“I libri si rispettano usandoli.” U. Eco

Articoli con tag “maschera

Carmelo Bene


Feminine, l’alba del carteggio.

Quando la poesia ha iniziato a fruire nel carteggio….

Disponibile su Amazon.com


Extremo IO

A sensorial documentary film on the novel “IO” by TheCoevas


Cera


Patrizia Valduga. Vieni, entra e coglimi

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


Carmelo Bene: Attore, Teatro e Femminile


Letteratura e… eros: La critica sessuale e omosessuale

L’interesse per la sessualità dal punto di vista critico diventa importante in letteratura a partire dall’opera di Freud (1856-1939), il padre della psicanalisi. Riducendo all’osso le sue teorie, si può dire che l’aver individuato la forza della libido come principale motore della vita ha provocato un interesse particolare per la sfera della sessualità nell’uomo, soprattutto nei suoi aspetti normalmente censurati: sessualità nei bambini, omosessualità, desideri illeciti, ecc. La scoperta dell’inconscio e dei suoi meccanismi (censura, transfert, ecc) ha aperto così un enorme campo d’indagine per la psicologia e la medicina, ma ciò è vero anche per il campo letterario: dallo studio biografico degli autori, all’analisi dei rapporti tra i personaggi, all’interpretazione simbolica degli elementi testuali, si può dire che dopo Freud non esista critica che non faccia riferimento – diretto o indiretto -, anche solo per opposizione, alla sorprendente opera di Freud. Lo stesso Freud ha aperto la strada all’interpretazione psicanalitica in letteratura, con un’analisi del racconto tedesco Il mago sabbiolino [Der Sandmann, 1816] di E. T. A. Hoffmann, nel suo saggio del 1919 Il perturbante [Das Unheimlich]. Egli ha anche analizzato alcuni miti, primo fra tutti quello di Edipo, dandone la famosa interpretazione secondo quello che è passato alla storia come il complesso di Edipo.

La fortuna della critica letteraria di stampo freudiano ha dato vita a numerose scuole e numerose tendenze, di cui sarebbe impossibile dare un’idea in un breve articolo come questo. Prima di passare oltre, tuttavia, vogliamo dare qui di seguito un esempio di come funzioni la critica “freudiana”… applicata alla favola di Cappuccetto Rosso (in questo caso si tratta del lavoro di Erich Fromm, che comunque si discosta dalle tesi di Freud per molti aspetti).

     La maggior parte del simbolismo contenuto in questa favola può essere compreso senza difficoltà. Il cappuccetto di velluto rosso è un simbolo delle mestruazioni. La ragazzina di cui ascoltiamo le avventure è diventata una donna matura e si trova ora di fronte al problema del sesso.

     L’ammonimento di non allontanarsi dal sentiero per non cadere e rompere la bottiglia è un chiaro avvertimento contro i pericoli del sesso e contro quelli di perdere la propria verginità.

[Erich Fromm, Il linguaggio dimenticato. La natura dei miti e dei sogni, Bompiani, 1994, p. 228. Ed. orig. The Forgotten Language, 1951]

Questo esempio è interessante sotto più aspetti: mostra chiaramente l’orientamento freudiano di interpretazione, non solo di testi letterari, ma anche di miti e sogni; si applica anche alla tradizione popolare, orale, come quella delle favole per bambini. Questo perché si avvale di elementi critici che trovano posto nel bagaglio culturale collettivo.

L’interpretazione freudiana della letteratura ha avuto molto successo in epoca moderna anche da parte di tutti i movimenti di rivendicazione come il femminismo (soprattutto anglo-americano e francese) e, più di recente, i movimenti gay. Per le femministe, la teoria freudiana ha aperto la strada all’interpretazione di numerosi testi (in alcuni casi dell’intera tradizione letteraria mondiale), sia scritti da uomini che scritti da donne, come una prova di subordinazione della donna ad una società fondamentalmente maschilista. È nata così tutta una serie di scuole di critica letteraria di stampo femminista. Ovviamente, tra le donne che per prime si sono interessate a problematiche sociali e psicologiche del genere, si poneva contemporaneamente il doppio problema della scrittura al femminile di fronte ad una tradizione di scrittori (quasi) esclusivamente maschile, e quello dell’interpretazione della suddetta tradizione con gli occhi e la sensibilità di una donna, cosciente della propria diversità rispetto alla tradizione, anch’essa esclusivamente maschile, della critica letteraria.

