L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Questo sesso che non è un sesso – Luce Irigaray

La sessualità femminile è sempre stata pensata in base a parametri maschili. Cosi l’opposizione tra attività clitoridea “virile” e passività vaginale “femminile” di cui parla Freud—e  tanti altri…—come  tappe o alternative del divenire una donna sessualmente “normale”, sembra un po’ troppo richiesta dalla pratica della sessualità maschile. La clitoride infatti ne viene concepita come un piccolo pene piacevole da masturbare finché non esiste l’angoscia di castrazione (per il maschietto), e la vagina assume valore dall’offrire “alloggio” al sesso maschile quando la mano proibita deve trovare qualcosa che la sostituisca per il piacere. Le zone erogene della donna non sarebbero mai altro che un sesso-clitoride che non regge il confronto con l’organo fallico di valore, o un buco avvolgente che fa da guaina e attrito per il pene durante il coito: un non sesso, o un sesso maschile rovesciato intorno a se stesso per toccarsi.

Della donna e del suo piacere, in una simile concezione del rapporto sessuale, non si dice nulla. A lei toccherebbe la “mancanza”, l’ “atrofia” (del sesso), e “l’invidia del pene” in quanto unico sesso riconosciuto di valore. Lei quindi tenterebbe in tutti i modi di farlo suo: con l’amore, un po’ servile, del padre-marito capace di darglielo, con il desiderio d’un bambino-pene di preferenza maschio, con la scalata ai valori culturali di diritto riservati ancora ai maschi e perciò sempre maschili, ecc. La donna vivrebbe il suo desiderio unicamente come attesa di possedere finalmente un equivalente del sesso maschile.

Ebbene, tutto questo sembra alquanto estraneo al suo godere, a meno che rimanga dentro l’economia fallica dominante. Per esempio, l’autoerotismo della donna è molto diverso da quello del maschio. Costui ha bisogno d’uno strumento per toccarsi: la sua mano il sesso della donna, il linguaggio… E questa auto-affezione richiede un minimo d’attività. La donna, lei, si tocca per se stessa e in se stessa senza che sia necessaria una mediazione, e prima d’ogni possibile spartizione tra attività e passività. La donna “si tocca” in continuazione, senza che per altro glielo si possa proibire, poiché il suo sesso è fatto di due labbra che si baciano continuamente. Così lei, in se stessa, è già due –ma non divisibili in due unità—che si accostano e toccano.

Autoerotismo che si sospende con un’effrazione violenta: divaricamento brutale delle due labbra ad opera d’un pene violatore. La donna si trova così deportata, sviata, da quella “auto-affezione” di cui ha bisogno per non perdere il suo piacere nel rapporto sessuale. Se la vagina deve anche ma non soltanto dare il cambio alla mano del maschietto per assicurare un’articolazione tra autoerotismo ed eteroerotismo nel coito l’incontro con l’assolutamente altro significa sempre la morte—come si ordina, nella rappresentazione classica il perpetuarsi dell’autoerotismo per la donna? Costei non sarà lasciata nell’impossibile scelta tra una verginità difensiva, selvaticamente ripiegata su se stessa, e un corpo aperto alla penetrazione che non conosce più, nel “buco” che sarebbe il suo sesso, il piacere di ri-toccarsi? L’attenzione quasi esclusiva—e quanto angosciata…—data  all’erezione nella sessualità occidentale prova a che punto l’immaginario che la comanda sia estraneo al femminile. Non vi si trovano, in gran parte, che imperativi dettati dalla rivalità tra maschi: il più “forte” essendo quello che “gli tira di più”, quello che ha il pene più lungo, più grosso, più duro, o che “piscia più lontano” (vedere i giochi tra maschietti). Oppure dalla attivazione di fantasmi sado-masochistici comandati dalla relazione deIl’uomo con la madre: desiderio di forzare, di penetrare, di far proprio il mistero di quel ventre in cui si è concepiti, il segreto della generazione, dell’ “origine”. Desiderio-bisogno, anche, di rifar correre il sangue per ravvivare un antichissimo rapporto—intrauterino, indubbiamente, ma anche preistorico—con il materno. In questo immaginario sessuale la donna non è che supporto, più o meno compiacente, della messa in atto dei fantasmi dell’uomo. Che vi trovi, per procura, del godimento, è possibile, anzi certo. Ma questo è soprattutto prostituzione masochistica del proprio corpo ad un desiderio che non e il suo; il che la lascia nei confronti dell’uomo in quello stato di dipendenza ben noto. Perché non sa quello che vuole, pronta a subire non importa cosa, e a chiederlo perfino, purché lui la “prenda” come “oggetto” su cui esercitare il proprio piacere. Non dirà dunque quello che desidera, lei. D’altronde non lo sa, o non lo sa più. Come confessa Freud, ciò che riguarda gli inizi della vita sessuale nella bambina è talmente “oscuro”, talmente “cancellato dagli anni” che occorrerebbe scavare molto in profondità per ritrovare, dietro le tracce di questa civiltà, di questa storia, le vestigia d’una civiltà più arcaica da cui trarre qualche indizio di ciò che sarebbe la sessualità della donna. Quell’antichissima civiltà non avrebbe certo il medesimo linguaggio, il medesimo alfabeto. Il desiderio della donna non parlerebbe la medesima lingua di quello dell’uomo, e si trova ricoperto dalla logica che dal tempo dei Greci domina l’Occidente.

In questa logica, la prevalenza dello sguardo e la discriminazione della forma, della forma individualizzata, sono particolarmente estranee all’erotismo femminile. La donna gode più di toccare che di guardare, ed entrare nell’economia scopica dominante significa, per lei, di nuovo, essere assegnata alla passività: lei sarà il bell’oggetto da guardare. E mentre il suo corpo viene così erotizzato, sollecitato ad un doppio movimento di esibizione e di riserva pudica per eccitare le pulsioni del “soggetto”, il suo sesso rappresenta l’orrore del niente da vedere. Difetto in questa sistematica della rappresentazione e del desiderio. “Buco” nel suo obiettivo scopofilo. Che tale niente da vedere debba essere escluso, rigettato dalla scena della rappresentazione si scopre già nella statuaria greca. Il sesso della donna ne è già semplicemente assente: mascherato, ricucito nella sua “fessura”.

Questo sesso che non si dà da vedere non ha nemmeno forma propria. E se la donna gode per l’appunto della incompletezza di forma del suo sesso per cui questo si ri-tocca indefinitamente, il suo godimento è denegato da una civiltà che privilegia il fallomorfismo. Il valore attribuito all’unica forma definibile sbarra quello in gioco nell’autoerotismo femminile. L’uno della forma, dell’individuo, del sesso, del nome proprio, del senso proprio… soppianta, separando e dividendo, il toccarsi di almeno due (labbra) che tiene la donna in contatto con se stessa ma senza discriminazione possibile di ciò che si tocca.

Donde il mistero che lei rappresenta in una cultura che pretende enumerare tutto, contare tutto in unità, tutto catalogare in individualità. Lei non è né una né due. Non si può, a rigore, contarla come una persona né come due. Resiste ad ogni definizione adeguata. D’altronde non ha nome “proprio”. E il suo sesso, che non è un sesso, viene contato come non sesso. Negativo, inverso, rovescio, dell’unico sesso visibile e morfologicamente designabile (benché ciò ponga dei problemi di passaggio dall’erezione alla detumescenza): il pene. Ma lo “spessore” di questa “forma”, il suo assottigliarsi come volume, il suo diventare più grande o più piccola, come anche il diradarsi dei momenti in cui essa come tale si produce, su questo il femminile mantiene il segreto. Senza saperlo. E se le si chiede di alimentare, di rianimare il desiderio dell’uomo, si trascura di sottolineare quel che ciò suppone del valore del desiderio di lei. Che lei per altro non conosce, almeno esplicitamente. Ma la cui forza e continuità sono capaci di rialimentare a lungo tutte le mascherate della “femminilità” che ci si aspetta da lei.

