L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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La Befana, la strega di Natale

La Befana è l’antica figura folcloristica italiana / siciliana di “la vecchia” che ha preceduto San Nicola o Babbo Natale nel consegnare regali ai bambini in tutta Italia e Sicilia alla vigilia dell’Epifania (5 gennaio).

Per quanto riguarda la relazione della Befana con “Epifania” (“manifestazione della divinità;” Epifania è una parola latina di origini greche), la credenza popolare è che il suo nome derivi dall’italiana La Festa dell’Epifania (Festa dell’Epifania, 6 gennaio).

Nel popolare folklore italiano / siciliano, la Befana visita tutti i bambini alla vigilia della Festa dell’Epifania per riempire le calze di caramelle e regali se sono buoni, o un pezzo di carbone o caramelle scure se sono cattivi. È popolarmente conosciuta come una donna saggia e magica che arriva volando su una scopa o talvolta anche su un asino, portando regali ai bambini, lasciando fichi, datteri, noci e caramelle alla vigilia dell’Epifania. Alcuni credono che la sua funzione principale sia quella di riaffermare il legame tra famiglia e antenati attraverso lo scambio di doni. In alcune regioni, il suo aspetto è associato al culto e alla divinazione degli antenati.

La leggenda cristiana narra (almeno una versione) che la Befana fu avvicinata dai Re Magi pochi giorni prima della nascita di Gesù Bambino, chiedendo indicazioni su dove fosse il Figlio di Dio. Non lo sapeva, ma fornì loro un riparo per una notte. Ha rifiutato l’invito dei Magi ad unirsi al loro nel viaggio per trovare il bambino Gesù, ma in seguito ha avuto un cambiamento di cuore e ha cercato di cercare gli astrologi e Gesù. Quella notte non è stata in grado di trovarli, quindi fino ad oggi si ritiene che stia cercando il bambino mentre visita tutti i bambini alla vigilia della Festa dell’Epifania.

Tuttavia, va notato che l’origine del nome “Befana” non è affatto chiara. Molti folcloristi credono che il nome Befana derivi dall’errata pronuncia italiana della parola greca epifania o epifania (greco, επιφάνεια = aspetto, superficie; in inglese: “epifania”). Altri indicano che il nome è un derivato di Bastrina, “i doni associati alla dea Strina”.

Questa seconda derivazione per la Befana è molto interessante e intrigante per quelli (come lo studioso zingaro) che sono in

(a) la tradizione del “sacro femminile”,

(b) la rinascita delle dee antiche pagane (cioè precristiane) e

(c) la riscoperta delle antiche feste pagane , che sono state sovrapposte alle feste cristiane, come il solstizio d’inverno a Natale.

La dea Strina è più propriamente Strenia (o Strenua), la dea Sabina / romana del nuovo anno, purificazione e benessere. È questa dea da cui alcuni autorevoli studiosi suggeriscono che la Befana sia diretta discendente. Ad esempio, Mary E. Rogers, scrivendo nel XIX sec (Vita domestica in Palestina), dichiarò di credere nell’usanza di scambiarsi regali a Natale:

“ È una reliquia del culto pagano e che la parola ‘Bastrina’ si riferisce alle offerte che venivano fatte alla dea Strenia. Non possiamo aspettarci che i pagani che hanno abbracciato il cristianesimo possano aver abbandonare del tutto i loro precedenti credi e costumi. Macaulay afferma: “Il cristianesimo ha vinto il paganesimo, ma il paganesimo ha infettato il cristianesimo; i riti del Pantheon passarono nel suo culto e le sottigliezze dell’Accademia nel suo credo. Molti costumi pagani furono adottati dalla nuova Chiesa. ” T. Hope, nel suo “Saggio sull’architettura”, afferma: “I Saturnalia continuarono nel Carnevale, e il festival con offerte alla dea Strenia fu continuato in quello del nuovo anno …” “

Un altro autore del XIX secolo, Rev. John J. Blunt (Vestigia di antiche maniere e costumi, rintracciabile nell’Italia moderna e in Sicilia), afferma:

“Questa Befana sembra essere l’erede della legge di una certa dea pagana chiamata Strenia, che presiedette i doni del nuovo anno, ‘Strenae’, da cui, in effetti, deriva il suo nome. I suoi regali avevano la stessa descrizione di quelli della Befana: fichi, datteri e miele. Inoltre le sue solennità sono state fortemente contrastate dai primi cristiani a causa del loro carattere rumoroso, tumultuoso e licenzioso ”.

Questi autori sottoscrivono la teoria che collega la tradizione dello scambio di regali a Natale con un’antica festa romana in onore del dio Giano (dio di gennaio) e della dea Strenia (in italiano, un regalo di Natale che si chiamava strenna ), celebrato all’inizio dell’anno, quando i romani si scambiavano regali. La tradizionale festa di questa dea in Italia è stata il 1 ° gennaio, quando in quel momento fu acceso in processione dalla cittadella romana il sacro boschetto di Strenua in cima alla Via Sacra. Quindi, sembra che la tradizione italiano / siciliana della Befana incorpori anche “altri elementi popolari precristiani, adattati alla cultura cristiana e legati alla celebrazione del nuovo anno”. In questo ruolo, La Befana è una dea del stagione delle vacanze invernali. Ancora una volta, la notte della Befana viene celebrata il 5 gennaio, la sera prima dell’Epifania, che è anche chiamata “Dodicesima notte” o “Notte magica”.

C’è anche una connessione italo-celtica qui. Tra gli autori contemporanei, l’eminente storico e folclorista Carlo Ginzburg collega La Befana a Nicevenn , una regina delle fate del folklore scozzese (il cui nome deriva da un cognome gaelico scozzese, Neachneohain che significa “figlia del divino” e / o ” figlia / e di Scathach “, la donna guerriera archetipica). Nel contesto del capodanno celtico ( Samhain , 31 ottobre), ciò ha a che fare con la “vecchia signora” (“la divina strega”, “crone” o ” Cailleach ” della mitologia irlandese, che fa anche parte di la sequenza celtica della tripla dea “fanciulla-madre-crone”, che rappresenta il vecchio anno appena trascorso, pronto per essere bruciato per dare il posto a quello nuovo. Si ritiene che il suo culto sia stato introdotto da Tito Tazio , che governava come concittadino con Romolo . Il re Tazio fu il primo a considerare i rami santi ( verbene ) di un albero fertile (pergolato felix ) nel bosco di Strenia come segni di buon auspicio per il nuovo anno. Si dice che Strenia sia associata al giorno di Capodanno, quando presiede parole di incoraggiamento, così come doni di buoni presagi profumati sotto forma di rami di Verbena.

In molte storie leggendarie, l’arrivo della Befana segna una sorta di finale stagionale e usa la sua iconica scopa per spazzare via il vecchio per fare spazio al nuovo. Questa tradizione continua ancora in molti paesi europei, che consiste nel bruciare una marionetta di una vecchia signora all’inizio del nuovo anno, chiamata ” Giubiana ” nel nord Italia. Questo ha chiare origini celtiche. Qui, la Befana è anche legata ai misteriosi riti delle popolazioni celtiche che un tempo abitavano l’intera Pianura Padana e parte delle Alpi, quando i burattini di vimini furono incendiati in onore degli antichi dei. La strega, o la maga donna (cioè la sacerdotessa dell’antica cultura celtica che conosceva i segreti della natura), prese la forma della Befana, “la vecchia”.

A mio avviso, ciò che è particolarmente intrigante nel personaggio di “La Befana” non è solo la sua associazione con l’antica dea Strenia e il nuovo anno, ma anche la sua associazione con la vibrante tradizione italiana / siciliana di stregoneria ( Stregheria ).  

La Befana è anche definita la “strega di Natale”. Secondo la leggenda, trascorre le sue giornate a pulire e spazzare. Spesso sorride e porta una borsa o un cesto pieno di caramelle, regali o entrambi. Nelle rappresentazioni pittoriche a volte porta un manico di scopa. La tradizione popolare dice che se uno vede La Befana riceverà un tonfo dal suo manico di scopa, poiché non desidera essere vista. Tuttavia, il suo manico di scopa ha altre funzioni (cioè magiche). Di solito è rappresentata come una strega che cavalca in aria una scopa, con uno scialle nero e coperta di fuliggine perché entra nelle case dei bambini attraverso il camino. (La Befana, come Babbo Natale, è una sopravvivenza moderna dello sciamano settentrionale, che ritorna giù nel cuore o nel palo della yurta – l’ asse mundi – portando doni dal suo viaggio nel mondo degli spiriti?) Nelle più moderne narrazioni moderne del Racconto italiano, il famoso giro di mezzanotte di La Befana è fatto su un manico di scopa (un altro esempio della “caccia selvaggia” della strega della stagione invernale ), che è un elemento iconico sia della strega che della fattoria. Nel corso di secoli di narrazione, il manico di scopa è diventato uno dei comuni significanti culturali sia per la vecchia che per la strega. (Entro il XV secolo, il concetto di “strega” come una strega che vola su una scopa era già ben consolidato nel folklore europeo popolare, come dimostrato dall’arte e dalla letteratura.

Judika Illes , autore di best seller sulla stregoneria e altri argomenti occulti, ha scritto: “La Befana può essere antecedente al cristianesimo e può essere originariamente una dea di spiriti ancestrali, foreste e il passare del tempo. Alcuni identificano questa vagabonda vagabonda notte con Hecate . ”Ancora una volta, alcuni studiosi ritengono che“ Strenua ”sia la dea originale conosciuta oggi come Befana, che la tradizione Befana sia derivata dal successivo culto delle streghe di Strenua (che è molto popolare in Sicilia) .

Pertanto, due importanti osservazioni possono essere prese in considerazione in relazione al folklore di La Befana:

(1) Fa parte della tradizione europea della stregoneria (così meravigliosamente messa in evidenza per la borsa di studio moderna da Carlo Ginzburg , che vede l’intero fenomeno della stregoneria come della natura di “estasi”).

(2) Le sue origini risalgono al tempo delle pre-patriarcali, neolitiche “culture della dea” (documentate anche da Marija Gimbutas e Raine Eisler ). Così (in linea con il lavoro di Gimbutas ed Eisler ), gli antropologi italiani Claudia e Luigi Manciocco (nel loro libro A House Without Doors) fanno risalire le origini di Befana alle credenze e alle pratiche neolitiche e la vedono come una figura che si è evoluta in una dea associato a fertilità e agricoltura. La Befana è stata anche legata in modo specifico alle tradizioni legate al ciclo agricolo italiano. Quindi, un’altra teoria sulle antiche origini della Befana fa credere ai romani che nella dodicesima notte dopo Natali Sol Invictus (la festa romana del “Compleanno del Sole invincibile”, celebrata nella data del solstizio del 25 dicembre), una donna volò sopra i campi coltivati ​​per dare fertilità per il raccolto futuro. (Va notato che la Chiesa cattolica proibì rituali rurali di questo tipo perché in odore di “paganesimo”. Ecco perché Blunt osservò che le “solennità della Befana erano fortemente contrastate dai primi cristiani a causa del loro carattere rumoroso, tumultuoso e licenzioso “. E qui, sotto” carattere rumoroso, tumultuoso, licenzioso “, possiamo includere un altro festival invernale romano che la Chiesa ha represso e sostituito con la sua osservanza liturgica natalizia: i Saturnalia, sul calendario giuliano dal 17 al 23 dicembre. , come ha osservato Rogers, “I Saturnalia erano continuati nel Carnevale”. Ciò si collega alle indagini sul rapporto tra l’antica Cintura celtica e le celebrazioni di inversione sociale di Samhain – “capovolgendo il mondo” – e in seguito, -moderno Carnevale o ” carnevale “, che si è manifestato sia come fenomeno sociale che politico.)

Detto questo, non è troppo supporre che ciò che abbiamo nella figura folcloristica italiana / siciliana di La Befana sia una sopravvivenza dell’era della Grande Dea . Queste dee pagane furono, con la vittoria del patriarcato, represse, degradate in divinità minori o trasformate in forze demoniache. Tuttavia, per il Gypsy Scholar e per i neopagani, la figura folcloristica di La Befana trasforma magicamente la stagione invernale in The Season of the Witch!

“La Befana vien di notte

Con le scarpe tutte rotte

Col vestito alla romana

Viva, Viva La Befana! ”

(Una canzone tradizionale italiana)

 


L’amore -Thich Nhat Hanh

Il vero amore contiene l’elemento della gentilezza amorevole, che è la capacità di offrire felicità. Per rendere felice una persona bisogna esserci. Si dovrebbeimparare a guardarla, a parlarle. Rendere un’ altra persona felice è un’arte che si impara.
Il secondo elemento che compone il vero amore è la compassione, la capacità di togliere il dolore, di trasformarlo nella persona che amiamo. Anche in questo caso bisogna praticare il guardare in profondità per riuscire a vedere che tipo di sofferenza ha in sè quella persona. Spesso avviene che l’altra persona, compresa e sostenuta, sarà in grado di affrontare più facilmente le difficoltà della sua vita, perché sentirà che siete dalla sua parte.
Il terzo elemento è la gioia. Il vero amore vi deve portare gioia e felicità, non sofferenza giorno dopo giorno. Il quarto e ultimo elemento è la libertà. Se amando sentite di perdere la vostra libertà, di non avere più spazio per muovervi, quello non è vero amore.

