambina viene distolta dall’attaccamento alla madre e si precipita nella situazione edipica come in un porto sicuro. Venendo per lei a mancare l’angoscia di evirazione, cade anche il principale motivo che aveva indotto il maschio a superare il complesso edipico. La bambina rimane in questo complesso per un tempo indeterminato, lo demolisce solo tardi e mai completamente. La formazione del Super-io non può non risentire di queste condizioni, il Super-io non può raggiungere quella forza e quell’indipendenza che tanta importanza hanno per la civiltà umana”.4 Il Super-io e il legame con il padre sono in ragione inversa l’uno dell’altro – il Super-io si forma nella misura in cui il legame con il padre è dissolto.
Un inciso mi sembra necessario per precisare ciò che riguarda la funzione paterna nell’Edipo e le relazioni tra Super-io e Ideale dell’Io.
Ricordiamo che il complesso di Edipo, sia nel bambino che nella bambina, consiste nella preferenza accordata, in un dato momento della storia del soggetto, al padre invece che alla madre, cambiamento d’oggetto conseguente alla scoperta della castrazione della madre. Freud osserva che ciò che Lacan ha chiamato versione dal lato del padre, la père-version che in entrambi i sessi è l’essenza stessa del complesso di Edipo, in numerosi casi nella bambina non si produce e quest’ultima resta fissata alla madre. Consideriamo il caso in cui, per il soggetto, si è potuto produrre il passaggio per cui, ad un certo momento, il padre è stato preferito alla madre. Tale preferenza va di pari passo con un trasferimento di potenza: il luogo dell’Altro, in quanto luogo cui la domanda si indirizza, viene dislocato dalla madre al padre. Una volta effettuata tale père-version, questo viraggio verso il padre, il destino dei maschietti e delle femminucce si separa. Il maschietto è frenato sulla via del suo amore per il padre dall’angoscia di castrazione che fa da sbarramento e produce la rinuncia al padre come oggetto – rinuncia che è sanzionata dall’identificazione al padre.
È la famosa identificazione di secondo tipo, regressiva (nella misura in cui essa si sostituisce ad una scelta di oggetto) e che sfocia nella formazione dell’Ideale dell’Io. Il figlio si identifica al padre nella misura in cui ha amato il padre ed ha rinunciato a quell’amore. Più precisamente, egli si identifica alle insegne della potenza paterna, effettuando uno scivolamento dall’averlo – avere il padre come oggetto d’amore – all’esserlo. Il Super-io, nel senso in cui Freud parla del Super-io post-edipico, è correlativo di questa formazione dell’Ideale dell’Io e corrisponde agli obblighi che da quel momento si impongono al soggetto come attinenti alla funzione paterna, nella modalità di un Noblesse oblige.

Ideale dell’Io: la domanda iniziale

L’articolazione del Super-io con l’Ideale dell’Io è una questione delicata. Super-io e Ideale dell’Io sono entrambi formazioni appartenenti al registro simbolico ma, mentre l’Ideale dell’Io si supporta di un tratto – einziger Zug, tratto che è dell’ordine dell’insegna, vale a dire di qualcosa che è a metà strada fra il segno e il significante, il Super-io – invece – dipende maggiormente dalla parola. È costituito, ci dice Freud, da cose udite, resti verbali mentre l’Ideale dell’Io ordina la posizione narcisistica del soggetto. È in relazione con il registro speculare e rappresenta ciò tramite cui il soggetto restaura il soddisfacimento narcisistico perduto, vale a dire: comporta un fantasma di onnipotenza.
Il Super-io ha rapporto con la voce e non con lo sguardo. Se l’Ideale dell’Io è dal lato del modello, il Super-io è essenzialmente una domanda che si presenta sotto forma di imperativi, interdizioni correlati al modello che costituisce l’Ideale dell’Io. Il Super-io edipico è una domanda alla quale il soggetto si sottopone nella misura in cui con ciò stesso esso suggella un’alleanza con la potenza paterna. Questa domanda, ne riprendo la formulazione da Lacan: “Tu non desidererai colei che è stata il mio desiderio”.
Osserviamo che è sempre una domanda a trovarsi all’origine della formazione dell’Ideale dell’Io: una domanda del soggetto indirizzata all’Altro e una domanda che si è vista opporre un rifiuto. È sulla base di questa domanda rifiutata, sulla base di una privazione, che il soggetto si identifica a quell’Altro che aveva il potere di rispondervi. È alle insegne di quella potenza di risposta che il soggetto si identifica. Come a dire che vi sono (almeno virtualmente) tante identificazioni quante domande rifiutate.
La questione è quella del rapporto fra la domanda iniziale, all’origine della formazione dell’Ideale dell’Io, e la domanda finale, quella del Super-io. Direi che tale rapporto dipenda dalla sorte della domanda iniziale, cioè dal fatto se quella domanda sia stata rimossa o davvero rifiutata. Freud evoca i casi in cui è come se il complesso di Edipo fosse andato in pezzi, – direi: in cui è stato completamente distrutto – nella misura in cui la domanda alla base della formazione dell’Ideale dell’Io è stata effettivamente rifiutata, non solo rimossa, dal soggetto. Nel secondo caso, si può supporre che essa faccia ritorno sotto forma di domanda superegoica, sia nei modi di un ritorno diretto sulla propria persona (secondo il modello kleiniano in cui tale ritorno corrisponde a un’inversione, anzi a una revisione della domanda), sia in un ritorno nel suo contrario, enunciantesi – per es. – sotto forma di interdizioni. Potremmo ritrovare qui i destini della pulsione – cosa che permetterebbe di coordinare il Super-io con il godimento.
Nel caso in cui la domanda sia sparita senza rimozione, avremmo una vera dissoluzione dell’Edipo e, allora, il Super-io si ridurrebbe, secondo i termini usati da Lacan, all’identità del desiderio e della legge. Tale situazione corrisponderebbe a quella del Super-io post-edipico di Freud, che costituisce la colonna vertebrale del soggetto e lo rende indipendente da ogni influenza esterna. Nella misura in cui la domanda di amore al padre è colpita da caducità, cade del pari la spinta essenziale della servitù volontaria. In un senso, dopo la dissoluzione dell’Edipo, il soggetto non ha più nulla da domandare a nessuno.
Il Super-io post-edipico freudiano non è il Super-io della ritorsione transitivista (che altro non è che il ritorno sul soggetto della sua stessa domanda). È il Super-io che nella prospettiva lacaniana può a stento portare ancora questo nome, poiché esso risulta dall’integrazione della legge ad opera del soggetto, in quanto la legge lo libera dalla domanda e costituisce al tempo stesso il suo desiderio.
Nel suo commento alla prima scena dell’Athalie,5 Lacan mostra come Joad, il gran sacerdote, di fronte ad Abner in preda al terrore per la figura superegoica rappresentata da Athalie, sostituisca a quella paura, con bella metafora, il timor di Dio, a proposito del quale Lacan sottolinea che è cosa completamente diversa dalla paura, che esso ne è addirittura il contrario. Il timor di Dio è il significante dell’alleanza che ha legato il popolo ebraico a Dio e lo mette dalla sua parte. La legge che esso ha fatto propria è identica al suo desiderio e lo rende ormai inaccessibile al timore come alla pietà, inassoggettabile a qualsivoglia figura della tirannide.

Penisneid: la persistenza della domanda

È questa seconda forma di Super-io, legata all’identificazione al padre, costitutiva dell’Ideale dell’Io, di cui Freud considera che essa non si costituisce nella bambina – nella misura in cui, appunto, la bambina non si trova a dover procedere in questa identificazione al padre. Non cadendo sotto i colpi della minaccia di castrazione, la bambina non rinuncia alla sua domanda di amore al padre, vale a dire alla sua domanda di ricevere il pene o il bambino che ne è il sostituto. La bambina rimane ferma a quella domanda, le si aggrappa, anche se in seguito si rivolge a dei sostituti del padre. Sa di non avere il fallo e dove deve andare a cercarlo: è ciò che conferisce alle “vere” donne qualcosa di smarrito, dice Lacan.6
Questa fissità della domanda comporta come conseguenza la rigidità del carattere femminile e assesta un colpo d’arresto alle capacità evolutive delle donne, ciò di cui Freud si lamenta alla fine della quinta lezione:“Una donna della stessa età [di trent’anni]… ci spaventa sovente per la sua rigidità e immutabilità psichiche. La sua libido ha occupato posizioni definitive e sembra incapace di abbandonarle in favore di altre. Non vi sono vie verso un ulteriore sviluppo; è come se l’intero processo avesse già fatto il proprio corso e rimanesse d’ora in avanti inaccessibile ad ogni influenza, o meglio, come se il difficile sviluppo verso la femminilità avesse esaurito le possibilità della persona. Come terapeuti questo stato di cose ci appare deprecabile, persino quando riusciamo a porre fine alla sofferenza risolvendo il conflitto nevrotico”.7 Come a dire che tale rigidità, se è strutturale, non è dell’ordine patologico.
Inoltre la donna è un po’ troppo, a parere di Freud, matter of fact. Sa troppo bene ciò che vuole, nel senso che non bisogna raccontarle delle storie – le ci vuole del concreto! È sensibile solo “agli argomenti del pane e del companatico”.
La persistenza della domanda comporta un’altra conseguenza: lascia la donna nella dipendenza di un Altro reale, che può essere il padre o più spesso, di sicuro, un sostituto del padre. L’identità dell’oggetto del soddisfacimento e dell’oggetto d’amore nella donna, dice dal canto suo Lacan, la fa più dipendente dall’amore di quell’Altro da cui lei attende il soddisfacimento della sua domanda di fallo. In questa misura, la fonte della sua angoscia sarà la perdita di questo amore, perdita che per lei avrebbe nello stesso tempo il valore di un rifiuto della sua domanda fallica. Da quel momento in poi, l’Altro cui si rivolge la sua domanda – chiunque sia, a partire dal momento in cui è messo al posto del grande Altro – è in posizione di sottoporla a delle esigenze all’occorrenza senza limiti. Egli è messo al posto di quel Super-io che le manca in quanto istanza intrapsichica. La donna avrebbe in qualche modo il proprio Super-io all’esterno.
Hanns Sachs, in un articolo sulla formazione del Super-io nelle donne, descrive tale sottomissione. L’articolo è essenzialmente consacrato al complesso di mascolinità, benché l’autore evochi in contrappunto quello che egli considera un tipo di carattere opposto al complesso di mascolinità e nel quale l’Ideale dell’Io è particolarmente poco sviluppato. Egli evoca in questo modo tutta una categoria di donne, che peraltro non ha analizzato, ma solamente osservato. Queste donne sono presentate come in possesso del fascino delle donne narcisistiche, chiuse su di sé. Esse sono particolarmente seducenti sul piano sociale ed hanno una capacità particolare di entrare in ciò che l’autore chiama l’idiosincrasia degli uomini ai quali esse si legano. “Si fanno, egli dice, semplice eco dell’uomo con cui stanno”. Si possono osservare nelle loro frasi strati successivi. Hanno conoscenze alquanto eteroclite sugli argomenti più diversi. Possiedono delle opinioni la cui diversità non esclude l’antinomia. Questo mosaico psichico corrisponde ai diversi uomini da esse conosciuti. Da ogni uomo esse hanno ripreso delle idee.
Secondo l’autore, bisogna vedere in tale tratto una sorta di rudimentale formazione del Super-io, un abbozzo che si costituisce attraverso l’atto sessuale con gli uomini. Tali donne fanno proprie le idee degli uomini per la via indiretta dell’appropriazione effimera del loro organo fallico. L’atto sessuale è la condizione affinché esse possano esaltare l’uomo in modo da metterlo al posto del Super-io. Ma è un Super-io che resta esterno, non supera un livello molto basso e non diventa mai personale, non esercita alcuna influenza reale sull’Io. Si tratta in effetti di un modo di appropriazione del fallo sui due piani – l’atto sessuale e l’acquisizione delle idee sono qui equivalenti. Tale teoria non manca di spirito, ma non è di grandissima profondità clinica: l’autore stesso segnala di non aver analizzato quelle donne.
Se tiriamo le conseguenze di ciò che afferma Freud, bisogna dedurne che nella bambina non c’è Ideale dell’Io materno post-edipico, né di conseguenza Super-io materno post-edipico. In effetti, se l’Edipo comporta questa versione dal lato del padre, esso implica l’abbandono della madre come luogo cui si indirizza la domanda, nella misura esatta in cui la castrazione della madre la fa decadere da tale potere e da tale posto a partire dal quale essa può rispondere alla domanda – la madre è decaduta dal potere della risposta. Se nella bambina, si forma un Ideale dell’Io materno è nella misura in cui la castrazione materna non è stata assunta dal soggetto e in cui la madre è mantenuta nel suo statuto di onnipotenza. In questo caso il pade – penso qui allo sviluppo kleiniano – sarebbe solo una spettanza della madre, uno degli attributi della potenza materna, l’equivalente di un feticcio. Aggiungerò che le cure dei bambini, quali ci sono riportate da Mélanie Klein, sono orientate – mi pare -verso un tale sbocco nella bambina – si tratta di identificarsi alla madre come onnipotente e come colei che possiede diverse appendici falliche fra cui il sesso del padre. In simili casi, la bambina è sottoposta al Super-io materno ritorsivo di primo tipo, vale a dire al Super-io “osceno e feroce”.

Il complesso di mascolinità

Si vede la difficoltà della posizione della bambina, tenuto conto dell’identificazione all’uscita dall’Edipo. Per lei, non c’è identificazione ideale femminile possibile, se non quella alla donna fallica; ora, giustamente, si tratta di una identificazione “pre-edipica”. Ciò deriva dal fatto che l’ideale comporta necessariamente la potenza fallica. La qual cosa non facilita i rapporti della bambina con la femminilità e la conduce sovente a una soluzione vicina a quella del maschietto: è ciò che si chiama il complesso di mascolinità, sul quale vorrei ora mettere l’accento.
Il complesso di mascolinità è uno dei tre sbocchi del complesso di castrazione risultante nella bambina dal suo confronto con la realtà della sua mancanza di pene. Il primo sbocco consiste nell’abbandono puro e semplice della sessualità, il secondo corrisponde al complesso di mascolinità che consiste nella non-rinuncia al possesso dell’organo fallico, sia che si presenti nella forma dell’attesa perseverante che in quella del diniego dell’esserne privata.
Il complesso di mascolinità ha finito per designare soprattutto la seconda forma, l’illusione di possedere in un modo o nell’altro, le insegne della virilità: “La bambina rifiuta di accettare il dato di fatto della propria evirazione, si ostina nella convinzione di possedere un pene, ed è costretta in seguito a comportarsi come se fosse un maschio”.8 Il terzo sbocco è quello che conduce alla femminilità, orientando la bambina verso l’uomo da cui ella riceverà sotto forma di un bambino il sostituto simbolico del pene che le manca.
È a partire dal 19259 che Freud segnala l’esistenza del complesso di mascolinità nella donna, al seguito degli articoli di Van Ophuijsen,10 che introduce il termine nel 1916, e di Abraham sulle manifestazioni del complesso di castrazione nella donna, nel 1920.11Van Ophuijsen partiva per descrivere questo complesso da una serie di cinque casi di nevrosi ossessiva femminile nei quali l’analisi metteva in luce il convincimento inconscio di possedere l’organo maschile. In tre delle donne, la convinzione si collegava al fatto di essere provviste di “ninfe ottentotte” che costituivano il tratto che le distingueva radicalmente dalle altre donne. Tali pazienti si comportavano come degli uomini, rivaleggiavano con essi nelle attività intellettuali o artistiche. Presentavano tendenze omosessuali marcate. Il fantasmo di possesso falllico si articolava alla loro identificazione al padre.
Dal canto suo Abraham recensisce le diverse posizioni femminili riguardo all’assenza di pene, dalla speranza alla rinuncia, dal diniego alla rivendicazione. Sul versante nevrotico, egli distingue due tipi: quello del compimento del desiderio (corrispondente al diniego freudiano) e quello della vendetta. Il primo tipo rappresenta la versione nevrotica la cui omosessualità costituisce la faccia perversa. Esso corrisponde al complesso di mascolinità, riposante sul fantasma inconscio di essere in possesso dell’organo virile. Tale fantasma si esprime in vari sintomi, quali l’enuresi – in cui l’emissione di urina simbolizza il possesso del “fa-pipì”.
Al pari di Freud, Abraham e Ophuijsen non pongono l’accento sull’angoscia di castrazione che accompagna un tale fantasma. Invece, gli autori che hanno trattato la questione del Super-io nelle donne hanno messo in relazione la formazione del Super-io e l’esistenza dell’angoscia di castrazione nella donna come correlato del complesso di mascolinità – angoscia il cui rigore non ha niente da invidiare (su questo punto) al suo omologo nell’uomo. È ciò che afferma Carl Müller-Braunschweig:12 Se mettiamo in risalto l’indistruttibile fantasma femminile di possedere un pene, e se ammettiamo come dobbiamo, la realtà psichica del pene immaginario a fianco della realtà corporea del pene nel caso del maschietto, possiamo allora parlare positivamente di un’angoscia di castrazione tanto femminile che maschile. Numerose donne adulte, nei loro atti mancati e nei loro sogni, si comportano interamente “come se” possedessero un membro di cui devono costantemente temere la perdita”.
Müller-Braunschweig riteneva, nella linea di Karen Horney, che un simile fantasma nella donna costituisca una forma di reazione che avrebbe origine non tanto dalla delusione conseguente alla privazione dell’organo fallico quanto dalle angosce suscitate dai desideri “femminili” costituenti una minaccia per l’integrità e gli organi interni (timore di stupro, timore dello stupro). Essendo l’angoscia di castrazione tutto sommato preferibile a un’angoscia di distruzione molto più radicale. È in un’ottica simile, più vicina a quella di Hélène Deutsch che si situa Sandor Radó13 che fa del complesso di mascolinità una formazione difensiva nei confronti delle pulsioni genitali masochiste della donna.
Ernest Jones riprende il dibattito (fallicismo primario o di reazione) nel suo articolo sulla fase fallica.14 Egli aveva d’altro canto associato nel 192715 il compleso di mascolinità (che chiama complesso del pene) alla posizione omosessuale, distinguendo due tipi possibili: quello che conserva l’oggetto maschile (paterno), nella modalità dell’identificazione e che cerca da questo oggetto il riconoscimento di tale identità virile e, d’altra parte, il secondo tipo in cui si incontra una scelta d’oggetto omosessuale tramite cui la femminilità perduta dal soggetto identificato al padre è tuttavia ritrovata nel partner. L’identificazione al padre, egli sottolinea, è comune a tutte le forme di omosessualità, ha per funzione quella di rimuovere i desideri femminili e costituisce la denegazione più completa di questi: “Non posso assolutamente desiderare il pene di un uomo per gratificarmene, poiché ne possiedo già uno, di mio, o, ad ogni modo, non voglio nient’altro che un pene mio”.16
È Joan Rivière che apporta come contributo a questa rubrica del complesso di mascolinità il resoconto del caso più sviluppato, nell’articolo “la femminilità come mascherata”.17 Il caso presenta una torsione supplementare in confronto a quelli descritti abitualmente. Qui la posizione maschile si dissimula dietro le apparenze di una piena femminilità. Abbiamo così una costruzione a tre livelli: una donna si crede un uomo, che si fa passare per una donna, costruzione che non è senza evocare la storiella ebraica riferita da Freud: “Perché mi menti, dicendomi la verità? Perché mi dici che vai a Cracovia per farmi crdere che vai a Lemberg, mentre vai davvero a Cracovia?”
La paziente di Joan Rivière conduce in apparenza una carriera professionale brillante e una riuscita vita di sposa e padrona di casa. Soffre però di un sintomo: portata dal suo mestiere a parlare in pubblico, la notte successiva alle sue conferenze, del resto ben riuscite, è generalmente presa da uno stato di ansia consistente nel timore di aver preso un granchio e prova allora un bisogno compulsivo di farsi rassicurare. Tale bisogno parimenti si esprime con le sue provacazioni sessuali nei riguardi degli uomini alla fine delle conferenze che ha tenuto.
Joan Rivière riassume in questo modo l’analisi del fantasma soggiacente a tale sintomo: “La dimostrazione in pubblico delle sue capacità intellettuali, che rappresentava in sé un successo, assumeva il senso di un’esibizione volta a mostrare che possedeva il pene del padre, dopo averlo castrato. Fatta la dimostrazione, era colta da una orribile paura che il padre si vendicasse. Si trattava evidentemente di un comportamento mirante a placarne l’esecrazione, cercando di offrirsi sessualmente a lui.18 Mascherandosi da donna castrata, assume la maschera dell’innocenza e si assicura l’impunità. Il suo comportamento con gli uomini, dopo le conferenze, costituiva così l’annullamento ossessivo della sua prova intellettuale.

Angoscia di castrazione: la domanda rovesciata

Come mostra Lacan, nel suo seminario Le formazioni dell’inconscio, nel caso del complesso di mascolinità abbiamo a che fare con un Edipo ultimato e che trova una sua risoluzione, ma una risoluzione che possiamo qualificare come atipica e nevrotizzante.
La bambina è giunta a questa père-version, corrispondente al terzo tempo dell’Edipo: si rivolge al padre come a colui che può darle ciò di cui manca. A questo punto si opera un viraggio: invece di aggrapparsi indefinitamente alla domanda che procede dal Penisneid, la bambina vi rinuncia. Ad ogni modo, si tratta di una domanda infantile rivolta al padre, essa è già destinata a incontrare un rifiuto sotto forma di delusione dell’attesa. Freud ritiene che è il grado costitutivo di mascolinità della bambina a far sì che tale delusione, invece di portare alla persistenza della domanda, sfoci nella rinuncia. La bambina rinuncia a mantenere la propria domanda e, con ciò stesso, si identifica a quell’Altro che le ha rifiutato il soddisfacimento, in particolare si identifica all’insegna della potenza di questo, costituendo in tal modo un Ideale dell’Io paterno, maschile. Tuttavia, autori quali Ophuijsen o Müller-Braunschweig osservano che tali donne non hanno necessariamente un comportamento di tipo maschile.
Possiamo chiederci se la rinuncia a tale domanda sia docuta a una particolare intolleranza della delusione occasionata da questa vana attesa o se invece essa nonproceda dall’amore per il padre. La bambina rinuncerebbe alla sua domanda nella misura in cui sentirebbe quest’ultima come una minaccia di castrazione per il padre. Avendo costituito questo Ideale dell’Io paterno, la bambina è oramai provvista al livelllo fantasmatico di fallo, ma bisognerebbe piuttosto parlare – come fa Müller-Braunschweig – di una sorta di pene illusorio.
Ciò comporta tutta una serie di conseguenze e, in primo luogo, l’angoscia di castrazione che – al livello delle manifestazioni nevrotiche – va distinta dal Penisneid per quel tanto che non si tratta di una domanda all’Altro, ma dell’angoscia del soggetto di perdere quell’organo illusorio. Gli analisti hanno ampiamente testimoniato che l’angoscia di castrazione era assolutamente presente in alcune donne. Angoscia che eventualmente si manifesta in forma di angoscia davanti al Super-io, nella misura in cui l’angoscia di castrazione fornisce un appiglio proprio alla formazione del Super-io. L’angoscia di castrazione nella donna può anche avere la funzione di dimostrare, come nel caso della paziente di Joan Rivière, l’esistenza di qualcosa che deve essere castrato: l’angoscia è una delle prove dell’esistenza del fallo.
Come si manifesta il Super-io nel complesso di mascolinità? Se ci riferiamo all’articolo di Hanns Sachs prima citato, esso sembra ridursi a un’interdizione che colpisce la domanda. Avendo rinunciato alla loro domanda di fallo rivolta al padre (o a un sostituto di questi), tali donne si vedono costrette a rinunciare ad ogni domanda. È ciò che l’autore designa come “ideale di rinuncia”. Egli presenta il caso di una paziente che conduce una vita ascetica, interamente dedicata alla fatica e alle privazioni. Non si tratta, qui, dello stile esibizionista dell’auto-sacrificio, che mette in condizioni il soggetto di tiranneggiare i propri familiari. Si tratta, al contrario, di un comportamento ascetico che si presenta come ovvio.
Questa donna si sente pienamente soddisfatta, ostenta persino una sorta di completezza. La rinuncia non fa questione, al punto che i sacrifici non sono percepiti come tali. Un simile ideale di rinuncia cela un ideale di autosufficienza: se si possiede il fallo, non si ha più bisogno di nulla. Le manifestazioni di autonomia da parte di questo tipo di pazienti contrastano con la dipendenza della donna freudiana. La rinuncia alla domanda punta al padre e funziona come rassicurazione: può star tranquillo, nessuno gli chiederà alcunché! Joan Rivière segnala che questo tipo di donna piace particolarmente agli uomini che non amano che si chieda loro troppo.
L’identificazione al padre ha come corollario il fatto che l’Altro paterno si trovi ridotto, proprio con tale identificazione, a uno statuto di piccolo altro, di simile, mentre la madre si vede restaurata al posto del grande Altro. Da quel momento in poi, la bambina, identificata al padre, si accinge a rivivere, sia con i partners che con la madre reale, la storia delle sue relazioni pre-edipiche. Con quest’Altro materno, ritroverà la sua domanda iniziale, ma in forma rovesciata, vale a dire che vedrà rivolgere a se stessa la domanda di fallo che indirizzava alla madre prima di rivolgersi al padre. Cade allora sotto i colpi di una esigenza superegoica impossibile a soddisfarsi: quella, appunto, di dare il fallo alla madre – esigenza che non può che tenerla in un’angoscia costante, sotto una minaccia in cui si confondono il timore di essere castrata del fallo immaginario e quello di veder rivelata la verità della sua mancanza. Gli autori notano che l’angoscia di castrazione, quando è presente, appare più forte nelle donne che negli uomini.
Per un verso queste donne sono in qualche modo più atte delle altre a un inserimento sociale e professionale, maggiormente portate alle realizzazioni culturali ma, per un altro verso, l’inibizione le colpisce con particolare durezza. La scelta dell’oggetto amoroso di tali donne – e mi riferisco agli articoli di Jones sulla fase fallica nelle donne – può essere sia eterosessuale che omosessuale. Se è eterosessuale è per quel tanto che esse mirano a far riconoscere la propria virilità da un uomo. È come un uomo che tali soggetti si propongono come amabili. Di fatto, l’oggetto del desiderio – e non l’oggetto d’amore – è femminile. Di tale rinuncia abbiamo spesso traccia al livello della sintomatologia sotto forma, per esempio, di un sentimento di persecuzione, in occasione delle varie trattative, per essersi fatte avere. Hanno, in effetti, mollato la preda per l’ombra.

