L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Le parole del sesso (V.M.18…)

Nell’atto IV scena I della tragedia “The Jew of Malta”, scritta nel 1590 dal  grande drammaturgo inglese Christopher Marlowe (1564-1593), massimo esponente del dramma elisabettiano dopo il sommo William Shakespeare, e scomparso prematuramente a 29 anni di età in circostanze misteriose, il protagonista Barabas “l’ebreo di Malta” esclama ad un certo punto, in italiano: “Cazzo Diabolo!”. Un commentatore dell’epoca, tale Gifford, scrisse in una nota esplicativa al testo per gli spettatori ed i lettori inglesi che cazzo è: “a petty oath, a cant exclamation, generally expressive, among the Italian populace, who have it constantly on their mouth, of defiance and contempt”, cioè, più o meno, “un volgare spergiuro o esclamazione che per gli italiani, che lo usano costantemente, vuole generalmente esprimere disprezzo e dispetto”.

Due secoli e mezzo dopo, Giacomo Leopardi ci offre un autorevole esempio di come la stessa parola possa essere usata come rafforzativo spregiativo in locuzioni negative: “Sono guarito […] in grazia dell’aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti.” (G. Leopardi, Lettere)

E quanta modernità c’è nell’uso del termine fatto da Niccolò Machiavelli (1469-1527), in una lettera indirizzata a tale Ludovico Alemanni, circa cinque secoli fa, nella quale si lamentava del fatto che Ludovico Ariosto non lo avesse ricordato tra i poeti migliori: “Ho letto l’ Orlando furioso dello Ariosto et veramente il poema è bello tutto, et in molti luoghi è mirabile. Se si trova costì, raccomandatemi a lui, et ditegli che io mi dolgo solo che, havendo ricordato tanti poeti, mi habbi lasciato dietro come un cazzo.”

L’allegro e gioviale, nonché geniale, Leonardo da Vinci (1452-1519), amava invece raccontare barzellette e spesso usava un vocabolario scurrile, come dimostra questa “tiritera” trovata tra i suoi appunti, che sarebbe inutile trasmettere in tv perché verrebbe coperta da un unico lunghissimo beep: “Nuovo cazzo, cazzuolo, cazzellone, cazzatello, cazzata, cazzelleria, cazzo inferrigno e cazzo erbato”.

parole-del-sesso

Questi esempi letterari ci ricordano che esiste in italiano (come, del resto, in ogni altra lingua del pianeta) una parte considerevole del vocabolario composta di parole di chiara origine sessuale considerate, probabilmente a ragione, volgari e comunque sconvenienti, ma ciononostante usate frequentemente nel linguaggio informale. Talvolta queste parole vengono usate per il loro esplicito valore semantico, altre volte fungono da “riempitivi” in espressioni ed esclamazioni di vario tipo. Resta il fatto che si tratta di parole registrate in tutti i dizionari ed usate con una frequenza maggiore di quanto l’etichetta tolleri come accettabile (basta guardare un film in TV, magari un poliziesco, dove sempre più spesso i dialoghi fanno uso di un “vocabolario forte”, o ascoltare un po’ di musica leggera, e risparmio al lettore per decenza un lungo elenco di titoli “incriminabili”); sono parole tabù, in alcuni casi, e denigrate come lemmi di serie B (secondo me a torto: le parole hanno tutte la stessa dignità, semmai sono le intenzioni di chi le usa ad essere di serie B), ma questo non gli impedisce di avere alle spalle una lunga storia di usi ed abusi, e spesso presentano etimologie singolari ed estremamente interessanti. E, come avrete intuito, per il vostro affezionato etimologo la tentazione di analizzare queste parole è troppo forte per non buttarcisi a capofitto. Quindi, una volta allontanati i bambini e gli adulti troppo suscettibili, cominciamo la nostra carrellata sul vocabolario “erotico”, cioè relativo ad Eros, dio greco dell’amore.

In principio era il sesso, parola che, a dispetto del metus reverentialis che incute nelle coscienze dei benpensanti, non è altro che l’evoluzione del latino sexus, derivato dal verbo secare “tagliare”, e si riferisce semplicemente alla “divisione” in maschi e femmine.

Quanto all’organo genitale maschile precedentemente citato, la parola cazzo ha un’etimologia incerta. Per qualcuno si tratterebbe del volgare latino *cattia, che indicava un mestolo di metallo; per altri potrebbe derivare dal greco akation “albero maestro della nave”; ma l’ipotesi che soddisfa di più è quella che coinvolge la parola latina captius, dal verbo capere “catturare”, nome che indicava un bastone di legno di forma cilindrica appuntito da un lato per poter essere conficcato nel terreno: a questo bastone si legava una corda che serviva da guinzaglio per le pecore, al fine di evitare che le greggi si disperdessero durante il pascolo. Per analogia di forma, poi, la parola captius, evolutasi in cazzo all’inizio dell’alto Medioevo, avrebbe cominciato a indicare anche il membro maschile. E già che siamo in tema, la parola testicolo deriva dal latino testes “testimone”: fu il poeta satirico romano Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.) a indicare con il nome di testes le ghiandole genitali maschili, in quanto le considerava i testimoni della virilità. E le parole riguardanti il maschio, purtroppo, si fermano qui. Quelle che riguardano la femmina, chissà per quale ragione, sono invece molte di più.

Uno dei numerosi vocaboli per indicare l’organo genitale femminile, fica, deriverebbe dal greco sycon, che valeva “fico”, ma anche “vulva”. La traduzione latina era appunto ficus “fico”, frutto che una volta aperto ricorderebbe l’organo femminile. Qualcun altro ha voluto vedere anche un collegamento con il verbo ficcare, che tuttavia non convince del tutto. Quanto al seno della donna, mi limito ad analizzare i due nomi più diffusi: tetta, con la sua variante dialettale zizza, deriva dal latino titta “capezzolo”, mentre il pur simile zinna deriva invece dal longobardo zinna “merlo di muraglia” e quindi “sporgenza”. Altra parola molto diffusa in tutta l’area romanza, ma che presenta una etimologia alquanto incerta, è culo. Secondo alcuni l’etimo sarebbe da ricercare in una radice indoeuropea che significa “cavità”, da cui deriverebbe anchecunnus “vulva” (cfr. spagnolo coño, catalano cony, di uguale significato), secondo altri ci sarebbe analogia con il greco koílos “vuoto, concavo”, da cui kólon “intestino crasso”. Secondo una suggestiva ipotesi etimologica, anchecoelum “cielo” deriverebbe da koílos, ricordando la forma della cavità celeste. Questa stessa forma spiegherebbe anche perché il fondo di un recipiente di vetro si chiama culo.

Da che mondo è mondo, il comportamento sessuale della femmina è sempre stato sotto lo stretto controllo e il severo giudizio da parte del maschio. La donna oculata nelle sue scelte sessuali è casta, pura, fedele e degna di trovare marito. Per indicare quella più “esuberante” nei suoi costumi sessuali, invece, esiste una mole imbarazzante di epiteti. “Or ti conosco io tutta/ o barattiera svergognata putta”, sembrerebbero versi tratti da un sonetto lussurioso di Pietro Aretino, e invece sono stati vergati dal professor Giosuè Carducci. Putta è forma arcaica perputtana, lemma che ritroviamo in tutta l’area neolatina (cfr. spagnolo e catalano puta, francese putaine, etc.), ma che presenta una grande varietà di ipotesi di etimologia. Per esempio il latino putta “ragazza” diventerebbe puttana attraverso il francese, con influsso di putidus “laido, puzzolente”. Ma Puta, letteralmente “potatura” in latino, era anche il nome di una dea minore dell’agricoltura: durante le celebrazioni in suo nome avveniva la potatura degli alberi mentre le sacerdotesse si dedicavano ad estemporanei baccanali. Un’altra ipotesi, sicuramente più fantasiosa, ricorre al verbo putare“pensare, considerare” e ricorda che quando i romani conquistarono la Grecia, culturalmente superiore, utilizzarono gli schiavi greci come precettori per i loro figli. Le femmine, invece, furono usate come concubine, ma i padroni si accorsero presto che quelle donne erano, oltre che ben edotte nell’arte amorosa, anche abili conversatrici e conoscitrici di scienze come la matematica, l’astronomia e la filosofia, conquistandosi così la fama di putae, cioè “pensatrici”.

Ci sono, ovviamente, nomi un po’ più forbiti. Meretrice, che vale letteralmente “colei che merita un compenso per le sue prestazioni”, da meretrix “meritevole” a sua volta dal verbo merere “meritare”. Prostituta è “colei che fa commercio di ciò che è strettamente legato alla libertà e alla dignità umana”, dal latino prostituere “porre davanti a sé, esporre” composto di pro e statuere.

Ma la maggior parte dei nomi non è, evidentemente, materiale per fini dicitori. Esiste, per esempio, zoccola, che non è il femminile di zoccolo, derivato dal latino *socculus “piccolo calzare”, bensì deriva da sorex “sorcio” e indica il grosso topo di fogna, ma anche la donna grossolana e spregevole per i suoi costumi sessuali. Sorprendente è l’etimo di troia, che non ha nulla a che fare con la famosa Elena di Troia (dei cui comportamenti non voglio giudicare), bensì allude al famoso espediente usato da Ulisse, cioè il cavallo di Troia, ripieno di uomini. In latino volgare troia indicava la scrofa, ed era anche il nome di un piatto a base di carne di maiale ripieno di cacciagione (porcus troianus).  C’è, infine, mignotta, parola di origine francese che deriva da mignon “piccolo”, ma anche “grazioso”, e che indica la ragazza giovane e carina che si vende agli uomini. Sull’argomento, tuttavia, ci sono anche altre ipotesi, come conferma questo gustoso brano di Festa Campanile: “A Roma mignotta non suona come una parola vezzeggiativa, ma nemmeno denigratoria. Non è un termine sprezzante, è un qualificativo: si chiama mignotta chi vende la propria cosina, come si dice panettiere chi vende il pane e lattaio chi vende il latte. La gente istruita e quelli che hanno un certo spirito tra i popolani la intendono derivante da mater ignota, come si scriveva nel registro in cui erano segnati i trovatelli e si abbreviava così: m. ignota. Ciò che ha una certa verosimiglianza, dato che tra le prostitute abbondano le figlie di nessuna.” (P. Festa Campanile, La strega innamorata, Bompiani,  1985).


Culture che odiano le donne

Studi Linguistici

Il punto di inizio delle riflessioni sull’ esistenza delle donne rimane, pietra miliare, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, scritto nel lontano 1949; e citerò spesso due testi recenti, ricchi di informazioni e di acute riflessioni: autrici Silvia Ballestra, con il suo Contro le donne nei secoli dei secoli, Ediz. Il Saggiatore , 2006, e Loredana Lipperini , che ha scritto Ancora dalla parte delle bambine , Ediz. Feltrinelli , 2007.

Il tema del linguaggio era stato ampiamente trattato negli anni ’70, e tra l’ altro la mia ricerca riporta larghi estratti dal libro della linguista Robin Lakoff su tale aspetto.

Il libro di Marina Yaguello, Le parole e le donne , pubblicato a Parigi nel 1979 e tradotto in Italia nel 1980 trattava praticamente il mio stesso argomento di ricerca.

Nella parte prima, ella esaminava il linguaggio delle donne rispetto a quello degli uomini ; nella seconda parte l’ immagine che la lingua restituisce delle donne. Più o meno, infatti, diciamo le stesse cose ed arriviamo alle stesse conclusioni.