Thich Nhat Hanh


Almamegretta-Nun te scurdà

NON DIMENTICARTI

Le sentivo quando ero ragazza, lo chiamavano amore
quel fuoco che ti nasce in petto e che mai se ne muore
le compagne parlavano sottovoce di questa cosa imbarazzante, intima,
che una donna fa solamente nel momento in cui si sposa

E se pure sposa non sono mai stata
so come ribolle il sangue e il cuore sbatte assai forte
quando la voce della passione chiama te
quando silenziosamente nell’orecchio tu ti senti mormorare

Non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché questa vita se ne va
non dimenticarti mai di te
non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché sennò che vivi a fare
non dimenticarti di te, mai

Ed è tanto l’amore che la sorte mi ha messo nelle mani
che lo vendo e la gente per questo mi chiama puttana
non ho mai saputo stare carcerata in una casa
e un uomo che capisse questo, non l’ho mai trovato

A chi mi schifa dico non vuoi vedere
che il tuo corpo tu lo vendi come me
non mi sopporti e questo già lo so
io sono lo specchio dove non vorresti mai guardarti

Non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché questa vita se ne va
non dimenticarti mai di te
non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché sennò che vivi a fare
non dimenticarti di te, mai

Mamma, puttana o brutta copia di uomo
è questa la donna in questa parte del mondo
che quando nasce a questo è destinata
e se si fa comandare dal cuore della gente, è condannata

Mamma, puttana o brutta copia di uomo
vrei voluto di più, da questa parte del mondo
non solo apprezzata per i maschi partoriti e non per questo bel corpo
e non per le botte che ho dato,

Solo perché sono stata una donna
e con un catenaccio il mio cuore non l’ho mai chiuso
solo perché sono stata una donna
solamente una donna…

Non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché questa vita se ne va
non dimenticarti mai di te
non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché sennò che vivi a fare
non dimenticarti di te, mai


Desiderio proibito – Jim Morrison

In tutti i divieti c’è
una magica forza
che induce alla tentazione.
Il vietato è contagioso,
i desideri proibiti
si propagano in noi
come tormento perenne
infuriato dall’inibizione.
L’ubbidienza al tabù
presuppone la rinuncia,
perché tutti i divieti
sono menomazioni che
nascondono desideri.
Così la tentazione
cresce a dismisura nella
prigione dell’inconscio.

Jim Morrison (James Douglas Morrison)

Storia di Beltane – Celebrando il Primo Maggio

 

Beltane inaugura il felice mese di maggio e la sua  storia affonda le radici nella notte dei tempi.

Si celebra il 1 ° maggio nell’emisfero settentrionale (e alla fine di ottobre sotto l’equatore) con falò, danze e tanta buona energia sessuale vecchio stile. I Celti onoravano la fertilità degli dei con doni e offerte, a volte includendo sacrifici animali o umani. I bovini venivano guidati attraverso il fumo dei balenieri e godevano di salute e fertilità per l’anno successivo. In Irlanda, i fuochi di Tara furono i primi ad accendersi ogni anno a Beltane, e tutti gli altri fuochi accesi da una fiamma di Tara.

La religione indù celebra Holi, una festa primaverile simile a un carnevale, dedicata a Krishna o Kama, il Dio del piacere. Questo festival assomiglia a Beltane, con i falò che sono al centro della festa.

Influenze romane

I Romani, sempre famosi per celebrare le vacanze in grande stile, trascorsero il primo giorno di maggio rendendo omaggio ai loro Lari , gli dei della loro famiglia. Hanno anche celebrato la Floralia , o festa dei fiori, che consisteva in tre giorni di attività sessuale sfrenata.

I partecipanti portavano fiori tra i capelli (più tardi come i celebranti del Primo Maggio), e c’erano giochi, canzoni e danze. Alla fine dei festeggiamenti, gli animali sono stati liberati all’interno del Circo Massimo, e i fagioli sono stati sparsi per garantire la fertilità.Il festival del fuoco di Bona Dea è stato anche celebrato il 2 maggio. Questa celebrazione, che si teneva nel tempio di Bona Dea sulla collina dell’Aventino, era una cerimonia di donne, per lo più plebea, che servivano come sacerdotesse e sacrificarono una scrofa nell’onore della dea della fertilità.Un martire paganoIl 6 maggio è il giorno di Eyvind Kelda, o Eyvind Kelve, nelle celebrazioni nordiche. Eyvind Kelda era un martire norvegese che fu torturato e annegato per ordine del re Olaf Tryggvason per essersi rifiutato di rinunciare alle sue credenze pagane. Secondo i racconti di  Heimskringla: La cronaca dei re di Norvegia,  una delle saghe norrene più conosciute  compilate da Snorri Sturluson intorno al 1230, Olaf annunciò che una volta convertito al cristianesimo, tutti gli altri del suo paese dovevano essere battezzati pure. Eyvind, che si credeva fosse un potente stregone, riuscì a sfuggire alle truppe di Olaf e si diresse verso un’isola, insieme ad altri uomini che continuarono a credere negli antichi dei. Sfortunatamente, Olaf e il suo esercito sono arrivati ​​lì nello stesso momento. Sebbene Eyvind abbia provato a proteggere i suoi uomini con la magia, una volta che le nebbie e la nebbia si sono diradate, sono stati esposti e catturati dai soldati di Olaf. Una settimana dopo, i norvegesi celebrano il Festa del Sole di mezzanotte, che rende omaggio alla dea del sole norvegese. Questo festival segna l’inizio di dieci settimane consecutive senza oscurità. Oggi, questa celebrazione della musica, dell’arte e della natura è una festa popolare di primavera in Norvegia.

I Greci e la Plynteria

 

Sempre a maggio, i greci celebravano la Plynteria in onore di Atena , la dea della saggezza e della battaglia, e la patrona della città di Atene (che porta il suo nome). La Plynteria include la pulizia rituale della statua di Atena, insieme a feste e preghiere nel Partenone. Anche se questo era un cerimonia  minore, era significativa per il popolo di Atene. Il 24, omaggio alla dea della luna greca Artemide (dea della caccia e degli animali selvaggi). Artemide è una dea lunare, equivalente alla dea della luna romana Diana, anche lei identificata con Luna e Ecate .

L’uomo verde emerge

Un certo numero di figure pre-cristiane sono associate al mese di maggio e successivamente a Beltane. L’entità nota come l’ Uomo Verde , fortemente legata a Cernunnos , si trova spesso nelle leggende e nelle leggende delle Isole Britanniche, ed è un volto mascolino coperto di foglie e arbusti. In alcune parti dell’Inghilterra, un Uomo Verde viene trasportato attraverso la città in una gabbia di vimini mentre i cittadini accolgono l’inizio dell’estate. Impressioni del volto dell’Uomo Verde possono essere trovate negli ornamenti di molte delle cattedrali più antiche d’Europa, nonostante gli editti dei vescovi locali che vietano agli scalpellini di includere tali immagini pagane.Un personaggio correlato è Jack-in-the-Green, uno spirito di Greenwood. I riferimenti a Jack appaiono nella letteratura britannica fino alla fine del sedicesimo secolo. Sir James Frazer associa la figura  ai mimi e la celebrazione della forza vitale degli alberi. Jack-in-the-Green è stato visto anche nell’era vittoriana, quando era associato a spazzacamini con la faccia fuligginosa. A quel tempo, Jack era incorniciato in una struttura di vimini e coperto di foglie, circondato da ballerini . Alcuni studiosi suggeriscono che Jack potrebbe essere stato un antenato della leggenda di Robin Hood.

Simboli antichi

Tradizionalmente, le feste di Beltane iniziarono giorni prima del 1 maggio o “May Day”, quando gli abitanti del villaggio si recarono nei boschi per raccogliere i nove tronchi sacri necessari per costruire i falò di Beltane. La tradizione di “May Boughing” o “May Birching” coinvolgeva giovani uomini che allacciavano ghirlande di verdi e fiori alle finestre e alle porte dei loro futuri ladili prima che i fuochi si accendessero nella notte di Beltane. Come in molti costumi celtici, il tipo di fiori o rami usati portava un significato simbolico, e molti negoziati e corteggiamenti potevano essere elaborati in anticipo.Molte comunità hanno eletto una vergine come loro “regina di maggio” per guidare marce o canzoni. Per i Celti, rappresentava la dea vergine alla vigilia della sua transizione da Maiden a Mother. A seconda dell’ora e del luogo, la consorte potrebbe essere denominata “Jack-in-the-Green” o “Green Man”, “May Groom” o “May King”. L’unione della Regina e della sua consorte simboleggiava la fertilità e la rinascita del mondo.La tradizione di scegliere una dea e un dio simbolici come partecipanti ufficiali nel rituale di Beltane ha catturato l’immaginazione di Marion Zimmer Bradley nel suo romanzo Le nebbie di Avalon . Nella rivisitazione di Bradley della leggenda di Re Artù, la celebrazione di Beltane è un rituale sacro che coinvolge un alto grado di vergine maschile e femminile per rappresentare il Dio e la Dea. Il dio in questo caso è chiamato “King Stag”; deve attraversare il bosco con un branco di cervi, seguito dai suoi stessi cacciatori, e solo dopo aver bloccato con successo le corna e ucciso un cervo che può tornare al festival e rivendicare il suo diritto come consorte alla Dea. Anche altre coppie celebrano in questo modo, ma sono solo questi due che diventano il Dio e la Dea incarnati.Poiché il giorno celtico iniziò e finì al tramonto, la celebrazione di Beltane sarebbe iniziata al tramonto del 30 aprile. Dopo aver spento tutti i fuochi del focolare nel villaggio, due fuochi di Beltane furono accesi sulle colline. Gli abitanti del villaggio guiderebbero il loro bestiame tra gli incendi tre volte, per ripulirli e assicurare la loro fertilità durante l’estate successiva, e poi metterli al pascolo estivo. Quindi la parte umana del rituale della fertilità sarebbe iniziata.Mentre la danza intorno ai fuochi continuava per tutta la notte, i consueti standard di comportamento sociale erano rilassati. Ci si aspettava che le giovani coppie si avventurassero di nascosto in un fosso, nei boschi o, meglio ancora, in un campo recentemente arato per un piccolo test delle acque della fertilità. Anche dopo che il digiuno manuale fu sostituito dalla tradizione cristiana del matrimonio monogamo, il rituale di Beltane continuò con una nuova tradizione: tutti i voti matrimoniali furono temporaneamente sospesi per la festa di Beltane. Molti preti lamenterebbero il numero di vergini spogliati su questa notte, ma la tradizione perseverò. Si pensava che i bambini nati da un’unione Beltane fossero benedetti dalla Dea stessa.Un altro uso degli incendi di Beltane era per un rituale di purificazione usando un capro espiatorio o un Matto. Dolci speciali fatti di uova, latte e fiocchi d’avena, chiamati bannocks, venivano fatti passare in una cuffia. Un pezzo di bannock era carbonizzato, e chiunque avesse scelto questo pezzo era il Matto per Beltane di quell’anno; si credeva che ogni disgrazia sarebbe caduta sul Matto, risparmiando il resto del popolo. Generalmente si crede sia un mito che il Matto sia mai stato bruciato come sacrificio umano; questo sembra derivare dai sacerdoti cristiani e dai loro tentativi di condannare le festività di Beltane. Le usanze successive richiesero al Matto di saltare tre volte attraverso il fuoco di Beltane e, secondo le usanze precedenti, il Matto fu bandito da tutta l’attività di Beltane. Beltane, come Samhain, è un tempo in cui si pensa che il velo tra i mondi sia sottile, un tempo in cui la magia è possibile.

Mentre i festaioli di Samhain devono guardare alle anime vaganti dei morti, i burattinai di Beltane devono guardare le Fate. Beltane è la notte in cui la regina delle fate cavalca il suo destriero bianco per attirare gli uomini in Faeryland. Se senti le campane del cavallo della Fata Regina, ti viene consigliato di distogliere lo sguardo, così ti passerà accanto; guarda la Regina e il tuo senso da solo non ti trattenere! A Bannocks venivano anche lasciati a volte per le Fate, nella speranza di ottenere il loro favore in questa notte.L’albero di maggio, che era una caratteristica permanente o una cerimonia durante la raccolta dei nove boschi sacri, era un’unione simbolica del Dio e della Dea. Il maypole stesso rappresentava il maschio, un fallo conficcato nella madre terra, mentre i nastri che venivano avvolti attorno ad esso rappresentavano la natura avvolgente della donna e del suo grembo. Di solito l’albero di maggio ballava dopo l’alba, quando uomini e donne arruffati tornavano barcollando in città portando fiori raccolti nelle foreste o nei campi. L’area attorno al palo di maggio era decorata con i fiori, e quindi iniziava l’avvolgimento dei nastri. A volte i fiori venivano messi in cesti e lasciati sulla soglia di persone troppo malate o vecchie per assistere alle celebrazioni di Beltane. In questo modo, l’intera città potrebbe partecipare alle gioie della prossima primavera.Ci sono alcuni che credono che Beltane sia un tempo per le fate – l’apparizione dei fiori in questo periodo dell’anno annuncia l’inizio dell’estate e ci mostra che i fae sono al lavoro. Nel primo folclore, entrare nel regno delle fate è un passo pericoloso, e tuttavia le azioni più utili del fae dovrebbero sempre essere riconosciute e apprezzate. Se credi nelle fate, Beltane è un buon momento per lasciare fuori cibo e altre prelibatezze per loro nel tuo giardino o cortile.Per molti pagani contemporanei, Beltane è un momento per piantare e seminare di semi – di nuovo, appare il tema della fertilità. Le gemme e i fiori dei primi di maggio riportano alla mente l’infinito ciclo di nascita, crescita, morte e rinascita che vediamo nella terra. Alcuni alberi sono associati al Primo Maggio, come Ash, Oak e Hawthorn. Nella leggenda norrena, il dio Odino pendeva da un albero di frassino per nove giorni, e in seguito divenne noto come l’albero del mondo, Yggdrasil.Se hai voluto portare abbondanza e fertilità di qualsiasi tipo nella tua vita – se stai cercando di concepire un bambino, goderti la produttività nella tua carriera o le tue imprese creative, o semplicemente vedere il tuo giardino sbocciare – Beltane è il perfetto tempo per i riti magici relativi a qualsiasi tipo di prosperità.


Onna-bugeisha: la donna samurai

Tra i più potenti e temibili guerrieri giapponesi vi erano donne: le Onna-bugeisha. Il loro background familiare differisce dalle nobildonne e dalle contadine. Erano membri della classe bushi (samurai) nel Giappone feudale e venivano addestrate all’uso delle armi per proteggere la comunità, la famiglia e l’onore in tempo di guerra. In otto secoli conosciamo alcune delle più famose e abili guerriere femminili, tra cui citiamo Tomoe Gozen, Nakano Takeko e Hōjō Masako, solo per citarne alcune. La naginata era la loro arma preferita.

Intorno al XII secolo le donne giapponesi erano responsabili di allevare i loro figli con un’adeguata educazione samurai, avevano anche il diritto di ereditare e di lasciare in eredità la proprietà. Controllavano le finanze della famiglia e gestivano il denaro  personale. Ci si aspettava anche che le donne difendessero le loro case in tempo di guerra. Molte donne sono impegnate in battaglia, comunemente insieme agli uomini samurai. Le donne impararono ad usare  la naginata, kaiken e l’arte jutsu in battaglia.

