L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “Libertinaggio

Recensione: La filosofia del boudoir di De Sade.

La filosofia del boudoir

     
     “Voluttuosi di ogni età e di ogni sesso , a voi soltanto offro questa mia opera. Nutritevi dei suoi principi, favoriscono le vostre passioni; e queste passioni di cui certi moralisti freddi e smorti vi incutono terrore, sono gli unici mezzi cui la natura si serve per far compiere all’uomo i propri disegni.Date ascolto soltanto a queste passioni deliziose: solo la loro voce deve guidarvi alla felicità.”

 da “La Filosofia del Boudoir”,  De Sade.

“ Tutte le grandi cose devono indossare maschere mostruose per imprimersi nel cuore dell’umanità.”

Friedrich Nietzsche
Si potrebbe pensare che l’ossessione di Sade sia il piacere e in fondo nessuno può negarlo, ma la vera ambizione dello scrittore francese, in questo romanzo pubblicato nel 1795, è pedagogica, anche se si tratta di una pedagogia rovesciata. Così in un salottino, in un boudoir, diversi personaggi appartenenti all’aristocrazia si prefiggono lo scopo di corrompere una fanciulla, convincendola con i loro ragionamenti prima e con dimostrazioni pratiche poi che la via del libertinaggio è quella preferita dalla natura, contro le normali e oltraggiatissime imposizioni della società e della religione cristiana, realtà contro le quali Sade scaglia le sue invettive feroci e affila la lama del suo formidabile sarcasmo.

Il parossismo del desiderio è così raggiunto in poche pagine, le descrizioni dei più perversi atti sessuali si accompagnano alla teorizzazione più implacabile della loro necessità. La natura è esaltata come fonte di ogni verità, natura che spinge uomini e donne al delirio erotico, al crimine, alla dissolutezza più scandalosa. Le illusioni antropocentriche sono spazzate via, in un mondo indifferente alla sorte umana tutti i valori sono aggrediti con violenza e svuotati di ogni senso, con un’operazione di feroce nichilismo. Ma di naturale in questo desiderio c’è ben poco, o meglio, l’eccesso dello stesso diventa la norma, la depravazione spinge questi personaggi a un’orgia continua, intervallata da considerazioni di un’immoralità fuori da ogni regola. Abbiamo così l’esaltazione della sodomia, dell’adulterio, della promiscuità, dell’omicidio, del furto, il disgusto verso il matrimonio, vincolo crudele e detestato, l’orrore per la riproduzione, considerata soltanto, di contro alle idee cristiane, un ostacolo al vero dio degli uomini e delle donne: il piacere.

L’opera di Sade è l’estremo frutto avvelenato dell’illuminismo, in nome della libertà l’egoismo primordiale fa la sua irruzione sulla scena e, a differenza di altri romanzi, qui il discorso di De Sade diventa politico, egli immagina di rinnovare profondamente la società, partendo dall’assunto che ciascuno è padrone di se stesso, del proprio destino, del proprio corpo e che niente può opporsi alla soddisfazione sessuale, nessuna legge, nessun Dio, nessuna chimera, neanche il semplice buon senso, tutto nelle parole di Sade deve esplodere nella sua fondamentale bestialità e il desiderio sessuale, incatenato dalle convenzioni, deve essere messo al centro della vita pubblica. Così Sade rivela, in questo romanzo soprattutto, la sua indole di riformatore iconoclasta e di perverso utopista. E’ proprio l’utopia della libertà che fa pronunciare a questi personaggi una delle più severe condanne del cristianesimo, che sembra riecheggiare quella successiva di Nietzsche, in nome innanzitutto dell’egoismo, forza naturale contro cui opporsi, secondo Sade, è da imbecilli. Liberare la donna dalla schiavitù del matrimonio non impedisce però al Divin marchese di fare addirittura un’apologia dello stupro, della prostituzione, dell’incesto, la sua ossessione è che il sesso sia la chiave di volta dell’essere umano, quella dimensione in cui egli, superate sciocche superstizioni, inibizioni, e pudori, raggiunge quella che Bataille chiama, riferendosi proprio a Sade, la “vertigine del suo scatenamento”.

