L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Luce, di Alda Merini

 poetessa e scrittrice italiana, nata il 21 marzo 1931

 

Alda Merini

Alda Merini

Chi ti scriverà, luce divina
che procedi immutata ed immutabile
dal mio sguardo redento?
Io no: perché l’essenza del possesso
di te è “segreto” eterno e inafferrabile;
io no perché col solo nominarti
ti nego e ti smarrisco;
tu, strana verità che mi richiami
il vagheggiato tono del mio essere.

Beata somiglianza,
beatissimo insistere sul giuoco
semplice e affascinante e misterioso d’essere in due e diverse eppure tanto somiglianti; ma in questo
è la chiave incredibile e fatale
del nostro “poter essere” e la mente
che ti raggiunge ove si domandasse perché non ti rapisce all’Universo per innalzare meglio il proprio corpo, immantinente ti dissolverebbe.

Si ripete per me l’antica fiaba
d’Amore e Psiche in questo possederci
in modo tanto tenebrosamente
luminoso, ma, Dea,
non si sa mai che io levi nella notte
della mia vita la lanterna vile
per misurarti coi presentimenti
emananti dei fiori e da ogni grazia.

22 dicembre 1949

da “La Presenza di Orfeo”


Reload #TheCoevasIo

io “L’uomo nasce cattivo, va condizionato, plasmato e educato per renderlo sociale, soltanto il bene che sta nella ragione può fermare la natura violenta e condurre alla convivenza. Quell’IO costruito dalla sovrastruttura della cultura, degli insegnamenti, degli schemi della società che nella psicoanalisi lacaniana deve abbandonare il suo narcisismo, quella maschera che nasconde la vera struttura dell’essere umano che deve essere accessibile, analizzata, e capita. Ecco perché è necessario un attimo di riflessione, un momento storico per riunirsi e capire, dove stanno andando gli uomini e le donne, che direzione dobbiamo far loro prendere, rileggiamo insieme gli aspetti da tenere presenti, perché abbiamo capito che scienza, coscienza, religione, filosofia sono tutti strumenti di ragione. La consapevolezza che il sapere, le nuove acquisizioni della scienza hanno infranto quei buchi neri di non conoscenza, hanno spinto l’uomo e quindi anche la donna a ritenersi un Superuomo, capace di tutto, onnipotente, creatore e distruttore, gestore e artefice delle vite altrui, imbattibile e incorruttibile, insomma siamo nell’era dell’affermazione lampante del superuomo nitchiano. La sua svagellante determinazione a fare tutto, non gli concede defaillances e rifiuti e quei rifiuti, quei no, diventano sfide verso se stessa ma soprattutto verso l’altro, il guanto bianco lanciato da afferrare per sferrare la punizione di colei che … osa.La valutazione dei fatti, delle prospettive che l’azione può causare, porta al calcolo del “causa-effetto” e quindi al legame stretto che unisce scienza e filosofia, dove la scienza dà conoscenza e la filosofia dà saggezza (vedi Will Durant). Oggi il mondo di IO è un insieme di un essere vivente in preda al morbo del neoRinascimento, stesse situazioni, stessi effetti, ma negativi questa volta. La ragione, ma cosa è la ragione? Di donne così, che decidono di lottare contro il nemico, non per ideali utopistici, ma in nome della decenza contraria alla nostra natura corporea, per prendere la decisione di andare a uccidere e farsi uccidere. Resistente non esalta la bella morte, non esibisce i cadaveri dei nemici, se usa la tortura (e la usava) lo fa come necessità, consapevole del male intrinseco. L’innovazione che porta Io, non è la rottura o la rottamazione, è portare avanti il buono e correggere gli errori.”

M.C


TheCoevasIo. Fisiologica lettura, passatempo per audaci antidiluviani lettori

io
Protagonista di questo romanzo è (l’)Io. Una donna che vuole a tutti i costi scardinare la sua ingenuità psicologica, allenandosi a potenziare le forze che governano i suoi impulsi, divenendo agente attivo delle sue pulsioni distruttive. Attraverso un viaggio onirico trova la strada per agire e liberare sé stessa dall’angoscia e dalla castrazione emotiva per essere stata simbolicamente cacciata dal Paradiso Terrestre. (L’)Io non vuole più essere un piccolo ingranaggio nella società e si spinge oltre per dire – Basta a tutti quei legami egoistici che non considerano l’altrui sensibilità, emotività, desideri, affetti e aspirazioni. Basta ai sensi di colpa.
Si comincia con la sua consapevolezza; misteri non svelati ma scoperti, segreti non rivelati ma pubblicati, tradimenti dove il “tradimento” è il vero Paradiso Terrestre. Il passato, l’infanzia, l’adolescenza, la scoperta del sesso, suo unico naturale e consolatorio amico trasformato in porcheria da primitive menti familiari. Iniziatrice di una nuova Sua èra, dove nulla sarà più come prima capovolgerà la conoscenza del bene in conoscenza profonda del male. La Crudeltà, dèa ispiratrice del suo percorso, proditoriamente assomma e trascende tutte quelle dei cosiddetti villain appartenenti alla storia e alla letteratura.
A questo punto inizia la vera storia, dove realtà e inconscio si mescolano laddove il suo agire sarà giustificato dalla metafora del sogno.
Nel capitolo intitolato Dark waters si assiste a una revisione prima del mito di Ulisse e poi di quelli di Eschilo e di Oreste. Filo rosso è l’acqua, elemento portatore di vita e morte. Il tema predominante è la famiglia, dove si assiste all’uccisione della madre (colei che le ha portato via la figura tanto amata del padre) e del suo amante.
Nel capitolo Black soul blues l’elemento è la terra, intesa come custode di segreti innominabili e pertanto da tenere occultati.
(l’)Io userà la forza e il potere delle parole e dei giudizi, che la fede religiosa usa per colpevolizzare e rendere succubi deboli menti, allo scopo di eliminare un servo della chiesa.
In Surfin’ bird l’elemento è il fuoco, inteso in tutta la sua forza distruttiva e purificatrice. Reduce della guerra del Vietnam, dove trovatasi a combattere come mercenaria, è prigioniera dei Vietcong. Torturata, ha subito abusi atroci e subdoli finalizzati a toglierle il respiro ampio della dignità. La scena si sposta negli States, ove, autostoppista improvvisata, si recherà verso un luogo dove attuerà l’“Attentato”.
Labyrinth infine, è un ritorno a sè ambientato nel cervello della protagonista, dove vi è una lotta tra virus e batteri contro la vita stessa di Io. La scena si sposta all’interno di un ospedale dove è ricoverata vittima di un male tanto incurabile quanto sconosciuto. È tale male solo all’interno della sua mente? In questo luogo trova la cura adatta a lei tramite il principio mors tua vita mea. La cieca distruzione dell’altro, il malato che contagia, avviene fantasticamente insufflando gas venefico nelle condutture dell’aria condizionata. L’elemento è l’aria, che, per ironia della sorte, è portatrice di vita.
Segue poi un’autoanalisi in The rose tattoo, dove l’antieroina, la razionale, la donna con un preciso ruolo, prende le distanze dalla parte gemella e dal suo operato, snocciolandolo come non l’appartenesse, fino ad arrivare all’imprevisto finale, dove si consuma il delitto più grave: quello contro sé stessa.
Il tradimento perfetto sarà compiuto?

<p><a href=”https://vimeo.com/47269444″>Extremo IO</a> from <a href=”https://vimeo.com/iridediluce”>Iridediluce</a&gt; on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>


La donna nelle tradizioni orientali

L’energia sessuale studiata nel ‘900 dallo psichiatra William Reich e da lui chiamata ‘Orgone’ e dai taoisti, millenni prima di lui “Ching” (essenza sessuale), è la stessa energia che noi usiamo quando pensiamo, sentiamo e agiamo. Coltivandola potremmo potenziare la nostra vita, sul piano fisico, psichico, creativo e spirituale.
Dalle tradizioni orientali tantriche e taoiste, possiamo trarre importanti spunti di ricerca e crescita personale usando in modo consapevole l’energia sessuale e l’incontro delle due polarità.
Durante l’incontro sessuale si può  attuare un potente scambio di vitalità attraverso i poli opposti che generano  una forza potente.

Attraverso gli insegnamenti delle tecniche  tantriche e  taoiste, inoltre, le donne possono ridurre la dispersione di energie durante le mestruazioni, moderando lo sconforto e il periodo della durata del ciclo e gli uomini possono ritenere l’eiaculazione, prevenendo la debolezza e la stanchezza fisica.

Le tecniche principali per accrescere l’energia sessuale, sono la consapevolezza delle nostre funzioni corporee, il controllo della respirazione e delle contrazioni  muscolari.

La qualità del nostro stile di vita è fondamentale, perché si riflette anche nella maniera in cui facciamo  o non faraccio  l’amore.
Se siamo in sintonia con noi stessi, bilanciati e tranquilli, diventiamo percettivi e questo emergerà nell’atto sessuale, sia in coppia che singolarmente. Potremo così  elevarci e sperimentare stati superiori di coscienza.
Tutte le attività umane, inclusa quella sessuale, se dirette positivamente possono essere trasformate in strumenti per la conoscenza di Sè e la crescita personale.

Il potere sessuale della donna

Secondo i taoisti, la superiorità della donna in campo sessuale ha dei motivi biologici: i suoi organi sessuali devono essere in grado di svolgere compiti assai gravosi come la gravidanza, il parto e l’allattamento. Ma anche la donna può perdere energia attraverso i suoi organi genitali, e non con l’orgasmo, ma ad  esempio, con le mestruazioni.
Il sistema sessuale femminile è composto di quattro parti – la vagina, l’utero, le ovaie ed i seni — in relazione tra di loro.

Si tratta di una relazione molto evidente durante la gravidanza, il parto e l’allattamento, eventi durante i quali le mestruazioni si interrompono. Nella gravidanza, il sangue che altrimenti sarebbe andato perduto va invece a nutrire il feto. Dopo la nascita, lo stesso sangue si trasforma in latte. Le mestruazioni riprendono soltanto dopo l’allattamento.

L’interconnessione tra le funzioni biologiche, e quelle spirituali è sempre presente nel corso delle diverse fasi che caratterizzano la vita biologica, relazionale della Donna, quindi  adolescenza, menopausa, climaterio richiedono aggiustamenti e trasformazioni continue.

Pratiche e Esercizi per il benessere genitale e sessualità
Attraverso un particolare metodo denominato “Esercizio del Daino” (lo stesso che, in un’altra forma, consente di controllare anche l’eiaculazione maschile), è possibile stimolare gli organi sessuali femminili e bloccare le mestruazioni. Quando lo si pratica, il corpo reagisce come se ci fosse un bambino a poppare regolarmente, e il sangue affluisce al seno, invece che nell’utero, ridando energia a tutto il corpo. Per millenni questo metodo è stato usato – non solo per la pianificazione familiare, ma anche per conservare un aspetto giovanile – da molte donne che sono così riuscite a mantenere la loro bellezza anche dopo aver dato alla luce vari figli.
Tutte queste tecniche sono molto potenti ma è particolarmente importante seguire sotto una guida esperta, perchè se eseguite scorrettamente posso avere  effetti collaterali negativi.

Chi fosse interessato ad approfondire può trovare maggiori informazioni su “Il Tao del sesso” del dottor Stephen Chang (Edizioni Mediterranee)  insieme a numerose altre tecniche per la coppia e individuali, anche se non basta leggere un libro per avventurarsi in una pratica così importante.

Altro testo importante  “Tao-Yoga dell’amore” del maestro tailandese Mantak Chia (Mediterranee), oltre a dettagliati esercizi da eseguire in coppia (possibilmente con la supervisione di una guida esperta) per trasformare l’energia sessuale  Chia spiega che, durante l’eccitazione sessuale, il ching, l’essenza gonadica accumulata negli organi genitali, si espande rapidamente fino ad affluire ai centri superiori del cuore, del cervello e delle ghiandole.

Evitando l’eiaculazione, questo viaggio dell’energia verso l’alto non s’interrompe, e consente quindi l’aprirsi di canali che dagli organi genitali arrivano alla testa lungo la colonna vertebrale e poi, lungo la parte anteriore del corpo, scendono fino all’ombelico. Così, l’energia sessuale in espansione attraversa tutti gli organi vitali e armonizza i Chakra. Tuttavia, perché ciò si verifichi, i taoisti consigliano di evitare la sessualità non illuminata dall’amore, perché produce squilibrio tra le forze fisiche, mentali e spirituali ed ostacola il vero sviluppo interiore.

Le donne cinesi conoscono i segreti legati alla sessualità dall’alba dei tempi. Per loro l’organo sessuale è un vero tesoro e una potente ‘ centrale nucleare’.
Da millenni le cinesi hanno perfezionato le pratiche del Qi Gong sessuale taoista che permettono di coltivare, moltiplicare e affinare l’energia sessuale e trasformarla in energia curativa e creatrice. Oltre all’obiettivo spirituale del Qi Gong sessuale taoista, effetti terapeutici sicuri scaturiscono dalla pratica regolare: rigenerazione dell’insieme dell’organismo, tonificazione dei muscoli vaginali, dell’utero e della cintura pelvica, prevenzione della formazione di noduli nei seni e di cisti ovariche. Ne deriva non solo un’amplificazione del piacere sessuale ma tutto il corpo ne beneficia, prevenendo l’insorgenza di malattie.

Un’altra fonte di conoscenza e di applicazioni pratiche al servizio della salute della donna sono presenti  nella visione del metodo Shiatsu del Maestro Masunaga. Questa prospettiva ci aiuta a vedere come lo scorrere dell’energia all’interno dei meridiani sia collegata alle varie funzioni e  in inter-relazione costante tra i vari elementi con particolari indicazioni per l’energia femminile seguendo le varie fasi della vita.

Non meno importanti indicazioni dello stato energetico le possiamo ricavare dall’assetto posturale e dal muoversi del corpo nell’ambiente. Di certo tutta la colonna vertebrale ha un suo assetto armonico, ma spesso l’area pelvica e le anche posso essere fonte di interessanti interventi per liberare l’energia sessuale compressa, tensioni croniche che bloccano il flusso dell’energia verso l’area del cuore e delle spalle connessa profondamente all’affettività.

Dalle filosofie orientali possiamo apprendere  pratiche e consigli  da poter applicare nella nostra vita, per poter procedere nel nostro personale sentiero di ricerca alla scoperta di noi stessi .

Per tutti “professionisti della cura”  è possibile attingere  a queste antiche conoscenze  e  ricavere  insegnamenti e spunti di confronto tra pratiche diverse, ma aventi tutte in comune la salute dell’essere umano nella sua interezza e integrità, e avere così la possibilità di trovare nella diversità occasioni di crescita.


Francesco Petrarca. Desiderio della bellezza femminile del corpo ed il senso di colpa

L’amore di Petrarca per Laura evidenzia un comportamento caratterizzato da alti e bassi, in cui gli alti sono dovuti al comportamento da dama di corte, della bella, che frena questi acuti mostrandosi ritrosa quando gli eccessi del poeta rischiano di influire negativamente sulla sua vita familiare.

Il conflitto tra anima e corpo

Il contrasto tra anima e corpo si complica in un vero e più moderno conflitto interiore tra il desiderio della bellezza del corpo femminile e il senso di colpa. Lo splendore di Laura turba i sensi del poeta e nello stesso tempo il sentimento del peccato e della fragilità è motivo di tormento. Mentre nella poesia stilnovistica, e soprattutto in Dante, l’amore viene sublimato in una dimensione spirituale, quasi depurato dalla contaminazione con il corpo a vantaggio delle esigenze dell’anima, in Petrarca non è più possibile conciliare questi due termini subordinando l’uno all’altro. L’anima e il corpo hanno forza e diritti uguali e convivono nella coscienza del poeta sia pur con voci contrastanti (Francesco e Agostino). Da qui l’esperienza del” doppio uomo” che rende contraddittoria la sua vita interiore. Anche dopo la morte di Laura, Petrarca non arriverà mai al disprezzo per il corpo e quindi ad aderire ad una visione ascetica: il corpo viene apprezzato sempre nella sua bellezza anche dopo la morte.
La principale ragione di interesse e di modernità di quest’opera sta proprio nel suo carattere aperto e problematico. Nel Medioevo, il motivo dello smarrimento trova sempre una risoluzione finale che prevede un ritorno nella logica della virtù e dell’obbedienza alla legge divina. Qui invece permane sino alla fine una sorta di conflittualità interna che sembra ribadire l’incapacità di operare una scelta decisiva.
Nel Secretum si può individuare l’ambiguità petrarchesca Il tema è l’ambiguo amore di Francesco per Laura, cioè la sua consapevole attrazione per un corpo, mascherata da ragioni ideali e spirituali. Il dialogo tra Franciscus e Augustinus, svolto alla muta presenza della Verità, è la lucida analisi del Petrarca.

CXXXIV, Pace non trovo, et non ò da far guerra
Pace non trovo, et non ò da far guerra; e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio; et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra; et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra, né per suo mi riten né scioglie il laccio; et non m’ancide Amore, et non mi sferra, né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido; et bramo di perir, et cheggio aita; et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido; egualmente mi spiace morte et vita: in questo stato son, donna, per voi.

La rappresentazione di Laura

Nelle donne dello Stilnovo predominano le qualità morali su quelle fisiche: il loro carattere è di essere splendenti come il sole. Il loro saluto è salute dell’anima. Nel Canzoniere è il corpo di Laura che avvicina il poeta; la sua virtù lo allontana, lo separa irrimediabilmente dalla donna amata, è fonte di tormento. Ma senza l’onestà di Laura, l’abbandono alla passione avrebbe significato perdizione. L’amore per Laura vive tutto dentro la contraddizione tra anima e corpo, tra senso di colpa e bisogno di redenzione. Proprio per questo Laura sottende una concretezza fisica che manca alle donne dello Stilnovo, pur conservando alcuni tratti della convenzionalità stilnovistica: la soavità e la grazia leggera della donna-angelo. Un ritratto compiuto di Laura non si trova nel Canzoniere. Il poeta rappresenta solo i particolari della sua bellezza, la cui idealizzazione non è mai ridotta ad allegoria, ma tradisce uno sguardo voluttuoso. Anche Laura risponde al modello estetico della donna medievale: gli occhi sono belli («vago lume»), i capelli biondi («vago e biondo capel»), il riso dolce («come dolce parla e dolce ride»), il viso bello, gli «atti soavi»: la bellezza è associata allo splendore, è «vivo sole», è luce che abbaglia, oppure è «aspra e superba», la «fera che mi strugge», «pastorella alpestra e cruda».
La donna comincia tuttavia a muoversi nella natura e nel tempo, si anima in una varietà di stati d’animo. Laura ora alza il velo per coprirsi dagli sguardi del poeta, ora invece il suo viso pare «di pietosi color farsi». Non è sempre la stessa. Passano gli anni e la bellezza non splende più come in gioventù negli «occhi ch’or ne son sì scarsi». L’invecchiamento introduce una dimensione nuova, inconciliabile con lo stilnovismo: la bellezza di Laura è fisica, caduca, perciò fonte di un’attrazione e di una passione puramente terrene. Anche il topos stilnovista dei capelli biondi è reinventato nel movimento delle chiome sparse al vento, che, mentre recupera l’immagine classica di Venere, colloca la figura della donna nella natura, conferendole mutevolezza e vitalità e consegna all’arte rinascimentale un modello femminile destinato a larga fortuna.
Il corpo di Laura è al centro della canzone «Chiare, fresche et dolci acque». Il poeta ne rappresenta solo i particolari fisici – le «belle membra», il «bel fianco», I’«angelico seno», il «grembo», le trecce bionde – e li mette in rapporto con i particolari della natura: le acque, il tronco, l’erba e i fiori, l’aria serena. È stabilita così una corrispondenza, quasi uno scambio di vita, tra le cose e le parti del corpo, tanto che alla fine della canzone il poeta trova nel paesaggio quasi un oggetto sostitutivo della donna: «Da indi in qua mi piace / quest’herba sì, ch’altrove non ò pace». Il corpo vivo e splendente di Laura è messo in rapporto con il corpo morto del poeta, che immagina, almeno dopo la morte, di divenire oggetto d’amore per la donna: «volga la vista disiosa e lieta, / cercandomi» e «già terra infra le pietre / vedendo, Amor l’ispiri / in guisa che sospiri / sì dolcemente». Anche nella forma così sublimata di questa canzone il rapporto d’amore si configura come rapporto tra corpi.
L’amore per Laura è passione, desiderio sensuale della bellezza fisica e terrena. Laura riempie il poeta di «desire», essa è «sommo piacer vivo»; perciò la lontananza è così angosciosa. Nella canzone «Di pensier in pensier, di monte in monte» né il ricordo, né la natura possono confortare il poeta per l’assenza del «bel viso», «che sempre m’è sì presso et sì lontano». La figura di Laura assente non trova qui oggetti sostitutivi, è una presenza mentale ossessiva che si manifesta nella disseminazione delle parvenze della donna nella natura: «et pur nel primo sasso / disegno con la mente il suo bel viso», «l’ I’ò più volte […] nell’acqua chiara et sopra l’erba verde /veduta viva, et nel troncon d’un faggio». Pure parvenze che «quando il vero sgombra / quel dolce error» lasciano il poeta nella disperazione.
Dopo la morte di Laura il fantasma del suo corpo continua ad attrarre il poeta. Anche se ha lasciato sulla terra la terrena scorza ed è ora anima felice, la donna deve continuamente consolare il poeta per la perdita del proprio corpo, «quel che tanto amasti / e là giuso è rimaso, il mio bel velo» (cfr. CCCII, Levommi il mio penser in parte ov”era). AI poeta che piange per «i capei biondi,
l’aureo nodo… ch’ancor lo distringe» Laura invano ricorda la vanità della sua veste terrena: «Quel che tu cerchi è terra, già molt’anni». Laura, pur «ignudo spirito», assume in sogno i gesti concreti della madre, si siede sulla sponda del letto, asciuga le lacrime; il poeta ne riconosce la presenza «a l’andar, a la voce, al volto, a’ panni».
Gli attributi di Laura restano tuttavia sempre indeterminati: «bel viso», «bella», «viva». Così come nella canzone «Chiare, fresche et dolci acque» la sua figura è disarticolata in particolari fisici generici sublimati in un paesaggio idillico e stilizzato. Quanto più l’allusione alla natura terrena e sensuale dell’amore si fa diretta e stringente, tanto più il corpo di Laura viene rimosso e negato nella sua realtà materiale. Il poeta rappresenta gli effetti del desiderio, della voluttà, della passione che la presenza corporea della donna provoca nel proprio animo. Laura è anch’essa trasformata in immagine simbolica, in archetipo: non è una donna, ma la donna. Un archetipo tuttavia diverso da Beatrice. Essa richiama continuamente la bellezza e il fascino della creatura terrena, è un termine della scissione interiore che travaglia il poeta. Bellezza terrena che nemmeno la rappresentazione della morte mette in discussione. L’incontro di Laura con la Morte nel Trionfo della morte è improntato al senso classico e umanistico di rispetto della dignità del corpo: la morte è indolore, non scompone la serenità e la bellezza del corpo di Laura, tanto che perfino la morte «bella parea nel suo bel viso». La contemplazione estetica prevale sulla meditazione mistico-religiosa. È questo il segno più evidente della ribellione di Francesco a un’immaginazione macabra della morte, e quindi il segno del distacco, sia pure contrastato, dalla concezione medievale della vita e della morte.


I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori. [Corrado Augias]

Lo scaffale iridato

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Ipotesi di passaggio da società matriarcali a patriarcali

Varie studiose e studiosi hanno ipotizzato ragioni e tempi in cui il patriarcato ha preso il sopravvento rispetto a società che vengono definite matriarcali, matrifocali e matrilineari.

Riassumo qui alcune delle tesi più recenti.

L’archeologa Marija Gimbutas (1921-1994) nelle sue varie pubblicazioni postula che le antiche società in Europa non erano né dominate dagli uomini né erano primitive e che il patriarcato si manifestò come risultato di una “collisione di culture” che diede il via alla diffusione di modelli androcentrici.

Vecchia Europa è il termine che Gimbutas crea per identificare le strutture sociali e simboliche delle popolazioni del Neolitico indicando società ugualitarie, matrilineari, non dominatrici e aventi in comune modelli economici, di vita rituale e sociale.

Coniò il termine “cultura Kurgan” facendo riferimento alle comunità pastorali documentate nelle zone della regione tra il Volga, gli Urali e il Mar Caspio intorno al V millennio a.c. Queste erano derivate da un lungo processo di convergenza di diverse popolazioni delle steppe e condividevano tradizioni comuni.

Gimbutas ipotizza nel libro “The civilization of the Goddess” che l’addomesticamento del cavallo (quindi la possibilità di cavalcare i cavalli che viene fatta risalire intorno al 5000 a.c. nelle aree tra l’Ucraina dell’est e il nord del Kazahistan) abbia contribuito a intensificare atteggiamenti bellicosi e di aggressività territoriali di quelle tribù nomadi.

Descrive come la progressiva collisione tra due sistemi sociali, di linguaggio e ideologie diverse risultò nella disintegrazione delle società della Vecchia Europa portando alla dispersione del linguaggio Proto-Indo-Europeo (PIE) e alla creazione di società ibride che a partire dalle steppe del Volga si espansero verso le coste del Mar Nero nel bacino danubiano a partire dal 4500 a.c. per poi arrivare in Europa verso il 3000 a.c.

Identifica tre ondate di incursioni che introdussero aspetti sociali, ideologici e tecnologici sconosciuti alle popolazioni neolitiche dell’Europa. Questi aspetti includevano strutture sociali patriarcali, la metallurgia del bronzo, le armi, l’addomesticamento del cavallo, l’economia pastorale, l’adorazione di dei del cielo, ceramiche decorate con frammenti di conchiglie e decorate con impressioni di simboli solari, atteggiamenti aggressivi.

Gimbutas ritiene che una volta che il processo di sconvolgimento iniziò si ebbero innumerevoli casi di tradizioni della Vecchia Europa che vennero incorporate in quelle delle società ibride ed elementi indigeni e alieni coesistettero per molto tempo.

La collisione di culture produsse storie, canti, miti, rituali e credenze in cui furono introdotti nuovi elementi che legittimavano l’imposizione del potere maschile oltre ai loro status di dominazione e a privilegi.

Furono cambiamenti drammatici a livello sociale.

Heide Goettner-Abendroth, fondatrice dei moderni Studi Matriarcali, definisce questo lungo processo di trasformazione “l’ascesa del patriarcato”. Esso ebbe luogo in tutto il mondo in un periodo d 6-7.000 anni e ancora continua. Definisce “la universalità della dominazione e del patriarcato un mito, un mero pilastro della ideologia patriarcale” e illustra  alcune ipotetiche tesi emerse da vari autori riguardo l’ascesa del patriarcato e che a suo avviso in realtà sono risultati dello stesso e non cause originali:

Paternità biologica. GoettnerAbendroth afferma che il riconoscimento della paternità biologica non può essere un elemento in quanto devono esserci delle pre-condizioni come l’isolamento di donne dal loro clan di origine e lo sconfinamento in relazioni monogamiche.

Utilizzo dell’aratro. Come è possibile che l’introduzione di un singola innovazione tecnica che dipende dalle maggiori capacità fisiche maschili abbia portato all’ascesa del patriacato? Non esistono prove etnologiche che le donne nelle società matriarcali fossero definite il sesso debole e inoltre in molte società matriarcali anche moderne ci sono uomini che si occupano di lavori pesanti senza per questo aver innescato tendenze patriarcali. Né il fatto di cavalcare il cavallo né l’allevamento di bestiame o il possedere grandi greggi o mandrie possono aver costituito la base del potere dei i primi patriarchi: in società matriarcali molti avrebbero resistito all’accumulazione di proprietà da parte di pochi.

Divisione del lavoro. Questa tesi prevede che le società matriarcali siano state più “primitive” e quella patriarcale sia un’evoluzione di quella precedente (1). Esistono in realtà molte società matriarcali del Neolitico (dal 10000 a.c.) come i primi centri urbani in Anatolia, Palestina e Europa del sud con alti livelli di divisione del lavoro e alta differenziazione sociale, superiore a quella delle truppe guerriere che li hanno conquistati.

Aggressivi e cattivi. Che la natura dell’uomo sia aggressiva e cattiva sarebbe dimostrata dal fatto che essi hanno inventato la società patriarcale della guerra e della dominazione. Gli uomini erano marginalizzati nelle culture matriarcali e quindi si sono ribellati e le hanno ‘detronizzate’. Goettner-Abendroth afferma che questa visione deriva proprio dagli uomini occidentali che si sentono marginali se non sono al centro dell’attenzione delle loro madri, della vita delle donne e della società. Non ci sono evidenze storiche o etnologiche di questo fenomeno.

Goettner-Abendroth (2)  ritiene che di per sé le società nomadi pastorali non crearono una cultura originale e indipendente bensì che esse derivavano da una antica struttura matriarcale come ad es. i Tuareg che vivono in modo matrilineare o matrilocale in tende o altre popolazioni pastorali della Siberia e Mongolia.

Afferma che i processi di trasformazione dal matriarcato al patriarcato seguirono rotte diverse nei diversi continenti. Ad esempio la distruzione della cultura Irochese e di altre culture indigene nord americane avvenne a causa delle invasioni degli Europei e delle loro armi, molto superiori. Nel caso di altre culture fa riferimento alla colonizzazione, all’evangelizzazione cristiana, all’industrializzazione e al turismo di massa nel cosi detto “Terzo Mondo” come esempio di destabilizzazione e in alcuni casi di distruzione delle culture indigene.

In altri casi come in Europa, Goettner-Abendroth afferma che si è trattato di “migrazioni catastrofiche”, probabilmente generate da catastrofi naturali come processi di desertificazione, alluvioni, o aree che progressivamente subivano una glaciazione – quindi grandi cambiamenti climatici.

James De Meo (3), autore di On the origins and Diffusion of Patrism : The Saharian Connection (1981) e Pulse of the Planet (2002), ritiene che l’origine del patriarcato sia inestricabilmente connessa a questioni più ampie e relative alla violenza, ai conflitti e alle guerre. Allinea il concetto di “marchio di Caino” all’“istinto di morte” psicoanalitico e alla nozione cattolica di “peccato originale” ed evidenzia come questi siano in netto contrasto con le ricerche che mostrano che la natura umana è di base pacifica, cooperativa e amorevole.

Le sue ricerche partono dalle teorie sessuo-economiche e dalle scoperte sociali di Wilhem Reich che nei suoi scritti tratta di varie forme di neurosi e di caratteri violenti classificati nelle strutture che Reich definisce “corazze caratteriali”. Reich afferma che la struttura patriarcale e autoritaria della famiglia genera degli adulti “corazzati” che ‘hanno nel tempo sostenuto i roghi delle streghe e poi hanno marciato per Hitler e Stalin’.

Sulla base dei suoi scritti e quelli di altri come Neill, Precott, Terrier e LeBoyer, James De Meo ha elaborato una valutazione inter-culturale di una grande numero di dati antropologici ed etnografici che dimostrano che “le culture con il più alto livello di violenza sociale sono caratterizzate da trattamenti abusivi e duri dei piccoli e dei bambini, dalla repressione sessuale degli adolescenti e di quelli non sposati, da matrimoni compensatori e da strutture gerarchiche che squalificano le donne oltre che dall’ autoritarismo religioso”.

Ha elaborato una “Mappa del Comportamento del mondo” che comparata con una mappa climatica identifica le regioni a più intenso comportamento patriarcale – area denominata da De Meo come zona “Saharasia” dove si concentrano manifestazione estreme (Talebani o Wahabiti). Secondo De Meo le zone con condizioni climatiche estreme o regioni desertiche o di ghiacci o zone dove si verificano carestie,  hanno forgiato nel passato come nel presente comportamenti sociali violenti.

Peggy Reeves Sanday, scrittrice di vari libri tra cui Female Power and Male Dominance; Women at the Center; Life in Modern Matriarchy , è una antropologa e insegna al dipartimento di Antropologia dell’University of Pennsylvania. Sanday ha elaborato un’interessante definizione di matriarcato basata sui suoi studi che a partire dal 1981 per di più di 20 anni ha condotto presso i Minangkabau (uno dei più grandi gruppi etnici matrilineari – circa 4 milioni di persone – che ancora esistono nella parte occidentale dell’isola di Sumatra – Indonesia).

Nel XX secolo gli antropologi dichiararono che il matriarcato non era esistito e che la dominazione maschile era universale.

Sanday sulla base dei suoi lunghi studi sui Minangkabau ha ridefinito il termine Matriarcato spostando il focus da una questione di “regno” (potere politico) a quello di archetipo.

Per matriarcato non intende il governo delle donne, ma un simbolismo materno dominante che definisce e guida il pensiero, le cerimonie e le pratiche. A questo i Minangkabau si riferiscono come adat matriarchaat (usi e costumi matriarcali).

Il suo lavoro è ispirato dalla radice greca arché (4) nel significato di archetipi dell’origine, della fonte, della fondazione. Le stesse donne minangkabau parlano di adat matriarchaat in relazione alla vita e alla dimensione cerimoniale. Secondo Sanday, il sistema matriarcale non esiste isolato da quello patriarcale: “oscurando o denigrando il contributo che le donne e i sistemi matri-centrici hanno dato alla cultura umana, come evidenziano le scienze sociali androcentriche, si oscurano le alternative che possono portare speranza invece che disperazione, pace invece che guerra, uguaglianza invece che dominio (5).

Ci sollecita a porre attenzione alle prospettive delle scienze sociali occidentali che possono essere sia androcentriche, ma anche ginocentriche ed evidenzia che per alcune femministe il “governo delle donne” è un prerequisito allo status di sistema sociale alternativo al patriarcato.

Christina Biaggi, artista e editrice dell’interessante The rule of Mars (2006), illustra una serie di scenari che possono spiegare la bellicosità delle popolazioni Kurgan favorendo così l’instaurarsi di sistemi patriarcali:

Primo scenario: i Kurgan erano discendenti di gruppi pastorali che a causa dell’ambiente e degli stili di vita, davano importanza al ruolo maschile nella loro società e onoravano il Dio del Cielo. Le alluvioni del Mar nero associate all’utilizzo del cavallo li portano a fare incursioni nelle terre dei vicini per poi conquistarli

Secondo scenario: gli antenati dei Kurgan erano tribù di raccoglitori/trici e cacciatori/trici che praticavano una rudimentale agricoltura nelle are intorno al Mar Nero. Le alluvioni gli spinsero verso Nord nelle steppe aride dove diventarono pastori e in seguito monoteisti. Addomesticarono il cavallo e scoprirono la forgiatura del bronzo. Forse mostravano già tratti di sistemi gerarchi nella loro società e forse scarsità di risorse forzarono atti di conquista verso altre popolazioni

Indipendentemente dallo scenario che si sceglie, Biaggi afferma che i drammatici mutamenti climatici dell’area del Mar Nero portarono a una profonda crisi e verso la trasformazione patriarcale dell’Europa sud orientale. 

Sara Morace in “Origine Donna. Dal matrismo al patriarcato, Prospettiva ed., 1997.” illustra le strutture sociali di cooperazione di tipo matristico e non patriarcale  dal 10.000 al 4.000 a.c.,  in cui la superiorità sociale della donna si basava sul suo ruolo di guida del clan e non su imposizioni, come suggerisce il verbo archeo (comandare) contenuto nella parola matriarcato. Morace sostiene che, secondo un’interpretazione marxista, un’agricoltura su larga scala, con lo sfruttamento degli animali, favorì l’accumulo di beni. Dall’assenza di proprietà (i beni vengono prodotti collettivamente e distribuiti nel clan quindi in una economia di tipo cooperativo) si passa alla prima forma di proprietà privata: il surplus dei beni , degli animali, e anche dei figli. La famiglia patriarcale viene fatta risalire alla necessità dei padri di rivendicare i figli come alleati nell’accumulo e nella difesa delle proprietà.

