L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “letteratura

Fede

“Maglia dopo maglia tesse il mio Telaio; la tela per il mio onore e tele per onorare”.

 

PISTIS SOPHIA

 


Ardore

 

ombrose notti

mi desto al buio

alzo le ali per spiccare il volo

imbarco luce

stelle sognanti

da raggiungere

Tilt

spalanco una finestra aperta

dove una candela può pregare

oh, candela! Ti irradi brillante

il tuo calore può bruciare

queste ali

on discesa

verso te

consapevole del prezzo

fiamma fugace solitaria

da baciare

non dimentico

se mi può bruciare e morire

d’ amore intatto

lo stoppino, un giorno sarà consumato

amore e corpo corpo si contaminano ancora

conservati in cera


Donne pronte a entrare nella Storia

di Sara Vicidomini

Ellen Johnson Sirleaf, è stata la prima donna capo di Stato di un Paese africano. Nel 2011, ha ricevuto il premio Nobel per la pace in ragione del suo impegno nella lotta per i diritti delle donne.

Si sposò a 17 anni con un uomo violento, a 23 era già madre di quattro figli. Riuscì a divorziare e a studiare, e intraprese una lunga e difficile carriera politica per la quale ha patito il carcere e l’esilio.

“Donne, siete pronte a entrare nella Storia?” è stato il grido con il quale ha esordito nel suo primo discorso dopo l’elezione, convinta che non sarebbe mai arrivata fin lì se non avesse imparato sulla sua pelle a resistere e superare le discriminazioni.

Da quando è diventata presidente del suo Paese, è riuscita a traghettare la Liberia lontano dalle guerre civili. La chiave della sua azione politica è stata quella di fare affidamento sulle donne nella convinzione che, siano loro le uniche a poter garantire a Paesi afflitti da miseria e guerra un futuro di ricchezza e pace.

Come ho riscontrato quest’anno, infatti, nel brano “Quando il genio è donna” per secoli si è pensato che le donne fossero incapaci di dedicarsi a qualsiasi attività di carattere intellettuale. Più di tutte lo dimostra Ipazia di Alessandria che per le sue numerose conoscenze fu giudicata secondo la leggenda una specie di mostro e per questo fu uccisa da monaci cristiani. Dopo molti secoli ci fu la milanese Maria Gaetana Agnesi che fu nominata da papa Benedetto XIV professore di Matematica e Filosofia naturale all’università di Bologna senza però aver mai potuto insegnare. Per essere prese in considerazione le donne scienziate dovevano pubblicare col nome maschile le loro opere.

Come dimostra la vicenda di Trotula De Ruggiero, medico e autrice di importanti trattati di ginecologia, che firmava le sue opere col suo nome, ma poi nelle trascrizioni successive lo vide cambiato nel maschile “Trottus”.

Tutto questo ha avvantaggiato uomini più famosi, spesso padri, mariti o fratelli.

Un ruolo importante le scienziate lo hanno avuto nel progetto internazionale “La carte du ciel” (la mappa delle stelle) e nel progetto “Manhattan”, programma segreto per la costruzione delle bombe atomiche.

Oggi sono 12 le donne cui è stato riconosciuto un Nobel. Tra le ultime c’è Rita Levi Montalcini forse la più grande scienziata italiana, premiata dal re Gustav di Svezia nel 1986.

Il segreto, ha spiegato la Montalcini, è tutto in una frase di Primo Levi: “Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla Terra”.

La prima fu, invece, la scienziata polacca Marie Curie (nata nel 1867 a Varsavia si trasferì a Parigi, dove conobbe e sposò lo scienziato Pierre Curie) che scoprì il radio, elemento chimico presente nei minerali di uranio, e studiò la radioattività, ottenendo due premi Nobel ( nel 1903, con il marito, per la fisica e nel 1911, da sola, per la chimica). Pierre e Marie non vollero mai brevettare il metodo con cui ottennero questo elemento, affinchè tutta l’umanità potesse usufruirne. Rimasta vedova Marie continuò gli studi e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale organizzò un servizio radiologico per l’esercito e si recò di persona al fronte. Morì nel 1934 per le radiazioni cui il suo fisico era stato per lungo tempo esposto.

 


Aghia Sophia – CCCP

“I bisogni che sono per la vita dell’anima l’equivalente dei bisogni di
nutrimento, di sonno, di calore per la vita del corpo.”

da Simone Weil “La prima Radice”
parte prima “Le esigenze dell’anima”
Edizione di Comunità. Milano 1980


Carne

luce

suggello elettrici avidi sussulti

in velate orchidee

percorro dipinti in scintille
al corpo
nessuna sillaba 
in declinazione fonetica
ed implodere in costellazione
oltre il limite ad estuario
incidendo l’assoluto

 


Il #Corpo. Luogo di #Utopia (Michel #Foucault – conferenza radio 1966)


“Les hétérotopies” et “L’utopie du corps” were two radio conferences broadcast by France culture station on December 7 and 11, 1966 as part of the Culture française radio program produced by Robert Valette.

© INA – Institut national de l’audiovisuel, 1966

A quel luogo che Proust torna a occupare, lentamente e con timore, a ogni suo risveglio, non posso più sfuggire, non appena avrò aperto gli occhi. Non che a causa sua io rimanga inchiodato al mio posto – perché dopo tutto posso non soltanto muovermi e agitarmi, ma anche agitarlo, muoverlo, cambiarlo di posto –solo che, ecco, non posso cambiare luogo senza di lui, non posso lasciarlo là dov’è, e andarmene, io, altrove. Posso pure andarmene in capo al mondo, nascondermi sotto le coperte la mattina, farmi il più piccolo possibile, posso pure liquefarmi al sole su una spiaggia, lui sarà sempre là dove sono io. É irrimediabilmente qui, mai altrove. Il mio corpo è il contrario di un’utopia, è ciò che non sarà mai sotto un altro cielo, è il luogo assoluto, il piccolo frammento di spazio col quale letteralmente “faccio corpo”. Il mio corpo, spietata topia. Magari potessi vivere con lui una sorta di familiarità consumata, come con un’ombra o con quelle cose di tutti i giorni che finisco per non vedere più e a cui la vita ha tolto ogni colore, come con questi comignoli, con questi tetti che compaiono ogni sera davanti alla mia finestra! E invece ogni mattina, stessa presenza, stessa ferita; sotto i miei occhi si disegna l’immagine inevitabile che lo specchio impone: volto magro, spalle curve, sguardo miope, niente più capelli, veramente non un granchè. Dentro questo brutto guscio che è la mia testa, dentro questa gabbia che non mi piace,dovrò mostrarmi e andarmene in giro; attraverso questa griglia dovrò parlare, guardare, essere guardato, dentro questa pelledovrò marcire. Il mio corpo è il luogo a cui sono condannato senza appello. Credo che, in fondo, sia contro di esso e come percancellarlo che nascono tutte queste utopie. Il prestigio, la bellezza, la meraviglia dell’utopia a che cosa sono dovuti? L’utopia è un luogo fuori da ogni luogo, ma è un luogo in cui io avrò un corpo senza corpo, un corpo bello, limpido, trasparente, luminoso, veloce, colossale nella potenza, infinito nella durata, sciolto, invisibile, protetto, sempre trasfigurato; ed è ben possibile che l’utopia prima, quella più impossibile da sradicare dal cuore degli uomini, sia proprio l’utopia di un corpo incorporeo. Il paese delle fate, il paese dei folletti, dei geni dei maghi – ebbene – è il paese in cui i corpi si muovono alla velocità della luce, le ferite guariscono in un lampo con un balsamo meraviglioso ed è possibile cadere da una montagna erialzarsi vivi, il paese in cui si è visibili quando si vuole, invisibili quando lo si desidera. Se c’è un paese di fiaba, è proprioperché in esso io sia un principe affascinante e tutti i bei damerini si ritrovino coperti di peli e brutti come orsi. Ma c’è anche un’utopia fatta per cancellare i corpi. Questa utopia è il paese dei morti, le grandi città utopiche che la civiltà egizia ci ha lasciato. La mummia, in fin dei conti, che cos’è? É l’utopia del corpo negato e trasfigurato. La mummia è il grande corpo utopico che permane nel tempo. Ci sono state anchele maschere d’oro che la civiltà micenea metteva sui volti dei re defunti: utopia dei loro corpi gloriosi, potenti, solari, terrore degli eserciti. Ci sono state le pitture e le sculture sepolcrali, i giacenti che dal Medioevo prolungano nell’immobilità una giovinezza che non passerà più. Oggi ci sono quei semplici cubi di marmo, corpi resi geometrici dalla pietra, figure regolari e bianche sul grande sfondo nero dei cimiteri. Ed ecco che in questa città d’utopia dei morti, il mio corpo diventa solido come una cosa, eterno come un dio. Ma forse la più ostinata, la più potente di queste utopie con le quali cancelliamo la triste topologia del corpo, ce la fornisce, dal profondo della storia occidentale, il mito dell’anima. L’anima funziona nel mio corpo in un modo ben mirabile. Essa vi alloggia, certo, ma sa anche fuggirne: se ne fugge per vedere le cose attraverso la fessura dei miei occhi, se ne fugge per sognare mentre dormo, per sopravvivere quando muoio. È bella la mia anima, pura, bianca; e se il mio corpo infangato – o comunque non certo immacolato – viene a sporcarla, ci saranno di certo una virtù, una potenza, mille gesti sacri in grado direstituirle la sua primitiva purezza. Durerà a lungo la mia anima, più che a lungo, mentre il vecchio corpo andrà a marcire. Viva la mia anima! Essa è il mio corpo luminoso, purificato, virtuoso, agile, mobile, tiepido, fresco; è il mio corpo liscio, castrato, arrotondato come una bolla di sapone. Ecco, in virtù di tutte queste utopie il mio corpo è svanito. Svanito come la fiamma di una candela quando ci soffiamo sopra. L’anima, le tombe, i geni e le fate ne hanno fatto man bassa, l’hanno fatto scomparire in un batter d’occhio, ne hannocancellato la pesantezza, la bruttezza, e me l’hanno restituito splendido e perpetuo. A dire il vero, però, il mio corpo non si fa ridurre così facilmente. Dopo tutto ha anche lui le sue risorse fantastiche; anche lui possiede luoghi senza luogo, luoghi anche più profondi e più ostinati dell’anima, della tomba, dell’incantesimo dei maghi. Ha le sue caverne e le sue soffitte, i suoi soggiorni oscuri, le sue spiagge luminose. La mia testa, per esempio, la mia testa: strana caverna che si apre sul mondo esterno con due finestre, due aperture, ne sono sicuro, perché le vedo nello specchio; e poi, posso chiudere l’una o l’altra separatamente. E tuttavia ce n’è una sola di queste aperture, perché vedo davanti a me un solo paesaggio, continuo, senza divisioni né tagli. E dentro questa testa come vanno le cose? Ebbene, le cose vi alloggiano. Vi entrano – si sono sicuro che le cose penetrano nella mia testa mentre guardo, perché il sole, quando è troppo forte e mi acceca, mi ferisce fino in fondo al cervello – eppure queste cose che entrano nell mia testa restano all’esterno, perché le vedo davanti a me e, per raggiungerle, devo spostarmi a mia volta. Corpo incomprensibile, corpo penetrabile e opaco, corpo aperto e chiuso: corpo utopico. Corpo, in un certo senso,assolutamente visibile: so bene cosa significhi essere guardato da qualcun altro dalla testa ai piedi, essere spiato alle spalle, sorvegliato dall’alto, sorpreso quando meno me l’aspetto, so che cosa significhi essere nudo. Eppure questo stesso corpo così visibile se ne sta ritirato, captato da una sorta di invisibilità da cui non posso mai liberarlo. Questa testa, questa parte di dietro della mia testa che posso toccare qui, con le mie dita, ma mai vedere; questa schiena che sento appoggiata contro il materasso del divano quando me ne sto disteso, ma che riesco a sorprendere solo con l’astuzia di uno specchio; e che cos’è questa spalla, di cui conosco con precisione i movimenti e le posizioni, ma che non potrò mai vedere senza contorcermi orribilmente? Il corpo, fantasma che appare solo nel miraggio degli specchi e, comunque, in maniera frammentaria. Ho veramente bisogno di geni e di fate, della morte e dell’anima, per essere contemporaneamente e indissolubilmente visibile e invisibile? E poi, questo corpo è leggero, trasparente, imponderabile; niente è meno cosa di lui: corre, agisce, vive, desidera, si fa attraversare senza resistenza da tutte le mie intenzioni. Si, ma solo fino al giorno in cui ho male da qualche parte, la caverna del mio ventre si approfondisce, il mio petto e la mia gola si bloccano, si intasano, si riempiono di stoppa; fino al giorno in cui il mal di denti si irradia fino al fondo della mia bocca. Allora, allora si che smetto di essere leggero, imponderabile eccetera: divento cosa, architettura fantastica e in rovina. No, veramente non c’è bisogno né di magia né di fiaba, non c’è bisogno né di un’anima né di una morte, perché io sia insieme opaco e trasparente, visibile e invisibile, vita e cosa: per essere utopia, basta essere un corpo. Tutte queste utopie con cui cercavo di sottrarmi al mio corpo avevano semplicemente il loro modello e il loro punto di prima applicazione, il loro luogo d’origine nel mio corpo. Avevo torto a dire, poco fa, che le utopie erano rivolte contro il corpo e destinate a cancellarlo: sono nate dal corpo stesso e si sono, forse solo più tardi, rivolte contro di lui. Comunque una cosa è certa: il corpo umano è l’attore principale di tutte le utopie. D’altronde una delle utopie più antiche che gli uomini si sono raccontate non è forse il sogno di corpi immensi, smisurati, che divorano lo spazio e dominano il mondo? È la vecchia utopia dei giganti, al centro di tante leggende in Europa, in Africa, in Oceania, in Asia; quella vecchia leggenda che ha nutrito così a lungo l’immaginazione occidentale, da Prometeo a Gulliver. Anche il corpo è un grande attore utopico, quando si tratta di maschere, di trucco, di tatuaggio. Mascherarsi, truccarsi, tatuarsi non significa, come ci si potrebbe immaginare, acquistare un altro corpo, un po’ più bello, più decorato, più facilmente riconoscibile; tatuarsi, truccarsi, mascherarsi è certamente un’altra cosa, è fare entrare il corpo in comunicazione con poteri segreti e forze invisibili. La maschera, il segno tatuato, il trucco, depositano sul corpo tutto un linguaggio: tutto un linguaggio enigmatico, tutto un linguaggio cifrato, segreto, sacro, che richiama su quel corpo la stessa violenza del dio, la potenza sorda del sacro o la vivacità del desiderio. La maschera, il tatuaggio, il trucco mettono il corpo in un altro spazio, lo fanno entrare in un luogo che non ha immediatamente luogo nel mondo e fanno di quel corpo il frammento di uno spazio immaginario che comunicherà con l’universo delle divinità o con l’universo altrui. Saremo afferrati dagli dei o dalla persona che abbiamo appena sedotto. Comunque la maschera, il tatuaggio, il trucco sono operazioni con cui il corpo viene strappato al proprio spazio e proiettato in un altro. Ascoltate per esempio questo racconto giapponese e il modo in cui il tatuatore trasferisce in un universo diverso dal nostro il corpo della fanciulla che desidera: “Il sole lanciava i suoi dardi sul fiume incendiando la stanza delle sette stuoie. I suoi raggi riflessi sulla superficie dell’acqua formavano un disegno di onde dorate sulla carta dei paraventi e sul volto della fanciulla profondamente addormentata. Seikichi, dopo aver chiuso le porte, prese in mano i suoi strumenti da tatuaggio. Per qualche momento sprofondò in una sorta di estasi. Solo ora assaporava pienamente la strana bellezza della fanciulla. Sarebbe potuto restare seduto davanti a quel volto immobile per decenni o per secoli senza mai provare né stanchezza né noia. Così come un tempo il popolo di Menfi aveva abbellito la magnifica terra egiziana con piramidi e sfingi, Seikichi, con tutto il suo amore, volle abbellire la pelle fresca della fanciulla con il suo disegno. Le applico subito la punta dei suoi pennelli colorati, tenendoli fra il pollice, l’anulare e il mignolo della mano sinistra, e via via che le linee si disegnavano le pungeva con l’ago che teneva nella mano destra”. E se si pensa che l’abito sacro o profano, religioso o civile, introduce l’individuo nello spazio chiuso del religioso o nella rete invisibile della società, si comprende come tutto ciò che tocca il corpo – disegno, colore, diadema, iara, vestito, uniforme – faccia sbocciare in una forma sensibile e variegata le utopie chiuse nel corpo. Ma forse bisognerebbe addirittura andare sotto i vestiti, forse bisognerebbe raggiungere la carne e vedere che talvolta, al limite, è il corpo stesso che rivolge contro di sé il proprio potere utopico, facendo entrare tutto lo spazio del religioso e del sacro, tutto lo spazio dell’altro mondo, tutto lo spazio del contro-mondo all’interno dello spazio che gli è riservato. Il corpo,nella sua materialità, nella sua carne, sarebbe come il prodotto dei suoi stessi fantasmi. Dopo tutto il corpo di chi danza non èa ppunto un corpo dilatato, secondo uno spazio che gli è interno ed esterno allo stesso tempo? E anche i drogati, i posseduti; i posseduti il cui corpo diventa inferno; coloro che hanno ricevuto le stimmate, il cui corpo diventa sofferenza, riscatto e salvezza, paradiso sanguinante. Sono stato davvero uno stupido a credere, poco fa, che il corpo non fosse mai altrove, che esso fosse un qui irrimediabile e si opponesse ad ogni utopia. Il mio corpo, in effetti, è sempre altrove, è legato a tutti gli altrove del mondo e, in verità, è altrove rispetto al mondo. È , infatti, intorno a lui che le cose si dispongono, è rispetto a lui – e rispetto a lui come rispetto a un sovrano – che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un indietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo; laddove le vie e gli spazi si incrociano, il corpo non è da nessuna parte: è al centro del mondo questo piccolo nucleo utopico a partire dal quale sogno, parlo, procedo, immagino, percepisco le cose al loro posto e anche lenego attraverso il potere infinito delle utopie che immagino. Il mio corpo è la Città del Sole, non ha luogo, ma è da lui che nascono e si irradiano tutti i luoghi possibili, reali e utopici. Dopo tutto i bambini ci mettono parecchio tempo a capire che hanno un corpo. Per mesi, per più di un anno, hanno solo un corpo disperso, membra, cavità, orifizi, ma tutto questo si organizza, prende letteralmente corpo solo nell’immagine dello specchio. Più stranamente ancora, i greci di Omero non avevano alcuna parola per indicare l’unità del corpo. Per quantoparadossale sia, davanti a Troia, sotto le mura difese da Ettore e dai suoi compagni, non c’erano corpi, c’erano braccia levate, petti coraggiosi, gambe agili, elmi scintillanti sopra le teste, ma non c’erano corpi. La parola greca che vuol dire corpo appare in Omero solo per indicare il cadavere. È questo cadavere, quindi, anzi, sono il cadavere e lo specchio che ci insegnano (che hanno, cioè, insegnato ai greci e ora ai bambini) che abbiamo un corpo, che questo corpo ha una forma, che questa forma ha un contorno, che in questo contorno ci sono uno spessore, un peso: insomma che il corpo occupa un luogo. Sono lo specchio e il cadavere che assegnano uno spazio all’esperienza profondamente e originariamente utopica del corpo; sono lo specchio e il cadavere che fanno tacere, placano e chiudono, dietro una recinzione per noi ora sigillata, questa grande rabbia utopica, che deteriora e volatilizza in ogni momento il nostro corpo. È grazie a loro, è grazie allo specchio e al cadavere che il nostro corpo non è pura e semplice utopia: Ora, se pensiamo che l’immagine dello specchio si trova in uno spazio per noi inaccessibile e che non potremo mai essere là dove sarà il nostro cadavere, se pensiamo che lo specchio e il cadavere sono essi stessi in un insuperabile altrove, scopriamo che solo le utopie possono rinchiudere su di sé e nascondere per un momento l’utopia profonda e sovrana del nostro corpo. Bisognerebbe forse anche dire che fare l’amore è sentire il proprio corpo rinchiudersi su di sé, esistere finalmente fuori di ogni utopia, con tutta la propria densità, tra le mani dell’altro. Sotto le dita dell’altro che vi percorrono, tutte le parti invisibili del vostro corpo si mettono a esistere, contro le labbra dell’altro le vostre diventano sensibili, davanti ai suoi occhi semichiusi il vostro volto acquista una certezza: c’è finalmente uno sguardo per vedere le vostre palpebre chiuse. Anche l’amore, come lo specchio e come la morte, placa l’utopia del vostro corpo, la fa tacere, la calma, la ripone come in una scatola, la chiude e la sigilla. È per questo che l’amore è così vicino all’illusione dello specchio e alla minaccia della morte. E se, nonostante sia circondato da queste due figure pericolose, ci piace tanto fare l’amore, è perché nell’amore il corpo è qui.