Allo stesso modo, la critica omosessuale nasce dall’opera di scrittori che, tra le righe, sotto la censura, hanno cercato di aprire alcune strade chiuse dalla mentalità sociale. Il pregiudizio sulle realtà sessuali diverse è stato sempre molto forte negli ultimi secoli. Ma accanto al tentativo di creare una letteratura aperta a certe problematiche, negli ultimi decenni è nato anche un tipo di critica attenta all’elemento omosessuale che, proprio come la critica femminista, si è posto il problema di considerare sotto una nuova luce gli scrittori omosessuali e si è posta il problema di costituire una critica omosessuale. Per la donna lesbica, due volte “censurata” per la sua natura prima femminile e poi omosessuale, questo ha significato porsi il problema della scrittura e, più in generale, della vita, da un punto di vista che prescinde dall’uomo, dalla cultura maschile. Nel suo importante saggio del 1929, A room of one’s own [Una stanza per sé], Virginia Woolf prende in considerazione il primo romanzo di una scrittrice che, ai suoi occhi, pone il lettore di fronte ad un legame lesbico, e afferma:

“Chloe amava Olivia,” leggo. E per la prima volta considero quale immenso cambiamento c’è qui. Chloe amava Olivia forse per la prima volta nella letteratura. […] Sono ora e per sempre madri e figlie. Ma quasi senza eccezione [le donne] sono sempre rappresentate nei loro rapporti con gli uomini. È strano pensare che tutte le grandi scrittrici di romanzi sono, fino all’età di Jane Austin, non soltanto viste con gli occhi dell’altro sesso, ma anche solo in relazione all’altro sesso.

 [Tradotto da: Virginia Woolf, A room of one’s own, The Hogarth Press, London, 1949, pp. 123-124]

Nei paesi nordeuropei e anglosassoni esistono anche delle vere e proprie case editrici gay, che pubblicano non solo opere di scrittori gay o opere attinenti all’omosessualità, ma anche compendi sui diritti gay, ecc. In Italia questo fenomeno è piuttosto nuovo, ma si registra già la nascita di case editrici quali Il dito e la luna, Zoe, Edizioni Libreria Croce ed Enola.



A me gli Occhi!!!!


Manzoni e Leopardi: la donna in due icone dell’Ottocento

Quando s’inizia un discorso parlando di scrittori come Manzoni e Leopardi viene subito da pensare ad argomenti importanti dal punto di vista letterario e non. Qui si tratterà invece nel dettaglio una figura presente nelle opere dei due scrittori, quella della donna.

Anche se in entrambi gli autori la donna viene spesso “usata” per esprimere un’ideologia o un’emozione e non analizzata in sé, risulta lo stesso interessante notare le differenze tra due scrittori così conosciuti e vicini nel tempo.

  Partendo da Manzoni, è bene premettere che la figura della donna è spesso schiacciata dai significati, il più delle volte religiosi o ideologici, che essa incarna.

Esplorando la grande produzione del romanziere e poeta milanese, una delle prime donne di un certo rilievo che incontriamo è sicuramente Ermengarda nell’Adelchi.

Questa tragedia venne terminata nell’1821. Essa narra di fatti storici, leggermente variati dall’autore, riguardanti il conflitto tra i Longobardi del re Desiderio ed il Papato aiutato da Carlo Magno. Ermengarda è la sorella del protagonista Adelchi, nonché figlia del re Desiderio e, cosa più importante, la moglie ripudiata e innamorata di Carlo Magno. Proprio l’oltraggio del ripudio porterà il re longobardo a tentare di obbligare il Papato ad incoronare re i nipoti di Carlo, precedentemente allontanati dalla possibile successione. L’evolversi degli eventi porterà allo scoppiare della guerra fra Longobardi e Franchi con la finale vittoria dei secondi. L’importanza di Ermengarda riguarda prevalentemente l’atto quarto, dedicato totalmente a lei, nel quale la donna impazzisce alla notizia del nuovo matrimonio di Carlo perché ancora innamorata. L’importanza rivestita da questo avvenimento è da ritrovarsi nel significato che Manzoni dà alla successiva morte della donna. In essa lei, così come il fratello, troverà la pace cristiana, sicuramente importante per il cattolico Manzoni. Analizzando l’atto del delirio di Ermengarda si nota che esso è scatenato in un secondo momento, cioè dalla notizia del matrimonio di Carlo con Ildegarde, prima di questa la donna chiede di avere una morte cristiana e di inviare il suo perdono a Carlo per l’averla ripudiata. Dopo la notizia dello sposalizio emerge però tutta la carica romantico-passionale della donna e del suo legame col re franco. Questo “sfogo” emozionale viene a trovarsi dunque in una posizione di contrasto con la precedente volontà della morte cristiana, ella infatti pare ancora troppo legata all’“empia” forza dell’amore terreno per poter legarsi totalmente a Dio(essa rifiuta infatti l’invito della sorella a farsi monaca). Finito il delirio e sentendo sopraggiungere la morte, essa si rassegna e pensa alla sua morte cristiana, mantenendo però il conflitto ideologico fra passione e cristianità che sarà risanato nel coro successivo dall’autore. In esso Manzoni rivolge alla donna l’invito a lasciare le passioni terrene e darsi completamente a Dio, inoltre la sua morte viene spiegata tramite il concetto manzoniano della “provida sventura” secondo il quale la morte cristiana permetterà alla donna di sfuggire al destino riservato all’empio popolo dei Longobardi.