Naturalmente, il corpus linguistico esaminato dalla studiosa si riferiva alla lingua francese e non a quella italiana, allorché si parlava di disammetrie grammaticali e semantiche, nonché dei vocaboli e del loro uso. Tuttavia anch’ essa, partendo dagli studi degli antropologi, passava poi alla socio-linguistica e al linguaggio usato nelle società sviluppate, definiva i registri linguistici e il comportamento linguistico maschile e femminile , per poi fermarsi sui tentativi di cambiamento effettuati nell’ ambito del femminismo, alla ricerca di una “identità culturale”. Fino a chiedersi se fosse possibile agire, se qualche tipo di cambiamento “volontario” e consapevole del linguaggio potesse avere luogo. Nel corso del tempo, altri studi sul linguaggio si sono susseguiti, anche stimolati, in via ufficiale, dalle autorità competenti. La linguista Alba Sabatini nel 1986 e nel 1987 ha pubblicato, a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, due studi : “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” e “Il sessismo nella lingua italiana” , in cui si ribadivano gli stessi problemi ( tra cui l’ eterna svalutazione di ciò che è femminile) e si avanzavano proposte per cambiare questo stato di cose.

Tutto ciò è rimasto lettera morta.

In Italia quindi tali ricerche non producevano effetti rilevanti sull’ insegnamento e sull’ uso della lingua . Al contrario, il problema se lo è posto di recente il parlamento dell’ Unione Europea. I giornali del 17 Marzo 2009 riportano infatti il contenuto di un libretto “di istruzioni”, recentemente introdotto dall’ UE, che tratta del modo corretto di rivolgersi , per iscritto o oralmente, ad una donna, qualora ad esempio ci si rivolga ad una deputata. Si auspica l’ adozione di un linguaggio “sessualmente neutro” da usare nei dibattiti in aula, nei convegni, nelle pubblicazioni e nei documenti ufficiali.

Il libretto considera discriminatorio l’ uso di “signora” e “signorina” in tutte le lingue, ed invita a chiamare le donne con il loro cognome. Infatti, e nella tesi veniva enunciato chiaramente, agli uomini non viene chiesto il continuo richiamo alla loro condizione di sposati o di celibi. Le nuove regole sconsigliano l’ uso delle parole che contengano un riferimento al sesso : ad esempio, non più “sportsmen” ( uomini sportivi ) ma “atleti”, non “statesmmen” ( uomini statisti ) ma “leader politici”, non più oggetti “man made” (fatti dall’ uomo ) ma “sintetici, artificiali”

Le critiche dei movimenti delle donne alla struttura e all’ uso del linguaggio hanno comunque lasciato il segno : sempre più spesso infatti troviamo, nel linguaggio comune, il termine “umani” invece che “uomini” , allorché si parla della nostra specie.

Recentemente un libro che è stato best-seller nei Paesi anglosassoni ( The God Delusion di Richard Dawkins ) fa un accenno a questo tema ed osserva :

«Quando le femministe hanno imposto alla nostra attenzione la discriminazione sessuale che si nasconde nell’ uso dei pronomi, si sarebbero parlate addosso, mentre i veri problemi, come i diritti delle donne e i mali della discriminazione, erano ben altri. Ma il fronte dei bravi progressisti non si era ancora reso conto dell’ iniquità del linguaggio quotidiano.

Per quanto fossimo magari d’ accordo sulla questione politica dei diritti e della discriminazione, inconsciamente seguivamo ancora convenzioni linguistiche che facevano sentire esclusa metà del genere umano . »


Studi macrolinguistici

La sociolinguistica può essere divisa grosso modo in due grandi gruppi di studio, o meglio due livelli : quello di analisi macrolinguistica , interessato ai rapporti fra linguaggio e società nel suo complesso, e quello microlinguistico , che si occupa soprattutto delle interazioni verbali e delle conversazioni. Secondo Fishman il primo livello è orientato in senso sociologico, ed il secondo è orientato linguisticamente.

All’ interno degli studi macrolinguistici possiamo situare la famosa questione della “relativit{ culturale” rapportata alla “relatività linguistica”, secondo cui una lingua gioca una parte rilevante nello strutturare il mondo percettivo dei parlanti. Tale ipotesi, già presente in Von Humboldt e nell’ antropologo Franz Boas, viene detta “ ipotesi Sapir- Whorf ”, dal nome dei due studiosi che la svilupparono. Secondo Whorf ; “ Il sistema linguistico non è soltanto uno strumento di riproduzione per esprimere idee, ma esso stesso d{ forma alle idee, è il programma e la guida dell’ attività mentale dell’ individuo ”.

Molte ricerche sono state fatte riguardo all’ influenza del lessico e soprattutto delle categorie grammaticali della lingua nel formare una determinata struttura mentale ; ma senza riuscire ad affermare una totale dipendenza concettuale dalla lingua, anche se certamente vi è una correlazione tra i due fenomeni.

A questo proposito Dell Hymes ha scritto : “ I popoli non usano tutti e dappertutto il linguaggio nella stessa misura, nelle stesse situazioni, o per le stesse cose ; alcuni popoli danno maggior rilievo di altri al linguaggio. Non si può assumere che tali differenze nel ruolo occupato dal linguaggio nel sistema comunicativo non abbiano nessuna influenza sulla profondità con cui il linguaggio determina la visione del mondo. ”

Hymes, così come gli altri esponenti della “etnografia del linguaggio”, si preoccupa di situare ogni evento comunicativo all’ interno della particolare cultura che lo produce. Ad esempio : “ Se uno straniero vuole comunicare in modo corretto con i membri di una società che non conosce, egli non potrà limitarsi a formulare i messaggi in modo intelligibile. E’ necessario qualcosa di più, cioè una conoscenza del tipo di codice, di canale e di espressioni da usare, delle situazioni in cui usarle e delle persone nei confronti delle quali usarle ”.

Recentemente hanno avuto grande sviluppo gli studi sulle comunità politiche e i correlati conflitti linguistici, su possibili “pianificazioni linguistiche” che molti governi cercano di attuare in diverse nazioni, nonché sulla alfabetizzazione dei popoli in via di sviluppo. Già nel secolo scorso il linguaggio venne considerato la caratteristica principale per definire una nazionalità, e da allora la lotta di numerosi gruppi autonomistici è stata legata all’ affermazione della propria lingua ( conflitti ancora in corso riguardano il Canada, il Belgio, i gruppi catalano e basco in Spagna, tanto per fare alcuni esempi ).

Spesso, come accade in Italia, ogni “pianificazione linguistica” deve tener conto della presenza dei “dialetti”. La sociolinguistica non pone alcuna differenza “gerarchica” tra lingua e dialetto , in quanto ambedue sono sistemi linguistici perfettamente strutturati ed appropriati alla comunicazione ; soltanto che i dialetti sono impiegati presso comunità ristrette, mentre la lingua è un “dialetto” che, avendo acquisito una maggiore importanza socio- culturale, è giunto ad essere impiegato in un’ intera nazione.

A volte il termine “dialetto” indica la variet{ di una lingua, altre volte si tratta di un sistema linguistico diverso ; ad esempio i dialetti italiani non sono “variet{ dell’ italiano”, bensì lingue impiegate accanto a quella nazionale. Il caso del nostro Paese è molto complesso, se pensiamo che in ogni regione italiana il repertorio verbale comprende più o meno :

  1. l’ italiano aulico ;
  2. l’ italiano parlato formale ;
  3. l’ italiano colloquiale-informale ;
  4. il dialetto nel suo stile più elevato ;
  5. il dialetto del capoluogo di provincia ;
  6. il dialetto locale.

Non è quindi facile stabilire cosa sia una “comunit{ linguistica” ; secondo una definizione di Fishman si tratta di : “ quella comunit{ i cui parlanti hanno tutti in comune almeno una varietà di lingua e le norme per il suo uso appropriato ” .

Infatti è molto difficile trovare una comunità caratterizzata da unilinguismo , senza che siano presenti più varietà di lingua ; la situazione comune mostra caratteri di bilinguismo e plurilinguismo .

Charles A. Ferguson ha introdotto anche il termine di diglossia , allorché in un gruppo parlante sono presenti una variet{ “alta” di lingua ed una o più variet{ “basse”, con rispettivi ambiti di uso funzionalmente ben limitati. 148 A volte diglossia e bilinguismo coincidono, ma possiamo anche avere diglossia senza bilinguismo e viceversa.

Ricordiamo anche alcune osservazioni che sono state fatte a proposito del linguaggio connesso con le regole sociali dominanti : un saggio molto interessante è quello di R. Brown e A. Gilman sui “ pronomi del potere e della solidariet{ ”. 149

I due studiosi hanno infatti riscontrato come, attraverso i secoli, ad una “ semantica del potere ” ( rivelata dall’ uso non reciproco del “tu” e del “voi” tra superiore e inferiore ) si sia sostituita una “ semantica della solidariet{ ”, per cui tendiamo ad estendere il “tu” a tutti coloro che sono come noi, o fanno qualcosa insieme a noi ( fra studenti, lavoratori, giovani in genere, membri dello stesso gruppo politico o della stessa associazione, etc. ) e a riservare il “voi” ( o meglio il “Lei” ) a coloro che ci sono estranei. In entrambi i casi l’ uso è simmetrico, cioè ci viene restituito il pronome che usiamo. Comunque i pronomi non sono le uniche forme che esprimono il potere o una forma di rapporto qualsiasi tra le persone ; anche l’ uso dei titoli e dei nomi propri è rivelatorio in questo senso ( ad esempio un padre chiama i suoi figli per nome, ma non si aspetta in genere che essi facciano altrettanto con lui ).

Vi è poi William Labov, il quale ha studiato le connessioni tra variazione linguistica e stratificazione sociale, riscontrando così le cosiddette “ variazioni sociolinguistiche ”.

Egli si è occupato soprattutto delle realizzazioni di tipo fonologico, come la realizzazione fricativa interdentale di /θ / in parole inglesi come “thing”, “thick”, “through” ( forma ritenuta corretta ) e le varianti di realizzazione in forma affricata e occlusiva. Si è rilevata una netta corrispondenza tra realizzazione linguistica e classe sociale di appartenenza ( Labov ha distinto cinque classi : sottoproletariato, proletariato, piccola borghesia, media borghesia, alta borghesia ). In una ricerca di questo tipo si possono anche introdurre parametri quali l’ età, il sesso, l’ istruzione, il luogo di nascita, etc. , ed inoltre considerare il contesto, nel senso di stratificazione stilistica ; modo di parlare formale ed accurato oppure ordinario e normale , lettura di parole separate o di un brano intero, conversazione sorvegliata o casuale.

In generale i fattori sociali che differenziano il comportamento linguistico sono riconosciuti essere cinque :

  1. l’ età ;
  2. il sesso ;
  3. il gruppo etnico ;
  4. la classe socio-economica ;
  5. l’ istruzione.

Bisogna inoltre considerare i valori sociali che sono proiettati sulla realizzazione linguistica ; ad esempio la ricerca del comportamento linguistico tipico della classe più elevata o del gruppo socialmente superiore, oppure l’ uso del linguaggio a fini di coesione o di identità del gruppo, o anche l’ espressione, attraverso il tipo di linguaggio, di ideologie innovative o conservative.

