L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Buon San Valentino

 

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Le Origini: La festa degli innamorati trae le sue origini da una festività pagana. Essa veniva celebrata, nei riti pagani romani, come tributo al Dio Lupercus Faunus (che era un fauno cacciatore di ninfe, sposo e fratello di Fauna, una delle tante rappresentazioni femminili di Madre Natura) e si svolgeva dal 13 al 15 febbraio […]

via San Valentino tra storia, superstizione e magia. — When you Touch me


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 24

Nel XVI secolo erano state approvate in varie parti d’Europa leggi che punivano la stregoneria. Così era la legge emanata da Carlo V nel 1532 (Constitutio Criminals Carolina), che stabiliva sanzioni severe per chi faceva abortire una donna (se il figlio era vivo e vitale) e per chi rendeva un uomo o una donna sterile. La pena era la morte, e la stessa pena andava erogata alle donne che si procuravano un aborto. Se questa legge non stabiliva sanzioni per chi procurava un aborto senza fare alcun male alla madre, la legge inglese (che è del 1541) era più specifica e diceva: “Che era un atto criminale anche trascinare una persona in un amore illegale, o farlo per un qualsiasi altro intento illegittimo”. Più tardi la legge fu modificata con l’aggiunta della condanna di chi usava una qualsiasi parte del corpo di un cadavere per scopi che riguardavano la stregoneria, la magia e gli incantesimi. Nello stesso periodo anche il giuramento delle ostetriche fu modificato per l’aggiunta dell’impegno a non occuparsi in alcun modo di stregoneria, di non consentire l’assassinio di alcun bambino e di seppellire i feti morti in modo appropriato. Nel 1624 un’altra legge inglese stabilì che in caso di morte di un nuovo nato, l’onere di dimostrare che essa era dovuta a cause naturali gravava sulla gestante; se non riusciva a dimostrarlo, poteva essere accusata di omicidio e, se trovata colpevole, impiccata.

Le ostetriche diventavano sempre più spesso bersaglio di una crudele persecuzione e venivano sempre più spesso accusate sia di stregoneria che di crimini comunque nefandi e vergognosi e spesso condannate sulla semplice base di una denuncia anonima o di qualche diceria popolare, senza un’ombra di prova. Così, queste povere donne trovarono finalmente il coraggio di reagire: si organizzarono, cercarono di avere accesso all’istruzione e di ottenere ovunque una licenza per il loro lavoro. In più, accettarono di pronunciare i giuramenti che venivano loro imposti e che erano anche un’implicita confessione di cattiva condotta: giuravano che non avrebbero fatto questo e quello, ma era come se promettessero che non avrebbero più fatto questo e quello. La loro campagna di pubbliche relazioni, il loro tentativo di rappresentare se stesse come le custodi della salute delle donne e dei loro bambini ebbero successo, ma solo in tempi molto lunghi. In quei momenti le accuse erano troppe e troppo gravi.

 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 15

Se all’inizio le accuse cadevano per mancanza di motivazioni accettabili, ben presto divennero circostanziate. Quando non era possibile scoprire qualche motivazione plausibile (come la vendetta, ad esempio, o l’invidia, o la gelosia), si tirò fuori la storia dell’interesse commerciale. Il corpo di un feto non battezzato aveva un valore economico piuttosto alto: il grasso del suo corpo, ad esempio, poteva essere utilizzato per la preparazione di un certo numero di pozioni ed era la base fondamentale di una pomata che le streghe avrebbero dovuto spalmarsi sul corpo per poter volare al settimanale appuntamento con il demonio, il Sabba. È evidente che queste erano le premesse per poter sospettare le ostetriche di stregoneria, un sospetto che diveniva  sempre più frequentemente un’accusa esplicita. La paura di questo oscuro potere delle ostetriche era  così grande che in Inghilterra le licenze concesse nel 1675 vietavano in modo specifico l’esercizio di “witchcraft, charm, sorcery or invocation contrary to the law of either God or the King”.