Morace ritiene che il passaggio dalle società pacifiche matriste a quelle patriarcali ha coinciso con conflitti tra popolazioni per il possesso di terre e animali. In un’epoca segnata dalla violenza le donne si sono viste strappare il prestigio e la libertà, e hanno scelto spesso di far parte di una società sì patriarcale, ma che garantiva loro l’incolumità personale. In quel periodo le divinità femminili sono state sostituite da quelle maschili.

Donne che si sono ribellate a questa organizzazione sociale sarebbe confluite in gruppi ancora improntati alla cooperazione matrista e miti oltre che ritrovamenti riguardanti le Amazzoni ne sono la testimonianza.
Morace conclude affermando che il sistema patriarcale, basato sul potere maschile e sul controllo del corpo femminile è ancora vivo, nutrito della cultura misogina che esso ha elaborato.

NOTE

(1) Per le teorie evoluzioniste vedere Ancient Law  (1861) Sir Henry Maine, The origin of Civilization and the Primitive Condition of Man (1870) John Lubbock ,  Frierich Engels , From Savagery to Civilisation ( 1946) J.D.G: Clark, Social Evolution  (1951) V. Gordon Childe e  Elman Service in Primitive Social Organization.

(2) The rule of Mars pag 30 o http://www.hagia.de

(3) http://www.orgonelab.org

(4) arche ha due significati: (1) origine, inizio, fondamento, fonte di azioni, dal primo, dal vecchio, principio iniziale (2) sovranità.

(5) Sanday The rule of Mars

La polarizzazione patriarcale del mondo odierno e la consapevolezza che i valori in cui viviamo immerse non possono venir considerati come scontati.

E’ necessario analizzare le ragioni che hanno portato all’instaurarsi di forma sociali patriarcali ma anche attivare la consapevolezza di quali ruoli i valori patriarcali giocano nella nostra società e dentro di noi per lavorare verso il riscatto di quei valori matriarcali che possono creare reali possibilità di cambiamento.


Questione di genere e movimenti femminili / femministi

Non è facile spiegare che cosa è il GENERE, quale funzione potrebbe avere nel movimento per “un altro mondo possibile”, quali siano le implicazioni politiche del suo riconoscimento e della sua utilizzazione.

In analisi grammaticale si dice genere femminile e genere maschile e queste formule vengono spesso riprese da alcuni settori del femminismo. In realtà quando si dice (per esempio) “genere femminile” ci si colloca inconsapevolmente o consapevolmente all’interno di un complesso dibattito teorico. In modo particolare si prende una posizione che, nel dibattito teorico, viene chiamata ESSENZIALISTA, per cui il genere sarebbe l’immediata espressione culturale del sesso, come se il sesso fosse la struttura della sovrastruttura genere. Esiste un sesso femminile e quindi un genere femminile: il genere femminile è la forma culturale specifica con cui in una certa epoca si presenta il sesso femminile.

La posizione essenzialista  crea un determinismo biologico , uomini e donne sono espressione della loro sessualità, per cui c’è una struttura sesso sulla quale si colloca una sovrastruttura genere e quindi una visione sostanzialmente statica delle relazioni di genere.

Un femminismo che si fondi su una visione statica non può essere che un femminismo idealizzante dell’esistente, quindi un femminismo che cercherà di valorizzare il femminile rispetto al maschile. L’ipotesi di femminismo che io propongo invece è una critica del femminile e del maschile che non sono proiezioni immediate del sesso ma hanno dentro elementi culturali, relazioni di potere che quindi rendono il genere qualcosa di diverso dal sesso.

Posizioni meno semplicistiche preferiscono usare le formule sesso femminile e sesso maschile, dire “DIFFERENZA SESSUALE ” e non “differenza di genere”, perché in questo modo si allude al puro fatto biologico, all’esistenza di due corpi diversi. E poi utilizzare il termine il genere nei suoi significati complessi e diversificati. Si può dire con certezza che una lesbica è di sesso femminile, sul fatto che sia anche di genere femminile il dibattito è aperto. “Le lesbiche non sono donne”, ha scritto una delle più geniali teoriche del lesbismo, Monique Wittig.

Le lesbiche sono donne – ribattono altre – perché subiscono la ferita narcisistica della castrazione, a cui reagiscono con il diniego. Ma non si tratta solo di una questione di preferenza sessuale. Considerare il genere dinamico e variabile, storico e locale significa prendere atto che gli uomini e le donne sono per natura animali di cultura, che si può essere donne in un’infinita varietà di modi.

Che cosa è il genere allora ? Il genere è prima di tutto un PARAMETRO scientifico di lettura delle relazioni umane. Come gli esseri umani stanno tra loro in rapporti di classe, così stanno tra loro in rapporti di genere.

Il genere è un fenomeno ideologico, è cioè il modo in cui una società, un gruppo umano, una comunità vivono l’appartenenza all’uno e all’altro sesso. Ma è anche un fenomeno materiale, cioè è il complesso delle implicazioni sociali della differenza sessuale in quella società, in quel gruppo umano, in quella comunità.

L’assenza del parametro di genere nelle analisi della realtà limita fortemente il carattere scientifico di qualsiasi lavoro. Le prospettive della sociologia e dell’economia politica, per esempio mutano radicalmente se nell’osservazione è incluso o non è incluso il genere. Una teoria delle classi non potrebbe prescindere dal ruolo che tradizionalmente hanno svolto le donne nella formazione dell’esercito di riserva, nel lavoro precario o nelle occupazioni che socializzano i compiti femminili. Allo stesso modo non potrebbe prescindere dall’esistenza di compiti di riproduzione, assolti soprattutto dalle donne e non retribuiti o retribuiti con quel che occorre a riprodursi a sua volta.

Sono state soprattutto le intellettuali organiche del sesso femminile, cioè le femministe, a indagare sul genere, così come sono stati gli intellettuali organici delle classi subalterne a indagare sulla classe. E questo perché evidentemente il genere non è solo un astratto parametro scientifico: eanche un PRINCIPIO D’ORDINE. I rapporti di genere sono rapporti di potere, che si manifestano in forme diversificate e complesse e per questo è spesso difficile individuarli e sottoporli a critica. I rapporti di potere tra sesso maschile e femminile costituiscono un sistema che il femminismo chiama PATRIARCATO. Il patriarcato sta al genere come il capitalismo sta alla classe, è cioè uno specifico sistema di genere, come il capitalismo è uno specifico sistema di classe.

Il patriarcato nel senso letterale del termine è ovviamente scomparso da tempo, almeno in questa parte del mondo. Esso si riferisce infatti a un’organizzazione della famiglia in cui l’autorità e le principali funzioni sono nelle mani dell’uomo più anziano e l’eredità è trasmessa ai soli discendenti maschi, con preferenza per i primogeniti.

Tuttavia il fatto che il patriarcato sia esistito per migliaia di anni(sia pure in forme assai diverse tra loro) e sia stato probabilmente preceduto dalla dominanza, che è un fenomeno pre-umano, ha lasciato tracce profonde, ma visibili solo se si assume il genere come parametro e se ne intende la natura di rapporto di potere.

Quel che opprime le donne è prima di tutto un complesso di strutture. Una donna può nella sua vita non subire mai l’oppressione diretta di un uomo, ma subire lo stesso l’oppressione patriarcale, così come una persona può anche non avere un padrone, ma subire l’emarginazione, l’espropriazione, il disagio delle strutture capitalistiche. Non trovare casa per i costi troppo alti degli affitti, non potersi curare per mancanza di posti in ospedale, non avere lavoro ecc. sono effetti di un rapporto di potere fondato sulla classe, anche se poi non c’è un padrone con il cronometro e lo scudiscio.

La strutture patriarcali sono ancora oggi alla base di ogni società, sia pure in modi assai diversificati. Non è mai esistito il MATRIARCATO, sono esistiti la matrilinearità e forme di patriarcato in cui le donne sono state più libere. Le strutture patriarcali agiscono in profondità e condizionano profondamente la vita delle donne e degli uomini. Sono note e discusse all’infinito nel femminismo le teorie della PSICOANALISI sulla catastrofe psicologica che produrrebbe nella bambina la scoperta di essere priva del PENE, sul rancore verso la madre e la scarsa stima di sé che ne deriverebbe, sull’invidia per la preziosa appendice come costante di ogni desiderio femminile di affermazione…

Freud non era matto, aveva solo intercettato attraverso i suoi esperimenti clinici la presenza di una ferita narcisistica legata alla scoperta della differenza di sesso. Il limite della sua interpretazione consiste nell’aver attribuito quella ferita alla biologia e di averne ignorato l’aspetto culturale: la ferita è legata alla scoperta che non essere uomo (cioè non avere il pene) significa valere di meno; l’invidia del pene è l’invidia del ruolo sociale di chi ha il pene, cioè dell’uomo, dell’individuo di sesso maschile. Lacan, uno psicoanalista francese, ha distinto poi il pene dal fallo, che è il pene sociale: quel che le donne invidiano è il FALLO (cioè il potere, l’autonomia, la parola…), poi il pene diviene il feticcio del fallo.

Queste strutture continuano ad agire con l’atteggiamento dei genitori che investono più sui figli maschi che sulle figlie femmine e dalla combinazione tra la ferita narcisistica della castrazione e le ridotte aspettative hanno origine alcune caratteristiche femminili di scarsa fiducia in se stesse, senso eccessivo del limite, bisogno di sostegni maschili ecc. Si può discutere se le cose oggi stiano per le donne ancora così, ma se sono almeno in parte cambiate questo vale per un’area abbastanza limitata del mondo.

Il patriarcato, o addirittura la dominanza, agisce nella VIOLENZA contro le donne, che è presente dappertutto e costituisce la trama sottostante la civilizzazione. La violenza familiare nelle sue forme peggiori e in quelle più innocue; la violenza sessuale con cui gli uomini spesso puniscono la libertà delle donne; i furti, gli scippi, le aggressioni di cui sono autori, nel 90% dei casi, uomini e vittime, nella grande maggioranza dei casi, donne sono l’espressione di un rapporto di cui le leggi riescono solo molto parzialmente a modificare le dinamiche.

Struttura patriarcale è la logica per cui alla violenza contro le donne si reagisce con il paradosso della reclusione delle vittime, invece che con l’educazione e il controllo degli aggressori potenziali. Sono strutture patriarcali quelle che determinano la DIVISIONE DEL LAVORO tra donne e uomini: dappertutto le donne lavorano molto più degli uomini, perché devono farsi carico sia del lavoro per lo stipendio o il salario, sia del lavoro domestico e di cura, sia del lavoro di produzione, sia del lavoro di riproduzione. Questo fenomeno è caratteristico di tutte o quasi le società umane e non solo di quelle in cui le donne hanno conquistato l’EMANCIPAZIONE. Ne è la prova che tra le donne che hanno gli orari di lavoro , compreso il lavoro di cura e riproduzione, più lunghi sono al

primo posto le keniote e al secondo le italiane, con orari di lavoro che hanno punte massime anche di ottanta ore la settimana. Per l’azione delle strutture patriarcali le donne sono piccola minoranza nelle assemblee elettive (almeno che non vengano messe in atto specifiche misure antidiscriminatorie), detengono una porzione infinitesimale della proprietà, hanno ruoli ancora secondari nella cultura, malgrado i veri e propri balzi in avanti fatti nel corso del XX secolo.

Le ragioni per cui le donne sono ancora SECONDO SESSO anche nelle civiltà occidentali sono complesse e preferisco in proposito rispondere a domande, se mi verranno fatte. Anticipo però un’importante osservazione: il doppio lavoro femminile non basta da solo a spiegare le difficoltà delle donne soprattutto in alcuni settori della sfera pubblica. Non spiega per esempio perché le donne sono nel PRC il 17% poco più o poco meno. Basta guardare il movimento, il volontariato e altre espressioni dell’impegno sociale per rendersi conto di quanto le donne siano oggi attive al di là della sfera privata e nel mondo in genere.

Il discorso sulle strutture patriarcali potrebbe continuare ancora a lungo non solo per quel che riguarda la loro ampiezza e profondità nella stessa civiltà occidentale, ma anche sulla grande varietà dei modi. Sono espressione di strutture patriarcali sia il burqa, sia l’inflazione di corpi femminili nudi; sia la lapidazione delle adultere, sia la prostituzione coatta. Naturalmente non si può fare di ogni erba un fascio ed è evidente che siamo di fronte a forme di patriarcato assai diverse, per cui non avrebbe senso tracciare un segno di equivalenza.

Strutture patriarcali attraversano (per esempio) anche le organizzazioni e i partiti della sinistra, anche il movimento, anche i luoghi politici che frequentiamo e in cui siamo attive. Certe assemblee del PUNTO ROSSO (per esempio) con venti uomini alla presidenza e il novanta per cento di interventi maschili ne sono stati l’espressione visibile e indiscutibile. Oggi le cose sono un po’ cambiate, perché dopo anni di sberleffi e proteste gli organizzatori hanno cominciato a sospettare che forse esiste un problema. Dubito però che abbiano capito quale.

Il movimento politico che ha lottato e lotta contro le strutture patriarcali si chiama FEMMINISMO. Per quanto ovviamente si possano trovare degli antecedenti in tutta la storia della specie umana, il fenomeno politico vero e proprio nasce quando nasce la politica nel senso moderno del termine, cioè con la rivoluzione del 1789. Come altri movimenti di liberazione della storia contemporanea, il femminismo è un movimento reale, legato all’attivizzazione politica di ampi settori di donne; è un complesso di discorsi, di miti, di teorie che ne trascrivono e bisogni e le aspettative; è un insieme di strutture organizzative con logiche proprie diverse da quelle di altri soggetti di liberazione. Il femminismo si articola in FEMMINISMI, perché le donne sono diverse tra loro per collocazione di classe, per appartenenza a civiltà e culture diverse, per preferenze sessuali, per scelte politiche, così come sotto la categoria movimento operaio raccogliamo molte realtà diverse possiamo usare femminismo come categoria unificante.

Malgrado l’esigenza di mantenere sempre fermo l’uso del plurale, il movimento in quanto tale ha mostrato alcune costanti non sempre facili da individuare e interpretare:

A. Il femminismo nasce e rinasce sempre a sinistra, anche se il termine sinistra deve essere inteso in questo caso in senso molto lato. Nasce cioè nel seno di tendenze democratiche, progressiste o rivoluzionarie. Il femminismo di destra, che pure esiste, è invariabilmente il prodotto di un falling- out, di una ricaduta di femminismi nati altrove sul complesso della società: accade spesso che quel che appariva trasgressivo e scandaloso ieri, appaia ovvio e normale oggi e la società nel suo complesso vi si adegui. Il femminismo di destra vede anche singole donne in conflitto con il senso comune del proprio ambiente, perché in qualche modo influenzate dai discorsi e dalle pratiche femministe, ma anche in questo caso si tratta di un fenomeno di ricaduta.

Il femminismo è nato e rinato al fianco della rivoluzione francese, delle rivoluzioni nazionali europee della prima metà del XIX secolo, del movimento abolizionista della schiavitù nell’America del nord, del movimento operaio, del Sessantotto. All’interno di questi fenomeni si è creato lo spazio materiale e culturale di una politicizzazione delle donne e poi di una presa di coscienza di genere. Il femminismo nasce a sinistra perché il carattere distintivo rispetto alla destra è la messa in discussione dell’ordine gerarchico.

B. Il femminismo usa in genere la forma di lotta della pressione conflittuale. Si colloca cioè all’interno o al fianco o nei pressi del fenomeno su cui intende esercitare un’influenza, ne critica la misoginia, ne mette in luce le contraddizioni ecc. , ma ne utilizza anche il linguaggio e le categorie di pensiero. Così per esempio il femminismo al fianco della rivoluzione del 1789 parla di égalité, formula la dichiarazione dei diritti delle donne, crea club femminili, teorizza la libertà dell’ individuo- donna. Il femminismo che si sviluppa nel movimento per l’abolizione della schiavitù, parla del rapporto uomo-donna come di schiavismo, rimprovera agli uomini la contraddizione tra la lotta di cui sono protagonisti e la permanenza della schiavitù delle loro mogli e figlie, ecc.

Il femminismo nato alla metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti ha subito l’ascendente intellettuale e politico delle rivoluzioni dei popoli oppressi e delle lotte degli afroamericani e ne porta tracce evidenti nel linguaggio: liberazione, autodeterminazione, differenza sono categorie legate a un immaginario politico nazionalista. Luce Irigaray, una delle teoriche del differenzialismo, per indicare la separazione dalla madre operata dalla legge del padre usa i termini esilio – estradizione – espatrio.

C. Il femminismo si è fatto interprete di un insieme di rivendicazioni, diverse secondo il tempo, i luoghi, il settore di donne a cui di volta in volta ha fatto riferimento. Ha rivendicato per le donne la maggiore età e la fine delle tutele maschili, la possibilità di ereditare e possedere beni, di amministrare, di fissare il proprio domicilio, di accedere all’istruzione e a tutti i lavori, di avere parità di salario e di diritti, di poter votare ed essere elette, di poter disporre del proprio corpo ecc. Le lotte degli anni Settanta in Italia hanno avuto come effetto la legge che depenalizza l’ABORTO nei primi tre mesi di gravidanza, la diffusione della contraccezione (sia pure con alcuni limiti), un nuovo diritto di famiglia, la fine di fenomeni aberranti come il cosiddetto DELITTO D’ONORE e soprattutto una maggiore libertà sessuale.

La permanenza di CAPITALISMO e PATRIARCATO ha poi dato a queste stesse conquiste spesso un senso diverso da quello della libertà autentica, ma ha comunque prodotto cambiamenti positivi nel costume e nell’identità femminile.

D. Il femminismo è dalle sue origini e ancora oggi un fenomeno politicamente debole, cioè frammentario, intermittente, marginale. Ci sono stati lunghi periodi della storia in cui si è inabissato, diventando assolutamente invisibile. Questo è accaduto (per esempio) tra gli anni Venti e la metà degli anni Sessanta: nel periodo di latenza è stato considerato una corrente superata dalla storia e legata all’esigenza di battere pregiudizi ed esclusioni ormai superati.

Anche nei suoi momenti migliori si presenta come una realtà scarsamente organizzata, fatta di piccoli o piccolissimi gruppi poco comunicanti, di comunità chiuse, di circoli culturali o di attività di solidarietà importanti, ma che raramente riescono ad avere accesso alla politica autentica.

Nel complesso dei fenomeni a cui abbiamo dato il nome di GLOBALIZZAZIONE, il genere è stato un elemento determinante dei meccanismi di inclusione e di esclusione. Negli ultimi decenni del XX secolo si è determinata un’immissione senza precedenti di donne nel lavoro socializzato, ma la domanda femminile di autonomia economica è stata utilizzata per rendere più flessibile e precario anche il lavoro degli uomini, per escludere dalle garanzie e dalla sicurezza.

La femminilizzazione del lavoro e delle migrazioni mostra abbastanza chiaramente la funzione del genere nella ridefinizione degli ordini gerarchici. Nel SUD del mondo, nelle assunzioni sono state preferite le donne, come in tutte le economie che si affacciano al mercato mondiale e in cui prevalgono le lavorazioni ad alto tasso di manodopera. Al NORD sono state preferite le donne perché i nuovi lavori sono in maggioranza precari e a tempo parziale e perché in questa parte del mondo le economie tendono a diventare economie di servizi.

La più forte presenza di donne nel mercato del lavoro, come già era accaduto con il capitalismo di Manchester, da una parte rende più frammentaria e difficile la loro esistenza, dall’altra incrina o spezza vecchie strutture patriarcali e millenarie oppressioni, agisce sulle identità maschile e femminile, indebolisce la relazione di potere tra uomini e donne.

La vicenda del XX secolo mostra però che gli esiti della complessa vicenda delle RELAZIONI DI POTERE non sono né unilaterali né obbligati. Il capitalismo agisce infatti in due direzioni opposte. Esso tende a distruggere le vecchie relazioni di potere e a ridurre tutti i rapporti umani a rapporti tra detentori di capitale (nelle varie forme in cui il possesso di ricchezze può manifestarsi in una società) e forza lavoro libera di vendersi o di crepare.

Nello stesso tempo tuttavia ha anche bisogno di una strategia sociale di DIVISIONE e GERARCHIZZAZIONE della forza lavoro, che si sono appunto realizzate attraverso il genere e l’appartenenza razziale o nazionale. Negli Stati Uniti (per esempio) non sono mai esistiti partiti operai di massa come in Europa, perché il proletariato è stato profondamente diviso secondo una gerarchia razziale e di ondate migratorie. In Europa ai gradini più bassi del lavoro dipendente si colloca la FORZA LAVORO MIGRANTE, con tendenziali forme di gerarchizzazione interna secondo criteri simili a quelli che hanno agito e agiscono negli Stati Uniti.

Anche il genere resta un elemento di gerarchizzazione, visto che le donne occupano i livelli inferiori del lavoro dipendente, hanno salari più bassi attraverso una serie di meccanismi che aggirano le leggi sulla parità salariale, rappresentano la parte più precaria e flessibile del lavoro salariato.

Il risvolto più pericoloso della globalizzazione è tuttavia un altro. La crisi del movimento operaio e delle speranze laiche di liberazione produce dappertutto un’ascesa degli INTEGRALISMI e delle destre, che mette a rischio grave le conquiste e le libertà delle donne. Questo avviene sia nei paesi che considerano l’Occidente un nemico e reagiscono al NEO-COLONIALISMO IMPERIALE con il recupero di tradizioni fortemente patriarcali e di identità culturali regressive, sia nell’Occidente stesso in cui le forze sociali della conservazione e/o della restaurazione sociale si appoggiano (nella ricerca di un difficile consenso negli strati popolari) su Chiese e burocrazie ecclesiastiche.

In ITALIA la legge sulla cosiddetta PMA, cioè sulla fecondazione assistita, è un esempio del rapporto tra un governo di destra e un clero (quello cattolico) che non si è mai rassegnato alla laicità dello Stato italiano che considera il luogo privilegiato del suo potere temporale.

Agli inizi del XXI secolo le donne e le intellettuali organiche dei loro movimenti politici si trovano alle prese con i problemi di sempre, sia pure in forme diverse dal passato e in forme diverse secondo le culture e le aree del mondo in cui lottano. Ci si trova ad affrontare marginalità ed esclusione in tutte le aree della sfera pubblica in cui siano in gioco potere e poteri, collocazione sociale nel complesso subalterna, esigenza di difendere ancora e di nuovo la libertà delle scelte sessuali e procreative, persistenza e spesso anche rigurgiti di violenza misogina, acuirsi del conflitto per la contraddizione tra un nuovo desiderio di autonomia delle donne e il rafforzarsi di istituzioni patriarcali a difesa dell’ordine costituito.


Immagine

Quella sensazione di essere in bilico, tra sì e no… tra sogno e realtà… camminare sul filo di un rasoio…. paura di cadere…. forse solo voglia di volare ed essere liberi.

in bilico


Lawrence David Herbert – Gioventù vergine

 Virgin Youth

           

Now and again

All my body springs alive,

And the life that is polarised in my eyes,

That quivers between my eyes and mouth,

Flies like a wild thing across my body,

Leaving my eyes half-empty, and clamorous,

Filling my still breasts with a flush and a flame,

Gathering the soft ripples below my breasts

Into urgent, passionate waves,

And my soft, slumbering belly

Quivering awake with one impulse of desire,

Gathers itself fiercely together;

And my docile, fluent arms

Knotting themselves with wild strength

To clasp-what they have never clasped.

Then I tremble, and go trembling

Under the wild, strange tyranny of my body,

Till it has spent itself,

And the relentless nodality of my eyes reasserts itself,

Till the bursten flood of life ebbs back to my eyes,

Back from my beautiful, lonely body

Tired and unsatisfied.

 Gioventù vergine

 

Gioventù vergine

Di quando in quando

tutto m’ansima il corpo

e la vita mi appare negli occhi,

tra essi vibrando e la bocca

giù selvatica discende per le membra

lasciando gli occhi miei svuotati tumultuanti

e il petto mio quieto colma d’un fremito e un calore;

e giù per le snelle ondulazioni sottostanti

che onde diventan pesanti, di passione gonfie

e il ventre mio placido e sonnolento

all’istante ribelle si desta bramoso,

eccitato sforzandosi e attento,

mentre le tenere braccia abbandonate

con forza selvaggia s’incrociano

a stringere – quel che non hanno stretto mai.

E tutto io vibro, tremo e ancora tremo

finché la strana potenza che il corpo mi scuoteva

non svanisce

e nobile non risorge l’ininterrotto fluire della vita

nella durezza implacabile dei miei occhi,

non risorge dalla bellezza solitaria del corpo mio

esausto e insoddisfatto.

 

 


Alcune considerazioni su isteria e nevrosi ossessiva a partire da Freud e Lacan

Che relazione c’è tra nevrosi ossessiva e isteria?

Il fantasma principale comune alle nevrosi si riferisce al complesso di castrazione. Il mito freudiano dice che ciascuno ben presto si trova confrontato con la castrazione, e che la paura, il timore, il pensiero che ciò sia accaduto o possa accadere anche a lui può avere degli effetti, ad esempio l’angoscia. Nella nevrosi, mediante rimozione, questo si struttura in fantasma. In particolare, il fantasma di castrazione è fonte di angoscia per il nevrotico, ma anche riparo da una minaccia più grande, che sarebbe l’abbandonarsi al godimento, ciò che lo condurrebbe alla follia e all’annullamento. L’angoscia di castrazione sprofonda tuttavia il soggetto in uno stato di sofferenza. Nell’ossessivo l’angoscia viene spostata nel pensiero, nell’isteria viene convertita nel corpo (erotizzazione diffusa del corpo e inibizione della zona genitale). Per Lacan: “dal punto di vista del godimento, il tirarsi indietro dell’isterica e il dubbio dell’ossessivo hanno la stessa funzione”1. Per entrambi, il fantasma di castrazione difende dal desiderio che aprirebbe la strada a un godimento insostenibile, minaccioso.

L’isteria sembrerebbe presente già nei tempi antichi, se è vero che in alcuni papiri egizi di 4.000 anni fa è possibile rintracciare descrizioni di sintomi molto simili a quelli che oggi definiamo isterici. Per altro il concetto di isteria si è molto femminilizzato da Ippocrate in poi. L’etimologia di isteria rimanda al greco hysteron, che è l’utero. Ma, se non è sbagliato dire che l’isteria ha a che vedere con la femminilità, dobbiamo chiarire in che termini, dal momento che abbiamo anche casi di isteria maschile. Della nevrosi ossessiva sembra invece non esserci traccia prima dell’avvento della religione giudaico-cristiana. Ciò che chiamiamo “nevrosi ossessiva” deriva dal francese “nevrose obsessionelle”, traduzione che lo stesso Freud diede del termine tedesco Zwangsneurosen, che tuttavia letteralmente significa “nevrosi di costrizione”. Per Freud la disposizione alla nevrosi ossessiva o all’isteria dipenderebbe dall’organizzazione sessuale che verrebbe a fissarsi a un certo punto dello sviluppo. In particolare, la nevrosi ossessiva sarebbe lo “stadio evolutivo” immediatamente precedente l’isteria, “uno stadio che precede la configurazione definitiva, lo stadio in cui le pulsioni parziali già cooperano nella scelta dell’oggetto, e quest’ultimo già si contrappone alla propria persona come estranea, ma il primato delle zone genitali non è ancora stato instaurato. Le pulsioni parziali che dominano questa organizzazione pregenitale della vita sessuale sono piuttosto quelle erotico-anali e quelle sadiche”. E aggiunge che:

“Saremmo spinti a supporre che la disposizione all’isteria e alla nevrosi ossessiva, le due nevrosi di traslazione vere e proprie con formazione sintomatica precoce, risalga alle fasi più recenti dell’evoluzione libidica. Sennonché, a che punto si potrebbe qui trovare l’inibizione di sviluppo e, soprattutto, in cosa differirebbe la fase sulla quale si fonda la disposizione all’isteria? Per lungo tempo non è stato possibile apprendere nulla in proposito, e i primi tentativi da me intrapresi per decifrare queste due disposizioni – l’esempio per esempio che l’isteria dovesse essere condizionata, nell’esperienza infantile, dalla passività, la nevrosi ossessiva dall’attività – dovettero essere ben presto respinti perché errati.”2

Discorso nevrotico e sessuazione

Perché la nevrosi ossessiva è sul lato maschile mentre l’isteria è piuttosto sul lato femminile? Dice Melman:

“Quando la bambina capisce come vanno le cose, si ritiene vittima di un danno irreparabile, allora reclama. Il bambino si ritiene vittima di una malattia e d’altronde va dalla mamma a dire: “Guarda soffro di un’erezione!”. Il maschietto ha una sola preoccupazione: come sbarazzarsi del sesso? Dunque la relazione è fra qualcuno che lo reclama e un altro che non pensa che a sbarazzarsene. Bisogna ben dire che le nevrosi sono un tentativo, un mezzo per sbarazzarsi del sessuale. Credo però che questo quadro abbastanza semplice, non si ami troppo rappresentarlo per un gran numero di ragioni. Nella clinica esistono uomini isterici e donne ossessive. Il versante su cui ci si pone, il versante logico, non dipende necessariamente dall’anatomia, l’anatomia non fa il destino. Ciò che fa il destino nella sessuazione è da quale versante ci si mette, ed è certo che si possono avere delle donne sul versante uomo e degli uomini sul versante donna, senza per questo che il loro comportamento sessuale manifesti delle trasgressioni. Certo ci sono molti uomini isterici, ma naturalmente i casi più frequenti sono di donne. C’è anche qualche donna ossessiva. Ciò che possiamo sottolineare è che si possono vedere delle nevrosi ossessive complete in un bambino di otto anni. Tutto il sistema è lì. Mostra tutta la forza della struttura che si stabilisce nell’infanzia.”3

Come si diventa uomini? Come si diventa donne? E’ importante distinguere innanzitutto la genitalità dalla sessualità. Maschi e femmine sono ovviamente ben riconoscibili dalla nascita, e dobbiamo ben supporre che un soggetto possa situarsi solo da una parte o dall’altra. Ma come avviene che un individuo possa dirsi uomo o donna, e che ruolo gioca, se ha un ruolo, l’anatomia in tutto ciò? Nel primo dei tre saggi sulla teoria sessuale, affrontando la questione dell’omosessualità, Freud fa propria e rielabora la teoria della originaria disposizione bisessuale, sostenendo il primato della pulsione sull’oggetto. Di fatto, la (omo)sessualità non può darsi come dato innato, né acquisito. Piuttosto secondo Freud, si tratta di “prendere in considerazione una predisposizione bisessuale”4. L’oggetto non sarebbe poi nemmeno così importante, dal momento che non è quello il fine della pulsione, ma solo ciò cui la pulsione si lega: “Come risultato generale notiamo che la specie e il valore dell’oggetto sessuale passano in secondo piano. Nella pulsione sessuale l’elemento essenziale e costante è qualcos’altro.” Freud trae le conseguenze del suo discorso quando arriva a dire il bambino alla nascita si trova nella condizione di “perverso polimorfo”, cioè potenzialmente in grado di assumere qualsiasi posizione nel discorso, rispetto al desiderio dell’Altro. La seduzione mostrerebbe bene questa disposizione infantile, perché a questa età gli argini psichici (disgusto, pudore e la morale) non sono ancora conosciuti. “La seduzione presenta precocemente al bambino l’oggetto sessuale, del quale la pulsione sessuale infantile da principio non dimostra avere alcun bisogno”5.

L’anatomia non è il destino, dunque, ma certo rappresenta per Freud un supporto immaginario consistente per il gioco di identificazioni in cui è preso il soggetto. Ipotizzare una predisposizione bisessuale ha permesso di rovesciare le questioni e di legarle alla clinica. Inoltre, ha permesso a Freud di fare alcune importanti distinzioni tra le antinomiemaschio/femmina, maschile/femminile, attivo/passivo, uomo/donna. Maschio e femmina indicano semplicemente il dato biologico, ciò che appare. Dato che non costituisce il destino dell’individuo, ma certamente qualcosa con cui dovrà confrontarsi. Spostare la questione dal biologico allo psichico non risolve le aporie, infatti anche le categorie di maschile e femminile si mostrano quantomeno lacunose. Se nei tre saggi Freud scriveva:

“La disposizione al maschile e al femminile sono riconoscibili dall’età infantile, prima della netta separazione che avviene con la pubertà. Lo sviluppo delle inibizioni della sessualità incontra minor resistenza e avviene prima nella femmina; l’inclinazione alla rimozione sessuale è in genere maggiore; le pulsioni parziali prediligono la forma passiva […] Con riguardo alle manifestazioni sessuali autoerotiche e masturbatorie, si potrebbe affermare che la sessualità delle bambine ha un carattere assolutamente maschile. Anzi, se si sapesse dare ai concetti “maschile e femminile” un contenuto più determinato, si potrebbe anche sostenere la tesi che la libido è, come regola e come legge, di natura maschile, sia che si presenti nell’uomo o nella donna e a prescindere dal suo oggetto, sia quest’ultimo uomo o donna.”6

ora, alla luce della stessa teoria della bisessualità, è costretto a rimetterne in discussione i termini:

“tutti gli esseri umani, in conseguenza della loro disposizione bisessuale, nonché della trasmissione ereditaria incrociata, uniscono in sé caratteri virili femminili, cosicché la virilità e la femminilità pure rimangono costruzioni teoriche dal contenuto indeterminato”7

Non solo, ma se la sessualità non è riducibile all’anatomia, alla biologia dei sessi, all’immaginario delle forme, allora maschile e femminile non coincideranno neanche con attivo e passivo. Anzi, proprio seguendo la teoria della bisessualità, ciascun individuo, maschio o femmina, potrà occupare delle posizioni attive o passive. Ad esempio, è ciò che si verifica nell’Edipo, dove “il maschio vuole soppiantare la madre come oggetto d’amore del padre, ed è ciò che noi chiamiamo impostazione femminea.”8

Alcune difficoltà in Freud sono dovute alla confusione tra pene e fallo. Se ci limitiamo a considerare il pene come organo e non come significante della mancanza e della differenza (cioè fallo), rischiamo di incappare in grosse difficoltà, mano a mano che affrontiamo la questione della sessualità. La sessualità esprime in definitiva una modalità di relazione con l’Altro. Quando quest’Altro è espunto, ci si relaziona con l’altro, cioè col simile. Ma un simile è tale in quanto non fa differenza, ed è qui secondo me una delle questioni dell’omosessualità. E’ appunto il tentativo di cancellare le differenze, e non il rapporto al pene in quanto oggetto anatomico. Oggetto che per altro è mancante nella bambina solo come supposizione, dunque a livello immaginario, non reale.

Come avviene secondo Freud questo ingresso nella sessualità? Per Freud il bambino è alla nascita potenzialmente perverso polimorfo, cioè non ha un oggetto sessuale definito, questo oggetto dipenderà da come si organizzerà rispetto ad alcuni passaggi fondamentali. Freud ha desunto dalla sua esperienza clinica con adulti una serie di fasi dello sviluppo sessuale del bambino, andando a rintracciare in ogni fase gli oggetti parziali su cui si appunta la libido e che permettono alla grammatica delle pulsioni di declinarsi. In particolare, ha individuato nella fase fallica una tappa cruciale per la definizione sessuale del soggetto. Che si tratti di un bambino o di una bambina, poco importa. Entrambi saranno chiamati a confrontarsi con la castrazione. Con una precisazione: “Mentre il complesso edipico del bambino crolla a causa del complesso di evirazione, il complesso edipico della bambina è reso possibile e introdotto dal complesso di evirazione”.9 Nel maschio la zona erogena è sempre la stessa: il glande. Per la bambina è inizialmente il clitoride. Nella pubertà per il maschio vi è un assalto della libido, per le donne una rimozione che colpisce soprattutto il clitoride, cioè una rimozione della vita sessuale maschile. Il cambio di zona direttiva è compiuto col passaggio dell’eccitabilità erogena dal clitoride alla vagina. “Per diventare donna è necessaria una nuova rimozione la quale annulla un elemento di mascolinità infantile e prepara la donna al cambiamento della zona genitale direttiva”. In questo cambiamento come nel sopravvento puberale della rimozione si trovano le condizioni principali del fatto che la donna sia soggetta all’isteria.

