L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 2

Quando siano arrivate, presumibilmente volando, le streghe, è difficile dirlo. La parola deriva dal termine greco stryx, strige, uccello notturno, forse civetta e forse barbagianni, una parola alla quale i Greci davano un particolare significato, connesso con la saggezza che arriva in premio all’età e all’esperienza, tanto che chiamavano con questo nome gli anziani che sapevano decifrare i segnali della natura e portare così utile consiglio ai governanti delle città. Strige divenne poi soprattutto, nell’interpretazione che ne davano i Romani, un temibile uccello notturno che, come i vampiri, succhiava il sangue dei bambini nelle culle e istillava tra le loro labbra il suo latte avvelenato. Così, per successive aggregazioni, si configurò lentamente la figura moderna della strega.

Gerolamo Tartarotti, nel suo libro “Del Congresso Notturno delle lammie”, pubblicato nel 1749, scriveva che “il moderno congresso notturno delle streghe altro non è che un impasto della Lilith degli ebrei, della Lammia e delle Gellone dei Greci, delle Strigi, Streghe e Volatili dei Latini”.

A queste figure misteriose e ambivalenti – non tutte e non sempre erano volte unicamente al male – altre se ne aggiungevano che l’immaginazione popolare costruiva, dando volto e nome ai fantasmi che popolavano i sogni dei più derelitti:  la Vicca, la Janara di Benevento, la Zucculara, l’Urìa, la Manalonga. In Romagna, terra che non ama i luoghi comuni, molto più delle streghe imperversavano i peciablégul, o cheicablégul, antipatici folletti che violentavano le donne che dormivano ignude, attaccavano le serpi alle mammelle delle vacche e sporcavano di feci le code di tutti gli animali della stalla. In alcuni casi l’interpretazione malevola era praticamente inevitabile: si pensi al Sabba, che certamente tradisce l’innocenza delle prime riunioni notturne femminili : il nome deriva da Sabazio, il cui culto – che  ebbe ampia diffusione sia in Grecia che a Roma – era fortemente legato alla figura del serpente e aveva a che fare con la fertilità, tanto che tra i riti che lo celebravano era molto nota una festa orgiastica molto simile a quelle che onoravano Dioniso. I Sabba divennero ben presto parte del Gioco di Diana, un corteo di streghe, stregoni e spiriti infernali che seguiva la dea triforme per il cielo, dedicandosi al canto, al ballo e ad altre attività meno virtuose. È dunque ovvio che nella figura della strega si mescolassero almeno due componenti: una più colta che aveva a che fare con divinità femminili che avevano stretti rapporti con l’occulto e la magia; uno più popolare che derivava direttamente da riti e cerimonie eseguiti in onore di divinità misteriose, celebrati in tutta Europa  soprattutto da donne. Secoli dopo, a queste due componenti se ne aggiungerà una terza, inventata di sana pianta dal cattolicesimo, che vedeva ovunque l’eresia e attribuiva anche alle più ingenue manifestazioni del folclore il significato di vere e proprie manifestazioni diaboliche.


Magare, Streghe e Janare

Le magare, le streghe o le janare, di loro ve n’è traccia, soprattutto in Calabria, in Campania(quelle  dell’antica Malevento) o nel Molise. Donne libere, capaci di girovagare di notte, di far paura anche ai principi e ai re, Sono anche ricordi di tutte le infanzie, intimidite vieppiù dai volti rugosi, contraffatti dalla luce rossastra del fuoco del camino, delle vecchie zie e comari, nelle fredde serate d’inverno.

Ai nostri occhi spaventati di bimbi, le care donne si affrettavano a dirci, per rassicurarci, che bastava mettere una scopa dietro la porta e spargere del sale intorno alla casa, per tenere  lontano quelle donne infernali.

Le magare nascevano, di solito, nelle notti delle vigilie di Natale, donne sacrileghe, dunque, quelle notti che davano e danno i natali al re più potente, Gesù.; quasi, la loro, una ricerca paritaria con il divino.

JUNG afferma, quasi ad avvalorare l’esistenza delle magare,  che un’opinione antica sta a dimostrare che è psicologicamente vera.