A causa dall’influenza della filosofia neoconfuciana e del consolidato mercato matrimoniale del periodo Edo (1600-1868), lo status della onna-bugeisha andò  significativamente scemando. I samurai non erano più interessati alle battaglie e alla guerra, diventarono burocrati. Le donne, in particolare le figlie della maggior parte delle famiglie delle classi nobili, furono presto considerate più preziose come pedine politiche (principalmente per scopi matrimoniali). Viaggiare in questo periodo è stato anche difficile per molte donne samurai. Dovevano sempre essere accompagnate da un uomo, dato che non potevano viaggiare da sole. Dovevano anche possedere permessi specifici, stabilire i loro affari e le loro motivazioni. Molti samurai consideravano le donne puramente come procreatrici di bambini; si diffuse il concetto che una donna non  fosse un compagno adatto per la guerra.

Il Samurai  maschio utilizzava  la katana, la  donna  samurai utilizzava la naginata, che è un’arma  versatile e convenzionale con una lama curva in punta. La naginata è principalmente adatta alla donna  per la sua lunghezza, che può compensare la forza e il vantaggio delle dimensioni del corpo degli avversari maschi. Inoltre, la naginata ha una nicchia giusta tra la katana e lo yari, che è piuttosto efficace in confronto  ravvicinato quando l’avversario è tenuto a bada ed è anche relativamente efficace contro la cavalleria.  Le samurai erano abili anche con le armi a distanza come archi e frecce.

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Guerriere

Molti filologi  sostengono che l’assenza di  termini che declinino il “samurai al  femminile” perché il termine “samurai” è  parola maschile. Tuttavia, per migliaia di anni, alcune donne giapponesi di classe nobile hanno imparato le arti marziali e hanno partecipato a combattimenti. 

“Tra il XII e il XIX  secolo, molte donne della classe  samurai impararono a maneggiare la spada e la Naginata (una lama su un lungo bastone) principalmente per difendere se stesse e le loro case. Nel caso in cui il loro castello fosse stato invaso da guerrieri nemici, le donne dovevano combattere fino alla fine e morire con onore, armi in mano. “(Candide Media Works). Alcune giovani donne erano talmente  abili  nei combattenti che cavalcavano in guerra accanto agli uomini, piuttosto che starsene a casa ad  aspettare.

“Accanto ai loro mariti in combattimento quasi continuamente, le donne samurai del XVI secolo provvedevano alla difesa delle loro case e dei loro bambini. I loro ruoli in tempo di guerra includevano lavare e preparare le teste sanguinanti decapitate del nemico, che venivano presentate ai generali vittoriosi. Come i loro mariti samurai, l’onore personale era fondamentale per le donne samurai.Portavano dei piccoli pugnali e erano sempre pronte a morire per mantenere il loro onore e il loro cognome.

Dopo che Tokugawa Ieyasu unificò il Giappone, il ruolo delle donne cambiò. I loro mariti samurai, che non combattevano più guerre,  diventarono burocrati. Le donne furono ora relegate a supervisionare l’educazione dei loro figli e a gestire la casa.

Il viaggio era fortemente limitato per le donne samurai durante gli anni dello shogunato Tokugawa. Era loro vietato  viaggiare da sole, fu loro richiesto di portare con sé i permessi di viaggio e di solito erano accompagnate da un uomo. Le donne samurai venivano spesso molestate dalle autorità quando passavano attraverso i posti d’ispezione del governo. “(Candide Media Works).

Un altro nome per le samurai giapponesi era  onna-bugeisha. Il “onna-bugeisha era un tipo di guerriera appartenente alla classe superiore giapponese. Molte mogli, vedove, figlie, dei ribelli rispondevano alla chiamata del dovere impegnandosi in battaglia, comunemente accanto agli uomini samurai. Erano membri del bushi (samurai) classe nel Giappone feudale e sono statie addestrate all’uso delle armi per proteggere la comunità, la famiglia e l’onore in tempo di guerra. Rappresentavano anche una divergenza dal tradizionale ruolo di “casalinga” della donna giapponese. A volte vengono definiti samurai femminili. Icone importanti come l’imperatrice Jingu, Tomoe Gozen, Nakano Takeko e Hōjō Masako sono famosi esempi di onna-bugeisha. “(Onna-bugeisha).

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Imperatrici del Giappone

L’imperatrice Pimiko

Nell’antica  storia del Giappone e della Cina ci sono i primi resoconti storici redatti da viaggiatori cinesi che descrivono la regina del Land of WA (Giappone antico). Il suo nome era Pimiko “figlia del sole”,  iniziò il suo governo intorno al 183 . Secondo i resoconti storici era una donna anziana che non si sposò mai . Fonti storiche cinesi raccontano come arrivò  a governare:

“Un tempo il paese aveva uomini come governanti. Tuttavia, per settanta o ottanta anni dopo che il paese era costantemente scosso da disordini e guerre, alla fine lil popolo accettò una donna come loro imperatrice e la chiamarono Pimiko (Himiko). Era abile nelle pratiche dello  sciamanesimo, [usando i poteri soprannaturali] e poteva stregare le persone. Nei suoi anni maturi, non era ancora sposata e il fratello minore l’aveva aiutata a governare il paese. Dopo essere diventata l’imperatrice, c’erano solo alcuni cui era concesso  vederla. Aveva mille schiave, ma c’era un solo servitore che la frequentava. Le sue funzioni erano di servire il cibo e le bevande, comunicare messaggi, entrare e uscire dai suoi alloggi. La regina risiedeva in un palazzo circondato da torri e barricate, con guardie che controllavano costantemente … “1 (antiche imperatrici giapponesi).

L’imperatrice Pimiko era una donna intelligente che costruì scambi e relazioni diplomatiche tra Cina e Giappone. Lo ha realizzato inviando messaggeri, doni di schiavi e stoffe pregiate all’Imperatore della Cina. Questo era il suo modo di mostrare rispetto per un vicino e un altro governantee. Le prime imperatrici come Pimiko erano probabilmente anche sciamane. “Si pensava che gli sciamani avessero poteri soprannaturali ed agivano da intermediari tra gli umani e gli dei. La parola giapponese per gli sciamani è la donna ‘letteralmente divina’,  Miko. Non esiste una parola giapponese per uno sciamano maschio. Ciò suggerisce che una fonte del potere di questi primi governanti era il loro status di Miko. “1 (Ancient Japanese Empresses).

Imperatrice Jingu

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Molto prima che venisse usato il termine “samurai”, i combattenti giapponesi erano abili con la spada e la lancia. Tra questi guerrieri vi erano includese alcune donne, come la leggendaria imperatrice Jingu (circa 169-269 ), qui raffigurata mentre guida un’invasione in Corea.

“Una successiva imperatrice, Jingū (o Jingō), che regnò nel III secolo DC, divenne seconda solo alla dia Amaterasu nella riverenza mostrata dal popolo giapponese. La sua storia è una combinazione di leggenda e fatti storici ma, anche sebbene sia difficile distinguere i fatti dalla leggenda, uno storico giapponese ha descritto il suo importante ruolo nella storia giapponese: “L’imperatrice Jingū era la nostra Giovanna d’Arco. Infiammata dall’ispirazione divina, mostrò un valore militare che era di incalcolabile servizio al suo paese nella crisi delle vicende. (antiche imperatrici giapponesi).
“I resoconti delle attività dell’imperatrice Jingū differiscono, ma sembra essere diventata imperatrice dopo la morte di suo marito, l’Imperatore Chūai. La sua morte è avvenuta dopo aver  rifiutato di p invadere Silla (ora Corea). In autunno, Chūai convocò i suoi generali per un consiglio di guerra e pianificare un attacco a un gruppo di ribelli. “Quella notte Jingu fu rapita da un sogno, o cadde in trance. Una divinità le apparve e disse: “Perché l’imperatore dovrebbe preoccuparsi che i Kumaso [i ribelli] non si arrendano a lui? I Kumaso hanno poco da offrire. Non vale la pena preparare un esercito contro di loro. C’è una terra migliore chiamata Silla, che si trova su Mukatsu (l’altro lato dell’oceano). Lì puoi trovare un tesoro in abbondanza, perché Silla è un paese ricco di cose meravigliose abbaglianti: oro, argento e gioielli dai colori vivaci. . . . Se mi adori con le offerte giuste, farò in modo che Silla ceda. I tuoi soldati non dovranno neppure estrarre le spade. La vittoria è tua. In cambio, rivendico semplicemente come offerta la nave di tuo marito e il campo di riso che ha acquisito da un capo di Anato. ” Chūai non poteva credere a quello che aveva sentito da sua moglie. All’inizio liquidò la sua storia come un sogno fantastico. Ma ripensandoci, salì in cima a una collina vicina per dare un’occhiata. Anche da quel punto di osservazione, non riusciva a vedere nulla nei grandi mari. Quindi concluse che se sua moglie avesse davvero sentito la voce di un dio che gli suggeriva di persuaderlo a lasciare la sua nave e il campo di riso, doveva essere un dio traditore.  La spedizione dell’imperatore Chūai contro il Kumaso non ebbe successo e subito dopo morì.  (antiche imperatrici giapponesi). Per un po ‘Jingū riuscì a mantenere segreta la sua morte e a reprimere rivolte all’interno del regno agendo nel suo nome. Sebbene fosse incinta del futuro imperatore, indossò abiti da uomo e andò in battaglia. Usando i suoi poteri di sciamana, affermò di sentire la volontà di Dio dirle che i giapponesi avrebbero dovuto invadere Silla. Ha detto al suo ministro:”Ascoltare la volontà di Dio, spostare il popolo di guerra, è motivo di grande preoccupazione per il Paese. Dall’alto, riceverò il sostegno degli spiriti degli Dei del Cielo e della Terra, mentre, sotto, mi avvarrò dell’assistenza di voi, miei ministri. Brandendo le nostre armi, attraverseremo i giganteschi flutti: preparando una flotta di navi, prenderemo possesso della Terra del tesoro. Se questa spedizione avrà successo, sarà merito tuo, miei ministri; e se no, sono solo io da incolpare “.11 La spedizione dell’imperatrice Jingū in Corea è riuscita, ma al suo ritorno ha affrontato rivolte a casa. Con queste ribellioni sottomesse, si dice che governò per settanta anni, morendo all’età di cento anni. “1 (Antiche imperatrici giapponesi).”Non c’è modo di verificare l’esistenza di una determinata imperatrice di nome Jingū, ma si ritiene che una società matriarcale sia esistita nel Giappone occidentale durante questo periodo. I documenti cinesi e coreani, considerati più accurati dei conti giapponesi contemporanei, si riferiscono al paese giapponese di WA come il Paese dei Queen e lo mettono in stretto contatto con la Cina e la Corea. “3 (Jingu).

Samurai e Mogli Bushi

“Fino alla fine del periodo Edo, ci si aspettava che le mogli di Samurai e bushi (guerrieri) fossero entrambe domestiche (madri, capifamiglia e insegnanti di bambini) durante la guerra quando gli uomini andarono a combattere, le donne divennero i difensori dei bambini e della proprietà familiare. Durante la sanguinosa guerra  del periodo Sengoku-Jidai, il compito di difendere intere città spesso ricadeva sulle donne. Durante questo periodo, ci sono resoconti “delle mogli dei signori della guerra, vestiti con armature sgargianti, che portano bande di donne armate di naginata” (un’arma da palo con una lama curva all’estremità). Tra i loro altri doveri marziali, l’incarico ricade anche sulle mogli samurai e bushi per pulire e preparare le teste mozzate di nemici come regali per i generali vittoriosi.

Queste mogli samurai e bushi dovevano portare sempre kaiken (piccoli pugnali). Queste armi non erano usate tipicamente per la difesa, ma venivano portate nel caso in cui fosse necessario per eseguire il jigai (suicidio rituale che prevedeva il taglio della propria gola aperto-hara-kiri riservato agli uomini). Era considerato più onorevole eseguire il jigai piuttosto che essere catturato e diventare una vittima dello stupro, il che avrebbe portato disonore al nome di famiglia. Nei rari casi in cui il kaiken veniva usato per autodifesa, la donna avrebbe afferrato l’elsa con entrambe le mani, piantando saldamente il calcio dell’elsa contro il suo stomaco e avventandosi in avanti, gettando tutto il suo peso corporeo nel colpo. Se avesse avuto l’elemento sorpresa, questa manovra sarebbe stata probabilmente fatale per il suo avversario.

Le mogli Bushi e Samurai erano addestrate principalmente all’uso della naginata per la sua versatilità e utilità nel difendere un castello dai cavalieri. Le donne sarebbero in genere svantaggiate combattendo contro samurai armati da vicino, dove gli uomini avrebbero il vantaggio in termini di peso e forza, ma la naginata  permetteva loro di colpire a distanza di un palo: una donna armata e addestrata a usare una naginata poteva sconfiggere tutti tranne il  più grande dei guerrieri.

Sebbene fossero addestrate alle arti marziali, le mogli che si portavano sul campo di battaglia costituivano l’eccezione – la maggior parte delle donne non si impegnava in combattimento. Ma sebbene tradizionalmente percepite come delicate e femminili queste donne erano tutt’altro che impotenti, erano pioniere, aiutando i loro clan a colonizzare nuovi territori. Alcuni clan potrebbero persino essere stati guidati da donne che avevano il diritto legale di agire come jito (steward) della terra. “(Amdur).

Tomoe Gozen

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I tre dipinti sopra raffigurano Tome Gozen che indossa nla sua armatura da samurai.

“Tomoe Gozen è uno dei pochi esempi di una vera donna guerriera vissuta nella prima parte della storia moderna giapponese, anche se alcuni stidiosi  si siano chiesti se  fosse veramente vissuta, o fosse semplicemente fosse una figura inventata nell’Heike Monogatari. Mentre innumerevoli altre donne erano a volte costrette a prendere le armi (in difesa del loro castello, per esempio), Tomoe viene descritta come una guerriera consumata. 

Sebbene gli  studio per la maggior parte indichino Tomoe probabilmente come un personaggio puramente immaginario, è tuttavia descritta in alcune fonti come la figlia di Nakahara no Kanetô (il marito di Minamoto assistente di Yoshinaka), e la sorella di Imai Kaneshiro, a fianco con cui combatte nella battaglia di Awazu. “(Samurai-Archives).

Tomoe Gozen ( Gozenè un titolo che significa “signora”) era famosa come una spadaccina, un abile cavallerizza e un superba arciere; fu il primo comandante di Minamoto, e conquistò almeno una testa nemica durante la battaglia di Awazu nel 1184.