Attribuendo così tanta importanza a ciò che appare alla vista, Freud ha dunque posto particolare importanza alle immagini come organizzatrici della sessualità, che dunque procede in larga parte secondo un processo di identificazione. La formula della sessualità in Freud è rintracciabile in ciò che lega un soggetto all’oggetto che gli consente di raggiungere la meta della pulsione. Il soggetto è dunque già barrato, in quanto attraversato dalla pulsione, ed è in rapporto all’oggetto.

Con Lacan le questioni prendono una piega diversa. Lacan riprende la questione della castrazione e prova a darne una formulazione logica che tenga anche conto dei tre registri simbolico/immaginario/reale, distinguendo il piano simbolico del fallo da quello immaginario del pene. Che il pene sia l’immagine della differenza non toglie che a livello simbolico, inconscio, non funzioni come significante, ma non è scontato. Dire che l’anatomia non è il destino significa innanzitutto rilevare le difficoltà che si incontrano nel definire l’appartenenza sessuale, dal momento che il pene marca la differenza tra un maschio e una femmina, ma non basta a fare un uomo. Significa rilevare le impasse di un individuo nell’inscrivere la propria sessualità in uno dei due campi, a dispetto del dato biologico. Come sappiamo non c’è simmetria tra maschile e femminile. Non c’è simmetria perché il pene marca la differenza tra i sessi, e sta solo da una parte. Ma come può, il pene, diventare significante della differenza, della mancanza? Il fallo (simbolico) orienta il desiderio e dunque fissa anche dei limiti rispetto alla (dis)posizione perversa polimorfa del bambino. Per tutti la sessualità ruota intorno alla questione fallica: questo ci dice Lacan, che traduce questa logica in linguaggio matematico, dove il “tutti” viene espresso da un quantificatore universale (?) e pone la condizione, seguendo il principio di Goedel, che questo insieme possa dirsi consistente a condizione che ci sia un “uno” che non ne fa parte.

Per Lacan il modo in cui un parlessere si pone circa la castrazione costituisce il processo di sessuazione: la sessuazione “designa il modo in cui, nell’inconscio, i due sessi si riconoscono e si differenziano”10. Abbiamo visto che per Freud la castrazione avviene nella fase del primato del fallo. E’ l’esperienza della perdita più significativa, poiché avviene per l’irrompere sulla scena del padre, che rompe il legame a due madre-figlio. Per la bambina il complesso di castrazione porta ad un’invidia del pene, che poi si declina come desiderio di avere un bambino, ed è ciò che le porta a scegliere il padre come oggetto d’amore, orientandola verso l’eterosessualità. Per entrambi comunque il complesso di castrazione costituisce “la roccia su cui si frange l’analisi” e ciò che potrà costituire un limite nelle successive relazioni.

Lacan pone la questione in maniera diversa, lungo i tre registri del reale/simbolico/immaginario. In un primo tempo, sia il bambino che la bambina vorrebbero essere il fallo della madre, cioè l’oggetto del suo desiderio. Questo rapporto viene successivamente segnato dall’interdizione del padre simbolico, la cui legge deve essere però essere sostenuta dal discorso della madre, essendo per altro indirizzata non solo al bambino ma anche ad essa. Nel terzo tempo si riconosce il padre reale, colui che è supposto averlo, e colui che fornisce il supporto all’identificazione del bambino e mostra alla bambina da che parte volgersi per trovare il fallo.

“La castrazione, che separa dal corpo il fallo, trasforma nello stesso tempo quest’ultimo nell’oggetto del desiderio. […] In questo modo essa regola le modalità del godimento: autorizza e addirittura impone il godimento di un altro corpo (godimento fallico), pur ponendo ogni ostacolo al fine di evitare che l’incontro sessuale possa mai essere una unificazione.”11

La paura della castrazione, con cui nel maschio si chiude l’Edipo, provoca la perdita definitiva dell’oggetto parziale, l’oggetto a; la relazione biunivoca che il soggetto della castrazione intratterrà con l’oggetto sarà descritta dal mathema del fantasma: $ ? a.

L’uomo è fallico e dunque soggetto alla castrazione. Il suo godimento è fallico e vi accede con la mediazione del fantasma ($ <> a). La donna è non-tutta e accede ad un godimento supplementare, non sostenuto da alcun oggetto. La donna non è tutta castrata: non manca di niente e non è a rischio di castrazione, ma come essere parlante non può che esserlo. Un fantasma di castrazione può persistere, un sentire che le sia stato sottratto o non dato qualcosa.

Guardando lo schema, a sinistra tutti sono sottomessi alla castrazione, a patto che ce ne sia uno che non lo sia, e che da consistenza all’insieme. C’è un Padre, il padre morto, la cui legge è accettata dagli altri, che si riuniscono nel suo nome e in questo modo si riconoscono. Il Nome del Padre introduce lo zero, cioè rende numerabile una serie. Fonda la dinastia.

A destra, invece, non tutti i parlesseri sono sottomessi alla castrazione e non esiste un parlessere non soggetto alla castrazione. A differenza che nell’uomo, in cui non tutti gli individui sono soggetti alla castrazione, e solo uno non vi è soggetto, qui non è quantificabile quanti non lo siano. Cioè più di uno sono i parlesseri che non si sottomettono alla legge fallica, dunque non c’è La donna che si distingue in quanto tale, dunque non c’è il Nome della Madre. Non si trasmette il nome della Madre, La donna non esiste.

Come può accorgersi il soggetto che c’è sempre dell’Altro? Accettando la castrazione, cioè riconoscendo di non poter essere il fallo, né di averlo mai veramente. Lo dice Freud, che si tratti di un bambino o di una bambina, poco importa. Entrambi sono chiamati a confrontarsi con la castrazione! E da come ciascuno si porrà rispetto alla castrazione, dipenderà quella che Lacan chiama sessuazione. E’ anche per riprendere la teoria della originaria disposizione bisessuale che Lacan disegna le due tavole, che rappresentano i registri maschile e femminile, entro cui i parlesseri sono chiamati a situarsi. Parlesseri, indicati con una X, dunque non maschi o femmine, non già uomini o donne. Per ciascuno vi è la possibilità di situarsi in uno dei due registri, ma ciascuno è chiamato a compiere questo passo. La clinica mostra bene gli effetti dei tentativi fatti per non inscriversi da nessuna delle due parti: rimozione, diniego, forclusione, ovvero nevrosi, perversione e psicosi. La castrazione è infatti una perdita immaginaria, ma di fatto è ciò che da accesso al simbolico, ciò che fa parlare il soggetto. Allo stesso modo, l’ inscriversi in uno dei due registri delle tavole della sessuazione, non è che una perdita immaginaria per il parlessere (perdita di totipotenzialità, di indistinzione originaria), che solo a seguito della sessuazione potrà invece sostenere, nel simbolico, posizioni maschili e femminili. Ma come si traduce la castrazione? Significa che l’uomo non è il fallo (come invece vorrebbe essere il bambino per la madre), e ce l’ha solo immaginariamente. La donna invece non ce l’ha, ma può identificarsi lei stessa con l’oggetto del desiderio dell’uomo, e dunque esserlo. E aggiunge Lacan, può esserlo solo a patto di non averlo. Significa che ciascun parlessere, essendo preso nel linguaggio, non può dire tutto, non può dire ciò che vuole, non può controllare la parole. La castrazione è prodotta dal solo fatto di doversi inscrivere nel linguaggio: è prodotta dal solo fatto di dover parlare! Ma così come non si può mai arrivare a dire tutto, così non si può arrivare ad un oggetto sessuale totale. Si può solo “assumere la castrazione” e cominciare a parlare.

Posta la castrazione, il soggetto può infatti prendere due strade. Può temerla, e in questo modo rimanere in una posizione di obbedienza, rivalità, ma in fondo sempre di profonda dipendenza rispetto al padre. Oppure può assumerla, come mancanza, e farne un punto di partenza per cercare di orientare il proprio desiderio altrove rispetto all’ideale paterno. Della sessualità di un soggetto non ci informa dunque solo il tipo di scelta oggettuale, ma soprattutto la relazione che il soggetto intrattiene con esso, la “grammatica” delle pulsioni. La sessualità esprime in definitiva una modalità di relazione con l’Altro. Da che parte si pone l’ossessivo? E’ in posizione maschile, ma non vuole occuparla. Per difendersi può comportarsi come se fosse a destra (nelle tavole della sessuazione), come nella posizione femminile, per non assumere la soggettività. Però non è in posizione femminile, non si fa oggetto, anzi spesso è preoccupato dal poter essere omosessuale. Al contrario l’isterica si colloca nella parte destra; è divisa tra i due godimenti, “tiranneggiata dalle due frecce”12, e trova fondamento e limite solo se “fa” l’uomo. Mantiene un rapporto con il fallo, anche se per lei è lontano; può ad esempio identificarsi ad un significante fallico ed essere nella rappresentazione. È da notare che “se fossimo invece in un caso di psicosi, in riferimento al fallo non ci sarebbe freccia, sarebbe tagliato il rapporto con il fallo, e la paziente sarebbe soltanto tirata verso S(A)/”.13

1 L’isteria in 50 citazioni tratte da scritti e seminari di Jacques Lacan, http://www.associazionesalus.it/Lacan/lacan_50.pdf

2 Freud S. (1913), La disposizione alla nevrosi ossessiva. Opere, Vol. 7, p.237

3 Melman C. (2001), La nevrosi ossessiva, http://www.lacanlab.it/clinica/articolo.php?id=18

4 Freud S. (1905), Tre saggi sulla teoria sessuale, Opere, Vol. 4,p.459

5 Ibidem, p. 500

6 Ibidem, p.525

7 Freud S. (1925), Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi, Opere, vol. 10, p. 217

8 Ibidem, p. 219

9 Ibidem, p. 215

10 Chemama R., Vandermersch B. (1998), Dizionario di Psicanalisi, alla voce: Sessuazione

11 Ibidem, p. 307

12 Martine Lerude, intervento a Torino in occasione della giornata di studio “Cosa intendiamo per sessualità in psicoanalisi?”, sabato 7 giugno 2008

13 Ibidem

 

Buone maniere tra cura e disciplinamento del corpo. Il contributo dei galatei

Nella ricostruzione di una storia del corpo e della corporeità un contributo interessante può essere dato dall’analisi dei galatei, quei trattati di buone maniere, letterariamente appartenenti ad un genere “minore‟, che nel corso dei secoli, hanno avuto un ruolo formativo essenziale e un peso nel delineare le pratiche di cura e di disciplinamento del corpo.

Il galateo, a partire da quello più noto il Galateo di Monsignor Della Casa, edito postumo nel 1558, – di cui si ebbero 38 edizioni in 42 anni e che vide oltre 170 edizioni prima della fine del Novecento, tradotto sia in francese che in tedesco, inglese e spagnolo (Santosuosso 1979) – è stato a lungo considerato uno strumento essenziale di formazione per le classi sociali aristocratico-borghesi: nei collegi gesuiti vi era l‟abitudine di leggerne alcune pagine agli allievi la sera prima di andare a dormire, e gli stessi giovinetti, prima di entrare in collegio, talvolta ricevevano queste opere in dono dai padri preoccupati che acquisissero le regole di comportamento necessarie per entrare in società (Brizzi 1976, p. 237).

corpo

I galatei, nel loro pratico formato da tasca, si prestavano ad essere letti in viaggio, consultati nel momento del bisogno e si adattavano, con il trascorrere dei secoli, a dare consigli di comportamento per i mutati tempi storici, accogliendo cambiamenti sociali, politici, culturali. Si hanno così, insieme ai galatei per le classi nobili del Rinascimento, galatei borghesi nel Settecento e nell’Ottocento (Gioia 1848, Nevers 1883, Torriani 2000), così come innumerevoli galatei per l’istruzione del popolo dopo l’unità d’Italia (Pardi 1866).

Nei galatei ritroviamo precetti comportamentali differenziati in base al genere e all’età (Rodella 1871, 1873), oltre che alle diverse circostanze di sociabilità come pranzi, visite, balli, conversazioni, villeggiature.

Queste piccole opere sono disseminate di precetti che riguardano il corpo, un corpo da educare, da disciplinare, da controllare, ma anche da curare, da promuovere in quanto strumento per entrare in relazione con il mondo e risultare graditi agli altri.

Per la ricostruzione di una storia dell’educazione del corpo il galateo diviene così, insieme ovviamente a molte altre fonti (iconografiche, archivistiche, letterarie, autobiografiche), uno strumento molto interessante di analisi per comprendere l’evoluzione, i cambiamenti, ma anche le permanenze di lunga durata (come ad esempio l’uso della forchetta a tavola o l’uso del fazzoletto) dei precetti e degli usi che coinvolgono la corporeità.

Questo valore di preziosa testimonianza è inoltre duplice perché il galateo ci indica, al contempo, sia il dover essere, il comportamento attendibile, a cui si deve mirare, ma anche l’essere, il comportamento da bandire, da evitare, da rifiutare e per questo probabilmente presente e diffuso. Dice ad esempio Monsignor della Casa: «non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel cospetto degli uomini; né, quelle finite, rivestirsi nella loro presenza» (Della Casa 1999, p. 61) – pratica che doveva essere ancora abbastanza diffusa nel Cinquecento (Vigarello 1987) – «non si devono ancor tener quei modi che alcuni usano; cioè cantarsi frà denti, o sonare il tamburino con le dita, o dimenar le gambe; perciocché questi così fatti modi mostrano, che la persona sia non curante d‟altrui» (Della Casa 1999, p. 68) e ancora «non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino e guatarvi entro; come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal cèlabro» (Della Casa 1999, p. 62).

I galatei parlano del corpo, essenzialmente, sotto due diverse ottiche, tra loro ovviamente integrate e interdipendenti, ma che trovano generalmente diversa trattazione all‟interno di queste opere: vi è prima di tutto un corpo organico che viene preso in considerazione, sia nel galateo del Della Casa che nei galatei successivi, quel corpo “materia tangibile e visibile”, secondo la definizione del Vocabolario della Crusca del 1612, che richiede cure e attenzioni “igieniche”. È questo il corpo organico, fisico, anatomico che veniva, nel Rinascimento, osservato da Michelangelo o da Leonardo negli studi preparatori sul nudo o studiato dall’anatomista Andrea Vesalio, così come lo troviamo raffigurato nel celebre frontespizio del De humani corporis fabrica del 1543.

Questo corpo “fisico”, “naturale”, “nudo” deve essere curato nell’intimità della propria camera, al riparo da sguardi indiscreti. È un corpo da coprire, da celare, da non mostrare in pubblico. È assolutamente sconcio costume – afferma il Della Casa – quello «di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien loro voglia» ed è assolutamente da evitare lo spogliarsi e lo scalzarsi davanti ad onesta brigata perché potrebbe accadere che «quelle parti del corpo che si ricuoprono si scoprissero con vergogna di lui e di chi le vedesse» (Della Casa 1999, p. 61).

Al di là di questo corpo “naturale” da trattare nelle proprie camere, da non mostrare in pubblico, da celare allo sguardo, vi è un corpo socializzato, vissuto, agito nella relazione con gli altri, col mondo. Un corpo “costumato” che va educato in modo capillare e minuzioso al fine di acquisire quella “seconda natura”, quell’habitus che, rifiutando i modi “rozzi e incivili”, lo renda, «in comunicando ed in usando con le genti», «costumato e piacevole e di bella maniera» (Della Casa 1999, p. 58).

È su questo secondo fronte che il galateo, come fonte storico-educativa, ci offre innumerevoli informazioni su cui riflettere in relazione alla corporeità: il corpo/soggetto/persona comunica e agisce nel mondo con ogni suo più piccolo gesto. Il modo di conversare, la postura del corpo, l‟atteggiamento e i modi di comportarsi nei diversi luoghi di sociabilità permettono di interpretare la personalità del soggetto, di coglierne lo status sociale, di comprenderne la distanza dal rozzo e dal villano.

Sebbene nel corso dei secoli, dal Cinquecento all’Ottocento, le motivazioni a sostegno del codice comportamentale dei galatei mutino con il mutare dei contesti storici, politici e sociali, il corpo “costumato”, rivestito della sua “seconda natura” sociale, rimane al centro di attenzioni costanti. Il contegno e la postura del corpo – controllato fin nei più semplici gesti, ma senza affettazione, con naturalezza –, la scelta degli abiti – mai troppo eccentrici, ma sempre misurati e adatti alla circostanza –, le regole della conversazione (Craveri 2002) – con i rituali legati alla piacevolezza dei modi e alla decenza dei comportamenti, alle regole del parlare e del tacere a tempo debito, alle regole della prossemica, al controllo della gestualità –, gli atteggiamenti nei confronti dei diversi attori sociali, dalle donne ai bambini, dagli anziani ai servi – fondati in generale sul rispetto, ma ognuno con gesti e modi specifici (Gioia 1848) – sono temi costanti dei galatei che li ripropongono di volta in volta, seppur rivisti e riadattati – secondo la classica dicitura – “ai tempi presenti”. Ciò fa sì, nell‟ottica di una lettura archeologica della storia dell‟educazione del corpo, che si possano studiare i percorsi che hanno portato, nel tempo, a rendere stabili e durature certe regole di comportamento di cui non ravvediamo più l‟origine, così come ad individuare molte pratiche superate e cadute in disuso.

È un patrimonio di riflessione senza dubbio importante, non solo in relazione al passato, ma in relazione ai codici comportamentali del presente, a cui i galatei, insieme a molte altre fonti storiche, possono dare un sostanziale contributo di lettura e ricostruzione, aprendo anche a scenari di indagine che sicuramente meritano di essere ulteriormente indagati, come ad esempio la storia della corporeità al femminile o infantile, storie dense ancora di molti silenzi.

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Lolita (1962): Nabokov & Kubrik

Goditi “Lolita” on line

Lolita

Dal romanzo (1955) di Vladimir Nabokov: intellettuale cinquantenne si fa mettere i sensi in fantasia da un’aizzosa quattordicenne e, per starle vicino, ne sposa la madre vedova. È una passione senza speranza, un gorgo nel quale sprofonda fino all’omicidio. Poco apprezzato dalla maggior parte dei pedanti critici dell’epoca, il 1° film britannico di Kubrick migliora ogni anno che passa: anche a livello stilistico e drammaturgico, la scrittura filmica rivela le sue qualità, reggendo il confronto con la capziosa prosa di Nabokov. Più che un dramma, è una inventiva e persino divertente commedia nera in cui si riconoscono diversi temi del successivo cinema kubrickiano. Recitazione ad alto livello con un Sellers straordinario nel suo proteiforme istrionismo. Durante le riprese la Lyon aveva 13 anni, ma col suo sessappiglio ne dimostrava 3 o 4 in più. Ridistribuito in Italia nel 1998.

Rifatto nel 1997.AUTORE LETTERARIO: Vladimir Nabokov

Un film di Stanley Kubrick. Con James Mason, Shelley Winters, Sue Lyon, Gary Cockrell, Jerry Stovin.

Peter Sellers, Diana Decker, Lois Maxwell, Cec Linder, Bill Greene,Shirley Douglas, Marianne Stone, Marion Mathie, James Dyrenforth, Maxine Holden, John Harrison

 Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 152′ min. – Gran Bretagna, USA 1962.MYMONETRO

Questo Stanley Kubrick nel film “lolita” tocca un tema universale: fin quando l’amore, i sentimenti , il desiderio, il sesso con minori sono giustificabili?Quando tali approcci divengono pedofilia e quindi attività perseguibile penalmente? Quale è lo spartiacque fra un sentimento possibile e quello aberrante?
La risposta richiede prima una collocazione culturale: le differenti età non contano in molti paesi indiani ed islamici ma anche in molti paesi poveri: la differente età viene vista anche per la donna come occasione di” maggior sicurezza sociale”.
C’è chi  ribatterà dicendo: ma in questi paesi la donna è sottomessa , quasi schiavizzata, esautorata di potere decisionale..
Si è vero. Vorrei ora parlare di questo problema con il cuore. E’possibile che due si amino “senza carta di identità”? La nostra risposta e sì: però si ama solo una donna ,non una bambina , e donna cioè colei che ha oramai fisicamente ed sessualmente tutti i comportamenti e richiami sessuali in senso lato; colei che ,avendo un fisico da donna, anche se ancora molto giovane, ha in se tutti i richiami normali che possono risvegliare un uomo.
La tutela giuridica della parte più debole, nel nostro caso la minore, è giustificata dal timore, anzi dalla certezza che la volontà di una ragazza può essere “coartata per mancanza di consapevolezza”. Bene, anche se so che troverò dissenzienti,affermo.,da uomo libero ,che l’amore vero ,raramente è possibile anche per una minore. L’amore è un energia che comanda l’intero universo: ma la società giudica, condanna, imprigiona libertà, anche se pulite, fissando regole rigide, “indiscutibili”: l’amore di un maggiorenne con una minore è reato e va perseguito ma se è amore vero e  libera scelta? Per tornare al film del grande Kubrick la risposta a questo tema è drammatica: “il tempo separa e quindi non unisce: l’amore tra generazioni diverse è sempre drammatico” Jams Meson e Sua Lyon non potranno mai unirsi perché il gioco delle parti non lo consente e neppure la società lo vuole.


Lo sviluppo del femminino sacro in Egitto

Per una donna del mondo antico vivere in Egitto era preferibile rispetto al vivere in qualunque  società coeva. Sorprendentemente, le donne in Egitto godevano di uno status sociale più elevato rispetto alle donne provenienti da tutte le altre civiltà più importanti, come quelle di Roma e della Grecia: la società dell’antico Egitto era matrilineare con il lignaggio che veniva  tracciato attraverso la donna e, conseguentemente, anche con passaggi di eredità che avvenivano per linea femminile, i diritti femminili erano fortemente rispettati con la possibilità per le donne di partecipare al sistema politico, di amministrare proprietà e di scegliere i propri partner e, in linea generale, il genere femminile era visto come soffuso da un alone mistico, legato alle sue capacità procreative[1]. Persino la prostituzione (forse praticata anche per il suo significato sacro) era una professione rispettata in una società fortemente sessualizzata, che poneva un forte accento sulla fertilità e che riteneva che l’attività sessuale sarebbe proseguita anche nella vita ultraterrena[2].

In queste circostanze, è facile rendersi conto come la mitologia religiosa riflettesse un equilibrio tra maschile e femminile con poche contraddizioni derivanti da repressi conflitti sessuali e di genere e come essa raffigurasse le donne in forma realisticamente sfaccettata, come capaci di nutrire il genera umano e come tali da venerare, ma allo stesso tempo anche come esseri da temere per lo loro capacità di togliere quella stessa vita che creavano: si veniva così a creare, a livello sacrale, un equilibrio uomo-donna inesistente nella maggior parte delle principali religioni odierne, tendenti  alla patriarcalità[3].

Conseguentemente, le dee femminili egizie, pur nella tipizzazione stereotipica normale nelle caratterizzazioni mitologemetiche, rappresentano lati di ambivalenza erotico-thanatica molto marcati, come è facilmente visibile anche solo da una rapida scorsa delle principali divinità.

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Forse una delle donne più note nella mitologia egizia, era la dea Iside, moglie di Osiride, che, nel corso degli anni, assunse un certo numero di ruoli differenti: nel “Libro dei Morti” Iside era considerata come colei che concedeva la vita e forniva cibo ai morti, dei quali era anche uno dei giudici. Era, inoltre conosciuta come un grande maga, famosa per l’uso delle sue abilità creative. Ma, soprattutto, Iside era ritenuta, a partire dall’inizio della storia d’Egitto fino alla sua fine, come la più grande dea del pantheon egizio: era conosciuta come la dea madre e benefica il cui amore comprendeva ogni creature e che manteneva il legame vitale tra le divinità e l’umanità e come il più puro esempio di moglie e madre amorevole, elemento questo che la rendeva amatissima dal popolo[4]. Madre e sposa, dunque, ma anche donna capace di qualunque azione per raggiungere i suoi scopi (per altro sempre positivi): proprio in questo senso si parlava di figure sfaccettate mai unidirezionali, riflesso di una visione realistica della femminilità.

Un altro esempio in questo senso è fornito dalla dea Ma’at, la dea della legge fisica e morale dell’Egitto e, in generale, dell’ordine e della verità, moglie di Thoth e madre di otto figli che sarebbero divenuti le otto principali divinità di Hermopolis come reggitori della Terra e di tutto quanto è in essa[5]. Ma’at, di base, è colei i cui principi sono stati fissati come capisaldi quando il mondo è stato creato e il caos è stato eliminato: di conseguenza gli Egizi credevano che se il faraone non fosse riuscito a vivere secondo tali principi e a mantenerli vivi, il caos sarebbe tornato in Egitto e nel mondo e tutto ciò che esisteva sarebbe stato distrutto[6]. Ma’at era anche colei che più di ogni altra divinità era incaricata di giudicare i morti: i loro cuori venivano soppesati dalla dea mettendo come contrappeso una  piuma e se i cuori bilanciavano la piuma, le anime dei defunti erano libere dal peso del peccato e veniva loro concessa la vita eterna[7]. Infine la dea aveva il ruolo di determinare il corso che la barca del sole avrebbe preso attraverso il cielo ogni giorno, in una ulteriore sottolineatura del ruolo decisionale condiviso tra divinità maschili e femminili[8]. Anche in questo caso, comunque, troviamo la stessa ambivalenza erotico-thanatica del femminino: Ma’at ordina il creato, ma è anche giudice inflessibile, pronta a scacciare le anime dal “paradiso” se indegne.

Un ulteriore rappresentazione di tale ambivalenza è data dalla dea Hator, spesso rappresentata da una mucca dalle lunghe corna, il cui ruolo era quello di sovraintendere all’amore e che, per estensione, era anche nota come divinità della felicità, della danza e della musica e protettrice delle donne. E’ interessante notare come questa divinità giochi un ruolo diverso nell’evolversi della mitologia egiziana: inizialmente era conosciuta come la madre del dio Horus, venendo però poi  sostituita da Iside in questa funzione nello sviluppo delle leggende religiose e assumendo, come “rovescio della medaglia”, anche la funzione di “Sekhmet”, la dea creata da Ra per distruggere gli uomini che si erano a lui ribellati, così feroce che anche quando Ra cambiò idea e decise di salvare il genere umano, nessuno riuscì a fermare il suo sterminio fino a che Ra stesso non intervenne tramutando il sangue di cui si nutriva in birra per farla ubriacare. A Dendera, la città in cui il suo culto era particolarmente sentito, però, Hator veniva venerata anche come dea della fertilità e del parto, mentre a Tebe era conosciuta come Dea dei morti e, in periodo tolemaico, venne assimilata ad Afrodite[9].

La disamina della complessità del femminino sacro egizio potrebbe continuare ancora a lungo, dal momento che pressoché ogni divinità presenta le stesse caratteristiche di dualità. Brevemente possiamo, ad esempio, ricordare:

–       Meretserger, Dea della Valle dei Re durante il Nuovo Regno, nota per essere insieme pericolosa e misericordiosa, capace di punire i peccatori e i bugiardi con cecità e morsi di serpente e feroce nella sua lotta contro l’iniquità, ma anche protettrice dei lavoratori dei templi;

–       Anquet, antichissima dea dell’acqua dal Sudan, assorbita dalla religione egizia come Dea dell’isola di Sahal e della lussuria, con tutto quello che, in termini di piacere e follia, ciò poteva comportare;

–        Bastet, conosciuta per il suo ruolo di dea del fuoco, dei gatti, della casa e delle donne in gravidanza, nota per essere docile e gentile nel suo ruolo di protettrice del focolare, ma descritta anche come aggressiva e feroce nei racconti delle battaglie combattute dal faraone;

–       Neith, una delle più antiche dee egizie, in origine dea della guerra e in seguito divenuta dea della tessitura;

–       Qetesh, divinità di origine semitica,  dea della natura, dell’estasi sacra e del piacere sessuale il cui culto divenne molto popolare nel Nuovo Regno, ma che, proprio nel rapimento dell’estasi, era in grado di assumere il ruolo vindice di Hator, alla quale era in alcuni casi assimilata[10].

Tentando di riassumere in macro-categorie i ruoli comuni per le donne nella mitologia egizia, potremmo, pur con una certa dose di generalizzazione, suddividere la figura sacra femminile in tre funzioni principali.

1) La madre

Le donne del pantheon egiziano (e, ancora una volta è il caso di ricordare che esse erano un riflesso del ruolo femminile nella società egiziana) erano definite in primo luogo dalla loro capacità di partorire. Da tale capacità derivava, come corollario, la capacità di sostenere e dare nutrimento e, quindi, di proteggere il popolo. Si tratta, indubbiamente, della caratteristica più amata e adorata dai fedeli ed è probabilmente per questo che Iside, che rappresenta le virtù generative al massimo grado, diventa la dea principale della mitologia egizia, nelle sue caratteristiche di divinità protettrice, in primo luogo del principio maschile che le sta a fianco: quando suo marito, il re Osiride, viene ucciso dal fratello geloso Seth che h intenzione di usurparne il trono, Iside recupera il corpo dello sposo, i cui pezzi erano stati sparsi da Seth per tutto l’Egitto, lo rimette insieme, lo mummifica e, infine, attraverso la pratica mistica, gli ridà vita, facendo di lui il dio degli inferi. Così viene reso il ruolo femminile di “donatrice di vita” a cui segue, nella mistica popolare, il ruolo di madre, che ne risulta ovvia conseguenza e che viene reso dipingendo Iside anche come protettrice del figlio Horus che lei riesce a rendere re per diritto di nascita, favorendone la vendetta contro Seth[11].

2) L’amante / prostituta

Come accennato gli egiziani godevano del sesso apertamente e liberamente: era assolutamente normale per le giovani donne non sposate avere rapporti sessuali e anche la prostituzione era non solo accettata ma anche molto apprezzata, tanto che le prostitute avevano un elevato status sociale e la loro pratica della sessualità era assimilata a qualcosa di addirittura superiore ad un rituale sacro nel momento in cui esse erano in realtà percepite come sacerdotesse che eseguivano riti sessuali sacri nel momento in cui il sesso portava a un concepimento. La prostituzione sacra e generativa era a tal punto venerata che persino Iside venne mitologicamente  legata a tale pratica, allorché nel corso degli anni, mentre era la ricerca di parti del corpo sparse del marito morto, essa venne dipinta anche come una prostituta di Tiro[12].

Quello che va notato è che, comunque, la sessualità non viene mai adorata come fine a se stessa, ma sempre come atto passibile di generatività, in una riproposizione del quadro maternale/creativo precedente, in cui, a seguito della sacralità del possibile risultato dell’atto sessuale, si estende l’alone sacrale all’atto stesso, in qualsiasi sua variante.

3) La guerriera

Così come le donne sono descritte come donatrici di vita, vengono anche spesso ritratte come distruttrici di vita. Paradigmatico è il caso citato ai Sekhmet, ma abbiamo visto che una tale caratteristica sia presente in gran parte delle divinità.

Anche in questo caso, però, la visione della donna guerriera è un elemento derivato. Se, infatti, l’ira femminile viene considerata terribile, come specchio di una società in cui le donne hanno piena possibilità espressiva, essa, nella mitologia egiziana, non è mai dovuta a gelosie, ripicche o odi personali, ma a un desiderio di difesa del creato cioè del prodotto della generatività: la dea diviene guerriera implacabile per difendere la sua prole, per difendere l’ordine cosmico, per difendere il padre… Insomma, la dea guerriera è, in fondo, il riflesso della dea generatrice, nel momento in cui conserva ciò a cui ha dato vita e nel momento in cui uccide compiendo, in ultima analisi, un atto di conservazione dell’esistenza stessa, minacciata in qualunque modo[13].

Ecco, allora, che l’intera essenza del femminino sacro egizio può essere in fin dei conti, ricondotta al minimo comun denominatore dell’archetipo della “dea madre”, di cui, in diverse articolazioni, vengono continuamente riproposti gli elementi salienti.

E’ particolarmente significativo che in un universo religioso molto fluido come quello egiziano, con continui atti di sincretismo e assorbimento di divinità straniere, nuove o locali, si assista ad una progressiva ascesa de culto di una divinità Mut, che sembra assommare e delineare in modo più preciso proprio quelle caratteristiche della “dea madre” che, fino al periodo della XVIII Dinastia, erano state distribuite in forma più disseminata tra dee diverse.

Lo sviluppo del culto di Mut è interessante, nella sua evoluzione, proprio in relazione a tale progressiva focalizzazione. Inizialmente “Mut” era un titolo attribuito alle acque primordiali del cosmo, impersonificate nella cosmogonia Ogdoad, durante quello che viene chiamato Antico Regno, tra II e VI Dinastia (databili tra il 2.686 e il 2.134 a.C.), dalla dea Naunet. Tuttavia, la distinzione tra maternità e acqua cosmica viene in seguito resa palese e portata alla statuizione della separazione di queste identità: Mut viene così a guadagnare aspetti di una dea creatrice vista come la madre primordiale da cui è emerso il cosmo.

Non è un caso che i geroglifici del nome Mut e del termine “madre” siano uguali e siano dati da un avvoltoio bianco, che gli Egizi credevano essere una creatura molto materna per la mancanza di evidenti dismorfismi sessuali tra maschi e femmine della stessa specie, tanto da portare a credenze partenogenetiche nei suoi confronti (si credeva che tutti gli avvoltoi concepissero i loro figli dal vento).

Molto più tardi in una serie di miti originari di Tebe, l’idea di generatività assoluta di Mut sembra venire a decadere nel momento in cui si dichiara che, essendo Mut increata e senza genitori ma sorta dal nulla, fosse per lei impossibile avere figli naturali ma fosse costretta a adottarne uno. In realtà, però, non ci troviamo di fronte a una negazione del concetto di “dea madre”, quanto piuttosto ad un suo allargamento: nel momento in cui Mut adotta figli non generati direttamente da lei, diviene madre adottiva universale, genitrice vicaria dell’intera umanità. Nel ciclo tebano inizialmente l’adozione diretta avviene su Menthu, dio della guerra, a simboleggiare il completamento dei principi maternali femminili con quelli guerrieri maschili, ma, in seguito, dal momento che l’Isheru, il lago sacro al di fuori antico tempio di Mut a Karnak, era a forma di una falce di luna, si decise di sostituire Menthu con Khonsu, dio della luna, che, comunque, racchiudeva in sé principi androgeni e lunari (quindi femminili).

Con lo sviluppo della potenza tebana, il culto di Mut finì per assorbire le divinità patrone di Basso e Alto Egitto, Wadjet e Nekhbet e le rispettive raffigurazioni protettrici (in entrambi i casi una leonessa) Bast e Sekhmet: così Mut divenne, prima di tutto, Mut-Wadjet-Bast, poi Mut-Sekhmet-Bast (Wadjet era stata assorbita da Bast), poi, assimilando anche Menhit, un’altra dea leonessa, moglie del figlio adottato, diventò Mut-Sekhmet-Bast-Menhit, e, infine, in un processo di semplificazione, Mut-Nekhbet.

Più tardi, allorché in tutto il Paese si diffuse una religione unificata, in cui le antiche divinità del pantheon venivano identificate come coppie uguali, controparti femminili e maschili con le stesse funzioni, Mut subì ulteriori evoluzioni: quando, nel tardo Medio Regno, Tebe impose il suo patrono, Amon, come divinità principale, Amaunet, che era stata la sua controparte femminile, fu sostituita con una più sostanziale dea-madre, che desse conto della paternità universale di Amon (e del suo rappresentante faraonico) sull’Egitto e Mut divenne sua moglie (adottandone, come visto, il figlio Khonsu, unione dei principi paternali e maternali).