Quest’analisi mostra bene come a Manzoni non interessi molto analizzare la psicologia della figura femminile, anche se essa è comunque legata all’ideale romantico della passione, ma  mettere in risalto la “superiorità” del modo e della mentalità cristiana. Difatti la contraddizione passione/cristianità, messa in luce sia nell’atto che nel coro stesso, viene risolta in pieno favore della cristianità. Il tema letterario della “provida sventura” simboleggia infatti il concetto cristiano della provvidenza, che verrà ripreso più volte da Manzoni, mentre le passioni terrene della donna vengono definite come emozioni empie da tenere estranee al legame con Dio. Ermengarda, così come Adelchi, rappresenta insomma una contraddizione che serve all’autore per affermare che nel redimersi e nell’accettare la visione cristiana si può ottenere un riscatto ultraterreno. La particolarità della figura della donna rispetto a quella dell’uomo si trova nel fatto che, mentre nell’uomo prevale lo spirito razionale nel contrasto fra la bassezza della situazione sociale reale in cui si trova ad essere e il suo ideale di fratellanza e bontà, nella donna è invece la parte irrazionale della mente a determinare la contraddizione. La donna sembra essere vista dall’autore come portatrice di sentimenti istintuali e passionali ben più dell’uomo( quasi seguendo la traccia biblica di Adamo ed Eva).

La donna manzoniana, in quest’opera, si presenta come più romantica dell’uomo, che viene invece a porsi quesiti che paiono essere più “alti”, mentre la donna è dominata solo dalle sue passioni. Ed in effetti ciò è anche ben supportato dal fatto che Manzoni non deve giustificare la contraddizione(razionale) di Adelchi, mentre si vede costretto a farlo per quella(irrazionale e passionale) di Ermengarda.

Questa prima figura femminile, sebbene marginale e dominata dall’idea di cui Manzoni la veste, fa emergere una visione della donna che pare collocarla in una sfera inferiore, o forse più romantica, dell’uomo, che sembra essere simbolo di una ragione filosofica di stampo illuministico.

Procedendo nell’analisi della produzione manzoniana riguardo alla figura della donna si giunge ai “Promessi sposi”. In quest’opera emergono varie figure di donna, ma le due che più colpiscono il lettore sono sicuramente quelle di Lucia e Gertrude o “la monaca di Monza”.

Entrambi i personaggi acquisiscono importanza in relazione al sentimento religioso cristiano, così come era stato per Ermengarda. Ma in questo caso si nota una grande differenza tra le due, mentre la prima incarna valori, ideali propri di famiglia e chiesa, Gertrude viene rappresentata come una monaca peccatrice che ha trasgredito gli insegnamenti morali della religione, ma soprattutto il suo matrimonio con Dio.