E vero che le rimane il bambino verso il quale trova libero corso il suo desiderio di tatto, di contatto, a meno che non sia già perduto, alienato nel tabù del toccare d’una civiltà ampiamente ossessiva. Se non è così il suo piacere troverà compensi e diversivi alle frustrazioni che troppo spesso incontra nei rapporti sessuali in senso stretto. Cosi la maternità supplisce alle carenze d’una sessualità femminile rimossa. L’uomo e la donna non si carezzerebbero se non per questo tramite che è il bambino? Preferibilmente maschio. L’uomo, identificandosi nel figlio, ritrova il piacere’ delle carezze materne; la donna si ri-tocca vezzeggiando questa parte del suo corpo: il suo bambino-pene-clitoride. Quel che ne deriva per il terzetto amoroso, è risaputo. Ma il divieto edipico sembra una legge alquanto formale e artificiosa—il modo, pur sempre, di perpetuare il discorso autoritario dei padri—quando viene promulgato in una cultura in cui il rapporto sessuale è impraticabile per l’estraneità reciproca del desiderio dell’uomo e di quello della donna. E dove l’uno e l’altra devono ben cercare d’incontrarsi per qualche verso: quello, arcaico, d’un rapporto sensibile con il corpo della madre; quello, presente, della prorogazione attiva o passiva della legge del padre. Comportamenti affettivi regressivi, scambi di parole troppo astratti dal sessuale per non costituire il suo esilio: la madre ed il padre dominano il funzionamento della coppia, ma come ruoli sociali. La divisione del lavoro impedisce loro di fare l’amore. Essi producono o riproducono. Non sapendo bene come trascorrere il tempo libero. Per il poco che ne hanno, che ne vogliono magari avere. Infatti, cosa farne? Cosa inventare che supplisca la risorsa amorosa? Ancora…

Forse tornare sul rimosso rappresentato dall’immaginario femminile? Dunque la donna non ha un sesso. Ne ha almeno due, ma non identificabili in uni. La sua sessualità, sempre almeno doppia, è anche plurale. In effetti, il piacere della donna non deve scegliere tra attività clitoridea e passività vaginale, per esempio. Il piacere della carezza vaginale non deve sostituirsi a quello della carezza clitoridea. Contribuiscono l’uno e l’altro in modo insostituibile, al godimento della donna. Tra altri… La carezza dei seni, il contatto della vulva, il dischiudersi delle labbra, la pressione variante sulla parte posteriore della vagina, lo sfioramento del collo della matrice, ecc. Per evocare soltanto alcuni dei piaceri più specificatamente femminili. Un po’ disconosciuti nella differenza sessuale come la si immagina. O non si immagina: l’altro sesso non essendo che il complemento indispensabile dell’unico sesso.

La donna ha dei sessi un po’ dovunque. Gode un po’ dappertutto. Senza parlare dell’isterizzazione di tutto il corpo, la geografia del suo piacere è ben più diversificata, molteplice nelle sue differenze, complessa, sottile, di quello che ci si immagina… in un immaginario un po’ troppo centrato sul medesimo.

”Lei” è indefinitamente altra in lei stessa. Di qui certamente viene che la si dica bizzarra, incomprensibile, agitata, capricciosa… Per non evocare il suo linguaggio, in cui “lei” parte in tutti i sensi senza che “lui” vi rintracci la coerenza d’alcun senso. Parole contraddittorie, un po’ folli per la logica della ragione, inudibili da chi le ascolta con degli schemi già fatti, un codice tutto pronto. E che anche nel suo dire molteplice – almeno quando osa – la donna si ri-tocca in continuazione. Si scosta di poco da se stessa, d’un chiacchierio, d’una esclamazione, d’una mezza confidenza, d’una frase lasciata sospesa… Quando ci ritorna, è per ripartire da un’altra parte. Da un altro punto di piacere, o di dolore. Bisognerebbe ascoltarla con un altro orecchiocome un altro “senso” sempre dietro a tessersi, ad abbracciarsi con le parole, ma anche a disfarsene per non restarci fissato, rappreso. Perché se “lei” dice questo, già no più identico a quello che vuol dire. Del resto non mai identico a nulla, è semmai contiguo. Tocca. E quando s’allontana troppo da questa prossimità, lei taglia e ricomincia da “zero”: il suo corpo-sesso.

 

Inutile quindi intrappolare le donne nell’esatta definizione di ciò che vogliono dire, di farle ripeter(si) perché sia chiaro, loro sono già altrove rispetto il macchinario discorsivo nel quale pretendevate sorprenderle. Sono tornate in loro stesse. Il che non va inteso nel medesimo modo che tornare in voi stessi. Loro non hanno l’interiorità che avete voi, che forse supponete in loro. In loro stesse vuol dire nell’intimità di quel tatto silenzioso, molteplice, diffuso. E se chiedete loro con insistenza a che cosa pensano, non possono che rispondere: a niente. A tutto. Cosi quello che loro desiderano è precisamente niente, e nello stesso tempo è tutto. Sempre più e altro da quell’uno—di sesso, per esempio—che date loro, o concedete. Il che spesso viene interpretato, e temuto, come una specie di fame insaziabile, una voracità sul punto di divorarvi. Mentre si tratta soprattutto di un’a1tra economia, che scombina la linearità d’un progetto, intacca l’oggetto scopo d’un desiderio, fa esplodere la polarizzazione su un unico godimento, sconcerta la fedeltà ad un solo discorso…

La molteplicità del desiderio e del linguaggio femminili va intesa come frammentazione, resti sparsi di una sessualità violentata? Negata? Domanda alla quale non si può rispondere semplicemente. Il rigetto, l’esclusione d’un immaginario femminile certamente portano la donna la non sentirsi che frammentariamente, nei margini poco strutturati d’una ideologia dominante, come rimasugli o eccessi d’uno specchio investito dal “soggetto” (maschile) per riflettervisí, raddoppiarsi lui stesso. Il ruolo della “femminilità” è per altro prescritto da tale specula(rizza)zione maschile e corrisponde ben poco al desiderio della donna, il quale non si recupera che segretamente, di nascosto, in modo inquieto e colpevole.

Ma se l’immaginario femminile arrivasse a spiegarsi, a mettersi in gioco diversamente che a pezzi, frammenti dispersi, si rappresenterebbe per questo nella forma di un universo? Sarebbe in se stesso volume più che superficie? No. A meno d’intenderlo, ancora una volta, come privilegio del materno sul femminile. D’un materno tra l’altro, fallico. Richiuso sul possesso geloso del proprio prodotto di valore. Rivale dell’uomo nella stima d’un più di produzione. In questa scalata al potere la donna perde la singolarità del proprio godere. Chiudendosi in volume rinuncia al piacere che le viene dalla non sutura delle labbra: madre indubbiamente ma vergine, ruolo che le mitologie le assegnano da tempo. Riconoscendole una certa potenza sociale a condizione di ridurla, lei stessa complice, all’impotenza sessuale.

(Ri)trovarsi per una donna non può quindi significare che la possibilità di non sacrificare nessuno dei suoi piaceri ad un altro, di non identificarsi con nessuno in particolare, di non essere mai semplicemente una. Sorta d’universo in espansione del quale non si potrebbero fissare i limiti senza per questo che sia incoerenza. Né quella perversione polimorfa del bambino nella quale le zone erogene sarebbero in attesa di raggrupparsi sotto il primato del fallo.

La donna resterebbe sempre plurale, ma salva dalla dispersione perché l’a1tro è già in lei e le è auto-eroticamente familiare. Il che non significa che lei se lo appropri, che lo riduca a sua proprietà. Il proprio, la proprietà sono, non c’è dubbio, alquanto estranei al femminile. Almeno sessualmente. Ma non il contiguo. Il cosi vicino che ‘ogni discriminazione d’identità ne diventa impossibile. Quindi ogni forma di proprietà. La donna gode di un così vicino chenon può averlo  aversi. Scambia continuamente se stessa con l’altro senza identificazione possibile dell’uno(-a) o dell’altro(-a). E ciò costituisce un problema in ogni economia corrente. Che il godimento della donna fa irrimediabilmente fallire nei suoi calcoli: perché, col passare in/per l’altro, esso non fa che crescere.

Ma perché la donna avvenga là dove come donna gode, occorre una lunga deviazione attraverso l’analisi dei diversi sistemi d’oppressione che si esercitano su di lei. Pretendere di ricorrere unicamente alla soluzione del piacere rischia di farle perdere ciò che il suo godimento esige, che -è di ripercorrere una certa pratica sociale.

Infatti la donna è tradizionalmente valore d’uso per I’uomo, valore di scambio tra gli uomini. Merce, dunque. Il che la lascia essere custode della materia, il cui prezzo sarà stimato, secondo la misura del loro lavoro e del loro bisogno-desiderio, dai “soggetti”: operai, commercianti, consumatori. Le donne sono segnate fallicamente dai padri, dai mariti, dai prosseneti. E questo stampo decide del loro valore nel commercio sessuale. La donna non sarà mai altro che il luogo d’uno scambio, più o meno rivale, tra uomini, anche per il possesso della terra-madre.

Come può tale oggetto di transazione rivendicare un diritto al piacere senza uscire dal commercio stabilito? Come potrebbe tale merce avere con le .altre merci una relazione diversa dalla gelosia aggressiva sul mercato? Come potrebbe la materia godere di se stessa senza provocare nel consumatore angoscia per la scomparsa del nutrimento? Come non sembrerà illusione, follia, questo scambio in niente che si possa definire in termini “propri” del desiderio della donna, follia troppo facilmente ricopribile da un discorso più sensato e da un sistema di valori apparentemente più tangibili?

Dunque l’evoluzione, per quanto radicale, d’una donna non basta a liberare il desiderio della donna. Nessuna teoria né pratica politiche hanno fino ad ora risolto né preso in sufficiente considerazione questo problema storico, anche se il marxismo ne ha annunciato l’importanza. Ma le donne non costituiscono in senso stretto una classe e la loro dispersione nella pluralità rende complessa la loro lotta politica, e a volte contraddittorie le loro rivendicazioni.