Solo quando l’autorità di Tebe decrebbe e Amon venne inglobato nella nuova divinità Amon Ra, Mut, la madre affettuosa, fu assimilata a Hathor, riprendendo, in un nuovo progressivo processo di semplificazione teologica, caratteristiche di generatività diretta come madre di Horus e, infine, venendo inglobata, dopo la rivoluzione del culto di Aton e in un ulteriore passaggio semplificatorio che portò alla sparizione (tramite sincretismo) di un numero notevole di divinità, nel culto di Iside che si diffuse in tutto il bacino mediterraneo[14].

Con Mut, in ogni caso, vediamo l’apoteosi del culto universale della “dea madre”, presente fin dai primordi della civiltà egizia e mai morto (per quanto assorbito, in fase finale, nella triade divina che rispecchia il senso del nucleo familiare e la perpetuazione dell’esistenza ad esso correlato e in cui Iside assomma tutte le qualità del femminino sacro), fino allo sviluppo del Cristianesimo, che imporrà la sua visione teologica androcentrica di stampo semita.

 Bibliografia

[1] G. Robins, Women in Ancien Egypt, Harvard University Press 1993, passim

[2] J. Tyldesley, Daughters of Isis: Women of Ancient Egypt, Penguin 1995, pp. 18 ss.

[3] D.B. Redford, The Ancient Gods Speak: A Guide to Egyptian Religion, Oxford University Press 2002, pp. 36 ss.

[4] R.H. Wilkinson, The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt, Thames & Hudson 2003, pp.103-11

[5] Ivi, p.166

 [6] G. Pintch, Egyptian Myth: a Very Short Introduction, Oxford University Press 2004, pp. 43 ss

 [7] Ivi, p.46

 [8] R.H. Wilkinson, Citato, pp.112

 [9] V. Essene, T. Kenyon, The Hathor Material: Messages from an Ascended Civilization, S.E.E. Pub. Co., passim

 [10] H. Barker, Egyptian Gods and Goddesses, Grosset & Dunlap 1999, passim

 [11] G. Pintch, Citato, pp. 23 ss.

 [12] Ivi

 [13] G. Hart, Egyptian Myths, University of Texas Press, pp. 81-82

 [14] S.H. D’Auria, Servant of Mut: Studies in Honor of Richard A. Fazzini, Brill Academic Pub 2007, passim


La donna etrusca e la donna romana

La donna etrusca ricopriva ruoli importanti, come rivelato dalla presenza della trasmissione del cognome materno nelle iscrizioni funerarie; poteva avere schiavi ed aveva diritto ad un nome completo ed essere titolare di attività produttive ….

Nella civiltà Etrusca la condizione della donna era per certi versi privilegiata, compaiono insieme con i mariti nelle scene di banchetto comuni nell’arte funeraria, sarcofagi, rilievi e pitture. Questo fu motivo di scandalo per molti scrittori greci, che consideravano questo tipo di condotta un chiaro esempio di depravazione morale etrusca, secondo lo storico greco Teopompo, le donne etrusche non solo condividevano la mensa con i propri mariti ma anche con altri uomini presenti al banchetto, arrivando perfino ad ubriacarsi e a rivolgere le proprie attenzioni nei confronti degli ospiti molto oltre il lecito, con l’inevitabile risultato che nascevano bambini di cui si ignorava chi fosse il padre.

La civiltà romana
Alcune fonti documentano che nei primi secoli successivi alla fondazione della città di Roma (753 a.C.) la religione locale onorava una figura femminile, presente in numerosi culti e conosciuta con diversi nomi: Mater Matuta, Feronia, Bona Dea, Fortuna e infine Tanaquilla.

Sulle condizioni di vita delle donne etrusche abbiamo numerosi racconti e descrizioni ad opera del greco Teopompo, che ne sottolinea la grande libertà: curavano il loro corpo, partecipavano ai banchetti insieme agli uomini, bevevano vino, e soprattutto allevavano i figli senza preoccuparsi di sapere chi ne fosse il padre.

Le donne etrusche godevano di una notevole libertà di movimento e di un certo prestigio: non più analfabete ma, anzi, colte, vivevano così con grande dignità e libertà un ruolo che però era sempre esercitato a livello familiare.

Anche i severi censori romani erano sgomenti davanti al fatto che le mogli degli aristocratici etruschi partecipassero tranquillamente ai banchetti standosene sdraiate sui letti del triclinio accanto ai loro mariti, spesso acconciate con bionde parrucche. Erano, questi, comportamenti da cortigiane, e nessuna seria matrona romana si sarebbe mai permessa simili libertà. Quando i Romani estesero il loro dominio sulle città etrusche imposero nuovi modelli di comportamento anche alle donne, che i sarcofaghi dell’epoca ci mostrano compostamente sedute ai piedi del letto su cui è disteso il marito.

Quindi la società etrusca non sembra essere matriarcale…. pertanto anche se in alcune fonti greche compare la parola “ginecocrazia”, questa è da intendersi con il significato di matrilinearità e cioè discendenza in linea materna. Un dato molto significativo è rappresentato dall’abitudine, riscontrata nelle iscrizioni tombali, di indicare anche il nome della madre dopo quello del padre: “Larth, figlio di Arruns Pleco e di Ramtha Apatrui”. Queste tradizioni onomastiche sopravvissero in Etruria pure dopo la romanizzazione; anche le iscrizioni in latino continuano a rispettare l’antica regola: “Lucius Gellius, figlio di Caio, nato da Senia”, oppure “Vibia figlia di Vibius Marsus, nata da Laelia”, in questi casi però il “figlio di” è seguito dal nome del padre, mentre “nata da” suggerisce una forma “d’uso” della madre come fattrice. Forse lo status femminile stava ormai offuscandosi.

Nella Roma arcaica il modello femminile era rappresentato da donne come Claudia e Turia, sulle cui lapidi sono incise lodi che ne esaltano la bellezza, la fedeltà e il senso di sottomissione al marito: la donna doveva infatti essere lanifica, pia, pudica, casta e domiseda. Tuttavia, alcune donne si dedicavano alle arti e alla letteratura o comunque proponevano un’immagine femminile diversa da quella tradizionale; queste donne facevano una scelta che la coscienza sociale non accettava: la donna diversa era considerata degenerazione, corruzione e pericolo, come possiamo vedere dalla dura repressione dei culti bacchici che furono stroncati nel 186 a.C..


Per le nozze di una vergine. Dylan Thomas

On the Marriage of a Virgin

 

Waking alone in a multitude of loves when morning’s light

Surprised in the opening of her nightlong eyes

His golden yesterday asleep upon the iris

And this day’s sun leapt up the sky out of her thighs

Was miraculous virginity old as loaves and fishes,

Though the moment of a miracle in unending lightning

And the shipyards of Galilee’s footprints hide a navy of doves.

 

No longer will the vibrations of the sun desire on

Her deepsea pillow where once she married alone,

Her heart sll ears and eyes, lips catching the avalanche

Of the golden ghost who ringed with his streams her mercury bone,

Who under the lids of her windows hoisted his golden luggage,

For a man sleeps where fire leapt down and she learns through his arm

That other sun, the jealous coursing of the unrivelled blood.

allabase 

Per le nozze di una vergine

 

Svegliandosi sola in una moltitudine d’amori quando la luce del mattino

Sorprese nell’aprirsi dei suoi occhi lunghi tutta la notte

Il suo dorato ieri addormentato sull’iride

E il sole d’oggi balzò al cielo fuori dalle suo cosce,

Fu la miracolosa verginità antica come i pani e i pesci,

Benché l’istante d’un miracolo sia un lampo senza fine

E i cantieri delle orme di Galilea nascondano una flotta di Colombi.

 

Mai più le vibrazioni del sole brameranno

Sul mare profondo del guanciale dove un tempo si sposava solitaria,

Il suo cuore tutt’occhi e orecchi, le labbra catturanti la valanga

Del fantasma dorato che accerchiò coi suoi fiumi il suo osso di mercurio

E tra le imposte delle sue finestre sollevò un aureo bagaglio,

Perché un uomo dorme dove il fuoco discese ed ella apprende dal braccio di lui

Quell’altro sole, il correre geloso del sangue senza rivali.

 


Simone Weil e la “percezione perfetta” del mondo

simone-weil-in-marseille L’estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. (Q, III, 364)

Universo, massa compatta di obbedienza con punti luminosi.

Tutto è bello. (Q, III, 415)

L’itinerario filosofico di Simone Weil può essere interamente interpretato come una lunga e approfondita indagine sulla percezione; questo problema filosofico, si configura da subito come basilare e si delinea come una ricerca sul significato della percezione, delle sue modalità, delle sue caratteristiche e della sua possibilità di approdare ad una forma perfetta.

Con questa breve indagine, vorrei tentare di far vedere come la ricerca di una perfetta percezione del mondo sia per Simone Weil così fondamentale da costituire realmente la spina dorsale di tutta la sua elaborazione filosofica, dai primissimi scritti liceali a quelli della maturità, passando attraverso gli scritti politici degli anni Trenta, per terminare con le ultime riflessioni mistiche dei Quaderni.

Per comprendere i termini della questione, penso che sia utile richiamare brevemente il contesto filosofico nel quale prende forma la domanda weiliana sulla percezione, ricordando l’importanza dei “maestri di percezione”, avuti da Simone Weil durante gli anni della sua formazione, ossia Alain e, indirettamente, Jules Lagneau.

Compito della filosofia è, in generale, aiutare l’uomo a comprendere il mondo in cui si trova a vivere dandogli, se possibile, alcune indicazioni sul modo per vivere meglio. Da questa constatazione elementare ha origine il tentativo di spiegare tutta la realtà, dal perché dell’esistenza al perché di questo tipo di esistenza; in ogni caso, però, l’interrogazione ha origine sempre da un uomo – o meglio una donna – di fronte al mondo. La comprensione di tutto – anche delle cose difficili – passa perciò inevitabilmente attraverso il corpo, perché solo attraverso questo l’uomo sente il contatto del mondo.

Per il solo fatto che abbiamo un corpo, il mondo è ordinato per questo corpo; esso è disposto in rapporto alle reazione del corpo.

Noi siamo ontologicamente determinati da un corpo e da una mente razionale, non possiamo mai, in nessun caso, dimenticare questa nostra costituzione perché è questa a determinare la possibilità del nostro rapporto con il mondo.

Noi conosciamo, astraiamo e formiamo dei concetti, con cui possiamo costituire in seguito metafisiche, partendo dal contatto con il mondo, e non possiamo mai dimenticare questa genesi “sporca”, ossia l’origine sensibile e corporea della conoscenza. La mente dipende strutturalmente dal corpo nel suo contatto con l’esterno, non può mai dimenticarsene, “L’anima è legata al corpo; e mediante il corpo, a tutto l’universo.”

Il lavoro filosofico di Simone Weil, sin dai primissimi scritti degli anni del liceo, tenta di indagare in profondità questa interdipendenza tra mente e corpo nella percezione partendo, secondo me, da una interpretazione molto particolare delle implicazioni delle due parti nella conoscenza. Ritengo che la soluzione adottata da Weil ricalchi, in un certo senso, la costruzione spinoziana di un parallelismo tra le idee e le cose, tra la mente e il corpo.

Un corpo umano è materia pesante, materia che si può illuminare, opaca alla luce, materia viva, materia unita ad un pensiero per mezzo di un legame misterioso ed in tal modo materia che partecipa a differenti equilibri.

Lo scopo della ricerca è sostanzialmente cartesiano, tuttavia la forma adottata è assolutamente spinoziana ed implica un maggiore peso della materia all’interno della problematica filosofica.

Ogni piano è caratterizzato da una propria norma di conoscenza pur dipendendo sempre dall’altro per completarsi; il problema fondamentale è non confondere mai i due piani e non pensare di trovare la razionalità nel sensibile e viceversa, perché altrimenti si cadrebbe nel gioco senza fine dell’immaginazione.

L’immaginazione è il peggior errore nel quale può incappare l’uomo, perchè a stento, spesso, la si distingue dalla reale conoscenza; per iniziare a capire di cosa si tratta, potremmo definire l’immaginazione come un “trasferimento nell’oggetto di ciò che ha luogo nel corpo del soggetto”.

I brani in cui Weil analizza la problematica dell’immaginazione sono talmente numerosi da rendere immediatamente chiara il fatto che si tratta un nodo fondamentale di tutta la sua filosofia. Se può sembrare strana la presenza dell’immaginazione in una filosofia che mira, prima di tutto, all’eliminazione degli errori della percezione come preliminare fondamentale alla ricerca, bisogna tener presente che le immagini non sono solo il risvolto negativo del lavoro della percezione, ma indicheranno più avanti con molta chiarezza la forma più pura di percezione, quella dei segni divini.

Per iniziare questa analisi dell’immaginazione, farò riferimento a uno dei primi scritti, Imagination et perception, del 1925 che Weil compose durante il liceo come dissertazione sulla percezione proposta, come ogni anno, dal suo professor Alain. Questo testo è uno dei tanti esempi del fatto che, da subito, per Weil è ben definita la dinamica immaginazione-percezione.

Quand nous voyons le monde, l’image que nous en avons ne le reflète donc pas seulement lui; il nous reflète nous aussi. […] Le rêve projette devant nous comme une réalité extérieure ce qu’il y a de plus nous-même en nous, ce qu’il y a de profond et qui, quand nous sommes éveillés, se heurte à la dure surface des choses: c’est là la jouissance, dit-on, que recherchent les fumeurs d’opium. C’est de ce mariage entre le monde et nous que résulte la perception.

Mais comment? Considérons de nouveau l’exemple du mirage. Nous avons deux réalités en présence, dont la rencontre formera le mirage: d’un côté le voyageur qui a soif, c’est-à-dire qui désire de l’eau. Comme tous ceux qui désirent, son corps essaye de se soulager en faisant les mêmes mouvements qu’il ferait si l’objet de son désir était présent; il prendra la même attitude que s’il voyait devant lui une belle nappe d’eau claire. Ensuite apparaîtra l’image qui, pensons-nous, est normalement la cause de cette attitude, et qui en est cette fois l’effet. C’est ce que nous appelons l’imagination. Mais cette imagination sans fondement dans la réalité joue à vide: elle reflète le désir, puisque la reflète comme deux glaces qui se renvoient l’une à l’autre la même image: c’est une consolation vaine, vide de tant contenu. […] Nous n’avons pas conscience des choses, mais de nos attitudes en face des choses, contraints par elles. Mais l’imagination supplée à ce que le monde extérieur a forcément d’insuffisant pour nous, puisqu’il nous est extérieur, et réalise ainsi un compromis que nous appelons perception.

L’analisi di Simone Weil – ancora evidentemente influenzata dalla filosofia di Alain – mostra tuttavia alcuni elementi che diventeranno poi tipici dell’elaborazione più matura. Prima di tutto, Weil ritrova l’origine dell’errore percettivo che scatena l’immaginazione nella stessa costituzione umana, ossia nel fatto che il mondo essendo a noi esterno è, per forza di cose, imperfettamente conoscibile, è altro da noi; questa alterità non è facilmente accettata dall’uomo, che tenta anzi di annullarla sovrapponendogli i propri desideri e bisogni. Possiamo già riconoscere nell’immaginazione la caratteristica più tipica che è proprio la tendenza a colmare il vuoto, che la rende pericolosa, prima di tutto, per una corretta percezione e, più avanti, nella ricerca di Dio. L’origine dell’immaginazione erronea si può ritrovare, quindi, nel corpo umano che – spinto da proprie necessità – agisce spesso sovrapponendosi alla razionalità. Questa spiegazione della percezione, mi sembra illustrare abbastanza chiaramente gli elementi spinoziani operanti in Weil, che sono molto evidenti nella prima produzione e più sfumati, ma ugualmente fondamentali, più avanti.

Il corpo e la mente sono studiati da Weil come entità autonome, regolate da propri ritmi ed esigenze, con la propensione a credersi unici, tentando spesso per questo motivo di assolutizzare le proprie funzioni causando l’errore. Per evitare di ingannarsi è, perciò, necessario mantenere un parallelismo funzionale tra esigenze del corpo e della mente, considerandole parimenti importanti nel gioco percettivo ma non sostituibili.

Una volta chiarito il fattore che determina la possibilità d’errore non si è tuttavia ancora assicurati sull’efficacia del nostro sforzo di percezione. Come si può essere sicuri di vedere realmente il mondo? Quale requisito ci assicura di essere sulla buona strada?

Simone Weil afferma che è la necessità a renderci sicuri del contatto reale con il mondo; la necessità è “la dura superficie delle cose” contro la quale urtiamo violentemente quando ci accorgiamo della realtà, in una parola, è la percezione dell’alterità del mondo.

Sulla problematica della necessità Weil si interrogherà a lungo, attribuendogli sempre una collocazione fondamentale nel suo percorso filosofico sino alla fine.

Si può dire che Simone Weil cercherà la percezione pura attraverso le diverse esperienze, che hanno arricchito in maniera così peculiare la sua esistenza: tramite l’insegnamento al liceo, il lavoro in fabbrica o attraverso la breve ma decisiva esperienza nella guerra civile spagnola.

Weil ritiene che la comprensione di qualsiasi avvenimento debba essere una conquista svolta in prima persona perché, essendo basato sulla percezione, dipende essenzialmente dal corpo e dalla mente, e non può che essere frutto di una esperienza singolare. L’esperienza del mondo deve passare attraverso il corpo della filosofa, deve filtrarvi completamente attraverso per essere assimilata e compresa.

Lo scontro con la necessità pone Weil di fronte al mondo reale e costituisce la stella polare che guida la sua ricerca; per questo motivo, l’esercizio di percezione sarà sempre un preliminare atto di pulizia filosofica irrinunciabile.

Affinché noi, intelligenze finite, limitate da un corpo, possiamo dominare la materia illimitata, è necessario che questa sia sottomessa al limite. Se non ci fossero invarianti, saremmo interamente schiavi del tempo. Non avremmo né ricordi né progetti.

(Ritornare all’analisi della percezione secondo Lagneau e Alain. Immergersi per una volta a fondo in questa purificazione). (Q, II, 149)

Ciò che nella percezione è reale e la distingue dal sogno, non sono le sensazioni, ma la necessità che vi è presente. (Q, III, 80)

La necessità che limita l’uomo nel suo cammino di conoscenza, lo rende perciò al contempo sicuro della via intrapresa; ma ciò che egli conosce non è molto, nel senso che rimane e rimarrà sempre un fondo inconoscibile nel mondo, qualcosa d’altro.

Nel momento in cui Weil chiede di conoscere questa alterità, la domanda di verità che sorregge la sua ricerca diventa assoluta e capovolge ogni valorizzazione attuata sino a quel momento. Ciò che veramente ha valore non è questo mondo che non può spiegarsi da sé completamente, ma è l’altro, ossia Dio, dal quale il primo deriva ma da cui differisce completamente, proprio per la mancanza di autogiustificazione. Il mondo da centro della conoscenza diventa punto di partenza di una ricerca senza fine che dovrebbe portare Weil a scoprire ciò che si nasconde alla percezione del mondo stesso ma che lo fonda.

È a questo punto che le premesse filosofiche del cammino weiliano chiariscono la paradossalità della situazione: da una parte, per Weil la percezione conoscitiva dipende interamente dalla mente e dal corpo umano e si basa, in maniera imprescindibile, sul contatto con la materia; dall’altra, Weil stessa ci dice che la conoscenza deve spingersi oltre il mondo, verso ciò che non è materia. In pratica, si tratta di arrivare alla percezione della purezza attraverso l’impurità della materia, e per questo motivo si dovrà sempre essere attenti a “salvare i fenomeni”.

Questa impresa sembra destinata irrimediabilmente allo scacco, ma per Weil proprio l’apparente impossibilità la rende non solo praticabile ma, senza dubbio, l’unica via possibile di ricerca. Ho già sottolineato, infatti, come per Simone Weil sia la necessità a distinguere nettamente la percezione dal sonno dell’immaginario; ciò che si percepisce come necessità è, per essere più precisi, la contraddizione del reale, ossia la presenza di elementi contrastanti che non si lasciano ricondurre pacificamente gli uni agli altri.

Le contraddizioni nelle quali lo spirito si imbatte uniche realtà, criterio del reale. Non c’è contraddizione nell’immaginario. La contraddizione è la prova della necessità.

Applicazione a tutti gli ambiti. (Q, II, 288-289)

E ancora

La contraddizione è legittima quando la soppressione di un termine porta a distruggere o a svuotare della sua sostanza l’altro termine. La necessità è il criterio supremo in ogni logica. Soltanto la necessità mette lo spirito a contatto con la verità. (Q, IV, 156)

La necessità che sperimentiamo a contatto con la contraddizione è la verità perché è altro dal mondo, non si lascia trasformare completamente nella nostra razionalità, non è totalmente assimilabile. Si tratta, infatti, di una traccia lasciata da Dio, di uno spiraglio che, se correttamente interpretato, permette all’uomo di cambiare il suo modo di leggere l’esperienza.

La contraddizione provata è reale e sperimentabile perché propria della condizione umana e sinonimo di una insufficienza difficile da superare, quella del punto di vista nel quale siamo ontologicamente posizionati.

[…] Il fatto è che ci sono due ragioni.

C’è una ragione soprannaturale. È la conoscenza, gnosi, γνωσις, di cui il Cristo è la chiave, la conoscenza della Verità il cui soffio è inviato dal Padre.

Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio dell’altra. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella naturale. (Q, IV, 134)

Una volta scoperta questa doppia strada verso il mondo, il tentativo di Simone Weil è quello di ripartire ancora una volta dall’esperienza per essere sicura di non cadere preda dell’immaginazione, e cercare così la “lettura delle letture”, provare cioè ad eliminare il punto di vista unico attraverso una attenta raccolta dei molteplici punti di vista che arricchiscono la vita umana. In questo senso, la lettura del mondo deve essere sempre più una non-lettura che ricerca la Verità non legandosi a qualche presunta verità particolare, ma lascia parlare i molti frammenti di verità che si possono ritrovare nel mondo.

Le riflessioni di Weil sulla lettura – ora raccolte in appendice al IV volume dei Quaderni – sono straordinariamente illuminanti sulla centralità di questa problematica e collocano la nozione di lettura al centro dell’itinerario filosofico della percezione, ridisegnandone le coordinate in funzione trascendentale. Il contesto e la ricerca sono talmente cambiati, rispetto ai primi scritti filosofici, da poter indurre erroneamente a parlare di una svolta nel pensiero di Simone Weil; in realtà, secondo me, Weil cerca ancora di percepire con corpo e mente il mondo e di comprenderlo. A riprova di questa continuità vi sono moltissimi dettagli, come la riproposizione dell’analisi classica del cubo – ereditata da Lagneau e Alain – e quella del bastone da cieco di Cartesio. Le stesse immagini per indagare perché solo dai fenomeni di questo mondo possiamo iniziare il nostro cammino.

Bastone da cieco e cubo, le chiavi dell’ascensione del pensiero. (Q, IV, 395)

Perché il soprannaturale è nascosto nel visibile

Bello, presenza manifesta del reale. Di una realtà trascendente. Ma questo è implicito. La realtà non è che trascendente. Perché ci è data solo l’apparenza. Τó óν.

(Cubo in senso trascendente. E vi sono cubi di cubi). (Q, II, 324)

Weil vuole imparare a leggere in altro modo ciò che si percepisce tramite i sensi, il mondo.

Non si scelgono le sensazioni, ma, in larga misura, si sceglie ciò che si sente attraverso di esse; non istantaneamente, ma mediante un apprendistato. Una francese che riceve una cattiva notizia da una lettura in inglese, fremerà, piangerà, sverrà se conosce l’inglese; altrimenti no. Così mediante l’apprendistato si muta il potere che le sensazioni hanno di modificarci. Il mondo è un testo a più significati, e si passa da un significato a un altro mediante un lavoro; un lavoro a cui il corpo prende sempre parte, come, quando si impara l’alfabeto di una lingua straniera, tale alfabeto deve penetrare nella mano a forza di tracciare le lettere. Altrimenti ogni mutamento nel modo di pensare è illusorio. (Q, IV, 405-406)

La lettura è frutto perciò di una lunga e dura educazione, che è, prima di tutto, un lavoro svolto grazie all’apporto fondamentale del corpo. Si impara a leggere i molti significati del mondo e vi si distinguono alcuni elementi privilegiati i simboli che Weil indica come μεταξú, intermediari privilegiati della comprensione. Il mondo si rivela ad una attenta lettura disseminato di simboli che servono a distogliere il nostro sguardo dal reale e ad indirizzarlo verso Dio. Simbolismo e necessità del mondo sono complementari e non possono essere compresi in maniera indipendente l’uno dall’altro.

Il simbolismo dissolverebbe la realtà del mondo se non fosse inscritto nella necessità stessa.

Così inscritto esso compie questa realtà. (Q, III, 218)

Due sono i simboli privilegiati da Weil nella sua ricerca, la bellezza e il malheur, la sventura; questi due simboli implicano delle esperienze che hanno molti lati in comune, perché sono in grado, più di molte altre, di volgere immediatamente l’attenzione dell’uomo all’altro da sé.

Tutte le volte che si riflette sul bello, si è arrestati da un muro. Tutto ciò che è stato scritto al riguardo è miserabilmente ed evidentemente insufficiente, perché questo studio deve essere cominciato a partire da Dio.

Il bello consiste in una disposizione provvidenziale grazie alla quale la verità e la giustizia, non ancora riconosciute, richiamano in silenzio la nostra attenzione.

La bellezza è veramente, come dice Platone, una incarnazione di Dio.

La bellezza del mondo non è distinta dalla realtà del mondo. (Q, IV, 371)

La bellezza vista da Simone Weil non è diversa dalla realtà di questo mondo; non c’è bisogno di andare in un altro luogo per trovare la chiave della salvezza, basta saper leggere i fenomeni per scorgervi i simboli di cui sono intessuti. Per spiegare la qualità dell’attenzione necessaria a questo cambiamento, Weil ricorre spesso al mito platonico della caverna, che mostra anche l’ineliminabile sventura e sofferenza che si accompagna allo strappo verso la Verità.

In fondo vi è solo una via di salvezza in Platone; i diversi dialoghi indicano parti diverse del cammino. La Repubblica non dice a cosa è dovuta la prima violenza sul prigioniero incatenato tale da strappare le catene e trascinare lo sventurato a forza. Occorre cercare nel Fedro. È la bellezza, per mezzo dell’amore. (Ogni valore che appare nel mondo sensibile è bellezza). Una volta che il ricordo di Dio è entrato nell’anima, il Fedro parla di studi, ma non dice quali. Vanno cercati nella Repubblica. Questa non dice cosa viene dopo le scienze. Il Simposio e il Filebo lo indicano. È la contemplazione della bellezza nell’ordine del mondo concepita a priori. Quindi viene la bellezza come attributo di Dio, e quindi il Bene. Poi il ritorno nella caverna; è il Timeo.

Il prigioniero della caverna costretto con la violenza a volgersi, a camminare verso l’orifizio, e che fugge per ritornare alla sua parete, e che di nuovo è tirato con violenza – è Core nell’inno a Demetra. (Q, III, 39-40)

Il dolore e la bellezza riescono a condurci fuori dalla caverna verso la vera Luce; ma questa uscita altro non è che l’acquisizione della capacità di leggere la molteplicità di significati della simbologia del reale.

Tralasciando, solo per brevità, una spiegazione dell’uso rivoluzionario fatto da Weil delle immagini in questa ricerca della percezione perfetta, voglio tuttavia solo sottolineare un fatto fondamentale: Simone Weil non elimina affatto tutte le immagini perché non tutte sono frutto dell’immaginazione umana; alcune, come abbiamo visto, sono quei simboli del soprannaturale, che sono le tracce di Dio. Dopo averle riconosciute grazie ad una attenta lettura Weil le carica di una potenza infinita, ne amplifica la carica semantica rendendole l’unico elemento di purezza e verità del mondo.

É il συμβολον del Simposio, la scarpetta di vaio di Cenerentola, l’anello della principessa nella fiaba del calzolaio. Dio, quando è venuto a trovarci ed è sparito, ci ha lasciato qualcosa di se stesso. Altrimenti la ricerca sarebbe vana. (Q, IV, 318)

Bellezza e dolore si sovrappongono e si confondono.

Nel bello – per esempio il mare, il cielo – c’è qualcosa d’irriducibile. Come nel dolore fisico. Lo stesso irriducibile. Impenetrabile per l’intelligenza.

Esistenza di cosa altra da me.

Affinità del bello e del dolore.(Q, II, 262)

Gli esempi e le citazioni potrebbero continuare a lungo, ma penso che questi siano già sufficienti per inquadrare l’importanza di questa problematica; imparare a percepire realmente la bellezza e il dolore significa comprenderne il valore lacerante e conservarlo coraggiosamente come tale. Significa, ancora una volta, percepire la contraddittorietà del mondo senza cercare di sovrapporre falsi significati. Significa fare vuoto per lasciar essere il simbolo. Sperimentare la contraddizione e percepirla continuamente ci garantisce di essere sulla giusta strada e di non aver falsato la pienezza del mondo con una misera interpretazione parziale.

È il lavoro percettivo a caratterizzare lo sforzo filosofico di Simone Weil, anche nel momento in cui il suo scopo è ormai quello di non essere più una creatura per arrivare finalmente alla Verità.

É necessario far uso della sofferenza in quanto contraddizione provata. Quest’uso la rende mediatrice, e quindi redentrice. É necessario usarne in quanto smembramento.

Il bello è l’apparenza manifesta del reale. Il reale è essenzialmente la contraddizione. Perché il reale è l’ostacolo, e l’ostacolo di un essere pensante è la contraddizione. In matematica il bello risiede nella contraddizione. L’incommensurabilità, λογοι αλογοι, è stata il primo risplendere del bello in matematica.

Il reale nella percezione non è lo sforzo (Maine de Biran) ma la contraddizione provata mediante il lavoro. (Q, III, 43)

La necessità di strapparci da questo mondo e tornare a Dio de-creandoci deriva, per Weil, dall’impossibilità di redenzione del mondo da parte di Dio; Dio non tornerà mai nella storia, non può farlo perché dal momento della creazione si è condannato all’esilio, si è ritirato in sé escludendo ogni intervento nella realtà.

Dio ha abdicato alla sua onnipotenza divina e si è svuotato. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio.

Il Verbo divino era uguale a Dio nella divinità. Si è svuotato ed è diventato schiavo. Noi possiamo diventare uguali al Verbo divino nel vuoto e nella schiavitù. (Q, IV, 350)

Dio crea il mondo autolimitandosi, si autoesclude dalla sua creatura per lasciarla libera e non interviene più; anche i simboli non sono perciò altro che segni di un’assenza incolmabile, delle porte sul divino. La salvezza dell’uomo dipende, perciò, totalmente e unicamente dalla sua corretta percezione del mondo, alla ricerca dei simboli che lo indirizzano a Dio.

Questo è il limes della filosofia weiliana, la soglia di quella porta che lei stessa non ha voluto storicamente valicare, escludendo la reincarnazione di Cristo e la funzione salvifica della Chiesa storica, ben sapendo quale errore enorme sarebbe stato colmare con una scelta lo spazio vuoto dell’attesa. Sarebbe stato come sigillare per sempre una porta.

Quello che mi interessava mostrare attraverso questa breve riflessione sulla filosofia weiliana – pur con tutti i limiti dovuti alla brevità della trattazione – era come l’intera speculazione filosofica di Simone Weil sia interpretabile in maniera estremamente coerente ed organica, proprio grazie al fil rouge della ricerca di una corretta percezione del mondo; tutta la sua filosofia cresce radicandosi su questa esigenza e la mantiene sino alla fine come insostituibile cartina di tornasole.

Non esiste una svolta mistica nel senso di un rinnegamento delle precedenti posizioni, perché Simone Weil è persuasa che il mondo in sé sia misticamente pervaso di simboli e vuole, perciò, portarsi dietro tutto il suo pesante fardello di carne per arrivare a percepire la presenza dell’assenza di Dio, decreandosi finalmente per tornare in Lui.


Jane Austen

jane austen Jane Austen è considerata una delle più grandi autrici di lingua inglese. Benchè abbia scritto nel corso di tutta la sua vita, cominciando a stendere le prime versioni dei suoi romanzi già da giovanissima, riuscì a vedere pubblicato uno dei suoi libri solo all’età di trentasei anni. I suoi romanzi furono subito molto apprezzati, ma l’utrice rimase pressoché sconosciuta in vita, poiché pubblicò tutti i suoi libri, ad eccezione dei due postumi, in forma anonima. Tutto quello che sappiamo della sua vita schiva deriva dalle raccolte di memorie di alcuni suoi nipoti e da alcune raccolte di sue lettere.

Jane Austen nacque il 16 Dicembre 1775 a Steventon nella contea inglese di Hampshire, settima nata del reverendo George Austen e della moglie Cassandra Leigh.

Il padre di Jane era pastore della chiesa anglicana e rettore del collegio di Steventon.

I coniugi Austen ebbero in totale otto figli ( due femmine e sei maschi) e la piccola Jane crebbe in una famiglia numerosa, amante dei libri (il padre possedeva più di 500 libri) e del teatro ( i ragazzi spesso si divertivano a realizzare piccole rappresentazioni nel rettorato di Steventon).

A partire dal 1787 Jane cominciò a scrivere quelli che vengono definiti i suoi “Juvenilia”, cioè raccolte di parodie, abbozzi di romanzi e poesie, dal tono spesso umoristico, ispirati alla letteratura dell’epoca e spesso dedicati a parenti e amici.

I “Juvenilia” sono costituiti in totale da tre volumi: il primo scritto tra il 1787 e il 1790, il secondo tra il 1790 e il 1792, il terzo tra il 1792 e il 1793. Alcuni di questi lavori furono poi ripresi in epoca successiva per divenire romanzi veri e propri.

Fin dall’infanzia e fino alla fine della sua vita, la più cara amica di Jane Austen fu la sorella Cassandra a cui sono dedicati molti dei suoi primi scritti.

L’educazione di Jane e della sorella fu in gran parte affidata alla famiglia, solo fra il 1785 e il 1786 esse frequentarono una sorta di collegio per ragazze:la “Abbey school” di Reading.

Durante la sua prima giovinezza la vita di Jane e della sorella fu probabilmente presa da quelli che sembrano essere gli stessi interessi delle eroine dei suoi romanzi e cioè (oltre gli adorati romanzi) feste, balli, teatro, visite a Bah e a Londra e probabilmente flirt, come ci testimoniano alcune sue lettere.

Amava inoltre occuparsi dei nipoti e sembra fosse una zia adoratissima. Le sue nipoti preferite Fanny e Caroline Austen divennero da adulte delle vere e proprie confidenti di Jane a cui essa scrisse molte lettere.

Sembra che la giovane jane fosse una ragazza piuttosto carina (a dispetto dell’unico ritratto che abiamo di lei fatto dalla sorella Cassandra e che certamente non le rende giustizia) e non fu priva di ammiratori.

Tuttavia nell’epoca in cui visse Jane Austen intelligenza e bellezza non erano le uniche doti che una giovane dovesse possedere per poter coronare il proprio sogno d’amore; all’età di 20 anni si innamorò di un tale Thomas Lefroy che sembra la corrispondesse, ma purtroppo a causa di una totale mancanza di denaro da entrambe le parti non si sposarono mai ( un po’ come Willaoughby in Senno e Sensibilità). Sembra che questo abbia provocato non poca delusione nella giovane Jane.