Poiché erano le ostetriche (e comunque, in genere, le donne con qualche competenza in ostetricia) a occuparsi di anticoncezione e di aborto, era facile far ricadere su di loro ogni sorta di colpa e di comportamento immorale. Si diceva e si scriveva – abitudine che perdurò durante tutto il medioevo – che si sbarazzavano con l’aiuto di droghe delle gravidanze adulterine, e che insegnavano alle altre donne come servirsi di pratiche misteriose per rimanere infeconde. Rapidamente la fantasia popolare era poi passata da queste accuse – che avevano un minimo di credibilità – ad accuse molto diverse e altrettanto fantasiose, come quella di indossare attrezzi falliformi per potersi comportare da uomo con le altre donne. Portate in tribunale, venivano condannate senza la benché minima prova a pene severe: 3 anni di penitenza per avere indossato un fallo; tre anni per chi si concedeva a rapporti omosessuali; due anni per aver avuto rapporti con i propri figli; sette anni di Quaresima per aver copulato con un animale (e pane e acqua e penitenza per il resto della vita).

Le cose si complicavano ancora di più quando le “mammane” sempre sospettate delle cose più incredibili, erano accusate di aver usato poteri occulti per conservare l’amore del marito o dell’amante. Erano noti alcuni metodi evidentemente ispirati alla magia nera: ingoiare il seme dell’uomo; farsi regalare un pesce, introdurlo in vagina per estrarlo solo dopo gli ultimi spasmi di agonia (del pesce); fare acquistare – sempre dal proprio amante – del pane per poi farlo impastare sulla pelle nuda del sedere; aggiungere ai cibi un po’ del proprio sangue mestruale. Tutte queste empie azioni venivano punite con molti anni di penitenza e ancora più punita era la magia con la quale una donna rendeva il proprio amante impotente, per evitare di farlo tornare dalla moglie. Per converso, se una sposa rendeva impotente il marito, la punizione non superava i 40 giorni di pane e acqua, anche troppo per un’epoca in cui ogni atto d’amore era fondamentalmente malvagio, e meno atti d’amore si consumavano, meglio era.

Gli evidenti rapporti tra le persone e la magia nera, la loro capacità di ricorrere a sortilegi e a incantesimi, le facevano giustamente sospettare delle più diaboliche macchinazioni. Si diceva che impalassero con un ramo d’albero il cadavere dei bambini non battezzati per evitare che tornassero a vivere e nuocessero ai familiari; esse stesse, se morivano in gravidanza prima di partorire, venivano impalate e inchiodate a terra con il loro bambino per evitare che tornassero a fare del male ai vivi.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 4

A Roma la magia nera era considerata un reato soprattutto quando era responsabile della morte o della malattia di un cittadino, negli altri casi le pene erano molto probabilmente lievi. Il testo originale della legge delle XII Tavole non è giunto fino a noi poiché le Tavole andarono perdute nell’incendio di Roma che si verificò intorno al 390 a.C., quando i Galli occuparono la città. Molti frammenti sono però citati da fonti antiche, vuoi testualmente (ipsissima verba), vuoi come trascrizione, spiegazione o commento di una specifica norma. Sulla base di queste reminiscenze molti studiosi hanno cercato di ricostruire il testo (la palingenesia) ma ogni risultato deve comunque essere considerato dubbio e ogni interpretazione arbitraria. E’ comunque probabile che nella Tavola VIII, molto probabilmente dedicata agli illeciti, ci fosse un riferimento alla magia nera, del quale ci è giunta solo la parte che potrebbe costituirne l’esordio: qui malum carmen incantassit….(coloro che hanno cantato un maleficio). Le altre indicazioni della Tavola riguardano le punizioni per i danni alle persone o alle cose, i furti, le frodi e le mancate testimonianze. Le pene non sono particolarmente severe, il che fa pensare che la magia nera fosse punita solo con una multa. In seguito, almeno secondo quando riferisce Tito Livio, furono promulgate leggi più severe che peraltro riguardavano in modo specifico coloro che usando la negromanzia avvelenavano il bestiame o distruggevano le messi. È comunque bene ricordare che Roma traboccò per secoli di indovini, di maghi e di streghe e che molti di costoro godevano della protezione di personaggi di alto rango e potevano operare praticamente indisturbati. Imperatori come Augusto e Tiberio, del resto, mandavano in esilio i negromanti, ma ne tenevano sempre qualcuno con sé. Quando i primi cristiani acquisirono, come libro di culto, l’Antico Testamento, ereditarono anche la convinzione dell’esistenza di esseri misteriosi capaci di controllare forze  la cui comprensione era negata alla razionalità. I cenni all’esistenza di queste forze presenti nel vecchio Testamento sono ambigui e apparentemente insignificanti e spesso sono anche il risultato di banali errori nella traduzione dalla lingua originale. Sulla frase “ non lascerai vivere la strega” (Esodo, 22,18), ad esempio, in realtà esistono non poche perplessità e, come dirò più avanti, la cosa più probabile è che si tratti di una cattiva interpretazione, un fatto abbastanza frequente per quanto riguarda la Bibbia. Qualche accenno all’esistenza di poteri occulti si trova nel I libro di Samuele e viene  spesso citata, a questo proposito, una frase in realtà molto ambigua (“poiché la ribellione è come il peccato della divinazione e l’ostinazione è come l’adorazione degli idoli e degli dei domestici”: I libro di Samuele, 15,23). Più avanti (28,7-25) nello stesso libro, Saul dice ai suoi servi: “cercatemi una donna che sappia evocare gli spiriti e io andrò da lei a consultarla”. E i servi gli risposero: “ecco, a Endor c’è una donna che evoca gli spiriti”. Quella donna evocherà realmente lo spirito di Samuele, e nel testo non c’è alcun segno che quella evocazione sia considerata blasfema e illecita. Si può dunque capire come i primi cristiani avessero un’attitudine basata sulla tolleranza nei confronti delle persone accusate di stregoneria e si comportassero complessivamente in modo simile a quello tenuto dagli antichi romani, che si preoccupavano delle streghe solo quando era possibile provare che avevano commesso un delitto. Con l’eccezione di Agostino, dunque, il Magistero cattolico si limitava a condannare la convinzione che le streghe esistessero. In questo senso fu particolarmente importante il Concilio di Ancira (IX secolo) che aveva formalizzato questi convincimenti inserendoli nel cosiddetto Canon Episcopi, incorporato nel 1284 nei Decretales di Gregorio IX e perciò divenuto parte della legge canonica.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 1