Resta tuttavia la loro condizione di sottosviluppo derivante dalla sottomissione ad (opera di) una cultura che le opprime, le usa, le “monetizza”, senza che loro ne traggano grande profitto. Se non nel quasi monopolio del piacere masochistico, del lavoro domestico e della riproduzione. Poteri da schiavi? Che per altro non sono zero. Poiché, quanto al piacere, il padrone non è necessariamente servito bene. Quindi rovesciare il rapporto, soprattutto nell’economia del sessuale, non appare un obiettivo invidiabile.

Ma se le donne devono preservare e dilatare il loro autoerotismo, la loro omo-sessualità, il rinunciare al godimento eterosessuale non rischia di corrispondere nuovamente a quella amputazione di potenza che tocca loro tradizionalmente? Una nuova reclusione, un nuovo chiostro, eretti con il loro pieno consenso? Scioperare tatticamente, tenersi lontane dagli uomini, il tempo necessario ad imparare a difendere, il proprio desiderio in particolare con la parola, scoprire l’amore delle altre donne al riparo dalla scelta imperiosa dei maschi che le mette in posizione di merci rivali, fabbricarsi uno statuto sociale che si imponga al riconoscimento, guadagnarsi di che vivere per uscire dalla condizione di prostitute… sono queste tappe certamente indispensabili per uscire dalla proletarizzazione sul mercato degli scambi. Ma se il loro progetto mirasse semplicemente a rovesciare l’ordine delle cose—ammesso che sia possibile—continuerebbe sempre la stessa storia. Di fallocratismo. Né il loro sesso né il loro immaginario né il loro linguaggio ci (ri)troverebbero dove aver luogo.

Tratto da Questo sesso che non è un sesso (Milano: Feltrinelli, 1990)

fonte: Pensiero Femminista Radicale


Uno stralcio di Luce Irigaray

Nella nostra epoca, uomini e donne si incontrano nella vita pubblica, e una politica giusta non può basarsi sull’istituzione familiare in quanto tale, ma su un rapporto di condivisione civile fra generi maschile e femminile. Questa convivenza civile fra uomo e donna permette d’altronde di rifondare la famiglia su parole e diritti corrispondenti a una reale maturità civile da parte della donna come dell’uomo. (…)

Una politica democratica non comincia da una somma di sì, con una folla che elegge che governerà, ma può soltanto basarsi su un due che non si riduce a uno + uno individui astratti, ma un due che esiste tra un uomo e una donna che si incontrano si rispettano della loro irriducibilità.

Ho capito che diciamo cose diverse credendo di dire le stesse cose. (…) aggiungerò soltanto una cosa: l’universale è a due : è donna, è uomo. E si trova infine nell’incontro fra questi due universali, è in quest’incrocio, o in questa culla, naturale e culturale, che l’umanità può nascere e rinascere.

Questa nascita o rinascita è possibile nella fedeltà a noi stessi, donna e uomo, e nell’ascolto dell’altro, con cui condividiamo il compito di generare l’umanità, non solo come figli naturali, ma anche come figli spirituali, come umanità e Storia presenti e futuri.

Luce Irigaray, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri


Un linguaggio diverso?

Ogni volta che si intende portare dei cambiamenti in una data cultura si pensa per prima cosa a modificare il linguaggio, portatore per eccellenza di valori e di significati. E negli ultimi tempi il linguaggio è stato sempre più il tema prevalente ed esclusivo di molte pubblicazioni.

Ricordiamo La lingua della nutrice di Elisabetta Rasy , Le parole per dirlo e In altri termini di Marie Cardinal, Questo sesso che non è un sesso di Luce Irigaray, Ladre di idioma di Claudine Hermann, il già citato La parola elettorale , e molti altri, nonché articoli apparsi su “Effe”, “Noi donne” ed un numero unico dal titolo: “A Zig-Zag, Non scritti/scritti”, sul tema della scrittura femminile. Ivi abbiamo trovato questa definizione: “Il linguaggio { lo strumento più sottile che usa una cultura egemone per asservirci. Dobbiamo imparare ad indagare sul vero contenuto ideologico delle parole che usiamo, perché solo così possiamo scoprire le radici più profonde dell’ oppressione culturale. Tra virgolette tutte le parole in cui c’ è un giudizio ideologico nascosto, tutte le parole usate per inculcare certi atteggiamenti e non altri, oppure le parole-slogan che mistificano il fenomeno a cui la parola si riferisce veramente. Esempi di quest’ ultimo tipo sono molteplici nella cultura maschile: per esempio, parlare di “democrazia” in una situazione totalitaria, etc.”

Si possono esaminare vari aspetti della lingua: le categorie grammaticali, la semantica delle parole, ed anche il modo stesso di usare la lingua. Il grande linguista Edward Sapir si occupa, nel libro Il linguaggio , di come il genere (insieme al numero) sia stato elevato, in molte lingue, al livello di concetto secondario relazionale. E’ cioè un mezzo di connessione fra qualit{ e persona, fra persona e azione, che spesso si esprime attraverso la “concordanza”. Questo nelle lingue più diverse e lontane fra loro: le troviamo in latino (“vidi illum bonum dominum” ; “quarum dearum saevarum”) come in Ghinook, in cui il genere è ricordato di continuo: “La (femminile) donna lei (femminile) essa (neutro) essa (maschile) –su- pone la (neutro) sabbia la (maschile) tavola”.

Anche altrove troviamo considerazioni su questo aspetto dei “generi”: “In molte lingue del mondo, dal cinese all’ ungherese, non è affatto obbligatorio precisare se si sta parlando di un “lui” o di una “lei”. Sono invece le nostre lingue indoeuropee (dall’ inglese al russo), con ebraico ed arabo (le semitiche), ad avere come caratteristica una specifica categoria grammaticale per il genere: i sostantivi sono o maschili o femminili ( o neutri, in alcune). Questa distinzione pare si sia fatta a spese di una distinzione più antica: l’animato contro l’ inanimato; e dagli animati ( e sessuati) è poi traboccata sugli inanimati, specie – ma non solo – dove il neutro si è perduto.”

Il problema è di saper fino a qual punto la divisione in generi, nelle lingue che non hanno il neutro, riflette pregiudizi sessisti. In italiano la cosa appare molto difficile, perché non vi sono ragioni per cui la radio debba essere femminile ed il telefono maschile, la botte femminile e il tino maschile. “Penna” e “mano” sono femminili, mentre “muro” e “telegramma” sono maschili, senza valide ragioni semantiche; peggio ancora una “sentinella” e un “donnone” hanno genere contraddittorio col sesso del designato. E’ anche difficile fare una comparazione tra le varie lingue ; “peccato” e “sole” sono maschili in italiano e femminili in tedesco, “morte” e “luna” viceversa. Eppure ci accorgiamo, soprattutto nei modi di dire e nei giochi di parole, di quanto il genere maschile e femminile di una parola sia psicologicamente legato alle attribuzioni reali dei due sessi.

Recentemente si è parlato del “genere” soprattutto riguardo ai nomi di professioni esercitate da donne. Storicamente i vari mestieri e le varie professioni erano riservate quasi esclusivamente agli uomini, ed hanno perciò assunto caratteristiche e significati maschili.

Adesso che sempre nuove professioni sono assunte anche da donne, è difficile dire quali termini debbano designarle nell’ uso corrente. Umberto Eco ha osservato a questo proposito: “Da alcuni anni in America si combatte una battaglia per eliminare il “genere” nei titoli delle attività e professioni.

L’ espressione ‘chairman’( equivalente al nostro presidente) in realtà sottolineava che la funzione fosse eminentemente maschile. Ora è sempre più consueto sentir parlare di “chairwoman” quando il presidente è femmina e di “chairperson” quando si vuol lasciare indeterminato il sesso dell’ attuale o possibile portatore del titolo. In Italia invece la tendenza è stata opposta. Infatti è parso fosse riduttivo chiamare “avvocatessa” una donna avvocato, e si preferisce ora chiamarla ‘avvocato’, così come la si chiama ‘ingegnere’ o ‘architetto’. ”

Tale osservazione è certamente vera : infatti nei giornali si scrive : “Il primo vigile donna in servizio a Roma”, rifiutando il termine “vigilessa”. Ed il motivo lo possiamo trovare nel dizionario.

Infatti alla parola “conte” troviamo il significato di “condottiero, signore di contea, titolo di nobilt{” e alla parola “contessa” invece “moglie del conte, signora di contea”. Allo stesso modo “baronessa” vuol dire “moglie del barone”, e così via.

Se leggiamo i libri dell’ 800 ci accorgiamo che il nome di “generalessa” spettava alla moglie del generale, “sindachessa” alla moglie del sindaco, per cui il suffisso “-ssa” non ha mai indicato in questo campo un’ attribuzione personale di titoli e di attività. Allo stesso modo nella società francese si diceva “Madame le Marechal, Madame le Colonel”, cioè persino il grado militare si trasferiva alla moglie dell’ ufficiale. Inoltre questo suffisso ha sempre avuto un significato spregiativo: anche Mussolini parlava ironicamente di “professoresse, avvocatesse, medichesse”.