I fattori sociali influenzano in maniera decisiva la stessa acquisizione del linguaggio ; basta considerare il caso dei “ragazzi-lupo”, incapaci di esprimersi verbalmente non essendo stati socializzati in questo senso. Lo sviluppo delle capacità linguistiche è influenzato dall’ ambiente familiare o microsociologico in genere di provenienza , dall’ ambiente scolastico, dall’esposizione ai mezzi di comunicazione di massa ; fondamentale è in ogni caso il complesso delle interazioni a cui la persona è esposta, e ciò fa pensare che gli appartenenti ai gruppi socioculturali o socioprofessionali superiori siano molto favoriti in questo senso. Riguardo a questo aspetto sono celebri le ricerche del sociolinguista britannico Basil Bernstein, che sono conosciute impropriamente col nome di “teoria della deprivazione verbale “.

Secondo Bernstein esistono diversi codici semantici, i quali possono essere orientati verso le persone o verso gli oggetti, e inoltre possono essere ristretti o elaborati. Egli chiama “codice ristretto” una variante di lingua molto legata alla situazione, meno aperta, più particolaristica, scarna e povera ; tale codice sarebbe funzionale a forme codificate e rigide di relazioni sociali .

Il “codice elaborato” è invece meno dipendente dalla situazione, permette una notevole complessità di contenuti e di espressioni ; orientato sulle persone e sulle argomentazioni, aperto alla logica esplicita ; funzionale dunque a relazioni sociali aperte ed a carattere personale.

Come esempi di “codice ristretto” egli cita : frasi brevi, grammaticalmente semplici, spesso tronche, di esile struttura sintattica ; impiego elementare di poche congiunzioni ( così, e , dunque, perché ) ; impiego rigido e limitato di aggettivi e avverbi ; impiego frequente di pronomi personali ( noi, voi ) in funzione soggettiva al posto dei pronomi impersonali ; impiego frequente di giudizi formulati come domande implicite (“E’ soltanto naturale, non è vero ?”) ; tendenza a confondere motivo e conclusione in un giudizio categorico (“F{ come ti dico”) ; uso esteso di frasi tradizionali e idiomatiche.

L’ uso di tali codici sarebbe strettamente determinato dagli stimoli e dalle esperienze avute nel periodo della socializzazione, per cui i ragazzi delle classi basse sarebbero esposti molto più frequentemente dei ragazzi di classe medio – alta al codice ristretto. Ora questo è un tipo di espressione inferiore sia dal punto di vista linguistico che cognitivo, anzi bloccherebbe un pieno sviluppo logico e cognitivo. A Bernstein sono state fatte molte critiche, secondo cui la nozione di “codice” è inesatta : si tratterebbe semplicemente di “registri” linguistici , del tutto equivalenti tra loro.

William Labov ha parlato di “codici alternativi”, dal momento che la lingua “standard” non è certamente migliore o “più logica” ( dal punto di vista grammaticale) delle variet{ o delle lingue “non standard”, ma è solo codificata dalla norma sociale.

Ad esempio il Nonstandard Negro English , usato dai bambini negri di classe socio-economica bassa, non è una versione “sottosviluppata” dell’ inglese standard, né un tipo di espressione non logico ; è soltanto una varietà, con una sua logica precisa. Bernstein ha chiarito meglio il suo pensiero, parlando non più di “codici linguistici” ma di “codici sociolinguistici”, e svincolando tali varietà di lingua dalla connessione automatica con classi sociali di tipo “borghese”, “operaio” o “sottoproletario”.


Prossemica

La Prossemica studia come gli umani utilizzano lo spazio a scopi comunicativi. Questo studio è stato stabilmente fissato da E. T. Hall, nei suoi libri The Hidden Dimension e The Silent Language , dopo che l’ etologia aveva rivelato l’ uso preciso dello spazio da parte degli animali.

Infatti un concetto base per lo studio del comportamento animale è la territorialità , cioè quella caratteristica condotta con cui un essere vivente afferma i propri diritti su di un’ area e la difende contro i membri della sua specie. Anche gli umani vivono in un preciso spazio territoriale, anche se non se ne rendono conto ; basta vedere come lo spazio personale di ognuno è generalmente rispettato dagli estranei, che si pongono ad una certa distanza.

I contatti fisici, infatti, sono abbastanza rari ed avvengono in particolari condizioni, di familiarità oppure di attacco. Essi variano da cultura a cultura ed anche, all’ interno di ogni gruppo, dipendono dal sesso e dal ruolo del soggetto. Uno studio comparato compiuto in USA nel 1966 da Jourard mostrava come variavano, nei giovani maschi e nelle giovani femmine, le zone del corpo toccate rispettivamente dal padre, dalla madre, dagli amici dello stesso sesso e del sesso opposto.

Oltre al territorio esiste nell’ etologia la definizione di sfere ( o distanze), che servono ad indicare la distanza conveniente da mantenere secondo ciascuna specie animale. Secondo Hediger (1961) queste sfere sono almeno cinque : distanza di fuga, distanza critica, distanza di attacco, distanza personale, distanza sociale ; le prime tre valgono per gli animali di diversa specie e le altre per i membri della stessa specie.

Una parte della prossemica si occupa della disposizione dello spazio interpersonale, indicando come gli individui si collocano a distanze “comunicative” ( di guardia, di attacco, di affetto, ecc. ). Hall distingue per gli umani quattro raggruppamenti di distanze, e cioè :

  1.  distanze intime,
  2.  distanze personali,
  3.  distanze sociali,
  4.  distanze pubbliche.

Queste denominazioni sono al plurale, dal momento che la situazione è più complessa, ed ogni distanza comprende almeno una fase ravvicinata ed una fase distanziata .

Le differenze di prossimità variano molto da cultura a cultura, ad esempio le culture mediterranee utilizzano contatti ravvicinati molto frequentemente, mentre i nordici si tengono a maggiore distanza. In una interazione verbale conta anche l’ orientamento, cioè l’ angolo secondo cui le persone si trovano l’ una rispetto all’ altra ( fianco a fianco, di fronte, ecc. ), ed anche qui si notano le differenze culturali.

Il già citato Efron notava come la cultura di un gruppo influenza gli atteggiamenti dei membri : “ Il modo con cui gli italiani tradizionali si raggruppano nelle loro conversazioni, denota una sorta di considerazione spaziale per il corpo dell’ interlocutore ; assai raramente abbiamo potuto vedere nel quartiere italiano qualcosa di lontanamente simile ai densi grovigli di corpi gesticolanti osservati nel ghetto ebraico ” .

Recentemente Hall ha classificato i fattori che entrano nel comportamento prossemico, includendo :

  1. fattori posturosessuali (sesso e posizione dei soggetti ) ;
  2.  orientamento sociofugale-sociopetale ( orientamenti che separano o congiungono le persone ) ;
  3.  fattori cinestetici ( quei movimenti del corpo che si rivolgono al proprio interlocutore ) ;
  4.  codice tattile ( tipi di contatti possibili ) ;
  5.  codice termico ( come l’ emissione di calore del corpo umano modifica la comunicazione tra i soggetti ) ;
  6.  codice olfattivo ( l’ influenza degli odori ) ;
  7.  scala d’ intensità vocale ( il tono della voce determina certe strutture posturali ).

Cinesica

Con la cinesica si è aperto un nuovo livello di analisi, quello dei gesti e dei movimenti del corpo dal punto di vista comunicativo. Essa parte dal presupposto che i cenni del capo, i mutamenti dello sguardo, le posture del corpo, i gesti che accompagnano il linguaggio verbale, siano in gran parte codificati culturalmente.

L’ interesse per i gesti e le posizioni del corpo ha caratterizzato gli etnologi e gli antropologi americani da Boas a Mead ; essi si sono occupati del linguaggio gestuale dei monaci trappisti e dei sordomuti, nonché degli zingari, dei mercanti indù e di altre popolazioni o gruppi sociali ristretti, del complicatissimo rituale delle danze indù. Le posture e perfino gli stili del camminare variano continuamente a seconda della cultura, nonostante che possano apparire determinati fisiologicamente.

Dopo molti libri che si occupavano dell’ argomento, ma in modo sempre superficiale, un contributo importantissimo è venuto dalla Introduction to Kinesics di Ray L. Birdwhistell .

Egli stabilisce alcuni punti fondamentali, secondo cui :

  1.  Nessun movimento o espressione del corpo è mai senza significato in un particolare contesto ;
  2.  La posizione del corpo, la gestualit{ e l’ espressione dello sguardo sono suscettibili di analisi sistematica ;
  3.  Fino a prova contraria consideriamo i sistemi gestuali e gli altri tipi di movimento del corpo codificati che sono comuni ai membri di una comunità come funzione del sistema sociale del gruppo.

In questo libro troviamo anche la definizione dei componenti minimi che sono oggetto di studio in questa scienza : il cine ( la più piccola unit{ d’ azione percepibile, equivalente al fono verbale ) ; il cinèma ( analogo a fonema , è una sequenza di cini che possono essere sostituiti l’ uno all’ altro senza mutare la sequenza generale di interazione ) ; il cinemorfo ( un complesso di particelle di movimento astratte derivanti da più di un’ area del corpo ) ; il cinemorfema ( una classe di cinemorfi interscambiabili tra loro ) .

Birdwhistell distingue inoltre la cinesica in tre campi di studio : precinesica , che tratta degli aspetti puramente fisiologici ed anteriori al processo comunicativo dei movimenti corporei ; microcinesica , che riguarda la strutturazione dei cini in classi morfologiche ; cinesica sociale , che concerne queste strutture morfologiche come riferentesi alla comunicazione.

Passando dal singolo gesto alla comunicazione non-verbale in senso più ampio ( cinesica sociale, appunto ) , ci accorgiamo che essa è fondamentale per la interpretazione della personalità . Infatti, incontrando un estraneo, noi iniziamo quasi inavvertitamente a studiarlo, e ricaviamo un gran numero di informazioni non solo dalle sue parole, ma dall’ aspetto fisico e dai gesti.

Noi dedichiamo grande cura al nostro aspetto proprio per tale motivo. Le informazioni ci possono venire riguardo alle emozioni di gioia, ansietà, ira, depressione, e riguardo agli atteggiamenti interpersonali. Ad esempio ci accorgiamo di un atteggiamento di superiorità per mezzo :

(a) della postura ( corpo eretto, capo sollevato ) ;

(b) dello sguardo ( diretto dall’ alto verso il basso );

(c) della espressione del volto ( assenza di sorriso, aspetto “arrogante” ) ;

(d) del tono di voce ( alto volume, tono “imperioso” ) ;

(e) dei gesti ( sicuri, sbrigativi ).

Molte volte i gesti rivelano cose che vorremmo ad ogni costo nascondere ; è il caso dei gesti di auto-conforto, le “attivit{ dislocate” ( piccolo movimenti che rivelano il conflitto interiore e la frustrazione ), i “segnali di barriera” ( con cui ci “nascondiamo” metaforicamente dietro qualcosa ). Attraverso l’ attivit{ gestuale avviene molto spesso una “fuga di informazione” che contraddice quello che andiamo sostenendo verbalmente, dal momento che forniamo segnali alterati ( cioè eccessivi o carenti ) oppure contraddittori tra loro.

Desmond Morris ha fissato una scala di credibilità dei diversi tipi di azioni , secondo cui i segnali vanno dai più credibili ( perché molto difficilmente controllabili ) a quelli correntemente falsificabili . Abbiamo così :

(1) segnali automatici ( il respiro, la sudorazione ) ;

(2) segnali delle gambe e dei piedi ;

(3) segnali del tronco ;

(4) gesticolazioni non identificate ;

(5) gesti manuali identificati ;

(6) espressioni facciali ;

(7) verbalizzazioni .