Bangles – Walk like an Egyptian

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Una delle prime girl-band a formarsi nel panorama musicale internazionale,  4 ragazze scatenate all’inizio degli anni ’80 formarono le Bangles, una band rock di Los Angeles che, grazie all’avvenenza delle componenti e alla musica allegra e divertente, ci mettono molto poco a scalare le classifiche. Sin dal loro primo lavoro infatti, intitolato The Bangles, entrano subito in classifica, seppure nelle posizioni basse, per ben30 settimane consecutive. Le ragazze però hanno talento, ed il picco della loro carriera arriva tra il 1984 e il 1986, quando, tra le altre, fanno uscire questa stupenda Walk Like An Egyptian, una delle poche canzone anni ’80 che ancora oggi i giovani ballano. Leggendo un po’ ironicamente le immagini con cui la cultura egizia ci è stata tramandata nei secoli, le Bangles compongono una canzone che li prende in giro, immaginando come sarebbe se tutto il mondo camminasse come vediamo nei disegni, e cioè lateralmente. Anche nel video vengono riprese persone nella vita di tutti i giorni mentre camminano come gli egiziani, compresi i fotomontaggi (che per gli anni ’80 erano fatti benissimo) della principessa Diana, di Gheddafi, e di un’improbabile Statua della Libertà che compiono il tipico movimento con la mano. La canzone intanto, oltre a far divertire, scala senza fatica le classifiche, arrivando prima in America ed in mezzo mondo (solo quinta in Italia) e facendogli guadagnare il Brit Award agli MTV Music Awards del 1987. Il singolo può vantare numerose cover, tra cui anche una di un ironico cantante egiziano, e l’utilizzo come colonna sonora nel film Asterix & Obelix: Missione Cleopatra.


Vertigini in eiaculazione espiata

spiaggia-oro

porre il sole ad intarsiate parole

arroventa l’aere

suono metallico si sgretola

al flusso oltre siepe

trasuda la tempesta

ove il tempo riposa

il segno quotidiano

si stempera fra viola e fauni

in tulle rosa tenui

mordi il casto ghiaccio

che muove teporosi astri

in acque brumose d’oceani inesplorati

veloci galassie si inerpicano risucchiandomi

e mi ritrovo intinta di ardore

al vento della tua essenza

deflagrazione sorda al richiamo

dai dirupi ardenti

schiva tremo

orfana di ogni vibrazione siderale

sorvolo dune intime

in ascolto di perpetui istinti


Erotismo e pornografia

La sessualità  comprende molte sfaccettature che vanno dalla fantasia alla relazione, dal corteggiamento alla manifestazione del desiderio, dal sentimento all’ esplosione nella carnalità dell’orgasmo.

Anche il pudore fa parte della sessualità.  Il compito sottile e difficile di chi vuole scrivere di questo argomento sta nel giocare ai margini di questo confine, provando a spingere il lettore un po’ più in là e ancora un po’ più in là fino a ritrovarsi dentro a quell’identificazione che lo può coinvolgere aggirando le sue difese.

Nella letteratura se l’esibizione della sessualità diventa gratuita, e non più finalizzata alla storia, ecco che perde il suo scopo, e scivola facilmente nella pornografia. In sostanza è la mancanza di senso e la gratuità dell’esibizione che segna il confine della pornografia.

anello

Se ricerchiamo il significato di pornografico, nell’etimologia, scopriamo che pornografia è la rappresentazione esplicita di soggetti a carattere erotico (dal greco meretrice+descrizione). Viene quindi da pensare che erotico sia più una caratteristica, una connotazione, un’accezione, un pensiero. Mentre porno sia l’ostentazione, quella parte dell’erotismo che l’erotismo non fa vedere perché altrimenti non sarebbe più erotismo ma pornografia.

La pornografia in letteratura esiste ma non ha la stessa valenza del film porno, la pornografia é un vettore potente di immagini forti, estreme, che si traducono si in eccitazione ma allo stesso tempo si fanno carico di descrivere un atto sessuale come si descriverebbe una donna che prende il caffé. La pornografia può essere accompagnata da lirismi, virtuosismi lessicali, e resta comunque non “sbagliata” come può essere la pornografia cinematografica.

La si può accettare più facilmente.

Cohelo descrive, in “Veronika decide di morire”, una donna che si masturba davanti a un uomo. Il modo in cui lo descrive é poetico, fantastico, ma cinematograficamente parlando é pornografia (l’atto) ma il modo di descriverlo é più erotico che porno.

Allo stesso tempo porno non può significare solo “più crudo” ed erotico non può significare solo “scene soft”,allora erotica é anche la scena di sadomaso?

Il confine é molto, anzi troppo, sottile.

Più che di “libro porno” preferisco le scene. La pornografia fa parte della nostra cultura, non bisogna averne paura, bisogna accettare scene di questo tipo e non condannarle.

Un’altra contraddizione é la seguente: se l’erotismo usa di base il sentimento e la pornografia ha come base solo il sesso, chi mi dice che dietro l’atto sessuale spicciolo non ci siano sentimenti, ideologie, vissuti particolari?

Forse l’erotismo fa più uso di sensazioni non visive, si concentra sull’atmosfera, mentre la pornografia no.

E’ un dibattito interessante, vedremo che ne uscirà.

Comunque apprezzo entrambi, hanno sfumature antropologiche molto interessanti


SIMBOLOGIA PSICOLOGICA DEL GATTO

Il Bello della Psicologia

Scritto dalla Dott.ssa Annalisa Barbier

“Il gatto non ci accarezza: accarezza se stesso contro di noi”, diceva Antonie Rivarol a proposito della peculiare attitudine del gatto di soddisfare immediatamente le sue necessità sensuali, pur mantenendo le distanze “emotive” dal resto del mondo.

Le diverse mitologie riconoscono ed attribuiscono al simbolismo felino una grande importanza: gli antichi egizi associavano il gatto alla luna e ne dedicavano la figura  alla dea -gatta Bast o Bastet, che veniva raffigurata come una donna dalla testa di gatto o dalle complete fattezze di gatto, associandolo simbolicamente alla notte, alla fertilità e alla gioia.  Nel “libro dei morti” si dice che i gatti fossero alleati del sole ed in grado di distruggere i suoi nemici. Poiché erano adorati come animali sacri alla dea Bast, i gatti erano ritratti in numerose statue e la loro morte – cui faceva seguito la mummificazione e la sepoltura in…

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Eros ed Eris, il potere del desiderio ed il desiderio del potere… — Psicologia Alchemica

“Totus mundus in maligno positus est” ma “Transit Eros in Eris” (Le dimore filosofali. Fulcanelli) L’antica conoscenza ermetica ci trasmette una paradossale informazione, quando si parla di energia vitale, di Fuoco, dello stesso Solfo, come di quello che causa movimento, di ciò che fa fiorire un fiore o ancora come quello che causa un terremoto, […]

via Eros ed Eris, il potere del desiderio ed il desiderio del potere… — Psicologia Alchemica


Lady in Black – Gregorian


Schopenhauer. La metafisica dell’amore sessuale

La volontà umana, quale oggettivazione della volontà intesa nel senso cosmico, si manifesta nella maniera più profonda e radicale nella sfera della sessualità, nella quale è volontà di vivere e di conservarsi sia come specie, sia come individui: «Le parti genitali, molto più di qualsiasi altro organo del corpo, sono soggette alla volontà sola e sottratte alla conoscenza: la volontà vi manifesta anzi la propria indipendenza dalla conoscenza. […] Ne risulta che i genitali costituiscono il vero punto focale della volontà, e quindi il polo opposto al cervello, che rappresenta l’intelligenza, ossia l’altra faccia del mondo, il mondo come rappresentazione». Schopenhauer insiste molto e ripetutamente su questo concetto chiave, sia nell’opera, sia nei Supplementi, fra i quali uno dei più popolari è la Metafisica dell’amore sessuale.

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

La scelta sessuale

La profonda serietà, con la quale noi uomini esaminiamo accuratamente ogni parte del corpo di una donna — e quest’ultima, per parte sua, fa lo stesso con noi —, la scrupolosità critica, con la quale studiamo una donna che incomincia a piacerci, la caparbietà della nostra scelta, l’apprensione, con la quale lo sposo osserva la sposa, le precauzioni, che egli prende per non essere ingannato e il grande valore che egli attribuisce a ogni perfezione o imperfezione delle principali parti del corpo, tutto ciò è pienamente commisurato all’importanza del fine. Infatti, il bambino che nascerà dovrà portare per tutta la vita una parte del corpo di quel genere: se, per esempio, la donna è anche solo un po’ storta, questo difetto potrà facilmente provocare nel figlio una gobba, e così in ogni altro caso. Non si ha naturalmente coscienza di tutto questo: anzi, ciascuno di noi crede di essere tanto difficile nella scelta solo negli interessi della propria voluttà, che invece non è assolutamente coinvolta nella decisione, mentre quella scelta, data la nostra particolare corporatura, è tale da corrispondere esattamente all’interesse della specie, il cui compito segreto è quello di mantenere il più possibile puro il tipo. L’individuo lavora qui, senza saperlo, in vista di un fine superiore, in vista della specie: ecco perché attribuisce tanta importanza a cose che, come tali, potrebbero, anzi dovrebbero essergli indifferenti.

(A. Schopenhauer, Metafisica della sessualità)


Ana Rossetti. A un giovane con il ventaglio

 

 

Ritratto Di Giovane Gentiluomo Con Ventaglio Oil Painting - Pietro Longhi

Ritratto Di Giovane Gentiluomo Con Ventaglio Oil Painting – Pietro Longhi

Che affascinante è la tua inesperienza.
La tua mano rozza, fedele persecutrice
di una grazia ardente che indovini
nel viavai penoso dell’allegro avambraccio.
Qualcuno cuce nel tuo sangue lustrini
affinché attraversi
le rotonde soglie del piacere
e provi contemporaneamente sdegno e seduzione.
In quel larvato gesto che rischi
si scorga tua madre, inclinata
nella grigia balaustra del ricordo.
Ed i tuoi occhi, attenti al paziente
ed indimenticabile esempio, si socchiuderanno.
Mentre, adorabile
e pericolosamente, ti allontanerai.


Il nome della Memoria: Madre

Oggi 8 Maggio vi propongo una lectio magistralis di Massimo Recalcati: un invito alla riflessione sul ruolo della donna in questa compagine culturale.

Auguri donna, madre in potenza e cultrice di Vita


Makhmalbaf M. – Sesso e filosofia

Gustati “Sesso e filosofia” on line 

locandina sesso e filosofia

“L’amore è un concetto estensibile
che va dal cielo all’inferno,
riunisce in sé il bene e il male,
il sublime e l’infinito.”
Carl Gustav Jung

Perché il sesso dovrebbe ignorare la filosofia, che in greco significa, come è noto, “l’amore per il sapere”, visto che tutto che è amore lo riguarda da vicino? Che cos’è questa sorta di ossessione universale (il sesso) che dovrebbe scomparire quando ci si accosta alle pareti ripide del discorso filosofico?
Perché tutto sia attraversato dal sesso, compresi i concetti più rigorosi, quelli che formano l’armatura della metafisica come tanti piccoli archetti metallici: Tempo, Verità, Misura, Politica, Desiderio, Essere, Infinito, Immagine, Casualità… non hanno niente in comune con la questione del sesso, eppure nessuno esce indenne da un confronto con il desiderio…

Una riflessione poetica e simbolica sulla difficoltà di dare forma e significato all’universo ellittico dei sentimenti. Il film narra come, quando abbiamo la libertà di fare sesso, spesso perdiamo l’amore. Trattasi  del prezzo del modernismo, in questa pellicola Makhmalbaf declina la solitudine: cosi come  le montagne sono proprio l’una accanto all’altra, restano inevitabilmente solitarie nella loro unicità

Jan festeggia il suo 40 ° compleanno nella sua auto, accendendo 40 candele sul suo cruscotto, da solo, ma per un musicista cieco che canta “il 40 ° anniversario della sua solitudine”, come la pioggia piange empaticamente sul suo parabrezza.

L’acqua, la sorgente della vita, è la matrice che sotto forma di liquido amniotico e delle acque primordiali preserva e da inizio alla vita. Nelle antiche cosmogonie l’acqua, componente primordiale, è un principio vitale inteso come mezzo della rigenerazione. Nella forma di pioggia rende fertile e feconda la terra. Infatti la goccia, l’infinitamente piccolo, contiene l’infinitamente grande, come il seme contiene tutte le informazioni per dar seguito allo sviluppo della vita. L’acqua, sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali. Successivamente torna sotto forma di pioggia sulla terra, fecondandola con le energie catturate nella dimensione sottile. La terra trae giovamento, dalle informazioni ricevute dall’acqua, per la sua continua evoluzione. Nella teoria dei quattro elementi tradizionali l’acqua si pone al terzo posto: dopo il fuoco e l’aria e prima della terra. Questa posizione tra l’aria e la terra le spetta per quanto riguarda il movimento consentito dalla sua struttura. L’acqua rappresenta il femminile per eccellenza, in quanto è estremamente adattabile, passiva e ricettiva. Infatti allo stato liquido è flessibile, cambia la sua forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra nel suo cammino.

Rosso colore dominante in molte scene della pellicola simboleggia l’estroversione e la forza di volontà. Incremento dei ritmi vitali è quindi sinonimo di forte passionalità, di grande personalità e di fiducia in se stessi, stimolo alla creatività e aumenta le capacità di autoconservazione.

Capolavoro vocativo è l’uso del linguaggio del corpo, in particolare l’attenzione che Makhmalbaf riserva al movimento delle mani (mudra). Nelle danze indiane trovano la massima espressività la danzatrice infatti comunica con il divino e con le mani racconta le pene dei mortali che chiedono il perdono; la danzatrice con i suoi gesti assume la sacralità divenendo così un tramite tra l’uomo e Dio.

La danza indiana comunica ed insegna qualcosa a chi la pratica e a chi la osserva. La gestualità delle mani, le espressioni del viso, lo sguardo e le movenze eleganti raccontano una storia e permettono di rappresentare la bellezza, l’amore ed il mondo ultraterreno. Tale concetto è abilmente esplicitato nelle sequenze del film che gradualmente accompagnano ad una visione più ampia dell’emotività del protagonista che muove le sue peculiari scelte.

Le mani giocano un ruolo fondamentale, i loro mundra (gesti) sono la forma di comunicazione non verbale più immediata e permettono di esprimere emozioni, sentimenti e concetti veri e propri.

Nella tradizione indiana ogni singolo gesto ha uno specifico significato, ma può avere anche diversi significati a seconda del modo e contesto in cui viene eseguito. Danza in questa pellicola rappresenta il fil rouge concettuale, espediente che esplicita un’armoniosa sequenza di posizioni stilizzate e simboliche ottenute combinando variamente passi, gesti e rotazioni del corpo.

Tecnica e consapevolezza del proprio corpo a ritmo di musica in modo corretto affinano le capacità espressive, per trasmettere emozioni e sentimenti. Lo scorrere del movimento del corpo , l’intensità dello sguardo infondono sicurezza e liberano dalle tensioni verso il desiderare oltre gli steccati del pensiero mediocre.

Scheda del Film

  • DATA USCITA: 14 aprile 2006
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • REGIA: Mohsen Makhmalbaf
  • ATTORI: Dalir Nazarov, Marian Gaibova,Farzova Beknazarova, Tahmineh Ebrahiova,Malahat Abdulloeva, Ali Akbar Abdulloev
  • SCENEGGIATURA: Mohsen Makhmalbaf
  • FOTOGRAFIA: Ebrahim Ghafouri
  • MONTAGGIO: Mohsen Makhmalbaf
  • MUSICHE: Nahid , Daler Nazarov, Vanesa Mai
  • PRODUZIONE: Makhmalbaf Film House,
  • DISTRIBUZIONE: BIM distribuzione,
  • PAESE: Francia
  • DURATA: 102 Min

Luce, di Alda Merini

 poetessa e scrittrice italiana, nata il 21 marzo 1931

 

Alda Merini

Alda Merini

Chi ti scriverà, luce divina
che procedi immutata ed immutabile
dal mio sguardo redento?
Io no: perché l’essenza del possesso
di te è “segreto” eterno e inafferrabile;
io no perché col solo nominarti
ti nego e ti smarrisco;
tu, strana verità che mi richiami
il vagheggiato tono del mio essere.

Beata somiglianza,
beatissimo insistere sul giuoco
semplice e affascinante e misterioso d’essere in due e diverse eppure tanto somiglianti; ma in questo
è la chiave incredibile e fatale
del nostro “poter essere” e la mente
che ti raggiunge ove si domandasse perché non ti rapisce all’Universo per innalzare meglio il proprio corpo, immantinente ti dissolverebbe.

Si ripete per me l’antica fiaba
d’Amore e Psiche in questo possederci
in modo tanto tenebrosamente
luminoso, ma, Dea,
non si sa mai che io levi nella notte
della mia vita la lanterna vile
per misurarti coi presentimenti
emananti dei fiori e da ogni grazia.

22 dicembre 1949

da “La Presenza di Orfeo”


Chiedi: il segreto delle virtù

La narrazione si apre con l’evocazione simbolica dell’origine, il cerchio: la perfezione, la compiutezza, l’unione… sostanza primordiale. Tale figura richiama l’armonia poiché sprovvista di angoli e spigoli, traduce l’indifferenziato in un’uguaglianza di principi. Al centro cui tutto trae origine e a cui tutto torna vi è il Sole, il cui calore è associato all’Amore, alla luce, alla bellezza alla verità. All’inizio risiede il segreto… tale concetto va di pari passo con quello di condivisione: il segreto può essere solo svelato o rivelato. Qualora in terza istanza accettassimo il segreto come conservato finiremmo nel paradosso: sarebbe sì facile imbattersi in un esperimento mentale. La dialettica qui improntata tra fede-mistero-problema ci pone innanzi alle questioni più alte esistenziali e facilmente confuse: siamo inabili a riconoscere quando siamo a cospetto di un segreto mantenuto, o un qualcosa di in-affrontabile o un qualcosa con il quale l’uomo può misurarsi. Il ruolo dell’umano allora si identifica con quello dell’eroe junghiano in misteriosa collocazione e frequente inaccessibilità, luogo sacro dello Zero silenzioso ove il culto d’osservazione minuziosa trasuda dispositivi narrativi. Rituale di conoscenza e percorso di iniziazione alla saggezza, l’unico valido motivo per non soccombere il diventare Eroe, un non-morto-intellettualmente e artefice del preludio d’azione sublime. Fiedere, termine poetico ormai desueto, consiste nella ricerca altrui con lessico dai cardini binari bisogni/desideri … ascolto e mi fermo a riflettere sul modus operandi in linea pragmatica antropologica odierna di tale azione: domandando? Interrogando ? Implorando ? Un’istanza simile ad una preghiera, presente fin dal primo battito all’atto di concepimento e si protrae in esistenza che si in-futura; la costruzione di una cattedrale esistenziale in elevazione d’atto di volontà sfibrando il soma, il non luogo reale le cui fondamenta sono poste a pilastri quali dignità, autonomia e rispettabilità. L’analisi della decadenza immorale irrazionalità vigente sintomaticamnete richiama Dioniso dall’abissale inconscio a contaminare il pelago della vuota finzione dialettica alla luce effimera del sensibile. Utilità di die in die snocciola a prezzo di asservimento ove legge non conosce padrone e garante. L’ars vivendi in armonia mundi diviene dissonante all’irragionevole compagine attuale, amalgamata in lode a giustizia e onestà. Libertà, vocabolo che in questa lirica è autorevolmente assente evoca  pensiero, istruzione, espressione, l’ampiezza delle proprie possibilità e la stabilità della propria posizione, in un’asserzione, insomma, fluida, ma sempre rivolta al bene, al valore della persona. Amore terapeutico in giustizia e onestà diviene balsamo all’insana abitudine vigente del fra-intendimento e analfabetizzazione emotivi cui stiamo divagando le giovani generazioni che agognano una testimonianza concreta e credibile. Fondare la nuova umanità significa volgere creativamente ad Oriente la volontà della riflessione inesauribile tra scienza e mistica, incentrando i temi di Philia e Umanitas coniugati in reciprocità attiva.