“Secondo alcune fonti, era sposata con Kiso (Minamoto) Yoshinaka (sebbene la Heike Monogatari la descriva come un’inserviente , e altre fonti la descrivono come una consorte, o addirittura una prostituta , che  oppose al Taira e nel 1184 prese Kyoto dopo aver vinto la battaglia di Kurikara. Con il Taira costretto nelle province occidentali, Yoshinaka iniziò a insinuare che doveva guidare in guerra il clan Minamoto – un suggerimento che provocò attacchi di Minamoto no Yoritomo. Fuggendo dopo una grave sconfitta, Yoshinaka, insieme a Tomoe, affrontò guerrieri alleati con Yoritomo ad Awazu, una battagliaa disperata in cui Tomoe prese almeno una testa, quella di Onda Hachirô Moroshige. “(Samurai-Archives).

L’Heike Monogatari descrive quindi Tomoe:

“… Tomoe era una donna particolarmente bella, con pelle bianca, capelli lunghi e lineamenti affascinanti, era anche un arciere straordinariamente forte, e come spadaccina era una guerriera del valore di mille, pronta ad affrontare un demone o un dio, montato A cavallo si muovevano i cavalli ininterrotti con abilità superba, cavalcava incolume per discese pericolose.Quando una battaglia era imminente, Yoshinaka la mandò fuori come suo primo capitano, equipaggiata da una forte armatura, una spada di grandi dimensioni e un arco possente; ha compiuto più atti di valore di qualsiasi altro dei suoi guerrieri. ” (Samurai-Archives).

“L’Heike Monogatari continua dicendo che Tomoe era uno degli ultimi cinque guerrieri di Yoshinaka che si trovava alla fine della battaglia di Awazu, e che Yoshinaka, sapendo che la morte era vicina, la spinse a fuggire. Sebbene riluttante, si precipitò contro un guerriero Minamoto di nome Onda no Hachirô Moroshige, gli tagliò la testa e fuggì verso le province orientali.

Alcuni hanno scritto che Tomoe infatti morì in battaglia con suo marito, mentre altri affermano che sopravvisse e si dedicò alla contemplazione. È una delle figure femminili più popolari e conosciute nella storia / leggenda giapponesi e appare come protagonista in almeno una commedia kabuki, Onna Shibaraku. “(Samurai-Archives).


Vincenzo Incenzo – Je suis

Da conventuale tecnologicamente moderno l’esercizio dell’evideon esteticamente esplicato in questa opera dall’orecchiabile melodia richiama l’eco del perduto senno. L’illusoria prigione nella quale ciascun essere pensante si ritrova immerso  diventa costante ricerca mentale in azione agente allo scenario. Un’autentica  iniziazione condita da ossessioni labirintiche, percorsi in distorsione ambigua come in Escher. Generare la quarta dimensione è compito di sacralità intima e solare. L’incanto illusorio della geometria esistenziale si scuote multi-forme e plur-informata; la traslitterazione psichedelica in figure e simboli liquidi in sisma innovativo rievocano il necessario libero arbitrio. Margine e culmine del percorso si fondono; il puer condiziona e plasma da tecnologico demiurgo il senso del criticismo. Il confluire apparentemente confuso delle immagini ristabiliscono i confini infiniti dell’Io, bussola d’orientale saggezza alla consapevolezza: invita e conduce all’agognata potenza del riso atomico. La chiave di volta a tentoni recuperata  la ritroviamo figlia dei passi incerti, dei battiti e dei respiri incipit della clip, unica matrice ad incastro in vista del superamento delle etichette omologanti menzionate nel testo di ragguardevole preziosità. Solo l’innocente curiosità critica lampeggia luminosa e salvifica, una procedura di ricerca capace di mettere a fuoco slegando e regolando l’ormai orfano criticismo, imbrattato e soffocato dalla liquidità vuota e vacua.

 


Oblio d’amore… – Silvana Stremiz

Una notte di pura follia
un gioco erotico fatto di sguardi
di silenzi, di parole, trasgressione
e sussurri dell’anima.
Il donarsi è totale
in quella danza senza ipocrisia.
Parlano i silenzi ballano i SENSI.
In una solo una notte
dove tutto è lecito
senza inibizioni.

Il proibito è dei codardi
che non sanno amare
che non sanno vivere
ogni battito dell’essere vivi.

Gli abiti cadono a terra spogli di tutto.
Le labbra percorrono antichi sentieri
segnati dal tempo ma vivi d’amore dentro.
Il brivido profondo l’uno dentro l’altro
una sola entità.
Respiri di me respiro di te
per quell’ATTIMO ETERNO
che ci compone.

Una forte stretta
uno struggente abbraccio
l’uno dell’altro.
Prima di riprenderci i corpi
e andarcene via
così…. con un addio
Io eternamente parte di te
Tu eternamente parte di me.

Silvana Stremiz

 


James Joyce. Aforisma

La sensualità descritta magistralmente tra visione, sogno, risveglio e allegoria…. buona riflessione.

” L’anima si perdeva in un mondo (…) traversato da forme e da esseri nebulosi. Un mondo, un barlume, oppure un fiore? Baluginando e tremolando, tremolando e allargandosi, luce che erompeva, fiore che sbocciava, la visione si spiegò in un’incessante successione a se stessa erompendo in un cremisi  visivo, allargandosi e svanendo nel più pallido rosa, a petalo a petalo, a onda a onda di luce, dilagando in tutti i cieli con i suoi delicati fulgori (…) Stephen si svegliò (…) Si rialzò lento e, ricordando il rapimento del sonno, sospirò di quella gioia.”

J. Joyce, Dedalus: A Portrait of the Artist as a Young Man, London 1914-1915 (trad. it., Dedalus: Un ritratto dell’artista da giovane; in G. Melchiori, a cura di, James Joyce. Racconti e romanzi, Milano, 1982, pp. 297; 338;340; 423-424).


Il sole e i culti solari

di Mircea Eliade

Mircea Eliade

Le ierofanie solari e il razionalismo

Una volta, nei tempi eroici della storia delle religioni, si credeva che il culto del sole fosse conosciuto, in altri tempi, da tutta l’umanità. Si può dire che i primi tentativi di mitologia comparata ne decifrassero le tracce dappertutto. Tuttavia, fin dal 1870, un etnologo eminente come A. Bastian osservò che questo culto solare si trova, in realtà, soltanto in rarissime regioni del globo. E mezzo secolo dopo Sir James Frazer, riesaminando il problema nell’ambito delle sue pazienti ricerche sull’adorazione della Natura, noterà l’inconsistenza degli elementi solari in Africa, in Australia, in Melanesia, in Polinesia e in Micronesia. La stessa inconsistenza si nota, salvo poche eccezioni, nelle due Americhe. Soltanto in Egitto, in Asia e nell’Europa arcaica, quello che si chiama «culto del sole» ha goduto di un favore tale da divenire in certe occasioni, per esempio in Egitto, vera preponderanza.

Se consideriamo che, oltre Atlantico, il culto del sole si è sviluppato unicamente nel Perù e nel Messico, cioè fra i soli popoli americani «civili», e i soli che abbiano raggiunto un’autentica organizzazione politica, non si può non riconoscere una certa concordanza fra la supremazia delle ierofanie solari e i destini «storici». Si direbbe che il sole predomina dove, grazie ai re, agli eroi, agli imperi, «la storia è in cammino». Ipotesi molto diverse, talvolta addirittura fantastiche, sono state proposte per giustificare questo parallelismo fra la supremazia dei culti solari e la diffusione della civiltà storica. Certi autori sono giunti a parlare di «Figli del Sole» che nel corso di peripli e migrazioni avrebbero diffuso dappertutto il culto del sole, contemporaneamente ai principi essenziali della civiltà. Lasciando da parte, come abbiamo fatto finora, la questione della «storia», limitiamoci a constatare che, contrariamente alle figure di struttura celeste, di cui troviamo quasi dappertutto le tracce, le figure divine solari sono poco frequenti.

Torneremo fra poco su queste ultime. Ma dobbiamo prima prevenire un errore di prospettiva, che potrebbe diventare difetto del metodo. Occorre ricordare, da una parte, che le figure divine solari (déi, eroi, ecc.) non esauriscono le ierofanie solari, come le altre figure non esauriscono le rispettive loro ierofanie. E, d’altra parte, bisogna tener presente che, diversamente dalle altre ierofanie cosmiche, come la Luna o le Acque, la sacralità espressa dalle ierofanie solari non sempre è trasparente per lo spirito occidentale moderno. O più esattamente, quel che rimane trasparente, e quindi facilmente accessibile allo spirito moderno nella ierofania solare, e per solito soltanto il residuo di un lungo processo di erosione razionalistica, residuo giunto fino a noi, a nostra insaputa, per il tramite del linguaggio, del costume e della cultura. Il sole ha finito col diventare uno dei luoghi comuni dell’«esperienza religiosa indistinta», appunto nella misura in cui il simbolismo solare si e ridotto a strumento banale di automatismi e di frasi fatte. Non entra nel nostro assunto spiegare le alterazioni subite, nell’esperienza dell’uomo moderno, dalla struttura stessa della ierofania solare; non cercheremo perciò di definire in qual misura l’importanza biologica e astronomica riconosciuta al sole durante gli ultimi secoli ha non soltanto modificato la posizione dell’uomo moderno di fronte al sole, e i suoi rapporti di esperienza diretta col sole, ma ha mutato la struttura stessa del simbolismo solare. Ci basti rilevare un fatto: l’orientamento dell’attività mentale, da Aristotele in poi, ha contribuito in gran parte a smussare la nostra ricettività rispetto alla totalità delle ierofanie solari. Il caso della Luna ci dimostra che questo nuovo orientamento mentale non abolisce, necessariamente, la possibilità dell’esperienza ierofanica stessa. Infatti nessuno sosterrà che un moderno é, ipso facto, impervio alle ierofanie lunari. Tutto il contrario: la coerenza dei simboli, dei miti e dei riti lunari non è per lui meno trasparente che per un rappresentante delle civiltà arcaiche. Forse questa affinità delle due strutture mentali («primitiva» e «moderna») di fronte alle manifestazioni dei modi lunari del sacro si spiega con la sopravvivenza, fin sull’orizzonte della mentalità più nettamente razionalistica, di quel che fu chiamato «regime notturno dello spirito». La Luna si rivolgerebbe allora a uno strato della coscienza umana, inattaccabile dal più corrosivo razionalismo.

È un fatto che il «regime diurno dello spirito» è dominato dal simbolismo solare, vale a dire, in gran parte, da un simbolismo che, se non è sempre fittizio, spesso è il risultato di deduzioni razionali. Questo non significa che qualsiasi elemento razionale delle ierofanie solari deve essere tardo o artificiale. Abbiamo avuto occasione di vedere che la «ragione» non mancava nelle ierofanie più arcaiche, che l’esperienza religiosa non è incompatibile a priori con l’intelligibilità. Quel che è tardo e artificiale, è il primato esclusivo della ragione: la vita religiosa (cioè, per attenerci a una definizione sommaria, l’esperienza delle cratofanie, ierofanie e teofanie) mobilità la vita dell’uomo tutto intero, e sarebbe chimerico voler porre barriere fra le diverse regioni dello spirito. Le ierofanie arcaiche del Sole offrono, da questo punto di vista, un ottimo esempio. Come vedremo, rivelano una certa intelligenza globale del reale, senza mancar di rivelare, contemporaneamente, una struttura coerente e intelligibile del sacro. Ma questa intelligibilità non si potrebbe ridurre a una serie di «verità razionali» evidenti, e a un’esperienza non ierofanica. Ecco un esempio: ammesso che le relazioni fra il sole e le tenebre o i morti, o il binomio specificamente indiano « sole-serpente”, sono fondate su di una comprensione totale della vita e della realtà, non per questo ne consegue che tali relazioni risultino trasparenti in una prospettiva puramente razionalistica .

 

 Solarizzazione degli Esseri Supremi

Abbiamo notato [in precedenza] la tendenza degli Esseri Supremi di struttura celeste a svanire dal primo piano della vita religiosa per cedere il posto a forze magico-religiose o a figure divine più attive, più efficaci e, in generale, più direttamente legate alla «Vita». Infatti la cosiddetta indolenza degli Esseri Supremi si può ricondurre, in ultima analisi, alla loro apparente indifferenza per le vicende, sempre più complicate, della vita umana. Per motivi di protezione (contro le forze ostili, contro i sortilegi, ecc.) o per motivi di azione (bisogno di assicurarsi l’esistenza mediante la magia della fertilità, ecc.), l’uomo si sente maggiormente attirato verso altre «forme» religiose a mano a mano che scopre di essere progressivamente più dipendente: antenati, eroi civilizzatori, Grandi Dee, forze magico-religiose (mana, ecc.), centri cosmici di fecondità (Luna, Acque, Vegetazione, ecc.). In questo modo abbiamo rilevato il fenomeno – generale nella zona indo-mediterranea – della sostituzione alla Figura Suprema uranica di un dio atmosferico e fecondatore, spesso marito o semplicemente accolito, inferiore, della Grande Madre tellurico-lunare-vegetale, e talvolta Padre di un «dio della vegetazione». Il passaggio da «Creatore» a «Fecondatore» scivolando dall’onnipotenza, dalla trascendenza, dall’impassibilità uranica, fino all’intensità e alla drammaticità delle figure atmosferiche-fecondanti­vegetali, è pur significativo, e lascia capire, da solo, che uno dei fattori principali di questa degradazione, più ovvia nelle società agricole, dei concetti di divinità, e l’importanza, sempre più invadente, dei valori vitali, della «Vita», sull’orizzonte dell’uomo economico. E, per limitarci alia zona indo-mediterranea, è interessante notare che gli dei supremi mesopotamici spesso uniscono al prestigio della fecondità i prestigi solari. Marduk è un esempio, maè soltanto l’esempio più illustre, poiché il caso si ripete per altri dei dello stesso tipo, cioè per gli dei in procinto di raggiungere la supremazia. Si potrebbe perfino dire che tali divinità della vegetazione mostrano la coesistenza di attributi solari nella misura in cui gli elementi vegetali figurano nella mistica e nel mito della sovranità divina.