Un al di là dell’Edipo?

I due più correnti destini del complesso di castrazione nelle donne corrispondono al Penisneid da un lato, vale a dire alla persistenza della domanda rivolta al padre, e al complesso di mascolinità dall’altro, fondato sulla rimozione dell’invidia del pene.
Nel primo sbocco domina la domanda all’Altro, con la quale il soggetto si pone alla dipendenza di una istanza esterna, che riempie la funzione di un Super-io peraltro assente in quanto istanza intrapsichica.
Nel secondo sbocco, è la domanda dell’Altro ad avere il sopravvento, dando luogo a una figura di Super-io simile a quella che si incontra nella clinica della nevrosi ossessiva maschile.
Nel primo caso la bambina non esce dall’Edipo. Si può, invece, porre la questione di ciò che avvenga del complesso di Edipo nel secondo caso. Avremo a che fare con la sua risoluzione, nella misura in cui la bambina sembra aver rinunciato alla propria domanda al padre? Il risorgere delle relazioni pre-edipiche con la madre va incontro a una tale conclusione. Resta dunque aperta la questione ultima – in ciò che concerne l’esistenza per la donna – di un al di là dell’Edipo.

Note:
1. S. Freud, Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi. In S. Freud, Opere.10. 1924-1929. Edizione diretta da C. Musatti. Torino, Bollati Boringhieri, p.216. Cfr. anche Il tramonto del complesso edipico (1924). Ivi, pp. Sessualità femminile (1931). Ivi, pp. Introduzione alla psicanalisi (nuova serie di lezioni) (1933). Ivi, pp.219-241.
2. Il tramonto del complesso edipico. In: Op. cit:, p. 32.
3. Ivi.
4. La femminilità. In: Introduzione alla psicoanalisi, op. cit., p. 235.
5. J. Lacan, Le Séminaire. Livre III. Les Psychoses (1955-1956). Seuil, 1980.
6.Id., Le Séminaire. Livre V. Les formations de l’inconscient (1957-1958). Seuil.
7. S. Freud, La femminilità, op. cit., p. 240.
8. S.Freud, Alcune conseguenze psichiche della differenza antomica tra i sessi, op. cit., p. 212.
9. Id., ivi; Sulla sessualità femminile, op.cit.; La femminilità, op.cit.
10. J.H.W. Van Ophuijsen, Contributions to the masculinity complex in women, “IJP” V(1924) (“Int Zeit.”, IV, 1916).
11. K. Abraham, Oeuvres complètes. Payot 1973, t. 2, p. 101.
12. C. Müller-Braunschweig, The Genesis of the super-ego.
13. S. Radó, Fear of castration in women. “The Psychoanalytic Quarterly”, vol. 2, 1933, p. 425.
14. E. Jones, Théorie et pratique de la psychanalyse. Payot 1969, p. 412.
15. Id., Le développement précoce de la sexualité féminine, op. cit., p.399.
16. Ivi, p. 407.
17. J. Rivière, La féminité comme mascarade, “IJP”, vol. X, 1929, trad. fr. in «La Psychanalyse», vol. 7, p. 257.
18. vi, pp. 260-261.


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Una mente creativa sopravvive a qualunque genere e tipo di cattiva educazione. Anna Freud, Conferenza alla Società Psicoanalitica di New York, 1968

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La donna nelle tradizioni orientali

L’energia sessuale studiata nel ‘900 dallo psichiatra William Reich e da lui chiamata ‘Orgone’ e dai taoisti, millenni prima di lui “Ching” (essenza sessuale), è la stessa energia che noi usiamo quando pensiamo, sentiamo e agiamo. Coltivandola potremmo potenziare la nostra vita, sul piano fisico, psichico, creativo e spirituale.
Dalle tradizioni orientali tantriche e taoiste, possiamo trarre importanti spunti di ricerca e crescita personale usando in modo consapevole l’energia sessuale e l’incontro delle due polarità.
Durante l’incontro sessuale si può  attuare un potente scambio di vitalità attraverso i poli opposti che generano  una forza potente.

Attraverso gli insegnamenti delle tecniche  tantriche e  taoiste, inoltre, le donne possono ridurre la dispersione di energie durante le mestruazioni, moderando lo sconforto e il periodo della durata del ciclo e gli uomini possono ritenere l’eiaculazione, prevenendo la debolezza e la stanchezza fisica.

Le tecniche principali per accrescere l’energia sessuale, sono la consapevolezza delle nostre funzioni corporee, il controllo della respirazione e delle contrazioni  muscolari.

La qualità del nostro stile di vita è fondamentale, perché si riflette anche nella maniera in cui facciamo  o non faraccio  l’amore.
Se siamo in sintonia con noi stessi, bilanciati e tranquilli, diventiamo percettivi e questo emergerà nell’atto sessuale, sia in coppia che singolarmente. Potremo così  elevarci e sperimentare stati superiori di coscienza.
Tutte le attività umane, inclusa quella sessuale, se dirette positivamente possono essere trasformate in strumenti per la conoscenza di Sè e la crescita personale.

Il potere sessuale della donna

Secondo i taoisti, la superiorità della donna in campo sessuale ha dei motivi biologici: i suoi organi sessuali devono essere in grado di svolgere compiti assai gravosi come la gravidanza, il parto e l’allattamento. Ma anche la donna può perdere energia attraverso i suoi organi genitali, e non con l’orgasmo, ma ad  esempio, con le mestruazioni.
Il sistema sessuale femminile è composto di quattro parti – la vagina, l’utero, le ovaie ed i seni — in relazione tra di loro.

Si tratta di una relazione molto evidente durante la gravidanza, il parto e l’allattamento, eventi durante i quali le mestruazioni si interrompono. Nella gravidanza, il sangue che altrimenti sarebbe andato perduto va invece a nutrire il feto. Dopo la nascita, lo stesso sangue si trasforma in latte. Le mestruazioni riprendono soltanto dopo l’allattamento.

L’interconnessione tra le funzioni biologiche, e quelle spirituali è sempre presente nel corso delle diverse fasi che caratterizzano la vita biologica, relazionale della Donna, quindi  adolescenza, menopausa, climaterio richiedono aggiustamenti e trasformazioni continue.

Pratiche e Esercizi per il benessere genitale e sessualità
Attraverso un particolare metodo denominato “Esercizio del Daino” (lo stesso che, in un’altra forma, consente di controllare anche l’eiaculazione maschile), è possibile stimolare gli organi sessuali femminili e bloccare le mestruazioni. Quando lo si pratica, il corpo reagisce come se ci fosse un bambino a poppare regolarmente, e il sangue affluisce al seno, invece che nell’utero, ridando energia a tutto il corpo. Per millenni questo metodo è stato usato – non solo per la pianificazione familiare, ma anche per conservare un aspetto giovanile – da molte donne che sono così riuscite a mantenere la loro bellezza anche dopo aver dato alla luce vari figli.
Tutte queste tecniche sono molto potenti ma è particolarmente importante seguire sotto una guida esperta, perchè se eseguite scorrettamente posso avere  effetti collaterali negativi.

Chi fosse interessato ad approfondire può trovare maggiori informazioni su “Il Tao del sesso” del dottor Stephen Chang (Edizioni Mediterranee)  insieme a numerose altre tecniche per la coppia e individuali, anche se non basta leggere un libro per avventurarsi in una pratica così importante.

Altro testo importante  “Tao-Yoga dell’amore” del maestro tailandese Mantak Chia (Mediterranee), oltre a dettagliati esercizi da eseguire in coppia (possibilmente con la supervisione di una guida esperta) per trasformare l’energia sessuale  Chia spiega che, durante l’eccitazione sessuale, il ching, l’essenza gonadica accumulata negli organi genitali, si espande rapidamente fino ad affluire ai centri superiori del cuore, del cervello e delle ghiandole.

Evitando l’eiaculazione, questo viaggio dell’energia verso l’alto non s’interrompe, e consente quindi l’aprirsi di canali che dagli organi genitali arrivano alla testa lungo la colonna vertebrale e poi, lungo la parte anteriore del corpo, scendono fino all’ombelico. Così, l’energia sessuale in espansione attraversa tutti gli organi vitali e armonizza i Chakra. Tuttavia, perché ciò si verifichi, i taoisti consigliano di evitare la sessualità non illuminata dall’amore, perché produce squilibrio tra le forze fisiche, mentali e spirituali ed ostacola il vero sviluppo interiore.

Le donne cinesi conoscono i segreti legati alla sessualità dall’alba dei tempi. Per loro l’organo sessuale è un vero tesoro e una potente ‘ centrale nucleare’.
Da millenni le cinesi hanno perfezionato le pratiche del Qi Gong sessuale taoista che permettono di coltivare, moltiplicare e affinare l’energia sessuale e trasformarla in energia curativa e creatrice. Oltre all’obiettivo spirituale del Qi Gong sessuale taoista, effetti terapeutici sicuri scaturiscono dalla pratica regolare: rigenerazione dell’insieme dell’organismo, tonificazione dei muscoli vaginali, dell’utero e della cintura pelvica, prevenzione della formazione di noduli nei seni e di cisti ovariche. Ne deriva non solo un’amplificazione del piacere sessuale ma tutto il corpo ne beneficia, prevenendo l’insorgenza di malattie.

Un’altra fonte di conoscenza e di applicazioni pratiche al servizio della salute della donna sono presenti  nella visione del metodo Shiatsu del Maestro Masunaga. Questa prospettiva ci aiuta a vedere come lo scorrere dell’energia all’interno dei meridiani sia collegata alle varie funzioni e  in inter-relazione costante tra i vari elementi con particolari indicazioni per l’energia femminile seguendo le varie fasi della vita.

Non meno importanti indicazioni dello stato energetico le possiamo ricavare dall’assetto posturale e dal muoversi del corpo nell’ambiente. Di certo tutta la colonna vertebrale ha un suo assetto armonico, ma spesso l’area pelvica e le anche posso essere fonte di interessanti interventi per liberare l’energia sessuale compressa, tensioni croniche che bloccano il flusso dell’energia verso l’area del cuore e delle spalle connessa profondamente all’affettività.

Dalle filosofie orientali possiamo apprendere  pratiche e consigli  da poter applicare nella nostra vita, per poter procedere nel nostro personale sentiero di ricerca alla scoperta di noi stessi .

Per tutti “professionisti della cura”  è possibile attingere  a queste antiche conoscenze  e  ricavere  insegnamenti e spunti di confronto tra pratiche diverse, ma aventi tutte in comune la salute dell’essere umano nella sua interezza e integrità, e avere così la possibilità di trovare nella diversità occasioni di crescita.


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L’idea intelligente produce piacere sensuale. Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, 1977/92

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Wilhelm Reich e la congiura dei Piccoli Uomini

“Ascolta Piccolo Uomo: il tuo retaggio è un diamante che brucia nella tua mano. Vedi te stesso come sei veramente. Ascolta quello che nessuno dei tuoi capi e rappresentanti oserà mai dirti: Sei un ‘piccolo uomo qualsiasi’. Comprendi il duplice senso di queste parole: ‘piccolo’ e ‘qualsiasi’. Sei afflitto dalla peste emozionale. Sei malato, molto malato, Piccolo Uomo. Non è colpa tua. Ma è tua responsabilità aver ragione di questa malattia.”

(Wilhelm Reich, Listen, Little Man, 1948)

W.R.Nucleor

Il 23 agosto del 1956 a New York un immenso rogo distrugge tutte le opere di Wilhelm Reich, ex psicoanalista freudiano, ex militante comunista, ex scienziato rispettabile, perseguitato per anni da freudiani, comunisti e scienziati. I due sbirri incaricati di eseguire l’ingiunzione del giudice, Conway e Ledder, funzionari del Food and Drug Administration – organismo federale incaricato del controllo di derrate alimentari e prodotti farmaceutici – eseguono il loro compito con una rabbia distruttrice che eccede il dovere professionale; svuotano di tutti i libri e le pubblicazioni la biblioteca dell’Orgone Institute di New York – l’istituto di ricerca fondato da Reich – riempiono un grosso camion di quelle sei tonnellate di letteratura, per un valore di circa quindicimila dollari, e la scaricano nell’inceneritore di Gansvevoort a Manhattan. Contemporaneamente vengono demoliti e smantellati tutti gli apparecchi inventati da Reich – gli accumulatori orgonici – con la relativa documentazione(1).

Pochi mesi prima, il 25 maggio del 1956 era stata pronunciata dal giudice Sweeney la sentenza contro Reich e i suoi più diretti collaboratori, condannando lo scienziato a due anni di carcere per “disprezzo della corte”, cioè per non essersi presentato ad un precedente dibattimento in cui avrebbe dovuto difendersi dall’accusa – infondata – di aver montato una manovra speculativa per vendere apparecchi terapeutici inefficaci. La persecuzione era iniziata, almeno negli USA – l’ultimo paese dove Reich aveva trovato rifugio dall’Europa, dopo anni di minacce, boicottaggi, espulsioni da parte dei nazisti prima e dei comunisti poi – in seguito ad una serie di articoli diffamatori scritti da una certa Mildred Edie Brady, esempio classico di personalità affetta da quella che l’ex allievo di Freud definiva “peste emozionale”.

Il primo, pubblicato nell’aprile 1947 su “Harper’s Magazine”, era intitolato, significativamente, Il nuovo culto del sesso e dell’anarchia; il secondo, pubblicato nel maggio 1947 su “New Republic”, Lo strano caso di Wilhelm Reich: quest’ultimo fu riportato nel 1948 su un bollettino di informazione clinica degli psichiatri statunitensi acquisendo una sorta di riconoscimento ufficiale da parte della classe medica. Le colpe di Reich, in breve, consistevano, per la giornalista, nell’essere un mistico – e dunque un pazzo – un pornografo ed un anarchico e di aver organizzato una sorta di racket sessuale oltre ad una speculazione medica fraudolenta con i suoi accumulatori orgonici. Aizzati da quei calunniosi articoli, psichiatri, psicanalisti, medici, giornalisti, uomini politici, poliziotti e burocrati si lanciarono come cani rabbiosi contro l’esule austriaco e il suo preteso “culto del sesso e dell’anarchia”. Se Reich non era un volgare ciarlatano, doveva essere allora un paranoico, uno schizofrenico, un allucinato: le sue ricerche sul cancro e sull’orgone erano prove evidenti della sua psicosi. La perizia psichiatrica richiesta dal giudice – forse per salvare lo scienziato dal carcere grazie alla seminfermità mentale – rilevò invece che l’imputato era perfettamente sano di mente. Reich dovette scontare la pena detentiva, sicuro – come dichiarò al suo ultimo processo – che l’incarcerazione “avrebbe sicuramente significato la morte in prigione di un pioniere della scienza per colpa di un gruppo di psicopatici(2)”. Funesta profezia che si sarebbe avverata il 3 novembre del 1957 nel penitenziario federale di Lewisburg in Pennsylvania. L’atto ufficiale di decesso parla di un infarto (occlusione coronarica), ma è quasi sicuro che al medico austriaco fossero stati somministrati farmaci sperimentali (i detenuti venivano normalmente usati come cavie in cambio di un’abbreviazione della pena).

Un compagno di detenzione, Adolphus Hohensee, testimoniò: “Più di una volta questo grande medico mi venne incontro con le lacrime agli occhi per dirmi che questi maledetti sadici, padroni assoluti della vita di milleduecento esseri umani, lo facevano impazzire e, con i loro ‘rimedi sperimentali’, lo spingevano verso l’abisso della morte… Mi disse che non riusciva a sopportare i farmaci con cui gli saturavano l’organismo. E in effetti morì nel giro di due giorni. Quando lo trovarono, non solo era morto e già freddo, ma aveva una gamba contratta, come avesse sofferto in un’atroce agonia prima che la morte lo liberasse dalle sofferenze(3)”. Parlare dunque di assassinio non è assolutamente fuori luogo. Ma cosa aveva spinto i “piccoli uomini” a congiurare contro Reich, a volere la sua morte ed il rogo delle sue opere? Perché la sua eresia era così pericolosa? Un episodio abbastanza significativo delle relazioni fra Reich e la scienza ufficiale può forse chiarire la questione. Il 30 dicembre 1940 Albert Einstein aveva ricevuto una lettera di Reich: “Alcuni anni fa – vi si diceva fra l’altro – ho scoperto un’energia biologica operante in modo particolare, che si comportava sotto molti aspetti diversamente da tutto quanto si sa circa l’energia elettromagnetica… l’esistenza di quest’energia, da me battezzata ‘orgone’, è stata dimostrata con sicurezza non solo negli organismi viventi, ma anche nell’atmosfera e nel terreno, mediante apparecchi che l’hanno resa visibile, l’hanno concentrata ed hanno rilevato le variazioni termiche da essa determinate. Sto anche applicando con un certo successo quest’energia alla ricerca nel campo della terapia del cancro (4)”. Si chiedeva un appuntamento che il grande fisico accordò: il 13 gennaio 1941 Reich ed Einstein si incontrarono a casa di quest’ultimo e si intrattennero in conversazione per ben cinque ore. Einstein osservò l’orgone attraverso un apparecchio inventato da Reich: “Feci buio nella stanza e gli diedi l’orgonoscopio indicandogli come doveva servirsene… esclamò stupefatto: ‘Sì, è vero, è là! Anch’io vedo la cosa!’ Guardò a più riprese nell’orgonoscopio e disse:’Ma vedo questi scintillii di continuo, non potrebbero essere nei miei occhi?'(5)”.

La prova dell’oggettività dei raggi – spiegò Reich – sta nel fatto che le manifestazioni luminose possono essere ingrandite se si osservano con una lente: ciò non avverrebbe se fossero immagini soggettive. Poi aggiunse un particolare sconvolgente sull’accumulatore orgonico(6): tra l’interno dell’accumulatore e la parete superiore di questo, da una parte, e l’atmosfera esterna dall’altra, era rilevabile una sensibile differenza di temperatura. Emozionato, Einstein esclamò: “Questo non è possibile. Se fosse vero, sarebbe una bomba!”. Reich promise che sarebbe tornato con un accumulatore; Einstein assicurò che, se le osservazioni fossero state confermate, avrebbe appoggiato la scoperta. Congedandosi Reich disse “Ora capisce perché molti mi prendono per pazzo?”. “È perfettamente comprensibile(7)” rispose Einstein.

All’inizio di febbraio Reich tornò da Einstein, con un piccolo accumulatore, per procedere alle misurazioni della temperatura. Assai impressionato Einstein chiese di poter tenere l’apparecchio per fare delle osservazioni più dettagliate.

Una decina di giorni dopo Reich ricevette una lettera di Einstein: l’aumento di temperatura, diceva, non aveva niente a che fare con la struttura dell’accumulatore, era dovuto solo a spostamenti di aria calda e fredda nella stanza in cui si svolgevano le misurazioni, un fenomeno di convenzione su cui “uno dei miei assistenti ha attirato la mia attenzione”. “Con questi esperimenti – concludeva Einstein – considero il problema del tutto risolto: la differenza di temperatura non ha niente a che fare con la scatola di metallo né col suo involucro: è una pura e semplice conseguenza dell’azione del piano orizzontale del tavolo(8)”. Reich rispose con una lettera di venticinque pagine: l’ipotesi della convenzione non regge, il fenomeno si può eliminare disponendo l’accumulatore in posti diversi (aria aperta, cantina, ecc.), in condizioni diverse (appeso al soffitto, protetto da un secondo piano orizzontale superiore, ecc.); l’interpretazione dell’aumento di temperatura per accumulo dell’irradiamento di energia orgonica permane dunque valida. Aggiungeva poi dati impressionanti sui risultati ottenuti con oltre 200 cavie cancerose tenute quotidianamente per mezz’ora nell’accumulatore orgonico: rispetto alle cavie non trattate la sopravvivenza era tre volte più lunga. Inoltre riassumeva la sua teoria della vita come fenomeno energetico di pulsazione ritmica (espansione-contrazione) e quadripartita (tensione-carica-scarica-distensione). “Quali che siano le Sue decisioni, dopo queste spiegazioni – terminava Reich – desidero ringraziarLa vivamente del lavoro che si è già sobbarcato. A parte i miei collaboratori francesi e scandinavi, lei è stato il solo uomo di scienza da me incontrato nel corso degli ultimi dodici anni che abbia compreso la base fisica della mia teoria biologica: vale a dire lo svilupparsi di vescicole di materia organica per l’azione dell’energia sprigionata dalla materia(9)…”.

Einstein non rispose più né a questa lettera né alle successive; dopo diversi mesi Reich richiese la restituzione degli apparecchi prestati al fisico. L’accumulatore venne restituito ma non l’orgonoscopio, che Einstein voleva trattenere come regalo.

Dopo due mesi di insistenti richieste, anche il secondo apparecchio venne rispedito. Dopo circa due anni, per smentire le voci, ormai diffuse nell’ambiente universitario, che Einstein avesse invalidato gli esperimenti di Reich in seguito ad un controllo scientifico serio, i collaboratori dell’ex psicanalista decisero di pubblicare integralmente la corrispondenza intercorsa fra Reich e Einstein. Quest’ultimo, appena informato della questione, si affrettò a scrivere a Reich: “Non ho intenzione di autorizzare alcuna pubblicazione del genere di quella che lei suggerisce e debbo informarla che prenderò tutte le misure necessarie a evitare l’indebito sfruttamento del mio nome a questo proposito. Non posso ammettere che il mio nome venga utilizzato a fini pubblicitari, soprattutto in una questione a proposito della quale non nutro nessuna fiducia(10)”. In una successiva lettera Reich rimproverò Einstein per le accuse malevole nei suoi confronti invitandolo, se voleva impedire lo sfruttamento del suo nome, “ad agire contro i nostri calunniatori e non contro di noi(11)”. Seguì una breve replica di Einstein: non aveva propositi ostili contro Reich ma la questione degli accumulatori orgonici era per lui definitivamente conclusa; “Devo pregarla di trattare con discrezione le mie dichiarazioni orali e scritte, come io ho sempre fatto con le sue(12)” concludeva. Reich rispettò le volontà del fisico e solo dopo la sua morte, nel 1955, l’Orgone Institute Press pubblicherà il carteggio tra i due studiosi sotto il titolo di The Einstein Affair.