Mosaico percettivo

Donna ai cancelli dell’alba

lussuria e progetti  in-formano

armonie di parole.

Binomi e artifici

in letizia quadrilatera

percorro avventure emotive

oltre il dilatato senso,

un congegno artistico su fogli,

pergamene di percezione.

Al calamaio sublime

intingo dita guizzanti

volgendo ad Oriente

lo sconfinato crogliuolo di idee

e tessera dopo tessera

compongo il coevico mosaico.

Iridediluce © tutti i diritti riservati

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Ciao Umberto


Buone Feste


Voluttà

Coglimi …

come seta all’aura son leggera

di brama 
alimenti lena.

Riluce verbo;

svincolo dai cristalli

l’istinto della mia purezza.

Di piacere e sensi in carne

ricopro la pelle

in serafici movimenti e dinamiche spirali,

morbide fluiscono le dita umide

in mistico ingollo

Melopea dissipa nebula

spoglia tra le cosce l’affanno

in spinte di fiato

Incido tracce sulla terga

e l’epicureo gusto nutre

l’intima risacca.


Reload #TheCoevasIo

io “L’uomo nasce cattivo, va condizionato, plasmato e educato per renderlo sociale, soltanto il bene che sta nella ragione può fermare la natura violenta e condurre alla convivenza. Quell’IO costruito dalla sovrastruttura della cultura, degli insegnamenti, degli schemi della società che nella psicoanalisi lacaniana deve abbandonare il suo narcisismo, quella maschera che nasconde la vera struttura dell’essere umano che deve essere accessibile, analizzata, e capita. Ecco perché è necessario un attimo di riflessione, un momento storico per riunirsi e capire, dove stanno andando gli uomini e le donne, che direzione dobbiamo far loro prendere, rileggiamo insieme gli aspetti da tenere presenti, perché abbiamo capito che scienza, coscienza, religione, filosofia sono tutti strumenti di ragione. La consapevolezza che il sapere, le nuove acquisizioni della scienza hanno infranto quei buchi neri di non conoscenza, hanno spinto l’uomo e quindi anche la donna a ritenersi un Superuomo, capace di tutto, onnipotente, creatore e distruttore, gestore e artefice delle vite altrui, imbattibile e incorruttibile, insomma siamo nell’era dell’affermazione lampante del superuomo nitchiano. La sua svagellante determinazione a fare tutto, non gli concede defaillances e rifiuti e quei rifiuti, quei no, diventano sfide verso se stessa ma soprattutto verso l’altro, il guanto bianco lanciato da afferrare per sferrare la punizione di colei che … osa.La valutazione dei fatti, delle prospettive che l’azione può causare, porta al calcolo del “causa-effetto” e quindi al legame stretto che unisce scienza e filosofia, dove la scienza dà conoscenza e la filosofia dà saggezza (vedi Will Durant). Oggi il mondo di IO è un insieme di un essere vivente in preda al morbo del neoRinascimento, stesse situazioni, stessi effetti, ma negativi questa volta. La ragione, ma cosa è la ragione? Di donne così, che decidono di lottare contro il nemico, non per ideali utopistici, ma in nome della decenza contraria alla nostra natura corporea, per prendere la decisione di andare a uccidere e farsi uccidere. Resistente non esalta la bella morte, non esibisce i cadaveri dei nemici, se usa la tortura (e la usava) lo fa come necessità, consapevole del male intrinseco. L’innovazione che porta Io, non è la rottura o la rottamazione, è portare avanti il buono e correggere gli errori.”

M.C


TheCoevasIo. Fisiologica lettura, passatempo per audaci antidiluviani lettori

io
Protagonista di questo romanzo è (l’)Io. Una donna che vuole a tutti i costi scardinare la sua ingenuità psicologica, allenandosi a potenziare le forze che governano i suoi impulsi, divenendo agente attivo delle sue pulsioni distruttive. Attraverso un viaggio onirico trova la strada per agire e liberare sé stessa dall’angoscia e dalla castrazione emotiva per essere stata simbolicamente cacciata dal Paradiso Terrestre. (L’)Io non vuole più essere un piccolo ingranaggio nella società e si spinge oltre per dire – Basta a tutti quei legami egoistici che non considerano l’altrui sensibilità, emotività, desideri, affetti e aspirazioni. Basta ai sensi di colpa.
Si comincia con la sua consapevolezza; misteri non svelati ma scoperti, segreti non rivelati ma pubblicati, tradimenti dove il “tradimento” è il vero Paradiso Terrestre. Il passato, l’infanzia, l’adolescenza, la scoperta del sesso, suo unico naturale e consolatorio amico trasformato in porcheria da primitive menti familiari. Iniziatrice di una nuova Sua èra, dove nulla sarà più come prima capovolgerà la conoscenza del bene in conoscenza profonda del male. La Crudeltà, dèa ispiratrice del suo percorso, proditoriamente assomma e trascende tutte quelle dei cosiddetti villain appartenenti alla storia e alla letteratura.
A questo punto inizia la vera storia, dove realtà e inconscio si mescolano laddove il suo agire sarà giustificato dalla metafora del sogno.
Nel capitolo intitolato Dark waters si assiste a una revisione prima del mito di Ulisse e poi di quelli di Eschilo e di Oreste. Filo rosso è l’acqua, elemento portatore di vita e morte. Il tema predominante è la famiglia, dove si assiste all’uccisione della madre (colei che le ha portato via la figura tanto amata del padre) e del suo amante.
Nel capitolo Black soul blues l’elemento è la terra, intesa come custode di segreti innominabili e pertanto da tenere occultati.
(l’)Io userà la forza e il potere delle parole e dei giudizi, che la fede religiosa usa per colpevolizzare e rendere succubi deboli menti, allo scopo di eliminare un servo della chiesa.
In Surfin’ bird l’elemento è il fuoco, inteso in tutta la sua forza distruttiva e purificatrice. Reduce della guerra del Vietnam, dove trovatasi a combattere come mercenaria, è prigioniera dei Vietcong. Torturata, ha subito abusi atroci e subdoli finalizzati a toglierle il respiro ampio della dignità. La scena si sposta negli States, ove, autostoppista improvvisata, si recherà verso un luogo dove attuerà l’“Attentato”.
Labyrinth infine, è un ritorno a sè ambientato nel cervello della protagonista, dove vi è una lotta tra virus e batteri contro la vita stessa di Io. La scena si sposta all’interno di un ospedale dove è ricoverata vittima di un male tanto incurabile quanto sconosciuto. È tale male solo all’interno della sua mente? In questo luogo trova la cura adatta a lei tramite il principio mors tua vita mea. La cieca distruzione dell’altro, il malato che contagia, avviene fantasticamente insufflando gas venefico nelle condutture dell’aria condizionata. L’elemento è l’aria, che, per ironia della sorte, è portatrice di vita.
Segue poi un’autoanalisi in The rose tattoo, dove l’antieroina, la razionale, la donna con un preciso ruolo, prende le distanze dalla parte gemella e dal suo operato, snocciolandolo come non l’appartenesse, fino ad arrivare all’imprevisto finale, dove si consuma il delitto più grave: quello contro sé stessa.
Il tradimento perfetto sarà compiuto?

<p><a href=”https://vimeo.com/47269444″>Extremo IO</a> from <a href=”https://vimeo.com/iridediluce”>Iridediluce</a&gt; on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>


Morgana

morgana

Parla Morgana:

Ai miei tempi sono stata chiamata in molti modi: sorella, amante, sacerdotessa, maga, regina. Ora, in verità, sono una maga e forse verrà un giorno in cui queste cose dovranno essere conosciute. Ma credo che saranno i cristiani a narrare l’ultima storia. Il mondo della Magia si allontana sempre di più dal mondo dove regna il Cristo. Non ho nulla contro di lui, ma solo contro i suoi preti che negano il potere della Grande Dea, oppure la avvolgono nella veste azzurra della Signora di Nazareth ed affermano che era vergine. Ma che cosa può sapere una vergine delle sofferenze dell’umanità?

E ora che il mondo è cambiato e Artù, mio fratello e amante, che fu re e che sarà re, giace morto (e la gente comune lo dice addormentato) nell’Isola Sacra di Avalon, la storia dev’essere narrata com’era prima che i preti del Cristo Bianco venissero a costellarla di santi e leggende.

Il mondo è mutato. Un tempo un viaggiatore, se aveva la volontà e conosceva qualche segreto, poteva avventurarsi con la barca nel Mare dell’Estate e giungere non già a Glastonbury dei monaci, ma all’Isola Sacra di Avalon; allora le porte tra i mondi fluttuavano con la nebbia e si aprivano al volere del viaggiatore. Perché questo è il grande segreto, noto a tutti gli uomini colti del nostro tempo: con il nostro pensiero, noi creiamo giorno per giorno il mondo che ci circonda.

Ora i preti, pensando che questo usurpi la potenza del loro Dio, hanno chiuso le porte (che non furono mai porte se non nelle menti degli uomini) e il percorso conduce soltanto alla loro Isola. Ed affermano che quel mondo, se esiste, è il dominio di Satana, la porta dell’Inferno.

Io non so che cos’abbia creato il loro Dio. Nonostante ciò che è stato detto, non ho mai portato le nere vesti delle monache. Se alla corte di Artù, a Camelot, pensarono così quando arrivai, poiché portavo sempre le vesti scure della Gran Madre nella sua forma di maga, io non li disingannai. E verso la fine del regno di Artù sarebbe stato pericoloso farlo, e perciò chinai la testa all’opportunità come avrebbe fatto la mia maestra, Viviana, la Dama del Lago, un tempo la più grande amica di Artù, dopo di me, e poi sua nemica più accanita… ancora e sempre dopo di me. Ma la lotta ebbe termine; potei finalmente accogliere Artù morente, non quale mio nemico e nemico della mia Dea, ma soltanto come mio fratello e come persona in punto di morte bisognosa dell’aiuto della Madre.

E così Artù giacque infine con la testa sulle mie ginocchia, vedendo in me soltanto la maga, la sacerdotessa, la Dama del Lago; e riposò sul seno della Gran Madre dalla quale nacque e alla quale doveva tornare come tutti gli uomini. E forse, mentre conducevo l’imbarcazione che lo portava via, questa volta non all’Isola dei Preti ma alla vera Isola Sacra nel mondo oscuro al di là del nostro, l’Isola di Avalon dove ormai potevano andare ben pochi oltre a me, si pentì dell’inimicizia che era sorta tra noi.

“Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley

Le nebbie di Avalon (2001)

Morgana (antico irlandese Mórrígan o Mórrígu, medio irlandese Mórríghan, irlandese classico Móirríoghan) è una delle donne protagoniste della mitologia celtica, e grazie alla cultura tardo-medievale è diventata per i più, la mitica “Fata Morgana”.

Pur essendo una Fata, la Fata Morgana non ha le ali poiché nel mondo antico di Avalon le Fate erano sacerdotesse, donne in carne ed ossa, depositarie di antica Sapienza e Conoscenza: non avevano bisogno di ali per muoversi nei vai mondi.

Per la sua caratteristica di apparire sollevata dal suolo: si i presuppone che fosse probabilmente un tipo di camminata molto dolce e leggera che, unitamente ad altri effetti ottici forse anche causati dal particolare abbigliamento delle sacerdotesse di Avalon, a creare questo apparente distacco dalla terra durante la sua camminata.

Nel ciclo arturiano o bretone, Morgana è la Fata Morgana così come la conosciamo, sacerdotessa di Avalon, mentre nella mitologia celtica era considerata una divinità, ed in altre culture ancora come una Ninfa acquatica. La figura di Morgana nelle saghe arturiane è complessa e difficilmente definibile. Il suo ruolo ambiguo è evidentemente intenzionale, e ricollegabile direttamente alle Dee celtiche da cui trae la propria origine: natura estremamente libera e tendenzialmente ribelle, tendenti ad identificarsi con la Natura selvaggia e inafferrabile, di cui nessuno riesce a farsi padrone, neppure il sapiente Merlino.

Dea della guerra, della sessualità e della violenza, guardiana della morte, Morgana ama seminare l’odio e combattere in mezzo agli uomini assumendo a volte aspetti terrificanti. Molto più spesso compare in forma di corvo, essendo che questo l’animale si nutre dei cadaveri di coloro che sono morti in guerra, e si dice che nel campo di battaglia ella saluti i vincitori, e dia una morte orribile ai nemici.

Il suo nome viene generalmente interpretato come “Grande Regina” (da mór = “grande, eminente, importante” e rion = regina), anche se a questo nome si attribuiscono una miriade di altri significati, come quello di “regina fantasma” o “regina dei fantasmi” (dal germanico mahr = “incubo”, il cui significato originale è però “giumenta”), od ancora “regina delle acque” (il rapporto donna-acqua è archetipico presente in tutte le religioni): le entità divine femminili sono strettamente legate alle acque che purificano, risanano e fertilizzano. Morrigan in effetti è un altro nome assegnatole per nominare la Dea Madre.

Viene associata con molte altre Dee, soprattutto irlandesi, come per esempio:

Dana o Anu: madre degli Dèi, il suo nome significa “La Dea” (dia = dea, na = la)

Brigid: figlia del Dagda, nome che significa “l’altissima”. Dea dei fabbri, della poesia e della guarigione, ma anche Dea del fuoco e della trasformazione (il fuoco del focolare di Brigid può pertanto essere visto come l’ingresso al mondo ardente, e trasformatore all’interno della terra, ovvero mondo infero, la fornace/utero della stessa Madre Terra)

Babd: divinità guerriera il cui nome significa “cornacchia” (anche chiamata Mab nelle favole popolari)

Macha: importante divinità irlandese, sposa di Lugh, o anche Consorte di Nemed, re del secondo popolo che venne dopo la sconfitta dei fomoriani nelle terre irlandesi

Hel: Dea della mitologia scandinavo-germanica del regno del mondo infero. La parola inglese hell deriva dal suo nome, che significa “luce”, ma Hel oltre ad essere la regina del mondo infero, governa anche quale Regina delle Fate nella Terra d’Estate, un sorta di Persefone

Kali: Dea indù creatrice e distruttrice

Ecate: divinità greca lunare, Dea dei fantasmi e degli incantesimi, nota come “la vecchia” o “la madre oscura”

Diana: Dea romana della luna e della caccia. La sua figura è di una seduttrice, ma rappresenta anche una figura materna

Lilith: Dea sumera che presiede la sfera cerebrale-sessuale

Persefone: Dea greca dell’Ade e delle messi

Può sembrare curioso che una dea guerriera come Mórrígan possa essere identificata con Anu, la “nutrice degli dèi”. Questo punto, se verificato, getterebbe una luce interessante sull’antichità di questa figura: si potrebbe pensare ad un’antichissima Dea dal carattere ambivalente, tanto benigno quanto maligno, simile alle Dea indiana Devī, sposa di Śhiva, tra i cui molti aspetti annovera la dolce Umā, la battagliera Durgā o la terribile Kalī.

Morrigan è rappresentata nella sua totalità come una triplice Dea, insieme a Babd e Macha, o rappresentante una triade contenente “Babd, Macha, Némain”, od inserita se stessa nella figura della triplice Dea in un’altra triade, “Brigid-Diana-Morrigan”. Morrigan è una Dea che sceglie e che richiama i suoi figli, per questo è rappresentata con l’aspetto calante od oscuro della luna, ovvero la Dea dell’arcano (come Hecate).

Le tre Dee (Mórrígan, Badb Chatha e Némain) sembrano rappresentare tre diversi aspetti della battaglia, e tutt’e tre compaiono talora come corvi che volano intorno ai guerrieri che stanno per morire. Gli studiosi hanno opportunamente ricordato un’antica iscrizione britannica dedicata alle Lamiis Tribus, le “tre Furie”, ipotizzando si tratti di un archetipo celto-continentale delle tre Dee della Guerra irlandesi. È anche possibile che queste figure siano tra loro distinte. Per esserne certi dovremmo trovarle tutte (Mórrígan, Badb Chatha e Némain) in una stessa scena, ma purtroppo ciò che non accade mai: nel corso delle battaglie si accenna sempre ad una delle tre, e mai a più di una. Alcuni autori ritengono dunque che si abbia a che fare con tre, o più nomine divine per ogni singola figura; se il vero nome di questa Dea è davvero Mórrígan, “grande regina“, allora Badb Chatha “corvo della battaglia” e Némain “panico“, sono dei suoi attributi.

Si ritiene che “La Morrigan” sia riconoscibile grazie a tre particolarità: la prima è che il suo cocchio è trainato da un cavallo all’apparenza normale, ma che in realtà è agganciato al carro con un palo che passa attraverso il corpo dell’animale, e che è fissato alla sua testa con un piolo; la seconda è che la colorazione dei suoi abiti, dei capelli, del carro e cavallo stessi sia rossa perché il rosso, secondo la credenza celtica, è il colore dell’aldilà; la terza è che abbia la bocca su un solo lato della faccia.

Morrigan è inoltre simbolo dell’amore carnale, ed anche di una certa promiscuità sessuale, ma carente di qualsiasi colpa, giacché gli antichi Celti non vedevano il sesso come qualcosa di cui ci si doveva vergognare. L’unione sessuale più famosa è quella che ebbe con Dadga nel fiume, dove ella si sedé sopra di lui (qui si vede la relazione con la dea sumera Lilith, che nei miti cristiani si presenta come la prima donna che non volle sottomettersi ad Adamo, in quanto lo voleva “cavalcare” e per questo fu espulsa dal paradiso). Morrigan rappresenta l’iniziazione, è colei che distrugge per poi ricostruire. Nel pantheon gallico Morrigan era la Dea che rapiva i bambini e li teneva con sé presso un lago, lasciandoli liberi solo quando essi erano diventati cavalieri forti e fieri. In questa vicenda alcuni studiosi hanno voluto vedere un’allegoria dell’iniziazione, che avviene principalmente grazie alla figura della donna.

Nella tradizione feerica la Dea Tenebra è nota come la lavandaia al guado, è lei quella che incontriamo al momento della nostra morte fisica, che lava la nostra anima e la prepara alla rinascita. A coloro che osano affrontarla, la lavandaia ha grandi doni da dispensare, non ultimo quello del valore sovraumano, da lei concesso ad antichi eroi. L’incontro con la Dea Tenebra, che presiede la nostra iniziazione, è pertanto un incontro con i nostri scarti psichici, con la nostra “immondizia”. La Dea Tenebra è di importanza fondamentale per la via feerica, in quanto dispensatrice di possenti iniziazioni. Morrigan, mascherata da orrenda megera, guida i cavalieri ad abbracciare la loro tenebra e a trasformarla mediante la morte.

Nei primi incontri con Morrigan, l’iniziato o colui che si prepara per essere iniziato, soffre di atroci incubi: questo ubbidisce al principio che se non ci si libera di tutte le proprie paure, non si potrà iniziare con purezza la nostra nuova via…

Il Corvo e la sua relazione con la Dea Uccello

Morrigan è una Dea che si contraddistingue per poter mutare forma e trasformarsi in diversi animali, il principale è il corvo.