In molti casi formare il femminile non sarebbe difficile, né controverso. Nei sostantivi derivati da un participio presente non vi è differenza fra i due generi; si dice “il presidente” e “la presidente”, “l’ insegnante” e “la insegnante”, “il cantante” e “la cantante”. La regola si potrebbe estendere facilmente a tutti i sostantivi da “femminilizzare” che terminano in e ( come già avviene per “la preside” e “la custode” si direbbe “la vigile” e “la studente”).

Secondo la logica, oltre che la grammatica, i nomi in o dovrebbero uscire in a al femminile: l’ inviata, la deputata, l’ avvocata, etc., e i nomi in -tore dovrebbero mutare in –trice ( senatore, senatrice). Per questo molte donne si chiedono se sia accettabile l’ abitudine, ormai diffusa nella stampa, di equiparare i due sessi mantenendo invariato ( cioè al maschile) il nome della professione: ad esempio si legge “Il critico Rita Cirio”, “Dal nostro inviato Barbara Spinelli”, “Adelaide Aglietta segretario di partito”, “Il ministro Tina Anselmi”.

Dobbiamo considerare “neutri” questi nomi, allo stesso modo di “capo” che può valere anche per una donna e “guida” che serve anche ad indicare un uomo, oppure no ? Dai seguenti brani si vede come la situazione sia ancora fluttuante e non stabilizzata : “Dove l’ autore si accorge che, per poter vivere un po’ tranquilla e ricevere uno stipendio regolare, deve ridiventare studentessa” ; “Dove l’ autore, dopo essere stata proclamata Dottore di Stato in Francia, si ricorda che resta una studentessa italiana”.

Troviamo scritto, anche se in senso scherzoso, parole come “la creatora”, “la ministra”, “la cantora”, ed anche in una canzone delle mondine si esce fuori dalla grammatica : “Non siamo malfattore, ma siam lavoratore”.

Il movimento delle donne ha anche chiesto che sia mutato quel passo della Costituzione Italiana dove si dice : “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’ uomo”, al fine di eliminare ogni possibile equivoco, ed ha gi{ ottenuta l’ abolizione, nel dizionario corrente degli inserti pubblicitari e delle offerte di lavoro, di ogni distinzione tra i sessi, con l’ unico termine ammesso di “persona”.

Le donne hanno anche l’ obiettivo di eliminare la differenza, presente nella lingua, fra “signora” e “signorina”. “Scusi, signora o signorina?” è la frase con cui sempre ci si rivolge ad una donna, e a volte si procede per tentativi e deduzioni, nel timore di sbagliare appellativo. Invece un maschio nel momento in cui non è più un ragazzo diventa automaticamente un “signore”, e nessuno si sogna di chiedergli: “ Lei è signore o signorino ? ”. Infatti per un uomo conta soprattutto il suo stato sociale, la sua attività; il fatto che sia sposato o meno è visto come cosa marginale, che riguarda la sua vita privata.

Allo stesso modo le inglesi si sono battute per eliminare la divisione degli appellativi femminili di stato civile in due gruppi (Miss e Mrs.) ed unificarli in un Ms. corrispondente al maschile Mr.

Certo una discriminazione resterà sempre finché le donne saranno costrette a cambiare di cognome ogni volta che si sposano, per poi riprendere il vecchio in caso di divorzio, assumerne un altro con un nuovo matrimonio; è sempre il segno di un’ impregnazione, di un legame che tocca soltanto lei.

Si è anche studiato come spesso le stesse parole acquistano diverso significato se applicato all’ uomo o alla donna, e perciò sono specchio di una precisa ideologia. Ad esempio, “insignificante” : al maschile significa “incapace, mediocre, senza qualità di spicco”, al femminile indica in genere “brutta”. L’ attribuzione di attività politica vale per gli uomini come “impegnato, capace di scegliere” e per le donne come “isterica”( “Isteria” significa “malattia dell’ utero” ed è per definizione attribuita alle femmine) oppure “plagiata da qualcuno”. L’ attribuzione dello stato civile di “non matrimonio” suona al maschile come “scapolo” e al femminile come “zitella”, con significati molto diversi. Il primo termine connota “libertà di movimento, vasta possibilità di occasioni sessuali, indipendenza” ed il secondo vale come “incapacità di aver trovato un uomo, bruttezza fisica, acidit{ di comportamento, rifiutata, esclusa, sola”.

Recentemente le donne hanno pienamente rivalutato il termine di “zitella”, attribuendovi significati di libertà e di indipendenza, ed hanno anche coniato espressioni nuove, come “donna singola”, che proviene dall’ inglese “single woman”.

Coniare parole nuove è senza dubbio una cosa importantissima ; sappiamo dalla linguistica che una cosa finché non viene nominata si sa che non esiste, e comincia ad esistere solo quando c’ è il termine per definirla. Ogni movimento culturale e politico agisce prima di tutto sulle parole, e quello femminista ha introdotto molti vocaboli nuovi, ormai di uso comune ( maschilismo, sistema sessista, etc.) ed ha modificato radicalmente il significato di altri già esistenti (specificità, autocoscienza, differenza).

Nel libro La donna immobile troviamo l’ origine del termine ”sorellanza”: “Da sempre esistono parole come fratellanza,

fraternit{, fraterno, persino fratricidio ; non si conosce l’ uso di parole come sorellanza, sorellità, sorerno, sorellicidio. Segno evidente che né la solidariet{, né la complicit{, né l’ affetto, né l’ eventualità di sbranarsi sono mai state previste e ritenute valide, sino a tenerne conto, tra donne.”

E nel libro Crimini contro le donne vi è la spiegazione del termine “femicidio”, che vale come “uccisione di una donna a causa del suo sesso”. Come esempi di ciò vengono portati i roghi delle streghe del passato, il costume dell’ infanticidio delle bambine, i crimini sessuali, le morti derivanti dalle mutilazioni sessuali presenti in alcune culture e dagli aborti clandestini.

Questa trasformazione tuttavia non è limitata ad alcune parole, ma dovrebbe investire le categorie anche psicologiche del linguaggio, eliminando del tutto i riferimenti positivi alla violenza e all’ oppressione . Ad esempio la scrittrice U. K. Le Guin ha immaginato una lingua priva di quel rilievo che noi diamo a “alto”, “grande”, “forte”, “superiore”. Il nostro linguaggio si riferisce spesso in senso simbolico alla grandezza e alla piccolezza, ed infatti diciamo : “Mi fa sentire alto tre metri”, “E’ un grosso nome nel suo campo”, e spesso esclamiamo “Com’ è forte !” anche per esprimere la bellezza di un paesaggio. Nel dizionario troviamo connotazioni tutte positive ai termini derivati da “altus”, ad esempio “altero”, che vale come elevato, eminente, eccelso, fiero, orgoglioso. Invece le Guin scrive : “… la curiosa faccenda della superiorità e dell’ inferiorità. Shevek sapeva che il concetto di superiorità, di altezza relativa, era importante per gli urrasiani: essi spesso usavano la parola “superiore” come sinonimo di “migliore” nei loro scritti, in punti in cui un anarresiano avrebbe detto ‘più centrale’….” . Ecco poi come definisce “forte” : “Colui che è più sociale. In termini umani, più morale” ; ed inventa anche parole, come “ egoizzare ”, che stigmatizzano il comportamento non-sociale.

Alcune donne pensano che il loro sesso abbia partecipato alla produzione linguistica che si è sedimentata nei secoli, dal momento che sono le madri a socializzare in senso linguistico gli infanti e che, soprattutto nelle culture arcaiche, era compito molte volte riservato alle donne la trasmissione orale della cultura. Di questa opinione si mostra ad esempio Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso

Ma in genere oggi si è propense ad annoverare tra le strutture mentali maschili anche la linguistica; le donne si sarebbero limitate, come hanno fatto in tutti gli altri campi, a trasmettere una cultura a loro totalmente estranea. Solo adesso inizierebbe dunque una produzione creativa delle donne nel campo del linguaggio. Scrive Luce Irigaray in Questo sesso che non è un sesso : “ Esci dal loro linguaggio. Prova a riattraversare i nomi che ti hanno dato….Rimani qui e non astrarti in scene già recitate, in frasi già dette e ridette, in gesti già conosciuti. In corpi già codificati”.

Un’ altra donna scrive : “Ma non ho le parole o, meglio, le parole che ho non sono le mie. Parole che mi definiscono, mi abbracciano, mi chiudono. Parole razionali che non sanno contenere, per esprimerla, la mia fantasia, il mio amore”. Ed ancora : “Ecco, quello che mi colpisce di più di questa nostra esperienza è proprio questa ricerca spesso angosciosa di costruire insieme un linguaggio che esprima la ricchezza, la creatività che è in noi nel fare questa cosa, il bisogno, spesso paralizzante, di metterci dentro tutto, la consapevolezza che potrei raccontare questa esperienza in tanti modi diversi, da tante angolature, e mi sembra che ognuna da sola non vada bene perché esclude le altre. Oggi riesco a parlare in modo autentico solo di questo mio blocco ad esprimermi, perché ho a disposizione un linguaggio che non ci appartiene, che per la sua stessa struttura è negazione dell’ altro, del diverso, che nel suo esprimersi si definisce come potere e quindi emargina ed esclude tutto quello che in quel momento non viene espresso”.