Questa congiunzione di elementi solari e vegetali si spiega evidentemente con la parte straordinaria rappresentata dal Sovrano, sia sul piano cosmico che su quello sociale, nell’accumulare e distribuire la «Vita». La solarizzazione progressiva delle divinità celesti corrisponde dunque allo stesso processo di erosione che in altri contesti portò alla trasformazione delle divinità celesti in dei atmosferico-fecondatori. Presso gli Hittiti, per esempio, il dio celeste si presenta, già nei tempi storici, in uno stadio di solarizzazione molto progredito e in relazione con la sovranità cosmico-biologica, fornito quindi di elementi «vegetali» secondo la formula: Dio-Re­ Albero di Vita.

Del resto il fenomeno è molto più frequente e più antico di quanto non lascino intravedere i documenti orientali, dominati, non dimentichiamolo, dalla mistica della sovranità. Così avviene che gli strati arcaici delle culture primitive già rivelino il movi mento di trapasso degli attributi del dio uranico alla divinità solare, nonché la coalescenza dell’Essere Supremo col dio solare. L’arcobaleno, ritenuto in tanti luoghi un’epifania uranica, è associato al Sole e diventa, ad esempio presso i Fuegini, «fratello del sole». Più spesso si hanno rapporti di filiazione fra il dio supremo di struttura celeste e il sole. Per i pigmei Semang, i Fuegini e i Boscimani, il sole è l’«occhio» del dio supremo. Presso i Wiradjuri-Kamilaroi dell’Australia sud-ovest, il sole è considerato Grogoragally in persona, figlio del Creatore e figura divina propizia all’uomo, ma, certo per influenza del matriarcato, la Luna è ritenuta il secondo figlio dell’Essere Supremo. I Samoiedi vedono nel sole e nella luna gli occhi di Nurn ( = Cielo); il sole è l’occhio buono, la luna quello cattivo. I Yurak della tundra, nella regione di Obdorsk, celebrano una grande festa d’inverno alla prima comparsa del sole, ma offrono un sacrificio a Num, indizio del carattere originariamente celeste di questa solennità. Presso i Yurak delle regioni boscose (Wald-Yuraken), il sole, la luna e «l’uccello del fulmine» sono i simboli di Num; l’albero a cui si appendono teste di animali in offerta porta il nome di albero del sole, quantunque in origine quel sacrificio fosse privilegio di Num. Presso i Ciukci, il sole si sostituisce alla divinità suprema; i sacrifici principali vengono offerti agli spiriti buoni e particolarmente alla luce solare. Secondo Gahs, il culto del sole sarebbe stato introdotto in tutta l’Asia del nord da quegli stessi Ciukci e dai Yukagir. […]

 

Culti solari egiziani

La religione egiziana fu dominata, più di qualsiasi altra, dal culto solare. Fin dall’epoca antica il dio solare aveva assorbito varie divinità, come Atum, Horus e lo scarabeo Khipri. A cominciare dalla V dinastia, il fenomeno si generalizza: numerose divinità si fondono col sole, dando cosi origine alle figure solarizzate Chnum­Re, Min-Re, Amon-Re, ecc.. Non tocca a noi decidere fra le due ipotesi rivali di Kees e di Sethe intorno alle origini storiche della dottrina solare. In ogni caso è sicuro che l’apogeo della dottrina si ebbe sotto la V dinastia e che il suo successo deriva insieme dalla rafforzata nozione di sovranità e dall’azione dei sacerdoti di Eliopoli. Ma, come parrebbero dimostrare parecchie ricerche recenti, la supremazia solare fu preceduta da quella di altre figure divine, più antiche e anche più popolari, nel senso che non appartenevano esclusivamente a gruppi privilegiati.

Si sapeva già da molto tempo che Shu, dio dell’atmosfera e quindi originariamente figura uranica, fu in seguito identificato col sole. Ma Wainwright, a sua volta, ha riconosciuto in Ammone un’antichissima divinità del cielo, e H. Junker, d’altra parte, crede di aver scoperto un antichissimo Allgott celeste in Ur (wr), il cui nome significa «il Grande»; in certi casi si vede Ur sposare Nut, «la Grande» (wrt), secondo il mito della coppia cosmica Cielo­Terra. L’assenza completa di Ur dai monumenti pubblici (regi) si spiegherebbe col suo carattere popolare. Junker ha perfino tentato di ricostruire la storia di Ur, che è in breve la storia della sua deposizione dal rango supremo in seguito alla sua integrazione nelle teologie locali: diventa ausiliario di Rē (guarisce gli occhi del Sole, per un certo tempo colpiti da cecità), e poi assimilato ad Atum e finalmente a Re. Non ci riconosciamo cosi competenti da intervenire nella discussione sollevata dagli studi di Junker, ma l’abbiamo ricordata perché egittologi dell’importanza di Capart e Kees sembrano accettare in massima il suo sistema. Nella prospettiva della storia delle religioni, l’avventura di Ammone o quella di Wr sono perfettamente comprensibili: abbiamo già mostrato a sufficienza che gli Esseri Supremi di struttura uranica, quando non sprofondano completamente nell’oblio, tendono a trasformarsi in dei atmosferico-fecondatori oppure a solarizzarsi.

Si è detto che due fattori hanno contribuito in modo decisivo a consolidare la supremazia di Rē: la teologia eliopolitana e la mistica della sovranità, il sovrano essendo egli stesso identificato col sole. Una preziosa controprova sta nella concorrenza subita per un certo tempo da Re, dio solare e funebre (imperiale), da parte di Osiride. Il sole tramontava nel «Campo delle Offerte», o «Campo del Riposo», e sorgeva il giorno dopo nel punto opposto della volta celeste, detto «Campo dei Giunchi». Queste regioni solari, che fin dall’epoca predinastica dipendevano da Rē, ricevettero in soprappiù, nel corso delle dinastie III e IV, una destinazione funeraria. Appunto dal Campo dei Giunchi l’anima del Faraone partiva per incontrarsi col Sole nella volta celeste e giungere, da lui guidata, al Campo delle Offerte. In principio l’ascensione non avveniva senza incidenti: il Faraone, malgrado la sua qualità divina, doveva lottare col guardiano del Campo, il «Toro delle Offerte», per conquistarsi il diritto a prender posto in cielo. I testi delle Piramidi alludono a questa prova eroica, di essenza iniziatica, che il Faraone doveva superare.

Alla lunga, tuttavia, i testi non parlano più del duello col Toro delle Offerte, e il defunto sale in cielo per mezzo di una scala, oppure attraversa l’oceano siderale vogando, per giungere finalmente al Campo delle Offerte, guidato da una dea, e sotto la forma di un toro splendente. Assistiamo, si potrebbe dire, alla degenerescenza di un mito (e di un rito ?) eroico-iniziatico in privilegio politico-sociale. II Faraone ha diritto alla sovranità e ottiene l’immortalità solare, ma non più in qualità di «eroe»; come capo supremo, si trova in possesso dell’immortalità senza superare nessuna «prova eroica». La legalizzazione di questa condizione privilegiata del Faraone dopo morte trova una corrispondenza nell’ascesa vittoriosa di Osiride come dio funerario non aristocratico. Non è qui il luogo di trattare del conflitto fra Rē e Osiride, che è già chiaro nei testi delle Piramidi. «Tu apri il tuo posto in Cielo fra le stelle del Cielo, perché tu sei una stella… Tu guardi al di là di Osiride, tu comandi ai morti, ti tieni lontano da loro, non sei uno di loro». Così scrive, lo indoviniamo, un apologeta dei privilegi imperiali e della tradizione solare.

Il nuovo dio, benché di struttura popolare (intendiamo, accessibile anche alle altre classi sociali), e nondimeno potente, e il Faraone crede bene invocare il Sole, perché lo salvi da Osiride: «Rē-Atum, non abbandonarti a Osiride, che non giudica il tuo cuore e non ha potere sul tuo cuore… Osiride, tu non ti impadronirai di lui, tuo figlio (Horus) non si impadronirà di lui… ». L’occidente, la strada dei morti, diventa una regione osirica, mentre l’oriente resta dominio del Sole. Quindi, nei testi delle Piramidi, i devoti di Osiride fanno il panegirico dell’occidente e denigrano l’oriente: « Osiride (N), non camminare in quelle regioni d’oriente, ma cammina in queste regioni dell’occidente, sulla strada dei Seguaci di Re»; è una raccomandazione diametralmente opposta a quelle della dottrina funebre solare; infatti il testo citato è semplicemente una sfacciata osirizzazione, per rovesciamento di termini, della seguente formula arcaica: «Non camminare su quelle strade dell’occidente, ove quelli che si avviano non progrediscono; ma che (N) cammini su queste strade d’oriente, sulle strade dei Seguaci di Re».

Col tempo, questi testi si moltiplicano. La resistenza del Sole ha vinto. Osiride, che era stato obbligato ad arrogarsi i due Campi celesti, in quanto rappresentavano da sempre le zone funerarie per eccellenza, attraversando le quali le anime dei Faraoni raggiungevano l’immortalità, fini per rinunciare al doppio dominio. Del resto la ritirata non è una disfatta. Osiride aveva tentato di impadronirsi del Cielo soltanto perché la teologia solare vi collocava l’ambiente necessario dell’immortalità faraonica. II suo messaggio escatologico, fondamentalmente diverso dalla conquista eroica dell’immortalità – degradata più tardi ad acquisto spontaneo dell’immortalità, per appartenenza alla regalità – aveva ridotto Osiride a condurre le anime, che voleva salvare dall’annientamento, lungo un itinerario celeste, solare. Osiride, del resto, altro non faceva che condurre a termine la rivoluzione di tipo «umanistico» che aveva modificato, prima di lui, il concetto escatologico egiziano. Abbiamo visto infatti che dal concetto eroico, iniziatico, dell’immortalità, offerta alla conquista di pochissimi privilegiati, si era giunti al concetto di un’immortalità concessa a tutti i privilegiati. Osiride sviluppava ulteriormente, in senso «democratico», questa profonda alterazione del concetto di immortalità: ciascuno può ottenere l’immortalità, purché superi vittoriosamente la prova. La teologia osirica riprende, per estenderla, la nozione di prova, condizione sine qua non della sopravvivenza; però alle prove di tipo eroico, iniziatico (lotta col Toro) sostituisce prove etiche e religiose (opere buone, ecc.). La teoria arcaica dell’immortalità eroica cede il posto a un concetto umano e umanitario.

 

Culti solari nell’Oriente classico e nel Mediterraneo

Non avremmo dato tanti particolari sul conflitto fra Rē e Osiride se non ci fossero di aiuto per penetrare la morfologia delle società segrete di struttura solare-funeraria, cui abbiamo alluso qui sopra. In Egitto il Sole rimarrà fino all’ultimo il psicopompo di una classe privilegiata (la famiglia del sovrano ), senza che il culto solare cessi per questo dal rappresentare una parte predominante nella religione egiziana complessiva: quella, per lo meno, che si manifesta nei monumenti e nei documenti scritti. In Indonesia e in Melanesia, la situazione è diversa: il Sole fu in altri tempi il psicopompo di tutti gli iniziati usciti dalle società segrete, ma il suo compito, quantunque rimanga importante, non è più esclusivo. In quelle società segrete, gli «antenati» – quelli che il Sole aveva guidato sulla strada dell’occidente – adempiono a una funzione egualmente importante. Potremmo dire, ponendo il fenomeno in termini egiziani, che vi si vede una coalescenza Rē-Osiride. D’altronde questa coalescenza non lede il prestigio del sole. Poiché non va dimenticato che le relazioni del sole con l’oltretomba, regione delle tenebre e della morte, sono trasparenti nelle ierofanie solari più arcaiche, e assai raramente si perdono di vista.

Nel dio Shamash troviamo un buon esempio di questa decadenza: Shamash occupa un rango inferiore nel pantheon mesopotamico, al disotto di Sin, dio della Luna, ritenuto suo padre, e non ha mai rappresentato una parte importante nella mitologia. Le ierofanie solari babilonesi tuttavia permettono ancora di ritrovare il ricordo di relazioni molto antiche con l’oltretomba. Shamash viene chiamato il «sole di etimmē», cioè dei Mani; di lui è detto che «fa vivere il morto». Shamash è il dio della giustizia e il «Signore del Giudizio» (bēl-dini). Dai tempi più antichi, il suo tempio è chiamato «Casa del Giudice del Paese». D’altra parte Shamash è il dio degli oracoli, il patrono dei profeti e degli indovini, funzione che in ogni tempo è stata in relazione col mondo dei morti e con le regioni ctonio-funerarie.

In Grecia e in Italia, il Sole occupò un posto assolutamente secondario nel culto. A Roma, il culto solare venne introdotto sotto l’impero attraverso le gnosi orientali, e vi si sviluppò in modo, per così dire, esteriore e artificiale, favorito dal culto degli imperatori. La mitologia e la religione greche hanno conservato tuttavia qualche traccia delle ierofanie «infernali» arcaiche del Sole. II mito di Helios rivela tanto le valenze ctonie come quelle infernali. C’è un intero gioco di epiteti, nel quale Uberto Pestalozza vede il residuo di un patrimonio religioso mediterraneo; questi epiteti sono la prova evidente delle relazioni organiche di Helios col mondo vegetale. Helios è pythios e paiān – due attributi che divide con Leto, una delle grandi dee mediterranee – e chtōnios e ploutōn; Helios è parimenti titān, epifania delle energie generatrici. E meno interessante – per ora – sapere in che misura l’agganciamento del Sole al mondo ctonio-magico-sessuale appartenga al substrato mediterraneo (a Creta, per esempio, Helios è taurino e marito della Grande Madre; sorte comune alla maggioranza degli dei atmosferici), o se rappresenti un ulteriore compromesso, imposto dalla storia, fra il regime matriarcale dei popoli mediterranei e il patriarcato degli indoeuropei scesi dal nord. II punto importante per noi è altrove: sta nel fatto che il sole, mentre poteva esser considerato (nella cornice di una prospettiva razionalistica superficiale) ierofania celeste per eccellenza, diurna e «intelligibile», potè valorizzarsi quale fonte delle energie «oscure».