La testimonianza della Dea Uccello si riscontra nell’età del bronzo, dove il potere divino femminile era relazionato con l’uccello che congiungeva il cielo alla terra, ovvero capace di mediare fra la terra e il cielo. Il corvo, al contrario di quello che si pensa non porta morte, bensì mangia e trasforma i corpi. Nella tradizione del nostro paese i corvi sono simboli di malaugurio o di morte, mentre per gli orientali il corvo è simbolo di amore filiale, di amore familiare ed è messaggero divino: nella Genesi il corvo è simbolo della perspicacia; per i greci aveva facoltà profetiche; nella religione mitraica lo si considerava capace di scongiurare la cattiva sorte. Secondo Svetonio è anche simbolo di speranza, poiché ripete sempre cras cras, cioè: “domani, domani”.

I corvi si ritrovano presso la religione celtica, anche nella saga di re Artù, come simbolo di saggezza, ma anche di virtù guerriere.

Le cornacchie sono presenti soprattutto in Irlanda dove la cornacchia (Badb) è uno dei nomi della Dea della guerra, che usa questa forma oltre che quella di altri animali per mostrarsi agli avversari. Si ritiene che sia un simbolo positivo della mutevolezza e del cambiare forma, addirittura dello sdoppiarsi, e questa sua ultima capacità sembra permetterle di essere senza tempo, sospesa tra passato, presente e futuro. Alchemicamente parlando, il corvo è nero, che è il colore dell’inizio, e rappresenta semplicemente l’oscurità di ciò che non si conosce ancora. Proprio per questo, se il corvo appare nei nostri sogni o se compare in circostanze particolari, può soprattutto essere inteso come un segno che una piccola porticina del mondo magico sia stata aperta, e che siamo pronti per un mutamento verso l’alto. I corvi rappresentano ovviamente i messaggeri della Dea Morrigan.

Il Cane e la Morrigan ultraterrena

Il secondo animale di Morrigan è il cane. La cultura della vecchia Europa rivela l’antichissima origine del legame tra cane, luna nuova, notte nera e Dea. Per tradizione, i cani custodiscono l’ingresso del regno dei morti.

Insieme alle varie allusioni all’inferno, si sa che il re di questo reame è un personaggio plutonico, cosa che renderebbe la Dea un tutt’uno con Persefone, regina degli inferi: Persefone, come risulta dall’etimo del suo nome, è colei che “splende nel buio”.

Il segugio, o cane nero, viene anche messo in relazione con la Dea Ecate. Questa Dea, venerata nel vicino Oriente è rappresentata dalla luna nera.

Nel mondo classico divenne la signora delle arti magiche: in suo onore si allestivano i banchetti nei crocevia, e per questa sua particolare collocazione era anche raffigurata con quattro facce, che in realtà è collegata alle quattro fasi della luna.

La sua figura fu prevalentemente legata al regno dei morti. A differenza di Artemide, che rappresentava la luce lunare e lo splendore della notte, Ecate rappresentava l’oscurità e i suoi terrori. Si credeva che nelle notti senza luna (luna nuova), lei vagasse per la terra con un branco di cani fantasma che ululavano: è la Dea della stregoneria e dell’arcano, e la veneravano specialmente le Streghe. Ecate viene anche rappresentata con serpenti intrecciati al collo.

Risalta peraltro il fatto che nelle sue trasformazioni in animale, la Morrigan si trasformi anche in una lupa.

 

 

 

 


Ricordando Fernanda Pivano

Fernanda Pivano. Saggista, traduttrice e scrittrice italiana (Genova 1917 - Milano 2009)

Fernanda Pivano.
Saggista, traduttrice e scrittrice italiana (Genova 1917 – Milano 2009)

Mentre il mondo cominciava a cambiare la sua faccia, mentre i jeans cominciavano a minacciare le sartorie e l’ Alta Moda, mentre i sacchi a pelo cominciavano a minacciare gli alberghi di lusso, mentre le magliette cominciavano a minacciare i ristoranti con l’ obbligo di cravatta, e intanto i capelli crescevano per gli uomini e si accorciavano per le donne, i passaporti venivano bruciati sulle pubbliche piazze come i libri ai tempi di Savonarola, i bianchi parlavano col dialetto negro e i negri parlavano col dialetto ebreo, abbraccio di tutte le minoranze, lotta di classe scavalcata dall’abbraccio, sogno di scavalcare tutte le lotte, sogno di vivere soltanto per l’ esistenza, sogno di liberarsi per sempre da Super Io e conformismi, da doveri senz’anima, da alienazioni senza futuro, denaro nemico, potere nemico, guerra nemica.
—  C’ era una volta un beat – Fernanda Pivano

Joyce Mansour. Da “Lacerazioni”, 1955

Invitami a trascorrere la notte nella tua bocca

Raccontami la giovinezza dei fiumi

Premi la mia lingua contro il tuo occhio di vetro

Dammi a balia la tua gamba

E poi dormiamo, fratello mio,

Perché i nostri baci muoiono più veloci della notte.

C’è del sangue sul giallo d’uovo

C’è dell’acqua sulla piaga della luna

C’è dello sperma sul pistillo della rosa

C’è un dio in chiesa

Che canta e s’annnoia

Non ci sono parole

Soltanto peli

Nel mondo senza verzura

Dove i miei seni sono re.

E non ci sono gesti

Soltanto la mia pelle

E le formiche che brulicano tra le mie gambe untuose

Portano le maschere del silenzio lavorando.

Viene la notte e la tua estasi

E il mio corpo profondo questo polipo senza pensiero

Ingoia il tuo sesso agitato

Durante la sua nascita.

Un nido di viscere

Sull’albero secco che è il tuo sesso

Un cipresso nero piantato nell’eternità

Fa la veglia ai morti che alimentano le sue radici

Due ladroni crocifissi su costolette d’agnello

Se la ridono del terzo che, a missione compiuta,

mangia la sua croce di carne arrostita.

Il nero mi circonda

Salvatemi

Gli occhi aperti sulla vuota disperazione degli orizzonti marittimi

Mi scoppiano nella testa

Salvatemi

I pipistrelli dai corpi ammuffiti

Che vivono nei cervelli torturati dei monaci

S’attaccano alla mia lingua cremosa

La mia lingua gialla di donna accorta.

Salvatemi, voi che capite

E i vostri giorni saranno moltiplicati

Malgrado i peccati che non vi hanno perdonato

Malgrado lo spessore delle notti nelle vostre bocche

Malgrado i vostri bambini iniziati al male

Malgrado i vostri letti

traduzione di Carmine Mangone da “Fiorita come la lussuria”)

Scena tratta dal film "Luna di fiele", regia Roman Polanski

Scena tratta dal film “Luna di fiele”, regia Roman Polanski


Platone e l’Eros

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Il desiderio erotico, da Platone in poi, è inscritto nel segno di una mancanza che è figlia di una colpa. L’androgino sfida gli Dèi e, per tutta risposta, viene diviso a metà e costretto a volgere la sguardo verso il segno della ferita. Da allora ogni metà desidera ricongiungersi alla parte perduta di sé. Dunque la conoscenza, e la coscienza che ne è fondamento, sono fonte di una vergogna che è avvertita in quanto colpa; ma di che cosa esattamente?Forse gli uomini soffrono l’incomprensibile abbandono degli Dèi, il loro inarrivabile silenzio e non possono che raccontarsi che è colpa loro, che qualcosa devono pur aver fatto…e in effetti qualcosa hanno fatto; si sono sottratti al controllo Dèi loro antichi padroni diventando Dèi di sé stessi (diremmo perciò che gli uomini hanno abbandonato gli Dèi ma che descrivono la cosa dicendo di essere stati abbandonati per una qualche primigenia colpa). La frattura divide l’Io da sé stesso e lo rende schiavo (d’amore) della sua metà fuggita, quella metà che più che essere un altro mortale, è il suo Dio, la sua follia (mania), cioè la sua modalità d’essere prima dell’avvento tragico dell’individuo (sempre uno, diviso).Se de-siderare significa smettere di contemplare le stelle, allora il desiderio s’insinua laddove c’è una Spaltung tra l’uomo e il divino facendosi al contempo dolorosa rottura e possibilità del suo sanamento. Eros getta un ponte tra mondi che, lungi dal potersi fondere, possono solo farsi interpreti l’uno dell’altro (sexus-nexus) connettendosi in un senso, sebbene provvisorio, caduco. È in virtù di questa mediazione erotica che l’atto sessuale (la petite mort di Bataille) e, se si vuole, quello linguistico, sospende momentaneamente la discontinuità dell’esistenza e con essa la separatezza e l’incomunicabilità. Ma se nell’avvinghiarci al corpo dell’altro scongiuriamo il pericolo di essere morti (perché e finché il piacere ci protegge), sciogliendoci dall’intreccio ci riscopriamo improvvisamente esposti, mutilati, mortali. Dunque: la coscienza individuale è la colpa, la separatezza è la pena, l’unione erotica è l’espiazione (mai definitiva). Il desiderio, che è desiderio di ciò di cui è mancanza (Eros figlio di Penia), è memore di un vissuto originario che esperiva l’unità, l’armonia cosmica tra l’uomo e i suoi Dèi, l’assenza di discontinuità nel mondo, il vissuto dell’alterità come determinazione dell’identità. Il desiderio ricorda e vagheggia il tempo in cui “tutto era Uno”(di cui l’androgino è la cifra).


Luxuria – Canti carnascialeschi e frottole al tempo di Lorenzo de Medici


Grace Slick – El Diablo


Maria Gaetana Agnesi, matematica e linguista italiana.

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Maria Gaetana Agnesi nasce a Milano il 16 maggio 1718 in una famiglia facoltosa di commercianti della seta. Contrariamente a quanto è stato scritto in passato, il padre Pietro (1690 ca-1752) non era professore di matematica a Bologna, bensì un “uomo nuovo” della ricca borghesia milanese, che in quegli anni investiva le ricchezze familiari nel tentativo di elevare il proprio casato al rango patrizio mediante un generoso mecenatismo per arti, scienza e poesia. Un salotto di intellettuali italiani e stranieri presso il proprio palazzo e l’investimento nell’istruzione dei figli facevano parte della sua strategia di ascesa sociale.
In tale contesto, le figlie Maria Gaetana e Maria Teresa (1720-1795) vengono avviate fin da giovanissime allo studio delle lingue, la prima, al canto ed al clavicembalo, la seconda. Iniziano ben presto ad esibirsi per gli ospiti del padre.
Il salotto di palazzo Agnesi raccoglieva parecchi esponenti dell’illuminismo cattolico lombardo legati al movimento di riforma portato avanti da Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) e appoggiato da papa Benedetto XIV durante il suo pontificato (1740-1758). Impegnati in una campagna per un nuovo rigore morale e per la partecipazione attiva dei fedeli alla società civile, questi ecclesiastici si proponevano di armonizzare ragione e fede anche attraverso l’introduzione delle nuove teorie scientifiche, come il sistema newtoniano e il calcolo infinitesimale.
La giovane Maria Gaetana si forma in questo ambiente. Prosegue la sua educazione con i migliori istitutori privati leggendo gli autori classici e testi di filosofia, di etica e di fisica. Nel 1738 pubblica una raccolta di 191 Propositiones philosophicae, presumibilmente un sommario, dove il sapere fisico-matematico giocava un ruolo di tutto rilievo delle ricerche filosofiche intraprese fino ad allora con il conte Carlo Belloni (cui le Propositiones sono dedicate), con Padre Francesco Manara, professore di Fisica sperimentale all’Università di Pavia, e Padre Michele Casati. In questo testo le scienze vengono presentate secondo una prospettiva apologetica dove solo le matematiche consentono una “conoscenza certa” e una “contemplazione intellettuale” infusa di spirito religioso. Con la pubblicazione delle Propositiones, che attestavano una discreta conoscenza di matematica, aumenta la notorietà di Maria Gaetana Agnesi; ospiti illustri dall’Italia e dall’Europa si recano presso il palazzo paterno per incontrarla.
Nello stesso periodo si accentua altresì la vena mistica della giovane, che si dedica sempre più alla meditazione ed alla vita spirituale. Nel 1739 manifesta la volontà di abbandonare l’attività mondana e la frequentazione dei salotti per prendere i voti: di fronte alle resistenze paterne la giovane acconsente ad un compromesso che le permetta di vivere un’esistenza ritirata senza entrare in convento, ma prestando opera di assistenza presso il reparto femminile dell’Ospedale Maggiore di Milano.
E’ del 1740 l’incontro con il monaco Ramiro Rampinelli (1697-1759), docente di matematica a Padova e formatosi a Bologna. Già dal 1735 l’Agnesi si era dedicata allo studio del manuale di calcolo differenziale del marchese Guillaume François de L’Hôpital (1661-1704) con l’intenzione di scriverne un commento ad uso didattico. Sotto la guida di Rampinelli affronta i lavori di Charles-Réné Reyneau (1656-1728), di Guido Grandi (1671-1742) e di Gabriele Manfredi (1681-1761), mentre entra in contatto con i matematici italiani che si occupavano allora del calcolo infinitesimale, in special modo con il conte Jacopo Riccati (1676-1754). Nel 1748 pubblica in due volumi le Instituzioni analitiche per uso della gioventù italiana: come indica il titolo, l’intento dell’autrice è divulgativo e didattico, in linea con quelle che erano le impostazioni di base del movimento del cattolicesimo illuminato di cui faceva parte. La lingua adottata quindi è l’italiano, in rottura con la tradizione manualistica dell’epoca in latino; lo stile è semplice e chiaro. Decide poi di trattare i principi dell’algebra, della geometria analitica e del calcolo infinitesimale in termini puramente geometrici, senza includere le applicazioni di tali discipline alla meccanica ed alla fisica sperimentale; un’interpretazione, questa, determinata forse dalla convinzione di una superiorità filosofica delle matematiche rispetto alle altre scienze.
Socia di varie accademie scientifiche, nel 1748 viene aggregata all’Accademia delle scienze di Bologna. Papa Benedetto XIV le fa assegnare nel 1750 l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna, che negli stessi anni vede tra i suoi docenti donne celebri come Laura Bassi; Agnesi accetta, ma non svolgerà mai il suo incarico.
Nel 1752, alla morte del padre abbandona, infatti, l’attività scientifica per dedicarsi alle opere caritatevoli ed al raccoglimento spirituale: pochi anni dopo lascia il palazzo di famiglia e si trasferisce presso le stanze dell’Ospedale Maggiore. Su richiesta dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Pozzobonelli (1696-1783), assume nel 1771 la direzione del reparto femminile del Pio Albergo Trivulzio. Il suo impegno si manifesta anche nel suo incarico di consigliera di materie teologiche dello stesso arcivescovo, che nel 1768 la nomina “priora della dottrina cristiana”, incarico legato all’opera di catechizzazione del popolo. Muore nel 1799.

 


Ana Rossetti – Incoffessabile

E’ tanto adorabile introdurrmi nel suo
letto, mentre la mia mano vagante
riposa, trascurata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa – il suo cimiero
rosso e sugoso avrà il sapore delle fragole,
piccante- presenziare all’inaspettata
espressione della sua anatomia che non sa
usare, mostrargli la l’arrossata incastranatura
all’indeciso dito, somminestrandogliela
audacemente con perfide e precise dosi.
E’ adorabile pervertire un ragazzo, estrarrgli
dal ventre vaginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale di un agonizzante,
che è impossibile non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.

ana


Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 1)

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 2)

O2

 

Un gruppo di affaristi francesi si trova all’improvviso nei guai; la loro società sta per essere rilevata da un ricco americano, in arrivo dagli Stati Uniti con tutta la sua famiglia per concludere l’operazione. L’unico sistema per evitare questa prospettiva è di riuscire a coinvolgere l’americano in uno scandalo di tali proporzioni da indurlo a rinunciare. Per questo, si affidano alla perversa e affascinante Madame d’O, che con impegno si mette all’opera attirando nei suoi torbidi giochi sadomasochistici non solo il finanziere, ma tutta la sua famiglia, moglie e due figli, facendo addirittura arrivare padre e figlia all’incesto (almeno a quanto si può intuire). Lo scandalo scoppia, e l’obiettivo è raggiunto; consolazione per l’americano e la sua famiglia, è l’aver scoperto, grazie alla solerte madame d’O, nuovi orizzonti della sessualità.

GENERE: Commedia
ANNO: 1984
REGIA: Eric Rochat
SCENEGGIATURA: Eric Rochat
ATTORI: Ruben Blanco, Christian Cid, Manuel de Blas, Carole James, Eduardo Bea, Frank Sussman, Sandra Wey, Rosa Valenty, Tomas Pico’, Alicia Principe
FOTOGRAFIA: Andres Berenguer
MONTAGGIO: Alfonso Santacana
MUSICHE: Stanley Myers
PRODUZIONE: BEDROCK HOLDING IMAGE COMMUNICATION
DISTRIBUZIONE: ARTISTI ASSOCIATI (1985) – DOMOVIDEO
PAESE: Spagna
DURATA: 87 Min
FORMATO: PANORAMICA


Buon compleanno a Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova (in russo Валентина Владимировна Терешкова) (Maslennikowo, 6 marzo 1937) è una ex cosmonauta e politica sovietica. Nata nei pressi di Jaroslavl sul fiume Volga è stata la prima donna nello spazio e fino alla prima missione di Svetlana Savitskaja (successivamente la prima donna ad eseguire un’EVA svoltasi nel 1982) contemporaneamente l’unica.

Valentina Vladimirovna Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova

Figlia di un guidatore di trattori caduto durante la Seconda guerra mondiale ha avuto un’infanzia difficile. Da giovane lavorava in una fabbrica produttrice di pneumatici e successivamente in un’impresa produttrice di fili. Per sette anni ha svolto la professione di sarta e stiratrice all’interno di quest’impresa. Oltre al lavoro ha frequentato corsi serali per diventare tecnica, diploma che conseguì nel 1960.

Già a partire dal 1955 Tereškova divenne un’appassionata paracadutista. Grande ammiratrice di Jurij Gagarin si candidò più volte per frequentare la scuola per aspiranti cosmonauti. Nel 1962 riuscì a partecipare all’esame di assunzione, che superò con bravura, e ad iniziare il suo addestramento per diventare donna cosmonauta.

A bordo di Vostok 6, Valentina Tereškova il 16 giugno 1963 venne lanciata dal cosmodromo di Baikonur per una missione nello spazio durata quasi tre giorni interi. La missione effettuò 49 orbite terrestri. Quale comandante di una navicella spaziale scelse il nomignolo di Чайка (Čaika-“gabbiano”) per i collegamenti via radio. Pochi giorni prima era stata lanciata la missione Vostok 5 equipaggiata dal cosmonauta Valeri Bykovski.

Dopo una trentina di giri intorno alla Terra, però, i tecnici si accorsero di una complicazione che poteva rivelarsi fatale. La navicella Vostok si stava allontanando dal pianeta e non avvicinando. Presto sarebbe sfuggita alla attrazione terrestre per perdersi nello spazio. Il centro di controllo sovietico inviò repentinamente le necessarie correzioni per salvare Vostok6 e soprattutto Valentina.

Il 19 giugno Tereshkova atterrò nelle vicinanze di Novosibirsk, dove venne accolta e calorosamente festeggiata dalla folla. Pochi giorni dopo le venne conferita a Mosca un’alta onoreficenza, cioè il titolo di Pilota-cosmonauta dell’Unione Sovietica.

Valentina Tereskova raccontò che «Sotto di me c’era un lago e non la terra ferma. Ci avevano addestrato a questa eventualità ma non sapevo se avrei avuto la forza necessaria per sopravvivere». Il vento, fortunatamente, la spinse via. Ma nell’impatto Valentina sbattè la faccia contro il casco e si provocò un trauma sul naso e venne portata subito in ospedale.