Sorte ben più triste ebbe la sorella Cassandra: rimase fidanzata per ben tre anni con Thomas Flowe, non potendosi sposare sempre per mancanza di denaro, ma purtroppo questi morì di febbre gialla nei Caraibi dove si era recato come cappellano militare. Dopodichè Cassandra non si sposò mai.

Sempre nel 1797 il padre di Jane propose ad un editore “First  Impressions”, prima versione del futuro “Pride and Prejudice” (Orgoglio e Pregiudizio), ma l’editore si rifiutò

di prenderlo in considerazione.

A partire dal 1800 Jane Austen abbandonò la nativa Steventon e si trasferì a Bath con la famiglia dopo che il padre si era ritirato dal lavoro, lasciando la direzione della parrocchia al figlio maggiore James. Anche se in tutti i libri di Jane Austen non manca mai una visita a Bath, sembra che la scrittrice letteralmente odiasse questa città (forse perché lontana dalla casa natia e dalle amicizie di sempre).

Agli anni di Bath risale una “misteriosa” storia d’amore di cui sembra sia stata protagonista Jane Austen. Durante una delle estati trascorse al mare dalla famiglia Austen, probabilmente nei dintorni di Lyme, jane si innamorò di un gentiluomo con cui promise di incontrarsi una volta finita la vacanza. Purtroppo al ritorno a Bath Jane venne a sapere che il suo innamorato era morto (!!!).

Nel 1802 fu protagonista di un episodio abbastanza singolare. Jane e l’immancabile Cassandra erano ospiti a Manydown (vicino a Steventon) della famiglia Bigg, quando Harris Bigg-Whiter ( di sei anni più giovane) e piutosto ricco chiese la sua mano e, sebbene non lo amasse affatto, forse preoccupata di rimanere sola, Jane decise di accettarlo. La mattina dopo però Jane ebbe un improvviso ripensamento e lei e la sorella decisero di farsi portare in fretta e furia a casa del fratello a Steventon.

Purtroppo Cassandra distrusse tutte le lettere fra lei e la sorella in cui si faceva riferimento a questo episodio, altrimenti avremmo potuto sapere di più in merito al motivo della sua decisione, ma probabilmente l’unico vero motivo è che Jane Austen credeva nell’amore più di quanto essa stessa fosse disposta ad ammettere.

Dopo questo episodio Jane Austen non si sposò mai più.

Nel 1803 Jane Austen vendette ad un editore “Susan” (primo titolo di Northanger Abbey” o “L’abbazzia di Northanger“) al prezzo di 10 sterline. L’editore però non lo pubblicò subito come le aveva detto e libro fu dato alle stampe solo 14 anni più tardi, come opera postuma. Probabilmente sempre in questi anni scrisse “The Watson”, opera che non concluse mai, lasciandola in forma frammentaria.

Nel 1805 il padre di Jane morì e l’anno successivo la famiglia Austen (vale a dire Jane, Cassandra, la madre e la sorella di una cognata, Marta Lloyd, che nel frattempo era andata a vivere con loro) si trasferirono dapprima a Clifton e poi a Southampton, lasciando finalmente l’odiata Bath.

Un altro trasferimento avvenne nel 1809 quando il piccolo gruppo andò a vivere a Chawton nella casa fornita da uno dei fratelli Austen, Edward.

Nel 1810 Jane, perse le speranze di vedere pubblicato “Northanger Abbey”, presentò ad un editore “Sense and Sensibility” (Senno e Sensibilità”) e decise di pubblicarlo a proprie spese. Il romanzo apparve in forma anonima, l’autrice si firmò “by a lady”, nel 1811. Il romanzo ebbe successo e fruttò 140 sterline alla scrittrice.

Nel 1813 fu pubblicato anche “Pride and Prejudice” e anche questo libro riscosse un buon successo e come “Sense and Sensibility” ne fu fatta presto una ristampa.

Da questo momento in poi, anche se la figura dell’autrice rimase ancora avvolta nel mistero, Jane cominciò forse a sentire il peso della pubblica opinione e i suoi romanzi cominciarono ad avere un taglio leggermente diverso, più attento a rispettare la morale comune (in un certo senso sono meno “romanzeschi”).

Nel 1814 apparve “Mansfield Park”, la cui prima edizione andò esaurita nel giro di 6 mesi; tuttavia una seconda edizione non ebbe lo stesso successo (questo è ancora oggi uno dei libri meno amati di questa autrice, forse perché certamente il meno ironico).

Nel 1815 apparve “Emma” dedicato al principe reggente (tale era la fama della misteriosa “lady” che poteva permettersi anche questo) e fortunatamente questo libro fu abbastanza apprezzato dal pubblico.

Sempre nel 1815 cominciò a scrivere “Persuasion” (Persuasione), l’ultimo e forse più romantico libro di Jane Austen, che venne finito l’anno successivo. Nel corso dello stesso anno cominciò a sentirsi male, manifestando i sintomi della malattia che l’avrebbe consumata. Nel 1817 cominciò a lavorare ad un altro romanzo “Sanditon” che venne però lasciato incompleto. Nell’aprile del 1817 fece testamento lasciando tutto alla sorella Cassandra e il 18 Luglio 1817 morì a Winchester, dove si era recata per curarsi a causa forse (questo non è del tutto certo) di una forma del morbo di Addison.Fu seppellita nella cattedrale di Winchester.

Persuasione e Northanger Abbey furono pubblicati postumi a cura del fratello Henry, che spesso si era occupato nel passato di fare da agente lettterario per la sorella presso gli editori. Solo dopo la sua morte i libri di Jane riportarono finalmente il nome dell’autrice.

Molti anni dopo la sua morte alcuni dei suoi parenti si dedicarono a raccogliere materiale sulla vita della scrittrice. Una delle biografie più famose è il “Memoir” scritto dal nipote James Edward Austen.


Simone de Beauvoir

simonebeauvoir21 Simone de Beauvoir è conosciuta in tutto il mondo come una delle più grandi scrittrici francesi del ‘900. Dopo essersi laureata in lettere alla Sorbona e aver conseguito l’agrégation di filosofia, si dedicò all’insegnamento. L’incontro con Sartre, avvenuto negli anni dell’università, fu determinante per la sua carrie- ra e per la sua vita. Nel 1943, abbandonato l’insegnamento, pubblicò il primo romanzo, L’Invitée. Ella afferma: “Ebbi una rivelazione: questo mondo era maschile, la mia infanzia era stata nutrita da miti for- giati dagli uomini, e io non avevo reagito come se fossi stata un ragazzo. Mi appassionai tanto da abbandonare il progetto di una confessione personale, per occuparmi della condizione femminile in generale”. Nel 1949 scrive il lungo saggio Le deuxième sexe (Il secondo sesso), dove è trattato il problema della libertà e della condizione della donna sul piano sociale e morale. Dai suoi numerosi viaggi in tutto il mondo Simone ha tratto spunto per varie raccolte di osservazioni e di meditazioni di carattere politico e sociale, tra cui ricordiamo La longue marche (1957; La lunga marcia), scritta al ritorno da un viaggio in Cina. Di grande interesse anche i suoi lavori autobiografici.

♦ IL SECONDO SESSO La questione della differenza sessuale nasce storicamente e teoricamente nella storia del pensiero occidentale in relazione al ruolo delle donne. Nella storia del pensiero politico, essa è strettamente legata alla giustificazione della posizione della donna nella famiglia e, di conseguenza, nella società. La riflessione sul ruolo delle donne si pone col movimento femminista come problema politico e viene letta in termini di differenze sessuali. Ma dove nascono queste disuguaglianze e come vengono giustificate?

Il secondo sesso è diviso in quattro parti: nella prima si analizza l’essere-donna dal punto di vista natu- ralistico, delle scienze. La seconda sezione affronta l’essere-donna dal punto di vista della storia: su base storica, è sempre stata una “presenza-assenza”, una presenza reale assente alla storia che è stata fatta dagli uomini, dal sesso maschile. Tranne alcune importanti eccezioni, la donna è stata ciò che l’uomo ha voluto che fosse. La terza parte è dedicata allo studio della sua immagine proposta dai miti più antichi fino a quella creata dalla letteratura. La quarta parte, infine, è un’analisi del “vissuto” femminile, descritto in forma evolutiva attraverso le varie età della vita, dall’infanzia alla vecchiaia: “i drammi della nascita, dello svezzamento avvengono nello stesso modo per i due sessi; l’uno e l’altro hanno i medesimi interessi, gli stessi piaceri”.

Simone de Beauvoir in quest’ opera indica la necessità del superamento di una visione gerarchica che ve- de la donna come inferiore, in cui il maschile è assunto come “norma” e il femminile come “secondo sesso”. La de Beauvoir cerca la risposta alla nostra questione di partenza in due direzioni, sia sottolineandol’importanza dell’educazione nella formazione individuale delle donne del suo tempo, sia negando un’inferiorità biologica della donna: “nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna”.

La filosofa francese affronta l’argomento della femminilità cercando di capirne il vero significato. L’essere donna, afferma, è “un fondo comune da cui ha origine ogni singola esistenza femminile”. Ogni donna viene identificata con il suo sesso e imprigionata in un corpo governato dalla natura; l’uomo inve- ce pensa al suo corpo come indipendente dalle sue azioni di essere razionale.

“Donna non si nasce, lo si diventa”, dopo aver svelato la realtà della propria condizione, deve adesso viverla, ridefinirla. Un momento importante in questa ricerca di identità sarà costituito dai rapporti con l’altro sesso. Ma sul futuro dell’identità femminile e sul rapporto fra i sessi la de Beauvoir non intende azzardare pronostici.

COMMENTO A MADAME DE BEAUVOIR

L’educazione dell’individuo femminile fin dalla primissima infanzia appare già differenziata sessual-

mente con un intervento imperiosamente imposto dall’esterno. Io non credo assolutamente nell’inferiorità del sesso femminile, ma nella parità dei sessi, se non addirittura nell’inferiorità dell’uomo. Come la storia mostra, la donna ha raramente avuto ruoli importanti ed è per questo che ancora di più dovremmo essere fiere dell’impegno, dello sviluppo e del coraggio che le donne hanno avuto per acquistare posizioni sempre più importanti.

Noi siamo soliti definire un corpo come maschile o come femminile, non ci soffermiamo sulla sua essen- za profonda che è l’espressione di una soggettività quale può essere il carattere. Se rifletto bene, posso dire che l’altro sesso inizia a far paura o a provocare dubbi solo quando ci si accorge della differenza fisica, ossia nel periodo della pubertà.

Fin da piccoli ai bambini viene imposta la loro sessualità, un esempio lampante sono i colori dei vestitini: azzurri per i bambini e rosa per le bambine; infatti il bambino non coglie alcuna differenza se non viene spiegata dal genitore. Di fatto lo sviluppo dell’individuo avviene negli stessi termini tra due persone di sesso opposto, che con la stessa curiosità cercano la loro identità sessuale.

Al momento della nascita non esiste una reale distanza tra i due sessi, ma è la società ad imporla; primi tra tutti i genitori, che, essendo già a conoscenza delle differenze a cui anche loro stessi sono stati abituati, le passano inconsciamente ai propri figli, vestendoli in modi diversi, comprando giochi differenti, in- staurando quindi due ideologie, due modi di vivere pressoché opposti. Senza interventi esterni maschi e femmine avrebbero la stessa attitudine verso il mondo esterno, verso la propria famiglia e il proprio corpo, la donna si formerebbe crescendo, non esisterebbe un “sesso forte” e un “sesso debole” , forse le donne non verrebbero sottovalutate e sfruttate, e probabilmente neppure le forti discriminazioni nei confronti degli omosessuali create proprio dalla società.

Il sesso maschile era considerato superiore, si riteneva che gli uomini avessero una cultura più ampia e che quindi dovessero avere un ruolo di maggiore importanza nella società. La donna, invece, era identificata come il “secondo sesso” e fu costretta ad adeguarsi ai valori imposti dagli uomini e ad accettare come suo unico ruolo la crescita dei figli.

Già quando la bambina raggiunge i dodici anni incominciano a esserle fatte presenti molte distinzioni sessuali così che “la sua vocazione le viene imperiosamente imposta”.

In alcune culture la donna non ha diritti , ne di parola, ne di azione, la sua vita è praticamente gestita dal maschio dal quale dipende totalmente.

In altre invece la donna ha assunto un ruolo paritario sia sul piano di diritti che de4i doveri. In queste società è stato fatto molto affinché si arrivasse a ciò. Sono serviti anni di storia e di lotte per far sì che la donna acquistasse la dignità che di sua natura si merita, in quanto essere umano. E’ per questo che io come “donna” ritengo paritaria la posizione maschile rispetto a quella femminile non negando però, a en- trambe le parti, attitudini diverse.

Il cammino da fare per diventare donna é molto lungo e comporta molti cambiamenti difficili, che porta- no la femmina a differenziarsi sempre più dall’uomo, ponendo le premesse per entrare a far parte definitivamente dell’età adulta come “donna”. Credo che queste differenze portino anche delle complicazioni per quanto riguarda il rapporto e la comunicazione fra i due sessi.

La “donna” è il risultato di una trasformazione fisica e psicologica che inizia dall’infanzia ed ha il suo culmine con l’età adulta. Durante l’infanzia i due sessi non sono diversificati, è solo con l’adolescenza che questa differenziazione inizia. I due sessi si vedono con curiosità e timore allo stesso tempo. Nascono quindi molte difficoltà di comunicazione e i rapporti si fanno più complicati.

La solita etichetta che da sempre è stata attribuita alla donna è quella del “sesso debole” che va difeso. Riferita a questa definizione l’immagine che ci dovrebbe apparire di conseguenza nella mente è quella che dell’uomo che va al lavoro e della donna che resta in casa per occuparsi dei figli e delle faccende domesti- che. La situazione oggi è migliorata: molte donne hanno ottenuto i loro diritti, riuscendo quindi a conquistarsi più spazio e più libertà; forse alcune anche troppa perché cercano di prevalere sull’uomo.

Oggi, il ruolo della donna è stato riscattato, in quanto si trova a vivere in situazione di uguaglianza rispetto all’uomo e in alcuni casi i loro ruoli tendono addirittura a sovrapporsi.

Nonostante questo, sentiamo parlare spesso di paesi in cui esistono donne che combattono per conquistare una posizione all’interno della società, in quanto vivono in situazioni di schiavitù o di minoranze.

Quando la bambina cresce e diventa adulta, si inizia a cogliere una differenziazione sessuale e le viene data la qualificazione di “donna” (o “essere castrato”) e, proprio nell’adolescenza, le viene imperiosamente imposta la sua vocazione, cioè il ruolo di “custode del focolare domestico”, datale dalla cultura sociale del gruppo in cui essa viene ad inserirsi. Infatti, come dice l’autrice, donne non si nasce, si diventa. Le idee progressiste e femministe della scrittrice però non devono essere viste come qualcosa di “anormale” o di “dissonante”, ma sono semplicemente il risultato di una concezione di storia fatta al “maschile”.

Se la donna non ha nessun destino psichico ed economico non possiamo negare che abbia un destino bio- logico. La società e l’ambiente in cui viviamo condizionano la nostra vita dal punto di vista caratteriale e professionale ma non da quello biologico.


George Sand

Portrait of George Sand Scrittrice romantica, George Sand è lo pseudonimo di Amadine Aurore Lucil Dupin, utilizzato per la prima volta nel 1831, quando uscì il suo primo romanzo, Rose et Blanche, pubblicare con un nome maschile le permise di avere una libertà espressiva maggiore, che spesso era concessa ai soli scrittori e non alle scrittrici. Nasce a Parigi nel 1804, ma trascorre la sua infanzia Nohant, un paese dell’Indre, dipartimento della Francia centrale, nell’omonimo castello di proprietà della nonna paterna, che alla sua morte glielo lascerà in eredità. La vita in campagna dei primi anni di infanzia, segna profondamente la scrittrice nel rapporto con il paesaggio e la natura, tanto che il tema della vita agreste viene ripreso spesso nelle sue opere, a cominciare dal romanzo forse più conosciuto, letture di viaggio La mere au Diable, dando vita al genere dei “romanzi campetri”.

Il passaggio dalla vita libera della campagna alla rigidità del Convento, segna probabilmente la ribellione caratteriale della scrittrice, che accanto ai vivaci interessi culturali, la porta a diventare in qualche modo una femminista ante-litteram, attiva non solo nel mondo letterario e culturale, ma anche politico.

Risultato della ribellione è anche la vita sentimentale piuttosto agitata, che ha condotto dopo avere lasciato il marito, il barone Casimir Dudevant, che aveva spostato nel 1822 e dal quale aveva avuto i suoi due figli: Maurice e Solange.

Tutte le relazioni che intraprese hanno quasi sempre avuti alla base l’amore per la letteratura o sono state legate ad affinità politiche.
Nel 1833 la Sand parte per il suo primo viaggio in Italia, accanto ad Alfred de Musset, viaggio che la porta a Genova, a Firenze e a Venezia. Durante questo primo viaggio scrisse: Lettre d’un voyager (Lettere di un viaggiatore), pubblicate nella rivista Revue des Deux Mondes, nelle quali descrisse l’Italia che finalmente riuscì a vedere dopo averla conosciuta attraverso scritti e racconti.

Dopo la rottura con de Musset la Sand lasciò Parigi (1835) e rientrò al castello di Nohant, cominciò ad interessarsi attivamente di politica, entrando in un circolo di repubblicani.L’instabilità affettiva diventò motivo di grande sofferenza, sino all’incontro con Frédéric Chopin nel 1836, col quale instaurò inizialmente un rapporto d’amicizia, che sfociò dopo due anni in un rapporto d’amore.

Accanto a Chopin sviluppò maggiormente l’amore per la musica, e nello stesso periodo iniziò a frequentare i socialisti, dei quali condivide le idee, sognando di diventare un simbolo ufficiale della lotta degli oppressi e del socialismo cristiano.

Insieme a Chopin partì per Maiorca nel 1838, viaggio sul quale successivamente scrisse Un hiver à Majorca, racconto di una esperienza per certi aspetti negativa. “[…] Un mese e più e saremmo morti in Spagna, Chopin ed io, lui di malinconia e di disgusto, io di collera e indignazione. Mi hanno ferita nel più profondo del cuore, hanno schernito un essere sofferente sotto i miei occhi, non glielo perdonerò mai, se mai scriverò su di loro, lo farò con fiele”.

In questo racconto vengo espresse chiaramente le idee legate alla protezione della natura nella sua libertà e naturalità, che non deve essere sottoposta e trasformata egoisticamente dall’uomo, come accade con gli olivi, descritti con una poesia tutta dantesca, aspetto che approfondiremo in seguito.

Continuò l’intensa produzione alternandosi tra romanzi, testi autobiografici, la corrispondenza, le novelle, il teatro e il giornalismo. La scrittura è la sua vita ed anche quello “che le dà da vivere”.

E’ proprio il giornalismo che scandisce i passaggi politici, tra i repubblicani e i socialisti,della scrittrice. Nel 1844 fondò il giornale repubblicano L’Eclaireur de l’Indre, dove scrisse con i suoi amici, con i quali instaurò uno stretto legame, soprattutto dopo la rottura definitiva con Chopin.

Nell’anno delle Rivoluzione George Sand fu protagonista politica, tanto da essere costretta a lasciare Parigi, per rifugiarsi a Nohant. In questo periodo intensificò gli scambi epistolari con Mazzini, Marx, Bakounin e con Luigi Bonaparte, che da lì a poco venne eletto Presidente.

Questo periodo coincise anche con la grande produzione teatrale, soprattutto per migliorare la situazione finanzia ria, sempre molto precaria.
All’età di cinquant’anni, nel 1854, pubblicò Histoire de ma vie, dove è protagonista anche l’ultimo dei suoi amanti, Alexandre Manceau, che aveva conosciuto alla fine del 1849, col quale rimase per quindici anni, sino alla sua morte.

E’ proprio Manceau che nel 1855 organizzò il viaggio in Italia, raccontato in Giardini d’Italia e in La Donelle; dopo la morte della nipotina Nini, il profondo dolore le tolse anche la voglia di scrivere, e il viaggio secondo Monceau sarebbe potuto essere per la Sand un’ottima cura per superare i grande dolore e per farle riprendere l’inchiostro per scrivere ancora.

Al rientro dall’Italia George Sand decide di lasciare Nohant e di stabilirsi a Gargilesse, insiene a Manceau, dove tra il 1858 e il 1862 scrisse ben tredici romanzi.
Il periodo vissuto in campagna a Gargilesse coincide con la fase anticlericale della scrittrice, che recupererà così il prestigio agli occhi dei repubblicani.

Nel 1864 i due compagni lasciarono la campagna per tornare a vivere a Parigi e poi a Palaisseau. L’anno successivo, il 21 agosto 1865 morì Manceau: “Morte questa mattina alle sei, dopo una notte interamente calma in apparenza […]. Ho chiuso i suoi occhi. Gli ho messo dei fiori: è bello sembra ringiovanito. Oh mio Dio! Non lo rivedrò mai più”.

Nella vita politica della Francia continuarono i movimenti rivoluzionari, venne fondata L’Internazionale, che la Sand sostenne anche economicamente, e proclamata la Repubblica nel 1870. Si dichiarò repubblicana e sostenitrice della pace. Fu questo sentimento che la portò a respingere la violenza dei movimenti ultrarivoluzionari della Comune, convinta del fatto che “riporteranno alla fine un governo conservatore” come spiega nel giornale le Temps, in risposta a Flaubert, affermando di credere in una democrazia progressiva ed educatrice.

Queste idee la accompagnarono sino alla morte, avvenuta il 7 giugno 1876. Alla sua sepoltura furono presenti molti dei suoi amici: “Ho dei buoni amici e molti” aveva scritto in una delle sue lettere.


Claudine Colette

Claudine Colette Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette (Saint-Sauveur-en-Puisaye, 28 gennaio 1873 – Parigi, 3 agosto 1954), è stata una scrittrice francese, considerata fra i maggiori della prima metà del XX secolo. Insignita delle più importanti onorificenze accademiche, nonché Grand’Ufficiale della Legion d’onore, fu la prima donna nella storia della Repubblica Francese a ricevere funerali di stato. Colette è stata una delle grandi protagoniste della sua epoca, un mito nazionale: oltre che scrittrice prolifica fu attrice di music-hall, spesso nuda durante le sue esibizioni, autrice e critico teatrale, giornalista e caporedattore, sceneggiatrice e critico cinematografico, estetista e commerciante di cosmetici. Ebbe tre mariti e un amante più giovane di lei di trent’anni, più volte fu al centro di scandali per le sue disinibite relazioni sentimentali con alcune personalità mondane, di ambo i sessi, della società francese.

Pur non provando simpatia per le femministe della sua epoca, la sua vita e la sua opera letteraria furono la testimonianza di una donna libera, anticonformista ed emancipata, che sfidò le convenzioni e le restrizioni morali dell’epoca, e che contribuì a rompere certi tabù femminili già a partire dalla sua prima creazione letteraria, il personaggio di Claudine “dall’ammiccante selvatichezza, dalla spregiudicata sensualità” e, come la definirà Willy, “una tahitiana prima dell’avvento dei missionari […], più amorale che immorale”. La fortunata serie delle Claudine, piena di un certo pigmento erotico, ai primi del XX secolo rivestiva un carattere osé notevole.

Figlia ultimogenita di un capitano degli zuavi in congedo, Jules Joseph Colette, e di una vedova in prime nozze di un ricco proprietario terriero, Sidonie Landoy (detta “Sido”), Colette cresce in Borgogna in grande libertà e a stretto contatto con la natura; ha un’infanzia felice circondata dall’affetto della famiglia, e fin da bambina impara ad amare la musica e i libri, può leggere tutto ciò che desidera: a sei anni già legge Honoré de Balzac, Alphonse Daudet, Prosper Mérimée e William Shakespeare. Con un padre sprovvisto di senso pratico, Colette viene educata soprattutto dalla madre, una donna perspicace, di mentalità moderna, atea dichiarata e anticonformista, che in paese dà scandalo prendendo a servizio delle ragazze madri. Sido insegna alla figlia ad osservare la natura e le trasmette la passione per il giardinaggio; in ricordo della madre, Colette scriverà il romanzo Sido.

Iscritta alla scuola pubblica di Saint-Sauveur-en-Puisaye, nel 1889 Colette supera brillantemente gli esami di Licenza (Brevet élémentaire) e di Licenza superiore (Certificat d’études primaires supérieures), abilitante all’insegnamento primario. Presumibilmente lo stesso anno conosce Henri Gauthier-Villars, il suo futuro primo marito.

Nel 1891, per problemi finanziari, la famiglia Colette si trasferisce a Châtillon-Coligny, destando così nella futura scrittrice grande rimpianto per l’amato paese natio. Fino al 1892 Colette si dedica ad approfondire la propria formazione musicale e teatrale, stringe il rapporto di conoscenza con Henri Gauthier-Villars, divenuto nel frattempo amico di famiglia, fino a fidanzarsi con lui.

Nel 1893 Colette sposa Henri Gauthier-Villars, noto con lo pseudonimo di Willy, più grande di lei di quattordici anni, e si stabilisce a Parigi. Willy, scrittore, editore, pubblicitario, giornalista di satira di costume e feroce critico musicale, dirige e coordina all’interno di una sorta di officina letteraria, il lavoro di un nutrito gruppo di letterati emergenti, detti “gli schiavi”, i cui scritti egli dà alle stampe con il proprio nome. Con una fama da donnaiolo e viveur, Willy è un uomo molto in vista nell’ambiente artistico e mondano della belle époque parigina, e ama essere al centro dell’attenzione, provocare e scandalizzare.

Già al secondo anno di matrimonio Colette si ammala a causa, si presume, di una depressione dovuta alla scoperta dei tradimenti del marito, della vita insalubre che conduce a Parigi e, forse, di una malattia venerea, ristabilendosi dopo qualche mese.

Willy introduce Colette nell’ambiente artistico e mondano parigino e qui fa amicizia con Paul Masson, uno scrittore la cui specialità è produrre falsi letterari, Marcel Schwob, scrittore e traduttore, Mme Arman de Caillavet, la musa di Anatole France, Jean Lorrain, scrittore, e Marguerite Moreno, famosa attrice che diventa sua confidente, conosce fra gli altri La Bella Otero, Marcel Proust, Rachilde, Paul Valéry, Maurice Ravel e Claude Debussy.

Assieme a coloro che già lavorano per lui, Colette è invitata dal marito a collaborare alla sua officina letteraria, pertanto, con la firma congiunta “Colette Gauthier-Villars” appaiono, su giornali e riviste, le sue prime cronache musicali e collaborazioni giornalistiche. Willy inoltre incoraggia la moglie a trasferire in un libro anche le divertenti avventure di bambina che è solita narrargli, Colette inizia così a scrivere il suo primo romanzo, Claudine a scuola, il cui manoscritto verrà da Willy, dopo una prima lettura, giudicato inservibile e riposto in un cassetto per circa quattro anni.

Nel 1899 il manoscritto di Claudine a scuola viene riscoperto da Willy il quale, intuendone ora le potenzialità e con l’intento di proporne la pubblicazione, suggerisce a Colette di accentuarne i temi piccanti che in origine erano appena accennati: «Non potreste […] rendere un po’ piccante questo… queste bambinate? per esempio, fra Claudine e una delle sue compagne, un’amicizia troppo tenera…». Nella stesura di questo primo romanzo, così come nei successivi della serie delle Claudine, ci furono interventi diretti per mano del marito ma, ad ogni modo, poiché il manoscritto originale di Claudine a scuola andò distrutto per ordine di Willy, l’entità del suo contributo rimane per gli studiosi di difficile quantificazione.

Nel 1900 viene pubblicato, a firma “Willy”, Claudine a scuola (Claudine à l’école) che, grazie alle conoscenze e alla destrezza da impresario artistico di Willy, ottiene in breve tempo uno strepitoso successo, e rende a Colette, come dono da parte del marito, una proprietà campestre presso Besançon, molto amata dalla scrittrice.

Sfruttando l’onda del successo, Colette scrive il suo seguito, Claudine a Parigi (Claudine à Paris), che viene pubblicato nel 1901 sempre a firma “Willy”. Questo secondo romanzo viene da Willy rapidamente trasposto in un’omonima commedia teatrale, interpretata dall’attrice Polaire, che l’anno successivo andrà in scena con successo ai Bouffes-Parisiens, entrando poi in tournée. Sempre nel 1901, mentre il numero delle tirature delle prime due Claudine continua a crescere, Colette, incoraggiata dal marito e che assieme a lei vi partecipa in ménage à trois, intreccia una relazione amorosa con Georgie Raoul-Duval, l’affascinante moglie di un miliardario americano già nota per le sue seduzioni prevalentemente di tipo saffico. Stando alla testimonianza di Willy, l’intesa fra Colette e Georgie si interrompe allorquando Colette scopre che essa ha una relazione a due anche con Willy.

Georgie viene poi raffigurata da Colette nel personaggio di “Rézy” all’interno del romanzo Claudine amoureuse, pubblicato nel 1902, e mai messo in vendita poiché prontamente ritirato da Georgie nel tentativo di evitare uno scandalo. Lo stesso anno, viene pubblicato Claudine si sposa (Claudine en ménage), seconda stesura riveduta di Claudine amoreuse e, quindi, terzo romanzo della serie delle Claudine. Intanto, mentre il numero delle copie dei romanzi cresce e la commedia va in scena propagandata anche da Colette in abiti da Claudine, la coppia Willy-Colette si fa fotografare e intervistare da numerosi giornali e riviste, e Willy, abile pubblicitario che sa sfruttare le sue conoscenze, trasforma il personaggio di Claudine in un marchio che poi mette in vendita ad uso di fabbricanti di oggetti vari.

Il quarto romanzo della serie, Claudine se ne va (Claudine s’en va), viene pubblicato nel 1903, anch’esso come i precedenti uscito a firma del marito, il quale pubblicamente raccoglie tutto il merito e la gloria della serie sebbene la vera autrice sia sempre Colette: la cui immagine ufficiale a questo punto è diventata quella della moglie-adolescente devota al suo barbuto e maturo marito. Solo dopo il loro divorzio la serie delle Claudine verrà pubblicata con le firme congiunte di Colette e Willy.

Claudine a scuola, assieme agli altri romanzi della serie, divenne così “uno dei maggiori best-seller francesi di tutti i tempi”, creò un personaggio originale nella letteratura francese, “la prima teenager del secolo”, un personaggio che invase la Francia. Nei cabaret e nei caffè-concerto apparve «il tipo» Claudine, “si dice che non ci sia bordello di lusso che non abbia fra il personale una Claudine”, numerosi articoli commerciali lanciarono anch’essi “la moda Claudine”, apparvero così i “profumi Claudine”, i “capelli alla Claudine”, i “grembiuli alla Claudine”, perfino le “cravatte alla Claudine”.

Nel 1904 viene pubblicato Dialogues de bêtes, firmato “Colette Willy”, il primo libro di Colette in cui, accanto al nome del marito, compare anche il suo. Intanto Willy, sperando di rinnovare la tiratura delle Claudine, fa scrivere a Colette una versione più libertina del suo noto personaggio, dando così alle stampe Minne, pubblicato a nome “Willy”, che l’anno successivo avrà un seguito, Les egarements de Minne, nel quale Colette, ormai stanca della sua sottomissione letteraria alle esigenze del marito, fa morire nel finale il personaggio principale impedendone così ulteriori sviluppi da parte del marito. Il 1905 è anche l’anno che vede la progressiva separazione della coppia Willy-Colette, l’uno ormai palesemente infedele alla moglie, l’altra che si avvicina sempre più al raffinato mondo della Lesbo parigina e che inizia ad esibirsi a teatro.

Nel 1906 Colette diventa compagna e protetta di “Missy”, pseudonimo della marchesa Mathilde de Morny, una delle protagoniste del bel mondo e del demi-monde parigino, nota per il suo lesbismo che manifesta travestendosi da uomo. Colette, aiutata da Missy e ormai determinata ad intraprendere una carriera teatrale da mima-danzatrice, si separa da Willy e cambia domicilio.

Nel 1907 al Moulin Rouge, durante la messa in scena della pantomima Rêve d’Égypte, Colette e Missy danno scandalo baciandosi con passione sul palco, dopo la seconda rappresentazione il prefetto Lépine vieterà lo spettacolo. Lo stesso anno Colette e Willy si separano legalmente e Colette fa pubblicare il romanzo Il rifugio sentimentale (La retraite setimentale) a firma di “Colette Willy”, questo romanzo è l’ultimo atto della saga delle Claudine, nel quale l’autrice prende le distanze dall’ideale di coppia proposto nei precedenti quattro e nel quale il personaggio di “Renaud”, marito di “Claudine”, muore. Lo stesso anno, i rapporti fra i due ex coniugi si fanno tesi allorquando Willy vende i diritti delle quattro Claudine e la proprietà campestre presso Besançon. Intanto Colette continua ad esibirsi a teatro.

Nel 1908 si fa notare dalla critica pubblicando su La Vie Parisienne dei testi, poi raccolti nel volume Viticci (Les vrilles de la vigne) , uno dei quali (Nuit blanche) tratta della sua relazione con Missy. Prosegue la carriera teatrale di Colette, che si esibisce anche nel ruolo di Claudine, e nel 1909 scrive e interpreta una commedia per il teatro dal titolo En camarades. Sacha Guitry la sceglie come protagonista di una sua commedia e con lei tiene una conferenza teatrale: negli anni Colette proseguirà quest’attività di conferenziera. Ha un nuovo amante, il ricco Auguste Hériot, e lo stesso anno è ammessa alla Société des Auteurs, intraprende così una serie di azioni legali contro il marito, che le fruttano, tra l’altro, l’inserimento del suo nome nella serie Claudine, una percentuale sulle vendite e i diritti dei due romanzi Minne che, dopo averli rielaborati e fusi in un unico romanzo, pubblica con il titolo L’ingenua libertina (L’ingénue libertine).

Dopo il divorzio da Willy, nel 1910, Colette inizia le sue collaborazioni giornalistiche con il Paris-Journal e con Le Matin, ed è impegnata con una tournée teatrale. Esce a puntate, ne La Vie parisienne, La vagabonda (La vagabonde), che riscuote un discreto successo di critica e pubblico. Durante le vacanze estive Colette ammira le bellezze della Bretagna in una villa di Missy, che l’anno successivo le regalerà e che sarà descritta nei suoi romanzi.

Il 1911 la vedrà impegnata in una tournée teatrale e, nella commedia Xantho chez les courtisanes, Colette si esibisce nuda e ingioiellata. Riceve una proposta di matrimonio da Heriot ma si lega al barone Henry de Jouvenel, divorziato e con un figlio, Bertrand de Jouvenel. De Jouvenel, detto “Sidi”, è un giornalista politico e redattore capo de Le Matin, quando conosce Colette è legato ad un’altra donna, una contessa. Dopo varie traversie e sotterfugi per liberarsi dai rispettivi amanti, Colette e Sidi vanno a vivere assieme. Nonostante l’influente posizione del compagno, la coppia ha delle difficoltà economiche, Colette quindi non interrompe il suo lavoro di attrice e continua a collaborare con i giornali con racconti e articoli, anche di cronaca.

Nell’autunno del 1912 muore Sido, sua madre. Incinta, Colette sposa in dicembre Henry de Jouvenel, diventando la baronessa de Jouvenel.

Nel 1913 Colette, pur incinta, continua ad esibirsi a teatro e scrive I retroscena del music hall (L’envers du music hall) che viene pubblicato lo stesso anno. Pubblica anche il libro Prrou, Poucette et quelques autres, si tratta di una serie di dialoghi fra animali, e sulla rivista La Vie Parisienne viene pubblicato a puntate il romanzo L’ancora (L’entrave), con lo stesso personaggio protagonista de La vagabonda. Nasce a maggio la figlia: Colette Renée de Jouvenel, detta “Bel-Gazou”. La bambina, affidata ad una severa governante inglese, è da questa allevata in campagna, a Castel-Novel. Colette sarà una madre spesso assente, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza della Piccola Colette, si manterrà in contatto con la figlia prevalentemente per corrispondenza.