Poiché Helios non è unicamente pythioschtōniostitān, ecc., si tiene anche in relazione col mondo tenebroso per eccellenza: la stregoneria e l’inferno. E padre della maga Circe e nonno di Medea, due illustri specialiste del filtro notturno-vegetale; da lui Medea ha ricevuto il suo famoso carro tirato da serpenti alati. A lui si sacrificano cavalli sui Monte Taigeto; a Rodi, durante la festa a lui consacrata, Halieia (da hālios, forma dorica di Helios), gli viene offerto un carro a quattro cavalli che e poi precipitato in mare. Ora, i cavalli e i serpenti sono alle dipendenze dirette del simbolismo ctonio-funerario. Finalmente, l’ingresso dell’Ade si chiamava «porta del sole», e «Ade», nella pronuncia dell’età omerica «A-ides», evocava ancora l’immagine di ciò che è «invisibile» e di ciò che «rende invisibili». La polarità luce-oscurità, solare-ctonio potè dunque venir intesa come le due fasi alternanti di una verità unica. Le ierofanie solari dipendono quindi dalle dimensioni che il «sole», come tale, perde, in una prospettiva razionalistica, profana. Dimensioni che possono conservarsi nell’ambito di un sistema mitico e metafisico di struttura arcaica.

 

L’lndia: ambivalenza del Sole

Questo sistema si incontra in India. Sūrya figura fra gli dei vedici di seconda categoria. Il Rgveda gli dedica, sì, due inni, ma Sūrya non assurge mai a una posizione preminente. È il figlio di Dyaus ma viene chiamato anche occhio del Cielo od occhio di Mitra e di Varuna. Vede da lontano, è la «spia» del mondo intero. Secondo il Purusa sūkta, il sole nacque dall’occhio del gigante cosmico Purusa, sicché dopo la morte, quando il corpo e l’anima dell’uomo rientrano nel macrantropo cosmico, il suo occhio torna al sole. Finora le ierofanie rivelano esclusivamente l’aspetto luminoso di Sūrya. Ma già nel Rgveda il carro del Sole è tirato da un cavallo, Etaśa, o da sette cavalli, e il Sole è egli stesso uno stallone o un uccello, oppure avvoltoio e toro; vale a dire che, quando manifesta essenza e attributi equini, il sole tradisce anche valenze ctonio-funerarie. Queste valenze sono evidenti nell’altra variante vedica del dio solare, Sāvitrī, spesso identificato con Sūrya; è psicopompo e conduce le anime alla sede dei giusti. In certi testi, Savitri conferisce l’immortalità agli dèi e agli uomini; è lui che rende immortale Tvastri. Psicopompo o ierofante (= colui che conferisce l’immortalità), la sua missione ci trasmette un’eco indubitabile dei prestigi che appartenevano al dio solare nelle società primitive.

Ma già nel Rgveda, e particolarmente nella speculazione dei Brāhmana, il sole è contemporaneamente percepito nei suoi aspetti tenebrosi. Il Rgveda definisce uno dei suoi aspetti, «splendente», e l’altro «nero» (cioè invisibile). Sāvitrī conduce tanto la notte che il giorno, ed è egli stesso un dio della notte; c’è perfino un inno che descrive il suo itinerario notturno. Ma l’alternarsi delle sue modalità assume anche una portata ontologica. Sāvitrī è prasāvitā niveśanah, «colui che fa entrare e uscire». Bergaigne ha giustamente insistito sul valore cosmico di questa «reintegrazione», perché Sāvitrī e jagato niveśani, «che fa rientrare il mondo», formula che vale un programma cosmologico. La notte e il giorno (naktosasā, duale femminile) sono sorelle, come gli dei e i «demoni» (asura) sono fratelli; dvayā ha prājāpatyāhdevaś cāsurāśca, «di due specie sono i figli di Prājāpati, dei asura». II sole viene a integrarsi in questa bi-unità divina e rivela egualmente, in certi miti, un aspetto ofidico (cioè «tenebroso», indistinto), all’estremo opposto del suo aspetto manifesto. Vestigia del mito ofidico del sole si trovano ancora nel Rgveda: in origine «sprovvisto di piedi», riceve da Varuna i piedi per camminare, apade padā prati dhatāve [Rgveda, I, 24, 8 ]. È sacerdote asura di tutti i deva.

L’ambivalenza del sole si manifesta inoltre nella sua condotta verso gli uomini. Da un lato, è il vero generatore dell’uomo. «Quando il padre lo emette come seme nella matrice, è in realtà il Sole che lo emette come seme nella matrice». D’altra parte, il sole s’identifica talvolta con la Morte, perché divora i propri figli, oltre a generarli. Coomaraswamy ha dedicato alcune brillanti memorie alle articolazioni e metafisiche della biunità divina quale è formulata nei testi vedici e post-vedici. Per conto nostro, abbiamo ricercato, nel Mythe de la reintegration, la polarità che si manifesta nei riti, nei miti e nelle metafisiche arcaiche. Avremo occasione di tornare su questi problemi in altri capitoli. Limitiamoci per ora a prender atto che l’ambivalenza primitiva delle ierofanie solari ha portato i suoi frutti nel campo di sistemi simbolici, teologici e metafisici estremamente elaborati.

Sarebbe tuttavia un errore considerare queste valorizzazioni come applicazioni stereotipe e artificiali di un semplice meccanismo verbale. Le laboriose interpretazioni ed ermeneutiche scolastiche altro non facevano che formulare, in termini propri, i valori cui si prestavano le ierofanie solari. Che detti valori non fossero riducibili a una formula sommaria (cioè a termini razionalistici, non contraddittori), è dimostrato dal fatto che il sole, entro una medesima religione, può essere valorizzato su piani diversi, per non dire contraddittori. Prendiamo l’esempio del Buddha. Nella sua qualità di Chakravartin, Sovrano universale, il Buddha fu identificato molto per tempo col sole, tanto che E. Senart, in un libro molto discusso, tento perfino di ridurre la sua biografia a una serie di allegorie solari. La tesi, evidentemente, era espressa in modo troppo assoluto, nondimeno e vero che l’elemento solare predomina nella leggenda e nell’apoteosi mitica del Buddha.

Tuttavia, nella cornice del Buddhismo (e del resto di tutte le mistiche indiane) il sole non rappresenta sempre la parte principale. La fisiologia mistica indiana, particolarmente lo Yoga e il Tantra, attribuisce al Sole una regione «fisiologica» determinata, opposta a quella della Luna. E lo scopo comune di tutte le tecniche mistiche indiane non e di ottenere la supremazia di uno di questi due centri cosmico-fisiologici, ma, al contrario, di unificarli, cioè di conseguire la reintegrazione dei due principî polari. Siamo qui di fronte a una delle numerose varianti del mito e della metafisica della reintegrazione, nella quale la polarità riceve una formulazione cosmogonica Sole-Luna. Indubbiamente tutte queste tecniche mistiche sono accessibili soltanto a un’infima minoranza, rispetto all’immensa massa indiana, ma non ne consegue necessariamente che queste tecniche rappresentino un’«evoluzione» della religione delle masse, dato che i «primitivi» stessi ci offrono la medesima formula Sole-Luna della reintegrazione. Ne risulta dunque semplicemente che le ierofanie solari, come qualsiasi altra ierofania, erano capaci di valorizzazione su piani molto diversi, senza che la loro struttura soffrisse dell’apparente «contraddizione».

La supremazia assoluta, concepita in modo unilaterale e semplicistico, delle ierofanie solari, sbocca negli eccessi di quelle sette ascetiche indiane, i cui membri fissano continuamente il sole, fino ad accecarsi. Qui si può parlare di «aridità» e «sterilità» di un regime esclusivamente solare, vale a dire di un razionalismo (in senso profano) limitato ed eccessivo. II caso corrispondente e quello della «decomposizione» per mezzo dell’«umidità» e della trasformazione finale dell’uomo in «semi» presso le altre sette, che intendono con lo stesso eccessivo semplicismo i meriti del regime notturno, lunare o tellurico. Un fatalismo quasi meccanico relega nella «cecità» e nell’«aridità» chi valorizza un solo aspetto delle ierofanie solari, come porta all’orgia permanente, al dissolvimento e al regresso fino allo stato larvale chi si condanna esclusivamente al «regime notturno dello spirito».

 

Gli Eroi solari, i Morti, gli Eletti

Molte ierofanie arcaiche del sole si sono conservate nelle tradizioni popolari, più o meno integrate in altri sistemi religiosi. Ruote infocate che si lanciano a valle dai colli in occasione dei solstizi, specialmente d’estate; processioni medievali di ruote su carri o barche che risalgono a un prototipo preistorico; uso di attaccare uomini a ruote, interdizione rituale di adoperare la ruota da filare in certe sere dell’anno (intorno al solstizio d’inverno), altre usanze ancora vive nelle società contadinesche europee (Fortuna, «ruota della fortuna», «ruota dell’anno» ecc.) sono tutte costumanze che tradiscono una struttura solare. Non è qui il caso di toccare la questione delle loro origini storiche; ricordiamo tuttavia che, fin dall’età del bronzo, esisteva nell’Europa settentrionale un mito dello stallone del Sole (cfr. il carro solare di Trundholm), e che, come ha dimostrato R. Forrer nel suo studio Les chars cultuels prehistoriques, questi carri cultuali preistorici, fatti per riprodurre il movimento del sole, possono considerarsi il prototipo del carro profano.

Ma studi come quelli di Almgren sui disegni rupestri protostorici dell’Europa del nord, o di Hofler sulle società segrete germaniche dell’antichità e del Medioevo, hanno posto in luce il carattere complesso del «culto solare» nelle regioni settentrionali. Complessità che non si spiega con coalescenze o sintesi ibride, perché fu ritrovata allo stesso grado nelle società primitive, anzi tradisce il carattere arcaico del culto solare. Almgren e Hofler hanno dimostrato la simbiosi degli elementi solari con elementi del culto funerario (per esempio la «Caccia Fantastica») e ctonio-agrario (fertilizzazione dei campi mediante la ruota solare, ecc.). E già da parecchio tempo Mannhardt, Gaidoz e Frazer avevano mostrato l’integrazione del complesso solare dell’«anno» e della ruota della fortuna, nella magia e nella mistica agraria delle antiche credenze europee e del folklore moderno.

Lo stesso complesso cultuale sole-fecondità-eroe (o rappresentante dei morti) ricompare, più o meno intatto, in altre civiltà. In Giappone, per esempio, nel complesso scenico rituale del «visitatore»(che contiene elementi del culto ctonio-agrario), ogni anno gruppi di giovani dal viso dipinto, detti «Diavoli del Sole», visitano i poderi, l’uno dopo l’altro, per assicurare la fertilità della terra nell’anno venturo; essi rappresentano gli antenati (cioè i «morti»), solari. Nei cerimoniali europei, il lancio di ruote infocate ai solstizi, e altre usanze analoghe, adempiono probabilmente anch’essi a una funzione magica di restaurazione delle forze solari. Infatti, specialmente nei paesi nordici, la diminuzione progressiva delle ore di luce, a mano a mano che si avvicina il solstizio d’inverno, ispira il timore che il sole si spenga. Altrove questa preoccupazione prende la forma di visioni apocalittiche: la caduta o l’oscuramento del sole e uno dei segni della fine del mondo, cioè della chiusa di un ciclo cosmico (seguita, per solito, da una nuova cosmogonia e da una nuova razza umana). I Messicani garantivano la perennità del sole sacrificandogli incessantemente prigionieri: il loro sangue era desti­ nato a rinnovare le energie esauste dell’astro. Ma questa religione è tutta pervasa dal cupo terrore della catastrofe cosmica periodica. Per quanto sangue gli venga offerto, un giorno il sole cadrà; l’apocalisse e parte del ritmo stesso dell’universo.

Un altro complesso mitico importante è quello degli «eroi solari», familiare specialmente ai pastori nomadi, razze da cui usciranno, nel corso dei secoli, le nazioni chiamate a «fare la storia», Troviamo questi eroi solari fra i pastori africani (ad esempio presso gli Ottentotti, gli Herrero, i Masai), fra i turco-mongoli (caso dell’eroe Gesser Khan), gli Ebrei (Sansone) e specialmente presso tutte le nazioni indoeuropee. Si sono scritte intere biblioteche sui miti e le leggende degli eroi solari, ricercandone le tracce perfino nelle ninne-nanne. Questa mania solarizzante non dev’essere condannata in blocco. Non c’è dubbio che, in un certo momento, tutte le etnie di cui parliamo conobbero la moda dell’«eroe solare». Soltanto è bene stare attenti a non ridurre a ogni costo l’eroe solare a un’epifania dell’astro; la sua struttura e il suo mito non sono limitati alla manifestazione pura e semplice dei fenomeni solari (aurora, raggi, luce, crepuscolo, ecc.). L’eroe solare, poi, presenta sempre una «zona oscura», quella delle relazioni col mondo dei morti, l’iniziazione, la fecondità, ecc. II mito degli eroi solari è anche permeato di elementi che appartengono alla mistica del sovrano o del demiurgo. L’eroe «salva» il mondo, lo rinnova, inaugura una nuova tappa, che talvolta è una nuova organizzazione dell’Universo; in altre parole, conserva il retaggio demiurgico dell’Essere Supremo. Una carriera come quella di Mithra, in origine dio celeste, diventato in seguito solare, e tardivamente soter quale Sol lnvictus, si spiega in parte con questa funzione demiurgica (dal toro ucciso da Mithra escono i semi e le piante, ecc.) di organizzatore del mondo.

Ancora altre ragioni si oppongono alia riduzione degli eroi solari alle epifanie dell’astro fatta dalla mitologia «naturistica». II fatto cioè che ogni «forma» religiosa e nel fondo «imperialistica» e si assimila continuamente la sostanza, gli attributi e i prestigi di altre «forme» religiose anche molto diverse. Qualsiasi «forma» religiosa tende a voler essere tutto, a estendere la propria giurisdizione sull’esperienza religiosa intera. Sicché noi possiamo esser certi che le «forme» religiose (dei, eroi, cerimonie, miti, ecc.) di origine solare, che hanno avuto una carriera vittoriosa, conglobano nella propria struttura elementi estrinseci, assimilati e integrati nell’azione stessa della loro espansione imperialistica.