A novembre dello stesso anno sposò Andrijan Grigorjevič Nikolajev (nato il 5 settembre 1929 e morto il 3 luglio 2004), cosmonauta che aveva partecipato alla missione Vostok 3. Il matrimonio venne celebrato a Mosca e usato per fini propagandistici sovietici. Venne assegnato agli illustri sposi un appartamento di lusso sul Kutusovskij Prospekt. Nel 1964 naque la loro figlia Alenka.

Successivamente Tereškova studiò presso l’accademia per ingegneri dell’aeronautica militare sovietica Čukovski. A maggio del 1966 venne eletta a far parte dell’ Alto Soviet dell’Unione Sovietica e a maggio del 1968 divenne presidente del comitato donne dell’Unione Sovietica. Nel 1971 divenne membro del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. A partire dal 1974 fece parte del direttivo dell’Alto Soviet e dal 1976 in poi vicepresidente della commissione per l’educazione, la scienza e la cultura dell’Unione Sovietica.

Nel 1982 ci fu il divorzio da Nikolajev. Si sposò una seconda volta con Juri Šapošnikov del quale è vedova dal 1999.

Nel 1994 venne nominata dal governo russo direttrice del “Centro russo per collaborazione internazionale culturale e scientifica”.


La protesi, la carne e il tempo

Come è nata la strana idea che il corpo sia un oggetto?
l corpo tra essere e avere
Perché nel linguaggio della vita quotidiana i termini “corpo” e “mente” sono più spesso associati al verbo avere che al verbo essere?
Il corpo che sono non è un oggetto fra gli altri anche perché è il luogo da cui percepisco gli oggetti stessi. Il corpo può osservare una cosa da diversi punti di vista ma non può girare intorno a se stesso, appunto perché non è un arnese fra i tanti. Il corpo è la struttura nella quale e tramite cui diventa concreto lo spazio geometrico nel quale la mente è immersa. Dalla elaborazione delle percezioni visive, tattili, olfattive, sonore si origina il pensiero come scambio continuo fra il soggetto e l’ambiente naturale e sociale che gli dà vita e senso.
“Bene pertanto suppongono quanti ritengono che né la mente esiste senza il corpo né che è essa un corpo.
Corpo, certo, non è, ma qualcosa del corpo” (Aristotele), essa è la forma che consente alle parti organiche di percepire il mondo non come un insieme frammentario e casuale di suoni, colori, odori, superfici, bensì come un tutto coerente e sensato. Il corpo è quindi ciò che siamo e tuttavia il corpo di ciascuno è inafferrabile dal proprio sguardo. Gli occhi –infatti- che tutto guardano non possono vedere se stessi, neppure in uno specchio. L’immagine che una superficie lucida riflette non è mai fedele poiché le parti vengono invertite e quindi –è esperienza facile da verificare- ciascuno nello specchio percepisce se stesso in un modo leggermente diverso da come lo vedono gli altri e quindi noi non sapremo come davvero appariamo, quale sia il volto scrutato da chi ci sta vicino. E però la visione vera del mio corpo non l’avrà nessuno se non io stesso. Il corpo che sono, infatti non è il semplice organismo ma è il centro da cui si dipartono i significati, il linguaggio, il tempo, da cui –insomma- prende avvio il mondo intero.

Corpo e corporeità
Con quali argomenti è possibile confutare una visione oggettivistica del corpo?
Discende da ciò che abbiamo detto che io non ho un corpo ma sono corporeità vivente, tanto che se d’improvviso la mia figura cambiasse forma, io non solo non sarei più riconosciuto da alcuno ma non sarei più io, perché è nella profondità temporale del corpo vissuto che si inscrive, pulsa e si dipana la mia storia, ciò che a ragione posso definire io. Pensare il corpo come qualcosa di diverso da me significa lasciare al pensiero solo il nulla, il vuoto sconfinato di ciò che mai sono stato, perché “corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro” (F. Nietzsche). Il corpo quindi sono io. Mentre, infatti, ogni altra cosa è oggetto del mio sguardo, del tatto, del vol-gersi e rivolgersi del corpo verso di essa, il corpo è ciò che rende possibile ogni esperienza e conoscenza. Posso distogliere la mia riflessione dalle cose ma non posso annullare l’attenzione continua verso il mio corpo. Il corpo è anche l’organismo composto da cellule, molecole, tessuti, liquidi, muscoli, motilità ma non è solo questo: è soprattutto corporeità installata nel mondo, capace di conservare i ricordi (gli engrammi) e costantemente diretta verso le cose e gli eventi. È la corporeità a coniugare interiorità, esteriorità e comportamento in una sintesi che oltrepassa il corpo come semplice presenza per farne la struttura che agisce e che pensa l’agire. È anche per questo che l’essere umano è l’animale capace di dare forma a se stesso e al mondo. L’essere un corpo vivente, comprendente, pulsante nel tempo, intessuto di desideri, costituisce il dato fondamentale della vita. Se per noi è possibile conoscere il mondo, è perché siamo una corporeità produttrice di esperienze e di significati e non solo rappresentatrice di dati esterni a noi. La conoscenza, infatti, non somiglia all’esperienza dello spettatore che guarda una pellicola girata indipendentemente da lui e quindi da lui del tutto separata ma si può paragonare alla stessa cinepresa che illuminando la scena la fa essere.

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Dualismo e punti di vista
Come si pone in questo contesto l’opposizione cartesiana fra corpo e mente?
Ogni visione puramente naturalistica, soltanto fisiologica, del corpo allontana quindi dalla comprensione non solo della corporeità ma anche della mente, per la ragione essenziale che non coglie l’unità psicosomatica dell’essere umano. Ciò che la tradizione ha chiamato corpo e anima è in realtà lo stesso processo osservato da due differenti punti di vista. È necessario andare oltre il dualismo di corpo e mente, di materia e vita –il quale ha indotto ad attribuire di volta in volta un peso esclusivo e unilaterale allo spirituale o all’organico– senza però chiudersi in una prospettiva di materialismo elementare. Una visione più unitaria dell’essere umano e del cosmo nel quale egli vive è indispensabile per fondare l’etica o meglio per rifondarla dopo la crisi determinata dal nichilismo e dalle diverse forme del relativismo morale.

L’oggettivazione medica
Come ha contribuito la medicina all’imporsi di questa opposizione?
Uno dei limiti più gravi della medicina contemporanea sta nello studiare il corpo come se fosse una cosa fra le altre, nel dividerlo in parti, sezioni, organi, funzioni, che si presume di poter analizzare, diagnosticare e guarire in modo separato dall’intero. La medicina costruisce così per se stessa una corporeità frammentata, incompresa, oggettivata e non vissuta. Difficilmente, quindi, conosciuta nella sua complessità e nella continuità fra salute e malattia, due momenti che vengono resi assoluti come se fossero invece due stati ed è anche per questo loro atteggiamento che le scienze non hanno a che fare con le relazioni mondane e temporali che costituiscono il corpo ma soltanto con frammenti di tempo/corpo isolati e quindi artificiosi. Una scienza medica costruita sulle schegge dell’umano, sui suoi brandelli invece che sulla interezza del corpo-tempo-mondo, non riesce a capire che non si muore perché ci si ammala ma la malattia è una delle espressioni più evidenti della finitudine e della mortalità dell’umano. L’attenzione estrema alla durata quantitativa dell’esistenza – l’accanimento terapeutico – costituisce l’inevitabile conseguenza della riduzione della corporeità al biologico e della chiusura alla qualità esistenziale del tempo vissuto.
Come un pesce nell’acqua, fin dal suo nascere il corpo umano è collocato e si muove in una continuità inseparabile di anatomia organicistica, di scambi metabolici con l’ambiente naturale e artificiale, di significati mentali e di relazione con gli altri umani, a cominciare dalle figure parentali e allargandosi a gruppi via via più ampi sino a comprendere potenzialmente l’intera specie. L’unità psico-somatica precede qualunque divisione ed è per questo che un dolore intenso e prolungato che il mio corpo subisce causa immediatamente una riduzione dell’intera mia capacità di rapportarmi con gli altri, con gli eventi, con il tempo futuro. Non è lo stomaco a subire degli spasmi ma è l’intera mia esperienza vitale che si restringe insieme ai miei organi.

La morte ridotta a fatto
Se il corpo è un oggetto, cosa diventa la morte?
La morte, questa esperienza mai vissuta e sempre attesa, non è il risultato del semplice degrado degli organi, non è un fatto contingente che un qualche spettacolare sviluppo delle scienze mediche e conservative potrà prima o poi sconfiggere ma è forma essenziale della vita che in quanto tempo non può che sorgere e tramontare, come è necessario che accada a tutte le cose che sono. Uno dei limiti dell’approccio organicistico alla corporeità è l’ignoranza pressoché completa di questa temporalità naturale di cui il corpo è espressione e forma. Il corpo non è nel passato ma è il passato della memoria; il corpo non è nel futuro ma è la tensione verso il tempo che ha da essere; il corpo non è nel presente ma è la pienezza dell’essere qui e ora.

La razionalità disincarnata
Se l’uomo è soprattutto pensiero, c’è da chiedersi chi pensa?
Che ne resta oggi della res cogitans? La separazione del pensiero dal sostrato profondo della fisicità ha prodotto una razionalità disincarnata che è diventata poi ragione calcolante con Cartesio, Hobbes, Leibniz per confluire oggi nell’Intelligenza Artificiale. A questa linea di pensiero, si oppone quella di Pascal, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Merleau-Ponty. Seppur in modi assai diversi, questi ultimi cercano di tener conto della corporeità che ci costituisce, del senso comune che nasce da essa, della immersione fisica nello spazio-tempo in cui la vita umana consiste e che rende parziale ogni approccio puramente astratto e digitale alla mente. La fisicità che siamo non può, infatti, essere trattata come un fenomeno fra i tanti, come qualcosa la cui assenza non modificherebbe di molto l’essere dell’uomo. “Lungi dall’essere il mio corpo per me un semplice frammento dello spazio, non ci sarebbe per me spazio alcuno se io non avessi un corpo” (M. Merleau-Ponty). Il corpo, quindi, è l’elemento primario da cui tutto nasce, del quale è intessuta ogni esperienza e nella cui dissoluzione finisce per l’individuo il tempo e, con esso, ogni possibile significato.

La protesi bionica
Come si può quindi immaginare l’effetto delle tecnologie sulla corporeità?
Il rafforzamento delle capacità fisiche e logiche tramite l’artificializzazione dell’ambiente e del corpo non può distruggere e neppure soltanto ridimensionare questa corporeità naturale e profonda dell’essere umano ma può invece costruire ulteriori strumenti da aggiungere alla serie ininterrotta di protesi con cui la specie affronta da millenni l’ambiente terrestre e vince le sfide per la sopravvivenza. Ed è qui, nel punto di maggiore difficoltà, che diventano ad esempio possibili degli sviluppi positivi per l’Intelligenza Artificiale, gli sviluppi che la ricerca ha percorso negli ultimi decenni e che consistono nella necessità di “aggiungere al “calcolatore-cervello” un “robot-corpo” che si possa immergere nell’ambiente” (G.O. Longo). Un corpo che non venga dal nulla, bell’è fatto e compiuto ma che possa in qualche modo ripercorrere la vicenda evolutiva e temporale della corporeità umana e la costante apertura del singolo al mondo. I calcolatori da soli non avranno mai la capacità di pensare perché non possiedono un corpo proprio. Gli umani da soli non potranno attingere la velocità di calcolo e la ricchezza di memoria del computer; una qualche forma di simbiosi tra computer ed esseri umani sembra quindi la prospettiva più feconda. La bionica, la fusione tra biologia e microelettronica, è il campo aperto nel quale l’evoluzione dell’umano non si arresta e potrebbe proseguire verso esiti che saranno determinati sia dalla disponibilità a sperimentare nuove strade per la specie sia dall’attenzione a non smarrire i suoi caratteri fondamentali, fra i quali la comprensione del mondo in quanto immersione spazio-temporale del corpo è forse l’elemento più specifico.

Il corpo è tempo incarnato
Quali limiti si possono considerare invalicabili?
Sciolto dal corpo che è, l’individuo affiderebbe “la propria immortalità ad un replicante plastico bionico, che nient’altro sarebbe quanto a spirito, coscienza, che una statua di sale inscioglibile nel fiume della vita” (E. Mazzarella) e il cui destino di sofferenza non sarebbe per questo redento. Gli umani, infatti, non sono macchine computazionali ma costituiscono l’unità profonda di pensiero e biologia. Quello che i computer non possono per ragioni strutturali essere in grado di compiere, è probabile che lo facciano invece degli umani capaci di trasformare le macchine in strumenti del proprio corpo senza però perdere ciò che al macchinario li rende irriducibili, integrando invece gli aspetti computazionali della mente con i ben precisi elementi fisici che ci costituiscono e i quali, lungi dall’essere un ostacolo, rappresentano in realtà l’unica concreta possibilità che abbiamo di interagire col reale, per comprenderlo, interpretarlo, dominarlo e agire fecondamente in esso. Il corpo è radicato nel mondo e nel suo divenire al punto da costituire insieme la sua sintesi e una sua parte. Il corpo è quindi irriducibile alla bio-chimica non perché sia libero dalle sue leggi –e come potrebbe?- ma perché corpo e mente umani sono letteralmente intessuti di tempo, come l’acqua lo è di molecole H2O, le foglie di clorofilla, il corpo di un qualsiasi animale lo è di fame e ogni ente è fatto di carbonio. Per il corpo/mente, il tempo rappresenta il costituente di base, la sintesi delle funzioni, il bisogno primario, la radice più antica e la struttura fondamentale. Siamo quindi corpo perché siamo tempo incarnato e consapevole di se stesso.

Approfondire
Eddy Carli, (a cura di), Cervelli che parlano, Bruno Mondadori, Milano, 2000
Federica Facchin, Mente/Corpo. Bibliografia ragionata, Unicopli, Milano, 2004
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2003
Giuseppe O. Longo, Il nuovo Golem, Laterza, Bari, 1998
Roberto Marchesini, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
Eugenio Mazzarella, Sacralità e vita. Quale etica per la bioetica?, Guida, Napoli, 1998
Eugenio Mazzarella, Vie d’uscita, Il Melangolo,Genova, 2004
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003
Sandro Nannini, L’anima e il corpo, Laterza, Bari, 2002
Vilaynur S. Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente, Mondadori, Milano, 2004
F.J. Varela, E. Thompson, E. Rosch, La via di mezzo della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1992.


Marie-Louise von Franz – Splendida intervista alla piu’ fedele ed originale collaboratrice dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung.

Marie-Louise von Franz (1915-1998) allieva di Carl Gustav Jung (per il quale cominciò a lavorare nel 1933 come traduttrice e ricercatrice, e con il quale più tardi collaborò più strettamente fino alla morte di lui nel 1961 e alla cura di L’uomo e i suoi simboli, 1964), è stata una delle più importanti esponenti della psicologia analitica del XX secolo. Esponente di spicco della corrente “classica” della psicologia analitica, ha prodotto opere fondamentali sulla comprensione psicologica della favola, dei sogni e del simbolismo alchemico. Ha scritto oltre venti volumi di argomento psicoanalitico, ed è stata una delle più note docenti ed analiste di supervisione del C. G. Jung Institut di Zurigo.

Interessante la sua lunga corrispondenza con il celebre fisico Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica, conosciuto nel 1947.

Mentre James Hillman indagò le strutture archetipiche del mito, la Von Franz esplorò maggiormente l’espressione degli archetipi della fiaba, che secondo lei rivelano un significato ben preciso: il Sé, inteso come totalità psichica dell’individuo e come “centro regolatore” della vita psichica.

“Tra i sessantamila sogni che ho analizzato non ce ne sono due uguali. Compaiono motivi simili. È su queste similitudini che Jung basa la sua teoria degli archetipi, secondo cui vi sono delle strutture di base sempre ricorrenti. Si può accertare la presenza comune di certi motivi ricorrenti […] che Jung chiama le strutture archetipiche della psiche che permettono di accedere al livello collettivo della psiche umana, un livello che rimane sano anche in individui psichicamente  disturbati. Il livello collettivo è, per certi versi, il livello istintivo comune a tutti gli uomini e quando si mettono in contatto le persone con questo livello psichico esse si ristabiliscono, in seguito riallacciano i contatti con gli altri e si reinseriscono nella società. Per questo motivo è così importante conoscere queste strutture. Per capirle io ho continuato a studiare le fiabe e l’alchimia”

“Ciò mi ha aiutato molto a comprendere i sogni. Ma l’arte di interpretare i sogni è duplice; bisogna riconoscere le strutture archetipiche, comprenderle e poi vi è ancora tutta un’altra arte: come lo si comunica all’altro? Perché l’altro comprenda pienamente, senza rimanere insabbiato nell’intelletto, perché riesca a comprendere anche con il sentimento il contatto con il proprio profondo”.

“Una funzione dei sogni sembra quella di preparare gli esseri umani ad una nuova fase della loro vita, e nella vita ci sono sempre delle soglie. La pubertà costituisce una soglia di crisi, poi l’ingresso nella vita matrimoniale, la crisi di metà della vita, periodi di crisi e transizione che richiedono un mutamento e un nuovo modo di porsi nei confronti della vita. E vengono preparati dai sogni. La cosa interessante è che al cospetto della morte i sogni preparano ad un adattamento, ad una fine che però non è una fine. Ho raccolto almeno una cinquantina di sogni di moribondi, am nessuno accenna ad una fine, piuttosto ad un groso cambiamento, a un viaggio, una trasformazione, un trasloco e più di frequente ad un sontuoso matrimonio al gran compimento […]” “Ogni terapia è una ingerenza e per quella junghiana si tratta dell’ingerenza minima. Non abbiamo nessuna teoria e non pensiamo in alcun modo che l’essere umano debba diventare normale. Se preferisce restare nevrotico ne ha pienamente il diritto. Viviamo in una democrazia. Conta solo quello che vogliono i sogni […] Noi educhiamo le persone ad ascolare la loro interiorità, non facciamo nulla di più […]” “Essere se stessi e diventare se stessi, realizzare se stessi. Si pensa di solito alla realizzazione dell’io. Jung pensa piuttosto alla realizzazione del proprio profondo, alla realizzione del proprio destino. All’io talvolta ciò con conviene affatto. Ma è quello che si sente che in fondo si dovrebbe intimamente essere. La persona è nevrotica quando non è come Dio ha inteso che fosse. In questo consiste l’individuazione […]“, Marie Louise von Franz


“La Sottoveste Rossa” al Teatro Belli di Roma…. brivido d’Eros

la sottoveste rossaClelia si lascia sedurre da una voce…. in un teatro vuoto, pronta a tutto! La grazia, sull’onda di Epicuro, Dostoevskij e uno sguardo intriso di psicanalisi rappresentano la pozione adatta e ben coniata da Rosario Galli. Una voce fuori campo avvolge e divampa imperiosa a tratti e vellutata, magistralmente interpretata da Angelo Maggi, stringe emotivamente la protagonista al cui cospetto si schiude l’inaspettato.
Vi invito a gustare questo lavoro teatrale frutto dell’impeccabile regia di Claudio Boccaccini, che ha saputo calibrare le vibrazioni e relative intensità. Patricia Vezzuli sboccia a pieno titolo come donna e veste Clelia a fior di pelle, dimostrando di aver raggiunto una maturità interpretativa di livello ragguardevole indossando pathos ed eros in “La sottoveste rossa”, insieme ad una leggera ed incisiva Martina Menichini.