Reich, l’Eretico, aveva evidentemente terrorizzato anche Einstein come già Freud prima di lui(13): avallare le sue scoperte avrebbe significato per quelle menti razionali precipitarsi in un’altra visione del mondo; abbandonare i lidi conosciuti della scienza galileiana per sprofondarsi nei meandri oscuri della Filosofia Naturale di Goethe e di Mesmer, di Faust e di Frankenstein. Il brillante psicanalista galiziano, uno degli assistenti più brillanti di Freud, nonché suo amico personale, l’integerrimo militante comunista, fondatore negli anni trenta della Lega Nazionale per la Politica Sessuale Proletaria o Sexpol, sarebbe stato espulso dal Partito Comunista prima e dalla Società Psicanalitica poi: i compagni di un tempo sarebbero divenuti i suoi più acerrimi nemici. Freud lo avrebbe diffamato, gli stalinisti – li chiamava i fascisti rossi – avrebbero progettato di assassinarlo come traditore.

Reich aveva infranto ogni tabù: per lui la formula dell’orgasmo, con il ritmo a quattro tempi che lo caratterizza, era la formula stessa della vita; i bioni, i corpuscoli da lui scoperti, rappresentavano la transizione fra vivente e non vivente, realizzando una biogenesi inconcepibile per una biologia ad orientamento chimico e meccanicistico; l’orgone era l’etere, l’onnipresente, universale oceano di energia cosmica che avvolge e muove tutto l’universo, i campi energetici dell’organismo, le condizioni metereologiche dell’atmosfera, i movimenti galattici si corrispondono nei flussi e riflussi di un’energia vitale che connette macrocosmo e microcosmo; ma l’energia orgonica, antagonista dell’energia atomica, se aggredita dalle radiazioni nucleari, si trasformava in DOR (Deadly Orgone), forza pericolosa e mortale; l’energia cosmica primordiale, l’energia alfa o Ea era in grado di trasportare veicoli spaziali, gli UFO – sorta di precipitati fantasmatici – condotti da creature spaziali, gli Uomini-Core (da Cosmic Orgon Energy) portatori di una sostanza nefasta chiamata Melanor che induceva la desertificazione sulla terra e diffondeva la DOR14. Troppo eterodosse queste idee soprattutto per le applicazioni pratiche conseguenti, le mirabolanti invenzioni di Reich: l’accumulatore orgonico, efficace nella terapia del cancro; il cloudbuster – nubificatore o nubifugatore – capace di produrre a piacimento cambiamenti metereologici e di disperdere la DOR nell’atmosfera; il ‘cannone spaziale’ – sviluppo del cloudbuster – con il quale si potevano neutralizzare gli UFO.

Nel suo ultimo libro, Contact With Space – il più controverso – Reich rivelava questi aspetti estremi del suo pensiero eretico: ovviamente lo si disse il prodotto di una mente ormai in preda alla paranoia(15). In molti altri testi però, come Ascolta Piccolo Uomo; Etere, Dio e Diavolo;Superimposizione Cosmica; L’assassinio di Cristo, lo studioso ci additava possibilità feconde e impensabili. Di tutte le derive analitiche, quella reichiana è forse l’unica che in maggior misura riesca a riconnettere la frattura cartesiana superando il dualismo soma/psiche, conscio/inconscio, implicito nelle tesi di Freud e che si ripresenta come problema irrisolto in Adler e anche in Jung. Solo la svolta “mistica” e “panteista” della teoria orgonica risolve il contrasto riportandosi ad una archè primordiale, unità di materia ed energia, di fisico e di metafisico. Ovviamente, a questo punto, il castello psicanalitico è definitivamente crollato. In questo senso Reich agisce come un guastatore, un decostruttore sistematico di dogmi: analitico, marxista, positivista, razionalista, ecc. Ma i piccoli uomini hanno bisogno di dogmi: è pericoloso infrangere le loro certezze.

Proprio ne L’assassinio di Cristo, Reich forgiò la mitica denominazione di MODJU, ricavata dalle iniziali di MOcenigo – il delatore che denunciò Giordano Bruno all’Inquisizione – e DJUgashvili, cioè Stalin: aveva tracciato l’emblema di quella peste emozionale da sempre denunciata, la violenza inquisitoria, la sclerosi libidica, la negazione della vita, quella stessa peste emozionale di cui anch’egli, come Bruno e come Cristo, sarebbe stato vittima. Il testamento di Wilhelm Reich disponeva di dedicare tutte le sue risorse finanziarie residue alla creazione di un Fondo per le Ricerche sull’Infanzia e di sigillare per cinquant’anni l’archivio e la sua biblioteca personale: il 3 novembre del 2007 quando verranno tolti i sigilli(16), saranno finalmente rivelati gli ultimi segreti di questo mistico eretico, di questo saggio folle. Chissà che l’evento non rappresenti una decisiva rivincita sulla peste emozionale.

Note:

(1) Per le notizie biografiche ci rifacciamo prevalentemente a: Luigi De Marchi, Vita e opere di Wilhelm Reich, Milano, Sugarco, 1981, in particolare vol. 2, pagg. 57-97; e Roger Dadoun, Cento fiori per Wilhelm Reich, Venezia, Marsilio, 1976, in particolare alle voci: accumulatore orgonico, assassinio, autodafé, bioni, bruno, cancro, cloudbuster, comunisti, core, deliri, deserto, Dio, dor, Einstein, fascismo, fascismo rosso, Freud, gnostici, Kirlian, orgone, peste emozionale, universo, verità, yoga. Per una sintetica visione della “questione reichiana”, Cfr. Massimo Introvigne, Le nuove religioni, Milano, Sugarco, 1989, pagg. 377-378. (2) De Marchi, cit., pag. 98. (3) De Marchi, cit., pag. 100. (4) De Marchi, cit., pag. 61. (5) De Marchi, cit., pag. 62. (6) Lo strumento inventato da Reich e consistente in una scatola con una parete metallica interna che accumula l’energia all’interno del volume ed uno strato esterno di materia organica – lana, cotone, legno, ecc. – che assorbe l’orgone atmosferico e ne trasmette una parte al metallo che la rinvia all’interno in un costante processo di concentrazione. (7) De Marchi, cit., pag. 63. (8) De Marchi, cit., pag. 65-66. (9) De Marchi, cit., pag. 70. (10) De Marchi, cit., pag. 71. (11) De Marchi, cit., pag. 73. (12) De Marchi, cit., pag. 73. (13) Sulla complessa vicenda delle relazioni fra Reich e Freud, cfr. Wilhelm Reich, Reich parla di Freud, Milano, Sugarco, 1979. (14) Su tali questioni cfr. Alessandro Zabini, Wilhelm Reich e il segreto dei dischi volanti, Roma, Tre Editori, 1996; e Carlo Albini, Creazione e castigo: la grande congiura contro Wilhelm Reich, Roma, Tre Editori, 1997. Le recenti sperimentazioni condotte da James De Meo, in particolare l’operazione di nubificazione svoltasi in Eritrea nel 1994-95, sembrerebbero aver dimostrato l’efficacia degli apparecchi costruiti da Reich e la sostanziale fondatezza di molte delle sue teorie. Cfr. prefazione a Zabini, cit. , pag. XX-XXI. (15) È la posizione tipica degli autori marxisti e degli psicanalisti ortodossi, una soluzione molto comoda per archiviare il “caso Reich” con la coscienza a posto. A titolo di esempio citiamo Michel Cattier, La vita e l’opera di Wilhelm Reich, Milano, Feltrinelli, 1976: “Il suo fanatismo, il suo immenso orgoglio, e soprattutto la coerenza interna del suo sistema, fanno di Reich un paranoico talmente tipico che si potrebbe credere di aver a che fare con un caso tratto da un manuale di psichiatria… Quasi tutti i testi che Reich scrisse in USA sono pieni di penose rodomontate… Che Reich abbia potuto convincere dei profani, passi. Ma nella lista dei collaboratori alla sua rivista si trovano i nomi di parecchi medici e dottori in scienze. Ora, le teorie sull’orgone sono altrettanto strampalate dell’ipotesi che la terra sia un cubo cavo, con il sole e le stelle all’interno… Reich vedeva orgone dappertutto: nel cielo, nelle nuvole, negli oceani, nelle uova di rane, ecc. Fotografò delle aurore boreali e affermò che la forma delle nebulose a spirale indicava che si trattava di due correnti orgoniche accoppiate e in preda a un orgasmo cosmico. Bisogna riconoscere che la cosa non era priva di poesia…”, pag. 187-188. (16) De Marchi, cit., pag. 103.

tratto dal libro di Walter Catalano, Applausi per mano sola, Clinamen 2001

 


Stéphane Mallarmé – Prosa dei folli

Pros des Focus

Du “Mysticis Umbraculis”

 

Elle dormait: son doigt tremblait, sans améthyste

Et nu, sous sa chemise: après un soupir triste,

Il s’arrêta, levant au nombril la batiste.

 

Et son ventre, sembla de la neige où serait,

Cependant qu’un rayon redore la forêt,

Tombé le nid moussu d’un gai chardonneret.

 

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Prosa dei folli

Da “Mysticis Umbraculis”

 

Ella dormiva : il suo dito tremava, senza ametista

e nudo, sotto la sua camicia, dopo un sospiro triste

si fermò, alzando all’ombelico la batista.

 

E il suo ventre sembrò neve dove fosse,

mentre un raggio indora la foresta,

caduto il nido muschioso di un gaio cardellino.


Da Sacerdotessa a Sposa: il matrimonio come processo di colonizzazione nella conquista patriarcale

di Vicki Noble

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Nel 1975 scrissi e pubblicai insieme ad altre un tascabile per donne, da usare nei gruppi di self help. Eravamo attiviste improvvisate  e   ci incontravamo nei gruppi di autocoscienza con lo scopo di riscattare i nostri corpi dall’establishment medico (e dai nostri amanti uomini) usando uno speculum di plastica e uno specchio per scrutare, per la prima volta nella vita, dentro la nostra vagina. La poetessa femminista radicale Robin Morgan scrisse un’introduzione al “Circle one” in cui faceva un parallelo tra l’espropriazione del corpo delle donne e il più generale processo di colonizzazione descritto dalla più grande autorità mondiale sull’argomento, Frantz Fanon. Costretto ad assumere i “cliché, i valori e l’identificazione” dell’oppressore, il colonizzato diventa naturalmente alienato dai “propri valori, dalla propria terra”, che nello specifico delle donne è il “nostro proprio corpo”. Fin dai primi giorni della seconda ondata del femminismo, che iniziò alla fine degli anni ‘60 e divenne un movimento rivoluzionario pienamente  dispiegato durante gli anni ‘70, le donne si concentrarono sul problema spinoso e complesso del “vivere con l’oppressore”, vissuto in maniera più esplicita e dolorosa all’interno della condizione del matrimonio eterosessuale.

Istruite fin dalla nascita a considerare il matrimonio (e la maternità)  come il destino finale di una donna, senza il quale sarebbe sola e incompleta, nella seconda metà del ventesimo secolo le donne occidentali  si sono trovate a incarnare un paradosso, poiché si   hanno dovuto confrontarsi col fallimento di quella stessa istituzione. Sia che ne siamo partecipanti attive  (volontarie) o meno, sia che succeda per scelta o per errore, la percentuale nazionale di divorzi è attualmente al 50%. (in Usa).  Dove vivo, in California, la percentuale si avvicina a punte del 75%. Ironia della sorte, di recente, i gay e le lesbiche fioccano a migliaia sulle scalinate del municipio di San Francisco per raggiungere quelle percentuali in aumento di eterosessuali falliti, perfino se la cosa in se stessa – il matrimonio legale per la vita – sembra certamente esalare il suo ultimo respiro. Come può essere che qualcosa che già funziona come un modello obsoleto possa avere una presa così forte addirittura fra quelli più radicali tra noi? La risposta, credo, sta nella storia del matrimonio come parte di quella transizione che è avvenuta nei tempi antichi da società centrate sul femminile (matriarcati) a quelle dominate dal maschio (patriarcati),  quando  la “sacerdotessa” è diventata la “sposa”.

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LE CIVILTA’ DELLA DEA

Esiste un poderoso  corpo di studi, soprattutto l’enorme lavoro di Marija Gimbutas, che documenta e descrive le antiche società pre-patriarcali che esistettero nei vari continenti africano e euro-asiatico. Sulle basi dei ritrovamenti dei più antichi siti  archeologici, l’America del Sud e quella del Nord, sembrano essere state entrambe centrate sul femminile. Basandosi su questo, le studiose femministe hanno corretto e rielaborato il lavoro sull’archeologia e la preistoria che era stato fatto prima che si sviluppassero metodi di datazione più accurati e più moderni. A questo punto, è stato appurato (e contemporaneamente nello stesso tempo caldamente negato) che esistettero davvero civiltà ginocentriche nella maggior parte delle zone sulla terra prima che il passaggio mondiale al patriarcato le cancellasse dalla nostra consapevolezza (e anche dalle nostre coscienze). E per quanto la reazione contro un mondo di questo genere sia violenta ed estrema, continua a venire alla luce altro materiale che corrobora e sostiene la ricerca femminista degli ultimi trent’anni.

Il mio principale interesse in questo lavoro è sempre stata la leadership religiosa delle sacerdotesse e delle sciamane. Le società dell’Antica Europa e delle regioni del Mediterraneo hanno lasciato testimonianze di leadership femminile in decine di migliaia di figurine femminili, in centinaia di modelli di templi in ceramica dalla forma di donna e in migliaia di vasi dai contorni femminili o dipinti con figure femminili, spesso danzanti. Lo sciamanesimo femminile, come ho detto in precedenza, assomigliava per lo più a una funzione collettiva dell’intera comunità delle donne messa in atto per il bene comune. Le donne che mestruavano e partorivano insieme fornivano un profondo campo vibrazionale a cui potevano partecipare donne, uomini e bambini per la guarigione e la rigenerazione dell’intera tribù. I primi “templi” edificati erano piattaforme all’aperto costruite vicino i cimiteri dove si pensa avessero luogo danze – rituali estatici che riguardavano la celebrazione della vita, della morte e del rinnovamento senza separare il vivente dal morto. Che la “venerazione degli antenati/e” fosse celebrata dalle donne e ne beneficiassero tutti, si evince dalle importanti tombe di donne in stanziamenti neolitici come quello di Çatal Höyük in Turchia del settimo millennio a.C.

Nelle  culture del primo neolitico dell’Antica Europa e del Mediterraneo c’erano dappertutto altari mobili (“tavole per le offerte”). Sarebbero stati associati in seguito all’officiare delle sacerdotesse Le sepolture di donne d’alto rango dell’Età del Bronzo e del Ferro   trovate   nelle steppe russe sono state identificate dagli archeologi come appartenenti a sacerdotesse. Dal Mar Nero alle montagne dell’Altai e di Tien Shan, le sepolture femminili contengono l’equipaggiamento necessario che identifica le alte sacerdotesse sciamane. Dai siti vinča del quinto millennio, gli archeologi hanno portato alla luce recipienti per le offerte antropomorfi e zoomorfi (visi di donne e di animali). Un modellino di trono con statuette femminili della cultura Sesklo in Tessaglia suggerì a Gimbutas “l’esistenza di un ordine gerarchico di sacerdotesse e di altre addette al tempio”. Altri corredi, trovati in siti neolitici, connessi alla leadership femminile risultano essere tipici di sepolture più recenti identificate come appartenenti a sacerdotesse. Gli accessori di questi corredi includono alti copricapo a cono, cinture o ghirlande particolari, specchi levigati,  cucchiai e piccoli contenitori per rituali solitamente ritenute dagli studiosi scatole per “cosmetici”.

Per le finalità di questo mio scritto, quello che è più interessante è che questi oggetti, caratteristici del lungo continuo lignaggio di sacerdotesse sciamane risalente come minimo al neolitico (dal settimo al quarto millennio a.C.) e giunto fino all’Età del Ferro (fine del primo millennio a.C.), costituiscono esattamente lo stesso materiale associato alle spose tradizionali  in quel medesimo vasto territorio. Ancora oggi in gran parte del continente africano e di quello euro-asiatico il tradizionale abito da sposa contiene come minimo alcuni dei motivi legati in origine alle funzioni delle sacerdotesse. La mia teoria è che durante la transizione spesso cruenta al patriarcato, che impiegò parecchi secoli per arrivare a compimento, l’intera dotazione delle sacerdotesse sciamane fu trasferita, sostanzialmente intatta, al nuovo ‘ufficio’ istituzionalizzato della sposa. In questo modo, la corrente sotterranea della civiltà originaria centrata sul femminile si è preservata nelle tradizioni popolari di ogni dove. Si ritrova, nella maniera più esplicita, nei rituali e nelle danze delle donne, nei riti matrimoniali e nei costumi delle spose, cui è stato permesso di sopravvivere nonostante i drastici cambiamenti che ebbero luogo nella forma di governo e, più in generale, nella società.

Questo passaggio (dalla sacerdotessa alla sposa) non è assolutamente avvenuto accidentalmente o per caso, ma sta a significare un vasto e deliberato processo di colonizzazione messo in atto dalle gerarchie degli invasori patriarcali. La popolazione femminile dell’Età del Bronzo e del Ferro venne cooptata e soverchiata tramite quello che viene definito con il piacevole termine di “matrimonio esogamico”, ma in realtà si trattò di annessione, stupro e imprigionamento delle donne di più alto rango  delle tribù conquistate. Alla fine, tutte le donne probabilmente vengono colonizzate nella pratica corrente, che prevede che le donne di un gruppo etnico siano sistematicamente stuprate e spesso ingravidante dagli uomini del gruppo dei conquistatori, come parte accettata  dell’etica di guerra.  Robin Morgan ha parafrasato la descrizione della colonizzazione fornita da Fenon: “Gli oppressi sono defraudati della loro cultura, della loro storia, del loro orgoglio e delle loro radici – tutto ciò espresso con la massima concretezza nella conquista della loro terra”, che Morgan paragona al corpo delle donne. “Le donne sono persone colonizzate… un tentativo di genocidio che si manifesta nell’attacco più eclatante del patriarcato contro il nostro “territorio” principale e più prezioso: il nostro stesso corpo.”

 So benissimo che questo genere di analisi femminista disturba sia le donne che gli uomini moderni, che in gran parte sono coinvolti in matrimoni eterosessuali e non vogliono sentire un approccio così negativo verso una così santificata istituzione. Comunque sento fortemente che la dipendenza che abbiamo verso l’istituzione del matrimonio – e la tortura che così tante di noi subiscono all’interno delle sue pareti protettive e segreganti – è la ragione precisa per cui dobbiamo sforzarci di guardare direttamente in faccia la cruda realtà. Per la prima volta nel 2004  il rapporto annuale per i diritti umani del  di Amnesty International,   si è focalizzato  sulle donne. L’organizzazione ha avuto un approccio bidirezionale nel redigere il rapporto, primo concentrandosi sulla orribile situazione dello stupro come parte delle guerre in corso al momento in così tante parti del pianeta. Il secondo indirizzo si focalizza, tuttavia, sulla diffusa situazione di violenza domestica che loro dicono essere pandemica. E’il problema numero uno delle donne ovunque nel mondo. Più che in guerra, le donne sono più in pericolo nelle loro stesse case e all’interno del così amato ruolo di mogli.

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QUELLE SENZA MARITO: LA STRUTTURA DEL CLAN MATRIARCALE

Nonostante l’idea romantica e moderna del “sacro matrimonio” eterosessuale sia stata proiettata a ritroso fino alle antiche società agricole del Neolitico (e perfino alla cieca sull’ancora più antico Paleolitico), non ci sono evidenze a supporto di tale proiezione, bensì molte prove contrarie.   L’argomento più dibattuto, se le civiltà antichissime ruotassero o meno intorno al femminile (culture quindi matriarcali, matristiche o matrici) sta tutto nella preponderanza delle figure femminili nell’arte e nella supremazia delle donne nelle sepolture. Ma oltre a questo, le strutture assolutamente egualitarie che troviamo nelle antichissime società agricole (con assenza di centralizzazione, stratificazione sociale o qualsiasi altro segnale di “potere” esercitato “su”), associate alla ovvia libertà delle donne (che sono ritratte nude, orgogliose,  senza alcuna necessità di difendersi, regali, sedute su troni e con valenze sacrali) sembra che non implichino null’altro.

Appartenenti a queste prime civiltà, so di due raffigurazioni del rapporto sessuale maschio-femmina (una di Çatal Höyük che risale al 7.000 a.C. e l’altra di un sito natufiano in Medio Oriente datato circa al 10.000 a.C.), e anche di un’immagine del basso Danubio, del 5.000 c.a. a.C., che raffigura un uomo e una donna di fronte che guardano in avanti con genitali molto stilizzati che distinguono il loro genere. Quest’ultima, piuttosto che l’immagine di un “matrimonio sacro” (come poteva essere per Gimbutas), potrebbe indicare potenzialmente un’altra cellula cooperativa riconosciuta nelle strutture matriarcali: la madre e suo fratello. La stessa Gimbutas ne conviene a proposito di un’altra coppia: “Le divinità femminile e maschile scoperte in una tomba della cultura hamangia dell’inizio del quindicesimo millennio a.C. sulla costa del Mar Nero probabilmente rappresentano una coppia di sorella e fratello piuttosto che una coppia sposata, poiché nelle mitologie europee le divinità femmina-maschio sono riconosciute come coppie di sorelle e fratelli”.

Dopo aver sentito gli interventi alla Prima Conferenza Internazionale sul Matriarcato tenutasi a Lussemburgo nel settembre del 2003, penso che questa interpretazione sembri più verosimile. Alla conferenza sia le antropologhe che le partecipanti provenienti da culture matriarcali hanno presentato saggi sui vari aspetti che caratterizzano le culture matriarcali presso le quali vivevano.

E’stata fatta una presentazione particolarmente interessante da un uomo proveniente dalla cultura mosuo della Cina meridionale (talvolta chiamata dei Na) che ha condiviso con noi i dettagli di come la sua cultura funzioni “senza padri né mariti”. Presso i Mosuo letteralmente non esiste il matrimonio, sebbene le donne mosuo siano libere di avere amanti maschi cui sono legate  e con cui condividono affettività e sessualità. Senza l’istituzione del matrimonio, non esiste una cosa come “il marito” e non c’è un compito specifico del padre. Sebbene a volte si venga a sapere chi è il padre biologico, non viene dato un particolare valore al fatto, e non c’è parola nel linguaggio che lo indichi. Lamu Ga Tusa, il relatore, ha messo in evidenza che non si conclude nessuna interrelazione economica tra un uomo e una donna che hanno una relazione sessuale. Questo radicale concetto è esposto nel libro dell’antropologo cinese Cai Hua intitolato Una società senza padri e mariti: i Na della Cina. “Secondo i Na, una promessa di fedeltà è considerata vergognosa perché ritenuta una negoziazione, uno scambio, che va contro i loro costumi.” Non esistono concetti come ragazza madre o figlio illegittimo. La madre è a capo della famiglia (la nonna è a capo dell’intero clan) e i figli rimangono nella casa dove sono nati e devolvono i frutti del loro lavoro all’interno dell’economia delle loro madri. Sono liberi di visitare le loro amanti nella casa di origine delle donne durante la notte e tornano a casa loro la mattina. “Per tradizione, gli uomini e le donne godono della massima uguaglianza.” Immaginate –   nessun legame per legge, né litigi per il sesso o per i soldi,  nessuna battaglie per l’affidamento, nessun divorzio, nessun problema per gli alimenti, il mantenimento per i figli e   nessuna violenza domestica.

 

LA DONNA COME  UNA PROPRIETA’

Verso la metà del quinto millennio a.C. una nuova popolazione arrivò nell’Europa centro-orientale e nella valle del Danubio, come documentato dall’opera monumentale di Gimbutas, La civiltà della dea. Gimbutas chiamò questi invasori alti e slanciati “Kurgan” dal nome dei loro tumuli di sepoltura in Bulgaria, Macedonia, Transilvania e Ungheria. “Le tombe dei maschi eccezionalmente ricche” includevano sepolture di donne e bambini che all’apparenza erano stati sacrificati alla morte del loro padrone. Queste sepolture “secondarie” contenevano anche animali sacrificati, come cavalli e cani. “Una donna, presumibilmente la moglie, sembra essere stata messa a morte in quel momento e lasciata a riposare a fianco del suo signore defunto”. I suoi preziosi ornamenti esprimono “il suo elevato status in vita”. Durante gli ottocento anni successivi, gli agricoltori di Cucuteni coesistettero con i pastori kurgan (fino alla metà del quarto millennio a.C.). Ma per altri gruppi le “incursioni si rivelarono catastrofiche” e fuggirono verso occidente trovando “rifugio nelle caverne della Transilvania o sulle isole del Danubio”. Intere culture furono sostituite, scomparvero i simboli dell’Antica Europa insieme alla coltivazione dei cereali che aveva caratterizzato le prime culture agricole. A questa prima ondata distruttiva di invasioni seguì una serie di spostamenti di popolazioni. Cambiamenti sociali più consistenti sono evidenti nelle società miste sopravvissute, come quella di Tisza, dove piccoli assembramenti di ricche sepolture contengono i corpi di maschi “proto-europoidi”, ma per la maggioranza, le tombe sono di “tipo mediterraneo” con le forme tipiche dell’Antica Europa.