Durante gli anni della prima guerra mondiale (1914 – 1918) l’attività giornalistica di Colette si intensifica, nel 1914 raggiunto a Verdun il marito partito per il fronte, invia a Parigi dei reportages che, però, non passeranno la censura. Con l’entrata dell’Italia in guerra, nel 1915 Colette si reca a Roma dove incontra D’Annunzio, da qui e da altre città italiane spedisce articoli a Parigi, articoli che successivamente saranno raccolti da lei nel volume Les Heureus longues. Ritornerà altre due volte in Italia, a Cernobbio nel 1916 e a Roma l’anno seguente, continuando a scrivere articoli per la stampa e intensificando il suo interesse per il cinema: scriverà infatti articoli di critica cinematografica e una sceneggiatura originale per il film La flamme cachée, sceneggiatura richiestale dalla società cinematografica fondata da “Musidora”, attrice e amica di Colette, già protagonista di due film tratti dai suoi romanzi (Minne e La vagabonde). Durante la guerra, il suo lavoro di scrittrice non si interrompe, pubblica tra gli altri La pace tra le bestie (La paix chez les bêtes, 1916), il matrimonio con il marito invece, che nel frattempo ha intrapreso una carriera politica, conosce alti e bassi per via dei tradimenti di lui.

Nel 1919 esce in volume Mitsou ovvero come le fanciulle diventano sagge (Mitsou ou Comment l’ésprit vient aux filles) che, malgrado la critica sia discorde, ha successo. Fra gli estimatori di Mitsou c’è Marcel Proust il quale scrive: “Ho un poco pianto stasera, per la prima volta dopo molto tempo, eppure da un pezzo sono oppresso da dispiaceri, da sofferenze, e da seccature. Ma se ho pianto non è per tutto questo, è leggendo la lettera di Mitsou… Le due lettere finali sono il capolavoro del libro”. Lo stesso anno Henry de Jouvenel riprende il suo lavoro di direttore a Le Matin e Colette è nominata caporedattore della sezione letteraria del giornale del marito e successivamente assumerà anche l’incarico di critico teatrale. Nella sua nuova veste di importante giornalista e moglie di un uomo politicamente influente ha modo di conoscere i personaggi più noti di tutta Parigi (tra gli altri anche il presidente della repubblica, Raymond Poincaré).

Nel 1920 ne La Vie Parisienne, viene pubblicato a puntate il romanzo Chéri, che subito suscita scandalo ma che annovera fra i suoi estimatori André Gide, che così scrive: “Da un capo all’altro del libro, non un cedimento, non una ridondanza, non un luogo comune” e anche “Che splendido argomento è quello che ha scelto! E con quale intelligenza, padronanza e conoscenza dei segreti meno confessati della carne”. Ma quel che si scrive succede dice Colette, e infatti lo stesso anno, la quarantasettenne Colette conosce Bertrand de Jouvenel, il figlio diciassettenne del marito, con il quale instaura una relazione amorosa. Sempre quest’anno viene insignita della Legion d’onore con il grado di Cavaliere.

Nel 1921 Henry de Jouvenel diventa senatore ma, poiché una rivista tedesca pubblica una foto di Colette nuda risalente agli anni del teatro, viene stroncata la sua possibilità di diventare il futuro ambasciatore di Berlino: Colette farà di tutto perché il suo passato non sia nuovamente usato contro di lei. Intanto esce a teatro Chéri, riadattamento di Colette, in collaborazione con Léopold Marchand, del romanzo omonimo, che l’anno successivo sarà interpretato da Colette stessa nella parte di “Léa”: il pubblico non si lascerà sfuggire l’occasione di notare la correlazione fra “Léa”-Colette e “Chéri”-Bertrand. Sempre nel 1922 esce La Maison de Claudine, un libro che rievoca luoghi e persone della sua infanzia a Saint-Sauveur. Intanto il matrimonio fra Colette e Henry de Jouvenel, anch’esso impegnato in relazioni extra-coniugali, entra sempre più in crisi.

Nel 1923 esce a puntate su Le Matin, Il grano in erba (Le blé en herbe), la cui pubblicazione viene interrotta per scandalo dopo quattordici puntate, lo stesso anno verrà pubblicato in volume e sarà questo il primo libro firmato solo Colette (gli altri erano firmati “Colette Willy”). Intanto il marito tronca bruscamente i rapporti, forse a causa della chiacchierata relazione di Colette con Bertrand, iniziano così le trattative per il divorzio. L’anno successivo Colette interrompe la collaborazione con Le Matin (poiché il marito ne era il direttore) e inizia a collaborare con altri giornali, tra i quali Le Figaro, vivendo dei proventi da giornalista e continuando a pubblicare altri libri (La Femme cachée e Aventures quotidiennes).

Nel 1925 la scrittrice è impegnata a portare in tournée la commedia Chéri, e Maurice Ravel musica l’opera di Colette Divertissement pour ma fille, facendone un balletto dal titolo L’Enfant et les sortilèges, che va in scena a Montecarlo. In occasione dello spettacolo, Marguerite Moreno giunge a Montecarlo con l’amico Maurice Goudeket, un commerciante di perle, che si innamora, corrisposto, di Colette. Intanto Colette e Bertrand de Jouvenel si lasciano e il divorzio con il marito diventa definitivo.

Nel 1926 esce La fine di Chéri (La fin de Chéri), il seguito di Chéri, nel quale il protagonista perseguitato dai ricordi del suo amore per “Léa” muore suicida. Colette si disfa di ciò che le ricorda il suo passato vendendo o affittando le sue precedenti abitazioni e compra in Costa Azzurra una casa immersa nel verde, poi descritta nei suoi libri. A teatro interpreta la parte di “Renée” ne La vagabonde, opera tratta dal suo omonimo romanzo. L’anno seguente gli intellettuali iniziano ad interessarsi al complesso della sua produzione letteraria, e Colette durante l’estate, rileggendo le lettere di sua madre, inizia a scrivere La nascita del giorno (La naissance du jour) che sarà pubblicato con successo nel 1928: si tratta di una serie di ricordi, alcuni anche su sua madre. Sempre nel 1928 è promossa al grado di Ufficiale della Legion d’onore, l’anno seguente viaggia in Spagna, Marocco e Belgio raccogliendo impressioni che saranno poi trascritte nei suoi libri e pubblica La Seconda (La Seconde) e una prima versione del libro Sido.

Nel 1930 esce Sido, il romanzo di ricordi su sua madre e, durante un viaggio in crociera, inizia a scrivere Ces plaisirs… (il futuro Il puro e l’impuro) e pubblica Histoires pour Bel-Gazou.

Nel 1931 muore Willy e Colette si fa notare per la sua assenza ai funerali. Esce un film tratto da La vagabonda, con la sceneggiatura di Colette, primo film sonoro in Francia. Esce a puntate, sulla rivista Gringoire, Ces plaisirs…, la cui pubblicazione, per via dell’argomento scabroso, viene interrotta dopo solo tre puntate.

Nel 1932 Colette apre un istituto di bellezza nel quale distribuisce consigli di make-up e di bellezza alle dame parigine che lei stessa trucca personalmente. Visto il successo di questa impresa nascono quattro succursali, e altri negozi vendono i prodotti e i cosmetici pubblicizzati e curati da Colette, con la sua immagine nelle etichette, disegnata da lei stessa. Pubblica Prisons et paradis, ma già l’anno successivo l’attività commerciale, sebbene riscuota successo, risulta sfibrante e rallenta il suo lavoro di scrittrice, nel 1933 collabora ad una sceneggiatura per il cinema, diventa critico teatrale per Le Journal, e pubblica La gatta (La chatte).

Gli anni dal 1934 al 1939 sono i meno prolifici per la Colette-Scrittrice, in questo periodo infatti è molto impegnata nella sua attività di critico teatrale per Le Journal: le sue recensioni saranno ogni anno, per quattro anni, raccolte e pubblicate in un volume dal titolo Le Jumelle noire. Non smette comunque di pubblicare: nel 1934 esce il romanzo Duo, nel 1936 il romanzo autobiografico Il mio noviziato (Mes Apprentissages. Ce que Claudine n’a pas dit) che tratta dei suoi esordi e di Willy, e nel 1937 una raccolta di racconti dal titolo Bellavista (Bella-vista). Durante questo periodo, mentre la sua notorietà va accrescendosi sempre più, collabora per l’adattamento cinematografico del suo libro I retroscena del music-hall. Nel 1935 si sposa con Goudeket e trascorre il viaggio di nozze negli USA, lo stesso anno anche sua figlia si sposa separandosi poi, con scandalo, poche settimane dopo il matrimonio. Nel 1936 diventa Comandante della Legion d’onore e viene ufficialmente eletta membro dell’Académie royale belge de langue et de littérature françaises. Nel 1938 si trasferisce a vivere al primo piano del Palais-Royal, sua dimora parigina definitiva, termina la sua collaborazione con Le Journal e inizia a collaborare per il Paris-Soir. Nel 1939 pubblica il seguito di Duo, Il cucciolaio (Le Toutounier), le viene diagnosticata un’artrosi all’anca e allo scoppio della seconda guerra mondiale collabora per Radio Paris-Mondial assieme al marito.

Colette, muovendosi sempre più a fatica per il progressivo peggioramento della sua artrosi, trascorre tutto il periodo della guerra a Parigi, chiusa dentro il suo appartamento al Palais-Royal, riuscendo a barcamenarsi con le spese grazie alle sue conoscenze e al suo senso pratico. In questi primi anni pubblica nel 1940 Camera d’albergo (Chambre d’hôtel), e nel 1941 Julie de Carneilhan, Journal à rebours, Mes cahiers, e Il puro e l’impuro (Le pur et l’impur), la versione definitiva di Ces plaisirs…, oltre ad una serie di articoli che diventeranno poi un libro Dalla mia finestra (De ma fenêtre). Sempre nel 1941 il marito, che è ebreo, viene arrestato e spedito in un campo di concentramento, l’anno successivo Colette riuscirà a farlo liberare, non si sa come, ma si presume sfruttando le sue amicizie. Nel 1942 esce su una rivista Gigi che sarà poi pubblicato due anni dopo assieme ad altri racconti. Nel 1943 pubblica Flore et Pomone e Il kepì (Le képi), una serie di racconti. Nell’anno della liberazione della Francia, il 1944, mentre la fama di Colette si consolida, sua figlia giunge a Parigi da partigiana. Al termine della guerra anche Bel-Gazou tenterà la strada del giornalismo, fra l’altro sarà l’autrice di un grande reportage sull’estate tedesca del ‘45, ma la notorietà della madre sarà per lei un ostacolo ineludibile: in seguito diventerà antiquaria e gli ultimi anni della sua vita li dedicherà a consacrare la memoria della madre, morirà nel 1981.

Nel 1945 Colette viene eletta membro dell’Académie Goncourt, seconda donna dopo la scrittrice Judith Gauthier, il marito intanto è diventato editore.

Nel 1946 intraprende una serie di cure per la malattia di cui soffre e pubblica L’Etoile Vesper, l’anno successivo la sua salute migliora un po’ e Colette continua a partecipare alla vita accademica, riceve anche la visita di Truman Capote, che ne parlerà in uno dei suoi testi.

Nel 1948 si occupa della revisione e della raccolta dell’intera sua opera per l’edizione Le Fleuron, diretta dal marito, e pubblicata poi in 15 volumi (Œuvre complete, 1948-1950), un impegno colossale che la terrà occupata a lungo; pubblica anche Per un erbario (Pour un herbier).

Nel 1949 la fama di Colette è consacrata e, come ad un “monumento delle lettere francesi […] istituzione vivente, testimone del tempo”, all’interno del suo appartamento al Palais-Royal Colette vedrà sfilare un susseguirsi incessante di visitatori. Noto è anche il divano-letto sul quale Colette, semi paralizzata, lavora e passa gran parte del suo tempo. Diventa Presidente dell’Académie Goncourt e pubblica Le fanal bleu e il suo ultimo libro, En pays connu, una raccolta di scritti.

Nel 1950 fra spostamenti vari in cerca di cure e il lavoro di adattamento teatrale del suo romanzo La Seconda (che va in scena l’anno seguente), viene eletta presidente onorario del Consiglio letterario del Principato di Monaco e riceve in visita la regina Elisabetta del Belgio.

Nel 1951, tornata a Montecarlo sempre in cerca di cure, nota all’Hôtel de Paris una giovane attrice, Audrey Hepburn, e la sceglie per interpretare la commedia Gigi, che andrà in scena a Broadway.

L’anno seguente le sue condizioni di salute peggiorano sempre di più, nel 1953 in occasione dei suoi 80 anni, l’idolo Colette riceve tributi e onorificenze quali la medaglia della Città di Parigi, l’elezione a membro onorario del National Institute of Art and Letters di New York, e il grado di Grand’Ufficiale della Legion d’onore.

Nel 1954 Colette, giunta al termine della sua lunga malattia, si spegne il 3 agosto a Parigi, nella sua stanza al Palais-Royal. Non senza un seguito di polemiche e indignazioni, la Chiesa rifiuta i funerali religiosi e Colette, prima donna in Francia, riceverà le esequie di stato nella corte d’onore del Palais-Royal. È sepolta nel cimitero di Père Lachaise.


La libertà delle donne e il romanzo nell’Ottocento

Nell’Ottocento un genere letterario relativamente giovane, il romanzo, diventa il luogo in cui la nuova società borghese si rappresenta e si specchia (leggono e scrivono romanzi uomini e donne della borghesia), riflette su se stessa, porta alla luce le sue contraddizioni. Il romanzo è dunque depositario della storia contemporanea, soprattutto per quegli aspetti tradizionalmente trascurati dalla storiografia ufficiale: i costumi (modi di vita, abitudini, norme, mentalità, codici di comportamento), la vita quotidiana, le relazioni interpersonali. I rapporti fra le donne e il romanzo sono molteplici e, sotto tutti i punti di vista, molto stretti. Sono almeno tre gli aspetti in cui il legame tra le donne e il romanzo si manifesta in tutto il XIX secolo.

1. Le donne leggono i romanzi. Le donne, soprattutto quelle delle classi medio-alte, ma anche cameriere e piccolo-borghesi, diventano tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento una fetta sostanziale del pubblico a cui i romanzi si indirizzano. Questo fenomeno, presente soprattutto in paesi come l’Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti, e nelle aree urbane, è legato a diversi fattori come la crescita dell’alfabetizzazione maschile e femminile, l’avviarsi dei primi movimenti di emancipazione politica e culturale da parte delle donne, l’allontanamento dalle campagne e il progressivo tramonto di un’ economia familiare di sussistenza che si fondava sul lavoro delle donne: filare e tessere, fare il pane, la birra, il sapone, le candele. Le donne, insomma, riescono a sottrarre tempo da dedicare alla lettura e, al contempo, hanno la forza per affermare il loro diritto alla lettura. In un celebre romanzo inglese della metà del Settecento, Pamela di Samuel Richardson, storia di una giovane cameriera, la principale caratteristica del nuovo lavoro che la protagonista cerca dopo aver lasciato un precedente impiego è che le lasci “un certo tempo per la lettura”.

2. Le donne scrivono romanzi. L’Ottocento è anche il secolo in cui si afferma incontestabilmente la figura dell’autrice: George Sand, George Eliot, Jane Austen, Emily e Charlotte Bronte, Edith Wharton, Matilde Serao. Molti e complessi sono i motivi che conducono le donne al romanzo, forma espressiva e letteraria congeniale alle donne. Virgina Woolf afferma, in Una stanza tutta per sé, che alcune caratteristiche strutturali della scrittura, il basso costo della carta, la flessibilità (basta ritagliarsi un angolo per sé come faceva Jane Austen nel grande salotto di casa sua, dove, mentre si avvicendavano ospiti, domestici, familiari, lei compilava le sue opere impeccabili…) hanno reso praticabile alle donne l’arte del romanzo. Ma probabilmente altri motivi sono reperibili e si può ipotizzare che un nuovo genere, privo di tradizione, consentisse alle donne, ufficialmente escluse dai commerci culturali, dalle accademie, ecc. di sperimentare con più libertà nuove modalità espressive, di rompere le convenzioni che per secoli avevano presieduto alle rappresentazioni di uomini e donne nelle pagine della letteratura.

3. Le donne abitano i romanzi. Nel XIX secolo le donne fanno la loro entrata trionfale nelle pagine del romanzo, come dimostrano alcuni dei grandi titoli della letteratura ottocentesca, invariabilmente legati a un nome femminile: Emma di Jane Austen, Madame Bovary di Gustave Flaubert, Jane Eyre di Charlotte Bronte, Anna Karenina di Lev Tolstoj, Eva di Giovanni Verga, Tess dei d’Uberville di Thomas Hardy, innumerevoli romanzi di Honoré de Balzac, come Béatrix, La Duchesse de Langeais, Eugénie Gaudet La muse du Département, La femme de trente ans, e il casa Casa di bambola di Henrik Ibsen, che se non portano un nome femminile, alludono però chiaramente a un personaggio femminile, il quale già dal titolo viene annunciato come centrale.

La presenza delle donne nel romanzo è indubbiamente legata anche alla centralità che acquista, nelle let- teratura e nella società dell’Ottocento, l’istituzione del matrimonio; e gli innumerevoli personaggi femminili della letteratura ottocentesca sono lì a denunciare la violenza, la normatività e l’insufficienza del matrimonio borghese per i bisogni delle donne. Ma i personaggi femminili non sono solo mogli e madri: sono amanti, prostitute, istitutrici, zitelle, scrittrici, contadine…

Lettrici, scrittrici, personaggi, le donne trovano nel romanzo tipi femminili, comportamenti, destini possibili con cui di volta in volta confrontarsi, identificarsi, differenziarsi: quella delle donne dell’Ottocento è una lettura attiva e non passiva, partecipata, appassionata, a volte polemica, perché le donne chiedono di essere rappresentate con libertà, con fedeltà, con rispetto, e, in quanto lettrici, affermano il loro diritto di critica e di giudizio.


Madame de Stael

Stael Staël-Holstein (Anne-Louise-Germaine Necker, baronessa di), detta Madame de Staël, scrittrice francese (Parigi 1766- 1817). Figlia del banchiere ginevrino Jacques Necker, che fu per qualche tempo ministro delle finanze di Luigi XVI, sposa per convenienza dal 1786 del barone di Staël-Holstein, ambasciatore di Svezia a Parigi, cominciò assai presto a vivere nel mondo dei salotti, della letteratura e della politica. Subì fortemente l’influenza del padre, per il quale nutriva un autentico culto. Nel salotto della madre Suzanne Curchod (svizzera protestante del cantone di Vaud) aveva conosciuto tutte le celebrità del tempo: Marmontel, d’Alembert, Buffon, Bernardin de Saint-Pierre, Diderot, Raynal, Thomas, e fatto suo l’uso della conversazione e l’esercizio della letteratura. Nel 1788 pubblicò anonima la sua prima opera, Lettere sul carattere e gli scritti di Jean-Jacques Rousseau, che destò viva curiosità. Travolta dagli avvenimenti politici e dall’esilio paterno a Coppet, presso Ginevra (1790), pubblicò scritti di attualità e di circostanza, adoperandosi per far avere al suo amico Louis de Narbonne-Lara il ministero della guerra (1791-1792). In questo periodo, e successivamente in vari altri, il suo salotto in rue du Bac fu uno dei più brillanti ed eterogenei di Parigi, così come Coppet divenne poi grazie a lei centro culturale di prim’ordine. Alla caduta della monarchia abbandonò Parigi per Coppet, dove soggiornò, con l’interruzione di un viaggio in Inghilterra, sino al 1795. Risale al 1794 il suo incontro con Benjamin Constant, da cui ebbero origine una tempestosa passione reciproca e una stimolante collaborazione di idee; era praticamente finito il matrimonio col barone de Staël, che morì poi nel 1802. Germaine trascorse tutto il 1796 a Coppet, e qui fu concepita la sua prima grande opera, Dell’influenza delle passioni sulla felicità degli individui e delle nazioni. Nel 1797 tornò a Parigi. L’ascesa di Napoleone trovò in lei, inizialmente, entusiastici consensi. Ma il primo console diffidava di una donna geniale e, secondo lui, intrigante; i loro scontri, iniziati in questo periodo, durarono sino alla fine dell’Impero. La Staël e Constant organizzarono l’opposizione intellettuale al regime, e la pagarono con l’esilio. Nel 1800 uscì l’importante saggio Della letteratura considerata nei suoi rapporti con le istituzioni sociali, in cui la Staël, sviluppando alcune premesse di Montesquieu, stabiliva lo stretto nesso fra civiltà, clima e letteratura, il principio della perfettibilità umana applicabile alle lettere e alle arti, e infine la distinzione, ricca di conseguenze, tra letterature del Nord e letterature del Sud. Motivi certamente autobiografici ispirarono Delfina(1802), romanzo epistolare a tesi sulla condizione femminile, e successivamente in Italia Corinna o l’Italia (1807), scritta dopo il primo viaggio: ambedue i romanzi, che oggi vengono giudicati poco vitali, ebbero un successo enorme. Nel 1800 la Staël aveva ricevuto l’ingiunzione di allontanarsi, se pure di poco, da Parigi, seguita nel 1803 dall’ordine di tenersene distante almeno quaranta leghe. Fissò allora definitivamente la sua residenza a Coppet, circondandosi di personalità di grande rilievo, A. W. Schlegel, Sismondi, Fauriel.

Ma numerosi viaggi l’occuparono nel frattempo: in Germania, dove conobbe Goethe, Schiller e Wieland, e dove la raggiunse la notizia della morte del padre, in memoria del quale compose l’elogio Del carattere del signor Necker e della sua vita privata; in Italia, poi ancora in Germania (1808) per preparare il libro che doveva rivelare ai Francesi la civiltà germanica: Della Germania (1810), autentico “manifesto” romantico e manuale di cosmopolitismo. Stabilitasi presso Blois per rivedere le bozze del libro, fu ancora una volta condannata all’esilio, mentre tutto il materiale dell’opera, giudicata da Napoleone non abbastanza francese e pericolosa per la sua politica, veniva distrutto. Di ritorno a Coppet, la Staël si unì con un giovane ufficiale ginevrino, Albert de Rocca, che sposò più tardi nel 1811; da questa relazione nacque nel 1812 il suo quinto figlio (una bambina era morta a pochi mesi, due maschi erano nati dalla sua unione con Narbonne-Lara e una figlia da Benjamin Constant). Viaggiò quindi in Austria, Russia, Svezia, Inghilterra (dove incontrò il futuro Luigi XVIII), dappertutto cospirando contro Napoleone. Di passaggio in Italia, pubblicò sulla Biblioteca italiana di Milano (gennaio 1816) il famoso articolo Sull’utilità delle traduzioni, che inaugurò la violenta polemica da cui ebbe ufficialmente inizio il Romanticismo italiano. Alla Restaurazione, che del resto la deluse, si trasferì finalmente a Parigi. La morte le impedì di pubblicare altre due opere, edite dai figli: Considerazioni sui principali avvenimenti della Rivoluzione francese (1818) e Dieci anni di esilio (1821), a cui gli storici moderni attribuiscono notevole importanza.

Thibaudet definì la Staël “un principio della coscienza europea in via di trasformazione“; e gli storici della letteratura le hanno concordemente riconosciuto un posto di grande rilievo nel movimento culturale e ideologico del suo tempo, pur giudicando noiose quasi tutte le sue opere. Alcune opere minori tuttavia sono state riscoperte negli ultimi anni, ed è stata notata l’efficacia della sua inesauribile Corrispondenza. Uscita dall’ambiente dei salotti letterari e mondani, Madame de Staël non volle emergere grazie al suo spirito, come era prerogativa delle donne più intelligenti dell’epoca, ma con il suo genio, la passione, l’azione. La sua influenza si estese, in ogni campo, nella polemica e nella letteratura romantica, almeno sino al 1840.


Julie de Lespinasse

Julie_de_Lespinasse(Lyon, 1732 – Parigi 1776).

Figlia illegittima del Conte Gaspard di Vichy, fratello della marchesa du Deffand e la contessa di Albon, Julie de Lespinasse crebbe nella casa materna ove la madre morì anziana, alla morte della quale si trasferì presso il Conte e Contessa di Vichy. Nel 1754 divenne la dama di compagnia per Madame du Deffand, che la introdusse nel bel mezzo della vita della società parigina. La ragazza presto guadagnò la stima del circolo di amici di Madame  de Deffand dove sua prontezza e la sua intelligenza brillante furono immediatamente notate e apprezzate. Gelosa del successo della sua protetta Madame de Deffand la allontanò prima della rottura definitiva nel 1763. Julie de Lespinasse, poi  aprì un proprio salotto che, anche se più modesto di  quello precedente,  attrasse i filosofi più brillanti e diventò un ritrovo importante del movimento Samantha-clopediste.  Fece  conoscenza di D’Alambert, ma il loro amore rimase platonico. Nel frattempo Julie incontra il Marchese de Mora e si innamorarono, ma il loro progetto di matrimonio fu impedito dalla famiglia del Marchese. A causa di una malattia Julie dovette allontanarsi nella sua casa di campagna dove nacque una violenta passione con il Conte di Guibert. Nonostante l’apparente indifferenza, questo amore durerà fino alla sua morte. Alcuni si accorsero  delle tendenze del romanticismo nel temperamento esaltato e la violenza dei suoi sentimenti. «C’è che una cosa che resiste, ha scritto, è passione, ed è amore, perché tutti gli altri sarebbero rimasti senza risposta […]». C’è solo amore-passione e la beneficenza che sembrano sostenere il tema di vita. “Morì il 22 maggio 1776, nel giorno del suo quarantaquattresimo compleanno.


Matrimonio nel XVIII secolo

Nel XVIII secolo, i riti nuziali erano dettati sia dalle convenienze sociali, sia dalle usanze, con predominanza dell’uno o dell’altro a seconda che si trattasse di matrimoni aristocratici o popolari.
In genere, le ragazze nobili andavano in sposa all’uscita dal convento, assecondando la scelta, spesso avvenuta da tempo, compiuta dai genitori.

A Venezia il giovane, una volta che il matrimonio era stato deciso, passava sempre, ad un’ora convenuta, sotto le finestre della sua promessa, che doveva rispondere con un saluto. Il futuro sposo era inoltre tenuto ad offrirle un diamante, che era chiamato il ricordino. Prima della benedizione nuziale, la madre dello sposo donava alla giovane donna un filo di perle, che la sposa doveva portare sempre, fino alla fine del primo anno di matrimonio.

Di solito, le unioni tra due grandi famiglie erano celebrate con una festa in casa, in cui si sfoggiava il più grande lusso di sete, spade, gioielli, nel salone più grande del palazzo. Da un testo dell’epoca sappiamo che la sposa appariva vestita con un abito di broccato d’argento, con il petto ricoperto di pizzi e gioielli, dando la mano al maestro di cerimonia, che era vestito di nero, con le spalle coperte da un mantello dal collo ampio. La sposa si inginocchiava su un cuscinetto di velluto per ricevere la benedizione del padre, della madre e dei parenti più vicini, poi, condotta al centro della sala dal maestro di cerimonia, poggiava la sua mano in quella del suo futuro marito, e il sacerdote dava loro la sua benedizione. Gli sposi si scambiavano un bacio e l’orchestra iniziava a suonare. La sposa apriva le danze, che sarebbero durate fino a tarda notte, ballando da sola.

Nel corso del secolo le consuetudini mutarono leggermente. Le dame, invitate alla cerimonia, indossavano un vestito che poi sostituivano per il ricevimento. Il primo era sempre di seta nera ornato di pizzo, il secondo invece era colorato. Anche la sposa si cambiava, e rimpiazzava con gioielli gli ornamenti di perle che aveva usato con l’abito bianco.

A Venezia gli sposi mettevano a disposizione degli invitati un centinaio di gondole, con i barcaioli vestiti con l’abito da cerimonia; e lo stesso sfarzo dei costumi accompagnava anche i riti funebri, in cui i parte- cipanti non cessavano di fare sfoggio di eleganza e ricchezza.

In Sicilia, terra in cui le tradizioni pagane erano ancora molto radicate, nel Settecento il rituale del fidanzamento e delle nozze contadine ricordava quello dei tempi antichi.
Erano solitamente le madri di ragazzi a scegliere le spose tra le giovani del villaggio. La scelta veniva espressa in vari modi, di cui uno era il far cadere una spazzola, all’alba, sulla porta della prescelta. La giovane doveva raccogliere la spazzola ed aspettare, a mezzogiorno, la visita preannunciata. La futura suocera legava quindi i capelli della ragazza con un nastro, simbolo del fidanzamento. Il tutto era accompagnato dalla distribuzione di ceci, mandorle, noci e fave abbrustolite.

Il giorno delle nozze, poi, un corteo andava a prendere la fidanzata. Il padre dello sposo entrava quindi da solo, faceva un complimento alla giovane e la portava per mano, vestita in abito cerimoniale, allo sposo che la attendeva sulla porta. Dall’alto sui due venivano sparsi pane e sale, come augurio di fecondità e ricchezza. La suocera della sposa poneva, quindi, un biscotto di pasta fine sull’occhiello dell’abito della ragazza, fissandolo con dei nastrini, in simbolo del nutrimento, che la ragazza avrebbe sempre dovuto ricevere dallo sposo. In chiesa era il prete ad infilare gli anelli agli sposi, d’oro per lui e d’argento per lei, dopo averli scambiati tra loro per tre volte. Anche le corone d’alloro, di olivo, di rosmarino e di fiori, che il sacerdote posizionava sulla testa degli sposi, erano scambiate per tre volte, e poi ricoperte da un velo di garza bianca. Gli sposi si tenevano per il mignolo della stessa mano e reggevano una candela accesa. Il banchetto veniva consumato nella chiesa stessa, ed il sacerdote spezzava il pane, lo inzuppava nel vino e ne dava tre pezzetti agli sposi, poi rompeva il bicchiere, per dimostrare quanto fosse fragile la felicità. Dopodiché gli sposi, gli invitati ed il sacerdote, tenendosi per mano, giravano tre volte intorno al tavolo, danzando e poi, cantando in corteo, tutti si dirigevano a casa dello sposo. Alla fine del banchetto, veniva messo in tavola un piatto in cui gli invitati lasciavano i doni per gli sposi.


Petronilla Paolini Massimi

Petronilla Paolini Massimi, figlia di Silvia Argoli, nacque a Tagliacozzo nel 1663. Costretta dal mari- to, il marchese Francesco Massimi, più vecchio di lei, a ritirarsi in convento, si dedicò alla poesia. Di erudizione non comune, meritò di essere ascritta nell’Arcadia con il nome di Fidalma Partenide. Scrisse numerose liriche che furono incluse nelle Rime degli arcadi, ma anche drammi per musica. Basta leggerealcune delle sue rime melanconiche per renderci conto dell’esistenza travagliata della scrittrice; ne fa la prova l’ultima terzina di un suo sonetto, ritenuto come capolavoro, scritto sull’Orologio:

“Ah! Di tante che ti escono dal seno,

Macchinetta gentile, un’ora sola

segna un’ora per me felice almeno”.

Mori a Roma nel 1726 e la sua salma riposa in Sant’Egidio di Trastevere sotto un’onorifica epigrafe.

La ragion di stato monacale nel pensiero di Arcangela Tarabotti

Arcangela Tarabotti era la prima figlia di una ricca famiglia veneziana. Nacque lievemente zoppa e il convento le fu destinato fin da piccola. La storia è molto simile a quella di Gertrude, la monaca di Monza di cui parla Manzoni: e il fenomeno delle monacazioni forzate era ben noto anche alle gerarchie ecclesiastiche, che infatti introdussero con il Concilio di Trento delle contromisure, che restarono però in buona parte sulla carta, poiché nei fatti chi conduceva i monasteri era connivente con la famiglia di provenien- za, per cui le pressioni morali e materiali esercitate nei confronti delle novizie erano all’ordine del giorno. Il convento ci guadagnava ogni volta una dote che, pur essendo inferiore a quella richiesta per un matrimonio, era sempre comunque consistente; inoltre le novizie si sarebbero mantenute con diversi lavori: ricami, dolci, manufatti vari; insomma per i conventi era un vero affare, al quale difficilmente rinunciava. Mantenere in casa una figlia zitella, se la madre era in vita, sarebbe stato, invece, per la famiglia alquanto indecoroso. Piuttosto che rinunciare ai voti delle novizie, le badesse e i vescovi erano disposti a chiudere un occhio su eventuali scappatelle. Anche Arcangela prese i voti, ma poi la sua insubordinazione si rivelò subito nella passione per la lettura di libri “profani”, che le erano procurati da suo cognato. Spesso la sua cella fu perquisita e i libri profani trovativi furono dati alle fiamme.

Ma l’escamotage di dichiarare di avere avuto una visione, in cui Dio stesso le aveva detto che doveva scri- vere, le permise di dar vita alla sua famosa trilogia sulla vita dei conventi. Nei suoi libri Arcangela descrive con accuratezza di particolari l’orrore della vita in convento, gli scherzi pesanti delle monache anziane nei confronti delle novizie (episodi di nonnismo), le rivalità, la totale mancanza di vocazione di quasi tutte le sue sorelle, fattesi monache per i motivi più disparati.

Ma Arcangela va oltre, non si limita alla denuncia delle cose, ma analizza e comprende la ragione politica di quello che succede: l’ordine patriarcale che si esprime nella connivenza fra il padre e il confessore, un ordine di cui la madre è la prima garante. Le madri infatti sapevano che le figlie venivano monacate a forza, ma si guardavano bene dall’intervenire.

In teoria esisteva la possibilità di un ripensamento: ma una volta uscite, di cosa avrebbero vissuto? La famiglia non le avrebbe mai riprese, non avrebbero saputo come vivere, e per questo probabilmente Arcangela non provò neppure quella strada.

I casi di “ripensamento accettato” erano infatti pochissimi: uno di questi avvenne qui a Milano, nel Sei- cento, protagonista una certa Teresa Pietra, che però aveva alle spalle un inglese che la sostenne nelle spese del processo e la sposò quando finalmente riuscì a lasciare il monastero.


La storia dell’emancipazione femminile da ieri a oggi

La donna nella storia della civiltà è sempre stata subordinata all’uomo. Le differenze tra i due sessi portano il sesso maschile a prevalere su quello femminile occupando un ruolo privilegiato all’interno della società. La donna fino dai tempi antichi è stata posta in una condizione di inferiorità evolvendosi in una società essenzialmente misogina. Molti pregiudizi che vivono ancora oggi nell’immaginario collettivo hanno radici molto lontane e sono stati influenzati dal pensiero di molti filosofi, letterati e politici. Già a partire dagli stessi autori latini troviamo spesso ritratti di donne padrone ed ingannatrici difficili ora da ritenere veritieri . Facendo un salto di un millennio troviamo anche nel Medioevo volti di donne ingannatrici, streghe influenzate e completamente subordinate dalla presenza della Chiesa. Successi- vamente con il passare dei secoli la figura della donna, nonostante fosse continuamente subordinata a quella dell’uomo, comincia ad acquistare la sua emancipazione, la sua dignità, il suo valore. Solamente a partire dal Novecento la condizione della donna comincia a cambiare radicalmente e si può parlare così di donne in movimento; incominciano a formarsi corporazioni di donne che si uniscono per combattere contro tutte le discriminazioni della società misogina. Con l’inizio della guerra le donne sospendono la loro rivendicazione per compiere il loro dovere di mogli, ma con la fine della guerra esse partono alla ribalta creando quei movimenti che porteranno all’emancipazione femminile di inizio secolo. Questo accade principalmente in America dove la donna viene liberata da molti lavori che è costretta a compiere e, grazie al miglioramento delle tecnologie, potrà divenire autonoma lavorando, ma soprattutto andando a scuola. Nel XX secolo l’emancipazione femminile raggiunge livelli inauditi. Le lotte femministe per la parità dei sessi crescono con un’alta velocità. Nonostante ciò le donne continuano ad essere sottovalutate e sfruttate; si scontrano con i pregiudizi dell’inferiorità sessuale femminile divenendo spesso donna-oggetto, donna- corpo senza morale o sentimento. Proprio da questo deriva la maschilizzazione di tutte le sfere alte della società che vede nell’uomo intelligenza e perspicacia. Sempre la produzione culturale è stata dominata dagli uomini che, a differenza delle donne, potevano liberare la loro forza creatrice. Anche in campo letterario solo il Novecento vedrà la progressiva liberazione della donna dalle catene della sua inferiorità con la conquista di mete quasi inaspettate. Ora come ora la condizione della donna è nell’Europa occidentale di massima emancipazione ed indipendenza; la donna è riuscita ad affermarsi in ogni ambito sociale, conquistando quella dignità che per natura si merita. Solo l’immagine di essa, che forse troppo spessa viene sminuita nel campo giornalistico e televisivo, potrebbe far desiderare di nuovo il predominio maschile, ma la forza di donne che hanno lottato e che lottano tuttora per affermarsi non solo come corpo ma soprattutto come intelletto smentisce completamente certe rivendicazioni di predominio.