La Sottoveste Rossa
Teatro Belli
Piazza Sant’Apollonia 11/a 000183 ROMA
Tel 065894875 – botteghino@teatrobelli.it

Dal 29 gennaio al 16 febbraio 2014
Teatro Belli di Antonio Salines
P.zza di Sant’Apollonia 11 – Roma
Tel. 06 58 94 875

Da martedì a sabato: ore 21
Domenica: ore 17.30
Lunedì riposo

Biglietti:
Intero 18€
Ridotto 13€


“Le Passanti” – ( Fabrizio De Andrè )


L’Evoluzione del Concetto di Bellezza Femminile nell’Arte e nella Società


Ana Rossetti – Vieni, entra e coglimi

serpente

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


Le parole del sesso (V.M.18…)

Nell’atto IV scena I della tragedia “The Jew of Malta”, scritta nel 1590 dal  grande drammaturgo inglese Christopher Marlowe (1564-1593), massimo esponente del dramma elisabettiano dopo il sommo William Shakespeare, e scomparso prematuramente a 29 anni di età in circostanze misteriose, il protagonista Barabas “l’ebreo di Malta” esclama ad un certo punto, in italiano: “Cazzo Diabolo!”. Un commentatore dell’epoca, tale Gifford, scrisse in una nota esplicativa al testo per gli spettatori ed i lettori inglesi che cazzo è: “a petty oath, a cant exclamation, generally expressive, among the Italian populace, who have it constantly on their mouth, of defiance and contempt”, cioè, più o meno, “un volgare spergiuro o esclamazione che per gli italiani, che lo usano costantemente, vuole generalmente esprimere disprezzo e dispetto”.

Due secoli e mezzo dopo, Giacomo Leopardi ci offre un autorevole esempio di come la stessa parola possa essere usata come rafforzativo spregiativo in locuzioni negative: “Sono guarito […] in grazia dell’aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti.” (G. Leopardi, Lettere)

E quanta modernità c’è nell’uso del termine fatto da Niccolò Machiavelli (1469-1527), in una lettera indirizzata a tale Ludovico Alemanni, circa cinque secoli fa, nella quale si lamentava del fatto che Ludovico Ariosto non lo avesse ricordato tra i poeti migliori: “Ho letto l’ Orlando furioso dello Ariosto et veramente il poema è bello tutto, et in molti luoghi è mirabile. Se si trova costì, raccomandatemi a lui, et ditegli che io mi dolgo solo che, havendo ricordato tanti poeti, mi habbi lasciato dietro come un cazzo.”

L’allegro e gioviale, nonché geniale, Leonardo da Vinci (1452-1519), amava invece raccontare barzellette e spesso usava un vocabolario scurrile, come dimostra questa “tiritera” trovata tra i suoi appunti, che sarebbe inutile trasmettere in tv perché verrebbe coperta da un unico lunghissimo beep: “Nuovo cazzo, cazzuolo, cazzellone, cazzatello, cazzata, cazzelleria, cazzo inferrigno e cazzo erbato”.

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Questi esempi letterari ci ricordano che esiste in italiano (come, del resto, in ogni altra lingua del pianeta) una parte considerevole del vocabolario composta di parole di chiara origine sessuale considerate, probabilmente a ragione, volgari e comunque sconvenienti, ma ciononostante usate frequentemente nel linguaggio informale. Talvolta queste parole vengono usate per il loro esplicito valore semantico, altre volte fungono da “riempitivi” in espressioni ed esclamazioni di vario tipo. Resta il fatto che si tratta di parole registrate in tutti i dizionari ed usate con una frequenza maggiore di quanto l’etichetta tolleri come accettabile (basta guardare un film in TV, magari un poliziesco, dove sempre più spesso i dialoghi fanno uso di un “vocabolario forte”, o ascoltare un po’ di musica leggera, e risparmio al lettore per decenza un lungo elenco di titoli “incriminabili”); sono parole tabù, in alcuni casi, e denigrate come lemmi di serie B (secondo me a torto: le parole hanno tutte la stessa dignità, semmai sono le intenzioni di chi le usa ad essere di serie B), ma questo non gli impedisce di avere alle spalle una lunga storia di usi ed abusi, e spesso presentano etimologie singolari ed estremamente interessanti. E, come avrete intuito, per il vostro affezionato etimologo la tentazione di analizzare queste parole è troppo forte per non buttarcisi a capofitto. Quindi, una volta allontanati i bambini e gli adulti troppo suscettibili, cominciamo la nostra carrellata sul vocabolario “erotico”, cioè relativo ad Eros, dio greco dell’amore.

In principio era il sesso, parola che, a dispetto del metus reverentialis che incute nelle coscienze dei benpensanti, non è altro che l’evoluzione del latino sexus, derivato dal verbo secare “tagliare”, e si riferisce semplicemente alla “divisione” in maschi e femmine.

Quanto all’organo genitale maschile precedentemente citato, la parola cazzo ha un’etimologia incerta. Per qualcuno si tratterebbe del volgare latino *cattia, che indicava un mestolo di metallo; per altri potrebbe derivare dal greco akation “albero maestro della nave”; ma l’ipotesi che soddisfa di più è quella che coinvolge la parola latina captius, dal verbo capere “catturare”, nome che indicava un bastone di legno di forma cilindrica appuntito da un lato per poter essere conficcato nel terreno: a questo bastone si legava una corda che serviva da guinzaglio per le pecore, al fine di evitare che le greggi si disperdessero durante il pascolo. Per analogia di forma, poi, la parola captius, evolutasi in cazzo all’inizio dell’alto Medioevo, avrebbe cominciato a indicare anche il membro maschile. E già che siamo in tema, la parola testicolo deriva dal latino testes “testimone”: fu il poeta satirico romano Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.) a indicare con il nome di testes le ghiandole genitali maschili, in quanto le considerava i testimoni della virilità. E le parole riguardanti il maschio, purtroppo, si fermano qui. Quelle che riguardano la femmina, chissà per quale ragione, sono invece molte di più.

Uno dei numerosi vocaboli per indicare l’organo genitale femminile, fica, deriverebbe dal greco sycon, che valeva “fico”, ma anche “vulva”. La traduzione latina era appunto ficus “fico”, frutto che una volta aperto ricorderebbe l’organo femminile. Qualcun altro ha voluto vedere anche un collegamento con il verbo ficcare, che tuttavia non convince del tutto. Quanto al seno della donna, mi limito ad analizzare i due nomi più diffusi: tetta, con la sua variante dialettale zizza, deriva dal latino titta “capezzolo”, mentre il pur simile zinna deriva invece dal longobardo zinna “merlo di muraglia” e quindi “sporgenza”. Altra parola molto diffusa in tutta l’area romanza, ma che presenta una etimologia alquanto incerta, è culo. Secondo alcuni l’etimo sarebbe da ricercare in una radice indoeuropea che significa “cavità”, da cui deriverebbe anchecunnus “vulva” (cfr. spagnolo coño, catalano cony, di uguale significato), secondo altri ci sarebbe analogia con il greco koílos “vuoto, concavo”, da cui kólon “intestino crasso”. Secondo una suggestiva ipotesi etimologica, anchecoelum “cielo” deriverebbe da koílos, ricordando la forma della cavità celeste. Questa stessa forma spiegherebbe anche perché il fondo di un recipiente di vetro si chiama culo.

Da che mondo è mondo, il comportamento sessuale della femmina è sempre stato sotto lo stretto controllo e il severo giudizio da parte del maschio. La donna oculata nelle sue scelte sessuali è casta, pura, fedele e degna di trovare marito. Per indicare quella più “esuberante” nei suoi costumi sessuali, invece, esiste una mole imbarazzante di epiteti. “Or ti conosco io tutta/ o barattiera svergognata putta”, sembrerebbero versi tratti da un sonetto lussurioso di Pietro Aretino, e invece sono stati vergati dal professor Giosuè Carducci. Putta è forma arcaica perputtana, lemma che ritroviamo in tutta l’area neolatina (cfr. spagnolo e catalano puta, francese putaine, etc.), ma che presenta una grande varietà di ipotesi di etimologia. Per esempio il latino putta “ragazza” diventerebbe puttana attraverso il francese, con influsso di putidus “laido, puzzolente”. Ma Puta, letteralmente “potatura” in latino, era anche il nome di una dea minore dell’agricoltura: durante le celebrazioni in suo nome avveniva la potatura degli alberi mentre le sacerdotesse si dedicavano ad estemporanei baccanali. Un’altra ipotesi, sicuramente più fantasiosa, ricorre al verbo putare“pensare, considerare” e ricorda che quando i romani conquistarono la Grecia, culturalmente superiore, utilizzarono gli schiavi greci come precettori per i loro figli. Le femmine, invece, furono usate come concubine, ma i padroni si accorsero presto che quelle donne erano, oltre che ben edotte nell’arte amorosa, anche abili conversatrici e conoscitrici di scienze come la matematica, l’astronomia e la filosofia, conquistandosi così la fama di putae, cioè “pensatrici”.

Ci sono, ovviamente, nomi un po’ più forbiti. Meretrice, che vale letteralmente “colei che merita un compenso per le sue prestazioni”, da meretrix “meritevole” a sua volta dal verbo merere “meritare”. Prostituta è “colei che fa commercio di ciò che è strettamente legato alla libertà e alla dignità umana”, dal latino prostituere “porre davanti a sé, esporre” composto di pro e statuere.

Ma la maggior parte dei nomi non è, evidentemente, materiale per fini dicitori. Esiste, per esempio, zoccola, che non è il femminile di zoccolo, derivato dal latino *socculus “piccolo calzare”, bensì deriva da sorex “sorcio” e indica il grosso topo di fogna, ma anche la donna grossolana e spregevole per i suoi costumi sessuali. Sorprendente è l’etimo di troia, che non ha nulla a che fare con la famosa Elena di Troia (dei cui comportamenti non voglio giudicare), bensì allude al famoso espediente usato da Ulisse, cioè il cavallo di Troia, ripieno di uomini. In latino volgare troia indicava la scrofa, ed era anche il nome di un piatto a base di carne di maiale ripieno di cacciagione (porcus troianus).  C’è, infine, mignotta, parola di origine francese che deriva da mignon “piccolo”, ma anche “grazioso”, e che indica la ragazza giovane e carina che si vende agli uomini. Sull’argomento, tuttavia, ci sono anche altre ipotesi, come conferma questo gustoso brano di Festa Campanile: “A Roma mignotta non suona come una parola vezzeggiativa, ma nemmeno denigratoria. Non è un termine sprezzante, è un qualificativo: si chiama mignotta chi vende la propria cosina, come si dice panettiere chi vende il pane e lattaio chi vende il latte. La gente istruita e quelli che hanno un certo spirito tra i popolani la intendono derivante da mater ignota, come si scriveva nel registro in cui erano segnati i trovatelli e si abbreviava così: m. ignota. Ciò che ha una certa verosimiglianza, dato che tra le prostitute abbondano le figlie di nessuna.” (P. Festa Campanile, La strega innamorata, Bompiani,  1985).


Giovanna di Castiglia, la Regina Pazza

Giovanna di Castiglia

La storia di Giovanna di Castiglia è senz’altro una delle storie più drammatiche della storia medievale.

Giovanna folle per amore o Giovanna donna emancipata ed intelligente schiacciata dal dovere di stato e da regole morali e sociali che non riusciva ad accettare?

La controversia divide gli storici  da sempre ed i suoi stessi biografi contemporanei dettero spesso versioni diverse e contrastanti dei suoi comportamenti.

Ma  il percorso esistenziale di Giovanna va senz’altro inserito sia nella sua epoca, ma soprattutto nella regole e negli scopi politici della sua famiglia.

Giovanna nasce nel 1479 a Toledo da isabella di Castiglia e da Ferdinando di Aragona  regnanti di spagna.

Dico regnanti perché, avvenimento raro per quei tempi, isabelle e Ferdinando pur unificando la spagna in un unico regno, mantennero per patto matrimoniali, i poteri uguali e divisi nei rispettivi regni: Castiglia e Aragona.

Anche la nascita a Toledo è già premonitrice di un percorso legato ad un  ineluttabile percorso politico.

Isabella, figura forte che dominerà figli e marito per tutta la vita, usava partorire i suoi figli in città sempre diverse della spagna, giungendo gravida agli ultimi mesi in groppa ad una mula.

Oggi la chiameremo strategia di comunicazione o valorizzazione di immagine.

Ma Isabella sapeva che farsi vedere da tutti i suoi sudditi sempre, ma in particolar modo al momento del parto dei principi avrebbe rafforzato la nuova monarchia.

Giovanna fu la terza di cinque figli: tutti destinati dalla nascita a ricoprire posti strategici negli stati dell’ Europa.

Tutti divennero re e regine, basti pensare alla sorella di Giovanna, Caterina che divenne dopo la vedovanza dal principe Arturo moglie di Enrico VIII d’Inghilterra.

L’infanzia di Giovanna fu l’infanzia solitaria ed infelice dei piccoli principi sacrificati nel loro bisogno d’amore, come tutti i bambini, al dovere della ragion di stato.

Era una bambina silenziosa e poco socievole, divenne un adolescente ribelle problematica con un grosso e spesso espresso conflitto con la figura della grande madre.

Fu indubbiamente nell’adolescenza che cominciarono a manifestarsi segnali di quel disturbo alimentare, oggi definito bulimia ed anoressia che la accompagnerà tutta la vita.

Ma nel 1496 Giovanna viene data in sposa a Filippo detto il bello, figlio di Massimiliano d’Asburgo, e questo evento sconvolgerà definitivamente la vite della principessa di Castiglia.

Il matrimonio nato come alleanza strategica di due potenti regni diventa da subito rapporto di amore e di forte passione. Giovanna è innamoratissima del bel marito e lei vissuta nella bigotta corte spagnola è sconvolta dalla passione dei sensi.

Giovanna ha 19 anni, il bello 23.

La corte fiamminga appare nuova e sconcertante alla giovane spagnola che non si farà mai accettare dalla nobiltà.

Ma lei ha occhi solo per il suo Filippo e lui le basta.

In 10 anni Giovanna partorisce 6 figli, tra i quali quel Carlo che diventerà Carlo v sul cui impero non tramontava mai il sole

Ma se l’amore è eterno per alcuni. non lo è per altri.

E se eterno lo fu per Giovanna non lo fu altrettanto per Filippo.

Il giovane principe, che le cronache descrivono come degno del suo soprannome, cominciò presto ad avere giovani ed innominate amanti, a frequentare da solo o con amici osterie e a dedicarsi ad ogni piacere.

Non era cosa che Giovanna, principessa di Castiglia potesse accettare di buon grado.

Le scenate si ripetevano eclatanti anche nelle occasioni ufficiali.

Giovanna urlava, tirava oggetti, si buttava per terra, non mangiava per giorni.

Filippo rispondeva a volte con indifferenza, a volte, sempre raccontano gli storici contemporanei, alzando le mani sull’infelice creatura.

La leggenda della follia d’amore di Giovanna cominciò a correre per l’Europa ed arrivò fino alla severa corte spagnola preoccupando isabella e Ferdinando che vedevano in tutto ciò una destabilizzazione del loro disegno.

Giovanna, isabella gravemente malata di tumore all’utero, era infatti stata designata erede della Castiglia.

I reali invitarono la coppia, Giovanna e Filippo, in spagna, al fine di conoscere possedimenti e di farsi riconoscere dal popolo.

Giovanna accettò di malincuore temendo un tranello per non farla tornare in fiandra assieme all’amato.

Filippo ambizioso vide nel viaggio e nelle stranezze di Giovanna, l’ipotesi di divenire unico re di spagna.

Nel corso della visita la situazione psicologica della principessa precipitò: le scenate di gelosia e i digiuni seguiti da abbuffate notturne si moltiplicarono.

Ormai era per tutti “la loca”.

Morta Isabella Ferdinando reggente a nome di Giovanna della Castiglia, le impedisce di seguire Filippo nel viaggio di ritorno in fiandra e la rinchiude nel castello della Mata di Medina.

E’ il colpo di grazia.

Nel 1506 Filippo muore probabilmente di complicanze virali.

Giovanna si rifiuta di far seppellire il marito che viene imbalsamato e conservato vicino a lei.

La ormai regina di Castiglia parla per ore con il cadavere, lo accarezza, lo bacia: nessuna donna glielo potrà più strappare. finalmente Filippo è suo, solo suo.

Quando è costretta ad abbandonare Burgos, dove è prigioniera del padre, per un epidemia di peste, costringe il seguito a portarsi dietro il cadavere di Filippo.

Ferdinando stanco di tanta follia e consapevole del pericolo per l’unità spagnola di questa sovrana la rinchiude nella fortezza di Tordesillas.

Giovanna ci rimarrà 46 anni.

A conferma della sua follia rifiuterà per 46 anni la confessione e i sacramenti.

Suo figlio Carlo v che quasi non l’ha conosciuta è ormai imperatore, altri suoi figli e figlie sono sui troni di Europa. sua nipote maria, detta la sanguinaria, è regina d’Inghilterra.

Muore vestita di stracci, irriconoscibile, nel1515.

Sulla sua tomba si recherà solo il nipote Filippo II°.

Le sue ultime lettere denunciano il pensiero chiaro, consapevole e doloroso di una donna che era vissuta in un epoca troppo distante dalla sua sensibilità e dalle sue potenzialità intellettive.

Oggi Giovanna sarebbe stata definita una sindrome bipolare con alterazioni del comportamento alimentare: quello che viene definito il fuoco sacro, la patologia dei geni


Rolling Stones – She’s A Rainbow


La chiave – Tinto Brass

Goditi “La chiave”

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Come lo fu “Profondo Rosso” per Argento anche “La Chiave” rappresenta per Tinto Brass il suo “punto di non ritorno” cinematografico. Dopo questo film infatti il porcellone Tinto si lancera’ anima e corpo (delle fanciulle ignude pero’) per diventarnee finalmente cantore e autore di genere. E ci voleva questo enorme inaspettato successo di cassetta per capire che “Salon Kitty” (1975) e “Action” (1980) non sarebbero piu’ rimasti abbandonati se stessi. Da un romanzo sporcaccione di Tanizaki (1956) Brass realizza un plumbeo d’autore: decadente, pessimista, inquietante, grottesco, sarcastico, orrorifico dramma tinto di eros e thanatos con la complicita’ galeotta delle scenografie barocche di Paolo Biagetti, dei costumi scostumati di Vera Cozzolino e Michaela Gisotti, della fotografia isolana di Silvano Ippoliti e delle musiche tronfie di Ennio Morricone. Senza dimenticare l’ingaglioffito sarcasmo di Frank Finlay (doppiato egregiamente da un divertito Paolo Bonacelli) e l’indimenticabile fedifraga di Stefania Sandrelli (ignuda tra le calli) che fa in un’ora e quaranta minuti di film cio’ che mai aveva osato fare in vent’anni di onorata carriera: cavalca, ocheggia, ansima, deretaneggia, piscia in calletta e si masturba e, quando ne trova il tempo, “recita” con punte di inquieta sonnolenza. Presentato fuori concorso alla biennale di Venezia e stroncato dai critici di mezzo mondo rilancio’ alla grande la carriera della Sandrelli la quale mai si penti’, e a ragione visti i risultati, della scelta fatta all’epoca.

La vicenda del film si svolge a Venezia, una Venezia del tempo fascista alla vigilia della dichiarazione della seconda guerra mondiale. E’ la storia di un anziano professore inglese, direttore della Biennale d’arte, e della sua giovane moglie Teresa. Ambedue sono alla ricerca del proprio “io” nel loro rapporto sessuale. Un giorno il marito lascia di proposito sul pavimento del suo studio la chiave che apre il cassetto in cui tiene nascosto il diario ove egli narra le sue lussuriose fantasie. Teresa, per caso, trova la chiave, apre il cassetto e si impossessa del diario. Lo legge ed è spinta, a sua volta, a scriverne uno suo in cui anch’essa confessa tutta la sua passione amorosa e gli inganni che essa consuma insieme al giovane fidanzato della figlia. Fra i due coniugi si stabilisce un dialogo ambiguo e perverso tramite i rispettivi diari. La grama vicenda si conclude con la morte improvvisa del marito, vittima dei giochi sessuali cui di continuo si abbandonava.