A metà del quarto millennio a.C., ci fu una seconda ondata di invasori, testimoniata dalle tombe “reali” o “d’elite” sparse da nord a sud dei Carpazi. Qui le società “si modificarono secondo linee riconoscibili” e la struttura cambiò da “matristica a patriarcale”, cambiamento che divenne definitivo alla fine del quarto millennio quando il “nuovo regime sembra che abbia definitivamente eliminato o trasformato tutto ciò che rimaneva del vecchio sistema sociale”. Le culture delle razze miste “ibride” appena formatesi seppellivano al centro i loro maschi con le donne e i bambini intorno. In una tomba a due di una “coppia regale”, la donna indossa un delizioso copricapo e lì vicino, in una “tomba a uovo”, giacciono “gli scheletri di cinque bambini” disposti in cerchio, tre neonati e due bambini, tutti del condottiero sepolto, come dimostrato dall’analisi delle ossa. Gimbutas parla di un “sorprendente numero di animali ed esseri umani sacrificati” in queste tribù ibride con i loro capi maschi adulti al centro.

Una terza ondata di invasioni si ebbe circa nel 3.000 a.C., periodo di “una massiccia infiltrazione che causò cambiamenti drastici nella configurazione etnica dell’Europa”. La cultura ibrida Vučedol con le sua meravigliose statuine della Dea fu spinta verso occidente, in Grecia, dove diede vita alla cultura ellenica antica. Gimbutas mette   fa notare che questi gruppi guerrieri “non erano di numero elevato e non soppiantarono gli abitanti locali. Arrivarono in piccole bande migratorie e si insediarono con la forza come piccole élite di comando” in Grecia. Ma sotto l’influenza della cultura indoeuropea, “l’influenza delle donne del neolitico collassò ed esse diventarono proprietà privata nella nuova società del commercio e delle razzie.”

“Le primissime fonti scritte, l’Iliade e i Rig Veda, narrano come una sposa o le armi si ottenessero in cambio di bestiame… la proprietà più importante paragonabile alla nostra moneta… Il ruolo del bestiame durò fino al ventesimo secolo (come dote, per esempio, nelle aree rurali).” Le divinità divennero maschili, e le dee femminili che perdurarono non erano più creatrici, ma semplici spose o mogli delle divinità maschili”.Si vede chiaramente nella figura di Era nella mitologia greca, un tempo Regina dei Cieli, ma alla fine ridotta a essere l’isterica e frustrata moglie di Zeus che la ebbe in moglie con l’inganno, la conquista e lo stupro. Come afferma chiaramente Gimbutas nel suo ultimo libro, Le dee viventi, lo stupro di una dea “può essere interpretato come l’allegoria dell’assoggettamento della locale religione della dea al pantheon degli invasori patriarcali”.

 

DALLA RIPRODUZIONE AL CONTRATTO ECONOMICO

Nei tempi antichi, la funzione sessuale riproduttiva della coppia maschio-femmina era chiaramente già conosciuta e in qualche modo santificata, come si può vedere nelle statuette che rappresentano il rapporto sessuale. Tra i sumeri  in Iraq  l’unione eterosessuale venne codificata in base ai principi della proprietà privata. Gimbutas  fa notare come, dal 3.000 a.C., “  importanti  testi (descrivano) i riti del matrimonio sacro già nei primi scritti della storia”. I testi parlano di un “matrimonio sacro” in cui una “coppia ha un rapporto sessuale cerimoniale”. Nel famoso sito di Ur, vicino Bagdad, l’archeologo Woolsey ha effettuato scavi di tombe “principesche” del 2.600 circa a.C., che contenevano “oggetti di una varietà e una ricchezza senza precedenti” ed “erano presenti anche parenti e servi, sacrificati per l’occasione (a Ur vennero trovate più di 80 persone)”.

Al British Museum di Londra si possono vedere favolosi diademi d’oro, spille ornamentali, pugnali, perle, cerchi per capelli e corone con rose estratti dalle tombe delle vittime sacrificali – donne e bambini, regine e schiave (forse regine che erano loro stesse schiave, che nei riti avevano il ruolo di “prostitute sacre” così glorificato dalle donne emancipate di oggi). Sessantaquattro delle ottanta persone sacrificate  erano donne. Una nota del British Museum dice che “sia l’interno che l’esterno della stanza mortuaria della Regina erano eccezionalmente pieni di ricchi oggetti”. Nel World Atlas of Archaeology, un uno  scrittore accademico sottolinea con assurdità, “ le vittime non solo potevano essere contente, ma perfino orgogliose di seguire i loro signori…”. Parla della pratica del sacrificio della vedova come “relativamente diffusa” e suggerisce che testimonia “uno stadio evoluto di società altamente gerarchiche”.

 

LE SACERDOTESSE SCIAMANE DELLE STEPPE

La diffusa pratica di sacrificare le vedove si ritrova ancora più a est, se percorriamo velocemente duemila anni, spingendoci verso l’area del Mar Nero. Nel  libro meraviglioso pubblicato e tradotto da Jeannine Davis-Kimball,Nomads of the Eurasian Steppes in the Early Iron Age, in cui vengono riportati i risultati di decenni di ricerche sulle antiche tribù dell’Asia Centrale, Anna I. Melyukova descrive le sepolture di donne sciamane. Sulla riva destra del fiume Dnieper “alcune strane tombe contenenti corpi di donne si differenziano in maniera rilevante per gli altari mobili in pietra, piatti, piastre, frammenti dipinti e in gesso, sigilli, amuleti vari, parti di armatura e briglie sistemate nella sepoltura come offerte. I ricercatori ritengono che “queste tombe siano di principesse appartenenti   alla classe più alta dei più alto di  cavalieri. Ironia della sorte, c’è anche chi pensa che queste tombe di donne contenessero i corpi di “aiutanti” sacrificate. Gli studiosi ritengono che il basso Dnieper fosse con tutta probabilità il centro religioso delle tribù scite,  in quanto nell’area sono stati ritrovati alcuni dei kurgan più ricchi. Nell’ottavo secolo a.C., gli Sciti, migrando da est, arrivarono nel Mar Nero, dove gradualmente sottomisero “il popolo della foresta” della riva destra del Dnieper, il cui stile di vita iniziò a “declinare”. 

Sembra che la cultura scita abbia usato il “matrimonio misto” fra i re invasori e le principesse indigene come chiara strategia di colonizzazione. In Crimea conquistarono i Tauri (la cultura della foresta   Kizil-Kobin) e ridussero in schiavitù la popolazione locale, fornendo la “prova inconfutabile a favore di una popolazione mista tauro-scita che visse in Crimea non più tardi del settimo, sesto secolo a.C.”. Valery S. Olkhovsky descrive come minimo due casi di “matrimoni misti tra gli Sciti e i Kizil-Kobin”. Lo storico greco Erodoto descrive i Tauri come un popolo che faceva sacrifici alla dea  Ifigenia, figlia di Agamennone e sacerdotessa della stessa Artemide.

Già nel quarto secolo a.C., la tradizione funeraria dei Greci era stata adottata dagli Sciti, risultato di diffusi contatti e dei matrimoni misti “fra gli Sciti e la nobiltà greca”, intendendo per nobiltà quelle donne di stirpe reale rapite o barattate. In quest’epoca, le differenze tra le tombe scite e kizil- kobins erano scomparse quasi del tutto con l’assimilazione definitiva dei Tauri. In uno degli esempi della nuova modalità di matrimonio, Olkhovsky parla di un re Mitridate che, “per consolidare l’unione politica e militare con la Scitia Minore… diede sua figlia in sposa ai dominatori sciti”, e cita Plutarco che scrisse che “Mitridate ebbe parecchie mogli scite”. Una tomba particolarmente ricca, il kurgan di Kul’Oba in Crimea vicino Kerch, apparteneva a un nobile scita (forse un re) sepolto in un lussuoso giaciglio di legno” adorno d’oro. Alla sua sinistra “era stata sepolta una donna in un sarcofago di cipresso. I suoi abiti erano decorati con piastrine d’oro. Indossava un diadema con pendenti raffiguranti delle teste di Atena, orecchini d’oro, un monile rigido, una collana e braccialetti d’oro. Vicino a lei c’era uno specchio di bronzo”. Sebbene non ci venga detto se era o no della stessa etnia dell’uomo, lo  specchio, secondo le ricerche di Devis-Kimball, suggeriva che era una principessa. Aveva anche tra le gambe uno strano calice d’oro, sicuramente molto importante, che raccontava con le sue immagini intagliate quello che gli studiosi reputano un “racconto epico” scita.

Da Erodoto sappiamo che l’eroe greco Eracle arrivò nella “regione dei boschi” vicino al Mar Nero e, sorpreso da una tempesta, si coprì con la sua pelle di leone e si addormentò. Mentre dormiva, le sue cavalle, che aveva staccato dal carro per lasciarle pascolare, scapparono. Mentre le cercava nella foresta tutt’intorno, “trovò in una grotta uno strano essere, metà fanciulla metà serpente, le cui forme dalla vita in su erano di donna, mentre sotto era un serpente. La guardò con stupore”, chiedendole se avesse visto le cavalle. Gli disse di sì e che adesso erano sue, rifiutandosi di restituirle a meno che “non avesse fatto l’amore con lei”. Lui accettò e lei, che era rimasta incinta di tre bambini, gli chiese… “quando i tuoi figli saranno grandi, cosa devo fare di loro?”. Lui le disse di osservali e quando avesse visto uno di loro “tendere l’arco come faccio io, e cingersi con la cintura come me, allora sceglilo affinché rimanga in queste terre. Quelli che falliranno la prova, mandali via.” Le consegnò “sia l’arco che la cintura”, che aveva un boccale attaccato alla fibbia. Il bambino, Scita, che riuscì nei compiti affidategli da Eracle, divenne il capostipite degli Sciti. E poiché alla sua cintura pendeva un boccale, gli Sciti da allora indossano dei boccali appesi alle cinture.” Ma questo specifico boccale d’oro con le scene del mito sulle origini dei Sciti non fu trovato appeso alla cintura di un capo scita, ma tra le gambe della nostra principessa-sposa. Può essere che l’identificazione della donna-serpente con la  “regione delle boschi” la connettano al popolo della foresta Kizil-Kobin (i Tauri) che gli Sciti sottomisero e alla fine assimilarono nello stesso tempo.

LE AMAZZONI: QUELLE SENZA MARITO

Il significato del termine “amazzone”, che per molto tempo è stato erroneamente tradotto dagli studiosi “quella senza seno”, alimentando così molte storie e leggende sulle guerriere amazzoni che si tagliavano un seno per poter tirare con l’arco e le frecce, recentemente è stata ritenuto superato dai linguisti. Nel suo libro favoloso, Warrior women, Jeannine Davis-Kimball documenta come la parola amazzone derivi da un termine proto-indoeuropeo che significa “ quella senza marito”. Abbiamo già visto come nelle società matriarcali le donne siano libere di scegliersi gli amanti e come i bambini nati dalle loro unioni appartengano alla madre e prendano il suo nome. Il matrimonio – inteso come strategia di controllo sulla proprietà privata che si tramanda per linea maschile – è semplicemente impossibile perché il padre di un bambino è sempre incerto. La mia teoria è che quando gli invasori dediti alla pastorizia vennero in contatto con le culture matriarcali, le videro come “amazzoni” cioè quelle senza marito. Finora non esiste prova archeologica che supporti l’idea di tribù esclusivamente femminili, ma ci sono sempre stati molti gruppi con usi matriarcali e centrati sul femminile come i Mosuo della Cina di oggi.

A est del territorio scita vicino il fiume Volga vivevano i Sauromati (dal sesto al quinto secolo a.C.), una delle tante tribù centrate sul femminile dove le donne venivano sepolte con cucchiai concavi, specchi e piccoli altari portatili in pietra dipinti di rosso per identificare le donne, che secondo gli archeologi russi, avevano il ruolo di  sacerdotesse.

Davis-Kimball nel suo libro del 2002  si servì della sua personale esperienza con le popolazioni nomadi contemporanee dell’Asia Centrale, e anche del suo lavoro svolto sul campo insieme agli archeologi russi, per sintetizzare tutti i materiali dei suoi scavi e quelli osservati nei musei  . Davis-Kimball ha scoperto che le donne detenevano alte posizioni e venivano sepolte con ricchi manufatti al centro, nel posto d’onore delle tombe, “prestando ulteriore credito alle congetture che quelle sauro-sarmate potrebbero essere state società matriarcali”. Articolando il principale problema che oggi le studiose femministe si trovano ad affrontare, scrive di essersi resa conto di come le donne di alto rango siano state nascoste dalle “ombre delle interpretazioni tradizionali.”

Erodoto affermava che i Sauromati discendevano dalle Amazzoni della Cappadocia (Turchia), che si erano accoppiate con gli Sciti. Come afferma la leggenda più famosa, le Amazzoni furono catturate in battaglia dai Greci e caricate come prigioniere a bordo di tre navi che salparono sul Mar Nero. Le donne si ammutinarono e uccisero quelli che le avevano catturate. Ma non sapendo navigare, furono trasportate dai venti sulle rive del lago di Meotis (il mare di Azov) in una località chiamata “ le Scogliere”, il paese degli Sciti. Appena sbarcate, catturarono dei cavalli e saccheggiarono il territorio. Gli Sciti non riconobbero le attaccanti e le combatterono fino a quando, visti i loro corpi, si resero conto che stavano lottavano contro delle donne. A quel punto elaborarono una stratagemma per incontrarle e accoppiarsi con loro, “perché volevano avere dei figli da queste donne”. I giovani uomini si accamparono vicino alle Amazzoni e quando le donne videro che gli uomini non erano pericolosi, lasciarono che restassero lì vicino dove “iniziarono a   condurre lo stesso tipo di vita delle donne, cacciando e depredando”. A mezzogiorno, le donne si “riposavano” da sole   o in coppia e gli Sciti fecero altrettanto. Uno dei giovani si avvicinò a una delle donne che si erano allontanate e, secondo Erodoto, “l’Amazzone non lo respinse, ma lasciò che lui facesse con lei quello che voleva”. Sebbene non parlassero lo stesso linguaggio, l’Amazzone fece capire a segni al giovane che sarebbe potuto tornare il giorno successivo con un amico e che lei avrebbe fatto altrettanto. Siccome la cosa funzionò, tutti i giovani sciti vennero a incontrare le Amazzoni e “poterono godere” anche delle altre. Questo è plausibilmente il riferimento a riti cerimoniali sessuali praticati dalle popolazioni matriarcali, come quelli incontrati a Zuni o presso altri pueblos sud-occidentali dagli Europei che vi giunsero nel diciottesimo secolo. Nel suo libro The Zuni Man-Woman, Will Rescoe scrive come queste pratiche vennero tenute nascoste per l’atteggiamento punitivo che gli invasori europei adottarono  contro di esse.

Erodoto continua affermando che, dopo l’incontro amichevole (e l’accoppiamento), le Amazzoni e gli Sciti unirono i loro campi, “e ogni uomo tenne la donna con la quale era stato all’inizio”. Ciò suggerisce una primitiva forma di matrimonio, ma non sembra indicare conflitto. Quello che segue a questa storia delle origini dei Sauromati è la raffigurazione della lotta tra due diverse forme di organizzazione sociale, matriarcale e patriarcale, che solo all’apparenza terminò in un felice compromesso. Gli Sciti non “riuscirono a imparare la lingua delle donne, ma le donne impararono il linguaggio degli uomini” e quando si capirono, gli uomini invitarono le donne a trasferirsi a casa loro come mogli monogame. (“Ma come moglii avremo solo voi e nessun altra.”)

Secondo Erodoto, le donne dissero agli uomini che non potevano vivere con loro alla maniera degli Sciti, “perché noi e loro non abbiamo gli stessi usi. Noi tiriamo le frecce e il giavellotto e cavalchiamo i cavalli, ma per quel che riguarda “i compiti delle donne” non ne sappiamo nulla. Le vostre donne non fanno nessuna delle cose che abbiamo detto. Stanno nei loro carri e fanno “lavori da donne” e non vanno mai a cacciare o cose simili. Non potremmo andare d’accordo con donne così”. Insistettero che se  volevano avere loro come compagne e nello stesso tempo essere uomini onorevoli, allora dovevano andare dai loro genitori, prendere le quote spettanti delle proprietà, ritornare indietro e vivere con le Amazzoni. (In altre parole, le Amazzoni insistettero sulla loro scelta matrilineare e matrifocale.) I giovani sciti accettarono e insieme si misero in viaggio verso il paese dove, al tempo in cui Erodoto scriveva di loro, vivevano i Sauromati. Egli descrive come le “donne dei Sauromati” seguissero il loro antico stile di vita, cavalcando, “cacciando con e senza i loro uomini”, partecipando alla guerra e indossando gli stessi abiti degli uomini.

In seguito egli narra che il linguaggio sauromata si distinse da quello degli Sciti “poiché le Amazzoni non riuscirono mai a impararlo bene” e che nessuna ragazza poteva sposarsi se prima non aveva ucciso un uomo fra i nemici. “Alcune di loro morirono in tarda età senza prima sposarsi, perché non poterono adempiere a questa legge.”

Davis-Kimball descrive l’eccitazione provata nel portare personalmente alla luce il corpo di una giovane donna sauromata durante uno scavo russo-americano che co-diresse. La ragazza, solo un’ adolescente al tempo della sua morte, fu accompagnata nella tomba da un pugnale di ferro, una grande distesa di frecce di bronzo, amuleti particolari e un bel teschio di cinghiale lungo 15 cm. Di fianco al suo tesoro di guerriera aveva anche un paio di conchiglie d’ostrica, segno inconfutabile che si trattava di una sacerdotessa, cosa che indusse Davis-Kimball a inserirla nella speciale categoria di “sacerdotessa guerriera”. Nel 1997 ebbi il privilegio di fare un viaggio in compagnia di Davis-Kimbell per visitare i musei che sorgevano lungo il corso dei fiumi Don e Volga, dove ho visto io stessa alcuni degli oggetti appartenenti a  tombe di “sacerdotesse guerriere”, compresi armi, gioielli e i tipici specchi in bronzo di queste donne delle steppe di alto rango.

Secoli dopo che i Sauromati si furono stanziati sulle rive del Volga, le donne e i bambini sarmati venivano ancora sepolti con le loro statuine femminili di gesso e alabastro, e “sopravvivevano ancora elementi dei rituali di culto dei Sauromati”, come gli altari mobili decorati (a volte rimpiazzati, nel terzo e secondo secolo a.C., da incensieri di pietra o argilla). Secondo Zoya A. Barbarunova: “L’antica tradizione di seppellire le donne con punte di frecce e, meno di frequente, con una spada, sopravvisse come pratica elementale del culto.” Marina G. Moshkova, in un saggio tratto da Nomads of the Eurasian Steppes, descrive come all’inizio della ‘Common Era’ si formò una nuova grande coalizione nomade, detta degli Alani, che si ritiene abbia conquistato o assimilato gli ultimi Sauromati sopravissuti e sconfitto definitivamente gli Sciti. Gli Alani (o Sarmati-Alani) a loro volta furono cacciati dal loro territorio dalle invasioni degli Unni, nel quarto secolo. Alcuni si fusero con gli Unni, altri fuggirono verso ovest, in direzione di Gibilterra, e altri ancora si stanziarono nel Caucaso; li conosciamo come gli Alani caucasici. La diaspora degli Alani mise fine in qualche modo alla lunga e gloriosa storia delle Amazzoni nelle regioni occidentali.

 

LE ALLEANZE MATRIMONIALI NOMADI E LO SCAMBIO DELLE DONNE

Ancora più a est, sulle montagne dell’Altai, le popolazioni di Pazyryk seppellivano i loro morti in tumuli simili a quelli degli Sciti. Grazie all’acqua che s’infiltrava nei tumuli sepolcrali rimanendo ghiacciata per secoli, i corpi e i manufatti furono conservati quasi allo stato originario fino a quando l’archeologo russo Sergei Rudenko li scoprì e li portò alla luce agli inizi del  del XX secolo. Un carro con grandi ruote “designato a viaggi cerimoniali” era probabilmente “di origine cinese, arrivato nell’Altai come parte della dote di una principessa cinese”. Adiacente al sito di Pazyryk a Tuva, un kurgan arzhan particolarmente sporgente conteneva nel suo centro una doppia sepoltura in bare di legno che gli archeologi ipotizzarono appartenesse a uno zar e una zarina. Secondo l’archeologo Nikolai A. Bokovenko, nessun altro kurgan ha (mai) mostrato come contenuto un numero cosi altro di cavalli sacrificati e di persone –identificati come accompagnatori nel viaggio del loro signore verso il regno dei morti.

Tombe appartenenti ai cimiteri dell’Età del Bronzo della cultura di Zamam-Baba, vicino il fiume Oxus (datata tra la fine terzo e l’inizio del secondo millennio a.C.), vecchie di almeno duemila anni, mostrano sepolture di coppia di uomini e donne che gli archeologi hanno interpretato come segno di matrimoni stabili e forse, di esistenza di nuclei famigliari. Nella recente History of the Civilisations of Central Asia in quattro volumi, V. M. Masson scrive che gli uomini erano sepolti con punte di freccia di selce, mentre le donne avevano ornamenti, ocra e capelli colorati, perle di pietre semi-preziose, e oro, e una tomba conteneva anche una “statuine femminile appiattita”. Masson ha svolto un lavoro stupefacente mappando le migrazioni della popolazione dai pressi del Mar Caspio (le oasi di Kopet Dag) nel loro spostamento verso est, seguendo le vie commerciali fino alla Ferghana Valley. “Gli abitanti di Altyn depe e Namzga depe potrebbero essersi spostati molto lontano in direzione nord-est”, portando con sé la venerazione di una divinità femminile centrale che gradualmente “si differenziò” all’interno di “un intero pantheon femminile”  afferma Masson. Egli documenta i legami tra le culture harappa e quelle del Caspio e dell’area settentrionale dell’Iran, mostrando le antiche e provate connessioni tra le culture centrate sul femminile lungo la Via della Seta (da Sumeri alla Valle dell’Indo).

I  tardi Saka, le cui donne combattevano a fianco degli uomini, a volte sono stati considerati un ramo orientale della confederazione scita, e in parecchi siti saka, i maschi europoidi venivano sepolti con femmine mongole – un particolare modello di “matrimonio misto” dove i maschi sono “occidentali” e le femmine “orientali”. Il collaboratore russo di Jeannine Davis-Kimball, l’archeologo Leonid Yablonsky, parla di una “rapida fusione culturale e genetica” in Kasakhstan dall’ottavo al sesto secolo a.C., e ancora più verso est dove i medesimi modelli di matrimonio misto sono stati osservati anche in tribù sepolte intorno al fiume Syr Darya.

Anche nelle montagne di Tien Shan, i maschi europoidi  sono stati sepolti con femmine che presentavano tratti mongoli. Forse la continuazione di tale pratica può essere vista un millennio dopo nella storia del primo re religioso del Tibet, Songsten Gampo (settimo secolo), il cui matrimonio con due donne straniere portò il buddismo in Tibet. Lo studioso tibetano Reginald Ray scrive che questo re fu un potente leader che unificò il Tibet centrale ed estese la sua influenza dall’antico regno di Shangshung in occidente alla Cina, verso nord, e all’India, verso sud. “E’ scritto che, come ‘servizio’ alla sua visione imperiale, Songsten Gampo sposò due principesse, una della Cina e una del Nepal, e grazie alla loro influenza il re si convertì e il Buddismo venne istituito a corte e furono costruiti i primi templi buddisti in Tibet”. Questo passaggio non solo stabilisce che i potenti patriarchi si servirono del matrimonio come di una cosciente strategia di colonizzazione per espandere i loro imperi, ma ci riporta anche alla memoria l’importanza e il prestigio delle donne reali, dalle quali essi facevano derivare i loro privilegi.