Ludovico Ariosto, Orlando Furioso – Angelica o l’Erotismo (1474-1533)

E la bella Angelica, protagonista di stirpe reale dell’Orlando Furioso, desiderata con passione da vari cavalieri, è di quelle donne che non si rassegnano ad essere preda degli eventi, anzi, per sottrarsene, adotta l’antica strategia della fuga. Fugge più volte Angelica, da una tenda, o da una persona che la custodisce, con una cavalcata o con una corsa, così il poeta sceglie, fin dal primo Canto del Furioso, di presentarla attraverso una stupenda similitudine che ne definisce il temperamento risoluto: Qual pargoletta o damma (daina) o capriuola,/ che tra le fronde del natio boschetto/ alla madre veduta abbia la gola/ stringer dal pardo (gattopardo, animale addestrato per la caccia), o aprirle ‘l fianco o ‘l petto,/ di selva in selva dal crudel s’invola,/e di paura trema e di sospetto:/ ad ogni sterpo che passando tocca,/ esser si crede all’empia fera in bocca (L. Ariosto, cit., Canto I, 34).

Da chi fugge Angelica? Dai cavalieri che la insidiano, soprattutto da Orlando.

La passione di Orlando per Angelica è, nel Furioso, uno dei contenuti fondamentali del tema erotico. Questo tema compone l’affascinante opera di Ludovico Ariosto, insieme con quello epico (lotta tra cristiani e musulmani), e con l’encomiastico (Ariosto, fa discendere la casa d’Este dall’amore fra Bradamante, sorella del cavaliere cristiano Rinaldo, e l’eroe saraceno Ruggero).

Nel Furioso le avventure sono complicate ed è difficile riassumerle, così ci limiteremo ad accennarle più avanti, per considerare ora il solo tema erotico, legato ai sentimenti amorosi accesi da Angelica in coloro che incontra.

La bionda Angelica, amata dai migliori “cavalieri” del suo tempo, viene descritta dall’Ariosto, come detto, fin dalle prime ottave del poema: è la figlia altera del Gran Can del Catai (regno dell’India), giunta dall’oriente con Orlando nell’accampamento di Carlo Magno assediato da Agramante e Marsilio, capi dell’esercito saraceno. La principessa, in possesso di un anello magico (talvolta, però lo perde!) che ha il potere di dissolvere gli incanti e di farla sparire, può permettersi di “sdegnare” ogni cavaliere.

Proprio nella guerra fra Cristiani e Saraceni inizia il gioco degli incontri, degli inseguimenti e dei duelli che coinvolgono i cavalieri, ciascuno turbato, come Orlando, nel veder l’angelico sembiante e quel bel volto/ ch’all’amorose reti il tenea involto (L. Ariosto, cit., Canto I, 12).

Le Lunghe e travagliate fughe dell’eroina sono sapientemente predisposte dall’Autore, per moltiplicarne le avventure come in un caleidoscopio, ma anche per renderla l’immagine della bellezza sfuggente, intoccata dalle passioni che suscita.

Per comprendere appieno l’attrazione amorosa da lei accesa, ecco un primo piano di Angelica, discinta prigioniera, dalle forme pure e cristalline, legata al nudo sasso dai corsari che l’hanno rapita mentre dormiva, e destinata in pasto ad un’orca; Ruggero, il campione saraceno, che la scorge, crede di vedere una statua creata da un valente scultore, ma poi si accorge delle lacrime che rigano i seni della donzella: un velo non ha pure, in che rinchiuda/ i bianchi gigli e le vermiglie rose,/… Creduto avria che fosse statua finta/ o d’alabastro o d’altri marmi illustri/Ruggiero, e su lo scoglio così avinta/ per artificio di scultori industri;/ se non vedea la lacrima distinta/tra fresche rose e candidi ligustri/far rugiadose le crudette pome,/e l’aura sventolar l’aurate chiome/…. /E dolcemente alla donzella disse,/…/ – O donna…/… Forza è ch’a quel parlare ella divegna/ quale è di grana un bianco avorio asperso,/ di sé vedendo quelle parti ignude,/ch’ancor che belle sian, vergogna chiude./E coperto con man s’avrebbe il volto,/se non eran legate al duro sasso;/ ma del pianto, ch’almen non l’era tolto,/lo sparse, e si sforzò di tener basso. (L. Ariosto, cit., Canto X, 95-99).

Dopo una strenua lotta con l’orca, nel frattempo sopraggiunta, Ruggero è assalito dall’impeto del desiderio. Dimentico del suo amore per Bradamante, sicuro di poter soddisfare la libidinosa furia, egli si fa sempre più “impaziente”. Ad Angelica non resta che abbassare gli occhi vergognosi sul proprio corpo nudo, ma quel gesto le consente di scoprire il prezioso anello al suo dito, e di agire rapidamente: del dito se lo leva, e a mano a mano/ sel chiude in bocca: e in men che non balena,/ così dagli occhi di Ruggier si cela,/ come fa il sol quando la nube il vela (L. Ariosto, cit., Canto XI, 6).

La trama delle avventure e delle implicazioni romanzesche porta Angelica all’incontro con Medoro, l’umile recluta di Cirene, che ha compiuto un’eroica sortita dal campo saraceno, insieme all’amico Cloridano, per dare sepoltura al proprio re, Dardinello, e che è stato ferito gravemente da mano cristiana, tanto da darlo per morto, lasciandolo sul terreno.

La seducente fuggitiva s’impietosisce di Medoro ferito, lo medica e, condottolo alla casa di un pastore, lo guarisce, poi s’innamora di lui e lo sposa. Il biondo Medoro è solo un povero fante, e per di più un vilissimo bàrbaro (modesto militare nemico, non certo un cavaliere!), ma ottiene ciò che nessun cavaliere aveva avuto, nonostante le incredibili imprese per lei compiute e lo straordinario valore mostratole: Angelica a Medor la prima rosa/ coglier lasciò, non ancor tocca inante/ né persona fu mai sì aventurosa,/ ch’in quel giardin potesse por le piante. (L. Ariosto, cit., Canto XIX, 33).

E’ dunque curioso e degno di attenzione apprendere che Orlando, capitato un giorno dove i due giovani hanno inciso le iniziali dei loro nomi ed hanno lasciato indizi inequivocabili della passione che li lega, si strappa di dosso armi e vestiti, rimanendo nudo; insomma, diventa “matto”. E’ questo il pericolo che corre, non solo un cavaliere antico, ma anche chi, come l’Ariosto stesso, troppo si fa prendere da un sentimento amoroso determinato dall’impulso sessuale. Nell’invocazione contenuta nella seconda ottava del Furioso, il poeta si paragona a Orlando, che per amor venne in furore e matto,/ d’uom che sì saggio era stimato prima, e si augura che la donna amata gli lasci almeno ingegno sufficiente a continuare l’opera. Attualità dell’Ariosto?


Feminine, l’alba del carteggio.

Quando la poesia ha iniziato a fruire nel carteggio….

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Letteratura e… eros: La tradizione greca

La prima poesia da menzionare nel repertorio della letteratura amorosa è senz’altro quella di Saffo, poetessa greca di Lesbo, nata e vissuta tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. Tra il numero di odi, epitalammi e inni che le si attribuiscono, soltanto l’Ode a Afrodite ci è giunto integralmente. In questo mirabile poema, il tema dell’amore, la celebrazione della bellezza e della grazia femminile trovano espressione in una forma al contempo tenera e ardente:

…io voglio ricordare

i nostri celesti patimenti:

le molte ghirlande di viole e rose

che a me vicina, sul grembo

intrecciasti col timo;

i vezzi di leggiadre corolle

che mi chiudesti intorno

al delicato collo;

e l’olio da re, forte di fiori,

che la tua mano lisciava

sulla lucida pelle;

e i molli letti…

 

Applaudita da Platone come la Decima Musa, lodata da Plutarco, Ovidio, Catullo e Orazio, Saffo è la creatrice del lirismo erotico, l’inventrice della strofa che prende il suo nome (strofa saffica) e una figura che rimane ancora oggi punto di riferimento di numerosi poeti. La sua poesia descrive la vita delle ragazze del tiaso, una comunità esclusivamente femminile dove si praticavano attività raffinate ed artistiche come la musica e la danza e dove si intrattenevano relazioni amorose omosessuali in un’atmosfera di devozione alla dea Afrodite. Nella Grecia di Saffo (VII-VI sec. a. C.), però, relazioni con persone dello stesso sesso erano tutt’altro che anormali ed immorali e, anzi, non essendo finalizzate alla mera procreazione, costituivano un passaggio pedagogico e fisiologico verso l’età adulta. L’intensità del sentimento raggiunge livelli così alti da confondersi, talvolta, con il desiderio di morte:

…essere morta, morta!

Lei lacrimava fitto

lasciandomi. Disse:”Che sorte

crudele, Saffo! Credi, non vorrei

lasciarti”…

 

e, come ritroviamo nell’Ode ad Afrodite, l’unica ode attribuibile con certezza a Saffo, l’amore per una donna diviene il tema centrale di una preghiera, in un’inusuale commistione di sacro e profano:

 

Afrodite dal trono dipinto,

Afrodite immortale, figlia di Zeus,

tessitrice di inganni, ti prego,

non domare con pene e con ansie d’amore,

o Regina, il mio cuore…

 

È la divinità, inoltre, che diviene garante della corrispondenza dei sentimenti: la legge del tiaso, a cui nessuna può sottrarsi, è infatti la reciprocità dell’amore:

…Oh, ma se ora ti fugge, presto ti inseguirà,

se doni rifiuta, presto doni farà,

se già non ti ama, presto ti amerà,

anche contro sua voglia…

Sotto lo pseudonimo di Lesbia, che richiama la terra natia di Saffo, viene celata la donna amata da Catullo, poeta latino del I° sec. a.c. Ad essa vengono dedicati numerosi canti in cui il poeta indaga la sintomatologia dell’amore:

…perché appena ti guardo più non mi riesce

di parlare,

la lingua si inceppa, subito un fuoco sottile

corre sotto la pelle,

gli occhi non vedono più, le orecchie

rombano…

 

Catullo, in aperto contrasto con la tradizione letteraria e sociale dell’epoca, considera l’amore, l’eros e la passione valori fondamentali per un uomo, a cui riserva uno spazio privato ed artistico significativo ed inconcepibile per un cittadino romano, le cui energie dovevano essere quasi esclusivamente rivolte alla vita pubblica e alla politica:

Dobbiamo Lesbia mia vivere, amare,

le proteste dei vecchi tanto austeri

tutte, dobbiamo valutarle nulla.

Il sole può calare e ritornare,

per noi quando la breve luce cade

resta una eterna notte da dormire.

Baciami mille volte e ancora cento

poi nuovamente mille e ancora cento

e dopo ancora mille e dopo cento,

e poi confonderemo le migliaia

tutte insieme per non saperle mai,

perché nessun maligno porti male

sapendo quanti sono i nostri baci.

 


Letteratura e… eros: La tradizione orientale

Nei testi più antichi, la tradizione orientale è una delle più importanti ed interessanti da questo punto di vista, sia per la quantità di opere che per lo stile.

Uno dei capolavori più antichi e famosi è l’insieme di novelle raccolte in Le Mille e una notte (in arabo: Alf Layla wa Layla), che narrano come una fanciulla riesce a salvare la propria pelle (e la propria verginità) raccontando ogni notte, per mille notti, una storia favolosa al sultano di cui è prigioniera. Quest’opera precedente il X secolo, anonima, fu conosciuta in Occidente solo molto tardi, attraverso la traduzione di Gallant (1646-1715). Altro grande capolavoro orientale, stavolta direttamente legato all’erotismo, è il Kamasutra indiano (Kama Sutra, “aforismi sul desiderio”), opera della fine del IV secolo attribuita a Vatsyayana.

La tradizione orientale giunge solo molto tardi in occidente (come si è detto sopra, Le Mille e una notte sono tradotte soltanto nel XVIII secolo). Ma vi è un testo entrato a far parte della cultura occidentale, che, anzi, ne è un pilastro, in cui si trova una ricca fonte di tradizioni orientali: la Sacra Bibbia, e in particolare l’Antico Testamento. Un’intera sezione di questo libro è dedicata all’amore, il celebre Cantico dei Cantici, dove gli accenti e le metafore spesso ardite rappresentano costanti allusioni alla sessualità dei giovani amanti (1,8):

 

…Belle sono le tue guance fra i pendenti,

il tuo collo fra i vezzi di perle.

Faremo per te pendenti d’oro,

con grani d’argento.

Mentre il Re è nel suo recinto,

il mio nardo spande il suo profumo.

Il mio diletto è per me un grappolo di cipro

nelle vigne di Engaddi.

Come sei bella, amica mia, come sei bella!

Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!

Anche il nostro letto è verdeggiante.

Le travi della nostra casa sono i cedri,

nostro soffitto sono i cipressi.

 

Caratteristico della letteratura orientale è l’uso di iperboli e di metafore molto elaborate, proprio dello stile barocco. Lo stesso esempio riportato sopra del Cantico dei cantici mostra bene questo stile. L’uso delle metafore non si trova soltanto nelle singole espressioni ma può investire l’intero poema: in questo caso il racconto diventa allegoria. È in questo senso che il Cantico dei Cantici, rifiutato in un primo momento dal canone ebraico per il suo carattere profano, è potuto entrare finalmente nel testo biblico come l’allegoria del rapporto tra il popolo ebraico e Dio.

Come una donna vestita a più veli che lascia indovinare le forme del proprio corpo, questo stile particolare permette alle opere erotiche di “avvolgere” i propri contenuti in strati di significato, da scoprire uno dopo l’altro. Queste opere non sono pornografiche perché non rappresentano crudamente la sessualità; perché, anche laddove l’erotismo è il fine, lasciano che esso sia accompagnato da mille altri piaceri, da mille altri dettagli. È anche per questo che, ad esempio, nelle illustrazioni del Kamasutra troviamo personaggi addobbati da ricche stoffe e gioielli, appoggiati su cuscini di seta, circondati da ambienti sontuosi e curati. Nell’arte dell’allusione, sia essa pittorica, poetica o altro, il dettaglio assume un valore particolare e simbolico.

 


Letteratura e… eros: Eros

Elemento fondamentale del cosmo nei miti cosmogonici greci, Eros è stato generato dal caos primitivo e rappresenta la forza attrattiva che assicura la coesione dell’universo e la riproduzione delle specie. È diventato più tardi la divinità dell’Amore, figlio di Afrodite e di Ares e fratello di Anteros (l’amore reciproco). Fu generalmente rappresentato come un bimbo alato che ferisce i cuori della gente con i suoi dardi. La letteratura e l’arte hanno ripreso spesso i suoi intrighi amorosi e il suo idillio con Psiche, la personificazione dell’anima.

Psiche è anche la celebre eroina del romanzo di Apuleio Le Metamorfosi (L’asino d’oro), di 11 libri. Lucio Apuleio (125-170 c.a d.C) inserisce la favola di Amore e Psiche nel suo romanzo, raccontando le peripezie amorose di Amore e Psiche, e la gelosia di Afrodite per i giovani amanti:

Così Psiche sposò Cupido, e nacque da essi, quando fu maturo il parto, una figlia che noi chiamiamo Voluttà.

Da sempre la letteratura ha avuto dei rapporti con la sfera dell’erotismo, sia come letteratura sull’erotismo, sia come letteratura i cui accenti si richiamano ad esso. Nel primo caso si tratta di opere scritte con l’intento di offrire al lettore una panoramica dell’erotismo, e comunque di testi il cui oggetto è l’eros. Nel secondo, si tratta di testi che hanno solo un legame, più o meno forte, con la sfera della sessualità.


Manzoni e Leopardi: la donna in due icone dell’Ottocento

Quando s’inizia un discorso parlando di scrittori come Manzoni e Leopardi viene subito da pensare ad argomenti importanti dal punto di vista letterario e non. Qui si tratterà invece nel dettaglio una figura presente nelle opere dei due scrittori, quella della donna.

Anche se in entrambi gli autori la donna viene spesso “usata” per esprimere un’ideologia o un’emozione e non analizzata in sé, risulta lo stesso interessante notare le differenze tra due scrittori così conosciuti e vicini nel tempo.

  Partendo da Manzoni, è bene premettere che la figura della donna è spesso schiacciata dai significati, il più delle volte religiosi o ideologici, che essa incarna.

Esplorando la grande produzione del romanziere e poeta milanese, una delle prime donne di un certo rilievo che incontriamo è sicuramente Ermengarda nell’Adelchi.

Questa tragedia venne terminata nell’1821. Essa narra di fatti storici, leggermente variati dall’autore, riguardanti il conflitto tra i Longobardi del re Desiderio ed il Papato aiutato da Carlo Magno. Ermengarda è la sorella del protagonista Adelchi, nonché figlia del re Desiderio e, cosa più importante, la moglie ripudiata e innamorata di Carlo Magno. Proprio l’oltraggio del ripudio porterà il re longobardo a tentare di obbligare il Papato ad incoronare re i nipoti di Carlo, precedentemente allontanati dalla possibile successione. L’evolversi degli eventi porterà allo scoppiare della guerra fra Longobardi e Franchi con la finale vittoria dei secondi. L’importanza di Ermengarda riguarda prevalentemente l’atto quarto, dedicato totalmente a lei, nel quale la donna impazzisce alla notizia del nuovo matrimonio di Carlo perché ancora innamorata. L’importanza rivestita da questo avvenimento è da ritrovarsi nel significato che Manzoni dà alla successiva morte della donna. In essa lei, così come il fratello, troverà la pace cristiana, sicuramente importante per il cattolico Manzoni. Analizzando l’atto del delirio di Ermengarda si nota che esso è scatenato in un secondo momento, cioè dalla notizia del matrimonio di Carlo con Ildegarde, prima di questa la donna chiede di avere una morte cristiana e di inviare il suo perdono a Carlo per l’averla ripudiata. Dopo la notizia dello sposalizio emerge però tutta la carica romantico-passionale della donna e del suo legame col re franco. Questo “sfogo” emozionale viene a trovarsi dunque in una posizione di contrasto con la precedente volontà della morte cristiana, ella infatti pare ancora troppo legata all’“empia” forza dell’amore terreno per poter legarsi totalmente a Dio(essa rifiuta infatti l’invito della sorella a farsi monaca). Finito il delirio e sentendo sopraggiungere la morte, essa si rassegna e pensa alla sua morte cristiana, mantenendo però il conflitto ideologico fra passione e cristianità che sarà risanato nel coro successivo dall’autore. In esso Manzoni rivolge alla donna l’invito a lasciare le passioni terrene e darsi completamente a Dio, inoltre la sua morte viene spiegata tramite il concetto manzoniano della “provida sventura” secondo il quale la morte cristiana permetterà alla donna di sfuggire al destino riservato all’empio popolo dei Longobardi.

Quest’analisi mostra bene come a Manzoni non interessi molto analizzare la psicologia della figura femminile, anche se essa è comunque legata all’ideale romantico della passione, ma  mettere in risalto la “superiorità” del modo e della mentalità cristiana. Difatti la contraddizione passione/cristianità, messa in luce sia nell’atto che nel coro stesso, viene risolta in pieno favore della cristianità. Il tema letterario della “provida sventura” simboleggia infatti il concetto cristiano della provvidenza, che verrà ripreso più volte da Manzoni, mentre le passioni terrene della donna vengono definite come emozioni empie da tenere estranee al legame con Dio. Ermengarda, così come Adelchi, rappresenta insomma una contraddizione che serve all’autore per affermare che nel redimersi e nell’accettare la visione cristiana si può ottenere un riscatto ultraterreno. La particolarità della figura della donna rispetto a quella dell’uomo si trova nel fatto che, mentre nell’uomo prevale lo spirito razionale nel contrasto fra la bassezza della situazione sociale reale in cui si trova ad essere e il suo ideale di fratellanza e bontà, nella donna è invece la parte irrazionale della mente a determinare la contraddizione. La donna sembra essere vista dall’autore come portatrice di sentimenti istintuali e passionali ben più dell’uomo( quasi seguendo la traccia biblica di Adamo ed Eva).

La donna manzoniana, in quest’opera, si presenta come più romantica dell’uomo, che viene invece a porsi quesiti che paiono essere più “alti”, mentre la donna è dominata solo dalle sue passioni. Ed in effetti ciò è anche ben supportato dal fatto che Manzoni non deve giustificare la contraddizione(razionale) di Adelchi, mentre si vede costretto a farlo per quella(irrazionale e passionale) di Ermengarda.

Questa prima figura femminile, sebbene marginale e dominata dall’idea di cui Manzoni la veste, fa emergere una visione della donna che pare collocarla in una sfera inferiore, o forse più romantica, dell’uomo, che sembra essere simbolo di una ragione filosofica di stampo illuministico.

Procedendo nell’analisi della produzione manzoniana riguardo alla figura della donna si giunge ai “Promessi sposi”. In quest’opera emergono varie figure di donna, ma le due che più colpiscono il lettore sono sicuramente quelle di Lucia e Gertrude o “la monaca di Monza”.

Entrambi i personaggi acquisiscono importanza in relazione al sentimento religioso cristiano, così come era stato per Ermengarda. Ma in questo caso si nota una grande differenza tra le due, mentre la prima incarna valori, ideali propri di famiglia e chiesa, Gertrude viene rappresentata come una monaca peccatrice che ha trasgredito gli insegnamenti morali della religione, ma soprattutto il suo matrimonio con Dio.

Mentre nel resto dell’opera l’autore si sofferma su temi storici, sociali e politici, quando parla di Lucia e Gertrude egli porta un messaggio ideologico riguardante la sfera religiosa e non solo. Lucia è poi il personaggio in particolare più caro a Manzoni. Essa non solo si fa portatrice di valori religiosi traditi dalla sua “controparte” peccatrice Gertrude, ma è inoltre l’esempio della donna umile ma fortemente fiduciosa nella provvidenza e negli ideali di famiglia e bontà. A differenza di Ermengarda che viene travolta dagli eventi senza riuscire ad opporvisi con fermezza, ella non perde mai la retta via e la fede. Grazie a questa sua figura essa rappresenta quasi un faro per altri personaggi del romanzo(in particolare Renzo e l’Innominato). Ella si pone nel romanzo come un elemento di mediazione tra uomo e Dio, ben più di quanto non lo siano i rappresentanti del clero come Gertrude e Don Abbondio.La forte carica ideologica di Lucia porta però a compromettere la sua identità di personaggio, quasi riducendola ad un semplice ideale di “donna-angelo” che pare più giusto collocare in una sfera utopica che non in un romanzo sociale come sono i “Promessi Sposi”. In essa è annullato il conflitto tra passione terrena e cristianità perché la prima viene a mancare. Quindi, sebbene Lucia sia un personaggio, dal punto di vista di fedeltà all’insegnamento cristiano e di ideali “buoni”, più alto e nobile della precedente Ermengarda, essa ricalca comunque quella “funzione” della donna quale portatrice di un messaggio ideologico a scapito della sua stessa identità di personaggio romanzesco. Lucia possiede meno “libertà di azione” di Ermengarda o di Gertrude in quanto essa è ben più legata al suo stesso messaggio ideologico.

 Passando alla figura di Gertrude si potrebbe dire che lei è una Lucia “rovesciata”. La sua figura si trova per certi aspetti più vicina a quella della pagana Ermengarda che non a quella della cristiana Lucia, anche se non ci è dato sapere se essa, così come il personaggio dell’“Adelchi”, alla fine delle sue vicissitudini abbraccerà in pieno la cristianità. Essa si lascia sconvolgere dagli eventi subendoli fin dalla sua formazione infantile.Il messaggio cristiano non fa realmente presa e non è quindi realmente portato da lei in quanto essa lo assume controvoglia. La sua scelta cristiana è un obbligo che le viene dato dai suoi famigliari a cui ella non riesce a opporsi. Mentre Lucia appare come personaggio fermo e fiducioso nella provvidenza divina, ella è un personaggio rinunciatario e psicologicamente debole, che non mostra mai una vera e propria presa di posizione. Anche la figura di Gertrude è però funzionale all’autore: essa mostra a cosa porti il non accettare in pieno il messaggio cristiano e soprattutto il trasgredirlo. Il personaggio della monaca esce ideologicamente sconfitto da quello della donna di campagna, ma forse proprio per questo Gertrude mantiene una maggiore identità di personaggio romanzesco rispetto a Lucia.

Insomma, in Manzoni la figura della donna si vede schiacciata dal preponderante messaggio ideologico di cui l’autore la fa portatrice nel suo intento di cristianizzare la società. La vera identità della donna sembra non riuscire ad emergere e l’unico esempio”realistico” che resta è quello delle donne popolari dei Promessi sposi(Perpetua,Agnese) che contribuiscono a dare un piccolo affresco del mondo contadino dal quale Lucia si deve escludere per la sua troppo alta idealizzazione cristiana.    In Manzoni la donna appare come strumento per i fini ideologici in quanto essa è probabilmente vista come più emozionale e romantica della figura maschile(che si fa comunque portatrice di questi ideali come in Adelchi e fra Cristoforo) che  mantiene inoltre una maggiore identità letteraria rispetto alla schiacciata figura femminile.

Questo modo di fare della donna la portatrice del messaggio religioso non sarebbe probabilmente andato a genio al Leopardi più maturo che invece si distacca dalla mentalità cattolica, anche se nella sua produzione letteraria la figura della donna gode di ben poco rilievo, anzi, forse meno di quello che le dà il Manzoni. Difatti nel suo pensiero filosofico-pessimistico troviamo  poco spazio per l’analisi delle tipologie umane che anzi non vengono quasi considerate dall’autore. Come Manzoni egli utilizza i suoi personaggi per esprimere le sue idee ma anche, a differenza, i suoi sentimenti ed emozioni. Pur vivendo un’iniziale adesione al classicismo,nel quale ritroviamo anche una critica alla nascente cultura romantica, si avvicinerà gradualmente alla stessa ma mai in maniera totalitaria, anche se si avrà una più forte carica passionale solo nella parte più tarda della sua produzione.

La prima figura femminile che si incrocia nelle opere leopardiane potrebbe essere vista nella natura matrigna, anche se forse risulta un accostamento più forzato del dovuto e forse non realmente voluto dall’autore. Resta il fatto che in questa visione della natura come “nemica” dell’uomo si potrebbe leggere come una rinuncia alla passione amorosa derivante dal rapporto con la donna, ciò potrebbe anche essere dimostrato dalla sfortunata vita sentimentale di Leopardi. Inoltre non sono poche le poesie nelle quali Leopardi sembra diffidare delle illusioni create dal sentimento amoroso, si pensi dunque a componimenti quali “Aspasia”, “Alla sua donna”, “A se stesso”, nei quali l’illusione dell’amore si mostra in tutta la sua cruda realtà senza lasciare scampo all’uomo che può solo rimproverarsi e giurare a se stesso di non cadere più in tali tranelli. Stona lievemente con questo pensiero la poesia “Amore e Morte”(comunque precedente agli ultimi due componimenti sopraccitati) nella quale l’inganno dell’amore è comunque visto come una consolazione per l’uomo, insieme con la morte. Probabilmente questo contrasto è dato dal fatto che “Amore e Morte” rappresenta un invito agli uomini a vivere la passione amorosa a differenza dello stesso autore, incapace di assaporarla a pieno come avrebbe probabilmente voluto.

Collegato al concetto della natura matrigna è il tema del suicidio ricorrente in alcune poesie e nel pensiero leopardiano. A riguardo di questo tema troviamo un’altra figura femminile ne l’“Ultimo canto di Saffo”. La grande poetessa greca, vissuta nel VII-VI a.C., viene qui rappresentata nella bruttezza del suo aspetto fisico che la porta a maturare un sentimento di esclusione dall’armonia della natura, tratteggiando un parallelismo autobiografico con l’autore stesso.

La figura della poetessa travalica il senso di estraneità dal mondo naturale per farsi terreno di scontro tra il mondo dell’apparenza, che la limita nella bruttezza del suo aspetto, e quello della sensibilità interiore, che le fa cogliere la profondità di tale contrasto conducendola all’esasperato gesto del suicidio. Anche in questo caso, sebbene si parli di un personaggio di un certo spicco, la figura femminile serve all’autore per muovere una denuncia alle illusioni della vita e al destino beffardo che dona, in modo totalmente casuale, felicità e infelicità a uomini e donne.

Pare quindi che la scelta del personaggio di Saffo sia dettata, più che dalla volontà di poetare su di una figura femminile, dall’opportunità offerta dalla significativa vicenda della poetessa greca di riportare un esempio di conflitto esistenziale  che ben si adattava alla trattazione di una tematica cara a Leopardi.

Detto ciò la figura più di spicco, e conosciuta, di tutta la produzione leopardiana è sicuramente Silvia. Ma questo personaggio, come abbiamo analizzato nel precedente autore, non viene proposto con una sua vera identità di donna, ma come portatrice del concetto della caducità e della disillusione della vita. Si ripete in Leopardi ciò che accade anche nelle opere di Manzoni: la donna, per quanto idealizzata e importante per l’autore, finisce per vedere schiacciata la sua identità in nome di ciò di cui essa si deve far portatrice secondo le scelte dell’autore. Anche se in questo caso la “tirannide” del pensiero è meno evidente, anche per il sincero dispiacere di Leopardi per la precoce morte di Silvia, non si può comunque parlare di una vera analisi dell’universo femminile. Il poeta sceglie la donna come “pretesto” per parlare di altro. Viene a mancare il personaggio vero e proprio.

Anche nel caso leopardiano si potrebbe però dire che la donna viene scelta come portatrice di determinati concetti in quanto, probabilmente, ritenuta più emotiva e “irrazionale” dell’uomo. Ciò però non basta a dare una vera e propria inquadratura della donna in sé, ma la mantiene dipendente dal messaggio che porta e da cui è  soffocata.

In sostanza, per quanto Leopardi sia più legato a concetti romantici ed emotivi del romanziere Manzoni, nemmeno in lui si può parlare di una ben delineata figura di donna che possa in qualche modo inquadrare una sua visione del mondo femminile. In entrambi gli autori non esiste questa volontà di analisi anche dovuta alle loro idee e ai loro scopi. Il primo si fa portavoce di un messaggio di cambiamento politico e sociale, mentre il secondo esprime il proprio pensiero filosofico-pessimistico tramite la sua poesia. Non ritroviamo nessun’analisi della figura umana vera e propria ma quella della situazione socio-politica e quella dell’amarezza della vita.

In queste due grandi icone dell’800 si nota dunque, per quanto concerne la figura femminile, quello che potrebbe essere artisticamente definito come un prevalere del contenuto sulla forma. La donna non interessa come identità in sé, ma come portatrice di idee, messaggi o pensieri. Pare essere insomma una figura letterariamente marginale.


Leopardi e le donne

  Notoriamente Leopardi non visse storie di reciproco scambio d’effusioni ed affetti, ma lui era un genio capace di dimensionare a proprio gusto e piacimento qualunque storia sentimentale giammai vissuta, quant’anche semplicemente sfiorata e che in ogni modo presentasse sfumature di concretezza : l’esistenza di una donna d’amare. E l’amore , come tenero infrangersi, al par dell’onde sulle accoglienti rive , Giacomo lo viveva , lo gustava , lo assaporava , e se ne faceva invadere a tal punto da rimanerne esso stesso prigioniero. Quel suo spirito romantico, che doveva esprimere “nell’infinita poesia”, trovava terreno d’esperienza in quegli amori platonici vissuti in maniera endogena ed autonoma , e proprio per questo abbelliti ed inghirlandati di colori e di alternanze cromatiche da far rabbrividire. Quelle “battaglie d’amor, se amor fosse, e come travagliar facevano il poeta” , che lesto s’appressava , in su la notte, ad immaginarne evoluzioni , partendo da una “bella imago , da cui, se non celeste, altro diletto giammai non ebbi e sol di lei m’appago”. quest’esplosione d’amorosi intenti, il Leopardi l’ebbe il giorno successivo alla partenza avvenuta il 14 dicembre 1817, della cugina Geltrude Cassi , ventisettenne già moglie e madre, giunta da Pesaro a Recanati l’11 dicembre 1817, per condurre la figliuola Vittoria nel collegio delle Oblate dell’Assunta, e quindi ospite della sua famiglia.

Un cuore palpitava, e, tumultuosamente, l’essere veniva compresso e catturato dal deliquio più dolce, dalla impertinente forza del desiderio, e veniva forgiato con potenza poetica ne “il diario del primo amore”: una lucida e crudele analisi di quel processo interiore, motore del mondo. Esso rappresenta l’arte dell’amore e la inconsapevole ricerca di una risposta a quella spinta furiosa verso la creazione di sentimenti,di scene, immagini, parole e suoni che si sovrappongono ossessivamente nella sua mente , e poi si dissolvono per apparir , poscia ,più gagliardi ed impenitenti che prima. L’amabile Giacomo, cominciando a sentir l’impero della bellezza, in maniera meravigliosamente dolce e lusinghiera, per sfuggire alla forzata ed abissale solitudine, sentiva nel petto il folle desiderio di conversare con donne avvenenti che con pretesti sottili abituassero la sua anima a dolci infamie. Trovarsi dinnanzi la Signora Pesarese, una ventiseienne alta e membruta, dai lineamenti forti e delicati e dalle maniere sopraffini, accese perdutamente, nell’inesperto cuore del poeta, la luce del sentimento ed aprì le porte agli sterminati spazi del “sentir romantico”. Lui osservava questa donna, la scrutava celando gli occhi ,con repentini sguardi ignari, verso panorami futili, mentre il suo cuor palpitava per poter amar costei. Ma “… s’al mondo ci fu mai affetto veramente puro e platonico, ed eccessivamente e stranissimamente schivo d’ogni menomissima ombra d’immondezza, il mio senz’altro è stato tale ed è, assolutamente per natura sua, non per cura ch’io ci abbia messa. Tale affetto immantinente s’attrista e con grandissimo orrore si rannicchia per qualunque sospetto di bruttura…Però, lungi ch’io mi vergogni della mia passione, me ne compiaccio , rallegrandomi di sentir qualcheduno di quegli affetti senza i quali non si può esser grande…e d’essermi per prova chiarito che il cuor mio è soprammodo tenero e sensitivo, e forse una volta mi farà fare e scrivere qualche cosa che la memoria n’abbia a durare, o almeno la mia coscienza a goderne……


Per giocare BSDM in modo adeguato

La sicurezza

Fare attenzione – Spero che a questo punto sia chiaro che il BDSM non ha nulla di violento, di malato o morboso. E’ un gioco, ma come tutte le attività, può essere pericolosa. Ecco, adesso direte che in realtà è violento, visto che ci vogliono delle precauzioni, ma siete in errore. La sicurezza esiste sempre, quando attraversate una strada guardate prima che non arrivi una macchina (pericolo ma poco divertimento). E vogliamo parlare degli sport? Arrampicare, sciare, andare in bicicletta, sono tutti sport potenzialmente pericolosi ma con le adeguate protezioni si posso fare in sicurezza. Vediamo quindi quali sono i potenziali pericoli del BDSM

Parola di sicurezza – nel BDSM si cerca sempre di raggiungere i propri limiti e magari scoprire che si possono superare ma cosa fare quando si sono raggiunti? Come può fare il sottomesso a comunicare al Dominante che ciò che sta’ facendo gli causa vero dolore e che non e’ più piacevole? Se ad esempio il gioco vuole essere la simulazione di un rapimento, come può il rapito far capire che vuole essere veramente liberato e che i lamenti non fanno parte del gioco? Il metodo più sicuro è la “parola di sicurezza”, una parola che non avrebbe significato nella scena, come “cocomero”, “mela” o qualsiasi cosa vi venga in mente. Quando il sottomesso la pronuncia, il Dominante dovrà immediatamente terminare la sua attività e liberarlo, sciogliendolo se fisicamente legato o terminando la dominazione mentale (insulti, critiche, ecc.).