Di storie tenebrose che girano intorno a queste streghe, ve ne sono tantissime, storie che riempiono le nostre montagne, gli anfratti, le case abbandonate, le caverne o le chiese sconsacrate, abitanti di antichi castelli, per perpetrare una immortale fiaba popolare, che, forse, solo fiaba non è mai stata, ma che potrebbe essere certamente superstizione che non è arretratezza culturale, anzi, la cultura stessa di un popolo.

Passeggiare per boschi e montagne della Sila, del Matese o del Partenio, è l’addentrarsi in un mondo abitato da divinità antiche, da streghe, magare e Janare, custodi di antichi segreti,Vestali nere ed informi, dallo sguardo insidioso e folle. Vestali pericolose, temute dallo stesso Inquisitore che mai le guardava negli occhi per il timore di restare ammaliato. Le Vestali nere, definite anche le “lune nere”, emanazione della strega primordiale di nome Lilith.

LILITH è il demone al femminile della religione mesopotamica ed è simboleggiata dal turbine tempestoso che porta con sé solo disgrazia e malattie mortali. Lilith è presente anche nell’ebraismo con le sembianze della civetta e sarebbe codificata anche nella cabala quale donna prima, nata cioè prima di Eva, e compagna di Abramo (tradizione rabbinica).

E’ temuta come demone della notte, capace di far male ai bimbi maschi e simboleggia l’adulterio, la stregoneria e la donna lussuriosa. Le sofferenze inferte, soprattutto ai bimbi, anticamente, come ancora ai tempi moderni, vengono curate con lo scongiuro di Aidone che serve a scacciare il malocchio. Questa pratica si esercita riempiendo d’acqua un piatto che si posiziona sulla testa del sofferente; si versano nell’acqua alcune gocce d’olio e l’operatore, detto anche medicone, bisbiglia qualche ave ed un pater ed osserva se le gocce si congiungono tra di loro o si allontanano. Se le gocce si uniscono è segno che esiste il malocchio. In tal caso il suddetto medicone o medicona, lascia cadere alcuni chicchi di grano, nell’occhio venutosi a creare dall’unione delle gocce d’olio. Se i chicchi si sovrappongono è la conferma ennesima che il malocchio esiste ed è di forte potenza. A questo punto, va recitato lo scongiuro.

“ Va via malocchio, in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”

(Questo rimedio venne suggerito da Gesù a Santa Anastasia che aveva avuto colpite da secchezza le sue tre fontane di olio, d’acqua e di miele).

A conclusione, il “medicone” sparge del sale sulle gocce d’olio, per accecare la persona che ha “gettato il malocchio”.

Questa pratica entra nella sfera degli “incantesimi mitici o simpatici”.

C’è chi sostiene che detta pratica, come del resto ogni rito magico, è preferibile effettuarlo in assenza del Sole, unico testimone indiscreto; l’isolamento, la notte rappresentano la segretezza, e sono precauzioni precise o addirittura prescrizioni. Ma si sa che questi elementi concorrono solo in caso di magia nera, e non per pratiche che devono ridare la salute, perché durante la notte interviene la luna e la sua dea malefica chiamata Lilith. In quel caso entrano in gioco le forze occulte, che diventano demoniache e soprannaturali.

E’ pur sempre difficile identificare il rito “magico” dal “simpatico” proprio perché esistono simpatici non magici e soprattutto perché la simpatia non è una prerogativa della magia. Un rito simpatico o religioso, era senz’altro quello del sacerdote che per invocare la pioggia, versava acqua sull’altare alzando le braccia al Cielo. Un elemento di assoluta distinzione tra il rito magico e quello religioso è la scelta dei luoghi ove è operato il rito stesso. La magia malefica si svolge nei boschi, nei cimiteri, in cantina o in una soffitta, e di notte, mentre quella religiosa o simpatica, che non ha bisogno di spiriti o demoni, si svolge in piena luce, nei templi, presenti i fedeli.

La luna, nella magia nera, ha importanza peculiare perché associata a dee infernali, patrone della stregoneria, come Ecate e Lilith.