Mentre nel resto dell’opera l’autore si sofferma su temi storici, sociali e politici, quando parla di Lucia e Gertrude egli porta un messaggio ideologico riguardante la sfera religiosa e non solo. Lucia è poi il personaggio in particolare più caro a Manzoni. Essa non solo si fa portatrice di valori religiosi traditi dalla sua “controparte” peccatrice Gertrude, ma è inoltre l’esempio della donna umile ma fortemente fiduciosa nella provvidenza e negli ideali di famiglia e bontà. A differenza di Ermengarda che viene travolta dagli eventi senza riuscire ad opporvisi con fermezza, ella non perde mai la retta via e la fede. Grazie a questa sua figura essa rappresenta quasi un faro per altri personaggi del romanzo(in particolare Renzo e l’Innominato). Ella si pone nel romanzo come un elemento di mediazione tra uomo e Dio, ben più di quanto non lo siano i rappresentanti del clero come Gertrude e Don Abbondio.La forte carica ideologica di Lucia porta però a compromettere la sua identità di personaggio, quasi riducendola ad un semplice ideale di “donna-angelo” che pare più giusto collocare in una sfera utopica che non in un romanzo sociale come sono i “Promessi Sposi”. In essa è annullato il conflitto tra passione terrena e cristianità perché la prima viene a mancare. Quindi, sebbene Lucia sia un personaggio, dal punto di vista di fedeltà all’insegnamento cristiano e di ideali “buoni”, più alto e nobile della precedente Ermengarda, essa ricalca comunque quella “funzione” della donna quale portatrice di un messaggio ideologico a scapito della sua stessa identità di personaggio romanzesco. Lucia possiede meno “libertà di azione” di Ermengarda o di Gertrude in quanto essa è ben più legata al suo stesso messaggio ideologico.

 Passando alla figura di Gertrude si potrebbe dire che lei è una Lucia “rovesciata”. La sua figura si trova per certi aspetti più vicina a quella della pagana Ermengarda che non a quella della cristiana Lucia, anche se non ci è dato sapere se essa, così come il personaggio dell’“Adelchi”, alla fine delle sue vicissitudini abbraccerà in pieno la cristianità. Essa si lascia sconvolgere dagli eventi subendoli fin dalla sua formazione infantile.Il messaggio cristiano non fa realmente presa e non è quindi realmente portato da lei in quanto essa lo assume controvoglia. La sua scelta cristiana è un obbligo che le viene dato dai suoi famigliari a cui ella non riesce a opporsi. Mentre Lucia appare come personaggio fermo e fiducioso nella provvidenza divina, ella è un personaggio rinunciatario e psicologicamente debole, che non mostra mai una vera e propria presa di posizione. Anche la figura di Gertrude è però funzionale all’autore: essa mostra a cosa porti il non accettare in pieno il messaggio cristiano e soprattutto il trasgredirlo. Il personaggio della monaca esce ideologicamente sconfitto da quello della donna di campagna, ma forse proprio per questo Gertrude mantiene una maggiore identità di personaggio romanzesco rispetto a Lucia.

Insomma, in Manzoni la figura della donna si vede schiacciata dal preponderante messaggio ideologico di cui l’autore la fa portatrice nel suo intento di cristianizzare la società. La vera identità della donna sembra non riuscire ad emergere e l’unico esempio”realistico” che resta è quello delle donne popolari dei Promessi sposi(Perpetua,Agnese) che contribuiscono a dare un piccolo affresco del mondo contadino dal quale Lucia si deve escludere per la sua troppo alta idealizzazione cristiana.    In Manzoni la donna appare come strumento per i fini ideologici in quanto essa è probabilmente vista come più emozionale e romantica della figura maschile(che si fa comunque portatrice di questi ideali come in Adelchi e fra Cristoforo) che  mantiene inoltre una maggiore identità letteraria rispetto alla schiacciata figura femminile.

Questo modo di fare della donna la portatrice del messaggio religioso non sarebbe probabilmente andato a genio al Leopardi più maturo che invece si distacca dalla mentalità cattolica, anche se nella sua produzione letteraria la figura della donna gode di ben poco rilievo, anzi, forse meno di quello che le dà il Manzoni. Difatti nel suo pensiero filosofico-pessimistico troviamo  poco spazio per l’analisi delle tipologie umane che anzi non vengono quasi considerate dall’autore. Come Manzoni egli utilizza i suoi personaggi per esprimere le sue idee ma anche, a differenza, i suoi sentimenti ed emozioni. Pur vivendo un’iniziale adesione al classicismo,nel quale ritroviamo anche una critica alla nascente cultura romantica, si avvicinerà gradualmente alla stessa ma mai in maniera totalitaria, anche se si avrà una più forte carica passionale solo nella parte più tarda della sua produzione.