GENERE: Commedia, Erotico
REGIA: Tinto Brass
SCENEGGIATURA: Tinto Brass
ATTORI:
Stefania Sandrelli, Frank Finlay, Franco Branciaroli, Maria Grazia Bon, Armando Marra, Barbara Cupisti,Gino Cavalieri, Eolo Capritti, Piero Bortoluzzi, Marina Cecchetelli, Arnaldo Momo, Giovanni Michelagnoli,Ricky Tognazzi, Ugo Tognazzi, Gianfranco Bullo, Milly Corinaldi, Maria Pia Colonnello, Luciano Croato,Luciano Gasperi, Edgardo Fugagnoli

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Silvano Ippoliti
MONTAGGIO: Tinto Brass, Fiorenza Muller
MUSICHE: Ennio Morricone
PRODUZIONE: GIOVANNI BERTOLUCCI PER SAN FRANCISCO FILM
DISTRIBUZIONE: GAUMONT
PAESE: Italia 1983
DURATA: 110 Min
FORMATO: Colore PANORAMICO, TELECOLOR
VISTO CENSURA: 18

SOGGETTO:
ROMANZO OMONIMO DI JUNICHIRO TANIZAKI
CRITICA:
“Cadenze veneziane, gorgorigmi del fascismo che decade, catafratti di un bel corpo declinante, scorci nudi di un erotismo che decede. Brutto no, bello nemmeno, ben montato di certo.” (Segnocinema).”Il veneziano Tinto Brass vernicia con maliziosa eleganza un noioso classico della letteratura erotica giapponese, facendone un campionario di rotondità femminili. L’opulenta e gioiosa Stefania Sandrelli non lascia nulla all’immaginazione, sbattendo in faccia allo spettatore tutto il fenomenale bendiddio fornitole da madre natura”. (Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 10 novembre 2000)
NOTE:
– I BOZZETTI DEI COSTUMI SONO DI JAKOB JOST.

Cogli la prima mela – Angelo Branduardi

[http://youtu.be/czIePMqeLyg]


Eros e Femminile. Da Saffo a Platone, il forte legame tra donna ed Eros

eros e femminile

Nella cultura greca, la figura femminile è strettamente collegaa ad Eros e all’amore.

Prima di analizzare la donna come elemento fondamentale per la conoscenza della tematica amorosa, bisogna comprendere  la natura e le caratteristiche di Eros.

Nel Simposio di Platone, ambientato nella casa del giovane poeta di successo Agatone, echeggiano

elogi ad Eros, primordiale dio della generazione. I commensali (Fedro, Pausania, Erissimaco,  Aristofane, Agatone, Socrate e infine Alcibiade), inoltre, ne delineano le caratteristiche, alternandosi in una gara dai forti contenuti teatrali, dove ogni discorso è un capolavoro di eloquenza e psicologia.

Quindi, cos’è Amore per questi eccezionali simposiasti, rappresentanti più importanti della cultura classica nell’antica Grecia?

Eros è il più antico tra gli dei e configura il desiderio di un legame onesto fra amante e amato (Fedro); Amore è equilibrio di ogni cosa (Erissimaco), che deve essere distinto in volgare, l’attrazione per la bellezza del corpo, e celeste,attrazione per la bellezza dell’anima (Pausania); Amore è una potenza primordiale, che consiste nell’attrazione per la metà simile alla propria persona (Aristofane, mito dell’androgino). Eros è il più grande tra gli dei, ciò che fa nascere ogni virtù (Agatone).

Il discorso di Socrate su Eros merita un’analisi approfondita: il filosofo di Atene  confessa tutto il suo imbarazzo poiché egli credeva che il compito di ogni singolo parlante fosse quello di dire la verità sull’amore, e non quello di fare esercizio di stile, attribuendogli anche qualità spudoratamente false.

Per cui dopo aver polemizzato sui contenuti espressi dai precedenti oratori e dopo aver  rivolto una serie di domande ad Agatone, Socrate inizia il suo discorso, richiamandosi alla figura della veggente Diotima, che gli avrebbe consegnato gli arcani di Eros. L’amore, secondo il suo pensiero, si trova in una posizione intermedia fra brutto e bello, fra buono e cattivo.Esso non può certo essere un dio, dal momento che non è nè bello nè buono; e tuttavia non è neppure un mortale: anche in questo caso è qualcosa di intermedio. Egli infatti è un demone grande, un intermediario fra gli uomini e gli dei.

Socrate, poi, attraverso il mito della nascita di Amore, delinea altre fondamentali caratteristiche:

Amore è filosofo poiché si trova in una condizione intermedia fra la sapienza e ignoranza e solo i filosofi si trovano in questa situazione, Amore sta nell’amante, non nell’amato come affermava Fedro, in quanto è desiderio di possedere il bene per sempre, è desiderio di procreare nel bello, è desiderio di immortalità.

Ora analizziamo Eros in  altri contesti culturali.

In una particolare visione mistico-religiosa (Orfismo), Eros viene definito Fanes, la principale figura divina, generata da un uovo, la cosiddetta “ entità generatrice”.

Un’ altra testimonianza della nascita di Eros, è possibile osservarla su una corniola incisa (collezione H. Russel): si riconosce un giovane uomo, semisdraiato; l’uomo è alato e si trova fra le due metà del guscio di un grande uovo. In questo modo  viene raffigurata la grande entità divina originaria e creatrice. Euripide la definirà PROTOGONOS (primo generato)

Una visione fondamentale di Eros viene delineata soprattutto nella Teogonia di Esiodo (VIII sec. a.C.), ai versi 120,121,122 :

“poi Eros, il più bello fra gli immortali,

che rompe le membra, e di tutti gli dei e di tutti gli uomini

doma nel petto il cuore e il saggio consiglio…”

Dopo il Caos e Gaia, si generò Eros, che rappresenta l’impulso all’accoppiamento e alla procreazione di tutti gli esseri viventi. Inoltre l’Eros di Esiodo era talmente forte che poteva causare danni a cui nessuno poteva porre rimedio (“dio temibile”).

Spesse volte, Amore viene accostato ad Elena, protagonista di un gran numero di vicende culminanti con la guerra di Troia. A. Bottini analizza questo aspetto, nel saggio Archeologia della salvezza, Milano 1992.

Nel particolare corredo di Metaponto,fortunosamente recuperato nel 1986,  è stato trovato il cosiddetto “uovo di Elena”, piccola scultura che  costituisce il pezzo chiave dei reperti ritrovati.

Questa piccola opera scultorea, di grande importanza, rappresenta la nascita miracolosa  della moglie di Menelao, colta nell’attimo cruciale della ekkolapsis (la schiusa), secondo le indicazioni di una versione particolare del mito relativo, volta soprattutto a enfatizzare la natura divina.

Nata da un uovo divino esattamente come si immaginava,fosse avvenuto per Fanes, era divenuta la più bella fra tutte le donne, E DUNQUE PARADIGMA UNIVERSALE DELLA FORZA TRASCINANTE DELL’AMORE. Questo paragone tra Eros ed Elena è giocato attorno sia all’elemento uovo sia alle valenze erotiche e amorose.

Simposio-di-Platone

Partendo da Elena, è quindi possibile evidenziare lo stretto legame che intercorre tra la figura femminile e l’Eros.

Nella donna, secondo U.Galimberti, in Parole nomadi, Feltrinelli, Milano 1994, è possibile  riscontare eventi tipici dell’amore, che  caratterizzano solamente in parte la figura  maschile: psiche, inconscio, sentimento, sesso.

Citando Freud, Galimberti spiega cosa significa”l’enigma della femminilità”: la femminilità non è incomprensibile, come si penserebbe di fronte alla parola “enigma”, ma all’interno della figura femminile stanno raccolti quegli opposti che la ragione maschile disgiunge e separa nella contrapposizione dei significati. Se infatti per la ragione il significato di “odio” è l’opposto del significato di “amore”, per la psiche amore e odio convivono in ogni sentimento che pervade l’anima. Solo al femminile o accedendo al femminile possiamo capire che cos’è l’eros. Questo  concetto era già conosciuto da Socrate, che grazie all’insegnamento proprio di una donna, amica di terre lontane, aveva avuto la possibilità di istruirsi sulle cose d’amore.

Dirò il discorso su Amore che ascoltai una

volta da una donna di Mantinea di nome

Diotima, la quale era sapiente su ciò e su

molte cose. Consigliando gli Ateniesi a

fare sacrifici ritardò l’epidemia di peste di

dieci anni e fu proprio lei che mi istruì

sulle cose d’amore. Tenterò dunque di

riportarvi, così da me solo e per quanto ne

sarò capace, il discorso che lei fece a me.

Platone, Simposio 201 d

A Cavalero, in Nonostante Platone, Editori Riuniti, Roma 1990, affronta la complessa figura di Diotima, altro simbolo del legame  tra femminilità ed Eros.

Platone sceglie una figura femminile come maestra di verità, una sacerdotessa e nello stesso tempo una straniera, sapiente su Amore e su molte altre cose. Diotima parla le parole di Platone: la filosofia come Eros, come contemplazione dell’idea attraverso il desiderio della bellezza immortale.

Il discorso della sacerdotessa è tutto giocato sul tema e sulla metafora della gravidanza , del partorire, del figliare, del mettere al mondo (non a caso è il maieuta Socrate che riporta il suo discorso indicandola come sua maestra). Perchè una voce femminile per dire le più genuine dottrine platoniche? Le donne erano escluse dai simposi, inoltre Diotima è straniera ed è una sapiente sacerdotessa…un insieme di diversità e di caratteri di esclusione si sommano in lei. La tesi interpretativa della Cavarero è che Platone ha voluto “una voce femminile per esporre il discorso filosofico di un ordine patriarcale che esclude le donne, ossia per affermare un matricidio originario che le espropria” (op.cit, p.96). Infatti tutto il dialogo è mirato a legittimare l’amore omosessuale maschile, considerato via erotica privilegiata alla filosofia poiché conduce a cogliere poeticamente l’idea del bello. Nessun ruolo filosofico è concesso all’amore eterosessuale: Aristofane nel mito degli androgini lo relega negativamente alla sola necessità riproduttiva, conseguenza della punizione di Zeus. Questa è la cornice in cui si inserisce il discorso di Diotima intorno a Eros, “demone grande” che, come il filosofo, ama la sapienza stando nel mezzo come mancanza, tensione, desiderio e movimento mai appagato: Eros è desiderio del bello, ma è anche desiderio del bene che conduce alla felicità, all’essere felici stando presso la bellezza. Eros è metaforizzato attraverso la figura del parto ma in questo caso la filosofia è un parto dell’anima maschile legata all’amore tra uomini. La distinzione anima/corpo conduce al binomio mortale/immortale e Diotima precisa che mentre alcuni uomini sono fecondi nel corpo e partecipano all’immortalità tramite la generazione, altri sono fecondi nell’anima di una maternità maschile che ben si collega all’arte socratica della levatrice/maieutica. Avviene così l’espropriazione del parto dal femminile al maschile: la filosofia è il parto dell’anima omosessuale, via erotica verso il sapere più alto (cfr. teoria dei gradi dell’amore) e questo parto genera nell’immortalità mentre i corpi invecchieranno e moriranno. E questa espropriazione è inscenata per voce femminile, da parte cioè  di colei che l’espropriazione subisce: la nascita, potere femminile di dare la vita, si contrappone alla morte che nega l’ordine naturale/natale e che diventa il centro dell’ordine patriarcale fondato sulla potenza della morte e  che si misura sull’esser mortale anziché sull’esser nati e che desidera l’esser immortale, la filosofia. “Il sapere matricida” dice Cavarero, mette al mondo il maschile: gli uomini generano l’Uomo “perché gli uomini, necessariamente singolari e finiti, muoiono, ma la loro essenza neutro/maschile, eternizzata nella cultura d’Occidente, perdura” (op.cit. p. 109).

In conclusione, Diotima incarna la conoscenza dell’amore solo per dire che questa divina conoscenza è maschile e che l’amore a cui attinge il femminile è l’Eros dei corpi e della terra, come si evince anche dal mito di Dioniso, circondato dalle Baccanti che rappresentano la sfrenatezza e il delirio, una specie di divina follia che assimila la donna all’elemento primigenio istintuale. “Insomma a un polo maschile rappresentatesi come più-che-umano quasi-divino (questa è in effetti la normale definizione che i filosofi danno di sé)”, dice Cavarero, “corrisponde un polo femminile rappresentato come men-che-umano quasi-bestiale”. E questo contesto mitico di animalità, umanità e divinità ci suggerisce  che nel delirio e nella follia affonda la nostra originaria nascita, la maternità ferina e sconvolgente che lega Eros e Femminilità, quel fondo oscuro che sta prima del Logos e di ogni divina conoscenza.

Il filo sottile che unisce la donna all’amore viene decantato anche dalla prima voce femminile del mondo greco, Saffo che potè esprimere la sua personalità grazie alle condizioni particolari della Lesbo del VII-VI sec. a.C., dove il mondo femminile si esprimeva in associazioni come il tìaso e in manifestazioni come le gare di bellezza di cui ci parla Alceo in un frammento(fr.130 bV).

In nome dell’amore, che viene promosso a principio primo di vita, Saffo giustifica perfino Elena(ritorna ancora questo personaggio che racchiude in sé simboli e significati): l’amore è la cosa “più bella” che ci sia sulla terra, è il valore più alto di tutti e per questo Elena ha fatto bene a fuggire. Inoltre il ricordo di Elena suscita in Saffo l’improvviso ricordo della bellezza di  Anattoria, una giovane aristocratica di Mileto  che, dopo aver trascorso un periodo nel tìaso, ora è lontana

Anche in me d’Anattoria

ora desta memoria, ch’è lontana.

Di lei l’amato incedere, il barbaglio

del viso chiaro vorrei scorgere,

più che i carri dei Lidi e le armi

grevi dei fanti.

Da Lirici greci, trad. di F.M Pontani, Einaudi,  Torino 1969

In un’altra ode, molto famosa, Saffo descrive ancora la potenza dell’amore, in questo caso i suoi effetti devastanti sull’animo della poetessa.

L’amore coinvolge direttamente la donna, la rende partecipe della sua straordinaria forza.

Mi sembra essere uguale agli dei

Quell’uomo che siede di fronte a te

e ti ascolta da vicino mentre parli

dolcemente e sorridi amabilmente

e questo davvero mi fa sobbalzare

il cuore in petto;

infatti,appena ti vedo, non mi è più possibile

dire neanche una parola,

ma la lingua si spezza,

subito un fuoco sottile corre sotto la pelle

non vedo più nulla con gli occhi,

le orecchie ronzano.

Il sudore mi pervade e un tremito mi prende tutta,

sono più verde dell’erba,

e mi sembro poco lontana

dall’essere morta.

Ma tutto è sopportabile, poiché…

Fr.31 V,traduzione a cura di L.E. Rossi e R.Nicolai

Bibliografia:

Esiodo, Teogonia, vv.105-125, in lingua

Saffo, fr.31 V., fr.16 V, in lingua

Saffo, La cosa più bella è ciò che si ama

Platone, Simposio, in particolare Socrate-Diotima

A Cavarero, Diotima, in Nonostante Platone, Editori Riuniti, Roma 1990, pp. 93-120

U. Galimberti, Femminilità in Parole nomadi, Feltrinelli, Milano 1994, pp.68-70

U. Galimberti, Eros, in Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli, Milano 1992, pp 66-67

Testimonianza archeologica della tomba dell’uovo di Elena da Metaponto, A.Bottini, Archeologia della salvezza, Longanesi, Milano, 1992, pp.64-85


Franco Battiato – The age of hermaphrodites


Va dove ti porta l’Eros

Eros

La mia idea si regge su una distinzione fondamentale che specificherò in questa frase iniziale: l’insegnare e l’imparare non devono essere confusi con l’educazione e possono persino essere impediti dall’educazione. Inoltre, se questa distinzione è fondamentale, allora sarà precedente ai progetti per la riforma dell’educazione, alla certificazione degli insegnanti, alle missioni e e agli scopi dei programmi educativi, ai contenuti dei curricula, e ad altri dibattiti che impegnano cittadini ed esperti. La distinzione può essere posta in termini semplici e pratici. Qualcosa dentro di noi, quasi naturalmente, vuole imparare, specialmente nell’infanzia. Come usare una sega, cucinare un uovo strapazzato, ricordare i versi di una canzone? Dove va il sole quando scende «giù»? E dove sono i pettirossi d’inverno, e perché le anatre non annegano come i polli? Qualcosa dentro di noi vuole sapere dove, come, quando, che cosa. Porre domande è innato alla psiche umana. Un bambino fa domande agli insegnanti, ai genitori, agli amici, persino ai libri, per soddisfare la sete di apprendere, anche fino ad assumere un comportamento ossessivo, ritualistico, dove «perché?» si ammucchia su «perché?» e su «perché?». Possiamo imparare ponendo delle domande, ma impariamo ancora di più osservando, ascoltando, imitando, sperimentando e assorbendo sensualmente il mondo che ci circonda. Il bambino, come facciamo noi stessi, tiene un occhio all’esterno e un cuore aperto per il dove e il che cosa, e specialmente il chi può soddisfare questo desiderio d’imparare.
In corrispondenza con questo desiderio d’imparare c’è un impulso a insegnare, egualmente innato. Qualcosa, di nuovo piuttosto naturalmente, vuole rispondere a una domanda, dimostrare, spiegare, correggere. «Su, dammi quello; lascia che ti mostri come si fa». «Non tenere la sega così stretta. Lascia che siano i denti a fare il lavoro». «La pioggia? Ebbene, noi facciamo la pioggia nella nostra stanza da bagno: guarda come il vapore del bagno produce delle piccole goccioline sulla superficie fredda dello specchio». La relazione fra l’imparare e l’insegnare è animale, naturale, data, dotata di ubiquità; non è tanto il prodotto della civilizzazione e della cultura quanto la loro base. La cultura chiama questa relazione tradizione; la civilizzazione, educazione. Comunque diamo forma a questa relazione, l’insegnante e l’allievo, la guida e l’apprendista, l’esperienza e l’innocenza, il sapere e l’ignoranza, il pieno e il vuoto sono costituenti costanti della vita interiore dell’anima. In quanto tali, appartengono non solo ai primi anni o alle prime fasi dell’indagine. La ricerca di un insegnante, di un insegnamento e il desiderio d’insegnare continuano in modo significativo nella tarda età. Uno dei momenti più miserevoli della tarda età è quello in cui l’impulso a insegnare viene frustrato: nessuno vuole ciò che si può insegnare. Fra questi due impulsi e la loro affinità l’uno per l’altro viene l’Educazione. Immaginate l’Insegnare e l’Imparare come un fratello e una sorella, sperduti nel bosco, come Hansel e Gretel nella fiaba, catturati dalla strega, l’Educazione, e sempre sul punto di essere divorati dall’insaziabile appetito di quella strega. L’intervento dell’Educazione sembra piuttosto ragionevole: mira a facilitare la serendipità (1) della relazione rimuovendo la casualità e controllando il contingente. Soprattutto l’educazione esteriorizza e sistematizza la relazione nella «scuola» (istituzioni educative). Tenta di mettere in contatto i giusti (qualificati) insegnanti con i giusti (selezionati) allievi. Così l’insegnare e l’imparare vengono personificati in classi di persone: quelli che possono e quelli che non possono; quelli che sanno e quelli che non sanno. La vocazione innata diventa una professione accreditata. Il potere inevitabilmente fa seguito alla divisione in classi, che minaccia l’insegnare e l’imparare con la paura dell’«altro». Gli insegnanti temono i loro studenti; gli studenti i loro insegnanti, minacciando l’educazione stessa e conducendola a definire il suo ruolo non tanto come uno strumento di agevolazione, ma come un’autorità impositiva. In questo modo l’educazione separa l’insegnare e l’imparare. Pure la storia dell’autodidatta mostra che i due elementi potenziali nella natura umana sono funzioni complementari. Quanto ciascuno di noi ha imparato e ancora impara insegnando a se stesso da solo!
L’educazione richiede un intero esercito di amministratori, esperti, specialisti; divisioni in classi, unità, soggetti, discipline, dipartimenti; conseguimento di traguardi, gradi, prove, valutazioni; e naturalmente bilanci preventivi, supervisione, responsabilità misurabile. Pure l’educazione si suddivide in due specie: primaria e superiore, tecnica e classica, scienze e arti; riparatrice e avanzata. Il misterioso lavoro emotivo di insegnare e imparare viene cooptato nelle forme esteriori che mirano a farlo avvenire. In verità, l’insegnare e l’imparare scompaiono in vicoli laterali e in occasioni segrete. Dei lunghi anni trascorsi nella scuola quanti pochi episodi di illuminazione conservati nella memoria, quanti pochi momenti di insegnamento che hanno acceso un fuoco! Anche per gli insegnanti solo una manciata di studenti da tante classi realmente «connesse» restano ben presenti nella memoria. Potrebbe sembrare che la distinzione che sto tracciando segua un vecchio spartiacque fra ciò che William James – che fu lui stesso molto interessato all’insegnamento (Conversazioni con gli insegnanti, 1899) – chiama le menti «dure» e quelle «tenere». Questa divisione domina la teoria pedagogica come l’opposizione tra disciplina e libertà, tra il classico e il romantico, fra le nozioni del bambino come selvaggio e il vuoto bisognoso del battesimo e la disciplina o il bisogno innato assennato e creativo di opportunità ed espressione. Potrebbe sembrare che la mia enfasi sul desiderio istintivo di imparare e insegnare segua un lato di questo spartiacque, cioè il Romanticismo di Rousseau, Pestalozzi, Frobel, Montessori e Alice Miller, i quali tutti sottolineano l’elemento idiosincratico piuttosto che quello nomotetico, privilegiando l’individuale sulle necessità collettive della società. Ma questa non è la mia intenzione. Io sfuggirei da questo spartiacque del tutto, perché la coppia insegnare-imparare, nonostante preceda l’educazione non può subire un’interpretazione letterale in un programma d’educazione. Io cerco di fuggire dalle ideologie che annunciano, o denunciano, programmi in ciascuna direzione: da una parte, modelli più duri di contatto intensificato fra insegnanti e studenti, o, dall’altra, una tenera educazione in classi collaborative e l’istruzione scolastica a casa. Se io optassi per un progetto diventerei un educatore, mentre sono solo uno psicologo. Cerco di descrivere ciò che giace nell’anima dell’educazione piuttosto che prescriverne la forma. Voglio solo che l’affinità innata fra l’insegnare e l’imparare, e l’idea di ciò come di un fatto primordiale, restino vive nell’anima.
L’educazione oggi assorbe il 5% del prodotto mondiale nazionale lordo; l’educazione è la più grande industria del mondo. Enormi difficoltà stanno schiacciando le scuole nel mondo. Sebbene queste difficoltà appaiano nella psiche turbata di insegnanti e allievi, esse non sono radicate nell’insegnare e nell’imparare. Infatti l’immediatezza di quel rapporto è un porto sicuro, una salvezza dai problemi dell’educazione. Per la gioventù ci sono pochi rifugi, poche fughe dai problemi dell’educazione contro i quali c’è tanta ribellione, sia diretta – come il rifiuto della scuola, la violenza e i desaparecidos o scomparsi – sia indiretta, nei sintomi psicologici che ostacolano l’imparare, ad esempio «i disturbi dell’imparare». Gli insegnanti, presi fra le richieste dell’educazione da una parte e la ribellione degli studenti dall’altra, sono in una posizione simile a quella di un medico verso il paziente, di un avvocato verso il cliente, di un giornalista verso la fonte, del prete verso il peccatore. Sono obbligati dalla fedeltà alla loro coppia a stare con i loro studenti i cui sintomi rappresentano una resistenza a quel disordine generale dell’imparare chiamato «educazione». Immaginate! La psiche si ribella contro il vero imparare che una società guidata dall’economia insiste nel ritenere di primaria importanza. Devi ricevere un’educazione, avere un’educazione, perché allora sarai più vendibile, servendo l’economia e alzando il Pil. Ecco perché gli insegnanti sono risorse nazionali, fornire le loro prestazioni soddisfa le quote di produzione stabilite per loro! L’educazione come merce, come un investimento di capitale che serve alla competizione del libero mercato. È questo ciò a cui i sintomi dicono «no»? È questo ciò che il rifiuto della scuola in definitiva significa? Qualcosa si sta ammalando nel cuore dell’educazione; è malata nel cuore, e questo cuore non può essere ristabilito con semplici esercizi di base o con una nuova dieta dell’anima, né questo cuore può essere sostituito da una macchina ad alta tecnologia.