La più grande nemica della stregoneria è sempre stata la Chiesa Cattolica, che ha contrastato duramente qualsivoglia impiego della magia, anche quello rivolto a fini positivi: non esiste, per la Chiesa, una “magia bianca” che possa essere accettata e considerata con tolleranza. Non è stata una battaglia facile. Al contrario dei preti, comparsi tra noi piuttosto recentemente, i maghi sono sempre esistiti e l’uomo ha sempre fatto ricorso al loro aiuto per cercare scorciatoie utili e per realizzare i propri desideri. Molte pitture trovate nelle caverne e risalenti al paleolitico, avevano probabilmente significati magici: dipingere una caccia al bisonte non aveva tanto il significato di fissare un evento fortunato, quanto quello di impegnare la magia a far sì che quell’evento si ripetesse. Per secoli e secoli coloro che erano considerati detentori di poteri magici sono stati rispettati e implorati, ed è evidente quanto tutto ciò sia contrario ai principi della religione cattolica, che insegnano che è il volere di Dio – e non l’intervento dell’uomo – a far sì che le cose accadano. Ma il rapporto tra il cristianesimo e i poteri occulti, le forze della magia e della stregoneria, sono stati particolarmente complessi. Sul fatto che gli uomini abbiano creduto in misteriose e occulte forze capaci di rappresentare o di impersonare l’essenza stessa del male fin dai tempi più antichi, penso che esista un accordo generale tra gli studiosi, ed è del resto molto difficile immaginare che fantasie, paure e superstizioni abbiano costruito soltanto ipotetiche forze del bene senza mai immaginare qualcosa che le contrastasse.  Il male oscuro e corrotto – ma anche in qualche modo affascinante – che nutre e ispira la magia nera era ben noto ai Greci e ai Romani, che dedicavano orribili riti a un grande numero di demoni e di dei del sotterra. Alcune di queste divinità avevano un nome e venivano onorate, anche se non sempre in modo palese; molte di esse erano di sesso femminile e il loro nome non poteva essere pronunciato, così che di esse conosciamo solo il cognomen, quello che poteva essere invocato  nelle preghiere e nei riti propiziatori. Non mancavano divinità malevole di sesso maschile: Summano, ad esempio, che scagliava i fulmini notturni (di giorno il privilegio apparteneva a Giove ) e Mormo, il vampiro servo di Ecate, spesso presente nella mitologia greca. Ecate era invece una divinità sessualmente ambigua, che possedeva entrambi i principi della generazione: con il trascorrere dei secoli prevalse l’idea che si trattasse di una divinità essenzialmente femminile   tanto che fu considerata la dea degli spettri, degli incantesimi e delle streghe e i suoi simulacri erano spesso collocati nei quadrivi  per proteggere i viandanti da queste forze del male. Impenetrabili, persino più di Ecate, erano le divinità trine, come le Erinni,le Gorgoni, le Esperidi e la stessa Diana triforme, e altrettanto indecifrabile era Proserpina della quale Apuleio, nelle Metamorfosi, scriveva:

 Seu nocturnis ululatibus

Horrenda Proserpina

Triformi facie larvales  impetus

Comprimens terraeque  claustra

Cohibens lucos diversos

Inerrans vario cultu propitiaris

 

 (O terribile Proserpina/ dai tre volti/ che respingi gli assalti degli spettri/ sia con ululati notturni / sia frapponendo ostacoli sul terreno/ mentre ti aggiri in diversi boschi sacri/ lasciati placare da un rituale mutevole).           


Storia del gioiello

Delineare una sommaria storia del gioiello, visto la peculiarità del mezzo di diffusione, è impresa non facile. Questo perchè qualsiasi sintesi, necessaria per l’incredibile vastità dell’argomento, tradisce inevitabilmente le mille sfaccettature del mondo che ci accingiamo a raccontare.

Nell’arco dei secoli, infatti, il gioiello, nel suo valore, significato e forma si è intrecciato con la storia del costume e della società del proprio tempo subendo radicali e stravolgenti evoluzioni nelle tipologie, nelle simbologie e nel valore. Nel corso dei secoli ha ricoperto di volta in volta, e in alcuni casi anche contemporaneamente, ruoli differenti: simbolo di magia, esibizione di potere, appartenenza ad una determinata classe sociale, valore affettivo, legame con l’aldilà fino a divenire, ai giorni nostri, oggetto di sperimentazioni artistiche che lo collocano di diritto nell’ambito delle realizzazioni scultoree allontanandolo dalla categoria delle cosiddette “arti minori” a cui, di fatto, appartiene.

Ripercorrere la storia dei gioielli ci consente di individuare il ritorno di alcune mode che oggi possono apparire innovative ma che in realtà sono echi di usanze antiche. Mi riferisco all’utilizzo dei gioielli per abbellire l’abbigliamento tanto usato del seicento e settecento e oggi ritornato di moda o alla pratica di utilizzare pietre preziose per decorare le scarpe.

La stessa storia dei gioielli è stata tracciata prevalentemente attraverso documenti d’archivio e testimonianze visive di dipinti e, contrariamente a quanto accade per tutte le altre “arti minori”, solo in parte grazie allo studio diretto dei manufatti. La carenza di gioielli antichi giunti fino a noi è dovuta al fatto che per soddisfare i gusti di un nuovo periodo storico si distruggeva o modificava la produzione del secolo precedente. I pochi gioielli pervenutoci devono la loro conservazione all’eccezionalità della lavorazione o dei materiali impiegati, al valore sentimentale attribuitogli o ad un particolare potere assegnatogli.

I pochi oggetti rimastici appartenevano ai ceti sociali più elevati preservati grazie alla loro preziosità perciò erano tramandati di generazione in generazione. Il “gioiello popolare” non c’è giunto in quantità considerevole e il suo valore prettamente affettivo ne ha reso più disinvolta la distruzione.

Gli oggetti sacri sono, invece, quelli meglio custoditi: la Chiesa ne ha impedito la trasformazione e, inoltre, essendo prevalentemente offerte votive dei fedeli, avevano un valore simbolico affrancato da mode e tendenze.

A questa oggettiva e notevole lacuna ha sopperito sia i documenti d’archivio – leggi suntuarie che consentivano l’uso dei gioielli solo ad alcune classi sociali, testamenti, ecc. – sia soprattutto i dipinti, numerosissimi, ritratti prevalentemente, che ritraevano la nobiltà dell’epoca con i loro gioielli simboli di potere e ricchezza. A queste due fonti bisogna riferirsi per delineare la storia del gioiello.
Per facilità di consultazione si è preferito dividere la storia in periodi nell’ambito dei quali vi è un’ulteriore ripartizione in argomenti: i gioielli prodotti, le tecniche e le materie adoperate, il ruolo dell’orafo nella società, e i motivi preferiti dalla società.

L’obiettivo è quello di fornire un’agevole e interessante escursione nel mondo affascinante del gioiello e non certo esaudire tale argomento la cui vastità è proporzionale agli oggetti prodotti.