Non intendiamo chiudere questa succinta morfologia delle ierofanie solari con un colpo d’occhio complessivo. Sarebbe lo stesso che riprendere i principali temi su cui abbiamo insistito nel corso dell’esposizione: solarizzazione degli Esseri Supremi, rapporti del Sole con la sovranità, l’iniziazione, le classi elevate, sua ambivalenza, sue relazioni con i morti e la fecondità, ecc. Ma sarebbe bene insistere sull’affinità della teologia solare con le classi elevate, siano sovrani, eroi, iniziati o filosofi. Diversamente dalle altre ierofanie cosmiche, le ierofanie solari tendono a diventare privilegio di ambienti chiusi, di una minoranza di «eletti»; e questo incoraggia e affretta il loro processo di razionalizzazione. Assimilato al «fuoco intelligente», il sole diventa alla lunga, nel mondo greco­ romano, un principio cosmico; da ierofania si trasforma in idea, con un processo analogo, del resto, a quello subíto da parecchi dei uranici (I-ho, Brahman, ecc.). Eraclito già sapeva che «il sole e nuovo ogni giorno». Per Platone, è l’immagine del Bene, quale si manifesta nella sfera delle cose visibili; per gli orfici è l’intelligenza del mondo. La razionalizzazione progredisce a paro col sincretismo. Macrobio riconduce al culto solare tutta la teologia, e identifica nel Sole: Apollo, Liber-Dionysos, Marte, Mercurio, Esculapio, Ercole, Serapide, Osiride, Horus, Adone, Nemesi, Pan, Saturno, Adad e perfino Jupiter. L’imperatore Giu­ liano, nel suo trattato Intorno al Sole Re, Proclo, nel suo Inno al Sole, dànno una valorizzazione sincretista-razionalista dell’astro. Questi ultimi omaggi al Sole, nel crepuscolo dell’Antichità, non sono del tutto privi di significato; palimpsesti che permettono ancora di decifrare, sotto la nuova scrittura, le vestigia delle ierofanie autentiche, arcaiche. Per nominarne soltanto qualcuna, la condizione di dipendenza del sole rispetto a Dio, che ricorda il mito primitivo del demiurgo solarizzato, le sue relazioni con la fecondità e col dramma vegetale, ecc. Ma in generale vi troviamo ormai soltanto una pallida immagine di quanto significavano un tempo le ierofanie solari; pallida immagine che ci giunge sempre pili scolorata dal razionalismo. Gli ultimi arrivati fra gli «eletti», i filosofi, sono cosi riusciti a «desacralizzare» una delle più potenti ierofanie cosmiche.

 

Fonte Bibliografica, M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, tr. it. di Virginia Vacca, Einaudi, Torino 1954, §§ 36, 37, 43-46, pp. 126-131  e 142-157.


Esseri umani – Marco Mengoni

L’attenzione per questa lirica scaturisce da molteplici fattori, in primis mi colpì l’utilizzo della maschera, cerone che imbratta e imbriglia la pelle e i suoi indispensabili pori, l’asfissia del vivere con energia, che parte impercettibile fino a giungere allo spasimo quando l’azione si propaga ad onda ed occorre più forza. Quanto mai attuale si mostra  spunto per la riflessione sull’esistenza e l’essere umano in particolare votati alla religione dell’apparire. Essere umano e amore, binomio inscindibile ed onnipresente in ogni compagine storica; ed è appunto su codesta asse ove si muove l’abbondanza poliedricamente multiforme, gioco-forma condita da coraggio ed equilibrio instabile, gravità propria del continente umano cui apparteniamo. Conta allora l’agilità dell’acrobata, sacro e separato requisito frammento di esperienza e massiccia dose  di consapevole incoscienza nella prassi del salto nel vuoto, presupposto   e topos dell’affine divenire.

Un vuoto trans-dotto in infinito, il non luogo atipico delle scelte quotidiane, mosaico lucido in cocci vitrei di labirinti poetici, un divertimento stimolante nel giardino del libero arbitrio.


Baubo. Dea della gioia

 La storia di Baubo ci ricorda che la sessualità femminile continua a essere un argomento controverso. Baubo potrebbe essere solo una vecchia donna raggrinzita, e non una delle dee dell’alto pantheon greco, ma la sua storia suona altrettanto vera oggi che tremila anni fa. Mentre la sua natura è stata svergognata, il suo messaggio trasuda potere: rispetta i tuoi profondi e degni tesori di sensualità, sessualità, risate, conosci e onora te stessa. 

La dea Baubo: chi è questa donna misteriosa? È Baubo, una divinità amante del divertimento, oscena, scherzosa, sessualmente libera, ma molto saggia, che svolge un ruolo cruciale e curativo nei misteri eleusini dell’antica Grecia.

Oggi rimane una figura molto onorata da molte donne, celebrata come  forza positiva della sessualità femminile e  potere risanante delle risate. Il suo potere e la sua energia sono sopravvissuti negli spiriti delle donne attraverso i secoli.

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A causa della scarsità di riferimenti scritti e della contraddittoria degli stessi  è una figura misteriosa .

Gran parte del mistero che circonda la dea Baubo deriva da connessioni letterarie tra il suo nome e i nomi di altre dee. A volte Baubo viene indicato come la dea Iambe, la figlia di Pan ed Echo descritta nelle leggende di Omero.

La sua identità alla fine si mescolò anche a quelle delle dee precedenti, quali dee madri / vegetazione come Atargatis, una dea originaria della Siria settentrionale, e Kybele (o Cibele), una divinità dell’Asia Minore. Per evitare confusione, farò riferimento a lei semplicemente come Baubo nel resto di questo articolo.

Gli studiosi hanno rintracciato l’origine del Baubo in tempi molto antichi nella regione mediterranea, in particolare nella Siria occidentale. Dea della vegetazione, la sua ultima apparizione come serva nei miti di Demetra segnano la transizione verso una cultura agraria dove il potere si è ora spostato su Demetra, la dea greca del grano e del raccolto.

Questo ci porta al meraviglioso racconto in cui si incontrano Baubo e Demetra, come raccontato nei misteri Eleusini. Baubo è descritta in questa storia come una serva di mezz’età del re Celeo di Eleusi.

Secondo i miti, Demetra stava vagando per la Terra in profondo lutto per la perdita della sua amata figlia, Persefone, che era stata violentemente rapita da Ade, il dio degli inferi. Abbandonando i suoi doveri di dea di portare fertilità alla terra, si rifugiò nella città di Eleusi. La dea sconvolta, travestita da vecchia, fu accolta nella casa del re.

Tutti nella famiglia del re cercarono di consolare e sollevare l’animo della donna gravemente depressa, ma senza risultato, finché non si presentò Baubo. Le due donne  iniziarono a chiacchierare: Baubo propose una serie di commenti umoristici e audaci. Demetra cominciò a sorridere. Quindi, Baubo sollevò improvvisamente la gonna di fronte a Demetra.

Diverse versioni di questo racconto forniscono immagini molto diverse di ciò che Demetra vide sotto la gonna di Baubo, ma qualunque cosa avesse visto, alla fine la sollevò dalla sua depressione:  rispose con una lunga e abbondante risata di pancia!

Alla fine, con il suo spirito e la sua fiducia ripristinati, Demetra persuase Zeus ad ordinare ad Ade di liberare Persefone. Quindi, grazie alle buffonate oscene di Baubo, tutto si sistemò ancora una volta nel mondo.

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Questa storia ispiratrice dai misteri eleusini suggerisce il significato del nome di Baubo. Il suo nome, secondo molte interpretazioni, significa “pancia”, che indica la risata di pancia che ha provocato in Demetra. Secondo altre interpretazioni, tuttavia, il nome di Baubo significa “vecchia megera”. Sebbene “vecchiaccia” abbia connotazioni piuttosto negative per noi oggi, la parola era originariamente usata per riferirsi a una donna saggia e matura.

L’interpretazione della “pancia” del nome di Baubo è rivelata in alcune antiche figurine della dea che sono state trovate in Asia Minore e altrove. Questi oggetti sacri raffigurano il volto di Baubo nella sua pancia, con la sua vulva a formare il suo mento.

Altre figure ritrovate di Baubo la ritraggono scherzosamente mostrando una vulva esagerata tra le sue gambe.

Baubo è apparso come la “sacra pazzia” di Demetra nell’annuale rito delle donne della Grecia antica. Agli iniziati erano insegnate le profonde lezioni del vivere con gioia, morire senza paura ed essere parte integrante dei grandi cicli della natura, lezioni che sono al centro dei misteri eleusini.

Mentre gli iniziaici trasportavano i maialini sacrificali attraverso un ponte, un gallus (sacerdote castrato) che ritraeva Baubo li incoraggiò a unirsi a lui nel fare commenti osceni e gesti (incluso sollevare la gonna) alla folla riunita. Il significato preciso di questa lezione agli iniziati è stato perso nella notte dei tempi, anche se ha indubbiamente avuto un grande significato in questa festa che celebra il potere e la sacralità delle donne. Sfortunatamente, il suo significato è fin troppo facile da interpretare erroneamente come semplice volgarità nella nostra moderna società patriarcale.

Ciò che sappiamo di Baubo proviene dalla penna di Clemente di Alessandria,  scrittore greco-cristiano di discorsi anti-pagani nel II secolo dell’era volgare. Tuttavia, le sue diatribe spesso contenevano informazioni rivelatrici sulle credenze pagane, soprattutto nelle sue interpretazioni errate dei misteri orfici della Grecia antica.

I misteri orfici rivelano che Baubo era sposata ad un pastore di suini. Oggi non sembra molto, ma è stata probabilmente considerata un’occupazione piuttosto redditizia nei tempi antichi. Baubo aveva anche un figlio di nome Eumolpos,  descritto come un “dolce cantante”. L’alto ordine dei sacerdoti officianti i misteri eleusini reclamava la discendenza da Eumolpos. Lo fecero anche le alte sacerdotesse che parteciparono ai riti.

Dalla natura ambigua delle informazioni sopravvissute su Baubo, alcuni studiosi hanno concluso che questa dea era forse un ermafrodita o transgender. Secondo alcune interpretazioni degli scritti di Clemente, Baubo, quando sollevò la gonna a Demetra, rivelò parti del corpo “inappropriate per una donna”.

La possibilità che Baubo possa aver avuto genitali maschili o maschili è stata suggerita come la ragione principale per cui Demetra scoppiò a ridere a  quella vista. Nei tempi antichi, l’ermafroditismo aveva un profondo significato religioso. Rappresentava l’unificazione di cose apparentemente opposte e inconciliabili, indipendentemente dal fatto che quelle cose fossero maschili / femminili o vita / morte. Per Demetra, una donna che era preoccupata che sua figlia potesse essere morta, questa realizzazione sarebbe stata estremamente confortante.

La storia di Baubo e Demetra può ancora essere di grande conforto per noi. Alcune donne che oggi appartengono a gruppi pagani, per esempio, si uniscono per fare appello a Baubo per il dono di risate, divertimento, amicizia e guarigione spirituale. Inoltre, alcuni rituali Wicca che celebrano la diversità della comunità gay / lesbica / bisessuale / transgender invocano il nome e lo spirito di Baubo.

Certo, non devi essere un seguace delle credenze pagane per scoprire la gioiosa allegria di Baubo.

La dea Baubo è sempre lì per ricordarci di lasciarci andare i capelli e divertirci. Ci dice di essere orgogliosi, di sfoggiare occasionalmente e di essere potenziati dalla nostra femminilità e sessualità. E Baubo ci ricorda e sprona  a ridere di pancia ogni tanto!

Dopotutto, il riso è uno dei nostri più grandi doni della Dea!


Sacro culto fallico

Ogni religione ha un’origine sessuale. La venerazione del lingam-yoni e della pudenda è comune in Africa e in Asia. Il buddismo segreto è sessuale. La magia sessuale viene insegnata praticamente nel buddismo zen. Il Buddha insegnò la magia sessuale in segreto. Esistono molte divinità falliche: Shiva, Agni e Shakti in India; Legba in Africa, Venere, Bacco, Priapo e Dioniso in Grecia e Roma

Gli ebrei avevano dèi fallici e foreste sacre consacrate al culto sessuale. A volte i sacerdoti di questi culti fallici si lasciavano andare e praticavano  orge selvagge di baccanali. Erodoto cita quanto segue: “Tutte le donne di Babilonia hanno dovuto prostituirsi con i sacerdoti del tempio di Milita”.

Nel frattempo, in Grecia ea Roma, nei templi di Vesta, Venere, Afrodite, Iside ecc., le sacerdotesse esercitavano il loro santo sacerdozio sessuale. In Cappadocia, Antiochia, Pamplos, Cipro e Bylos, con infinita venerazione e esaltazione mistica, le sacerdotesse celebravano grandi processioni portando un grande fallo, come Dio o il corpo generativo della vita e del seme.

La Bibbia ha anche molte allusioni al culto fallico. Il giuramento dal tempo del patriarca Abramo fu preso dagli ebrei ponendo la mano sotto la coscia, cioè sul membro sacro.

La Festa dei Tabernacoli era un’orgia simile ai famosi Saturnali dei Romani. Il rito della circoncisione è totalmente fallico.

La storia di tutte le religioni è piena di simboli e amuleti fallici, come l’ ebraico Mitzvah, l’albero di maggio dei cristiani, ecc. In tempi antichi, le pietre sacre con una forma fallica erano profondamente venerate. Alcune di quelle pietre somigliavano al membro virile e ad altri alla vulva. Pietre di selce e silice furono indicate come pietre sacre, perché il fuoco fu prodotto con loro, fuoco che esotericamente fu sviluppato come privilegio divino nella colonna vertebrale dei sacerdoti pagani.

Michelangelo Buonarroti, Particolare de “La Creazione” Cappella Sistina (Roma),

Nel cristianesimo troviamo una grande quantità feste falliche. La circoncisione di Gesù, la festa dei tre saggi (Epifania), il Corpus Domini, ecc., Sono festività falliche ereditate dalle sante religioni pagane.

La colomba, simbolo dello Spirito Santo e della voluttuosa Venere Afrodite, è sempre rappresentata come strumento fallico utilizzato dallo Spirito Santo per impregnare la Vergine Maria. La stessa parola “sacrosanto” deriva dal sacro. E quindi la sua origine è fallica.

Il divino culto fallico è scientificamente trascendentale e profondamente filosofico. L’era dell’Acquario è a portata di mano e in essa i laboratori scopriranno i principi energetici e mistici del fallo e dell’utero. L’intero potenziale della vita universale esiste all’interno del seme.

Nei cortili rocciosi pavimentati dei templi aztechi, uomini e donne si univano sessualmente per risvegliare la Kundalini . Le coppie sono rimaste nei templi per mesi e anni, amandosi e accarezzandosi a vicenda, praticando la magia sessuale senza spargere il seme . Tuttavia, coloro che hanno raggiunto l’eiaculazione dello sperma erano condannati a morte. Le loro teste erano tagliate con un’ascia. Quindi, è così che hanno pagato il loro sacrilegio.