Per timore che, di questo passo, ci sia la possibilità anche inconscia di continuare a valorizzare il matrimonio, leggete questa commovente descrizione di Frances Wood, nel suo libro del 2002, The Silk Road: Two Thousand Years in the Hearth of Asia: “Trattenere ostaggi e servirsi delle principesse nubili per organizzare alleanze matrimoniali (in pratica mandare le donne in ostaggio in Asia centrale) fu la caratteristica principale della diplomazia Han.” Gli Han erano minacciati dai nomadi delle regioni occidentali, specialmente dagli Xiongnu (Hsiung-nu). L’alleanza, ad esempio, poteva consistere nel “barattare una principessa cinese per mille cavalli”. La principessa, racconta Wood, “nel suo profondo dolore” aveva composto un canto: “La mia famiglia mi ha mandato via affinché divenga sposa nell’altra parte del cielo… Desidererei essere un cigno dorato, per ritornare al mio paese natale.” Come se la sua vita di solitudine con il vecchio che era suo marito non fosse stata dolorosa a sufficienza, veniamo a sapere che in seguito, secondo un uso che Wood ci dice essere molto comune fra i non cinesi, sarebbe andata in sposa al nipote di suo marito, e con lui avrebbe messo al mondo una figlia.

Laszlo Torday, in un affascinante libro sulla storia dell’Asia centrale intitolato Mounted Archers afferma che l’esogamia obbligava gli uomini a scegliere una moglie al di fuori del clan, il che voleva dire che lei sarebbe stata considerata una proprietà una volta divenuta sposa in quel clan. Dopo la morte del marito, lei e ogni ricchezza che aveva portato con sé sarebbero ritornate al clan di origine, a meno che lei non passasse a un componente della famiglia del marito morto. Secondo Torday, la parola dei proto-indoeuropei che i linguisti identificano per “sorella” (swesor) significa sostanzialmente “donna di proprietà” e si riallaccia a una parola russa (svat) che significa “relazione matrimoniale”. Un’altra esperta della Via della Seta, Susan Whitfield, narra la pratica apparentemente diffusa dell’entrata delle principesse cinesi nell’ordine taoista come sacerdotesse ordinate, “per evitare così ogni minaccia di future alleanze matrimoniali”. Queste pratiche oppressive erano chiaramente ancora in essere nell’866, quando il governatore di Duhuang (sito delle favolose grotte buddiste con pitture, sculture e testi depositati tra il quarto e il decimo secolo), come viene riferito “mandò in dono quattro astori, due cavalli e un paio di donne tibetane” all’imperatore della Cina.

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PERMANENZE DEL POTERE FEMMINILE

Le tribu nomadi matriarcali come i governi femminili Sauro-sarmati  (per non menzionare i più conosciuti e contemporanei come gli Etruschi, Iberici e i Celti del primo millennio a.C.) diedero alla donne la proprietà e la libertà personale. Vestigia di tali costumi possono essere ancora   viste nelle società nomadi moderne descritte da Davis-Kimball, che sottolinea  quanto siano  “egualitari” gli odierni Kazaki. L’autrice descrive uomini e donne “‘che lavorano fianco a fianco, spesso facendo lo stesso mestiere” e benché il figlio più giovane erediti le proprietà del padre alla sua morte, le figlie e gli altri figli “ereditano ciascuno una porzione imparziale dei beni della famiglia quando si sposano”.  Con fotografie e racconti coinvolgenti, illustra come ragazzi e ragazze, un giorno uomini e donne, competono e si misurano in corse a cavallo e in gare di conto.

Fu il riferimento che Davis-Kimball fece rispetto al copricapo matrimoniale kazako che attirò la mia attenzione sulla transizione diretta da sacerdotessa a sposa. Nel 1999, lei analizzò e ‘decompose’ la famosa sepoltura ‘Uomo d’oro di Issyk’ per l’Archeology Magazine,  dimostrando che il guerriero nomade coperto di 4000 pezzetti d’oro, oltre a uno specchio di bronzo dorato, un cucchiaio in argento e un battitore di koumiss (liquore estratto dal latte di cavalla fermentato) –  tutti attributi di una principessa sciamana – era di fatto una donna guerriera e non un uomo. Durante gli scavi, alcuni lavoratori locali avevano menzionato all’archeologa che il copricapo dell’”Uomo d’oro”  ricordava loro  il tradizionale capello da sposa. Questo collegamento sorprendente tra una guerriera e una sposa mi indusse ad approfondire la ricerca.

Nel 2001 fui invitata dalla ricercatrice- autrice e insegnante Mary B. Kelly ad aprire la conferenza a New York su “Le Amazzoni e le loro sorelle”. Kelly, anche lei artista, fa ricerche e scrive sui “ricami della Dea” e sui  motivi tessuti  I suoi libri rivoluzionari Goddess Embroderies of Eastern Europe (1989) e Goddess Embroderies of the Balkan Lands(1999) esaminano ed evidenziano le connessioni tra gli antichi motivi trovati nelle culture matristiche del neolitico e dell’Età del Bronzo da una parte e l’odierna arte folcloristica e i motivi tessili di tutta l’Eurasia contemporanea dall’altra. Alla conferenza che aveva organizzato partecipava anche un’etnografa della regione di Chuvash negli Urali della Russia, Valentina Elm, che tenne il discorso di apertura oltre a me. I Chuvash ritengono di discendere dalle Amazzoni (o da popolazioni limitrofe) e il copricapo da sposa a forma di elmetto che Valentina aveva portato alla conferenza divenne lo stimolo di molte scene eccitanti, quando tutte a turno provammo i cappelli da sposa simili a quelli dei guerrieri.

Personalmente ritengo che sia una   una vera e propria vergogna che l’identità delle donne guerriere e delle sacerdotesse sciamane sia stata cancellata nel tempo e che a noi sia rimasto solo il ruolo di “sposa” in cui far convergere le nostre speranze moderne e i nostri sogni di grandezza mitica. La storia che ho iniziato a svelare mi aiuta a capire perché così tante donne moderne, sensibili ed emancipate, giovani e non, continuino ancora impulsivamente ad andare verso l’altare per proclamare l’improbabile voto di fedeltà per tutta la vita verso una sola persona. Penso che dentro di noi, nel profondo, ci sia un barlume della memoria di un tempo in cui facilitavamo i rituali  della tribù, adorne d’oro e gemme, o combattevamo valorosamente a fianco degli uomini che insieme a noi cercarono di resistere e   di impedire il rovesciamento delle antiche società matriarcali centrate sulla Dea.

Perfino nell’America contemporanea   quando una donna indossa quel   lungo abito bianco con il velo e cammina lungo la navata,  si scatena un flusso di emozioni che la ricollega a quel tempo passato in cui impersonavamo la Dea. In questo contesto, guardo una foto recente della rock star Melissa Etheridge con la sua seconda sposa come un momento particolarmente glorioso e paradossale. Entrambe le spose sono vestite di bianco come richiesto, e ognuna di loro è radiosa e splendida mentre si avvale dell’opportunità aperta dalla volontà della California di aprire un varco in quelle leggi che cercano di proteggere l’istituzione del matrimonio dalla partecipazione dei gay e delle lesbiche. Insieme agli altri quattromila membri della tribù trasgressiva cui appartengono, reclamano il loro antico diritto di indossare l’armamentario delle Amazzoni, quelle antiche donne archetipiche che non avevano marito.

 Vicki Noble è una guaritrice femminista, insegnate, artista, studiosa e scrittrice, co-autrice del Motherpeace e autrice de Il risveglio della Dea. Il suo ultimo libro, La dea doppia, riesamina la vera storia della vita delle Regine amazzoni, quelle donne sacerdotesse e guerriere a cavallo che fondarono le città dell’Età del Bronzo in Turchia , dove  regnarono “in coppia”.

 

Questo contributo è comparso nella sezione I Origini del Patriarcato del libro The Rule of Mars,  Readings on the Origins, History and Impact of Patriarchy  di Christina Biaggi Ed. KIT , CT USA 2005

Traduzione a cura di Anonima Network Bologna   2008 Agosto

N.d.T

Il libro Warrior Women è stato pubblicato in italiano da Venexia – Gennaio 2009 con il titolo Donne Guerriere


Immagine

L’uomo, giunto al termine della civilizzazione, dovrà ritornare alla nudità: non alla nudità inconsapevole del selvaggio, ma a quella conscia e riconosciuta dell’uomo maturo, il cui corpo sarà l’espressione armoniosa della sua vita spirituale. Isadora Duncan, Lettere dalla danza, 1928 (postumo)

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Tinto Brass. Così fan tutte

Goditi “Così fan tutte” on line

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GENERE: Erotico
REGIA: Tinto Brass
SCENEGGIATURA: Tinto Brass, Francesco Costa, Bernardino Zapponi
ATTORI:
Claudia Koll, Paolo Lanza, Franco Branciaroli, Ornella Marcucci, Maurizio Martinoli, Rossana Di Pierro, Isabella Deiana, Lucia Lucchesino, Renzo Rinaldi,Pierangela Vallerino, Marco Marciani, Jean Rene’ Le Moine, Luciana Cireni

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Massimo Di Venanzo, Silvano Ippoliti
MONTAGGIO: Tinto Brass
MUSICHE: Pino Donaggio
PRODUZIONE: ACHILLE MANZOTTI E GIOVANNI BERTOLUCCI PER SAN FRANCISCO FILM, FASO FILM
DISTRIBUZIONE: ARTISTI ASSOCIATI – MANZOTTI HOME VIDEO, BMG VIDEO (PARADE)
PAESE: Italia 1991
DURATA: 120 Min
FORMATO: Colore
VISTO CENSURA: 18

Dice un grande filosofo e sociologo, di nome Herbert Marcuse: ‘la differenza tra erotismo e pornografia è la differenza tra sesso celebratorio e sesso masturbativo’. Tinto Brass, è il più conosciuto tra i registi erotici della nostra Penisola. Dopo una serie di commedie incentrate sulla satira antiborghese, il Tinto nazionale, si dedicò e ancora oggi continua a farlo, alla scoperta del corpo femminile, in tutti i suoi sensi possibili. Dopo il successo(e lo scalpore) de ‘La chiave’, ad oggi il suo miglior film, i due mezzi fallimenti in ‘Capriccio’ e ‘Miranda’, e dopo il divertente ‘Paprika’, Brass rilegge in chiave erotica e moderna l’opera di Wolfgang Amadeus Mozart, ‘Così fan tutte’. Claudia Koll(che prima di diventare fan della Chiesa Cattolica, diveniva grazie a questa pellicola, discretamente famosa), è felicemente sposata con un uomo che la ama e la rispetta. Ma ciò non può bastare a soddisfare i suoi impulsi sessuale, e la donna si sente oppressa da questo desiderio incessante, finchè non trova il modo di soddisfarlo senza nemmeno sentirsi in colpa nei confronti del marito: lo cornifica e poi gli racconta le sue scappatella, ma lo fa, facendo credere a questo che ciò che gli racconta siano solo fantasie e che non sia mai successo nulla. Ma quando il marito, scoperti alcuni lividi sul corpo della Koll, si convince che lei lo tradisce non esita a lasciarla per un periodo di tempo. Salvo poi tornare sui suoi passi. Tra i film meglio riusciti del regista veneto, ‘Così fan tutte’ è un divertente e divertito carosello di abitudini sessuali più o meno ‘sane’, vero e proprio inno al lasciarsi possedere dai propri desideri e dai propri impulsi. A differenza di altre pellicole dell’autore, molto più volgari e meno riuscite, questo film si mantiene ancora dalle parti dell’erotismo, senza andare a parere in zone ben più scabrose. Intendiamoci, il film non è che sia quel gran capolavoro. Ma a suo modo, è diventato un cult del genere e un punto di partenza ideale nella filmografia di Brass. L’occhio di Tinto si sofferma sulle grazie dell’attrice, la scruta, la spia, con il solito fare da voyeur che contraddistingue da sempre la macchina da presa del regista. Non manca un pizzico di critica all’istituzione del matrimonio, colpevole di aver negato a livello erotico, la possibilità di essere completamente soddisfatti. Solo grazie alla trasgressione, l’essere umano sente di aver appagato un proprio desiderio, in ogni modo possibile e immaginabile. Ed ecco qui che la protagonista prova diverse strade, dall’auto-erotismo, al sesso tradizionale, al sadomaso. Importante come sempre nel cinema di Tinto Brass è l’uso della musica e dei colori. Qui non c’è l’esplosione che c’è in altre pellicole, ma comunque la colonna sonora ben si adatta e i colori risaltano allo sguardo attento, come sgargianti e in un certo senso provocatorio. Ed è proprio la provocazione ciò su cui si basa ‘Così fan tutte’. Siamo nel 1992, ancora il sesso è un argomento tabù, e un film del genere diventa una gran cosa per i puritani, e un insulto per i moralisti e i bigotti. E figuriamoci per le femministe, poiché il film(ma c’è da dire che lo faceva anche l’opera di Mozart), non dà un’immagine della donna, come dire, che fa onore. Una provocazione ben riuscita, visto che a distanza di tempo ancora il film viene ricordato come una delle commedie erotiche più riuscite dell’autore e anche della storia di questo tipo di cinema in Italia. Da qui in poi, Brass, salvo alcuni spiragli di luce, comincerà una fase discendente ancora, purtroppo, non conclusa.


Ana Rossetti: Dei pubi angelici

De los pubis angélicos

 (A mi adorada Bibì Andersen)

 

Divagar

por la doble avenida de tus piernas,

recorrer la ardiente miel pulida,

demorarme, y en el promiscuo borde,

donde el enigma embosca su portento,

contenerme.

El dedo titubea, no se atreve,

la tan frágil censura traspasando

-adherido triángulo que el elástico alisaa

saber qué le aguarda. A comprobar, por fin, el sexo de los àngeles.

 

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Dei pubi angelici

 (Alla mia adorata Bibì Andersen)

 

Divagare

per il doppio corso delle tue gambe,

percorrere l’ardente miele pulito,

soffermarmi, e nel promiscuo bordo,

dove l’enigma nasconde il suo portento,

contenermi.

Il dito esita, non si azzarda,

la così fragile censura trapassando

– aderito triangolo che l’elastico liscia –

sapendo cosa lo aspetta.

Comprovando, infine, il sesso degli angeli.


In favore del pudore

di Alexander Lowen

Comunemente si pensa che i vestiti servano a proteggerci dagli elementi della natura. Sebbene tale protezione sia ovviamente necessaria in climi artici, non si spiega l’uso dei vestiti nelle regioni tropicali o nelle case riscaldate. Gli abiti, però, svolgono altre due funzioni importanti: attirano l’attenzione sull’individualità della persona e, allo stesso tempo, ne nascondono il nucleo più segreto della personalità.

Per comprendere il complesso ruolo che i vestiti giocano nella nostra vita dobbiamo analizzare due tendenze antitetiche: l’esibizione del corpo da una parte e il pudore del corpo dall’altra. Il desiderio di attirare attenzione sul corpo e di mostrarne il fascino riflette un impulso esibizionistico che è presente in tutte le persone. Tra i primitivi si riscontra una tendenza pressoché universale a decorare il corpo con pitture, ornamenti, ghirlande e così via. Questa inclinazione a mostrare il corpo è comune a molti animali e all’uomo. Negli animali è strettamente correlata all’impulso sessuale e segue uno schema istintuale. La natura ha dotato molti animali, specialmente i maschi, di espedienti decorativi finalizzati all’esibizione. Tra gli esseri umani, l’esibizione è un’attività più conscia, che si avvale di numerosi elementi esterni per valorizzare le attrattive dell’individuo. Gli psicologi e gli antropologi generalmente concordano nel ritenere che la funzione primaria degli a- biti sia quella di far mostra di sé.

Un antico status symbol

Il mostrarsi enfatizza l’unicità e la superiorità dell’individuo rispetto al resto del gruppo. Spesso si tramuta in esibizione, come per esempio nella danza o nello sport, ma nella vita di ogni giorno, vestiti o accessori decorativi assumono una rilevanza maggiore. In tutte le società primitive, il capo dominante o il leader tribale presenta decorazioni più elaborate dei suoi sudditi o seguaci. Nelle società civilizzate, organizzate su base classista, lo status e il livello sociale sono rivelati dalla co- stosità e dall’elaborazione del vestito. Gli abiti regali dei monarchi e le ornate vesti dei cortigiani li distinguevano dagli uomini comuni. Le differenziazioni nel vestire tendono a scomparire nelle so- cietà democratiche, dove vengono rimpiazzate dalla moda quale indicatore di status. Essere vestiti alla moda è, in un certo senso, indice di superiorità sociale, poiché spesso richiede una maggiore disponibilità di tempo e denaro rispetto a quanto una persona media possa permettersi in fatto di abbigliamento. Gli abiti servono quindi a marcare le differenze tra le persone sul piano sociale e sessuale.

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La nudità elimina le diversità sociali perché riduce tutte le persone al comune livello corporeo o animale con cui sono venute al mondo. La nudità spoglia l’individuo delle sue pretese egoiche e, talvolta, delle sue difese egoiche. La punizione ha spesso preso la forma della pubblica esposizione del corpo nudo. Le persone che vengono fatte sfilare nude per le strade sotto gli sguardi di altre che sono invece vestite, provano una profonda umiliazione. Ma se tutti sono svestiti, i sentimenti di vergogna e imbarazzo tendono a scomparire e, spesso, si prova un senso di liberazione e di libertà. La necessità di mantenere u- n’apparenza o di supportare un’immagine egoica è una restrizione che inibisce la gioia e la spontaneità del corpo. Nell’intimità delle nostre case, siamo tutti ben felici di spogliarci, liberandoci così di questo fardello egoico.

Pudore e intimità

Negli esseri umani la tendenza a esibire e mostrare il corpo va di pari passo con un senso di pudore al riguardo, che proviene da una consapevolezza dell’ego nei confronti del corpo. L’uomo è co- sciente del proprio corpo, specialmente della sua natura sessuale, in un modo diverso dai bambini o dagli animali. L’uomo ha sviluppato un ego che considera il corpo come un oggetto ed è cosciente della sua funzione sessuale. Negli animali o nei bambini questo non accade, poiché sono total- mente identificati con il corpo. Nell’uomo il pudore è un’espressione di tale coscienza di sé, unsegno di personalità e di individualità. Coprire una parte del corpo, in particolar modo l’area genitale, denota un senso di intimità (privacy) che è poi il fondamento del pudore. Tra i primitivi, spesso l’area genitale è 1’unica parte del corpo ad essere coperta. Nelle Isole Trobriand, come osservò Malinowski, quando una ragazza inizia ad avere rapporti sessuali indossa una gonna di fibre che, come la foglia di palma o il peri- zoma dell’uomo, segnala il senso di intimità (privacy) circa gli organi sessuali. Noi esprimiamo lo stesso atteggiamento quando, parlando, ci riferiamo ai genitali in termini di “parti intime”. L’intimità è collegata alla personalità, che maschera i sentimenti più profondi di una persona e le consente di nascondere alcune espressioni corporee considerate intime. Gli organi genitali vengono coperti perché le loro reazioni sono le meno soggette al controllo volontario. Possiamo masche- rare certi sentimenti o impedire loro di comparire sul nostro viso, ma possiamo essere traditi da u- n’eccitazione sessuale che non può essere controllata. Nell’uomo, l’orgoglio richiede che gli organi sessuali vengano sottratti allo sguardo pubblico, proprio in virtù del senso di intimità. Orgoglio, intimità e genitalità adulta vanno di pari passo. All’opposto troviamo comportamenti in- fantili o relativi all’infanzia dove non esistono né orgoglio, né intimità, né, tanto meno, soddisfazione sessuale. L’orgoglio naturale è un’espressione del grado di autopercezione e di autostima di un persona. Denota la capacità di un individuo di contenere i propri sentimenti e ne indica, perciò, la capacità di reggere una forte carica sessuale. La mancanza di orgoglio è sinonimo di carenza di autostima, autocontrollo e forti sentimenti. Conseguentemente, l’individuo privo di orgoglio non è in grado di sostenere una forte carica sessuale e il suo sfogo non potrà fornirgli il piacere o la soddisfazione che dovrebbe. L’orgoglio non può essere disgiunto da un senso di intimità o da un senso di pudore.

Nudismo ed eccitazione sessuale

La nudità elimina l’intimità e riduce l’orgoglio. Contrariamente a quanto previsto dall’immaginario comune, la nudità sociale ha un effetto riduttivo sulla sensazione sessuale. In un suo interessante studio dal titolo The Psychology of Clothes (La psicologia degli abiti), J.C.Flugel scrive: “La nudità tende a far diminuire la sessualità (cioè gli impulsi più direttamente genitali della sessualità). La vasta esperienza degli Amici della Natura (un’organizzazione nudista) sembrerebbe confermare l’esattezza di tale affermazione e il motivo principale è probabilmente da ricercare nel fatto che l’aumentato piacere dell’esibizionismo e dell’erotismo suscitato dal mostrare pelle e muscoli ha assorbito una certa quantità di energia sessuale che avrebbe altrimenti trovato un canale di sfogo puramente genitale”.

Ritengo che la spiegazione di Flugel abbia una certa validità. Quando la sensazione erotica viene estesa a tutto il corpo, l’attenzione per i genitali diminuisce. La situazione dei nudisti assomiglia molto a quella dei bambini nei quali la sessualità è diffusa in forma di erotismo epidermico in cui manca la forte carica genitale che richiede una scarica. In altre parole, la nudità è un’esperienza regressiva che riporta ai piaceri dell’infanzia a spese della più forte eccitazione genitale adulta. Questa regressione psicologica è responsabile in gran parte del calo di sensazioni sessuali nelle riunioni nudiste. Essendo regrediti al livello infantile, i nudisti abbandonano la loro maturità sessuale.

La forza del piacere

La sessualità adulta è una funzione combinata dell’io e del corpo. L’io aumenta così l’eccitazione sessuale: convogliando le sensazioni erotiche sull’apparato genitale, indirizzando queste sensazioni verso un individuo specifico, contenendo l’eccitazione e consentendole in tal modo di crescere fino a un picco massimo. L’io è come il braccio che tende l’arco preparando il volo della freccia: più forte è il braccio maggiore è la tensione che può sopportare e più lontano riuscirà a scagliare la freccia. L’io debole lascia andare più facilmente, ma dato che l’accumulo di tensione è minore, an- che il piacere della scarica risulta essere minimo.

Visto che sia la tendenza a mostrarsi sia il senso di pudore sono manifestazioni dell’Io, esse operano congiuntamente per il raggiungimento della meta egoica della soddisfazione sessuale, vale a dire l’orgasmo. Gli abiti, quindi, possono essere considerati un meccanismo di sollecitazione sessuale e il pudore favorisce questo intento perché, nascondendo il premio, ne aumenta la desiderabilità. Il bambino non conosce il pudore perché non ha scopi genitali. L’individuo sessualmente maturo, conscio del proprio corpo, è necessariamente pudico. Il pudore, tuttavia, non va confuso con la pruderie o con la vergogna.

La distinzione tra pudore e vergogna equivale alla differenza che passa tra il rivendicare la propria privacy e il timore di autoesporsi. Una persona modesta non ha paura di mostrarsi: sa scegliere quando o dove esprimere i propri sentimenti e li manifesta in situazioni appropriate. La persona che prova vergogna non è in grado di manifestare i propri sentimenti neppure quando la situazione richiede che lo faccia. Costoro non si ‘aprono’ nemmeno in privato o nell’intimità di una situazione terapeutica. La vergogna è patologica, mentre il pudore è normale. La pruderie può essere definita come vergogna del proprio corpo.

Stiamo assistendo a una progressiva riduzione della vergogna per il corpo che abbiamo ereditato dall’epoca vittoriana. La rivoluzione sessuale degli ultimi cinquant’anni porterà in modo naturale ad un’accettazione dell’esposizione del corpo ancora maggiore.