In un’ altra pubblicazione vi è questa testimonianza : “ Da piccola, scandendo il mio nome -e poi altri – rovistandovi dentro, anagrammandolo, avevo proprio la sensazione che si allontanasse sempre più da me, che non mi corrispondesse più, diventasse la prova di una dolorosa scissione fra il corpo e la sua rappresentazione simbolica – la parola. Ancora, mi sento costantemente tradita dalle parole- usata – quando tento di uscire dalla rigida barriera della loro violenta banalit{, come se l’ unico risultato possibile fosse l’ equivoco, la non comunicazione, la perdita di padronanza e di significato. Quando nello scrivere cerco di liberarmi da quelli che mi sembrano i “limiti” delle parole, la soggezione al significato istituito che opera ancora una volta questa scissione tra quello che “voglio” dire e quello che dico. Quando voglio andare a fondo, non riuscendoci, mi accanisco con la parola, che non mi esprime. Col linguaggio che non mi appartiene, che mi usa e mi tradisce. Che è violento, come il grido di guerra degli invasori che irrompono sul territorio dell’ “altro”. Che mi invade imponendomi significati, simboli e valori in cui non mi riconosco, che rifiuto.”

In queste osservazioni ci si richiama esplicitamente all’ Artaud de Al paese di Tarahumara e altri scritti : “Tutti i termini che scelgo per pensare sono termini nel senso proprio della parola, vere terminazioni, risultati dei miei…mentali, di tutti gli stati che ho fatto subire al mio pensiero. Sono davvero LOCALIZZATO dai miei termini, da un susseguirsi di terminazioni. E per quanto in quei momenti il mio pensiero sia ALTROVE, posso solo farlo passare per quei termini, per quanto contraddittori, paralleli, equivoci possano essere, pena in quel momento il cessare di pensare”.

Come esempio di “non-definizione” possiamo considerare queste due descrizioni di donne, non fatte mediante un testo collegato, ma attraverso l’ associazione libera di sensazioni e di cose.

“ Luisa : aperta treno somiglianza amicizia storie assurdo sforzo capelli campagna dormire sole freddo sudore fatica dolore verde viola smalto unghia difesa segnale. Mary : fiaba limone sassi musica sangue sorriso avventure raggi piccola rosso fortuna isola assaggiare mari giro suoni vento estate piacere.”

Claudine Hermann in Ladre di idioma denuncia le difficoltà, i dilemmi e le contraddizioni in cui incappa una donna che si accinga a conoscere e ad esprimersi. Le tocca usare una cultura non sua e nell’ istruirsi lei si aliena totalmente al sapere dei colonizzatori. Cerca dunque di stabilire la natura e le forme del linguaggio femminile e suggerisce che, a differenza di quelli scritti e parlati attualmente, tutti oberati di regole, troppo rigidi, gerarchici, tutti stravolti da furore sintattico, il linguaggio delle donne dovrebbe apparire svincolato non solo da categorie costringenti, ma anche dalle coordinate spazio-temporali.

Un altro testo (Alcuni principi esitanti su una teoria letteraria femminista), dell’ olandese Hanneke Van Buuren, arriva a suggerimenti analoghi. Essa pone il progetto di una letteratura elitica (dal greco “olos”, che compone un tutto), immersa nel gruppo di cui fa parte e di cui accoglie le influenze per esprimerle nella loro interezza, e soprattutto aperta a tutte le espressioni possibili. Da un lato critica la lingua “maschile” mediante deformazioni, bisticci e giochi di parole che tendono a demistificarla, dall’ altro inizia a prospettare vocabolari, lessici e sintassi nuove. Come sul piano della sensibilità si esalta il “toccare”, contrapposto al “vedere” e al suo dominio speculativo, così viene esaltata sul piano dell’ esperienza complessiva e del linguaggio la molteplicità ( dei modi di desiderare, immaginare, parlare ) contrapposta all’ unit{ esclusiva e asettica, speculare.

Soprattutto nell’ espressione scritta si mette di fronte la scrittura maschile e la sua “oggettivit{” e quella femminile, caratterizzata dalla “soggettivit{”. Per questo molte hanno contestato il linguaggio freddo, asettico e falsamente neutrale dei quotidiani, contrapponendo la cronaca e la testimonianza come portatrici, rispettivamente, di significati maschili e femminili.

“Come forma esplicativa finora abbiamo privilegiato la testimonianza, grazie al suo basso grado di astrazione dei dati narrati, all’ omogeneit{ e alla centralit{ del soggetto, alla linearit{ della struttura. Non a caso l’ autobiografia appare dominante nella letteratura delle donne ed ha un enorme valore storico.

Ma l’ uso normativo della testimonianza arriva ad inibire la capacità di informare sull’ altro da sé, e quindi di rapportarcisi…” Nella recente mostra di Mestre sugli aspetti grafici e sonori del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio, si parla di “polo maschile”, legato alla radice linguistica di “pater”, che indica l’ univocità di un codice fermo, intoccabile, stereotipato. La femminilit{ di “mater”, invece, indica elasticità, vicinanza alla materia, accettazione del caso. Secondo Maria Lai e Sveva Lanza è più facile per le donne risalire alla materialità, perfino alla “testilità” della scrittura ; esse hanno letteralmente composto le parole con fili intrecciati. E’ poi stato esaltato il carattere di registrazione intima del diario, con gli straordinari quaderni zeppi di scrittura a mano di Patrizia Vicinelli, o il calendario di Berty Skuber, stratificato con minute notazioni giornaliere.

Nel catalogo c’ era poi tutto il capitolo della “chirografia”, di un esercizio manuale che personalizza i caratteri, facendone una creazione privata, una stenografia, una gestualità libera (Betty Danon, Lucia Marcucci, Anna Oberto).

Alcune sono arrivate a contestare l’ alfabeto fonetico, per loro insieme strumento negativo dello spirito occidentale e del maschilismo, dato che con esso i segni barattano la loro funzionalit{ con una insensibilità verso l’ anima o la “Gestalt” delle cose cui si riferiscono. Esempi di scritture ideografiche, o addirittura alfabeti gestualizzati, erano presenti nella mostra in differenti versioni.


L’ipotesi di nuove forme culturali

In questi ultimi anni il problema dell’ emarginazione culturale delle donne è stato ampiamente dibattuto, soprattutto all’ interno dei movimenti femminili di lotta.

Secondo una affermazione di Dacia Maraini sugli effetti della presa di coscienza delle donne : “Il primo risultato pratico è l’ emancipazione, il primo risultato culturale è l’ elaborazione della teoria sulla liberazione delle donne, ma per esprimere totalmente la creatività femminile bisogna recuperare il valore della maternità e la capacità mitopoetica, ossia la capacità di creare miti specifici delle donne. Bisogna ancora cambiare il segno della produzione culturale, creare un’ arte, una letteratura, un cinema, una poesia fatta dalle donne su se stesse”.

Anche la pubblicazione di Questo sesso che non è un sesso , di Luce Irigaray , ha fatto riflettere sulla realtà che anche il femminismo si trova, nella sua battaglia, a camminare sulla strada di certe strutture simboliche : strutture appartenenti a quella cultura di cui la donna è da sempre prigioniera. In un colloquio fra Laura Lilli (giornalista) e Luce Irigaray è stata posta questa domanda : “Come si fa ad uscirne, se abbiamo una eredità culturale, se siamo storicamente determinate, se parliamo una data lingua ?”.

La discussione verte soprattutto su questo punto : “La cultura in cui siamo immerse è a livello profondo, e non solo nei suoi aspetti marginali, a struttura maschile, e perciò inaccettabile per le donne, oppure è l’ espressione di quelle caratteristiche “umane” comuni ai due sessi ? Cioè una cultura che le donne, avendo la possibilità di parteciparvi, avrebbero costruito allo stesso modo ?”.

A poco a poco si è determinato un processo di demistificazione dei vari aspetti del sapere, comprendendovi i più vari indirizzi scientifici. In primo luogo l’ indagine storica, che ha sistematicamente ignorato la vita delle donne, anche all’ interno di quelle “masse” che recentemente si è teso a rivalutare. Le donne, nella storia, sono diventate famose con il proprio nome solo se si sono comportate secondo il modello maschile, accettandone ed applicandone la logica. Ida Magli ha scritto : “ (In questi profili storici)… la donna è tutta risolta in ciò che rappresenta per l’ uomo; e intanto appartiene ad una storia che lo storico può scrivere, in quanto si tratta di ‘personaggi’ che credono ai ruoli e ai valori che la societ{ ha loro assegnato, e li rafforzano”.

Ed ancora, in un senso più profondo : “ …. Ci si è accorti, allora, di quanto fosse difficile ricostruire la storia della donna. La storia, infatti, come riflessione degli uomini sul proprio passato, è sostanziata da ciò che questi stessi uomini ritengono importante, è specchio dei loro valori e dei loro ideali, e laddove fino a pochi anni fa il ’quotidiano’ non era sentito come ‘valore’, anche la storia non poteva minimamente rifletterlo. E’ bastata questa prima constatazione a far comprendere fino a che punto la donna fosse vissuta ai margini, o addirittura fuori dei valori che fanno storia. Immersa in un “quotidiano” sulla cui trama gli uomini avevano agito senza riconoscergli una funzione vitale, la donna sembrava non essere mai realmente vissuta, se non come uno sgabello ai piedi della storia”.