Volendo limitare l’ attenzione alla gestualità utilizzata durante una interazione verbale, è ancora fondamentale l’ indagine compiuta nel 1941 da David Efron negli USA .

Egli si proponeva di controllare l’ affermazione secondo cui le differenze nel gestire sono determinate dalla razza , e studiò a questo fine gruppi di immigrati italiani ed ebrei, confrontandoli tra loro e con altri immigrati ( sempre italiani ed ebrei ma pienamente inseriti nella cultura americana ) .

Efron considerò e misurò tre aspetti del movimento gestuale (limitato ai movimenti della testa e delle mani )  ̧spazio – temporale , interlocutorio e linguistico . L’ aspetto spazio- temporale considera il puro movimento del gesto, distinguendone il raggio ( ampiezza ed asse del movimento ), la forma, il piano ( che può essere trasversale, frontale, verticale, ecc. ), le parti del corpo impegnate nella gesticolazione, il loro impiego ( ad esempio l’ uso parallelo delle due mani o il trasferimento del moto da un braccio all’ altro ), ed infine il tempo ( movimenti fluidi o repentini ).

L’ aspetto interlocutorio riguarda il rapporto tra i partecipanti alla conversazione ; in esso vengono distinti la familiarità con la persona fisica dell’ interlocutore ( si può arrivare a toccarne i vestiti o il corpo, o anche a trattenerlo ), i gesti simultanei di tutti gli interagenti, i raggruppamenti conversazionali ( uso dello spazio durante l’ interazione verbale ), ed anche gesti con oggetti ( usati come prolungamento del braccio ). Abbiamo poi l’ aspetto linguistico dei gesti , che possono avere un significato indipendente o meno dalla parola .

Questi ultimi sono i gesti “logico – discorsivi” ( si riferiscono cioè allo svolgersi del pensiero ), distinti in “bacchetta” ( che scandiscono gli stadi successivi dell’ attivit{ referenziale ) ed “ideografici” ( che tracciano nell’ aria il percorso e la direzione del pensiero ).

“Oggettivi” sono invece i gesti che possono avere un significato indipendentemente dalla parola ; li distinguiamo in “deittici”, ( che indicano, puntandolo, un oggetto presente ), “fisiografici”, ( che mostrano visivamente un oggetto od un’ azione, e che si dividono in “iconografici” e “cinematografici” ), ed infine “emblematici”. I gesti emblematici sono detti anche simbolici, in quanto non presentano alcuna relazione col referente, od una relazione molto labile; per questo motivo differiscono generalmente da cultura a cultura, fino a risultare incomprensibili per chi è estraneo alla comunità che usa quel gesto.

Efron, e con lui tutti coloro che si sono occupati dell’ attivit{ gestuale, sottolineano il larghissimo uso dei gesti simbolici da parte dei napoletani ; essi possono esprimere ( senza parlare ) silenzio, fame, bellezza, stanchezza, stupidità, disonestà, furberia, negazione, ed ancora moltissime altre cose.

Per quanto riguarda i gesti “logico-discorsivi” di Efron ( chiamati da Desmond Morris “segnali di accentuazione” ) troviamo ne L’ uomo e i suoi gesti una esauriente descrizione .

“ I segnali di accentuazione segnano il tempo al ritmo dei nostri pensieri espressi in parole. Il loro ruolo essenziale consiste nell’ indicare i punti d’ enfasi del nostro discorso, e sono parte così integrante della nostra espressione verbale che a volte gesticoliamo perfino al telefono. I segnali di accentuazione spiegano l’ enorme variet{ di gesticolazione che accompagna la conversazione o le orazioni pubbliche. Le mani di un oratore o di un conversatore animato stanno di rado ferme, ma, come la bacchetta di un direttore d’ orchestra, colpiscono lievemente l’aria, la sferzano o vi si tuffano, via via che il soggetto dirige la ‘musica’ delle sue parole. Egli ne è soltanto semi-cosciente.

Sa che le sue mani si muovono, ma chiedetegli una descrizione esatta dei suoi segnali di accentuazione e sarà incapace di fornirvela ”.

Anche tali gesti variano da cultura a cultura e da lingua a lingua ; possiamo anzi dire che per imparare una lingua straniera dovremmo anche considerarne l’ aspetto cinesico, per ora abbastanza trascurato. E’ stato giustamente detto che noi, pur parlando con gli organi vocali, conversiamo con tutto il nostro corpo.

Abbiamo già visto che il significato delle frasi dipende in gran parte dai tratti prosodici, vale a dire dal tono, dagli accenti, dalle pause temporali.

Allo stesso modo i tratti cinesici svolgono un notevole ruolo nel sostenere la comunicazione. Infatti Ekman e Friesen (1967) hanno mostrato come essi ; (a) forniscono l’ interpunzione, indicando la struttura grammaticale dell’ espressione ; (b) indicano oggetti, persone, avvenimenti ; (c) sottolineano i passi per noi fondamentali ; (d) forniscono illustrazione di forme e movimenti ; (e) danno l’ interpretazione di tutto il discorso, indicando ad esempio se va considerato scherzoso o serio.

Birdwhistell (1952) ha tentato di registrare i fatti “cinesici” in analogia con i metodi di trascrizione adoperati in fonetica ; Scheflen (1965) ha suddiviso i movimenti fisici in una struttura gerarchica a tre livelli, che corrispondono ad unità del discorso verbale.

In questo modo al capoverso ( o unità lunga di discorso ) corrisponde la posizione posturale ; alla frase corrisponde la posizione del capo o delle braccia ; alle parole o sintagmi corrispondono i movimenti delle mani, le espressioni facciali, gli spostamenti dello sguardo.

Un esempio abbastanza curioso è quello del cosiddetto “eco posturale”, che fa assumere posture più o meno identiche a persone unite da un legame di amicizia e di familiarità. Questo fenomeno di sincronia è molto evidente quando si esamina un’ interazione verbale inquadratura per inquadratura ; nell’ arco di tempo corrispondente alla frasi ( o addirittura alle singole parole ) pronunziate, vi è una stretta coordinazione di lievi movimenti fisici ( del capo, degli occhi, delle mani ) da parte del parlante e dell’ ascoltatore.

Soprattutto l’ uso dello sguardo è fondamentale ; infatti durante una conversazione i partecipanti si guardano l’ un l’ altro a breve intermittenza, a volte incrociando direttamente gli sguardi. E’ noto che, nell’ ascoltare un discorso, noi inviamo un numero di sguardi doppio di quelli inviati nel parlare. Gli sguardi e gli altri segnali cinesici servono a stabilire i “turni” della conversazione, a sincronizzare i vari interventi, a fornire “segnali di attenzione” testimonianti l’ attenzione reciproca, a fornire al parlante un “feedback” continuo, che gli consenta di modificare le sue parole o il suo stile di espressione a seconda delle reazioni altrui.

Sono illuminanti, a tale riguardo, il disagio che molti provano durante le conversazioni telefoniche, allorché non possono fruire di questi segnali visivi e devono sostituirli con un gran numero di espressioni “fatiche” sottolineanti l’ attenzione, la comprensione, l’ assenso, la continuità del contatto reciproco.


La Paralinguistica

Il termine “Paralinguistica” è stato usato per la prima volta da A. A. Hill (1958) nella sua Introduction to linguistic structures per indicare l’ insieme dei toni della voce ( il cosiddetto paralinguaggio) e dei movimenti del corpo che sono parte della comunicazione umana. Nello stesso anno G. L. Trager precisò che, mentre fanno parte della Paralinguistica i toni e altre caratteristiche acustiche del linguaggio verbale, i movimenti del corpo sono di competenza della Cinesica.

La linguistica riconosce l’ esistenza dei cosiddetti “tratti prosodici” ( che riguardano la catena parlata nel suo complesso ) e dei “ tratti soprasegmentali ” ( riguardanti cioè un continuum di segmenti minimi ). Essi sarebbero : l’ intonazione , cioè il susseguirsi di tratti melodici nella catena parlata , il tono , che è il tratto melodico di un segmento minimo, l’ accento , che fa risaltare un segmento della catena parlata rispetto agli altri, la durata , che indica l’ estensione temporale di ciascun segmento, e la pausa , cioè un’ interruzione nella catena parlata che separa i singoli segmenti. Riconosce anche che essi sono dotati sia di valore grammaticale che di valore espressivo, cioè forniscono informazioni riguardo agli atteggiamenti, agli stati d’ animo e alle intenzioni del parlante.

Ad esempio l’ intonazione distingue una frase affermativa da una interrogativa, per cui le frasi : /Sono partiti ieri /, / Sono partiti ieri ?/ e / Sono partiti ieri ! / sono percepite come molto diverse l’ una dall’ altra.

Allo stesso modo l’ accento ha una funzione distintiva riguardo ai significanti verbali (distingue /pesko/da /peskò/;/anko’ra/da/a’ nkora/, e così via ), ma può anche indicare gli atteggiamenti e le intenzioni del locutore. J. Lyons ce ne presenta un esempio calzante, mostrandoci come nella semplice frase “ Io non ho visto Maria ” possiamo accentuare “visto”, indicando così che pur non avendola vista abbiamo sue notizie, oppure accentuare “Maria”, e ciò può significare che abbiamo visto qualcun altro. 129

I linguisti tuttavia non hanno inteso come codificabili e istituzionalizzabili queste varie forme di intonazione, le pause, i ritmi di eloquio ; ed a questo compito si è accinta tale nuova scienza.

Trager 1968 ci offre la seguente classificazione dei tratti vocali che sono di pertinenza della paralinguistica .

A. Tipo di voce : dipendente dal sesso, dall’ et{, dalla salute, dal luogo di origine, ecc. ; riguarda anche i toni di voce differenti usati dalla stressa persona in circostanze diverse. Comunque secondo Trager non rientra nel paralinguaggio.

B. Paralinguaggio . E’ diviso in : a) Qualità vocali : l’ altezza dei suoni, l’ intensit{ del respiro, il controllo delle labbra e della glottide, il controllo articolatorio, la risonanza, il tempo . b) Vocalizzazioni. Esse comprendono : b. 1. Caratterizzatori vocali ( ad esempio pianto, piagnucolìo, riso, che può essere intenso o soffocato, singhiozzo, sussurro, grido, gemito, lamento, borbottìo, tosse, sbadiglio ) ; b. 2. Qualificatori vocali ( come l’ intensit{ e l’ altezza del suono ) ; b. 3. Segregati vocali ( sono i rumori non usati per modulare la produzione linguistica ma per ritmare il discorso, come gli “uhm” di commento e di interiezione, le nasalizzazioni, le inspirazioni, e tutti i tipi di rumori della lingua e delle labbra ).

La paralinguistica è stata considerata fin dal primo momento di enorme utilit{ soprattutto al fine di studiare l’ aspetto emotivo del linguaggio. Del resto ogni volta che comunichiamo attraverso la lingua non possiamo fare a meno di trasmettere il messaggio attraverso una particolare voce, un particolare ritmo, una particolare intensit{. E’ pressoché impossibile considerare nella lingua gli elementi cognitivi separati da quelli espressivi, e probabilmente anche nel linguaggio scritto, in cui pure il carattere cognitivo prevale, troveremo sempre aspetti emotivi ed espressivi.