La misura necessaria

La domanda che sorge spontanea è: quali sono i limiti di tale esposizione? In alcuni locali notturni di S. Francisco si possono trovare cameriere in topless, ed è facilmente immaginabile che tra non molto, se l’attuale tendenza continua, in alcuni night club circoleranno cameriere completamente nude. Esistono riviste o film in cui il corpo nudo o quasi completamente nudo viene esposto senza alcun senso di pudore. Una tale evoluzione, a mio parere, non gioca a favore della salute mentale. Le ragazze così esposte vengono degradate, dato che vengono private del loro senso di intimità. L’effetto di una tale mancanza di considerazione per il pudore è la riduzione del rispetto per il cor- po e la diminuzione dell’eccitazione e del mistero del sesso.

La magia dell’amore

Esiste un semplice principio che, io credo, spieghi il comportamento degli organismi: la ricerca di eccitazione e di piacere. L’eccitazione è vita, la mancanza di eccitazione è noia e morte. Fin da Adamo ed Eva, l’eccitazione vitale si è incentrata sul mistero del sesso. I vestiti intensificano il mistero perché coprono la ri- sposta biologica con l’aura della personalità (persona = maschera) e la adornano con le caratteristiche uniche dell’Io individuale. Il sesso si eleva da risposta generica a risposta individuale. E questa è la base dell’amore: da essa deriva il romanticismo, l’elisir che trasforma l’esistenza comune in in- canto ed estasi. Questa trasformazione non avviene nel mondo animale, dove il sesso è una fun- zione puramente biologica.

La qualità tipicamente umana che eleva il sesso dal livello animale è il senso di riverente meravi- glia che deriva dalla consapevolezza della resa dell’individualità e della fusione del sé con l’universale. Il mistero di tale consapevolezza risiede nella dialettica per cui il sé individuale emerge dall’universale per mezzo di un atto d’amore (l’amore materno) e ritorna all’universale attraverso un altro atto d’amore (l’amore sessuale).

Questo duplice aspetto della consapevolezza umana, il senso del sé e il sentimento di unità con 1’universale, viene riflesso nelle due tendenze antitetiche del far mostra di sé e del pudore. L’esi- bizionismo pone l’accento sul sé dell’individuo, il pudore esprime la percezione che il sé indivi- duale è un aspetto dell’universale. Un sé privo di pudore è una cosa, un oggetto, un albero sradica- to che ha perso la sua connessione vitale con la terra ed è diventato un pezzo di legno. Come si può comparare la vitalità di un pezzo di legno con quella di un albero vivo?

Il mistero della vita

La perdita di pudore dei nostri tempi è la manifestazione di una tendenza culturale, di quell’atteggiamento scientifico che tende a cancellare il mistero da tutti gli aspetti della vita. Senza mistero il corpo perde la sua individualità e diventa un oggetto commerciale da sfruttare come qualsiasi altro articolo di scambio. Allo stesso modo, la vitalità che risiede nel corpo umano va persa. Un risulta-

to sorprendente dell’attuale tendenza a esporre il corpo femminile sulle riviste e nei film è la mancanza di romanticismo e carica vitale nella loro trama. Esiste un’eccitazione nella nudità. Noi traiamo un piacere elementare dall’esposizione della pelle al sole, all’aria e all’acqua. Nelle giuste condizioni, questa esposizione ci fa vibrare di vitalità; percepiamo più acutamente le radici biologiche della nostra natura e ricaviamo un’identificazione con il corpo che non è possibile avere quando siamo completamente vestiti. Tuttavia il piacere della nu- dità pubblica è ottenuto tramite una regressione allo stadio del bambino la cui innocenza assomiglia molto allo stato di esistenza nel Giardino dell’Eden, prima che 1’uomo diventasse cosciente della sua individualità. Come ogni fenomeno regressivo, anche questo può trovare una collocazio- ne nella vita matura. È possibile mantenere un senso di pudore alle riunioni nudiste dove la nudità è socialmente approvata, come nell’antica usanza del bagno comune presente in molti Paesi. Tut- tavia, se separata dal senso di pudore, la nudità pubblica riduce l’uomo al livello di una creatura campestre. Un tale sviluppo porterebbe alla perdita del mistero e del romanticismo presenti nella vita e costringerebbe le persone ad adottare misure disperate per ritrovare la gioia e l’eccitazione nella loro esistenza.

Da: Newsletter of The International Institute for Bioenergetic Analysis, Vol. 5, Number 1, Winter 1994. A cura di Luciano Marchino e Marta Pozzi.


Freud: Passioni segrete

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I rapporti tra Freud e il cinema furono piuttosto controversi. Diciamo pure che il padre fondatore della psicoanalisi provava una decisa avversione nei confronti dell’arte più rappresentativa del XX secolo. Suscitò clamore il telegramma con cui nel 1925 rifiutava il compenso di 100.000 dollari offerto dal produttore Samuel Goodwin in cambio della collaborazione a un film che doveva rievocare le principali vicende amorose della storia (come quella tra Antonio e Cleopatra). Più possibilista, e forse venale, il presidente della Società Psicoanalitica Internazionale Karl Abraham, il quale accolse invece la proposta del produttore tedesco Hans Neumann di realizzare un film di divulgazione sulla psicoanalisi girato da Wilhelm Pabst.

Lo stesso Abraham, amico e sodale di Freud nonché analista di Melanie Klein, tentò inutilmente di convincerlo. “Suppongo, caro Professore, che lei non manifesterà per questo progetto una simpatia smisurata, ma sarà obbligato a riconoscere la costrizione che motivi di ordine pratico fanno pesare su di noi”, scriveva. “Non ho bisogno di dirle che questo progetto è conforme allo spirito del nostro tempo e che sarà sicuramente messo in atto: se non con noi, lo sarà sicuramente con persone incompetenti. A Berlino abbiamo un gran numero di psicoanalisti ‘selvaggi’ che si precipiteranno avidamente sull’offerta, nel caso la rifiutassimo”. Dalle parole di Abraham traggo un riferimento malevolo a Georg Groddeck (che si definiva appunto uno psicoanalista selvaggio), ben più brillante e – facile dedurlo – meno attaccato di lui alla vil pecunia.

Freud ripeté la propria contrarietà in una lettera indirizzata a un altro importante psicoanalista dell’epoca, Sándor Ferenczi. “La riduzione cinematografica sembra inevitabile, così come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie di questo genere”. L’idea di vedere nonno Sigismondo pettinato come Betty Boop fa sorridere. “La mia obiezione principale”, proseguiva”, “rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una presentazione dinamica che si rispetti un po’. Non daremo comunque la nostra approvazione a qualcosa di insipido”.

Chi aveva ragione: il dogmatico Freud o il più disponibile Abraham? Come la psicoanalisi insegna, non è possibile dare una risposta. Dipende dai punti di vista. Storicamente, il cinema ha contribuito a diffondere le tematiche proprie della psicoanalisi pur spesso banalizzandole. In ogni caso, nonno Sigismondo non avrebbe apprezzato il biopic che John Huston gli dedicò nel 1962. A cominciare dal titolo: Freud: The Secret Passion. Si potrebbe definire come una specie di detective story (in cui il colpevole è l’Inconscio, ovvio) che si sviluppa tra il 1885 e il 1890: anni in cui il giovane Sigmund segue le lezioni di Charcot allaSalpêtrièreapprende la tecnica dell’ipnosi per il trattamento dell’isteria, quindi inizia a collaborare con il medico viennese Josef Breuer. Fu proprio questa collaborazione a imprimere un corso nuovo alle sue idee, l’abbandono del metodo ipnotico e la formulazione delle prime ipotesi sulla struttura della mente. La ricostruzione storica è fedele, sebbene macchinosa ed eccessivamente didascalica (tralasciando, non per caso, il tema della sessualità infantile). Piuttosto ridicola appare invece l’atmosfera oscura e misteriosa in cui si muovono i personaggi, che sembrano dei santoni dediti a pratiche pseudomagiche.

La sceneggiatura iniziale fu redatta nientemeno che da Jean-Paul Sartre, ma prevedeva un film della durata di otto ore che i produttori bocciarono immediatamente. Fu John Huston stesso a sfrondare la trama (si fa per dire, 140’ ridotti poi ulteriormente a 120’), a ben pensarci l’identico trattamento che gli americani hanno riservato alla psicoanalisi. Così Freud “diventa un certo tipo di genio malato e infervorato che coglie le risposte giuste nel limbo dell’ispirazione” (parola di regista). Ne veste tuttavia in modo credibile i panni Montgomery Clift, già minato nella salute fisica e dalla depressione, in una delle sue ultime apparizioni.

GENERE: Biografico
REGIA: John Huston
SCENEGGIATURA: John Huston, Wolfgang Reinhardt, Charles Kaufman
ATTORI:
Montgomery Clift, Susannah York, Larry Parks, Fernand Ledoux, Susan Kohner, David Kossof, Alexander Mango, David McCallum, Eric Potman, Rosalie Crutchley, Joseph Fürst, Eileen Herbie, Leonard Sachs

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Douglas Slocombe
MONTAGGIO: Ralph Kemplen
MUSICHE: Henk Badings, Jerry Goldsmith
PRODUZIONE: HUSTON, WOLFGANG REINHARDT PER L’UNIVERSAL
DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL
PAESE: USA 1962
DURATA: 120 Min
FORMATO: B/N
VISTO CENSURA: 18

CRITICA:
“Fra i film biografici questo è senza dubbio una dei più seri, ache se l’autore sacrifica qua e là il rigore storico allo spettacolo e cade (ma forse se lo era imposto) in uno schematismo scientifico non del tutto persuasivo. Fa difetto comunque all’opera l’ambientazione storica anch’essa sacrificata allo sconcertante personaggio che campeggia senza essere approfondito più del dovuto. Di buon livello l’interpretazione di Montgomery Clift che riscatta con la sua prestazione la teatrale impostazione dell’opera.” (Segnalazioni cinematografiche, vol. LIV, 1963)
NOTE:
– CONSULENTE MEDICO: DAVID STAFFORD-CLARK – PROLOGO ED EPILOGO LETTI DA JOHN HUSTON- DURATA DELL’ EDIZIONE AMERICANA:140′.- SARTRE SCRISSE UNA SCENEGGIATURA CHE HUSTON NON ACCETTO’ RITENENDOLA TROPPO AMPIA. L’EDIZIONE DEFINITIVA DEL FILM FU COMUNQUE TAGLIATA DI CIRCA UN TERZO E IL RISULTATO FINALE FU POCO COERENTE E POCO RIUSCITO.

L’orgasmo, chi è costui?- Sesso.. tanto per gradire!

L’ORGASMO CHI E’ COSTUI?

Spesso tra l’orgasmo atteso e quello sperimentato esiste uno scarto che mobilita interrogativi, dubbi che si ripercuotono poi nelle relazioni intime. La carenza di modelli rispetto ad un’educazione sessuale ci richiama alla necessità della condivisione di ciò che sappiamo e di ciò che ignoriamo.

La parola orgasmo è di origine greca:con orgasmos  si definisce “qualcosa di concitato, forte, energico”.

A livello biologico è un riflesso, una reazione fisiologica che scatta a seguito di una stimolazione adeguata.

I francesi chiamano l’esperienza orgasmica “piccola morte” poiché, come dice U.Galimberti farsi attraversare da Eros, vivere un’esperienza erotica che non sia solo sfioramento di corpi in superficie, significa sperimentare “un dissolvimento dell’Io”, tanto desiderato quanto temuto.

La sessualità adulta, S. Freud è stato chiaro, si esprime come sessualità genitale ed è connessa alla maturità psico-affettiva dell’individuo; la capacità di instaurare relazioni intime caratterizzate dal riconoscimento di due “soggettività” e non dall’uso strumentale dell’altro ne è l’espressione più piena.

W. Reich (1942), allievo ribelle di S.Freud si è addentrato ulteriormente nel mondo pulsionale ed ha fatto della teoria dell’orgasmo un pilastro del suo sistema di pensiero.

La sua tesi è che esiste un’energia naturale la cui espressione più evidente nell’organismo umano è la sessualità genitale che culmina nella funzione dell’orgasmo.

Per Reich,l’orgasmo appunto è quell’esperienza che trascina il singolo organismo nella comunione con la pulsione primoridiale della vita, la sua funzione infatti è chiamata “funzione primordiale della vita”. L’esperienza dell’orgasmo supera la coscienza dell’io e della propriocenzione della sensibilità corporea per affondare nel sentimento oceanico di una comunione con le correnti vitali più profonde, con il ritmo stesso della vita.

Egli ha poi aggiunto che la sanità psichica dell’individuo dipende direttamente dall’equilibrio sessuale, dal pieno dispiegamento della potenza orgastica e che la repressione della sessualità infantile è la vera origine della nevrosi e dei traumi caratteriali.

In effetti per molti individui non è facile sperimentare una sessualità appagante proprio a seguito di pregresse esperienze traumatiche vissute nell’infanzia. Anche per chi vive una malattia nelle sue diverse implicazioni psichiche e fisiche o per chi è attraversato da forti preoccupazioni ed ansia è difficile farsi attraversare dall’ Eros.

Stati d’ansia, quadri depressivi, sensi di colpa sono infatti molto spesso correlati ad un calo del desiderio sessuale.

Le vicissitudini del desiderio, la curva orgasmica ossia la risposta sessuale nelle sue distinte fasi sono poi differenti per l’uomo e per la donna.

La donna sperimenta con l’orgasmo contrazioni ritmiche dei muscoli pelvici; il clitoride ne è sempre coinvolto sia in forma diretta o indiretta.

Nell’uomo invece l’orgasmo consiste in due fasi: la prima implica contrazioni degli organi riproduttivi interni ed è quella in cui l’uomo che si conosce può fermarsi, accelerare, rallentare il ritmo del rapporto; nella seconda i muscoli alla base del pene si contraggono e vi è la fuoriuscita del seme non più controllabile.(Jenny Hare)

Nella donna poi la sessualità è particolarmente influenzata dal contesto, dall’intimità, dai sentimenti e dalla relazione di fiducia con il partner.

Molte donne dichiarano di non aver mai sperimentato l’orgasmo ma non per tutte questo è vissuto in modo problematico. Certo è che esistono condizionamenti sociali tali per cui per la donna l’abbandonarsi è più difficile, vi è un uso meno disinvolto delle fantasie erotiche e pure dell’autoerotismo. Teniamo pure ben presente che l’espressione della sessualità femminile è particolarmente condizionata da variabili soggettive, dall’affettività ed dal coinvolgimento emotivo: un partner amorevole indubbiamente è un prezioso aiuto.

Sempre la donna poi, a differenza dell’uomo, se adeguatamente stimolata ed in particolari situazioni di intimità, può anche sperimentare orgasmi multipli questo perché, a differenza dell’uomo, “non ha un periodo refrattario” ossia quello che non permette alcun tipo di risposta sessuale neppure a fronte di sollecitazioni dunque.

Ad ogni modo  quello che è fondamentale tener presente è che non c’è attitudine più anti-erotica di quella legata al “io voglio…a tutti i costi”.

Rischia di essere un’operazione pericolosa per il ben-essere di una coppia quella di mettere al centro della relazione il raggiungimento dell’orgasmo anziché  il piacere di stare insieme e lo scambiarsi reciprocamente vissuti, sensazioni, bisogni.

Il creare un contesto accogliente, il  prendersi un tempo  senza la fretta di passare dalla fase dei preliminari a quella della penetrazione, sono solo alcuni degli ingredienti che predispongono ad un incontro erotico appagante.

Prima di occuparci dell’orgasmo dovremmo poi chiederci quanto spazio -tempo riserviamo nella nostra vita al piacere. Quanto tempo dedichiamo alla cura, all’igiene, a valorizzare il nostro corpo, non per aderire ai modelli omologanti che provengono dall’esterno quanto per rispettare quello che la via tantrica definisce il nostro “Tempio sacro”?(Zadra, 1998, 1999)

Parlare di piacere implica sintonizzarsi sulla dimensione sensoriale, per molti la più dimenticata a vantaggio dell’azione e del pensiero.

Abbiamo perso la capacità di “sentire”. I nostri sensi: dalla vista, all’udito, all’olfatto, al gusto e ovviamente al tatto sono intorpiditi, a volte persino anestetizzati fino a faticare a trovare “il senso” della vita.

Recuperare tutto questo, ri-alfabetizzarsi è la via per entrare maggiormente in contatto con la propria corporeità e  quella altrui per tornare a sentirsi pienamente vivi.

Senza questa premessa la ricerca dell’orgasmo rischia di trasformarsi in un pensiero osssessivo all’interno di un’ attitudine finalizzata alla prestazione, la più anti-erotica delle predisposizione a qualsiasi incontro amoroso.

La via tantrica di tradizione antichissima lo sa bene: al centro bisogna porre il ben-essere, l’appagamento, il soddisfacimento e non la prestazione.

Un’attitudine meditativa, l’attenzione al respiro, al sentire, la liberazione del suono della voce e del movimento favoriscono l’esperienza sessuale e l’orgasmo ma tutto ciò richiede disciplina e dedizione.

Ciascuno di noi ha fatto esperienza di un’educazione psico-affettiva e sessuale, prima in famiglia, poi a scuola carente perché essa ha enfatizzato il pensiero e l’azione a discapito del sentire; il dovere anziché il piacere, la mente a discapito del corpo; l’inibizione della vitalità anziché la sua espressione.

C. Naranjo nel suo bel libro “la civiltà, un male curabile”(2007) a riguardo così si esprime: “Ecco, dunque, quale potrebbe essere il primo impegno di un ipotetico governo saggio e libero verso i propri cittadini: salvaguardare il loroozio, che è il tempo liberato dalla compulsione di guadagnarsi da vivere “con il sudore della fronte”, un tempo sabbatico per vivere, convivere, per essere, per crescere.


Milva – Lili Marleen (1990)

milva


I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori. [Corrado Augias]

Lo scaffale iridato

libri


Ipotesi di passaggio da società matriarcali a patriarcali

Varie studiose e studiosi hanno ipotizzato ragioni e tempi in cui il patriarcato ha preso il sopravvento rispetto a società che vengono definite matriarcali, matrifocali e matrilineari.

Riassumo qui alcune delle tesi più recenti.

L’archeologa Marija Gimbutas (1921-1994) nelle sue varie pubblicazioni postula che le antiche società in Europa non erano né dominate dagli uomini né erano primitive e che il patriarcato si manifestò come risultato di una “collisione di culture” che diede il via alla diffusione di modelli androcentrici.

Vecchia Europa è il termine che Gimbutas crea per identificare le strutture sociali e simboliche delle popolazioni del Neolitico indicando società ugualitarie, matrilineari, non dominatrici e aventi in comune modelli economici, di vita rituale e sociale.

Coniò il termine “cultura Kurgan” facendo riferimento alle comunità pastorali documentate nelle zone della regione tra il Volga, gli Urali e il Mar Caspio intorno al V millennio a.c. Queste erano derivate da un lungo processo di convergenza di diverse popolazioni delle steppe e condividevano tradizioni comuni.

Gimbutas ipotizza nel libro “The civilization of the Goddess” che l’addomesticamento del cavallo (quindi la possibilità di cavalcare i cavalli che viene fatta risalire intorno al 5000 a.c. nelle aree tra l’Ucraina dell’est e il nord del Kazahistan) abbia contribuito a intensificare atteggiamenti bellicosi e di aggressività territoriali di quelle tribù nomadi.

Descrive come la progressiva collisione tra due sistemi sociali, di linguaggio e ideologie diverse risultò nella disintegrazione delle società della Vecchia Europa portando alla dispersione del linguaggio Proto-Indo-Europeo (PIE) e alla creazione di società ibride che a partire dalle steppe del Volga si espansero verso le coste del Mar Nero nel bacino danubiano a partire dal 4500 a.c. per poi arrivare in Europa verso il 3000 a.c.

Identifica tre ondate di incursioni che introdussero aspetti sociali, ideologici e tecnologici sconosciuti alle popolazioni neolitiche dell’Europa. Questi aspetti includevano strutture sociali patriarcali, la metallurgia del bronzo, le armi, l’addomesticamento del cavallo, l’economia pastorale, l’adorazione di dei del cielo, ceramiche decorate con frammenti di conchiglie e decorate con impressioni di simboli solari, atteggiamenti aggressivi.

Gimbutas ritiene che una volta che il processo di sconvolgimento iniziò si ebbero innumerevoli casi di tradizioni della Vecchia Europa che vennero incorporate in quelle delle società ibride ed elementi indigeni e alieni coesistettero per molto tempo.

La collisione di culture produsse storie, canti, miti, rituali e credenze in cui furono introdotti nuovi elementi che legittimavano l’imposizione del potere maschile oltre ai loro status di dominazione e a privilegi.

Furono cambiamenti drammatici a livello sociale.

Heide Goettner-Abendroth, fondatrice dei moderni Studi Matriarcali, definisce questo lungo processo di trasformazione “l’ascesa del patriarcato”. Esso ebbe luogo in tutto il mondo in un periodo d 6-7.000 anni e ancora continua. Definisce “la universalità della dominazione e del patriarcato un mito, un mero pilastro della ideologia patriarcale” e illustra  alcune ipotetiche tesi emerse da vari autori riguardo l’ascesa del patriarcato e che a suo avviso in realtà sono risultati dello stesso e non cause originali:

Paternità biologica. GoettnerAbendroth afferma che il riconoscimento della paternità biologica non può essere un elemento in quanto devono esserci delle pre-condizioni come l’isolamento di donne dal loro clan di origine e lo sconfinamento in relazioni monogamiche.

Utilizzo dell’aratro. Come è possibile che l’introduzione di un singola innovazione tecnica che dipende dalle maggiori capacità fisiche maschili abbia portato all’ascesa del patriacato? Non esistono prove etnologiche che le donne nelle società matriarcali fossero definite il sesso debole e inoltre in molte società matriarcali anche moderne ci sono uomini che si occupano di lavori pesanti senza per questo aver innescato tendenze patriarcali. Né il fatto di cavalcare il cavallo né l’allevamento di bestiame o il possedere grandi greggi o mandrie possono aver costituito la base del potere dei i primi patriarchi: in società matriarcali molti avrebbero resistito all’accumulazione di proprietà da parte di pochi.

Divisione del lavoro. Questa tesi prevede che le società matriarcali siano state più “primitive” e quella patriarcale sia un’evoluzione di quella precedente (1). Esistono in realtà molte società matriarcali del Neolitico (dal 10000 a.c.) come i primi centri urbani in Anatolia, Palestina e Europa del sud con alti livelli di divisione del lavoro e alta differenziazione sociale, superiore a quella delle truppe guerriere che li hanno conquistati.

Aggressivi e cattivi. Che la natura dell’uomo sia aggressiva e cattiva sarebbe dimostrata dal fatto che essi hanno inventato la società patriarcale della guerra e della dominazione. Gli uomini erano marginalizzati nelle culture matriarcali e quindi si sono ribellati e le hanno ‘detronizzate’. Goettner-Abendroth afferma che questa visione deriva proprio dagli uomini occidentali che si sentono marginali se non sono al centro dell’attenzione delle loro madri, della vita delle donne e della società. Non ci sono evidenze storiche o etnologiche di questo fenomeno.

Goettner-Abendroth (2)  ritiene che di per sé le società nomadi pastorali non crearono una cultura originale e indipendente bensì che esse derivavano da una antica struttura matriarcale come ad es. i Tuareg che vivono in modo matrilineare o matrilocale in tende o altre popolazioni pastorali della Siberia e Mongolia.

Afferma che i processi di trasformazione dal matriarcato al patriarcato seguirono rotte diverse nei diversi continenti. Ad esempio la distruzione della cultura Irochese e di altre culture indigene nord americane avvenne a causa delle invasioni degli Europei e delle loro armi, molto superiori. Nel caso di altre culture fa riferimento alla colonizzazione, all’evangelizzazione cristiana, all’industrializzazione e al turismo di massa nel cosi detto “Terzo Mondo” come esempio di destabilizzazione e in alcuni casi di distruzione delle culture indigene.

In altri casi come in Europa, Goettner-Abendroth afferma che si è trattato di “migrazioni catastrofiche”, probabilmente generate da catastrofi naturali come processi di desertificazione, alluvioni, o aree che progressivamente subivano una glaciazione – quindi grandi cambiamenti climatici.

James De Meo (3), autore di On the origins and Diffusion of Patrism : The Saharian Connection (1981) e Pulse of the Planet (2002), ritiene che l’origine del patriarcato sia inestricabilmente connessa a questioni più ampie e relative alla violenza, ai conflitti e alle guerre. Allinea il concetto di “marchio di Caino” all’“istinto di morte” psicoanalitico e alla nozione cattolica di “peccato originale” ed evidenzia come questi siano in netto contrasto con le ricerche che mostrano che la natura umana è di base pacifica, cooperativa e amorevole.