Anche l’ antropologia culturale è stata violentemente contestata col crescere della partecipazione di studiose. “Dal momento che l’ indagine etnografica è quasi sempre condotta con la collaborazione dei soli elementi maschili della popolazione, l’ immagine che ne risulta viene ad essere, in larghissima misura, quella che gli uomini, e solo essi, si fanno della propria società”.

Ad esempio le antropologhe hanno rimproverato ai ricercatori maschi l’ indifferenza di fronte alle manifestazioni più clamorose della condizione femminile, come l’ escissione, ipocritamente chiamata “cerimonia di iniziazione” e i vari tabù sul mestruo, assumendo la comoda obiettività dell’ osservatore che non giudica.

Lo stesso discorso riguarda la biologia, che è alla base delle teorie che discriminano la donna nell’ educazione, nel lavoro, nella vita pubblica, perché esse trovano le proprie giustificazioni in ciò che è diverso nell’ uomo e nella donna : il corpo.

Tante supposte “verit{ scientifiche” della medicina non vivevano che di giudizi personali ; si pensi a Moebius, alla psicoanalisi di Freud (forse la costruzione teorica maggiormente fondata sul razzismo sessuale), a Lombroso che fissava arbitrariamente la “normalit{” e la “anormalit{” delle donne. Del resto oggi ormai nessuno crede più nel mito di una scienza “neutra”, al di sopra di ogni condizionamento o complicità di carattere storico o politico ; in uno stesso continuum storico la scienza ufficiale trasforma da sempre in norma l’ ideologia dominante.

Prendiamo un esempio, apparentemente marginale, di questo maschiocentrismo. Sulla targhetta della navicella spaziale Pioneer, allo scopo di stabilire un ipotetico contatto con esseri alieni, sono stati disegnati un maschio ed una femmina umani ; ma solo l’ uomo fa il segno terrestre di saluto e di pace, mentre la donna accanto è immobile, quasi assente. Anche in una recente opera di divulgazione scientifica, tra le più popolari e di successo, ci si riferisce continuamente al maschio pur parlando de “l’ uomo” : “In un animale particolarmente sociale ( e culturale) come è l’ uomo, l’ amore per gli altri si estende anche al di là della femmina e dei figli….”.

Molte donne non hanno dubbi, e ritengono che la storia, la conoscenza, la razionalità che si pongono come universalmente umani sono invece sessuati, opera dell’ uomo maschio : la conoscenza è dunque sessuata. “Non riconoscendosi nella cultura maschile la donna le toglie l’ illusione dell’ universalità” e ancora : “L’ uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione”.

In un libro stampato in Germania l’ autrice ( M. Janssen- Jurreit) analizza le strutture mentali che determinano l’ impostazione sessista delle teorie scientifiche. Sono poste sotto accusa la filosofia e la linguistica, nonché il complesso di valori creati dal cristianesimo e dalla filosofia occidentale, sia teocratici che laici ( S. Paolo, Hegel, Kant ). E soprattutto la dialettica hegeliana, nel capitolo intitolato “Dualismo e dialettica : il coito degli opposti”.

Si giunge così alla conclusione che le stesse strutture sessiste del pensiero mitico dei primitivi si ritrovano nelle teorie scientifiche del nostro secolo. Non esiste neutralità sessuale nei problemi conoscitivi, poiché l’ arbitraria discriminazione fra ciò che vale come maschile e femminile è radicata nella struttura dialettica del pensiero stesso. Di conseguenza, secondo l’ autrice, i rapporti di potere, l’ oppressione delle donne non potranno essere modificati con un’ integrazione nelle strutture maschili, ma dovranno fondarsi su istituzioni femminili autonome, sia nel campo politico- sociale che in quello scientifico.

Qualche tempo fa è stato pubblicato su di un settimanale l’ articolo “Problemi: trovate il femminile di CLIC”, che discuteva i rapporti fra donne e fotografia. 46 Si diceva che lo sfruttamento dell’ immagine femminile (idealizzata, censurata, morbosa, voyeuristica a seconda dei tempi) è stata costruita dagli uomini ; ci sono state pochissime pittrici, così come pochissime fotografe affermate. L’ articolo, partendo dalla ipotesi che vi è una differenza tra l’ occhio di una donna e quello di un uomo nell’ osservare una stessa realtà, metteva a confronto foto diverse fatte ad una stessa persona. Si vedevano così Marilyn Monroe e Ilona Staller , entrambe ridotte ad inumane bambole di carne nelle foto di professionisti maschi, acquistare una bellezza vera ed originale nelle immagini scattate da donne fotografe.

Ma, secondo Eco, si tratta di un problema di cultura ; tante fotografe, forse più degli uomini, vedono le modelle con occhio maschile.

“….. Temo molto che chiedere troppo a fondo cosa distingue una foto fatta da una donna da quella fatta da un uomo sia come chiedersi che differenza c’ è tra la foto di un negro e quella di un cinese. C’è senz’ altro, perché ci sono differenze culturali, ma dipende se il negro è americano o angolano, laureato o analfabeta, cattolico o musulmano. Così in gran parte anche per le donne. Diane Arbus fotografava così perché era donna, o perché era quella donna, con quel background culturale, in quella situazione americana ?”.

Qual è dunque quella “nuova cultura” che le donne dovrebbero promuovere ? Nonostante le notevoli differenze di orientamento fra i vari gruppi femministi, possiamo stabilire alcune cose.

La conoscenza, così come viene apprezzata attualmente, è definita troppo razionale, fredda e rigida, governata spesso da una logica astratta. Ad essa viene contrapposta la viva esperienza vitale, il contatto diretto con le cose. Ciò non significa un rifiuto della razionalit{ e della conoscenza obiettiva, ma l’ “affermazione che spesso la cosa più importante è la comunicazione fra esseri umani, con il conseguente rispetto dei propri modi di espressione e della personale soggettività.”

“Lungi dal porsi come nuovo universale totalizzante, la ricerca ‘ a partire del femminile’ (cioè anzitutto dall’ esperienza di una negazione) è tentativo di elaborazione di un progetto storico e di una forma di razionalità che, proprio perché nascono dalla, e nella, esperienza dei costi disumani dell’ ordine e razionalità totalitari maschili, sono consapevolmente e attivamente aperti alla molteplicità e diversità, tesi a separare, per non negare e per poter eventualmente unire”.

Dagli stessi motivi discende il rifiuto dell’ ideologia astratta, che serve soprattutto per ingannare e per illudere : “Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico) hanno costretto l’ umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente”.

Anche per questo conta soprattutto la propria esperienza di vita.

“ Se qualcuno mi chiedesse che cos’ è il femminismo, dopo una generica risposta tipo ‘lotta di liberazione delle donne, oppure autocoscienza, conoscere i propri bisogni, la propria identità, rifiuto dei ruolo, etc., etc.’ , non saprei più cosa dire : ma potrei invece ben diversamente rispondere se mi si chiedesse cosa è stato per TE il femminismo, rispetto alla tua vita, la tua storia, i tuoi anni. Penso cioè che il femminismo non può essere, se non in parte, definito, ristretto in qualche frase, ma vive, ha significato solo se compreso attraverso le nostre mille storie diverse, non è cioè un atteggiamento, una linea politica complessiva, una concezione del mondo, una nuova ideologia, ma una posizione, un modo diverso di concepire l’ essere, il ruolo delle donne, femminismo contro femminilità esclusione, falsa parità, e parità in quanto accettazione acritica del modello maschile ”.

Spesso questa “posizione” si è espressa in un rifiuto globale degli apparati della politica tradizionale, e le donne hanno sottolineato la loro impossibilit{ di “riconoscersi in strutture e metodi di fare politica che sono tipicamente maschili”, nonché l’ insanabile contraddizione fra donne e strutture partitiche.

Emanuela Fraire, autrice di : La parola elettorale, viaggio nell’ universo politico maschile , ha detto : “ I problemi personali, i disagi di ognuna di noi non erano, per l’ universo politico maschile, abbastanza politici per essere presi in considerazione” e anche : “ Abbiamo scritto 200 pagine contro il linguaggio usato nei comizi elettorali, nei volantini, nelle riunioni di partito. Perché non vogliamo più sentir parlare in quel modo ”.

La famosa equivalenza fra “personale” e “politico” ha inteso appunto eliminare l’ artificiosa distinzione tra aspetti importanti della vita e aspetti marginali, privati.

Uno dei grandi temi del femminismo è stata la condanna della delega, vista come espropriazione della propria possibilità di partecipazione, la condanna della organizzazione gerarchica e dell’ esistenza di capi. Nelle sue dichiarazioni è costante la volontà di non sostituire un potere ad un altro, ma di eliminare tale sistema dalla politica e da tutte le strutture sociali.