“ In una registrazione magnetofonica è possibile riconoscere lo stato d’ animo di un parlante che legge un brano neutro. Così, le persone in ansia parlano svelto e affannosamente, cioè con alta distribuzione di frequenze e con molti errori. Una persona che occupi una posizione dominante e che sia adirata parla a voce alta, lentamente e con una minore distribuzione di frequenze. Ci sono stili di parlato che consistono in altre combinazioni delle stesse varianti ( il parlato di adolescenti sgarbati, di hostess spumeggianti, ecc. ) ” .

Gorge F. Mahl e Gene Schulze hanno osservato più o meno le stesse cose : “ Ad esempio, una persona sicura di sé può parlare con proposizioni semplici e con un volume ed un tono di voce ben controllati, con pochi sospiri o colpi di tosse nervosa. Una persona insicura, invece, parlerà con proposizioni complesse, involute e perfino incompiute, con scarso controllo di tono e volume , e con frequenti manierismi nervosi . ”

I citati “segregati verbali” esprimono certamente, tra le altre cose, perplessità, dubbio, accordo, risultando essere un elemento importante della comunicazione. Ma anche altri fenomeni meno sospettabili possono risultare molto significativi ; ad esempio è stato notato come l’ amore abbia una “sfumatura nasale”, in quanto le membrane mucose nasali si allargano e si restringono in condizioni di forte emozione, provocando appunto la “voce nasale”. Non meno singolare appare il cambiamento di tono della voce di una stessa persona, a seconda della situazione e dello stato d’ animo, come è descritto in una auto-descrizione di una studentessa universitaria : “…. Uso molte voci diverse, differenti per qualità, tono ed accento. Tali voci vengono alternate variamente, specie in periodi di ambivalenza, ma possono essere approssimativamente distinte ne : (a) Voce rapida, stridente e ansiosa ; (b) Voce infantile, piagnucolosa, accompagnata da gesti ed atteggiamenti infantili ; (c) Voce marcatamente teatrale… accompagnata da molti moti del volto, parodiando la recitazione teatrale. A queste si può aggiungere una quarta voce, anche se è piuttosto rara : una voce profonda risonante, usata in appuntamenti galanti, o parlando, in classe, quando sono sicura di me stessa, come quando leggo un mio scritto. Queste quattro voci vengono usate, come ho già detto, in contesti diversi, e sono tanto interrelate che è difficile isolare la loro distribuzione. Approssimativamente, però, uso la voce infantile quando sono depressa, o quando mi sento in una posizione di inferiorità ; uso invece più comunemente la voce stridente quando sono ansiosa ; la voce teatrale quando tento di impressionare ; e la voce profonda quando ho fiducia in me stessa o quando gioco un ruolo con qualcosa che considero come un successo. ”

In un interessante saggio di Sinkiewicz sul linguaggio emotivo si pone l’ accento sugli elementi prosodici, naturalmente, attraverso l’ esame dell’ “accent d’ insistance” ( accento enfatico) nella lingua francese e di come gli attori sanno variare la semplice frase “questa sera” fino a produrre quaranta messaggi diversi. Ma si considerano anche forme espressive all’ interno della lingua stessa ( forme affettuose di diminutivi, fenomeni di palatalizzazione, aspirazione e gutturalizzazione a fini emotivi ). Anche la “ Ricerca psicologica nell’ area extralinguistica ” di G. F. Mahl e G. Schulze tende, nonostante il suo titolo, a non esulare dalla vera e propria linguistica. Per gli autori le variazioni linguistiche comprendono, tra l’ altro, la scelta della lingua ( nel caso dei poliglotti ), le diversit{ di dialetto, l’ uso di proposizioni semplici o complesse, di forme attive o passive, del presente o del

passato, di un lessico ricco o limitato.

Essi hanno tentato una classificazione di queste variazioni e ne hanno sperimentato l’ occorrenza, soprattutto in connessione con gli stati ansiosi del locutore ; la loro ricerca si basava su tre elementi : ( a) il materiale oggetto d’ interesse, cioè la natura del comportamento linguistico ; (b) le variabili situazionali manipolate dal ricercatore ; (c) le variabili dell’ organismo nel locutore , appositamente misurate. L’ analisi comprendeva, tra l’ altro, lo stile del linguaggio, la selezione e la varietà di lessico e la dinamica della voce, distribuiti in un notevole numero di rapporti.

Ad esempio il rapporto verbo/aggettivo ( calcolato dividendo, in un campione di discorso, il numero dei verbi per il numero degli aggettivi ) variava rispetto all’ ansiet{ del soggetto, in quanto una forte spinta all’ azione fa diminuire notevolmente il numero di parole qualificanti rispetto ai verbi. Era calcolato anche il rapporto tipi/espressioni ( rapporto tra le parole differenti o types e il totale delle parole, i tokens ), la misura della selezione del lessico, la qualità della voce, il ritmo, le soluzioni di continuità ( pause di silenzio, sostituzioni, omissioni, tartagliamenti, esitazioni ), ed anche la produttività, cioè la quantità di emissione verbale.

Risulta tra l’ altro che,

  1.  l’ emozionalità estroversa si esprime con rapidit{ di eloquio e di respirazione e,
  2.  l’ emozionalità introversa, l’ inibizione, la tensione e i processi intellettuali si esprimono in un discorso lento ed esitante e in una respirazione più lenta. In discorsi concernenti temi tristi i ritmi erano molto lenti, mentre le espressioni di ira, di felicità e l’ eccitazione facevano aumentare notevolmente il ritmo.

Lo strutturalismo

La successiva linguistica strutturalista, pur prendendo l’ avvio dalle fondamentali distinzioni dicotomiche di Saussure ( sincronia e diacronia, langue e parole, significante e significato, paradigma e sintagma ), sarà compiutamente messa a punto da Louis Hjemslev, con i suoi sviluppi di quelle che erano solo intuizioni e le sue precisazioni dei numerosi punti oscuri.

Louis Hjemslev ha precisato la definizione del segno, non intendendolo più semplicemente come unione di un significante e di un significato, ma come entità articolata su due piani : il piano dell’espressione e il piano del contenuto.

Il piano dell’ espressione è costituito da una sostanza ( materia fonica, nel caso del segno linguistico) e da una forma ( regole paradigmatiche e sintattiche ) ; allo stesso modo il piano del contenuto è formato da una sostanza ( in pratica tutti i significati esprimibili, con i suoi aspetti cognitivi, ideologici, emotivi ) e di una forma ( organizzazione formale dei significati tra loro).

Tra questi due piani E e C la significazione instaura una certa relazione, che si indica con R. Dunque il sistema ERC stabilisce ogni possibile significazione.

Per comprendere la differenza tra sostanza sonora dell’ espressione e forma dell’ espressione dobbiamo rifarci al criterio di pertinenza , introdotto dalla scuola linguistica di Praga, in particolare da Trubeckoj (1939) . Il criterio della pertinenza fu introdotto per stabilire, all’ interno della fonologia generale, lo studio dei fonemi, attraverso l’ uso della cosiddetta prova di commutazione. Questa prova consiste nell’ introdurre un mutamento nel piano dell’ espressione ( il significante ), e controllare poi se si è prodotta una contemporanea modificazione sul piano del contenuto ( significato ). Se la commutazione dei significanti produce una commutazione dei significati, si è ottenuta una sicura unità sintagmatica.

Ad esempio basta sostituire un fonema nel vocabolo /peccatore/, appartenente alla lingua italiana, per ottenere un altro termine, /pescatore/, a cui è attribuito un significato del tutto diverso. Così nella lingua inglese i suoni /pet/ e /bet/, caratterizzati dalla commutazione di un solo fonema, hanno sensi del tutto diversi. Da ciò ricaviamo che questi due fonemi, /b/ e /p/, costituiscono in tale lingua un sistema di opposizioni. In altre lingue, come l’ arabo, questa opposizione non esiste, per cui vi è interscambiabilità tra tali fonemi nella formazione di una parola senza che vi sia un cambiamento di senso. In italiano non vi è opposizione distintiva tra la /i/ e la /i:/, opposizione che è invece fondamentale in inglese.

La fonetica studia dunque le emissioni dei suoni articolatori dal punto di vista fisico, mentre la fonemica si occupa di quelli pertinenti in una data lingua. A questo proposito il linguista Martinet ha riscontrato una delle più significative proprietà del linguaggio verbale , la doppia articolazione . Cioè nel segno linguistico si possono distinguere una prima articolazione ( articolazione di unità significative, cioè dotate di un senso : i “monemi”, che con molta imprecisione possiamo chiamare le parole della lingua ) e una seconda articolazione ( articolazione di unità distintive , non portatrici di significato, che sarebbero poi i “fonemi” ) .

E’ proprio grazie a questa straordinaria caratteristica che il linguaggio verbale è “economico” a un livello così alto : con un numero limitatissimo di unità distintive forma una quantità teoricamente illimitata di unità significative. Il criterio di pertinenza può essere applicato, oltre che sulle unità minime della lingua ( i fonemi ), anche sulle loro combinazioni sintagmatiche più vaste, i monemi.

A questo punto un fatto singolare, e ben degno di nota , risalta all’ attenzione : come l’ essere umano, costruendo il suo linguaggio, abbia replicato in sostanza l’ invenzione dell’ alfabeto genetico .

“ The genetic alphabet, that has the same ‘duality of patterning’ of the human language……. A four-letter language embodied in molecules of nucleic acid…….Innumerable works, sentences and messages can be all represented by different combinations of the twenty-six letters of the alphabet. (…) The genetic alphabet consists of only four letters – the four nucleotide bases– four letters that are capable of specifying the differences between countless genes – . ”

In effetti possiamo dire che l’ alfabeto del DNA è rappresentato da 4 lettere ( A- G- C- T , che stanno per Adenina, Guanina, Citosina e Timina, le quattro basi azotate, le quali si uniscono in triplette, “parole” di tre lettere, per cui ogni serie di tre lettere corrisponde ad un singolo amminoacido. Queste “parole”, susseguentesi, concorrono a formare il grande “libro” del DNA, sequenza di istruzioni per ogni organismo vivente.

Ritornando al precedente discorso, osserviamo che la segmentazione di Hjemslev riguardo al piano dell’ espressione e a quello del contenuto è stata accettata dalla semiotica intera senza riserve ; e finché si parla dei primi tre livelli il discorso è pacifico. Ma molte discussioni esistono riguardo all’ organizzazione della forma del contenuto. Chiaramente non vi è rapporto di somiglianza tra le unit{ dell’ espressione e quelle del contenuto, proprio per il fatto della doppia articolazione, ed è molto difficile dare una descrizione esauriente di come ogni lingua organizza le infinite combinazioni del pensiero. Lo stesso Hjemslev ha fato notare come parole simili in lingue diverse possono coprire differenti ambiti di significati ( la lingua francese segmenta con tre vocaboli l’ ambito che l’ italiano suddivide attraverso /albero/, /legno/, /bosco/, /foresta/, mentre il danese ne possiede addirittura due.

I linguisti si sono occupati dell’ organizzazione della forma del contenuto dapprima stabilendo dei tratti semantici e collegandoli a quelli grammaticali. Tale collegamento a volte è fruttuoso, e del resto attraverso il fenomeno della “concordanza” molte lingue si sono preoccupate di dare rilevanza grammaticale a tratti semantici quali “maschile”, “femminile”, “plurale”, “singolare”. Ma il problema è che il numero delle categorie grammaticali è molto limitato, mentre quelle semantiche sono pressoché illimitate. Un altro tentativo è stata l’ analisi componenziale.