Le sue ricerche partono dalle teorie sessuo-economiche e dalle scoperte sociali di Wilhem Reich che nei suoi scritti tratta di varie forme di neurosi e di caratteri violenti classificati nelle strutture che Reich definisce “corazze caratteriali”. Reich afferma che la struttura patriarcale e autoritaria della famiglia genera degli adulti “corazzati” che ‘hanno nel tempo sostenuto i roghi delle streghe e poi hanno marciato per Hitler e Stalin’.

Sulla base dei suoi scritti e quelli di altri come Neill, Precott, Terrier e LeBoyer, James De Meo ha elaborato una valutazione inter-culturale di una grande numero di dati antropologici ed etnografici che dimostrano che “le culture con il più alto livello di violenza sociale sono caratterizzate da trattamenti abusivi e duri dei piccoli e dei bambini, dalla repressione sessuale degli adolescenti e di quelli non sposati, da matrimoni compensatori e da strutture gerarchiche che squalificano le donne oltre che dall’ autoritarismo religioso”.

Ha elaborato una “Mappa del Comportamento del mondo” che comparata con una mappa climatica identifica le regioni a più intenso comportamento patriarcale – area denominata da De Meo come zona “Saharasia” dove si concentrano manifestazione estreme (Talebani o Wahabiti). Secondo De Meo le zone con condizioni climatiche estreme o regioni desertiche o di ghiacci o zone dove si verificano carestie,  hanno forgiato nel passato come nel presente comportamenti sociali violenti.

Peggy Reeves Sanday, scrittrice di vari libri tra cui Female Power and Male Dominance; Women at the Center; Life in Modern Matriarchy , è una antropologa e insegna al dipartimento di Antropologia dell’University of Pennsylvania. Sanday ha elaborato un’interessante definizione di matriarcato basata sui suoi studi che a partire dal 1981 per di più di 20 anni ha condotto presso i Minangkabau (uno dei più grandi gruppi etnici matrilineari – circa 4 milioni di persone – che ancora esistono nella parte occidentale dell’isola di Sumatra – Indonesia).

Nel XX secolo gli antropologi dichiararono che il matriarcato non era esistito e che la dominazione maschile era universale.

Sanday sulla base dei suoi lunghi studi sui Minangkabau ha ridefinito il termine Matriarcato spostando il focus da una questione di “regno” (potere politico) a quello di archetipo.

Per matriarcato non intende il governo delle donne, ma un simbolismo materno dominante che definisce e guida il pensiero, le cerimonie e le pratiche. A questo i Minangkabau si riferiscono come adat matriarchaat (usi e costumi matriarcali).

Il suo lavoro è ispirato dalla radice greca arché (4) nel significato di archetipi dell’origine, della fonte, della fondazione. Le stesse donne minangkabau parlano di adat matriarchaat in relazione alla vita e alla dimensione cerimoniale. Secondo Sanday, il sistema matriarcale non esiste isolato da quello patriarcale: “oscurando o denigrando il contributo che le donne e i sistemi matri-centrici hanno dato alla cultura umana, come evidenziano le scienze sociali androcentriche, si oscurano le alternative che possono portare speranza invece che disperazione, pace invece che guerra, uguaglianza invece che dominio (5).

Ci sollecita a porre attenzione alle prospettive delle scienze sociali occidentali che possono essere sia androcentriche, ma anche ginocentriche ed evidenzia che per alcune femministe il “governo delle donne” è un prerequisito allo status di sistema sociale alternativo al patriarcato.

Christina Biaggi, artista e editrice dell’interessante The rule of Mars (2006), illustra una serie di scenari che possono spiegare la bellicosità delle popolazioni Kurgan favorendo così l’instaurarsi di sistemi patriarcali:

Primo scenario: i Kurgan erano discendenti di gruppi pastorali che a causa dell’ambiente e degli stili di vita, davano importanza al ruolo maschile nella loro società e onoravano il Dio del Cielo. Le alluvioni del Mar nero associate all’utilizzo del cavallo li portano a fare incursioni nelle terre dei vicini per poi conquistarli

Secondo scenario: gli antenati dei Kurgan erano tribù di raccoglitori/trici e cacciatori/trici che praticavano una rudimentale agricoltura nelle are intorno al Mar Nero. Le alluvioni gli spinsero verso Nord nelle steppe aride dove diventarono pastori e in seguito monoteisti. Addomesticarono il cavallo e scoprirono la forgiatura del bronzo. Forse mostravano già tratti di sistemi gerarchi nella loro società e forse scarsità di risorse forzarono atti di conquista verso altre popolazioni

Indipendentemente dallo scenario che si sceglie, Biaggi afferma che i drammatici mutamenti climatici dell’area del Mar Nero portarono a una profonda crisi e verso la trasformazione patriarcale dell’Europa sud orientale. 

Sara Morace in “Origine Donna. Dal matrismo al patriarcato, Prospettiva ed., 1997.” illustra le strutture sociali di cooperazione di tipo matristico e non patriarcale  dal 10.000 al 4.000 a.c.,  in cui la superiorità sociale della donna si basava sul suo ruolo di guida del clan e non su imposizioni, come suggerisce il verbo archeo (comandare) contenuto nella parola matriarcato. Morace sostiene che, secondo un’interpretazione marxista, un’agricoltura su larga scala, con lo sfruttamento degli animali, favorì l’accumulo di beni. Dall’assenza di proprietà (i beni vengono prodotti collettivamente e distribuiti nel clan quindi in una economia di tipo cooperativo) si passa alla prima forma di proprietà privata: il surplus dei beni , degli animali, e anche dei figli. La famiglia patriarcale viene fatta risalire alla necessità dei padri di rivendicare i figli come alleati nell’accumulo e nella difesa delle proprietà.

Morace ritiene che il passaggio dalle società pacifiche matriste a quelle patriarcali ha coinciso con conflitti tra popolazioni per il possesso di terre e animali. In un’epoca segnata dalla violenza le donne si sono viste strappare il prestigio e la libertà, e hanno scelto spesso di far parte di una società sì patriarcale, ma che garantiva loro l’incolumità personale. In quel periodo le divinità femminili sono state sostituite da quelle maschili.

Donne che si sono ribellate a questa organizzazione sociale sarebbe confluite in gruppi ancora improntati alla cooperazione matrista e miti oltre che ritrovamenti riguardanti le Amazzoni ne sono la testimonianza.
Morace conclude affermando che il sistema patriarcale, basato sul potere maschile e sul controllo del corpo femminile è ancora vivo, nutrito della cultura misogina che esso ha elaborato.

NOTE

(1) Per le teorie evoluzioniste vedere Ancient Law  (1861) Sir Henry Maine, The origin of Civilization and the Primitive Condition of Man (1870) John Lubbock ,  Frierich Engels , From Savagery to Civilisation ( 1946) J.D.G: Clark, Social Evolution  (1951) V. Gordon Childe e  Elman Service in Primitive Social Organization.

(2) The rule of Mars pag 30 o http://www.hagia.de

(3) http://www.orgonelab.org

(4) arche ha due significati: (1) origine, inizio, fondamento, fonte di azioni, dal primo, dal vecchio, principio iniziale (2) sovranità.

(5) Sanday The rule of Mars

La polarizzazione patriarcale del mondo odierno e la consapevolezza che i valori in cui viviamo immerse non possono venir considerati come scontati.

E’ necessario analizzare le ragioni che hanno portato all’instaurarsi di forma sociali patriarcali ma anche attivare la consapevolezza di quali ruoli i valori patriarcali giocano nella nostra società e dentro di noi per lavorare verso il riscatto di quei valori matriarcali che possono creare reali possibilità di cambiamento.


Milva canta Battiato: Io chi sono?

Milva – Io chi sono?
di F.Battiato/M.Sgalambro – F. Battiato

io sono. Io chi sono? 
Il cielo è primordialmente puro ed immutabile
Mentre le nubi sono temporanee
Le comuni apparenze scompaiono 
Con l’esaurirsi di tutti i fenomeni 
Tutto è illusorio privo di sostanza
Tutto è vacuità 

E siamo qui ancora vivi di nuovo qui
Da tempo immemorabile 
Qui non si impara niente sempre gli stessi errori
Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre

Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio
Sono una cosa sola inseparabili 
La luce si unisce allo spazio in una cosa sola

Io sono. Io chi sono?

La luce si unisce allo spazio in una cosa sola indivisibili

Io sono. Io chi sono?


Questione di genere e movimenti femminili / femministi

Non è facile spiegare che cosa è il GENERE, quale funzione potrebbe avere nel movimento per “un altro mondo possibile”, quali siano le implicazioni politiche del suo riconoscimento e della sua utilizzazione.

In analisi grammaticale si dice genere femminile e genere maschile e queste formule vengono spesso riprese da alcuni settori del femminismo. In realtà quando si dice (per esempio) “genere femminile” ci si colloca inconsapevolmente o consapevolmente all’interno di un complesso dibattito teorico. In modo particolare si prende una posizione che, nel dibattito teorico, viene chiamata ESSENZIALISTA, per cui il genere sarebbe l’immediata espressione culturale del sesso, come se il sesso fosse la struttura della sovrastruttura genere. Esiste un sesso femminile e quindi un genere femminile: il genere femminile è la forma culturale specifica con cui in una certa epoca si presenta il sesso femminile.

La posizione essenzialista  crea un determinismo biologico , uomini e donne sono espressione della loro sessualità, per cui c’è una struttura sesso sulla quale si colloca una sovrastruttura genere e quindi una visione sostanzialmente statica delle relazioni di genere.

Un femminismo che si fondi su una visione statica non può essere che un femminismo idealizzante dell’esistente, quindi un femminismo che cercherà di valorizzare il femminile rispetto al maschile. L’ipotesi di femminismo che io propongo invece è una critica del femminile e del maschile che non sono proiezioni immediate del sesso ma hanno dentro elementi culturali, relazioni di potere che quindi rendono il genere qualcosa di diverso dal sesso.

Posizioni meno semplicistiche preferiscono usare le formule sesso femminile e sesso maschile, dire “DIFFERENZA SESSUALE ” e non “differenza di genere”, perché in questo modo si allude al puro fatto biologico, all’esistenza di due corpi diversi. E poi utilizzare il termine il genere nei suoi significati complessi e diversificati. Si può dire con certezza che una lesbica è di sesso femminile, sul fatto che sia anche di genere femminile il dibattito è aperto. “Le lesbiche non sono donne”, ha scritto una delle più geniali teoriche del lesbismo, Monique Wittig.

Le lesbiche sono donne – ribattono altre – perché subiscono la ferita narcisistica della castrazione, a cui reagiscono con il diniego. Ma non si tratta solo di una questione di preferenza sessuale. Considerare il genere dinamico e variabile, storico e locale significa prendere atto che gli uomini e le donne sono per natura animali di cultura, che si può essere donne in un’infinita varietà di modi.

Che cosa è il genere allora ? Il genere è prima di tutto un PARAMETRO scientifico di lettura delle relazioni umane. Come gli esseri umani stanno tra loro in rapporti di classe, così stanno tra loro in rapporti di genere.

Il genere è un fenomeno ideologico, è cioè il modo in cui una società, un gruppo umano, una comunità vivono l’appartenenza all’uno e all’altro sesso. Ma è anche un fenomeno materiale, cioè è il complesso delle implicazioni sociali della differenza sessuale in quella società, in quel gruppo umano, in quella comunità.

L’assenza del parametro di genere nelle analisi della realtà limita fortemente il carattere scientifico di qualsiasi lavoro. Le prospettive della sociologia e dell’economia politica, per esempio mutano radicalmente se nell’osservazione è incluso o non è incluso il genere. Una teoria delle classi non potrebbe prescindere dal ruolo che tradizionalmente hanno svolto le donne nella formazione dell’esercito di riserva, nel lavoro precario o nelle occupazioni che socializzano i compiti femminili. Allo stesso modo non potrebbe prescindere dall’esistenza di compiti di riproduzione, assolti soprattutto dalle donne e non retribuiti o retribuiti con quel che occorre a riprodursi a sua volta.

Sono state soprattutto le intellettuali organiche del sesso femminile, cioè le femministe, a indagare sul genere, così come sono stati gli intellettuali organici delle classi subalterne a indagare sulla classe. E questo perché evidentemente il genere non è solo un astratto parametro scientifico: eanche un PRINCIPIO D’ORDINE. I rapporti di genere sono rapporti di potere, che si manifestano in forme diversificate e complesse e per questo è spesso difficile individuarli e sottoporli a critica. I rapporti di potere tra sesso maschile e femminile costituiscono un sistema che il femminismo chiama PATRIARCATO. Il patriarcato sta al genere come il capitalismo sta alla classe, è cioè uno specifico sistema di genere, come il capitalismo è uno specifico sistema di classe.

Il patriarcato nel senso letterale del termine è ovviamente scomparso da tempo, almeno in questa parte del mondo. Esso si riferisce infatti a un’organizzazione della famiglia in cui l’autorità e le principali funzioni sono nelle mani dell’uomo più anziano e l’eredità è trasmessa ai soli discendenti maschi, con preferenza per i primogeniti.

Tuttavia il fatto che il patriarcato sia esistito per migliaia di anni(sia pure in forme assai diverse tra loro) e sia stato probabilmente preceduto dalla dominanza, che è un fenomeno pre-umano, ha lasciato tracce profonde, ma visibili solo se si assume il genere come parametro e se ne intende la natura di rapporto di potere.

Quel che opprime le donne è prima di tutto un complesso di strutture. Una donna può nella sua vita non subire mai l’oppressione diretta di un uomo, ma subire lo stesso l’oppressione patriarcale, così come una persona può anche non avere un padrone, ma subire l’emarginazione, l’espropriazione, il disagio delle strutture capitalistiche. Non trovare casa per i costi troppo alti degli affitti, non potersi curare per mancanza di posti in ospedale, non avere lavoro ecc. sono effetti di un rapporto di potere fondato sulla classe, anche se poi non c’è un padrone con il cronometro e lo scudiscio.

La strutture patriarcali sono ancora oggi alla base di ogni società, sia pure in modi assai diversificati. Non è mai esistito il MATRIARCATO, sono esistiti la matrilinearità e forme di patriarcato in cui le donne sono state più libere. Le strutture patriarcali agiscono in profondità e condizionano profondamente la vita delle donne e degli uomini. Sono note e discusse all’infinito nel femminismo le teorie della PSICOANALISI sulla catastrofe psicologica che produrrebbe nella bambina la scoperta di essere priva del PENE, sul rancore verso la madre e la scarsa stima di sé che ne deriverebbe, sull’invidia per la preziosa appendice come costante di ogni desiderio femminile di affermazione…

Freud non era matto, aveva solo intercettato attraverso i suoi esperimenti clinici la presenza di una ferita narcisistica legata alla scoperta della differenza di sesso. Il limite della sua interpretazione consiste nell’aver attribuito quella ferita alla biologia e di averne ignorato l’aspetto culturale: la ferita è legata alla scoperta che non essere uomo (cioè non avere il pene) significa valere di meno; l’invidia del pene è l’invidia del ruolo sociale di chi ha il pene, cioè dell’uomo, dell’individuo di sesso maschile. Lacan, uno psicoanalista francese, ha distinto poi il pene dal fallo, che è il pene sociale: quel che le donne invidiano è il FALLO (cioè il potere, l’autonomia, la parola…), poi il pene diviene il feticcio del fallo.

Queste strutture continuano ad agire con l’atteggiamento dei genitori che investono più sui figli maschi che sulle figlie femmine e dalla combinazione tra la ferita narcisistica della castrazione e le ridotte aspettative hanno origine alcune caratteristiche femminili di scarsa fiducia in se stesse, senso eccessivo del limite, bisogno di sostegni maschili ecc. Si può discutere se le cose oggi stiano per le donne ancora così, ma se sono almeno in parte cambiate questo vale per un’area abbastanza limitata del mondo.

Il patriarcato, o addirittura la dominanza, agisce nella VIOLENZA contro le donne, che è presente dappertutto e costituisce la trama sottostante la civilizzazione. La violenza familiare nelle sue forme peggiori e in quelle più innocue; la violenza sessuale con cui gli uomini spesso puniscono la libertà delle donne; i furti, gli scippi, le aggressioni di cui sono autori, nel 90% dei casi, uomini e vittime, nella grande maggioranza dei casi, donne sono l’espressione di un rapporto di cui le leggi riescono solo molto parzialmente a modificare le dinamiche.

Struttura patriarcale è la logica per cui alla violenza contro le donne si reagisce con il paradosso della reclusione delle vittime, invece che con l’educazione e il controllo degli aggressori potenziali. Sono strutture patriarcali quelle che determinano la DIVISIONE DEL LAVORO tra donne e uomini: dappertutto le donne lavorano molto più degli uomini, perché devono farsi carico sia del lavoro per lo stipendio o il salario, sia del lavoro domestico e di cura, sia del lavoro di produzione, sia del lavoro di riproduzione. Questo fenomeno è caratteristico di tutte o quasi le società umane e non solo di quelle in cui le donne hanno conquistato l’EMANCIPAZIONE. Ne è la prova che tra le donne che hanno gli orari di lavoro , compreso il lavoro di cura e riproduzione, più lunghi sono al

primo posto le keniote e al secondo le italiane, con orari di lavoro che hanno punte massime anche di ottanta ore la settimana. Per l’azione delle strutture patriarcali le donne sono piccola minoranza nelle assemblee elettive (almeno che non vengano messe in atto specifiche misure antidiscriminatorie), detengono una porzione infinitesimale della proprietà, hanno ruoli ancora secondari nella cultura, malgrado i veri e propri balzi in avanti fatti nel corso del XX secolo.

Le ragioni per cui le donne sono ancora SECONDO SESSO anche nelle civiltà occidentali sono complesse e preferisco in proposito rispondere a domande, se mi verranno fatte. Anticipo però un’importante osservazione: il doppio lavoro femminile non basta da solo a spiegare le difficoltà delle donne soprattutto in alcuni settori della sfera pubblica. Non spiega per esempio perché le donne sono nel PRC il 17% poco più o poco meno. Basta guardare il movimento, il volontariato e altre espressioni dell’impegno sociale per rendersi conto di quanto le donne siano oggi attive al di là della sfera privata e nel mondo in genere.

Il discorso sulle strutture patriarcali potrebbe continuare ancora a lungo non solo per quel che riguarda la loro ampiezza e profondità nella stessa civiltà occidentale, ma anche sulla grande varietà dei modi. Sono espressione di strutture patriarcali sia il burqa, sia l’inflazione di corpi femminili nudi; sia la lapidazione delle adultere, sia la prostituzione coatta. Naturalmente non si può fare di ogni erba un fascio ed è evidente che siamo di fronte a forme di patriarcato assai diverse, per cui non avrebbe senso tracciare un segno di equivalenza.

Strutture patriarcali attraversano (per esempio) anche le organizzazioni e i partiti della sinistra, anche il movimento, anche i luoghi politici che frequentiamo e in cui siamo attive. Certe assemblee del PUNTO ROSSO (per esempio) con venti uomini alla presidenza e il novanta per cento di interventi maschili ne sono stati l’espressione visibile e indiscutibile. Oggi le cose sono un po’ cambiate, perché dopo anni di sberleffi e proteste gli organizzatori hanno cominciato a sospettare che forse esiste un problema. Dubito però che abbiano capito quale.

Il movimento politico che ha lottato e lotta contro le strutture patriarcali si chiama FEMMINISMO. Per quanto ovviamente si possano trovare degli antecedenti in tutta la storia della specie umana, il fenomeno politico vero e proprio nasce quando nasce la politica nel senso moderno del termine, cioè con la rivoluzione del 1789. Come altri movimenti di liberazione della storia contemporanea, il femminismo è un movimento reale, legato all’attivizzazione politica di ampi settori di donne; è un complesso di discorsi, di miti, di teorie che ne trascrivono e bisogni e le aspettative; è un insieme di strutture organizzative con logiche proprie diverse da quelle di altri soggetti di liberazione. Il femminismo si articola in FEMMINISMI, perché le donne sono diverse tra loro per collocazione di classe, per appartenenza a civiltà e culture diverse, per preferenze sessuali, per scelte politiche, così come sotto la categoria movimento operaio raccogliamo molte realtà diverse possiamo usare femminismo come categoria unificante.

Malgrado l’esigenza di mantenere sempre fermo l’uso del plurale, il movimento in quanto tale ha mostrato alcune costanti non sempre facili da individuare e interpretare:

A. Il femminismo nasce e rinasce sempre a sinistra, anche se il termine sinistra deve essere inteso in questo caso in senso molto lato. Nasce cioè nel seno di tendenze democratiche, progressiste o rivoluzionarie. Il femminismo di destra, che pure esiste, è invariabilmente il prodotto di un falling- out, di una ricaduta di femminismi nati altrove sul complesso della società: accade spesso che quel che appariva trasgressivo e scandaloso ieri, appaia ovvio e normale oggi e la società nel suo complesso vi si adegui. Il femminismo di destra vede anche singole donne in conflitto con il senso comune del proprio ambiente, perché in qualche modo influenzate dai discorsi e dalle pratiche femministe, ma anche in questo caso si tratta di un fenomeno di ricaduta.

Il femminismo è nato e rinato al fianco della rivoluzione francese, delle rivoluzioni nazionali europee della prima metà del XIX secolo, del movimento abolizionista della schiavitù nell’America del nord, del movimento operaio, del Sessantotto. All’interno di questi fenomeni si è creato lo spazio materiale e culturale di una politicizzazione delle donne e poi di una presa di coscienza di genere. Il femminismo nasce a sinistra perché il carattere distintivo rispetto alla destra è la messa in discussione dell’ordine gerarchico.

B. Il femminismo usa in genere la forma di lotta della pressione conflittuale. Si colloca cioè all’interno o al fianco o nei pressi del fenomeno su cui intende esercitare un’influenza, ne critica la misoginia, ne mette in luce le contraddizioni ecc. , ma ne utilizza anche il linguaggio e le categorie di pensiero. Così per esempio il femminismo al fianco della rivoluzione del 1789 parla di égalité, formula la dichiarazione dei diritti delle donne, crea club femminili, teorizza la libertà dell’ individuo- donna. Il femminismo che si sviluppa nel movimento per l’abolizione della schiavitù, parla del rapporto uomo-donna come di schiavismo, rimprovera agli uomini la contraddizione tra la lotta di cui sono protagonisti e la permanenza della schiavitù delle loro mogli e figlie, ecc.

Il femminismo nato alla metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti ha subito l’ascendente intellettuale e politico delle rivoluzioni dei popoli oppressi e delle lotte degli afroamericani e ne porta tracce evidenti nel linguaggio: liberazione, autodeterminazione, differenza sono categorie legate a un immaginario politico nazionalista. Luce Irigaray, una delle teoriche del differenzialismo, per indicare la separazione dalla madre operata dalla legge del padre usa i termini esilio – estradizione – espatrio.

C. Il femminismo si è fatto interprete di un insieme di rivendicazioni, diverse secondo il tempo, i luoghi, il settore di donne a cui di volta in volta ha fatto riferimento. Ha rivendicato per le donne la maggiore età e la fine delle tutele maschili, la possibilità di ereditare e possedere beni, di amministrare, di fissare il proprio domicilio, di accedere all’istruzione e a tutti i lavori, di avere parità di salario e di diritti, di poter votare ed essere elette, di poter disporre del proprio corpo ecc. Le lotte degli anni Settanta in Italia hanno avuto come effetto la legge che depenalizza l’ABORTO nei primi tre mesi di gravidanza, la diffusione della contraccezione (sia pure con alcuni limiti), un nuovo diritto di famiglia, la fine di fenomeni aberranti come il cosiddetto DELITTO D’ONORE e soprattutto una maggiore libertà sessuale.

La permanenza di CAPITALISMO e PATRIARCATO ha poi dato a queste stesse conquiste spesso un senso diverso da quello della libertà autentica, ma ha comunque prodotto cambiamenti positivi nel costume e nell’identità femminile.

D. Il femminismo è dalle sue origini e ancora oggi un fenomeno politicamente debole, cioè frammentario, intermittente, marginale. Ci sono stati lunghi periodi della storia in cui si è inabissato, diventando assolutamente invisibile. Questo è accaduto (per esempio) tra gli anni Venti e la metà degli anni Sessanta: nel periodo di latenza è stato considerato una corrente superata dalla storia e legata all’esigenza di battere pregiudizi ed esclusioni ormai superati.