“Dato inoltre che il potere è in mano maschile, il modo di concepire i servizi e le strutture essenziali è necessariamente maschilista. Abbiamo ad esempio un’ assistenza medica che ci passivizza impedendoci di conoscere il nostro corpo, di prevenire le malattie, di poter gestire la nostra salute. Abbiamo un sistema di produzione e di distribuzione del cibo che inquina i nostri corpi, ma i compenso abbiamo miriadi di case farmaceutiche che fanno miliardi distribuendo tranquillanti per i nostri nervi…”

E’ per questo che il femminismo dell’ 800 e del primo ‘900 ( rivolto alla conquista della parit{ sociale e giuridica con l’ uomo) differisce dall’ attuale, che ha l’ obiettivo di capire le ragioni dell’ emarginazione delle donne, il significato dell’ immagine a loro assegnata dalla società, di proporre valori nuovi.

“L’ uguaglianza è quanto si offre ai colonizzati sul piano delle leggi e dei diritti. E’ quanto si impone loro sul piano della cultura”.

L’ emancipazione è vista come una liberazione che si rivela esteriore, falsa : “Liberarsi per le donne non vuol dire accettare la stessa vita dell’ uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’ esistenza” ;  “Per uguaglianza della donna si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che essa possiede capacità uguali a quelle dell’ uomo …Ci siamo accorte che, sul piano della gestione del potere, non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi delle donne non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere”.

Vengono messi sotto accusa tutti i meccanismi di competitività esasperata e di sfrenato produttivismo che dominano la nostra società, in favore di ritmi più umani. Soprattutto viene messa sotto accusa la violenza, che le donne orgogliosamente rivendicano come estranea alla propria cultura. “Lo studio dei popoli primitivi offre … la constatazione che il lavoro è una attribuzione femminile mentre la guerra è il mestiere specifico del maschio” ; “La specie dell’ uomo si è espressa uccidendo, la specie della donna si è espressa lavorando e proteggendo la vita”.

Il movimento delle donne infatti è nato e si è sviluppato denunciando la violenza, non solo quella contro di loro ma la violenza in genere ( e il suo proseguimento istituzionale che è il concetto di Potere), compresa quella contro la natura, l’ aggressione contro l’ ambiente. In polemica contro tutti questi aspetti della violenza si sottolinea l’ importanza della collaborazione reciproca, della solidariet{, dell’ affetto; tutti temi che ricorrono nell’ attuale produzione femminista.

“Abbiamo dato moltissima importanza al tipo di rapporti che si creano fra noi, nell’ intento di eliminare l’ autoritarismo, il leaderismo, la competitività….Ricerchiamo un rapporto basato sulla solidarietà, sulla tenerezza o l’ accettazione dell’ altro, di un ‘altro’ visto non come diverso o inferiore, ma come pari. Un rapporto che non abbia i segni del potere, della sopraffazione e del dominio, come quelli attuali”.

Come si può vedere, viene così rivalutato il “femminile” sul “maschile”, e si parla di addolcire, “femminizzare” se stessi e le strutture sociali. Ad esempio si è parlato di “demaschilizzare” le assemblee, di far entrare nella logica dei compagni le conquiste femministe. Ecco come M. A. Macciocchi descrive un aspetto del Movimento del ’77 a Bologna : “La folla era incollata da una sorta di tenerezza : sembrava una societ{ “femminizzata”, o per meglio dire che operava la sintesi dell’ antico mito dell’ androgino, prima della grande ferita inferta a tutti dalla società patriarcale. Sparivano l’ aggressività e la violenza, con il rifiuto dello sfruttamento e dell’ umiliazione. Erano i ‘caratteri effeminati’ mentali/somatici che prevaricavano sui caratteri maschili: Comando/Verbo del Padre Politico/ Forza muscolare /Uniformi/Volontà di potere/Violenza/Prepotenza. ”

L’ autrice osserva anche come molti slogans e discorsi del Movimento fossero tratti dal femminismo : “Riappropriamoci del nostro corpo” , “Espressione dei bisogni/Espressione di vita”, “Il privato è politico”. A loro volta, molti slogans delle donne non differiscono da quelli della Nuova Sinistra : “Fuori le donne che hanno abortito/ dentro Fanfani e tutto il suo partito” ; “Per Rosaria Lopez non basta il lutto/pagherete caro, pagherete tutto” ; “L’ 8 Marzo non è una ricorrenza/ora e sempre resistenza”.

E’ stata proprio questa vicinanza e comunanza di interessi a provocare la cosiddetta “schizofrenia della doppia militanza”, cioè il problema se fosse prioritaria la lotta di classe e la critica alle istituzioni oppure l’ oppressione sessuale. Ad esempio bisogna sfilare in un corteo studentesco o di fabbrica insieme ai compagni maschi oppure, in quanto donne femministe, da sole ?

Certamente il movimento delle donne è nato rivendicando la “separatezza”, la lotta da sole; in questo modo è finito il tentativo “di sembrare almeno un po’ metalmeccanica, o studente, o militante di professione”, 58 e l’essere donna è diventata una piena componente politica. Questo ha significato ad un certo punto non fidarsi più in alcun modo della rappresentanza maschile, e si è chiesta una eguale rappresentanza di uomini e donne dappertutto, con il 50% almeno di donne nelle giurie e nel Parlamento.

Ha significato non ammettere rappresentanti maschili di mass- media nei convegni delle donne, e addirittura escluderli dalla ricezione dei loro messaggi. Ad esempio si è svolta a Mestre una rassegna nazionale di teatro, musica, cinema e animazione femminista, con ingresso rigorosamente vietato ai maschi.

A volte ciò ha portato al rischio concreto di riproporre antichi steccati e di rinchiudersi nel ghetto di una condizione parziale e limitata. Forse è molto più giusto esaltare la propria condizione di donna arricchendosi nel senso di possibilità e volontà di espansione, come assimilazione di tutte quelle qualità umane negate alle donne perché supposte “maschili”. Altrimenti si commette l’ errore di considerare caratteristiche innate e “specificità” femminile quei comportamenti e quella condizione mutilata imposta dalla cultura. Il rifiuto in ogni caso della razionalità, della logica, nonché la svalutazione del lavoro, della professionalità e delle capacità individuali ( mentre si esalta l’ irrazionale, l’ emotivo, l’ improvvisato) porta ad una regressione piuttosto che alla liberazione. Sovente ciò rappresenta una nuova mistica della femminilità, non meno alienante dell’ antica ; nasce lo slogan “Mamma è bello”, proprio quello che le è sempre stato detto per assoggettarla meglio, e si tende a recuperare il ‘lato debole’ della donna come “specifico femminile”.

Molte donne si sono ribellate contro queste nuove imposizioni, rivendicando l’ indipendenza, l’ attività, la collera, la fierezza, la forza fisica come qualità troppo a lungo soffocate in loro. E’ stato detto nelle assemblee : “Io rivendico che non si definisca più maschile qualcosa che, come la forza fisica, appartiene anche a me donna”.


NATURA = NON UMANITA’

E’ stata soprattutto Simone de Beauvoir , nel suo seminale libro “Il secondo sesso”, a riflettere sulla riduzione a “natura” della donna.

Ecco come : nella sua fantasia l’ uomo ha avvicinato la donna alla luna per il suo carattere di periodicità, alla natura creatrice per il suo potere di procreare, all’ aldil{ per il suo costituirsi “ponte” tra la esistenza e la non-esistenza. Possiamo realmente dire che la donna è esclusa dall’ umanit{ perché è “natura”.

Gli uomini primitivi erano invasi da un profondo sentimento di venerazione e di timore al cospetto della Terra-Natura, la “Grande Madre” che generava tutte le cose, che dava la vita e la toglieva, con la sua terribile potenza. Le più antiche sculture del paleolitico, trovate in regioni e continenti diversi, raffigurano la dea madre come una donna con enormi seni rigonfi o ventre maturo. Per i nostri antenati la natura si identifica con il sesso femminile. La donna è femmina, e la femmina è natura.

Come la Grande Madre, le donne generano nuove vite e le nutrono al loro seno. Esse condividono, dunque, i poteri della natura e sono parte di essa. La Dea Madre, come tutti gli Esseri Supremi femminili, ha come principale attributo la creatività, ma non possiede in nessun caso la onniscienza o onniveggenza, caratteristico delle supreme divinità maschili celesti. Infatti la dea è sempre vista come una donna, che può avere i poteri della natura, ma non la capacità culturale. Questo mito della donna- natura, passiva e immutabile, lo ritroviamo con regolarità nelle arti visive ( pittura, scultura, fotografia).

Gli artisti raffigurano di preferenza l’ uomo in movimento, nell’ atto di impugnare un utensile o un’ arma, o di meditare, o nell’ attimo vivo e trionfale di una vittoria appena raggiunta.

Al contrario essi ci mostrano quasi sempre la donna “in posa” o in atteggiamento di riposo. Spesso la raffigurano abbandonata a un dolore straziante o al ritmo della danza, cioè dominata da forze e impulsi primordiali. Un’ immagine femminile che sembra ispirare molto gli artisti di ogni tempo è la donna immersa nel sonno : la personificazione della passività. Da questa ispirazione sono nate opere squisitamente maschili, nelle quali la figura di donna assume il valore estetico di un sereno e maestoso paesaggio.