Nei Misteri Eleusini, le danze nude e la magia sessuale erano il fondamento stesso dei misteri. Il fallicismo è il fondamento della profonda realizzazione del sé.

Tutti i principali strumenti della Massoneria servono per lavorare con la pietra. Ogni Maestro Muratore deve scolpire bene la sua Pietra Filosofale. Questa pietra è il sesso. Dobbiamo costruire il tempio dell’Eterno sulla pietra viva.

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Con il dominio completo della Forza Serpente tutto può essere raggiunto. Gli antichi sacerdoti sapevano che in certe condizioni si può visualizzare l’aura, sapevano che la Kundalini può essere risvegliata attraverso il sesso. La forza della Kundalini arrotolata sotto è una forza terrificante; assomiglia alla molla di un orologio nel modo in cui è arrotolata. Questa particolare forza si trova alla base della colonna vertebrale; tuttavia, ai giorni nostri e all’età, una parte di essa dimora all’interno degli organi generativi. Gli orientali lo riconoscono. Alcuni indù usano il sesso nelle loro cerimonie religiose. Usano una diversa forma di manifestazione sessuale ( Magia Sessuale ) e una diversa posizione sessuale per ottenere risultati specifici, e hanno avuto successo. Molti secoli e secoli fa, gli antichi adoravano il sesso. Hanno compiuto il culto fallico. C’erano certe cerimonie all’interno dei templi che eccitarono la Kundalini , che a sua volta produsse chiaroveggenza, telepatia e molti altri poteri esoterici .

Il sesso, usato correttamente e con amore, può raggiungere vibrazioni particolari. Può provocare ciò che gli orientali chiamano l’apertura del fiore di loto e può abbracciare il mondo degli spiriti. Può promuovere l’eccitazione della Kundalini e il risveglio di alcuni centri. Tuttavia, il sesso e la Kundalini non devono mai essere abusati. Ognuno deve integrare e aiutare l’altro.

Quando l’essere umano risveglia la Kundalini , quando il Serpente di Fuoco inizia a vivere, le molecole del corpo sono allineate in una direzione, perché la forza della Kundalini ha questo effetto quando viene risvegliata. Quindi il corpo umano inizia a vibrare di salute, diventa potente nella conoscenza e può vedere tutto.

L’uomo e la donna non sono semplicemente una massa di protoplasma, una carne attaccata a una cornice di ossa. L’essere umano è, o può essere, qualcosa di più.

I fisiologi e altri scienziati hanno analizzato il corpo dell’essere umano e l’hanno ridotto a una massa di carne e ossa. Possono parlare di questo o quell’osso, di diversi organi, ma queste sono cose materiali. Non hanno scoperto, né hanno cercato di scoprire le cose più segrete, le cose intangibili, le cose che gli indù, i cinesi e i tibetani conoscevano secoli e secoli prima del cristianesimo.

La spina dorsale è davvero una struttura molto importante. Contiene il midollo spinale, senza il quale uno sarebbe paralizzato, senza il quale uno è inutile come un essere umano. Tuttavia, la spina dorsale è ancora più importante di tutto ciò.Alla base della spina dorsale c’è quello che gli Orientali chiamano il Serpente di Fuoco. Questa è la sede della vita stessa.

 


Video

Audiobook: Ars Amatoria di Publio Ovidio Nasone

“Ars Amatoria” ( “L’arte dell’amore” ) è una raccolta di 57 poesie didattiche (o, forse più esattamente, una satira burlesca sulla poesia didattica) in tre libri del poeta lirico romano Ovidio , scritti in distici elegiaci e completati e pubblicato in 1 CE . Il poema fornisce insegnamenti nelle aree di come e dove trovare donne (e mariti) a Roma, come sedurli e come impedire agli altri di rubarli.I primi due libri di Ovidio s’ ‘Ars amatoria’ sono stati pubblicati circa 1 aC , con la terza (che fare con gli stessi temi dal punto di vista femminile), ha aggiunto l’anno successivo in 1 CE . Il lavoro è stato un grande successo popolare, tanto che il poeta ha scritto un sequel altrettanto popolare, “Remedia Amoris” ( “Rimedi per amore” ), subito dopo, che offriva consigli stoici e strategie su come evitare di ferirsi riguardo a sentimenti d’amore e come abbandonare l’amore.

Non era, tuttavia, universalmente acclamato, e ci sono resoconti di alcuni ascoltatori che uscivano disgustati dalle prime letture. Molti hanno dato per scontato che l’oscenità e la licenziosità dell ‘ “Ars Amatoria” , con la sua celebrazione del sesso extraconiugale, fosse in gran parte responsabile dell’abbandono di Ovidio da Roma nell’8 EV dall’imperatore Augusto, che stava tentando di promuovere una morale più austera a quella volta. Tuttavia, è più probabile che Ovidio sia stato in qualche modo coinvolto in una politica faziosa connessa con la successione e / o altri scandali (il figlio adottivo di Augusto, Postumus Agrippa, e sua nipote, Giulia, furono banditi nello stesso periodo). È possibile, tuttavia, che “l’Ars Amatoria” potrebbe essere stato usato come scusa ufficiale per la retrocessione.

Sebbene il lavoro generalmente non dia alcun consiglio pratico immediatamente utilizzabile, piuttosto che impiegare allusioni criptiche e trattare l’argomento con la portata e l’intelligenza di una conversazione urbana, lo splendore superficiale della poesia è tuttavia abbagliante. Le situazioni standard e i cliché del soggetto sono trattati in modo molto divertente, condito con dettagli colorati della mitologia greca, della vita romana di tutti i giorni e dell’esperienza umana generale.

Nonostante tutto il suo discorso ironico, Ovidio evita di diventare completamente ribaldo o osceno, e le questioni sessuali in sé sono trattate solo in forma abbreviata verso la fine di ogni libro, sebbene anche qui Ovidio mantenga il suo stile e la sua discrezione, evitando ogni sfumatura pornografica . Ad esempio, la fine del secondo libro riguarda i piaceri dell’orgasmo simultaneo, e la fine della terza parte discute varie posizioni sessuali, anche se in modo piuttosto irriverente e ironico.

Appropriatamente per il suo soggetto, il poema è composto nei distici elegiaci della poesia d’amore, piuttosto che negli esametri dattilici più comunemente associati alla poesia didattica. I distici di Elegia consistono in linee alternate di esametro dattilico e pentametro dattilico: due dattili seguiti da una lunga sillaba, una cesura, poi altri due dattili seguiti da una lunga sillaba.

Lo splendore letterario e l’accessibilità popolare dell’opera hanno assicurato che è rimasta una fonte di ispirazione ampiamente diffusa, ed è stata inclusa nei programmi delle scuole medievali europee nell’XI e nel XII secolo. Tuttavia, è anche caduto vittima di esplosioni di obbrobrio morale: tutte le opere di Ovidio furono bruciate da Savonarola a Firenze, in Italia, nel 1497; La traduzione di “Ars Amatoria” di Christopher Marlowe fu bandita nel 1599; e un’altra traduzione inglese fu sequestrata dalla dogana americana fino al 1930.


Amore attraverso le età, in tutte le società

Canzoni d’amore, poesie d’amore, magia d’amore, amuleti d’amore, opere, balletti, opere teatrali, storie, sculture, dipinti, feste, templi, palazzi: il mondo è disseminato di artefatti di intenso amore romantico. Gli antropologi hanno  esaminato oltre 200 società e ovunque hanno trovato prove di questa passione. L’amore romantico è un fatto  “universale umano”.

Alcuni credono ancora che l’amore romantico sia stato “inventato” dai trovatori, cantando dai menestrelli nella Francia del XII secolo. Ma la più antica poesia d’amore risale a circa quattromila anni fa nell’antica Sumeria. Trovata su tavolette cuneiformi in lingua Uruk, questa storia racconta la storia d’amore di Inanna, una regina, che si innamorò del pastorello, Dumusi, che la appellò  “Mia amata, la gioia dei miei occhi”.

Le dichiarazioni d’amore si trovano anche in ogni altra cultura. Nell’antica storia greca, Pysche sussurra a Eros, “Ti amo, ti amo disperatamente, ti amo più di me stessa.” Una leggenda araba del VII secolo raccontava di Majnum e Layla le cui famiglie in lotta li tenevano separati morirono giovani, per amore. Nella fiaba cinese del XII secolo , la Dea della giada , Chang Po, un ragazzo vivace con le dita lunghe e affusolate, un dono per intagliare la giada, fuggì con Meilan la figlia di un alto ufficiale. Chang Po le disse: “Sei stata fatta per me e io ero fatto per te, e non ti lascerò andare.” Ma questi amanti erano di classi diverse nell’ordine sociale allora rigido della Cina. E quando Meilan fu catturata dalla sua famiglia, fu sepolta viva nel giardino di suo padre. La storia di Meilan continua a perseguitare molti cinesi.

E nelle profondità della giungla del Guatemala moderno si trova un tempio costruito nel 700 a.C. dal più grande re del Sole dell’impero Maya. Era alto oltre sei metri e vi visse per 80 anni; ma le iscrizioni Maya riportano che era follemente innamorato di sua moglie che morì giovane. Così costruì un tempio per lei, di fronte al suo. E ogni primavera e autunno, esattamente all’equinozio,il sole crea una suggestiva illusione ottica: una misteriosa ombra a forma di serpente lungo la scalinata nord della piramide, che discende sulla terra durante le prime luci dell’alba, per poi salire verso il cielo durante le ore del tramonto. Circa 1300 anni dopo, questi innamorati continuano a toccarsi oltre la tomba.

Se potessimo viaggiare nel passato nelle praterie dell’Africa antica di un milione di anni fa, credo che potremmo ascoltare questi cacciatori / agricoltori,  sdraiati attorno al fuoco fino a tarda notte, che raccontano miti d’amore.



Amore tantrico e musica

L’amore tantrico è diverso non è solo un atto sessuale, e completa il processo di fusione con il suo partner, il processo di connessione sessuale. Amore tantrico – questo mondo che non ha nulla a che fare con un piacere superficiale. La musica dell’Amore tantrico offre l’opportunità di raccontare se stessi è una parte importante ed eccitante del divino e di vedere l’altra persona.
L’amore tantrico è possibile solo in uno stato rilassato, in questo aiuterai la musica per l’amore tantrico. L’amore tantrico richiede molto tempo (2-3 ore). Ascolta la musica dell’Amore Tantrico e scopri la tecnica dell’amore tantrico, quindi conoscerai l’ignoto prima di giungere  al culmine del piacere sessuale che ti farà guardare alla tua vita sessuale in un modo nuovo.

 


Nek – J-Ax: Freud

Fondamentalmente in questo brano scherziamo sulle domande che Freud ha messo sul tavolo e che sono ancora lì senza risposta”.

Nek & J-Ax

 

 

 


57 anni fa moriva Carl Gustav Jung

«Non sei capace di amare, se non ami te stesso. E questo è veramente un insegnamento cristiano (del vero cristianesimo) . (…) Se riuscirai ad amare te stesso, ti troverai già sulla strada dell’altruismo. Amare se stessi è un compito così difficile e sgradevole che, se riesci a fare una cosa del genere, potrai riuscire ad amare anche i rospi, poiché l’animale più disgustoso è di gran lunga migliore di te.»

(Jung – Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche. Vol 1, p. 107)

« […] E’ piuttosto l’incapacità di amare che priva l’uomo delle sue possibilità. Questo mondo è vuoto solo per colui che non sa dirigere la sua libido sulle cose e sugli uomini, e conferir loro a suo talento vita e bellezza. Ciò che dunque ci costringe a creare, traendolo da noi stessi, un surrogato, non è una carenza esterna di oggetti, ma la nostra incapacità di abbracciare con amore una cosa che stia al di fuori di noi.

[…] Mai difficoltà concrete potranno costringere la libido a regredire durevolmente a un punto tale da provocare l’insorgere di una nevrosi. Manca qui il conflitto che è il presupposto di ogni nevrosi.Solo una resistenza, che contrapponga il suo non volere al volere, è in grado di produrre quella regressione che può essere il punto di partenza di un disturbo psicogeno. La resistenza contro l’amore genera l’incapacità all’amore, oppure tal incapacità può operare come resistenza

(C.G. Jung – Simboli della Trasformazione, p.175)

 


Umberto Galimberti – Il corpo in Occidente

“Mi era venuto il dubbio che la filosofia fosse una grande difesa contro la pazzia. [… ] E ancora di questo sono convinto oggi, perché sono convinto che i nevrotici studiano psicologia e gli psicotici filosofia. Perché se noi consideriamo, chi si iscrive a filosofia? Si iscrive a filosofia una persona che vuole risolvere dei problemi, senza andare da qualcuno. [… ] Sotto ogni filosofo sottintendo un folle che vuole giocare un po’ con la sua follia, e al tempo stesso non vuole diventar folle e quindi si arma per tenere a bada attraverso una serie di buoni ragionamenti, che qui si imparano… a tenere a bada la follia.”

Umberto Galimberti

(da una conversazione nel Master in Comunicazione e Linguaggi non Verbali, Università Ca’ Foscari di Venezia, dicembre 2007).

“Socrate diceva non so niente, proprio perché se non so niente problematizzo tutto. La filosofia nasce dalla problematizzazione dell’ovvio: non accettiamo quello che c’è, perché se accettiamo quello che c’è, ce lo ricorda ancora Platone, diventeremo gregge, pecore. Ecco: non accettiamo quello che c’è. La filosofia nasce come istanza critica, non accettazione dell’ovvio, non rassegnazione a quello che oggi va di moda chiamare sano realismo. Mi rendo conto che realisticamente uno che si iscrive a filosofia compie un gesto folle, però forse se non ci sono questi folli il mondo resta così com’è… così com’è. Allora la filosofia svolge un ruolo decisamente importante, non perché sia competente di qualcosa, ma semplicemente perché non accetta qualcosa. E questa non accettazione di ciò che c’è non la esprime attraverso revolverate o rivoluzioni, l’esprime attraverso un tentativo di trovare le contraddizioni del presente e dell’esistente, e argomentare possibilità di soluzioni: in pratica, pensare. E il giorno in cui noi abdichiamo al pensiero abbiamo abdicato a tutto.“

Umberto Galimberti

(dall’incontro Intellégo – Percorsi di emancipazione, democrazia ed etica di Copertino, 25 gennaio 2008)