Un aspetto magico ha senz’altro la comunicazione tra il mondo terreno e l’aldilà, che di solito avviene attraverso un “assistito” ovvero colui o colei in grado di evocare le anime, preferibilmente dei defunti che non hanno raggiunto la grazia, che sono cioè ancora tra noi in attesa di espiare i peccati e poter così lasciare definitivamente il Purgatorio.

Nel PURGATORIO, le anime appaiono lontane da ogni terrena passione, perché prese dalla penitenza, nell’attesa della purificazione. Aleggia in quel luogo un forte sentimento di speranza che è anche nostalgia del perduto, in altre parole degli amici, della patria, dell’amore, quasi fosse una tacita richiesta di “preghiera” di suffragio, per poter affrettare il “transito” in modo più agevole. I cari, che rimpiangono i loro morti, sono informati dall’”assistito” e pregano affinché il passaggio avvenga più in fretta e il loro “dono” sia gradito a Dio.

A parte gli addetti ai lavori, pochi sanno che il Purgatorio deve la sua definitiva collocazione a Dante Alighieri, perché, per oltre 11 secoli la Chiesa non aveva considerato un posto d’attesa per salvare le anime che avevano commesso pene lievi.

Solo, forse, gli egiziani credevano che ci fosse un luogo destinato alle anime nell’attesa del Paradiso, mentre l’Inferno fu menzionato già da Platone, quando scrisse “tu pagherai per le pene di cui sei debitore” e nel VI secolo A.C. dall’India ed ancora dai Greci. Un luogo d’attesa e d’espiazione fu raccontato da un defunto ad un prete, e fu questo accadimento che dette inizio al Purgatorio, il terzo luogo, fortemente voluto da papa Innocenzo IV nel 1254.

IL LAGO PILATO

Tra i molti luoghi dove si recano uomini diabolici vi è il lago di Norcia detto di Pilato ove pare fu trasportato, e lì gettato, il corpo di Pilato, l’uomo che lasciò condannare e crocefiggere Gesù di Nazareth, La leggenda vuole che quel corpo fu portato fin lì dai diavoli, su un carro tirato da robusti tori.. Colà si recavano, e continuano ad andare, scrittori di libri satanici; essi invocano demoni (vocant denomen) affinché compaiano e consacrino lo scritto. I demoni appaiono tra strepitii ed ingiurie ed, alla fine, accettano la richiesta del visitatore che pretende che l’infernale personaggio, ogni volta interpellato, faccia compiere il maleficio descritto nel libro. Il diavolo, dopo il rito, segna il libro ed accetta di intervenire diabolicamente, pronto a compiere ogni male ai danni di chi lo legge.

Nominare il nome di Dio o affidarsi alle preghiere, recitate contro il maligno, si annulla l’opera del Demonio, dei maghi e delle streghe, e non solo preventivamente, ma anche quando le arti nefande sono già operanti.

POSSEDUTA DAL DEMONIO

“Una ragazza della bergamasca, una notte, fu trovata nuda nel letto, a Venezia, in casa di un parente . Le fu chiesto come mai si trovasse lì e lei aveva raccontato di aver visto la madre nuda che si spargeva il corpo con uno strano unguento, indi era saltata su una scopa ed era volata via. Lei aveva fatto la stessa cosa ed era giunta a Venezia dove aveva visto sua madre che insidiava un bimbo nello stesso letto dove lei stava distesa. La ragazza aveva iniziato a pregare Gesù, visto che la madre tentava di insidiare anche lei, mettendola in fuga. I parenti allora denunciarono la donna all’inquisitore che, sotto tortura, ebbe la confessione dell’accaduto. La posseduta aveva affermato che per decine di altre volte il Demonio l’aveva costretta ad insidiare il fanciullo fino a quando l’avrebbe condotto a morte; ma non vi era riuscita perché il bambino era ben protetto dalle preghiere dei suoi genitori. “ (Questa storia l’ha divulgata Maurilio Adriani nel suo libro “Italia magica”pag.348 Storia Patria 1970).

(Bibliografia essenziale A.E.Piedimonte “Nella terra delle janare” editrice Intra 2007- Adriani edizione“Storia Patria”1970)

 

 


“Lilith” di Osvaldo Contenti

“Ogni donna è una ribelle, e solitamente in violenta rivolta contro se stessa”.
Oscar WildeUna donna senza importanza, 1893

 

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