Anche nel linguaggio poetico è presente questa concezione, che fa retrocedere troppo spesso la donna dalla sfera dell’ umano a quella del naturale. Il poeta prova per la donna gli stessi sentimenti che prova per la natura : la venera come “madre”, teme il mistero della sua diversità, ammira la sua grazia, la utilizza per i suoi progetti. Paragona la sua bellezza a quella della rosa, della colomba, della gazzella, del diamante, della luna, delle stelle. Soprattutto nella poesia romantica la donna è disumanizzata, negata nella sua umanità e nella sua individualità. Non è una donna ma “la donna”, non una persona ma un simbolo, in cui si ritrova l’ antico mistero della vita, della bellezza.

La personificazione poetica della Femminilità ( uno dei concetti più deleteri mai creati) ha la pelle bianca come la magnolia e vellutata come la pesca, la chioma nera come l’ ala del corvo o bionda come il grano, labbra di corallo, denti di perla, orecchie simili a conchiglie, occhi color del cielo e del mare, dell’ ambra o della notte oscura. Quindi la bellezza ideale è qualcosa che sta a met{ fra il paesaggio e la “natura morta”. Non a caso si definisce “in fiore” o “sfiorita”, “fresca” o “appassita”. E’ significativo che tali aggettivi siano adoperati esclusivamente per le donne. F. G. Lorca intitolando un suo dramma : “Donna Rosita nubile” descrive la protagonista come “Rosa Mutabile”, rossa all’ alba, bianca alla sera, sfogliata di notte, rosa “ non colta ”, che “sfiorisce” : E i messaggi pubblicitari possono essere del tipo “La donna è un’ isola” ( accompagnato visivamente dalla sovrapposizione di una spiaggia e di una figura femminile ) o “Sei una donna arancia o una donna mela ? Mira Lanza lo sa”.

La riduzione delle donne a “natura” le ha strettamente legate, in tutte le culture, ai riti della vita e della morte : il lamento funebre è stato dall’ inizio dei tempi una loro prerogativa.

Tradizionalmente esse sono legate alla tradizione, alla conservazione della stirpe ; e devono rimanere il più possibile incontaminate dalla cultura ; vicine alla semplicit{ e all’ innocenza primigenia. Così, come nel silenzio della natura l’ uomo si riposa dei suoi sforzi intellettuali o fisici, ma comunque umani, trova riposo e pace nella semplicità e nella passività della donna .

Tale disumanizzazione della femmina umana si è prodotta retrocedendola e fissandola a due ruoli della sfera naturale : essere sesso ( stimolo biologico per l’ uomo) e madri ( donatrici e protettrici della vita ). Sull’ estrema importanza giocata dal ruolo di madre ci può illuminare il saggio : “Aspetti psicopatologici della gravidanza nel Senegal”, in cui è scritto : “Senza figli, la donna è come una barriera interposta alla trasmissione della vita, opaca alla forte corrente maschile che, radicata negli antenati, dovrebbe ramificarsi attraverso di lei in numerosa progenie”.

Secondo la concezione di questo popolo, l’ unica discendenza è quella maschile, e solo essi formano l’ umanità, a cui la donna d{ la vita . Non è certo un’ idea isolata : basta leggere la Bibbia per vedere come il vero figlio è il primogenito maschio, non solo per gli uomini ma anche per gli armenti e le greggi, tale da essere consacrato al dio Jahvé . Nell’ elenco delle discendenze ebraiche compare una lunga serie di nomi maschili : il padre che genera un figlio il quale poi diventa padre di un altro figlio e così via . Questo è valido ancora oggi, con il diritto quasi esclusivamente maschile di trasmettere il cognome, cioè il nome della stirpe . Con l’ imposizione del nome del marito a lei e ai figli, la donna scompare ; non è portatrice del nome come lo è della trasmissione della vita . Se una famiglia non possiede il figlio maschio che trasmette il nome essa viene cancellata, la sua traccia svanisce .

Nel libro Questo sesso che non è un sesso Luce Irigaray si chiede cosa abbia significato per le donne questo essere nella storia mentre contemporaneamente veniva loro richiesto di essere la natura e l’ immanenza, da cui potessero continuamente prodursi la storia e la trascendenza dell’ uomo maschio ; mentre venivano semiotizzate come madri-per-l’ uomo . La storia delle donne è la storia della loro continua riduzione, generazione per generazione, a madri per l’ uomo maschio . Così come il capo indiano Alce Nero, nelle sue memorie, parla della donna “madre dell’ uomo”, “donna che genera i guerrieri”, lo scrittore Alberto Bevilacqua in una intervista a “L’ Europeo” dice : “La pietà interverrà quando la donna capirà il valore di essere madre, madre in senso sociale, madre dell’ uomo . Di quest’ uomo stanco . Ecco : qui sta il nocciolo del problema : capire l’ uomo .”

L’ equazione : donna = naturalit{, la sua esclusione dalla cultura, l’ hanno portata ad essere fuori dalla storia, riducendola a “simbolo” .

Il manifesto pubblicitario di una agenzia turistica riporta, accanto alla dicitura : “ Goditi la Grecia: anima e corpo” la foto di una ragazza . Certamente questa figura di donna ha vari significati : è un mezzo per attirare l’ attenzione, un richiamo esplicito alla possibilità di incontrare, nel viaggio, bellezze esotiche. Ma si può interpretarla anche, con la massima facilità, come personificazione della bellissima regione greca, come “simbolo” della Grecia . Nella nostra cultura è molto difficile trovare che un certo simbolo si riferisce all’ uomo . Infatti siamo portati a vedere un uomo come un individuo, cioè dotato di qualità proprie e uniche : una persona. La donna non ha la stessa possibilità di essere individualizzata, e noi la immaginiamo come facente parte di una massa opaca e indistinta : le donne, le madri, le mogli, le casalinghe, ecc. Non a caso Hitler identificava “donna” e “massa” ( ambedue termini femminili ), sostenendo che la massa è, come le donne, da dominare.

“L’ anima delle masse – ha scritto – non è accessibile che a tutto ciò che è duro e forte. Allo stesso modo che la donna è poco sensibile ai ragionamenti astratti, che essa prova una sua indefinibile aspirazione sentimentale per un atteggiamento duro, e che si sottomette al forte mentre domina il debole, così la massa preferisce il padrone al supplicante.”

Mentre nel linguaggio si accenna alle donne come “massa”, nei libri di storia e nei manifesti politici ci viene presentata per lo più una donna sola . Sembra in apparenza l’ esatto contrario, ma è la stessa cosa. Infatti se noi presentiamo un gruppo individuato di uomini, e fra di essi mettiamo una sola donna, che deve rappresentare tutto il suo sesso, vogliamo con ciò significare : una sola donna basta a rappresentarle tutte.

La donna non agisce nella storia, la subisce di riflesso e viene usata dai reali agenti per i propri scopi, sia direttamente che attraverso le sue personificazioni. Troppo spesso infatti è servita come supporto emotivo di una ideologia mistificante, come nel caso delle incitazioni alla guerra, che sono di questo tipo : “ Bisogna difendere la nostra terra, le nostre spose, madri e sorelle ”.

Anche le virtù e i concetti astratti per cui si può vivere e lottare sono spesso di genere femminile e come tali rappresentati visivamente : Bontà, Libertà, Fede, Giustizia, ecc.

Una donna personifica ( di volta in volta ) La Città Eterna, l’ Italia Unita, La Patria In Guerra, La Chiesa Madre, ecc. Questa operazione è comunissima, e, per indicare un esempio a caso, in una versione moderna della famosa canzone “Michelemm{” è spontaneo identificare la città di Napoli, da sempre sottomessa ai conquistatori, con una donna che i turchi si giocano a carte. Marinetti nella “Alcova d’ acciaio” diceva : “ O Italia, o femmina bellissima, viva – morta-rinata, saggia – pazza, cento volte ferita e pur tutta risanata, Italia dalle mille prostituzioni subite e dalle mille verginit{ stuprate… Italia mia, donna – terra saporita, madre – amante, sorella – figlia ….”. Non molto diversi nel presentare questa figura allegorica sono i seguenti versi di una canzone degli Inti Illimani : “Morena America mia litorale / il vento pettina i tuoi capelli di cristallo / il tuo petto di terra scura minerale …”

Del resto, il libro I pampini bugiardi documenta come nei libri di testo delle scuole elementari la Patria è identificata con la mamma ( e dunque – rilevano gli autori – come una entità che si sovrappone ai cittadini e li genera anziché venirne generata ).

Vengono propinate ai bambini poesiole come : “ Ricca o povera, Italia, sei la patria mia./ Sei così bella che somigli / alla mia mamma” ; oppure : “ La Patria è come la mamma / che ti portò sui ginocchi : / la specchi nel fondo degli occhi, / la celi nel cuore : una fiamma, / un foco vivo d’ amore.”