La prima figura femminile che si incrocia nelle opere leopardiane potrebbe essere vista nella natura matrigna, anche se forse risulta un accostamento più forzato del dovuto e forse non realmente voluto dall’autore. Resta il fatto che in questa visione della natura come “nemica” dell’uomo si potrebbe leggere come una rinuncia alla passione amorosa derivante dal rapporto con la donna, ciò potrebbe anche essere dimostrato dalla sfortunata vita sentimentale di Leopardi. Inoltre non sono poche le poesie nelle quali Leopardi sembra diffidare delle illusioni create dal sentimento amoroso, si pensi dunque a componimenti quali “Aspasia”, “Alla sua donna”, “A se stesso”, nei quali l’illusione dell’amore si mostra in tutta la sua cruda realtà senza lasciare scampo all’uomo che può solo rimproverarsi e giurare a se stesso di non cadere più in tali tranelli. Stona lievemente con questo pensiero la poesia “Amore e Morte”(comunque precedente agli ultimi due componimenti sopraccitati) nella quale l’inganno dell’amore è comunque visto come una consolazione per l’uomo, insieme con la morte. Probabilmente questo contrasto è dato dal fatto che “Amore e Morte” rappresenta un invito agli uomini a vivere la passione amorosa a differenza dello stesso autore, incapace di assaporarla a pieno come avrebbe probabilmente voluto.

Collegato al concetto della natura matrigna è il tema del suicidio ricorrente in alcune poesie e nel pensiero leopardiano. A riguardo di questo tema troviamo un’altra figura femminile ne l’“Ultimo canto di Saffo”. La grande poetessa greca, vissuta nel VII-VI a.C., viene qui rappresentata nella bruttezza del suo aspetto fisico che la porta a maturare un sentimento di esclusione dall’armonia della natura, tratteggiando un parallelismo autobiografico con l’autore stesso.

La figura della poetessa travalica il senso di estraneità dal mondo naturale per farsi terreno di scontro tra il mondo dell’apparenza, che la limita nella bruttezza del suo aspetto, e quello della sensibilità interiore, che le fa cogliere la profondità di tale contrasto conducendola all’esasperato gesto del suicidio. Anche in questo caso, sebbene si parli di un personaggio di un certo spicco, la figura femminile serve all’autore per muovere una denuncia alle illusioni della vita e al destino beffardo che dona, in modo totalmente casuale, felicità e infelicità a uomini e donne.

Pare quindi che la scelta del personaggio di Saffo sia dettata, più che dalla volontà di poetare su di una figura femminile, dall’opportunità offerta dalla significativa vicenda della poetessa greca di riportare un esempio di conflitto esistenziale  che ben si adattava alla trattazione di una tematica cara a Leopardi.

Detto ciò la figura più di spicco, e conosciuta, di tutta la produzione leopardiana è sicuramente Silvia. Ma questo personaggio, come abbiamo analizzato nel precedente autore, non viene proposto con una sua vera identità di donna, ma come portatrice del concetto della caducità e della disillusione della vita. Si ripete in Leopardi ciò che accade anche nelle opere di Manzoni: la donna, per quanto idealizzata e importante per l’autore, finisce per vedere schiacciata la sua identità in nome di ciò di cui essa si deve far portatrice secondo le scelte dell’autore. Anche se in questo caso la “tirannide” del pensiero è meno evidente, anche per il sincero dispiacere di Leopardi per la precoce morte di Silvia, non si può comunque parlare di una vera analisi dell’universo femminile. Il poeta sceglie la donna come “pretesto” per parlare di altro. Viene a mancare il personaggio vero e proprio.

Anche nel caso leopardiano si potrebbe però dire che la donna viene scelta come portatrice di determinati concetti in quanto, probabilmente, ritenuta più emotiva e “irrazionale” dell’uomo. Ciò però non basta a dare una vera e propria inquadratura della donna in sé, ma la mantiene dipendente dal messaggio che porta e da cui è  soffocata.

In sostanza, per quanto Leopardi sia più legato a concetti romantici ed emotivi del romanziere Manzoni, nemmeno in lui si può parlare di una ben delineata figura di donna che possa in qualche modo inquadrare una sua visione del mondo femminile. In entrambi gli autori non esiste questa volontà di analisi anche dovuta alle loro idee e ai loro scopi. Il primo si fa portavoce di un messaggio di cambiamento politico e sociale, mentre il secondo esprime il proprio pensiero filosofico-pessimistico tramite la sua poesia. Non ritroviamo nessun’analisi della figura umana vera e propria ma quella della situazione socio-politica e quella dell’amarezza della vita.

In queste due grandi icone dell’800 si nota dunque, per quanto concerne la figura femminile, quello che potrebbe essere artisticamente definito come un prevalere del contenuto sulla forma. La donna non interessa come identità in sé, ma come portatrice di idee, messaggi o pensieri. Pare essere insomma una figura letterariamente marginale.