L’uomo è egoista e crudele, interessato unicamente alla propria soddisfazione e dunque perché non assecondare questa pulsione naturale? Così Sade si presenta come un pensatore apocalittico e contro culturale, nulla di ciò che è consacrato si salva dalla sua critica senza pietà e lo scrittore francese non si preoccupa nemmeno delle contraddizioni interne al suo sistema. Che tutto questo sia naturale è assai dubbio, pare piuttosto la caricatura della libertà che fa qualcuno incatenato sul fondo di un abisso, e già Blanchot ha scritto che con la sua opera Sade ci restituisce nient’altro che “la solitudine del’universo”. Tuttavia l’onestà della sua ferocia è incantevole, l’implacabilità delle sue ossessioni è talmente dirompente da suscitare il formidabile riso pieno di bile, che i francesi chiamano rire jaune. Alla parola Sade affida il compito più alto e insieme scandaloso, la letteratura stessa pare un recinto troppo ristretto per la sua violenza, eppure è la narrazione stessa ad essere la fonte di ogni fantasia sfrenata, così come ne Le centoventi giornate di Sodoma: l’eros prima di tutto è parola.

Ogni cosa è paradossale, eccessiva, anche le teorizzazioni antisociali, antimonarchiche, anticristiane e la costante profanazione di ogni valore, sono al servizio di questa ossessione circolare, che sempre ritorna: il piacere è l’unico fine e, contro Voltaire e la gran parte degli illuministi, nulla, nemmeno il dolore altrui, può essere di impedimento. Così Sade appare mostruoso nelle sue affermazioni ma di fondo c’è una verità incontestabile: la natura non è solo il luogo della creazione e della vita, ma anche della distruzione e della morte, necessarie entrambe al suo disegno oscuro.

 


Il Marchese De Sade illustrato da Salvador Dalì


La mia recensione: “Justine” di De Sade

 Protagonista della vicenda, la Justine del titolo, una fanciulla virtuosa che si imbatte, di disgrazia in disgrazia, in ogni specie di individui degenerati e perversi (libertini, finanzieri e ladri, profittatori e falsari, medici e criminali, nobili e religiosi), i quali non solo la rendono giocattolo di ogni loro scelleratezza, ma cercano addirittura di persuaderla, con argomenti filosofici, dell’inutilità della virtù. La virtù di Justine non cede mai, anzi, resiste intrepida e causa tutte le sue disavventure, in una spirale senza fine. Ogni volta che essa reagisce con la virtù a una situazione avversa o a una proposta di furto o delitto, le capita una sventura maggiore e viene continuamente seviziata e stuprata (anche da chi lei ha aiutato). È la stessa Justine a raccontare la sua storia alla sorella Juliette (le due sono state separate dopo il fallimento della loro famiglia), che invece si è lasciata andare al vizio sin da giovincella e per questo ha trionfato nella vita, passando di vizio in vizio e di omicidio in omicidio, fino al punto di divenire contessa di Lorsange. L’intero romanzo è pervaso da un cinismo grottesco e ghignante volto a sovvertire il canone classico secondo cui alla fine il bene e la virtù trionfano sempre sul male e sul vizio. Più debole la seconda parte, più orientata a denigrare le abitudini di vita dei religiosi secondando la nota e arcidiffusa polemica anticlericale di parte libertina, con l’insistita (ed esibita) descrizione delle orge dei monaci del convento di Sainte-Marie, dediti ovviamente a pratiche contro natura nei confronti di giovani adepte e recluse (l’unica cosa interessante è che Justine, vedendo protratta la sua permanenza nel convento, diventa “decana” ed esperta di questi turpi vizi). Agghiacciante il finale, in cui la povera Justine, ormai al riparo da ogni pericolo proveniente dagli uomini, viene incenerita da un fulmine, quasi come se fosse la provvidenza a pareggiare i conti.

Spietato e crudo, De Sade, “Justine” è un classico, che non può mancare nella libreria di ognuno. Però dirlo mi sembra un pò superficiale perchè non è proprio un libro per tutti!! 
Nel senso che, di 300 pagine, più della metà riportano la descrizione delle pratiche afflitte alle donne. 
Se qualcuno mi chiedesse di descriverlo in 3 parole direi crudo, tetro, cattivo. 
Ma più lo leggevo e più la distorta filosofia di questo eccellente scrittore il quale scrisse questo ed altri libri in carcere, mi spingeva a continuare, andare avanti.Un’opera schietta, senza troppi sofismi, ma diretta e precisa. Una sorta di schiaffo al perbenismo del tempo, in favore di un inneggiamento a libertinaggio sfrenato e alle passioni, perversioni e piaceri dell’animo umano. Un viaggio che dura una vita, a cavallo tra la virtù e il male.

L’ho amato questo testo. Consiglio vivamente, se non odiate letture pesanti!