Questa pratica può essere molto frustrante per il Dominante, in quanto dovrà sospendere immediatamente una pratica piacevole, sarà quindi cura del sottomesso utilizzarla solo quando  la situazione sarà intollerabile. Danni al corpo – La parola di sicurezza potrebbe però non essere sufficiente, il sottomesso potrebbe non riconoscere i suoi limiti ed essere portato ad esagerare. Come al solito, tutta la responsabilità ricade sulle spalle del Dominante, sarà suo cura verificare che il sottomesso non subisca danni, anche contro la sua volontà. Non dimentichiamo che anche se è un gioco, andiamo ad agire sulle articolazioni, sulla circolazione sanguigna e sulle terminazioni nervosi. Non vorrei spaventarvi ma durante la sessione, se si esagera si può fare molto male al sottomesso ed in alcuni casi anche creare danni permanenti. Mai, mai ed ancora mai mettere legami intorno al collo.

Materiali

Cosa usare – in realtà l’unico limite e’ la fantasia, qualsiasi cosa si puo’ utilizzare per immobilizzare più o meno strettamente il sottomesso, vediamo i più frequenti.

Corda

Resta il materiale principe, esiste in tantissimi materiali e spessori, i giapponesi preferiscono quelle in canapa, gli americani quelli in cotone, generalmente gli europei quelle in nylon ma non è una regola fissa. C’e’ poi il problema dello spessore, troppo sottile puo’ tagliare la pelle, troppo spesso può essere difficile fare i nodi. Quello che deve essere la regola è la qualità, la canapa e’ un po’ troppo ruvida, il cotone molto morbido, il nylon e’ una via di mezzo. Però con canapa e cotone i nodi si stringono e possono essere difficili da sciogliere, mentre con il nylon è più difficile che succeda. Si possono usare quelle acquistate in ferramenta o quelle per i tendaggi. Sono comunque molto costose.

Catene

Anche questo e’ un materiale molto usato, se ci includiamo anche le manette. Più resistente delle corde, dà sensazioni che vengono descritte come molto più intense. Sono fredde al contatto, non cedono e sono pesanti. Sono più difficili da gestire delle corde, bisogna avere molta esperienza.

Foulard

Per un bondage “elegante”, possono essere un modo gentile per introdurre il partner. Non hanno l’aspetto “cattivo” di corde e catene ma sono adatte ad immobilizzare. Ne esistono di tante forme, colori e materiali. Gli americani preferiscono quelli in seta, ma il cotone va bene lo stesso. Il pericolo e’ lo stesso delle corde, i nodi si possono stringere e può essere difficile scioglierli senza tagliare.

Nastro adesivo

Utilizzato molto dagli americani, che hanno praticamente scorte inesauribili di quello argentato superforte. Lo sconsiglio perché è doloroso quando si toglie, lascia sulla pelle dei residui di adesivo che sono problematici da togliere. Inoltre la composizione della colla alle volte risulta irritante per le pelli sensibili.

Altri

L’elenco potrebbe continuare, citerò il Domopak (mummificazione), cinghie, cinture, fasce elastiche, filo elettrico (pericolosissimo, taglia la pelle), bendaggi da ospedale, lenzuola, in un film hanno usato la carta igienica (scarso effetto).

Selfbondage

La solitudine – Tutto quello che ho descritto fino ad ora vale ovviamente in un rapporto di coppia, ma non sempre le coppie sono così ben assortite o non sempre si vive un rapporto di coppia. Se si prova comunque il desiderio di essere legati, si possono utilizzare alcune tecniche, definite di self bondage, per applicarsi da soli i legami. Ovviamente è pericoloso, perché si assume contemporaneamente la figura sia del sottomesso che de dominante e quindi molta attenzione deve essere data alla sicurezza, anche a scapito delle sensazioni che si ricercano dall’essere immobilizzato.


Il sè: corporeo, relazionale, narrativo

Il sé corporeo

In forte contrasto con la filosofia tradizionale, le metafisiche femministe sottolineano l’importanza del corpo e della sua materialità nella costituzione dell’identità. La volontà di valorizzare la natura delle donne porta in primo piano il corpo come parte di questa stessa natura. Il corpo è entità centrale per discutere le nozioni di bellezza, sensualità e piacere.

Alcune filosofe si occupano della violenza che i vari stereotipi sociali sull’erotismo e sulla sessualità esercitano sulle donne e sulla loro corporeità; altri vedono l’anoressia e la bulimia come problemi psicologici generati dall’interiorizzazione parossistica di un modello di bellezza femminile che conduce le donne ad odiare il proprio corpo; altri ancora riflettono sul trattamento medico e sociale dell’handicap.

In tutti questi campi, le metafisiche femministe si distinguono per una maggiore attenzione nei confronti della corporeità e materialità quali componenti imprescindibili dell’identità umana. Si distinguono poi per una marcata ostilità nei confronti dell’approccio medico-scientifico occidentale che tende a sottovalutare sia la prospettiva personale – il corpo vissuto piuttosto che osservato o usato – sia l’autorità cognitiva del soggetto nel riferire le proprie esperienze fisiche alle autorità mediche. Anche nella filosofia tradizionale contemporanea qualcosa sta però cambiando al riguardo: si comincia a rifiutare l’oggettivazione del corpo, il suo essere trattato alla stregua di un mero oggetto (sessuale o meno) che possiamo possedere.

Da una collaborazione tra prospettiva femminista e prospettiva tradizionale potrebbe nascere un’argomentazione più convincete per rifiutare l’oggettivazione e per rivalutare l’esperienza cosiddetta proprio-percettiva – quell’esperienza del corpo che abbiamo, diciamo, dall’interno, dalla prospettiva in cui il corpo non è vissuto come oggetto da possederemo piuttosto come parte essenziale della nostra identità.

 

Il sé relazionale e il sé narrativo

Se per la filosofia tradizionale il soggetto è autonomo e autosufficiente, per le metafisiche femministe esso è radicato nei contesti sociali: è un sé relazionale. La relazionalità del sé si stabilisce a partire dai primi fondamentali rapporti con la madre e il padre e persiste per tutta la nostra esistenza, colorandone intimamente gli aspetti etici. Il problema del sé e della conoscenza del sé diviene allora il problema della costituzione sociale dell’identità personale. Così come Pieranna è la figlia di Rina, l’alunna di Lucia e l’ex insegnante di Kristie, ogni altro essere umano, uomo o donna, bambino o anziano, esiste in una rete di relazioni sociali che definiscono i ruoli, i doveri, i privilegi e le dipendenze di tale soggetto.

Sebbene la concezione relazionale del sé non sia un’elaborazione peculiare delle metafisiche femministe (anche Fiche, Hegel e Marx sviluppano concezioni relazionali), rimane specifica delle prospettive femministe l’attenzione per i sistemi di oppressione sociale (per esempio il genere, le preferenze sessuali e l’handicap), che contribuiscono a determinare i contesti sociali in cui il sé si costituisce.

Veniamo ora all’ultima delle tre concezioni del sé. L’intuizione alla base della concezione del sé narrativo risiede nella convinzione che la nostra identità sia costituita da una narrazione diacronica dei fatti della nostra vita. Talvolta l’autore è il protagonista, nel qual caso possiamo parlare di autobiografia e di un sé che crea sé stesso narrando la propria storia. Talvolta invece l’autore della nostra storia è un’autrice che narrandoci ci crea.


Carroll: Alice nel Paese delle Meraviglie

 La lezione di storia cui Alice si sottopone malvolentieri all’inizio del racconto rappresenta la visione convenzionale del mondo, quella degli ‘adulti’. Alice desidera un altro punto di vista, un ‘paese delle meraviglie ’ dove tutto è rovesciato, un mondo allo specchio dove la logica è l’analogia e il rigore è il paradosso, dove l’alto e il basso, il piccolo e il grande s’invertono e si corrispondono.

Per entrare nella porta di questa dimensione ulteriore la protagonista diventa piccolissima, poi gigantesca, poi di nuovo minuscola. ‘Diventare grandi ’ significa diventare adulti, sé stessi. Ma qual è la grandezza giusta? Come fare a diventare grandi senza essere chiusi, giudicanti e aridi? Come fare a rimanere piccoli senza essere sopraffatti dal vasto mondo interiore degli archetipi e delle verità paradossali?

Pincopanco e Pancopinco  rappresentano forse questa dualità, questo enigma degli opposti uguali e diversi, sole e luna: sono il primo incontro di Alice nel suo viaggio interiore e le raccontano di un grande pericolo per chi – nell’affrontare il mondo interno, ma anche quello esterno – dovesse peccare di ingenuità, come le piccole ostriche raggirate dal Tricheco e dal Carpentiere: metafora del rischio rappresentato dagli imbonitori, dai movimenti di opinione e da quant’altro può finire con il fagocitare le coscienze inesperte.

Il Bianconiglio con il suo senso dell’urgenza è il richiamo che continuamente sollecita Alice alla ricerca. Ma Alice diviene nuovamente ‘grande’, troppo grande per la casa del coniglio: un ‘mostro’. I buffi personaggi che cercano di tirarla fuori, con le loro assurde, caricaturali e maldestre esagerazioni, fanno contrasto con la saggezza supponente di Alice, bambina educata e riflessiva i cui comportamenti riecheggiano quelli del papà e della mamma, come anche dell’Inghilterra vittoriana tutta. Solo ridiventando piccola, ‘mangiando qualcosa’ (mangiare può essere metafora dell’introiezione e dell’imparare) e ricominciando a ‘sognare’ può continuare nel suo viaggio tra fiori che cantano e suonano in orchestra e farfalle con le ali a forma di toast: il paesaggio metamorfico e onirico dell’inconscio. Dunque il mondo dei piccoli, dell’interiorità, dell’infanzia, è tutto armonia? No, perché anche qui Alice viene giudicata e respinta, quasi quanto nel suo ‘mondo di veglia’. Anzi: i fiori sono copie trasfigurate di vecchie comari inglesi. Alice non sa più chi è: è grande? E’ piccola? A questo punto la domanda essenziale del misterioso Brucaliffo, che parla come un saggio orientale delle “Mille e una notte”: “Chi sei tu?” (“Cosa essere tu?”) La nostra protagonista gli risponde: “Vorrei essere un po’ più grande.” Il Bruco, trasmutandosi in Farfalla (figurazione di ogni rinascita), fra tanti enigmi offre anche una soluzione: un lato di un fungo (sostanza allucinogena, tecnica, insegnamento) fa aumentare, l’altro fa diminuire. Alice prova e sperimenta i due estremi come mai prima, fino a trovare l’equilibrio e una grandezza intermedia, ‘giusta’ per lei. E’ allora che la bambina, coscienza in evoluzione, incontra lo Stregatto, visibile e invisibile, cui – stavolta – bisogna chiedere la strada per raggiungere il Bianconiglio. Il ‘gatto stregato’, anche lui fra un paradosso e l’altro, prepara l’incontro fondamentale con la follìa del Cappellaio Matto e del Leprotto Bisestile. Quest’ultimo allude ad un anno (bisestile) che c’è e non c’è, che è una convenzione. Come quella inglese del tè alle cinque del pomeriggio e anche quella dei compleanni, che qui – infatti – sono ‘non-compleanni’: siamo nel senza-tempo o, piuttosto, nella caricatura delle convenzioni, dei luoghi comuni, del trascorrere e della durata. Se il Brucaliffo rappresenta la domanda “Chi sei?”, e lo Stregatto “Da dove vieni e dove vai?”, qui – alla tavola del Cappellaio matto – siamo alla riflessione sull’impermanenza e sull’illusorietà delle certezze del pensiero – radicato nella percezione del tempo. E allora, cos’è il ‘ritardo’ su cui insiste il Bianconiglio, perché la sua urgenza? Di fronte alla saggezza paradossale della follìa, il tempo – l’orologio del coniglio – non ha senso.

Alice si trova nuovamente a riflettere su sé stessa e a cercare l’orientamento in un bosco di animali che sono anche specchi, trombe, vanghe e altre ‘assurdità’ che richiamano ad un significato più profondo delle cose, ad una ricerca del Senso (Tao, Via) che il bosco continuamente indica e smentisce. Alice è nel labirinto. La bambina è persa nei meandri dell’inconscio e, a questo punto,  rimpiange di non aver seguito i ‘buoni consigli’, di aver osato troppo. Perduta nel non-sense vorrebbe ora ritrovare la visione ‘normale’, quotidiana, fondata sulle certezze di quel mondo dal quale era fuggita: vuole tornare a casa. Ma c’è ancora un’esperienza cui lo Stregato la induce: l’incontro con la Regina. Il labirinto è ora fiorito, popolato di carte da gioco come sudditi sottomessi e spaventati di una potente Regina di Cuori, una Grande Madre antipatica e crudele, che giudica tagliando teste: negando così l’individualità, riducendo tutti a  numeri, carte del suo gioco. Tutte le strade sono della Sovrana, non esiste una strada individuale, ‘sua’ di Alice. Probabilmente questo incontro con la Regina rappresenta la meta, il culmine, lo scopo del viaggio di Alice, il traguardo cui conduceva la corsa concitata del Bianconiglio. Ricordiamo che Lewis Carrol scrive in epoca vittoriana: forse nella Regina di Cuori potremmo intravedere la caricatura satirica della Regina Vittoria. In ogni modo la Sovrana è sovrastante, anche l’evidenza deve piegarsi al suo volere: deve poter vincere ad ogni costo nelle sue partite di croquet. Da un lato è la Grande Madre Terribile della società dell’epoca di Alice – incarnazione del libro di storia che bisogna per forza studiare – e dall’altro è l’Inconscio Divorante, cioè un Archetipo interiore che tende ad impedire la crescita e lo sviluppo della Consapevolezza Individuale (così come nel racconto impedisce quella del Re consorte).

La fase del processo giudiziario ad Alice ripropone come in un riepilogo tutti i non-sense incontrati nel viaggio, cioè tutti gli insegnamenti ricevuti: i vari Cappellai Matti, Stregatti, Brucaliffi, eccetera. Alice è una volta di più grande, poi piccola, ma stavolta ha avuto il coraggio di affrontare la Regina, di dire la verità, di avere una chiara visione delle cose: la sua. E’ allora che si ‘sveglia’ ritornando alla vita ‘normale’ con le sue rassicuranti consuetudini. Ora, però, lei è diversa. Ora è, finalmente, ‘cresciuta’…


Handel – Concerto Grosso Op. 6, No. 5


Francesco Guccini – Lettera


Oriana Fallaci: passione per il Giornalismo


Alda Merini – Il suo sperma…

(Da: Clinica dell’abbandono)

Il suo sperma bevuto dalle mie labbra

era la comunione con la terra.

Bevevo con la mia magnifica

esultanza

guardando i suoi occhi neri

che fuggivano come gazzelle.

E mai coltre fu più calda e lontana

e mai fu più feroce

il piacere dentro la carne.

Ci spezzavamo in due

come il timone di una nave

che si era aperta per un lungo viaggio.

Avevamo con noi i viveri

per molti anni ancora

i baci e le speranze

e non credevamo più in Dio

perché eravamo felici.


Gabriele D’Annunzio – Mia crudele amica

Perché, perché, o mia crudele Amica

non vi lasciate mettere l’Uccello

in quella ricca e opulenta fica

che nel suo genere è il perfetto bello?

Vorrei essere davvero una formica

per entrare quatto quatto in quel corbello:

sapete, non m’importerebbe mica

di restar preso nel cresputo vello.

Voi fareste addolcir qualunque amaro

noi tutti quanti ripetia in coro:

Voi siete qualche cosa di ben raro

Portate di bellezze un gran tesoro

via, via, prendere un pugno di denaro

e lasciatemi entrar nel vostro foro


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 27

Una notevole pressione sulle ostetriche arriva naturalmente dalla medicina ufficiale, fortemente intenzionata a togliere loro spazio e autonomia. Si diffondono in Europa regole che impongono all’ostetrica di chiamare il medico ogni volta che il parto si complica e che le proibiscono di eseguire alcune manualità e di utilizzare i ferri chirurgici. In molti luoghi queste norme sono necessariamente ignorate (nessun medico va ad assistere a un parto distocico in un isolato casolare di montagna), ma nelle città è diverso, e le condanne alle ostetriche renitenti cominciano a fioccare. L’interesse della medicina alle scienze ostetriche e ginecologiche continua a crescere: vengono proposti nuovi strumenti ostetrici, il cui uso è vietato alle levatrici (e non solo a loro: il forcipe di Chamberlen utilizzato per la prima volta all’inizio del 1600, fu mantenuto segreto a tutti e utilizzato solo dai familiari del suo inventore per più di 50 anni).

Ma che tipo di informazione e quanta cultura contenevano questi libri, sui quali si formavano le ostetriche più brave e preparate? Ho letto alcuni capitoli di “La commare o riccoglitrice“, un libro verbosissimo, che sul piano squisitamente tecnico è “figlio dei tempi e per i tempi ardito”. I consigli, la descrizione della patologia, le disquisizioni sulle cure e sugli interventi sono più che accettabili. Ma Scipione Mercurio voleva anche vestire i panni dello scienziato e del maestro, e così, ogni tanto, dissertava. È bene che io faccia qualche esempio delle cose che scriveva, perché – tenetelo presente – queste cose diventavano “verità scientifiche” nella testa e nella fantasia delle donne che – più di ogni altra persona – erano deputate alla cura della salute procreativa.

Molti capitoli del secondo libro di “La commare o riccoglitrice” sono dedicati ai mostri, a cosa siano, a cosa ne causi la venuta al mondo, e quali siano veri e quali favolosi. Mercurio cita subito Agostino e ricorda che nel libro 10, capitolo 16 della “Città di Dio” c’è una classificazione che considera separatamente mostri, ostenti, prodigi e portenti. Non sono un lettore abituale di Agostino, ma la citazione è per lo meno sbagliata, il libro deve parlarne da qualche altra parte. Comunque, Mercurio spiega che i mostri sono quei nati che hanno testa di cane o piedi di capra; prodigi, quelle creature che hanno parte del corpo situate in luoghi diversi dall’abituale; ostenti, quei fenomeni inusitati che possono avvenire al momento del parto (come il fatto di una cavalla che partorisca una lepre); portenti, le nascite contro natura (cioè i feti con il corpo trasformato nella figura o nel sesso).

La cosa che mi interessa, nella lunga disquisizione che segue a questa classificazione, è quello che Mercurio pensa delle “cagioni dei mostri”. Meglio riportare le sue parole:

 “L’ultima causa e forse la maggiore per mio giudizio è l’imaginazione dei genitori e particolarmente quella della madre. Particolarmente dico quella perché di sopra si è già mostrato quanto possa tale imaginazione nel corpo già formato, stampandoci sopra le marche di quanto desidera la donna. Hor che sarà allora, quando nei sangui e semi teneri corrano gli spiriti formati da pensieri mostruosi? Certamente potranno più, che molto effigiare, e variare tale massa di sangue, e di seme tanto più agevolmente, tanto più è alta questa materia a ricevere ogni impressione, che non è il corpo, già organizzato e perfetto. Che l’immaginazione possa ciò fare è opinione quanto mai invecchiata di quanti mai ragionarono della immaginazione delle donne. Lo persuade Alberto Magno, Avicenna, e un numero quasi infinito di scrittori“.

Il concetto è già espresso in termini molto espliciti e sono già stati trovati, per lui, illustri padri tra gli scienziati. Si tratta ora di ragionare sui meccanismi.

“Aristotele, nel libro 4 della generazione degli animali, al capitolo 4, dice che il mostro nasce o dalla debolezza del seme dell’agente, o dalla disobbedienza della recipiente. Questa disobbedienza, dirò io, oltre a molte altre cose che si possono considerare che altro è che quello non uniformarsi con l’intenzione dell’agente, il quale intende riprodurre un simile a sé? e però quando la donna andrà vagando con la mente nel tempo della concezzione, e pensando ad animale, o ad altra strana figura produrrà il mostro: poiché sopra si è detto che l’unirsi e farsi conforme alla volontà dell’agente, è causa di fare i figli simili al padre. Ma qui dirà alcuno che la somiglianza non quadra: perché la donna stampa il vestigio della cosa desiderata nel fanciullesco corpo, questo avviene perché la desiderò molto: ma quale sarà così sciocca donna che giamai desideri cosa tanto orrenda di fare figli mostruosi? Rispondo che è vero, che allo stampare le voglie nei corpi dei fanciulli si ricerca l’imaginazione fissa congionta col desiderio perseverante: ma questo si disse che era necessario perché la imaginazione non poteva in uno istante imprimere cotai segni, ma per mezo de spiriti e questi per mezo del sangue il quale dovendo passare per molti spazi di vena per ritrovare la parte, che dovevano nutrire, è necessaria con la perseveranza del desiderio con la forte imaginazione acciò non svanisse per suo difetto. Nella generazione de i mostri non vi vuole questa manifattura perché nella congiunzione dell’huomo e della donna mentre quei semi e sangui si uniscono insieme, il che è fatto sempre con molta dolcezza se in quell’atto la donna discorra con la imaginazione sopra il collo, capo, petto di qualunque animale, e che niente duri ancor che non lo desideri correndo gli spiriti quasi in un subito sopra quei semi per mezzo della dolcezza, imprimono in quei sangui quelle confuse imagini che apprese con l’imaginazione, le quali restando colà finché il corpo si informa, si genera il mostro. Il che più facilmente si può fare quando vi concorra alcuna dell’altre sopraddette cause, si che correndo gli spiriti impressionati dalla imaginazione sopra cosa tanto tenera e molle, non ha di bisogno del desiderio per impronto a fare tale opera, come nel corpo formato già si disse. E questa è la ragione che senza che la donna desideri havendo con la sola imaginazione appreso qualche figura strana produce i mostri. Il che a me pare facilissimo”.

Mercurio, a questo punto, compie un vero capolavoro di analogia, ricordando come a tutti accada di sbadigliare vedendo che qualcuno sbadiglia e di aver voglia di urinare, se vedono spillare vino da una botte, e questa è la forza dell’immaginazione. E questo è anche un modo perfetto per far sentire le donne colpevoli anche della nascita dei bambini mal conformati.

Non può essere un caso se, nella serie di capitoli dedicati al significato e alle cause della nascita dei mostri, Mercurio ne inserisce uno intitolato “Se i diavoli possano generare come molti credono”. L’argomento è affrontato con molta serietà e l’intenzione dell’autore è di dare al quesito due risposte diverse: se i diavoli possano generare per propria natura; se possono generare per mezzo e aiuto d’altra natura.

Quanto al primo quesito, Mercurio chiama in causa San Tommaso che afferma che

essendo il generare atto della vita e la vita facoltà attenente al composto d’anima e di corpo, non havendo corpo l’Angelo non può avere le operazioni che da quello nascono; e che essendo in esse le generazioni, l’Angelo per sua natura non può generare e poiché il Diavolo per natura è Angelo – che il peccato lo fece diavolo – ne segue che neanco il Diavolo per sua natura possa generare sì che non è vero che i Demoni generassero per sè gli Incubi e i Sucubi”.

Ma, riprende Mercurio, la storia dell’uomo è piena di prove dell’esistenza della capacità generatrice del Diavolo:

“Dico dunque che il Demonio, essendo di natura angelica non può generare per virtù di essa, ma per virtù della natura umana, cioè facendosi hora Incubo e hora Sucubo. Imperocché mentre il Diavolo vorrà procurar la generazione gli è necessario prima assumere un corpo di una Donna morta, o altro corpo fantastico, e fingendo d’esser una meretrice sottoporsi all’huomo nell’atto carnale e ricever il suo seme, o procurarlo di havere da quegli, che patiscono poluzzioni notturne, o che volontariamente da se stessi si corrompono, e conservarlo nel suo calor nativo, il che potrà facilmente far haver cognizione delle cose create, si come facilmente potrà mover quel corpo come se fosse vivo; poiché la sostanza spirituale ha imperio assoluto sopra la sostanza corporale e anco con la medesima facilità potrà con odore occultar il fetor del corpo morto; e fatto questo bisogna che di nuovo figli un altro corpo di maschio, o cadavere, o corpo fantastico, e quel seme che haveva raccolto come Sucubo, lo trasmetta nell’utero di una donna nell’atto carnale fatto Incubo, in questo modo potrà il Diavolo generare ma non per virtù propria”.

Qui, Mercurio ha una piccola crisi di coscienza e dichiara di esser diventato rosso “considerando di una creatura così nobile come il Diavolo, (che pur è Angelo per natura) mentre è tanto intento a far peccare gli huomini, non si vergogni di pigliar corpo, esercitar quegli atti puttaneschi, e dishonesti, pur è vero che molte volte l’abbia fatto”.

E qui cita S. Agostino ma, soprattutto il Malleus Maleficarum “dove è una frotta di queste sporcherie del Diavolo


L’amante

Goditi il film “L’amante” on line

 

Una quindicenne, figlia di una francese divenuta povera a causa di investimenti sbagliati in Indocina, nel 1929, nel periodo degli studi in un collegio, conosce un ricco e nullafacente trentenne cinese. L’adolescente si lascia sedurre ed amare dall’uomo, ma stabilisce che egli potrà avere solo il suo corpo. I loro incontri sono occasionali, ma con il passare del tempo sono sempre più frequenti, infatti questi affitta anche una stanza nelle prossimità del mercato. L’attrazione irresistibile sembra essere protagonista assoluta, il “cinese” la fa entrare in un mondo che per lei era sconosciuto. Anche se i due non si sono proposti e promessi nulla di più dei rapporti fisici, le difficoltà sono all’ordine del giorno: sia i professori, sia la madre ed il fratello maggiore di lei, come il padre di lui, non vedono di buon occhio il proseguire di tale rapporto. Ma i soldi fanno la differenza e così, tra cene imbarazzanti, umiliazioni e soldi, la relazione prosegue. Essendo il tutto iniziato tra i due senza propositi comuni, ambedue sono consci che per la loro differenza di tradizioni e stato sociale non consente loro un futuro: neppure si illudono di averne uno. Il “cinese” deve accettare le convenzioni sociali che finiscono per prevalere sull’amore: è costretto a sposarsi con una giovane che non conosce e quindi a rinunziare alla passione. La coppia che pensava fosse soltanto sesso sfrenato, comprende che in realtà era amore. L’adolescente decide di imbarcarsi per la Francia, patria della sua famiglia, che non ha mai visto e con tradizioni che non conosce veramente. Sul traghetto che la porterà lontano da lui comprende di averlo amato. E dopo anni, divenuta adulta, in Francia, il suo pensiero è rivolto al suo perduto amore: “Quell’amore si era perso nella storia come acqua sulla sabbia”.

“L’amante”, tratto dal romanzo di Marguerite Duras e diretto dal regista Jean-Jacques Annanud, più noto per “Il nome della rosa”, “L’orso” e “Sette anni in Tibet” non ha ottenuto un grande successo nonostante la raffinata messa in scena e l’accentuato erotismo. Molti hanno criticato il film poiché il regista si è affidato maggiormente alla fotografia, alla ricerca dei particolari, trascurando i dialoghi e risultando così meno fedele al racconto originale del romanzo. Forse queste critiche hanno dimenticato che il cinema non è teatro e quindi fedele alla scrittura, ma ha un suo linguaggio particolare che varia per la sensibilità della regia. Infatti la pellicola si distingue per lo stile; il film risulta un conflitto fra ragione e sentimento, con l’idea del rifiuto del corpo, della difficoltà che ha la mente di accettare la naturalità e l’istintività del desiderio. L’occhio, le immagini, e la cura dei particolari riportano a livello visivo la passione ed il dialogo fisico dei due protagonisti. L’apparente distacco di certi gesti della fanciulla per l’amante cinese è palesemente contraddetto quando i loro corpi nudi dialogano: fanno capire che il tutto era una sorta di difesa poiché, nonostante la giovane età, ella è consapevole delle barriere sociali e razziali. Egli tenta di andare contro le tradizioni per seguire il suo cuore, ma le tradizioni sono più forti, ma non riescono a cancellare dal suo cuore il suo amore travolgente. Non vi è mai volgarità anche se sono numerose le scene che rappresentano i loro rapporti fisici: si respira un’ardente sensualità. I colori sono sbiaditi e delineano velate malinconie, forse perché racconta di un amore nato per gioco e per curiosità. Sensualissima è la scena di seduzione nel taxi, giocata solo sulle mani dei due, nel loro imbarazzato primo incontro. Particolare è il fatto che i loro nomi, che definiscono identità, non vengono mai svelati, neppure dalla voce fuori campo che nella versione originale è di Jeanne Moreau.

L’Amante – L’Amant – The Lover di JEAN-JACQUES ANNAUD (1991)

Durata: 112’
Origine: FRANCIA
Produzione: BURRIL PRODUCTIONS-FILMS A2
Produttore: Claude Berri
Cooproduttori: Timothy Burrill, Jacques Tronel
Produzione Management: Alfred Lott, Christine Raspillère
Distribuzione:PENTA FILM – PENTAVIDEO, MEDUSA VIDEO (PEPITE)
Soggetto: tratto dal romanzo di Marguerite Duras
Sceneggiatura: Jean-Jacques Annanud, Gérard Brach
Fotografia: Robert Fraisse
Interpreti: Jane March, Tony Leung ka-Fai, Frédérique Meininger, Arnaud Giovanninetti, Melvil Poupaud, Lisa Faulkner, Raymonde Heudeline, Xiem Mang, Philippe Le Dem, Ann Schaufuss, Quach Van An, Tania Torrens, Raymonde Heudeline, Yvonne Wingerter, Do Minh Vien, Hélène Patarot, Jeanne Moreau, Frédéric Auburtin, Alido H. Gaudencio, Vu Dinh Thi, Truong Thu, Nguyen Thi Cam Thuy, Lu Van Trang, Vu Kim Trong, Lauren Williams
Montaggio: Noëlle Boisson
Assistente alla regia: Isabelle Henri
Assistente alla fotografia: Alain Herpe
Assistente al montaggio: Diane Logan
Direzione artistica: Olivier Radot
Art design: Mat Troi Day, Sophie Martel, Maxime Rebière
Produzione Design: Hoang Thanh At
Effetti Speciali: Georges Demétrau
Effetti Visivi: Alan Church
Musiche: Frédéric Chopin con “Waltz b-minor, opus 69, No.2”
Musiche Originali: Gabriel Yared
Suoni: Christian Wangler
Scenografia: At Hoang
Casting: Francine Cathelain, Olivier Mergault, Joanna Merlin, Patricia Pao
Costumi: Yvonne Sassinot de Nesle, Jean-Daniel Vuillermoz


Chocolat

Goditi Chocolat on line

Magia o semplice psicanalisi? Il sottile equilibrio che lega questi due fenomeni è il tema portante dell’ultimo film di Lasse Hallstorm (Le Regole della Casa del Sidro). Vianne Rocher (Juliette Binoche) è una “donna in viaggio” che, accompagnata dalla piccola Anouk, sua figlia illegittima, arriva in un piccolo paesino della Francia anni ’60 (ma sarebbe potuto essere qualunque altro tempo e qualunque altro luogo) bigotto e perbenista. Con l’apertura della sua cioccolateria un vento di cambiamento comincia a soffiare in città, risvegliando le emozioni non solo dei cittadini, ma anche degli spettatori. Vianne riesce a cogliere i desideri delle persone e ad indirizzarle sul sentiero che hanno smarrito, senza forzarle, ma accompagnandole. Se questa è magia, allora è una strega; ma forse è più semplicemente la capacità di saper ascoltare e capire chi ci circonda.

La commedia non si limita a raccontare una storia, anzi più storie, di vita o d’amore, ma si avventura in un viaggio nell’anima dei personaggi. L’immobilità che caratterizza il genere umano refrattario ai cambiamenti improvvisi o alle realtà che potrebbero mettere in discussione gli assunti di tutta una vita. Tutto questo è incarnato nella figura del sindaco, il Conte di Reynaud (Molina), che si batterà strenuamente per allontanare l’improvvisa “perturbazione” che mette a repentaglio la tranquillità dei suoi compaesani; in realtà vuole allontanare anche la realtà dei fatti che lo costringerebbe ad ammettere che la sua vita è un fallimento. Vianne cambierà la cittadina, grazie anche all’aiuto di Roux (Deep), un girovago, ma soprattutto la città cambierà Vianne raggiungendo così la giusta armonia.

Coraggiosa la scelta del regista di modificare la stesura originale del romanzo che identificava nel parroco l’antagonista di Vianne. Questo avrebbe limitato, forse, il confronto entro confini più ristretti tra chiesa ed innovazione, così ha invece dato una maggiore universalità al suo messaggio.

Fantastica l’interpretazione di Judie Dench, Armande, che partendo da un personaggio di contorno, tratteggia una figura a tutto tondo che spesso domina la scena. Armande oltre ad essere l’affittuaria di Vianne, è forse l’unica persona nel villaggio che ha ancora voglia di vivere ed è disposta a rischiare tutto per non perderla. Di fatto non è altro che la stessa Vianne con una quarantina d’anni in più.

E la cioccolata? La cioccolata è una metafora. Il potere liberatorio del piacere e dell’appagamento; lasciatevi andare, e la vità sarà certamente più bella. Se il film non brilla per la fotografia, c’è da dire che le scene in cui assistiamo alla preparazione dei dolci, magnificamente scandite dalla colonna sonora, risultano indimenticabili (almeno per i golosi).

La frase: Deep – “La avverto…se fa amicizia con noi si inimicherà gli altri.”
Binoche – “Me lo promette?”

La chicca: la cioccolata, dovunque e comunque, in tutte le forme e in tutti i sapori, quasi se ne coglie la fragranza attraverso lo schermo. Incredibile.

Indicazioni:
Un bella commedia che bilancia sentimenti e “magia”. Per i romantici.

USCITA CINEMA: 23/02/2001
GENERE: Commedia, Romantico
REGIA: Lasse Hallström
SCENEGGIATURA: Robert Nelson Jacobs
ATTORI:
Juliette Binoche, Judi Dench, Alfred Molina, Lena Olin, Johnny Depp, Ron Cook, Peter Stormare, Victoire Thivisol, John Wood, Aurelien Parent Koenig, Antonio Gil-Martinez, Harrison Pratt, Helene Cardona,Gaelan Connell, Elisabeth Commelin, Guillaume Tardieu, Hugh O’Conor, Carrie-Anne Moss

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Roger Pratt
MONTAGGIO: Andrew Mondshein
MUSICHE: Rachel Portman
PRODUZIONE: David Brown Productions, Miramax
DISTRIBUZIONE: Eagle Pictures
PAESE: Gran Bretagna, USA 2000
DURATA: 121 Min
FORMATO: Colore