Ricordando Massimo Troisi.

I poeti vanno celebrati, sempre.  18 anni fa si spegneva un napoletano che ha raccontato Napoli mediante la risata lasciando trasparire anche la sua amarezza nelle sue descrizioni partenopee. Vi invito a leggere è una delle più dolci, vere e belle poesie mai scritte. L’autore è MASSIMO TROISI. Massimo, ci manchi, mi manca il tuo genio inarrivabile. Massimo, Pulcinella della moderna Napoli.

‘O SSAJE COMME FA ‘O CORE

Tu stive ‘nzieme a n’ato

je te guardaje

e primma ‘e da’ ‘o tiempo all’uocchie

pe’ s’annammura’

già s’era fatt’ annanze ‘o core.

A me, a me

‘o ssaje comme fa ‘o core

quann’ s’è ‘nnamurato.

Tu stive ‘nzieme a me

je te guardavo e me ricev’

comme sarà  succiesso ca è fernuto

ma je nun m’arrenn’

ce voglio pruva’.

Po’ se facette annanze ‘o core e me ricette:

tu vuo’ pruvà? e pruova, je me ne vaco

‘o ssaje comme fa ‘o core

quann s’è sbagliato

Roberto Benigni lo ricorda così.


La nudità classica, tra greci e rinascimentali

Se si osserva qualche esempio di nudo classico e classicista, anatomicamente corretto ed eseguito nel nome di una obiettiva ricerca formale, si noterà una nota comune che può essere ricondotta ad una vera e propria assenza di erotismo e sensualità. In altri termini, la bellezza e la perfezione di queste forme sono fredde, trasmettono un appagamento estetico basato non sulla bellezza del nudo in quanto corpo denudato e libero, ma sulla bellezza e sull’eleganza della pura forma. I Bronzi di Riace sono tra i pochi originali greci sopravvissuti e rivelano nella nudità metallica e indifferente un atteggiamento fiero, in cui la perfezione delle proporzioni e della postura appare sovrumana. Il dettaglio muscolare portato a verosimiglianza plastica assoluta e l’aggiunta cromatica del rame e dell’argento su labbra e capezzoli e sui denti, comportano un’immagine non soltanto scultorea e massiva, ma anche pittorica, più lieve e affinata. La manifestazione di questa capacità militare e fisica si abbina alla presenza della barba, non del tutto spiegata peraltro, che invecchia gli uomini e li rende divinità mature o autorità terrene. La nudità è disinvolta, serena, priva di qualunque inibizione e non esibita. Vedremo che a questo modello antico si atterrà -nei fatti- l’intera produzione classicista, sia plastica sia pittorica.

E’ simile, ad esempio, la scelta di Botticelli, il maggior grecista del Rinascimento, che nelle sue figure femminili ricerca una forma concreta, ma soprattutto il disegno armonicamente perfetto. Restando all’interpretazione tradizionale, e senza quindi addentrarci nelle nuove interessanti letture proposte da Georges Didi-Huberman, la Venere che nasce dal mare traccia un profilo di assoluta soavità, privo di spigoli e di durezza, al punto che la linea impossibile della spalla e il collo allungato non deformano, ma compensano le linee, come in una formula geometrica. Venere neonata appare già divina e lontana, e anche quando Botticelli la ritrarrà sposa di Marte, il suo languore non è mai terreno, né mai simile ai sentimenti forti e instabili degli umani.

Neoplatonico Botticelli, ma neoplatonico anche il coriaceo Michelangelo, che sembra opporre al più anziano maestro una nudità spettacolare, dinamica, forse più viva. In realtà anche il primo Michelangelo, che nelle figure femminili non mostra alcuna ricerca di grazia, è ancorato ad una classicità composta e solo nell’età matura, in pieno Manierismo, proverà ad addentrarsi nei meandri della psiche, del dolore, del sentimento, stravolgendo anche la forma anatomica come nella Pietà Rondanini. Gli ignudi della volta della Cappella Sistina sono un manuale di figura disegnata, colti nelle pose più ardite e complesse, bellissimi nella loro statuaria perfezione ma, come i Bronzi greci, sovrumani e lontani. Anche qui non possiamo davvero parlare di esibizione, e le parti intime esposte alla vista degli spettatori, comprese quelle poi velate nel tardo Giudizio Universale nella Sistina, non incitano certo all’eros o ad una qualche sensualità. Michelangelo espone la nudità come parte integrante dell’aspetto fisico; un seno o un pube scoperto non hanno diverso valore che una mano o una spalla, ci sono, ma non dicono nulla: la perfezione del corpo discende dalla creazione e ogni parte del corpo è a somiglianza di Dio.