Notissimo è l’ esempio di /bachelor/, offerto da Katz e Fodor nel 1964, 110 e di cui è stato costruito un vero e proprio spettro semantico, riportante tutti i diversi significati che questo vocabolo può assumere nella lingua inglese.

Anche tale metodo è risultato insoddisfacente, in quanto non prevede e non rileva l’ importanza del contesto, che è invece necessario per stabilire, di volta in volta, il significato contingente del termine.

Greimas ha tentato di formare un vero sistema del contenuto attraverso categorie mentali costituite per assi oppositivi ( assi semantici ); ma anche qui si resta a un livello talmente astratto che non coinvolge per nulla la enorme varietà dei significati possibili.

A questo punto è arrivata la linguistica generativo- trasformazionale di Noam Chomsky, che ha ottenuto ed ottiene ancora un notevole successo. Chomsky ha scritto : “ Al centro delle preoccupazioni della ricerca attuale troviamo ciò che possiamo chiamare il lato creativo del linguaggio, al livello dell’ utilizzazione corrente … Tutto avviene come se il soggetto parlante, inventando in un certo qual modo la propria lingua a mano a mano che la sente parlare attorno a sé, avesse assimilato alla propria sostanza pensante un sistema coerente di regole, un codice genetico, che determina a sua volta l’ interpretazione semantica di un insieme indefinito di frasi reali, espresse o udite. In altri termini, tutto avviene come se egli disponesse di una “grammatica generativa” della propria lingua ”.

Questo studioso si è riallacciato in un certo senso alla linguistica “logica” di Cartesio e di Port Royal, secondo cui la grammatica affonda le sue radici in una ragione umana “innata”. Ha postulato infatti che : “ Una grammatica sia acquisita mediante la semplice differenziazione di uno schema fisso innato, piuttosto che attraverso l’ acquisizione progressiva di dati, di sequenze, di concatenazioni e di associazioni nuove …”.

Tuttavia è molto difficile provare l’ esistenza nel cervello umano di questi universali linguistici innati ( che costituirebbero la base delle svariatissime lingue esistenti ), a meno che la biologia non individui precisi centri corticali del linguaggio .

La linguistica generativo-trasformazionale si propone di descrivere in modo formalizzato ( cioè attraverso simboli e operazioni ) il procedimento che permette di produrre tutti i messaggi linguistici possibili in una data lingua. Essa pone una precisa distinzione tra “competenza” ed “esecuzione”. Per “competenza” si intende l’ insieme di conoscenze che un parlante- ascoltatore ideale di una lingua possiede, e che gli permette di comprendere e produrre un numero infinito di frasi.

Le concrete produzioni linguistiche costituiscono le “esecuzioni”, che risentono di tutte le circostanze ed i fattori contingenti. Ciò ci richiama la fondamentale distinzione “Langue/ Parole ”, ed effettivamente la “esecuzione” equivale abbastanza alla “parole” ; tuttavia la “langue” aveva carattere sociale mentre la competenza è individuale.

Secondo Chomsky la linguistica si occupa della “competenza”e non è suo compito descrivere la “esecuzione”. Esistono nel campo della linguistica generativa delle “regole” ( di vari tipi, cioè dipendenti e indipendenti dal contesto, obbligatorie, facoltative, ecc. ), le quali stabiliscono quali sono le frasi accettabili in una data lingua, e il loro processo di formazione.

La struttura della frase è espressa attraverso una descrizione visualizzata in un albero. La linguistica generativa ha mostrato tuttavia delle lacune : ad esempio non riesce a spiegare come un enunciato possa avere più significati. Sono le cosiddette “frasi ambigue”, come “ They are flying planes ” ( Essi sono aeroplani che volano ? Essi stanno facendo volare degli aeroplani ? ) o “ Il timore dei soldati era grande ” ( I soldati avevano paura ? Incutevano paura ? ). E’ stato così necessario introdurre la grammatica trasformazionale , che spiega le “frasi ambigue” distinguendo tra “struttura profonda” ( struttura sintattica elementare astratta che sta dietro ad ogni frase prodotta ) e “struttura superficiale” ( rapporti sintattici quali appaiono a prima vista ).


Subordinazione sociale della donna

Molte volte le interrogazioni, che abbiamo rilevato così numerose nel linguaggio delle donne, non sono dovute a reale insicurezza o dubbio, ma valgono consapevolmente come appoggio per l’ uomo, rassicurazione sul fatto che a lui spettano le decisioni, volontario atto di sottomissione. In questo caso le domande, o meglio gli interrogativi retorici, sostituiscono le affermazioni recise, ritenute più adatte ai maschi ; nel linguaggio delle donne sono più accetti vaghi accenni, con una interrogazione ansiosa sulle intenzioni dell’ altro. Troviamo infatti : “ E’ una bellezza questo giardino, vero ? ” ; “ Andiamo ? O forse è troppo lontano ? ” ; “ E’ bello qui, non trovi ? ” .

In effetti il ruolo della donna è, secondo una diffusa consuetudine, quello di essere al servizio dell’ uomo, come madre e come collaboratrice-aiutante subordinata. Il suo è essenzialmente un servizio di procreazione e di soddisfacimento dei bisogni affettivi e psicologici della prole ; e collegata a questa funzione di madre c’è la caratteristica della rinuncia e del sacrificio, massime doti riconosciute alla donna. Nietzsche nel libro Così parlò Zarathustra ha scritto : “La felicit{ dell’ uomo si chiama : ‘io voglio’ , la felicità della donna si chiama ‘egli vuole’ . ” E’ illuminante che i lavori ritenuti adatti alle donne siano quelli del “buon cuore” e del “bel corpo”, vale a dire mansioni che riproducano la sua funzione sessuale e familiare. Il suo “buon cuore”si esprime nel lavoro di infermiera, nell’ assistenza sociale, nell’ assistenza ai bambini, nei compiti educativi.

Come commessa, hostess, indossatrice e segretaria vengono invece esaltate la “bella presenza” e le “buone maniere” della donna. Nella Enciclopedia per ragazzi già citata (Vol 12, pp. 412-413) si descrive l’ infermiera come provvista di “un amore che è prudente, discreto, tollerante, dettato dalla bontà, accompagnato sempre dal sorriso” ; e si aggiunge : “Di sacrificio è costellata la vita dell’ infermiera”.

L’ assistente sociale è “aiuto, consiglio, guida”, mentre troviamo riguardo all’ assistente turistica : “ E’ stata opportunamente definita ‘ la signora che fa gli onori di casa ’. Occorrono molto tatto e intuito per non urtare l’ eccessiva sensibilit{ di un passeggero, per appianare eventuali piccole divergenze, per saper captare da un gesto, da una parola. L’ ansia, la preoccupazione, il disagio dell’ ospite ”.

Teoricamente,oggi, la donna che lavora è in condizioni di eguaglianza col marito, ma in realt{ porta sempre il carico dell’ allevamento dei figli, per cui è costretta a scegliere professioni e mestieri che non impediscano questa funzione. Anche se giornalista., medico, scienziata, diplomatica, la sua carriera è limitata ; non può fare lunghi viaggi lontano da casa ( che sono invece consentiti al marito ) per partecipare a conferenze o intraprendere studi, se in casa ha dei bambini. Attualmente gli scienziati (lo testimonia il libro Da zero a tre anni ) hanno compiuto una ulteriore rivalutazione del compito materno. Del resto la stessa Costituzione Italiana, articolo 37, precisa che : “ Le condizioni di lavoro debbono consentire ( alla donna ) l’ adempimento della sua essenziale funzione familiare ”.

Un brano tratto da un testo elementare e riportato nel libro I pampini bugiardi col titolo polemico de “Il figlio della serva” dice : “ Le mani della mamma sono belle e buone. Le mani della mamma sono laboriose e carezzevoli, le mani della mamma sono utili e umili, amorose e infaticabili. Sono utili perché compiono tanti lavori, umili perché non rifiutano mai di fare qualsiasi servizio, infaticabili perché sono sempre attive ”.

Anche Rousseau raccomandava : “ L’ educazione delle donne deve essere relativa agli uomini. Piacere loro, essere loro utili, farsi amare e onorare da loro, educarli da giovani, consolarli e render loro la vita serena e dolce : ecco i doveri delle donne in tutti i tempi e ciò che bisogna loro insegnare fin dalla loro infanzia ”. Le femmine hanno perciò sin dall’ infanzia molti maggiori doveri dei ragazzi. I genitori si aspettano che esse siano più affettuose e pronte ad assisterli anche da adulte, quando essi saranno anziani, che stiano più tempo a casa a fare loro compagnia, che siano servizievoli. Il maschio è considerato per quello che sarà da grande, la femmina per quello che darà.

“ Due destini del tutto diversi. Il primo destino implica la possibilità di utilizzare tutte le risorse personali, ambientali e altrui per realizzarsi, è il lasciapassare per il futuro, è il benestare per l’ egoismo. Il secondo prevede invece la rinuncia alle aspirazioni personali e l’ interiorizzazione delle proprie energie perché gli altri possano attingervi. Il mondo si regge proprio sulle compresse energie femminili, che sono lì come un grande serbatoio, a disposizione di coloro che impiegano le proprie per inseguire ambizioni di potenza ” .

Mentre i maschi sono praticamente liberi di giocare sempre, e ritengono di aver diritto al gioco, spesso le femmine devono aiutare nelle faccende domestiche, fare commissioni, badare ai fratellini, e anche porsi al servizio degli stessi coetanei.

Anche nella vita adulta questi obblighi restano : nel mercato del lavoro la posizione delle donne è quasi sempre subordinata, dequalificata e accessoria rispetto a quella degli uomini ( commesse, dattilografe, le impiegate del grado più basso ). Inoltre in ogni caso i compiti ritenuti di maggior prestigio sono affidati ai maschi. E’ recente la vicenda di un’ azienda statale, in cui gli impiegati uomini pretendevano, spalleggiati dalla ditta, che le loro colleghe, assunte con la stessa qualifica, battessero a macchina le loro pratiche. In conclusione, nel linguaggio non possono che mostrarsi le virtù della pazienza, della capacità di fare più cose contemporaneamente e dell’ intuito, per cui la donna sa addirittura prevenire i desideri degli altri. Nel linguaggio femminile tipico di una certa letteratura i personaggi positivi parlano poco, mentre l’ uso diffuso dell’ espressione verbale ( di cui abbiamo parlato in precedenza ) è tipico dei ruoli negativi. In un libro di commento ai fumetti e fotoromanzi vari si legge : “ Cos’ è questo linguaggio astratto, se non l’ abitudine di lasciare le parole a metà, di balbettare, che caratterizza tutte le eroine “brave”, “serie”, “innamorate”… ? Per le ragazze tutto ciò è molto rassicurante se con il silenzio si conquista prima un uomo e poi un marito ; il silenzio diviene la norma comportamentale. Del resto nei fotoromanzi le ragazze che parlano troppo finiscono male ”.

Quindi spesso la protagonista positiva lo è anche perché balbetta, esita, conserva a lungo il silenzio, mentre quella che sa usare il linguaggio è classificata come “poco seria”. Anche di fronte a situazioni difficili l’ unica reazione consentita è il silenzio. “ Infastidita decido di sedermi fissando il vuoto con occhio intenso e scoraggiante, come nel pieno di una meditazione zen. … ; …. Mi sprofondo nella pagina sportiva che non mi interessa un accidente, tanto per tenere impegnati gli occhi….”