Possiamo osservare il cuore dell’insegnare in azione in tre esempi tratti dalle biografie di scrittori distinti. James Baldwin il romanziere e saggista americano, ricorda: «Un edificio scolastico… terribile, antico; scuro, cupo e a volte pauroso. In una classe di cinquanta bambini, per lo più neri, un’insegnante Orilla Miller – una giovane insegnante di scuola, bianca, una donna bellissima… che amavo… in modo assoluto, dell’amore di un bambino», riconobbe una qualità in questo bambino nero di dieci anni. «La giovane donna del Midwest era sorpresa dalla vivezza d’ingegno di questo bambino dei bassifondi». Scoprirono un interesse comune in Dickens; lo leggevano entrambi ed erano ansiosi di scambiare opinioni. Anni più tardi, dopo essere diventato famoso, Baldwin scrisse alla sua vecchia insegnante, chiedendole una fotografia. «Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni». Un altro resoconto, questo di Elia Kazan, lo straordinario regista cinematografico: «Quando avevo dodici anni ebbi un colpo di fortuna, l’incontro con la mia insegnante dell’ottavo grado, Miss Shank influenzò il corso della mia vita… Mi prese in simpatia… fu lei a dirmi che avevo dei begli occhi marroni. Venticinque anni più tardi, mi scrisse una lettera. “Quando avevi solo dodici anni” scrisse, “la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua testa e la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto. Pensai alle grandi possibilità che erano nel tuo sviluppo e …”. Miss Shank si avviò sollecitamente a sottrarmi alla tradizione della nostra gente riguardo al figlio maggiore e a indirizzarmi verso… le discipline classiche». Un terzo esmpio è quello di Truman Capote, un tipico «bambino difficile», che faceva tutto quello che poteva per disturbare la classe e provocare i suoi insegnanti. Ma incontrò la simpatia della sua insegnante di scuola media, Miss Wood. Condividevano un interesse per Ibsen. Miss Wood invitò spesso il giovane Capote a cena, lo favoriva in classe e incoraggiava i suoi colleghi a fare altrettanto.
«Mi prese in simpatia», ha detto Kazan; «Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni», ha detto Baldwin; Miss Wood invitava Capote a casa per mangiare insieme e gli forniva ciò che desiderava in classe. Miss Shank «mi disse che avevo dei begli occhi marroni», ha detto Kazan. Queste schizzi ci dicono che c’è un modo di valutare indipendente dagli esami. L’insegnare vede con l’occhio del cuore. Noi non crediamo più in questa specie di visione: «…la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua fisionomia e illuminava l’espressione del tuo volto». Ma al giorno d’oggi, forse specialmente negli Stati Uniti, vediamo solo con l’occhio dei genitali. L’attrazione che ha appassionato questi allievi e questi maestri oggi sarebbe seduzione, manipolazione, persino abuso. Agli insegnanti è consentito di essere chiamati dalla bellezza; l’educazione permette che l’eros si risvegli? Ma se dovesse risvegliarsi, allora l’eros non corromperebbe l’obiettività e l’eguaglianza? Può darsi che proprio qui risieda la ragione più profonda dei computers all’interno dell’aula: essi sono completamente imparziali. Non c’è eros nel programma. Niente eros neppure nell’accademia – una mancanza comune in istituzioni di istruzione superiore. I professori non ascoltano le lezioni degli altri, leggono i saggi degli altri. Borsisti e ricercatori non amano l’amministrazione; gli amministratori non amano i professori. Il personale è «di una classe più bassa», persino al di sotto degli studenti. Gli studenti mettono in contatto i loro cuori affamati con la loro sete di conoscenza che sarà superata dalle vane preoccupazioni della facoltà, loro stesse in cerca di amore. La trappola sessuale diviene l’unico accesso all’eros nell’università. Gli esempi di Baldwin, Capote e Kazan rivelano qualcosa di particolare riguardo all’eros dell’insegnare. Ciò che fece riunire le coppie, la reciproca attrazione, fu una visione comune. L’amore fiorì perché condividevano una fantasia. Per Baldwin e Miss Miller, Dickens; per Capote e Miss Wood, Ibsen e Undset; per Kazan, la visione di un futuro umanista. Essi percepirono la bellezza l’uno nell’altra e permisero la vicinanza. (Capote veniva a casa per cena; Miss Shank studiava il volto e gli occhi di Kazan; Miss Miller dava a Baldwin il suo tempo privato). Quando l’eros è represso cade in un’intimità clandestina. Pure impariamo attraverso la vicinanza – osservando le mani del maestro al lavoro, ascoltando le inflessioni vocali, contagiati dalla gioia del compito. Uno degli studenti di Socrate dice (Teagete 127 Bff): «Ho fatto progressi ogni volta che ero insieme a te… e sono progredito più rapidamente e profondamente quando mi sono seduto vicino, accanto a te e ti ho toccato». Mentre sull’educazione nello stesso passaggio (128B) Socrate dice: «Non so niente di questo raffinato sapere dei Sofisti; io ho soltanto un piccolo corpo di sapere: la natura dell’amore (tà erotika)».
È importante mantenere distinte nella mente le molte specie di eros. I filosofi della Chiesa potrebbero elencare una quarantina di specie di relazioni amorose, come i soldati in armi, i compagni in un viaggio, le suore in un ordine, il servo e il padrone, fratelli e sorelle, e naturalmente madri e figli, mariti e mogli. Ciò che in particolare il mentore divide con il suo o la sua protetta è un amore nato da una fantasia comune. La loro dedizione non è tanto per ciascuno come amanti quanto – in questi casi di scrittori – per la lingua inglese. I loro demoni sono in armonia, ciascuno aiuta l’altro a soddisfarsi. Insegnare e imparare sono necessari l’uno all’altro e, come Hansel e Gretel si salvano l’uno con l’altro. Così l’insegnante non è un genitore sostitutivo che procura allo studente i soldi per il pranzo e scarpe nuove. Miss Miller e Miss Wood e Miss Shank nutrivano le anime degli studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti.

Prima di concludere questo discorso rivolto agli insegnanti mi piacerebbe rendere più chiaro un pensiero. La base dell’insegnamento nel Ventunesimo secolo non è diversa da quella di qualunque altro, anche se il contenuto e la forma dell’educazione subiscono le esigenze della storia. Il fatto che l’educazione presti il suo corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso dalla sua prostituzione alla dottrina politica nell’era di Stalin e Hitler, o Mao e Pol Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o all’ortodossia musulmana nelle scuole del Medio Oriente. Il fatto che l’educazione presti il suo corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso dalla sua prostituzione alla dottrina politica nell’era di Stalin e Hitler, o Mao e Pol Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o all’ortodossia musulmana nelle scuole del Medio Oriente. All’insegnamento si chiede sempre di sottomettersi senza protestare di fronte ai dogmi educativi: lo testimoniano il destino di Socrate, la persecuzione degli insegnanti irlandesi nelle scuole di trincea durante la dominazione inglese. A causa del potere degli istituti educativi, il vero imparare, analogamente alla psicanalisi, diventa sovversivo. L’imparare deve nascondersi all’interno dell’educazione come abbiamo visto nei tre piccoli bambini e nei loro insegnanti, dove una corrente erotica lega in modo sovversivo l’insegnante e lo studente. Marsilio Ficino, uno dei più autorevoli insegnanti d’Europa, si riferì a questo imparare nascosto e sovversivo come contro-educazione. Noi impariamo ciò che è ufficialmente insegnato, e re-impariamo il contrario o ciò che sta più profondamente nel suo interno, vedendo in esso e attraverso esso, decostruendo, diciamo, con il chiedere ulteriormente: «Questo materiale, questo metodo, questa ipotesi che cosa significano per l’anima?». La contro-educazione interiorizza e individualizza, come ha detto Ficino, le uniformità dell’educazione. Individualizzare l’educazione, cioè collocare l’imparare all’interno dell’anima di qualcuno, esige l’eros, non perché l’individualizzare favorisce uno studente a scapito di un altro, il cosiddetto «prediletto dell’insegnante», ma perché l’eros incendia il particolare stile di desiderio di ogni persona. Con «uniformità» mi riferisco a modelli di prove, misure di intelligenza, gradazioni attraverso livelli, libri di testo uniformi, divisioni del tempo, architettura delle aule scolastiche, ecc. L’idea autentica dell’uniformità educativa, dell’universalità stessa, è stata radicalmente sfidata teoricamente da Howard Gardiner, a Harvard, e molto tempo fa da Giambattista Vico a Napoli. Per Vico i veri universali dai quali potevano essere derivati i modelli sono i miti classici, che ha chiamato universali fantastici, cioè i tipi archetipici che governano l’immaginazione e dai quali dipende lo stesso pensiero. Questi universali mostrano come la natura umana immagina i suoi problemi, viene a contatto con essi, ed effettua scelte di valore. Essi offrono un modo di pensiero umanista o quella che può anche essere chiamata una base poetica della mente che è capace di superare il nichilismo etico dell’educazione contemporanea e l’ottusità estetica travestiti e rinforzati dal «metodo obiettivo».
Così, seguendo Vico, la base archetipica della mente è un substrato sia di logica che di sogno, di scienza e di arte, di passato e di presente, di obiettività e di soggettività. Mentre Vico propone le molteplici persone e storie e valori dei miti nella loro immensa differenziazione, Gardiner mina l’uniformità dimostrando che l’imparare dev’essere molteplice perché l’intelligenza è molteplice. L’imparare e l’insegnare devono seguire una varietà di pensieri. Una dimensione non va bene a tutto. Anche la nozione di «misura» può essere liberata dalla sua angusta denotazione – significati matematici e statistici – per allargarla al chi, al perché e al che cosa è stato misurato; per esempio, l’estetica, la narrativa, la morale o le capacità del corpo. Ma ora sto andando oltre il mio semplice tema e sto trasgredendo nel campo delle idee educative, idee per rifondare l’educazione lungo linee che derivano da Vico e Gardiner, il che implica che il primo compito dell’educazione sarebbe di psicoanalizzare se stessa, di decostruirsi trovando i miti che suggeriscono i suoi programmi. Pure, qualunque cosa venga proposta da chiunque, dovunque, la techne e la praxis di tutti i programmi educativi, la realtà di ogni adempimento dipende dall’affinità naturale fra la coppia archetipica: l’Insegnante e lo Studente.


“Anima e corpo in Platone” – Alberto Meschiari

PLATONE, Cratilo (400). Indagando il significato dei nomi, a un certo punto viene in questione il

termine corpo (soma). Dice Socrate:

alcuni lo intendono come sema, “tomba dell’anima”, in quanto v’è sepolta durante la vita terrena; e perché d’altronde l’anima per mezzo del corpo semainei, significa ciò che vuol significare, esso è giustamente denominato sema nel senso di segno. Senonché io son d’avviso che il nome glielo abbiano posto Orfeo e i suoi seguaci, in quanto l’anima vi espia quei peccati che deve espiare, ed abbia quest’involucro, immagine d’un carcere, affinché si salvi; onde sia per l’anima, fino a che non abbia pagato il suo debito, appunto quello da cui prende il nome, un soma, un mezzo di salvamento.

PLATONE, Fedone (66 d-e; 67 d). Dice Socrate:

se mai vogliamo conoscere qualche cosa nella sua purezza, dobbiamo separarci dal corpo e guardare le cose in sé con la sola anima. E a quanto pare, solo allora, cioè dopo la morte e non finché siamo in vita […] avremo ciò che desideriamo e di cui ci dichiariamo amanti, cioè la sapienza. […]

E non è proprio questo che si chiama morte: liberazione e separazione dell’anima dal corpo? […] e l’esercizio dei filosofi è proprio questo: liberazione e separazione dell’anima dal corpo.

PLATONE, Apologia di Socrate (29 C-E; 30 A-B). Socrate ai cittadini ateniesi presenti al suo processo:

[se voi mi diceste: Socrate], ti permetteremo di uscire dal carcere, però a questa condizione, ossia che tu non dedichi più il tuo tempo a un tal tipo di indagini e non faccia più filosofia […], allora vi darei questa risposta: «Cittadini ateniesi, vi sono grato e vi voglio bene; però ubbidirò più al dio che non a voi; e finché abbia fiato e sia in grado di farlo, io non smetterò di filosofare, di esortarvi e di farvi capire, sempre, chiunque di voi incontri, dicendogli quel tipo di cose che sono solito dire, ossia queste: “Ottimo uomo, dal momento che sei ateniese, cittadino della Città più grande e più famosa per sapienza e potenza, non ti vergogni di occuparti delle ricchezze per guadagnarne il più possibile e della fama e dell’onore, e invece non ti occupi e non ti dai pensiero della saggezza, della verità e della tua anima, in modo che diventi il più possibile buona?”.

E se qualcuno di voi dissentirà su questo e sosterrà di prendersene cura, non lo lasceroandare immediatamente, né me ne andrò io, ma lo interrogherò, lo sottoporrò a esame e lo confuterò. E se mi risulterà che egli non possegga virtù se non a parole, lo biasimerò, in quanto tiene in pochissimo conto le cose che hanno il maggior valore, e in maggior conto le cose che ne hanno molto poco. […] E io non ritengo che ci sia per voi, nella Città, un bene maggiore di questo mio servizio al dio. Infatti, io vado intorno facendo nient’altro che cercare di persuadere voi, e più giovani e più vecchi, che non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di alcun’altra cosa prima e con maggiore impegno che dell’anima, in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, e in privato e in pubblico”.

TRACCIA DELLA LEZIONE

Anima e corpo in Platone. Forse continuiamo ancora oggi ad amare Platone perché è il filosofo che ha razionalizzato due grandi speranze: la speranza di una sopravvivenza oltre la morte, grazie all’ipotesi dell’immortalità dell’anima; e quella di una perfettibilità della convivenza umana sulla terra e dell’affermarsi del “regno della giustizia”. Il superamento della morale dell’eroe omerico, fondata sull’esercizio della forza, seguì in Grecia due strade che nel V secolo si intersecarono nella figura di Socrate: per un verso la politicizzazione del problema morale con la fondazione della polis e l’elaborazione del pensiero della legge; per un altro l’interiorizzazione del problema morale attraverso il recupero dalla tradizione orfico-pitagorica del pensiero dell’anima e la sua rielaborazione ad opera di Platone. È in questo contesto che anima e corpo vengono via via perfezionando il loro significato e la loro interazione. Convinto che nessuno che conosca il bene, opererà il male, Socrate oppone l’idea di un’anima pura al corpo come punizione. Questa, agli occhi di Platone, è la debolezza della sua etica. Socrate non coglie la lezione della tragedia greca, che mette in scena il conflitto interno all’anima stessa: passioni violente come l’odio e l’amore, che agiscono dentro di essa e non fuori nel corpo, sono sufficienti a travolgere ogni ragionevolezza. Platone cercherà la soluzione del problema su un piano politico, mettendo in relazione il conflitto interno all’anima con il conflitto interno alla polis.

ALBERTO MESCHIARI è ricercatore di Filosofia morale presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Al suo attivo ha ventitré volumi pubblicati, fra cui testi di filosofia: da Psicologia delle forme simboliche (1999), alla cura di scritti di Heymann Steinthal sul linguaggio (1998), e di Moritz Lazarus, Psicologia dei popoli come scienza e filosofia della cultura (2008); di storia della scienza: con la cura, in particolare, dell’Edizione Nazionale delle Opere e della Corrispondenza di Giovanni Battista Amici (2006 sgg.); e di narrativa. Per quanto riguarda l’ambito principale dei suoi interessi, la Filosofia morale, negli ultimi anni va elaborando una propria etica del reincanto come punto di equilibrio fra gli estremi di una razionalità assoluta da un lato e l’ingenuo abbandono all’ignoranza delle cause e all’animismo dall’altro (cfr. Riprendersi la vita. Per un’etica del reincanto, Firenze 2010; La vita: destino o progetto? e Corpo mente spiritualità, entrambi in AA.VV., I problemi fondamentali della filosofia, a cura di F. Andolfi, Aliberti, Reggio Emilia 2012; Il libriccino del silenzio, Firenze 2012).


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