I seduttori “da manuale”

La conturbante Sirena

L’uomo è spesso segretamente oppresso dal ruolo che deve interpretare, costretto dalla “società” ad essere sempre responsabile e razionale. La Sirena è la fantasia maschile suprema, perché offre una liberazione totale dai limiti della vita. In sua presenza, una presenza che è sempre intensa e carica di sensualità, il maschio si sente trasportato in un mondo di puro piacere. La Sirena è pericolosa, e nell’inseguirla l’uomo rischia di perdere il controllo di sé, una condizione a cui, di fatto, anela. La sirena è un miraggio, attira gli uomini coltivando aspetto e modi particolari. In un mondo dove le donne sono troppo insicure per proiettare una simile immagine, la Sirena assume il controllo del maschio proiettandolo in un mondo tutto suo, dando vita alle sue fantasie.

Il Libertino, innamorato dell’amore

Una donna non si sente mai desiderata e apprezzata abbastanza. Vuole attenzione, ma un uomo è spesso distratto e poco ricettivo. Il Libertino è una potente fantasia femminile, quando desidera una donna, per quanto brevemente, andrà in capo al mondo per lei. Può essere sleale, disonesto, amorale, ma tutto questo non farà che accrescere il suo fascino. Diversamente dall’uomo medio – cauto – il Libertino è deliziosamente privo di inibizioni, uno schiavo dell’amore che nutre per le donne. C’è un fattore che aumenta la sua reputazione: se così tante donne si sono arrese a lui, deve pur esserci una ragione. Le parole sono uno dei punti deboli delle donne, e il Libertino è un maestro del linguaggio della seduzione. Risveglia i desideri repressi di una donna adottando la mescolanza di pericolo e piacere del Libertino.

L’Amante Ideale

Quasi tutti hanno in gioventù sogni che con l’età si logorano e si infrangono. Si scoprono delusi dagli altri, dagli eventi, dalla realtà che non sono all’altezza dei propri ideali giovanili. L’Amante Ideale prospera grazie ai sogni spezzati della gente, che diventano fantasia di tutta una vita.

Aspirate al romanticismo? All’avventura? A un’elevata comunione spirituale? L’Amante Ideale riflette la vostra fantasia. Uomo o donna che sia, è un artista nel creare l’illusione che desiderate, idealizzandovi. In un mondo segnato dal disincanto e dalla meschinità, c’è un potere di seduzione illimitato nel seguire la strada dell’Amante Ideale.

Il Dandy, sfaccettato e mutevole

Gran parte di noi si sente intrappolato nei ruoli limitati che il mondo si aspetta che interpretiamo. Siamo per questo motivo immediatamente attratti da chi è maggiormente mutevole, più ambiguo di noi, da chi sa creare il proprio personaggio. I Dandy ci colpiscono perché non possono essere confinati in una categoria, ed evocano una libertà che vorremmo nostra. Giocano con la mascolinità come con la femminilità; forgiano la propria immagine fisica, che è sempre stupefacente, sono misteriosi ed elusivi. Fanno inoltre appello al narcisismo di entrambi i sessi: con una donna sono psicologicamente femmine; con un uomo sono maschi. I Dandy affascinano e seducono. Usate il potere del dandy per dare vita a una presenza ambigua e affascinante che risvegli i desideri repressi.

Empatia e freschezza: il Naturale

L’infanzia è il paradiso dorato che, consciamente o inconsciamente, cerchiamo sempre di ricreare. Il Naturale incarna le ambite caratteristiche dell’infanzia: spontaneità, sincerità, assenza di pretenziosità. In presenza del Naturale ci sentiamo a nostro agio, catturati dal suo spirito giocoso, nuovamente trasportati in quell’età dorata. Il Naturale, inoltre, fa delle sue debolezze virtù, sollecitando la nostra simpatia per i suoi sforzi, inspirandoci il desiderio di proteggerlo e aiutarlo. Come nei bambini, questo atteggiamento è in parte spontaneo, ma alcuni aspetti sono voluti e diventano una manovra seduttiva consapevole. Adottate l’atteggiamento del Naturale per neutralizzare le comuni difese degli altri e infondere in essi una gioia a cui sono del tutto vulnerabili.