Cioè una ragazza dovrebbe far finta di non vedere, di non capire, e le è tradizionalmente vietato di rispondere per le rime e di contrattaccare, se occorre. Dovrebbe usare il mezzo verbale soltanto in funzione di servizio e di aiuto per gli altri, in particolare per l’ uomo. Allo stesso modo una ragazza che gira abitualmente in motocicletta e una donna che guida l’ auto lasceranno la guida, rispettivamente, al ragazzo e al marito, qualora siano presenti. Un’ altra tacita regola è che la donna metta il suo braccio sotto quello dell’ uomo, senza che mai avvenga il contrario ( è lei che si deve appoggiare a lui ), e che in ogni situazione socialmente rilevante ( discussione di affari, presentazione ad estranei ) l’ interlocutore privilegiato sia l’ uomo.

Si dice comunemente che un a donna, anche se effettivamente detenga comando e responsabilità in casa, non debba darlo a vedere, per non squalificare socialmente il marito ; ed infatti gran parte delle donne tengono sempre presente questo fatto. Nel caso prima riportato accetteranno di buon grado di spostarsi sul sellino posteriore e a fianco del posto di guida, sapendo che in caso contrario esporranno l’ uomo ad essere giudicato un incapace e un debole. Proprio per questo nei modelli comunicativi viene esaltato per la femmina l’ uso dell’ espressione verbale di servizio. Infatti vi è sempre la minaccia che la donna passi a un tipo di linguaggio autoritario, al tono di comando, alla petulanza .

Sono innumerevoli le scenette e le barzellette che mostrano come il massimo della negatività donne ( soprattutto se mogli ) che usano continuamente un tono di comando e un atteggiamento prepotente. Ve n’ è una in cui una sposa sull’ altare, senza aspettare che lo sposo risponda “sì” al sacerdote, dice con un tono che non ammette repliche : “Sì, sì, lui vuole”.

Si passa così da un estremo all’ altro, il primo come modello positivo, di comportamento, il secondo come spauracchio da esorcizzare.

Ritroviamo la subordinazione linguistica delle donne in una norma della convenienza sociale, secondo cui anche tra amici e conoscenti spetta all’ uomo rivolgere per primo le formule di saluto. “ Mio fratello, quando sta per strada e incontra una ragazza, anche se è piccolo, però saluta. Io invece, se soltanto mi azzardo magari a salutare un ragazzo, che mi ha invitato a una festa, non posso farlo, perché sennò mio padre mi strilla e mi minaccia di botte ” , è la dichiarazione di una ragazza dodicenne.

Sui ritmi e sulla gerarchia della comunicazione verbale ha influito in parte anche il modello sessuale dominante. Credere nell’esistenza di “biologici” ruoli sessuali porta a vedere sempre e in ogni caso l’ uomo come “cacciatore” che prende l’ iniziativa del rapporto e la donna come “preda”, “oggetto d’ amore”, che al massimo può respingere o accettare le richieste del maschio, mai esprimere le proprie. Le si insegna a non dire per prima a un uomo : “Ti amo”, ma aspettare la sua dichiarazione, per poi accettare o rifiutare. Ancora oggi non le conviene, in molti ambiti sociali, prendere l’ iniziativa nel rapporto ; questo comportamento appare quasi “contrario alla natura”, e può essere considerato non solo inopportuno, ma una perversione.

“ Poiché alla sessualità femminile è dato di esistere e di manifestarsi solo quando si dimostra complementare a quella del maschio e passiva rispetto a quella, ogni ricerca attiva di incontri sessuali da parte della donna è indice di patologia”, osserva Elena Gianini Belotti ( nell’ articolo citato in precedenza e riferentesi al termine “ninfomane”, usatissimo dai critici cinematografici e teatrali per definire i personaggi femminili ).

Anche tra i giovani l’ espressione aperta del desiderio della ragazza è spesso male accolta. Una ragazza deve aspettare (eventualmente provocando) che sia il ragazzo a farsi avanti, non chiedere appuntamenti ma farseli chiedere, deve restare seduta ad aspettare l’ invito al ballo, così come nel rapporto per lei è sbagliato toccare, molto meno essere toccata.

Sebbene l’ azione del baciarsi sia del tutto paritaria, essa deve essere iniziata e condotta dall’ uomo ; la protagonista di un romanzo o di un film dirà infatti : “ Perché adesso non mi baci ? ” oppure “ Ieri mi ha baciata ”.

Tutto questo porta i maschi e le femmine a vivere esperienze vitali totalmente differenti. Ad esempio non fa parte dell’ esperienza intima dell’ uomo sapersi guardato, sapersi concupito, mentre è parte costante di quella della donna anche quando, anonima, cammina per la strada.

Così come diventa estraneo alla psicologia di quest’ ultima il prendere l’ iniziativa, agire, scegliere, prendere decisioni, azioni che per l’ uomo sono quasi obbligatorie. “Abbordare” nel senso di “attaccare discorso” è un verbo che si applica generalmente ad azioni di uomini verso donne, e nel linguaggio comune sono queste ultime ad essere definite “abbordabili”, cioè “di facile abbordo, accessibili”. E’ infatti socialmente accettato e considerato normale il comportamento ad esempio di un muratore che, dall’ alto della sua impalcatura, fischia dietro a una ragazza che passa e anche la chiama. Quanto poco gli uomini si aspettino una prima mossa delle donne nell’ avvicinamento ci viene dimostrato da una inchiesta compiuta dalle redattrici del giornale francese “Elle”. Esse nel corso di una intera giornata hanno appunto “abbordato” più di cento uomini, constatando che la reazione generale era di stupore e di sgomento.

Comunque i rapporti di ruolo a cui ci riferiamo, abbiano o no una tale origine, non si limitano all’ apertura del discorso e continuano nel corso dell’ interazione verbale .


Studi recenti

In tempi recenti gli studi sul linguaggio correlato al sesso si sono arricchiti di nuovi testi, tra cui indichiamo :

1972. Key , M. R. Linguistic Behaviour of Male and Female , in “Linguistics”, 88, pp. 15 – 31.

1975. Dubois, B. I. e Crouch, I. The Question of Tag Questions in Women’s Speech : they

don’t really use more of them, do they ? , in “Language in

Society”, 4, pp. 289 – 294. 1975. Thorne, B. e Henley, N. ( a cura di ),

Language and Sex , Newbury House, Rowley, Mass. 1973. Lakoff, R.

Language and Woman’s Place , in “Language in Society”, 2, pp. 45 – 80.

1975. Lakoff, R. Language and Woman’s Place , Harper & Row, New York, ( alle pp. 3 – 50 Lakoff 1973 ).

I risultati più interessanti sono stati ottenuti da due donne, Mary Ritchie Key e Robin Lakoff. In particolare quest’ ultima ha applicato alla lingua dei sessi i rapporti di ruolo ( come nel caso della lingua giapponese, in cui la donna è mantenuta ad un livello “umiliato” nell’ uso dei vari prefissi onorifici ), ed ha iniziato concretamente a definire nei vari livelli sintattici e lessicali un “linguaggio femminile” distinto da quello “maschile”.

Secondo Robin Lakoff la donna è praticamente spinta su tutti i fronti ad adottare un tipico modo di esprimersi, stabilito dal ruolo sociale riconosciutole. Vi può essere una obiezione a tale osservazione : anche gli uomini sono costretti ad usare un tipo di linguaggio ( diverso ed anche opposto a quello “femminile”), altrimenti non vengono presi sul serio e vengono derisi dagli esponenti del proprio sesso e di quello opposto.

Ma – osserva Lakoff – non è affatto la stessa cosa. Per gli uomini ciò vale come un ordine costringente e perciò odioso ( per molti ), ma in effetti l’ uso di tale linguaggio garantisce loro approvazione sociale e sicurezza individuale ; mentre per le donne tale obbligo costituisce un reale paradosso, che le danneggia in ogni caso.

“ If she refuses to talk like a lady, she is ridiculed and subjected to criticism as unfeminine ; if she does learn, she is ridiculed as unable to think clearly , unable to take part in a serious discussion ; in some sense, as less than fully human ” .

In effetti il “linguaggio femminile” è universalmente ritenuto svilente per la donna in quanto persona e assolutamente inadatto alla trasmissione di informazioni ( che non siano la marcatura delle qualit{ da “vera donna” della locutrice ). Per questo motivo deve essere accantonato nelle occasioni attinenti allo studio, al lavoro, a necessità tecniche, scientifiche e dirigenziali.

Tuttavia in altre occasioni la donna è costretta ad usarlo, altrimenti viene giudicata dalle altre donne e dagli uomini “non femminile”, non realmente donna. Di conseguenza non può mai esprimersi compiutamente ; esaltando le sue caratteristiche femminili svilisce se stessa in quanto persona, e viceversa.

Essa è in realtà bilingue, e come molti bilingui non riesce facilmente a padroneggiare completamente la lingua, né può essere del tutto sicura di usare, in un certo posto, in una certa situazione e con una certa persona, il linguaggio giusto. In questa alternanza di stili linguistici e nel continuo dover scegliere tra più alternative la donna spende molte energie, sottratte al libero lavoro creativo in campo espressivo.

L’ autrice definisce il tipico “linguaggio femminile” come “talking like a lady” ; esso si mostrerebbe a tutti i livelli della lingua inglese, come la scelta e la frequenza dei vocaboli, l’ uso di particolari regole sintattiche, l’ intonazione, le caratteristiche sovrasegmentali. In particolare Lakoff distingue in questo linguaggio nove caratteristiche, più la particolare intonazione.

1) Lessico . Secondo tale analisi le donne hanno tutta una serie di parole relative ai “lavori femminili”, ad esse riservati, e ad altri interessi specifici ; parole che distinguono leggère sfumature di colori e particolari tipi di stoffe, strumenti per il cucito o il ricamo, ecc. Tali parole sono del tutto infrequenti nell’ uso maschile.

2)Aggettivi . Le donne farebbero grande uso di aggettivi quali “divine”, “charming”, “cute” ( divino, affascinante, grazioso ), nonché “adorable” ( adorabile ), “sweet” ( dolce ), “lovely” ( carino ). Più tipici degli uomini sono invece “great” ( grande ), “terrific” ( spaventoso ), “cool” ( calmo, freddo ), “neat”( chiaro ). Questa dicotomia appare anche in altre parti del discorso, quali le esclamazioni. L’ autrice pone due frasi, a) e b) , come, rispettivamente, di tipico carattere femminile e maschile. a) “Oh dear, you’ve put the peanut butter in the refrigerator again” ; b) “Shit, you’ve put the peanut butter in the refrigerator again”. Esclamazioni tipiche dei maschi sono infatti “shit”, “damn” ( merda, dannazione ), mentre “oh dear” ( povero me ), “goodness” ( oh, Dio ), “oh fudge” ( sciocchezze ) appartengono alle femmine.

3) Esitazioni . E’ abituale l’ uso nelle donne di espressioni di vario genere (“ well ”, “ y’ know ”, “ kinde ”, cioè bene , come sai , una sorta di ), che mostrano il parlante insicuro rispetto a quello che va dicendo. Anche premettere ad una dichiarazione : “ I guess ”, “ I think ”, oppure “ I wonder” ( penso che , vorrei sapere ), produce il medesimo effetto. Tuttavia si ha paura di sembrare troppo mascolina dicendo le cose direttamente e in maniera tranquillamente assertiva.