Anche nei suoi momenti migliori si presenta come una realtà scarsamente organizzata, fatta di piccoli o piccolissimi gruppi poco comunicanti, di comunità chiuse, di circoli culturali o di attività di solidarietà importanti, ma che raramente riescono ad avere accesso alla politica autentica.

Nel complesso dei fenomeni a cui abbiamo dato il nome di GLOBALIZZAZIONE, il genere è stato un elemento determinante dei meccanismi di inclusione e di esclusione. Negli ultimi decenni del XX secolo si è determinata un’immissione senza precedenti di donne nel lavoro socializzato, ma la domanda femminile di autonomia economica è stata utilizzata per rendere più flessibile e precario anche il lavoro degli uomini, per escludere dalle garanzie e dalla sicurezza.

La femminilizzazione del lavoro e delle migrazioni mostra abbastanza chiaramente la funzione del genere nella ridefinizione degli ordini gerarchici. Nel SUD del mondo, nelle assunzioni sono state preferite le donne, come in tutte le economie che si affacciano al mercato mondiale e in cui prevalgono le lavorazioni ad alto tasso di manodopera. Al NORD sono state preferite le donne perché i nuovi lavori sono in maggioranza precari e a tempo parziale e perché in questa parte del mondo le economie tendono a diventare economie di servizi.

La più forte presenza di donne nel mercato del lavoro, come già era accaduto con il capitalismo di Manchester, da una parte rende più frammentaria e difficile la loro esistenza, dall’altra incrina o spezza vecchie strutture patriarcali e millenarie oppressioni, agisce sulle identità maschile e femminile, indebolisce la relazione di potere tra uomini e donne.

La vicenda del XX secolo mostra però che gli esiti della complessa vicenda delle RELAZIONI DI POTERE non sono né unilaterali né obbligati. Il capitalismo agisce infatti in due direzioni opposte. Esso tende a distruggere le vecchie relazioni di potere e a ridurre tutti i rapporti umani a rapporti tra detentori di capitale (nelle varie forme in cui il possesso di ricchezze può manifestarsi in una società) e forza lavoro libera di vendersi o di crepare.

Nello stesso tempo tuttavia ha anche bisogno di una strategia sociale di DIVISIONE e GERARCHIZZAZIONE della forza lavoro, che si sono appunto realizzate attraverso il genere e l’appartenenza razziale o nazionale. Negli Stati Uniti (per esempio) non sono mai esistiti partiti operai di massa come in Europa, perché il proletariato è stato profondamente diviso secondo una gerarchia razziale e di ondate migratorie. In Europa ai gradini più bassi del lavoro dipendente si colloca la FORZA LAVORO MIGRANTE, con tendenziali forme di gerarchizzazione interna secondo criteri simili a quelli che hanno agito e agiscono negli Stati Uniti.

Anche il genere resta un elemento di gerarchizzazione, visto che le donne occupano i livelli inferiori del lavoro dipendente, hanno salari più bassi attraverso una serie di meccanismi che aggirano le leggi sulla parità salariale, rappresentano la parte più precaria e flessibile del lavoro salariato.

Il risvolto più pericoloso della globalizzazione è tuttavia un altro. La crisi del movimento operaio e delle speranze laiche di liberazione produce dappertutto un’ascesa degli INTEGRALISMI e delle destre, che mette a rischio grave le conquiste e le libertà delle donne. Questo avviene sia nei paesi che considerano l’Occidente un nemico e reagiscono al NEO-COLONIALISMO IMPERIALE con il recupero di tradizioni fortemente patriarcali e di identità culturali regressive, sia nell’Occidente stesso in cui le forze sociali della conservazione e/o della restaurazione sociale si appoggiano (nella ricerca di un difficile consenso negli strati popolari) su Chiese e burocrazie ecclesiastiche.

In ITALIA la legge sulla cosiddetta PMA, cioè sulla fecondazione assistita, è un esempio del rapporto tra un governo di destra e un clero (quello cattolico) che non si è mai rassegnato alla laicità dello Stato italiano che considera il luogo privilegiato del suo potere temporale.

Agli inizi del XXI secolo le donne e le intellettuali organiche dei loro movimenti politici si trovano alle prese con i problemi di sempre, sia pure in forme diverse dal passato e in forme diverse secondo le culture e le aree del mondo in cui lottano. Ci si trova ad affrontare marginalità ed esclusione in tutte le aree della sfera pubblica in cui siano in gioco potere e poteri, collocazione sociale nel complesso subalterna, esigenza di difendere ancora e di nuovo la libertà delle scelte sessuali e procreative, persistenza e spesso anche rigurgiti di violenza misogina, acuirsi del conflitto per la contraddizione tra un nuovo desiderio di autonomia delle donne e il rafforzarsi di istituzioni patriarcali a difesa dell’ordine costituito.


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La stupidita’ e’ spesso ornamento della bellezza; e’ la stupidita’ quella che da’ agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali. Baudelaire

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Note sull’origine del patriarcato: Britton Johnston

Anzitutto, presupponiamo che ci sia stato un tempo in cui la civiltà sia stata non-patriarcale. Questo è lontano dall’essere provato, sebbene ci sia qualche indicazione che le cose potrebbero essere state così. Ma come avrebbe luogo la transizione dalla cultura non-patriarcale a quella patriarcale?

Si sostiene che, poiché gli uomini sono più aggressivi e forti fisicamente delle donne, essi hanno naturalmente vinto la competizione con le donne per una posizione privilegiata entro la cultura.

Molta parte della dottrina femminista sostiene che non vi sia nulla di quello che un uomo può fare che una donna non possa fare a sua volta. Le donne stanno entrando nell’esercito – anche in fanteria. Esse stanno accostandosi a sport tradizionalmente maschili come la lotta, perfino in competizione diretta con i maschi. Donne maratonete stanno cominciando ad affermare di essere in grado di battere gli uomini in maratone di estrema lunghezza, di cinquanta miglia o più. È improbabile che le donne raggiungano mai una perfetta uguaglianza agli uomini in forza fisica, ma la distanza si sta accorciando nella misura in cui sempre più donne praticano sport competitivi.

La dottrina femminista sostiene altresì che l’aggressività non è necessariamente l’unica forma di forza umana. Sappiamo che la solidarietà umana, per esempio, deve dipendere da qualcosa di più elevato dell’aggressività, e che gli umani cooperando tra loro possono conseguire risultati migliori di quelli ottenuti da singoli individui, per quanto aggressivi questi possano essere. La stile relazionale delle donne tende a produrre una solidarietà sociale maggiore di quella realizzata dallo stile aggressivo maschile. Pertanto sembra probabile che in una “guerra tra i sessi” le donne debbano avere un vantaggio sugli uomini.

La dottrina femminista nega che le donne siano il “sesso debole”, evidenziando come vi siano molte forme di forza diverse da quella fisica e dall’aggressività. Le donne possono impiegare molte forme alternative di forza e di solidarietà in modo più efficace degli uomini.

Si assume che proprio perché sono gli uomini più delle donne a ricevere dal patriarcato un beneficio culturale, allora sono gli uomini che devono aver ideato e rafforzato il patriarcato stesso.

L’immagine del maschio al primo stadio della civilizzazione che emerge da questo modello è molto impressionante. Egli sarebbe stato in grado di immaginare un nuovo sistema sociale che lo avrebbe avvantaggiato sulle donne che gli stavano intorno. Sarebbe stato in grado di organizzare insieme agli altri uomini della sua società una specie di cospirazione contro metà della sua comunità. Sarebbe stato in grado di impiegare la sua forza fisica contro la superiore capacità di solidarietà sociale delle donne. Sarebbe stato in grado di inventare un sistema religioso atto a fondare e preservare i suoi privilegi di contro alla forza dell’esperienza e dell’ottica femminile. Era forte, inventivo, geniale e ben organizzato. Era anche abbastanza malvagio da voler opprimere le donne che avevano portato in seno lui e i suoi figli. Se non fosse per la sua estrema malvagità, si sarebbe tentati di concludere che il patriarcato è un buon sistema, visto che affida la responsabilità della cultura ad una creatura così evidentemente superiore. Sembra di poter concludere che molta della teoria palesemente antipatriarcale sull’origine del patriarcato sia basata su presupposti patriarcali.

Prendiamo due principi della dottrina femminista e poniamo che siano veritieri: anzitutto, le donne non sono il “sesso debole”, e il patriarcato è un sistema intrinsecamente violento che ostacola la pace e la completezza del genere umano. In altre parole, l’uguaglianza e la giustizia tra i sessi è l’origine e il destino della nostra specie. Ma in qualche punto dello sviluppo vi è stata una “caduta”, ed un’espulsione dal “Giardino dell’Eden”.

Ma questa caduta non potrebbe essere stata realizzata da uno dei due sessi contro l’altro, dato che nessuno dei due è più “debole” dell’altro. Deve quindi esserci stato qualche inganno o illusione che è penetrato nella cultura umana e ha fatto sì che i due sessi abbiano collaborato al fallimento della giustizia.

Ma perché le donne avrebbero dovuto collaborare alla loro stessa oppressione? Veniamo qui ad un punto che suggerisce quel “biasimo della vittima” che è un vecchio espediente degli oppressori per giustificare i loro privilegi. Ma questa non è l’unica conclusione disponibile. L’origine del patriarcato potrebbe essere un caso di crisi culturale sfociante nella scelta del male minore. Per salvare la vita di un paziente con un arto in cancrena, un chirurgo glielo amputerà. Allora non è possibile che il sistema patriarcale emerga come scelta della cultura nel suo insieme – uomini e donne – al fine di scongiurare una crisi che potrebbe distruggere completamente la cultura stessa? Questa ipotesi sembra più coerente con la comprensione femminista della essenziale eguaglianza di forze delle donne nella società umana. Ed è anche più coerente con l’evidenza archeologica.

La domanda naturalmente riguarda quale tipo di crisi possa aver convinto le donne a rinunciare alla loro posizione sociale e ad abbracciare un sistema patriarcale che le avrebbe crudelmente oppresse.

Sappiamo che l’origine del patriarcato sembra risalire ad un certo stadio in tutte le primitive società agricole. Pare che in ogni parte del mondo ove sia sorta l’agricoltura, si sia inevitabilmente instaurato un sistema patriarcale. I tre esempi principali sono il Vicino Oriente antico, la Cina antica e il Mesoamerica. In ciascun caso, l’agricoltura sorse senza alcun influsso dall’esterno; in ciascun caso sembra che l’inizio della pratica agricola sia stato seguito da un periodo di culto di una dea della fertilità (con o senza un equivalente maschile) e da una società caratterizzata da una approssimativa eguaglianza tra i sessi: ma questo breve periodo di quasi matriarcato fu seguito dall’emergere di una cultura guerriera dominata dai maschi.

Alcune studiose, come Gerda Lerner, Marija Gimbuta e Rianne Eisler hanno tentato di spiegare la nascita del patriarcato come la conseguenza di un’invasione delle pacifiche comunità agricole da parte di culture patriarcali guerriere dotate delle superiori armi dell’età del ferro. Ma questa ipotesi non è in grado di risolvere due importanti questioni. Anzitutto, in che modo gli invasori dell’età del ferro erano diventati patriarcali? E in secondo luogo, come si può spiegare il fatto che il patriarcato sorse anche in Mesoamerica, dove la civiltà aveva a malapena superato il livello dell’età della pietra?

Allora, che cosa è stata questa crisi? È chiaro che la risposta può essere solo speculativa, dal momento che disponiamo solo di pochi manufatti e di nessun documento. Ma la prima indicazione, o piuttosto il principio guida per la nostra speculazione, viene dalla teoria mimetica di René Girard. Non è necessario che io riassuma qui la teoria di Girard: basterà sottolineare come la teoria di Girard possa suggerire una soluzione al problema della natura della crisi che è risolta dal patriarcato: la crisi mimetica. Se Girard ha ragione, la più grande minaccia alla sopravvivenza umana ha poco a che fare con la scarsità di calorie a disposizione. Il nostro problema più grave è quello del controllo della nostra propria violenza. La mia proposta è che la nascita del patriarcato nelle società agricole primitive sia da intendere come risposta ad una nuova e pericolosa forma di crisi mimetica che si verifica nelle società agricole.

È probabile che la stessa agricoltura abbia avuto origine nella crisi mimetica. La semina e il raccolto di vegetali era in origine una pratica religiosa, che solo gradualmente andò orientandosi principalmente ad una produzione materiale intesa a soddisfare bisogni nutrizionali. Fu durante questo processo di transizione dal religioso al materiale, o forse dopo, che la cultura agricola divenne patriarcale.

Sappiamo che le culture agricole primitive praticano un culto della fertilità, soprattutto (ma non esclusivamente) nella forma di una dea della fertilità che viene rappresentata con un esagerato sviluppo dei suoi organi procreativi. Questo è vero tanto nel Mesoamerica quanto nel Medio Oriente. La fertilità della terra è associata al sacrificio, probabilmente perché la si vede come un produrre cibo che è una sorta di sostituto del cannibalismo, un grano sacro che estende il beneficio religioso del sacrificio. Dato che i feticci delle dee madri sono le prime manifestazioni antropomorfiche di questo principio della fertilità, sembra probabile che le vittime sacrificali per il rito della fertilità siano state donne. I loro corpi sono associati alla produzione di vita e di pace, così sacrificare una donna e seppellirla in modo che il suo corpo possa far crescere un raccolto di pace sembra una deduzione naturale nella prospettiva della magia simpatica.

Successivamente, di nuovo mediante una deduzione religiosa, la donna come datrice di vita è associata alla donna come vittima sacrificale. La penetrazione della donna, che la feconda, viene associata all’aratura del terreno che crea fertilità, e specialmente alla penetrazione del corpo della vittima sacrificale (femminile) con la lama sacrificale. Il maschio acquisisce il ruolo di sacerdote o sacro carnefice/eroe. L’atto sessuale diventa un rito di sacrificio.

Questi sviluppi avvengono in risposta alla crisi religioso-mimetica che colpisce tutte le culture umane. Ma la crisi affronta nuovi pericoli in risposta alla natura pesantemente sbilanciata nel rapporto tra i sessi che la nuova religione presenta. La cultura vede che tutta la pace, l’armonia, la fertilità, ecc. emergono dal principio femminile. Questo tende a turbare la delicata bilancia tra il principio maschile e quello femminile nella cultura. Il femminile minaccia di schiacciare la cultura, generando una nuova crisi mimetica.

Quello che intendo come “principio femminile” è precisamente l’insieme delle caratteristiche della femminilità che vengono esaltate nell’antropologia femminista – affettività, attenzione, confidenza, cura materna, empatia, e altre ancora. Queste caratteristiche sono bensì essenziali per la crescita e la vita umane, ma nello stesso tempo di per sé costituiscono una minaccia culturale – la minaccia dell’indifferenziazione. Queste qualità “femminili” tendono a cancellare confini e differenze. Come ha mostrato Girard, quando la differenza comincia a svanire, si sviluppa una crisi mimetica che trapassa in violenza indifferenziata. La violenza indifferenziata può distruggere completamente la comunità. La “medicina” contro la crisi mimetica è il mantenimento della differenza mediante una violenza attentamente manipolata e mirata – con l’essere femminile stesso come vittima sacrificata.

Pertanto il principio “femminile” deve essere bilanciato da un principio maschile artificialmente esagerato – aggressività e differenziazione – al fine di scongiurare la crisi mimetica. Per la cultura il patriarcato diventa il mezzo per sopravvivere.

Se noi esaminiamo i miti fondativi di queste culture patriarcali primitive, possiamo trovare quello che potrebbe essere realmente una manifestazione di questo processo. Marduk, il dio/sacro carnefice/eroe patriarcale babilonese uccide sua madre Tiamat e forma il cosmo dal suo corpo; similmente Tlaloc, il dio della pioggia patriarcale degli Aztechi, inizia la fondazione del mondo uccidendo sua madre non appena è stato partorito


Si deve ammettere che hanno ragione i poeti di scrivere di persone che amano senza sapere, o che sono incerte se amano, o che pensano di odiare quando effettivamente amano. Sembra, quindi, che le informazioni ricevute dalla nostra coscienza che cercano la vita erotica siano particolarmente soggette all’incompletezza, lacunose o false. (Sigmund Freud)

Dipinto di Serge Marshennikov

 

(Dipinto di Serge Marshennikov)


La femminilità tra metafora, imposizione e scelta

Parto da una constatazione evidente: le donne sono state escluse per secoli dalla polis, ma lo stesso non si può dire della “femminilità”, della costruzione sociale e culturale del “genere” femminile, della rappresentazione che l’uomo, unico protagonista della storia, ha dato all’altro sesso, delle norme, dei ruoli, che nel corso della sua civiltà ha imposto per controllarne il destino e piegarlo a proprio vantaggio. Le donne si sono trovate così al centro di una contraddizione difficile da affrontare e modificare: la loro esaltazione immaginativa e la loro insignificanza storica.

E’ questa la lucida intuizione di Virginia Woolf, all’inizio del ‘900, e la consapevolezza su cui nasce il femminismo degli anni ’70. Se siamo qui, ancora oggi, a interrogarci sul rapporto tra il “femminile” e le donne reali è perché le donne hanno subito una doppia espropriazione: identificate col corpo -e quindi non riconosciute come “persone”-, un corpo a cui l’uomo ha dato forma e nomi secondo le sue paure e i suoi desideri.

Si può passare la vita senza percepire altro che questo tessuto di immagini ricevute, stratificate e intrecciate a percezioni dirette ma oscure” (Rossana Rossanda, in “Lapis”, n.8,giugno 1990)

Mi sembrava di non donare nulla se non il mio corpo a cui essi davano pensieri a cui essi prestavano immagini io l’avevo capito che essi volevano solo dialogare con se stessi o con un’altra inventata da loro stessi ché non inquietasse ché non proponesse una lettura diversa della vita e con cui dovessero confrontare io loro stesso ruolo” (Agnese Seranis, Smarrirsi in pensieri lunari, Graus editore, Napoli 2007)

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Il femminile come metofora e simbolo Nell’uso metaforico e simbolico che ne è stato fatto, il femminile oscilla tra poli opposti, identificato ora con la natura -la materia, l’animalità-, ora con il sogno di una dimensione di purezza transumana, come se nella donna l’uomo avesse visto la sua dannazione e insieme la sua salvezza. Mi limito ad alcuni esempi. Il femminile è stato associato al sacro e alla guerra, vista come “lo stato naturale del maschi”: la guerra darebbe all’uomo l’altruismo e la bellezza morale della maternità, la libertà dai pesi sociali e il ritorno alle leggi semplici e brutali della natura; la voluttà del sangue richiama la voluttà dell’amore; come il parto essa sarebbe dolorosa e feconda, rigeneratrice. (Roger Caillois, La vertigine della guerra, Edizioni Lavoro, Roma 1990) Su un altro versante,invece, è considerato la fonte dell’ispirazione poetica: “un rigo immaginario” – per usare una immagine di Antonio Prete- a partire dal quale sale e discende l’intonazione dei versi, bianco spazio che accerchia le parole e ne misura il tempo” Il femminile è anche simbolo della nazione, della patria, dell’appartenenza etnica, anche se la patria è in realtà una “matria”, un volto d’uomo su un corpo femminile, chiamato a dare l’unità organica e la sicurezza della riproduzione. Il genocidio di un popolo è spesso femminilizzato: nella donna viene colpita la sua continuità. Lo stesso si può dire per lo stupro etnico: le donne sono depositarie dell’onore e del disonore famigliare e nazionale. Se le immagini del femminile sono molteplici, come si può vedere dai libri d’arte e dalla letteratura, tuttavia si può dire che gravitano essenzialmente su due stereotipi: quella che rimanda alla radice materiale dell’umano e alle pulsioni naturali, viste come colpa, peccato, o come forza rigeneratrice, e quella che dovrebbe sostenere l’uomo nel suo bisogno di spiritualizzarsi. La metafora del parto e dell’amore è presente sia quando si parla di pulsioni viscerali violente, come nel caso della guerra, sia quando si tratta della creatività del pensiero (la fecondità dell’anima, il filosofo come amante del pensiero).

In questa oscillazione immaginaria tra terra e cielo, ritorno agli istinti primordiali ed elevazione morale, che viene proiettata sulla donna, si può leggere il dilemma del dualismo che ha tenuto finora l’uomo diviso in se stesso –tra corpo e pensiero-, e che è frutto a sua volta della differenziazione violenta che ha lasciato la donna a rappresentare l’origine materiale dell’umano e l’uomo la storia. Il femminile, come fantasma dei desideri e delle paure dell’uomo, divenuto costruzione storica e culturale dell’identità e del ruolo della donna, se ha potuto impedire alle donne una percezione più reale del loro essere, è perché non è stato solo un’imposizione dall’esterno, ma una rappresentazione del mondo che le donne hanno interiorizzato, incorporato -“aprioristicamente ammessa”, come dice Sibilla Aleramo-, e che ha bisogno perciò di essere “portata alla coscienza”. Si è donne, ma è come se si dovesse sempre scoprirlo. Ciò significa che siamo di fronte a una costruzione storica di “genere” che si è naturalizzata. Il femminismo degli anni ’70 comincia, non a caso, con la messa in discussione della “femminilità” : presa di coscienza di che cosa è stato il corpo femminile nello sguardo dell’uomo, dell’espropriazione di esistenza propria chele donne hanno subìto nel momento in cui sono state confinate nel ruolo di mogli e di madri. “L’uomo greco –ha scritto Genevève Fraisse- esclude le donne reali mentre si appropria del femminile” (La differenza tra i sessi, Bollati Boringhieri 1996). Il femminile si costruisce dunque nello sguardo dell’uomo, in relazione e in funzione dell’uomo: in relazione, in quanto è l’uomo che pone se stesso come “misura”, “norma”, come umano in senso pieno (corpo e pensiero) e dice in che cosa l’altro sesso “differisce”, di che cosa “manca”; in funzione, perché il femminile prende senso ed esistenza solo nella dedizione all’altro, nel garantire il bene dell’altro. Come scrive Otto Weininger in Sesso e carattere, un testo del primo ‘900 che riprende posizioni sessiste e razziste presenti nella cultura occidentale, greca e cristiana, “la donna è un mezzo per uno scopo”. Il dualismo –corpo e pensiero, biologia e storia, sentimenti e ragione- è una lacerazione che l’uomo trova in se stesso e che è tentato di spostare sulla donna, ma che cercherà di riportare nuovamente su di sé, optando per l’uno o l’altro aspetto del femminile (animalità o spiritualità) o per la ricomposizione dei poli opposti. L’uomo creatore di se stesso (Zarathustra) di Nietzsche è portatore di una “saggezza gravida”, e il sole che si è appena nutrito del respiro caldo del mare, la madre che va a ricongiungersi al figlio. “Nel differenziarsi dal sesso-natura, o nel riportare a sé la potenza naturale del femminile – commenta G.Fraisse-, la filosofia lascia poco spazio alle donne (…) La metafora del femminile viene a spostare la ‘virilità’ del Logos occidentale”. La tendenza a femminilizzarsi (“divenire donna”) interessa oggi la maggior parte degli orientamenti filosofici, ma anche la politica ( nel suo “personalizzarsi” e “privatizzarsi”), l’economia, le tecnologie della comunicazione, l’industria dello spettacolo, le leggi del mercato. E’ proprio il protagonismo che è andato assumendo il femminile, e tutto ciò che con esso è stato identificato, a rivelare sia la sua appartenenza all’immaginario dell’uomo, sia l’effetto di messa in ombra che produce rispetto alle donne reali. Pur essendo oggi molto più presenti nella vita pubblica di quanto non fossero al tempo di Virginia Woolf, le donne restano ancora marginali, insignificanti dal punto di vista del governo della società, assenti dai luoghi decisionali. Il venir meno dei confini tra privato e pubblico ha portato a una contaminazione, o a un amalgama tra due poli tradizionalmente opposti: natura e cultura, sentimenti e ragione, e quindi anche femminile e maschile. La “femminilità” –emozioni, affetti, seduzione, doti materne, capacità di ascolto e di mediazione, ecc.- diventa una “risorsa” per un sistema patriarcale e capitalistico in crisi. Il potere politico stesso, nel momento in cui si personalizza e porta allo scoperto vizi e virtù private, come nel caso del Presidente del Consiglio, diventa “femmineo”.

Femminile e donne reali: imposizione o scelta? A questo punto si pongono spontanee alcune domande: che femminile