4) Tag-questions. Anche la formazione delle “tag questions” è caratteristica. Infatti nelle donne troviamo domande anche quando ci possiamo aspettare affermazioni ( ad es. “What’s your name, dear ?” “Mary Smith?” ). Vi è differenza tra le domande “Is John here?” e “Is John, here, isn’t ?” . Nel primo caso la risposta può essere “sì” e “no”, nel secondo caso l’ interrogante mostra di aspettarsi una risposta positive, cioè di conoscere la situazione.Quindi in molti casi l’ uso dell’ interrogazione è ingiustificato o anche ridicolo (“Sure is hot here, isn’t it ? “ ; “I have a headache, don’t I ?” ) 76 e mostra sotto una luce sfavorevole il carattere del ( della) parlante, come indeciso e insicuro. Chi parla qui ha in realtà un’ idea precisa e non sente il bisogno di conferme, ma è riluttante ad esprimere con fermezza le proprie idee, come quanto dice : “The way prices are rising is horrendous, isn’t it ?”. Secondo Lakoff questo è un mezzo per evitare ogni conflitto con l’ interlocutore, attraverso l’ uso di una sorta di autocensura.

5) “So ”. L’ uso dell’ intensivo “so” è molto più frequente nel linguaggio femminile che in quello degli uomini, per cui si ha : “I like him so much” invece di “I like him very much”. Dire “tanto”, “così tanto” invece di “moltissimo”, indica che la quantità è tanta da non potersi esprimere, e dà un notevole grado di esagerazione alla frase.

6) Espressioni marcate . Le espressioni marcate, esagerate, non si limitano a “so”, ma sono estremamente diffuse nel linguaggio delle donne. Per l’ autrice è un altro modo di esprimere l’ incertezza, la difficolt{ di comunicazione, l’ irrilevante ruolo sociale occupato. Cioè : parlando normalmente non si convince, bisogna esagerare il più possibile le espressioni perché abbiano qualche effetto sull’ interlocutore.

7) Grammatica ipercorretta . Fin dall’ infanzia le bambine sono abituate a parlare in modo più corretto grammaticalmente, riservando espressioni come “singin” e “goin” ai coetanei maschi, nei quali si tollera molto di più una siffatta libertà linguistica.

8) Forme ipergentili . Le donne non usano espressioni indelicate, sono le esperte dell’ eufemismo, si mostrano più attente a dire “please” e “thank you” e ad osservare le convenzioni sociali. Tale gentilezza significa non imporre se stessi (il proprio parere, le proprie vedute, le proprie conclusioni) agli altri, significa lasciare agli altri l’ effettiva decisione. Infatti la differenza fra un ordine e una richiesta ( o un suggerimento) è che nel secondo caso la decisione è lasciata all’ interlocutore, alla sua buona volontà. Abbiamo così tutta una serie di gradazioni : a)“Close the door” b)“Please close the door” c) “Will you close the door ?”d)Will you please close the door ?”e)“Won’t you close the door ?” Dire : “Vuoi chiudere la porta ?” (quando non si usa un tono esasperato o ironico ) significa chiedere : “Hai la volontà di chiudere la porta ?”, cioè lasciare la decisione finale all’ altro. Ancor più se vi è il rinforzo di “please”.

9) Assenza di umorismo . Le donne non usano parlare attraverso facezie e burle, usando forme ironiche o di aperta parodia. Questa caratteristica, considerata una elaborazione dei due punti precedenti, ha l’ effetto di far considerare assente nelle donne il senso umoristico.

A questi punti dobbiamo poi aggiungere uno specifico schema di intonazione femminile che – osserva Lakoff – ha valore di segnale secondario, per rafforzare le caratteristiche espresse precedentemente. L’ intonazione ha valore soprattutto nelle domande che si sostituiscono ad affermazioni, ed in cui vediamo una non-volontà di asserire con decisione una opinione o un fatto.

Viene citato come esempio lo scambio domanda-risposta : a) “When will dinner be ready ?” ; b) “Oh, …around six o’clock…?”. 78

Che cosa significa secondo l’ autrice questo dover esprimersi in ogni caso con gentilezza ? Rifacendosi al libro The Japanese Language di Roy Miller, ella osserva che i gruppi subordinati sono educati ad esprimersi con riguardo proprio per far risaltare la loro condizione inferiore, mostrare che si è disposti a cedere, disposti a rinunciare alla lotta. La gentilezza si è infatti sviluppata nella società per ridurre la frizione nelle interazioni personali.

Tale situazione di dipendenza è particolarmente vera per le donne, ed ha carattere sociale complessivo, anche se in taluni casi ( interazioni medico-paziente, insegnante-allieva, principale – segretaria) viene esaltata al massimo.

Lakoff afferma che, senza questa imposizione da parte del gruppo dominante (maschile) non si spiegherebbe la presenza di tali caratteristiche, contrastanti con tutte le regole che rendono ottimale una conversazione. Contro un linguaggio chiaro, diretto, preciso, volto al punto (usato in genere dagli uomini), abbiamo un discorso indiretto, ripetitivo, sinuoso, oscuro, esagerato.

Ricerche rilevanti, compiute assai di recente e per la maggior parte ancora in corso, sono quelle che riguardano le leggi di conversazione, tra uomo e donna, tra bambino e adulto e tra uomo e uomo. Studiosi come Sacks, Fishman, Schegloff, e Zimmermann ( quest’ ultimo in collaborazione con Candice West ) hanno analizzato minuziosamente con ricerche su campioni e analisi statistiche brandelli di conversazione a due in luoghi pubblici ( bar, negozi, aule universitarie), su elementi appartenenti alla classe media. I risultati sono stati molto interessanti.

Noi sappiamo che una conversazione è retta da regole di etichetta per cui un interlocutore parla solitamente per un certo periodo e quindi passa la parola all’ altro, senza interromperlo e senza sovrapporre le battute. La regola viene violata nei rapporti coi bambini, i quali parlano solo quando sono interrogati, usano espressioni apposite per intervenire ( ad esempio . “d’yn know what ?”) e sono frequentemente repressi e corretti. Se un incidente avviene nel corso di una conversazione tra due uomini di solito colui che è interrotto protesta ( esempio : “lasciami finire” ).

Ora negli esperimenti condotti appare che il rapporto uomo- donna si modella non sul rapporto uomo-uomo ma su quello adulto-bambino. Fishman ha notato che su 52 ore di conversazione registrate, aperture del tipo “Sai cosa ti dico ?” appaiono con frequenza doppia nelle donne, le quali interloquiscono interrogativamente tre volte più degli uomini. In un altro esperimento di Zimmermann e West gli uomini hanno interrotto la battuta della donna 46 volte ( contro 2 volte delle donne). Sulle interruzioni iniziate dall’ uomo, il venticinque per cento aveva la funzione di correggere o rimproverare la donna.

Ma la ricerca ha dato altri risultati ancora : nel rapporto bambino-adulto, quando il bambino viene interrotto o sgridato di solito riprende il sopravvento, riformulando la domanda o l’ asserzione. Invece nel rapporto uomo-donna la donna interrotta non riprende il discorso ma entra in una fase di silenzio. Commentano gli autori che, a differenza dei bambini, le donne hanno ormai imparato a stare al loro posto. Con questo lavoro i linguisti stanno dimostrando come il dominio maschile, prima ancora che nelle istituzioni propriamente dette, si imponga nell’ istituzione linguistica e modelli il comportamento femminile sin dalla più tenera infanzia.

Studi simili in Italia non sono stati ancora compiuti, a quanto sappiamo attualmente; vi è stata soltanto la proposta, da parte di qualche ricercatrice, di applicare in un certo modo al linguaggio femminile la teoria della “deprivazione verbale” di Bernstein. Gli uomini, cioè, a causa della maggiore libertà sociale e della possibilità di rapporti interpersonali più articolati e frequenti, si saprebbero esprimere in modo migliore, possederebbero “più parole”, con la conseguente possibilit{ di un dominio culturale e sociale. Tutto questo rimanendo sempre nel campo della sociolinguistica. Per quanto riguarda la cinesica maschile e femminile durante le interazioni verbali, non abbiamo notizia di studi particolareggiati su questo punto.

Rimane dunque ai ricercatori un enorme campo di studio su cui intervenire; proprio come stimolo all’ avvio di ricerche in questa direzione, abbiamo accentrato il nostro interesse su alcune possibili applicazioni di questi studi sociolinguistici, finora limitati agli USA. Cioè :

a)Abbiamo esaminato il “linguaggio-tipo” femminile offertoci dai mass-media (cinema, TV, fumetti, pubblicità), con lo stesso procedimento di Robin Lakoff ;

b)Mediante una inchiesta sul campo, abbiamo cercato di determinare eventuali differenze di espressione nel linguaggio reale parlato dai due sessi ;

c)Una seconda inchiesta sul campo è stata condotta attraverso un questionario.

Queste ricerche non possono comunque essere definite scientifiche, poiché sono state condotte in modo sommario e su un campione non abbastanza rappresentativo. Esse, ripetiamo, non vogliono che costituire uno spunto per l’ avvio di indagini accurata in questa direzione, le quali indagini necessitano in ogni caso di un lavoro di équipe e di notevoli mezzi ( soprattutto tecnici) messi a disposizione.

Veniamo dunque al punto a) delle osservazioni compiute. Abbiamo rilevato, nell’ espressione linguistica dei “tipi” femminili offertici dai mass-media , le seguenti caratteristiche, le quali sono assenti negli uomini o nettamente meno frequenti :

1)Tratti insicuri, persino infantili; con un uso notevole di espressioni interrogative e di toni esagerati ;

2) Emotività e sensibilità accentuate ; 3) Argomenti di conversazione molto spesso futili ; 4) Propensione a parlare molto ; 5)Grande uso di “tag-questions”, domande che sostituiscono affermazioni recise ; 6) Mantenimento di un ruolo subordinato nella conversazione ; 7) Autocontrollo dell’ espressione (verbale e non) ; 8) Ipercorrettismo ; 9) Uso molto limitato delle espressioni dure ed offensive e di quelle collegate alla sessualità ; 10)Ricorso frequente al mentire.

In parte questi aspetti della lingua coincidono con quelli rilevati da Lakoff, ma ve ne sono altri non menzionati dalla linguista statunitense ; inoltre li abbiamo distribuiti in maniera differente, non tanto secondo la successione dei livelli linguistici (fonologia, morfologia, lessico, tratti segmentali e sovrasegmentali) bensì secondo le motivazioni culturali che, a nostra veduta, hanno dato loro origine Robin Lakoff definisce in complesso il linguaggio femminile come “forzato alla gentilezza”, e questa è per lei una caratteristica che le donne hanno in comune con altri gruppi subordinati.

Ma ci pare che la specificità del linguaggio femminile non possa essere pienamente colta limitandoci a questo aspetto, pur se fondamentale ( mantenere i subordinati a un livello linguistico “umiliato” è molto rassicurante per i dominati e garantisce loro una continua supremazia psicologica ). In realtà per le donne la questione si presenta più complessa, e troviamo le radici di certi comportamenti in un intricato intreccio di motivazioni.

Abbastanza arbitrariamente ne distinguiamo tre, a cui assegnare specifici tratti del linguaggio, e cioè : a)Opposizione culturale maschile- femminile ; b)Subordinazione sociale della donna ; c) Alternanza perfezione- volgarità .