La Civetta, maestra del tempismo

L’abilità nel differire il piacere è l’arte suprema della seduzione: mentre aspetta, la vittima è intrappolata in un incantesimo. La Civetta padroneggia abilmente quest’arte, orchestrando un movimento di avanzata e ritirata che genera speranza e frustrazione. Lancia l’esca della promessa di ricompensa – la speranza di piacere fisico, felicità, fama per riflesso, potere – realtà, tuttavia, che si dimostrano elusive. Eppure, questo fa sì che il suo obiettivo si faccia sempre più insistente. La Civetta sembra totalmente autosufficiente: non ho bisogno di voi, pare dire, e il suo narcisismo è diabolicamente attraente. Volete conquistarla, ma le carte sono tutte in mano sua. La strategia della Civetta consiste nel non offrire mai completa soddisfazione. Imitate la sua alternanza di calore e freddezza e avrete il sedotto ai vostri piedi.

L’Incantatore

L’incanto è seduzione senza sesso. L’Incantatore è un manipolatore abilissimo, che nasconde le proprie abilità creando un’atmosfera di piacere e agio. Il suo metodo è semplice, devia l’attenzione da se stesso per concentrarla sull’obiettivo. Entra nel vostro spirito, sperimenta il vostro dolore, si adatta ai vostri umori. In presenza di un Incantatore, vi piacete di più. L’Incantatore non litiga né discute, non si lamenta e non infastidisce. Cosa potrebbe esserci di più seducente? Attirandovi con la sua indulgenza vi rende dipendenti, e così il suo potere cresce. Imparate a tessere la sua magia facendo leva sulle principali debolezze degli altri: la vanità e la scarsa autostima.

L’energia vitale del Carismatico

Il carisma è una presenza che ci esalta. Scaturisce da una qualità interiore – sicurezza di sé, energia sessuale, determinazione, appagamento – che la grande maggioranza della gente non ha e a cui ambisce. Questa qualità si irradia all’esterno, permeando i gesti del Carismatico, facendolo apparire straordinario e superiore, e inducendo noi ad immaginare in lui più di quanto non si veda. È un dio, un santo, una stella. Il carismatico può imparare a raffinare il proprio carisma tramite uno sguardo penetrante, un’oratoria efficace, un’aria di mistero. Può sedurre su larga scala. Imparate a creare l’illusione carismatica irradiando intensità mentre rimanete distaccati.

La Star che fa sognare

La vita quotidiana è dura, e molti di noi cercano costantemente di fuggirne rifugiandosi nei sogni e nelle fantasticherie. Le Star si nutrono di questa debolezza; spiccano fra gli altri grazie a uno stile personale e attraente; ci fanno desiderare di guardarle. Al tempo stesso sono vaghe ed eteree, mantengono la distanza, facendoci credere che ci sia in loro più di quanto esista realmente. La loro qualità onirica opera sul nostro inconscio; non ci rendiamo nemmeno conto di imitarle. Imparate a trasformarvi in un oggetto di fascinazione proiettando la presenza abbagliante, ma elusiva, della Star.

E infine… l’antiseduttore

I seduttori ci attraggono grazie all’attenzione individuale ed esclusiva che ci dedicano. Gli antiseduttori sono l’opposto: insicuri, egoisti, incapaci di penetrare la psicologia dell’altro; in sostanza, respingono. Gli antiseduttori non hanno consapevolezza di sé e non capiscono mai quando molestano, infastidiscono, o parlano troppo. Mancano della sottigliezza necessaria per creare la promessa del piacere che la seduzione richiede. Sradicate le qualità antiseducenti che sono in voi.


Geisha : sensualita’ e seduzione

Geisha è l’unione di due kanji che significano “arte” e “persona”: significa quindi “persona esperta nelle belle arti , nelle belle maniere”.

La Geisha e’ una professionista nell’arte di intrattenere ed allietare noiose cene d’affari e banchetti.

 

Una geisha coniuga spontaneità e raffinato artificio. La sua conversazione e’ attenta e elegante. La bellezza della geisha e’ insita nella sua padronanza della canzone, della musica , del ballo , dell’abbigliamento, della raffinata presenza in qualunque occasione le si presenti. Lo scopo di una geisha e’ di arrivare a rappresentare la perfetta incarnazione dell’iki, canone estatico su cui si basa l’essenza dell’essere giapponese. Per noi occidentali potrebbe rappresentare la “grazia” intesa in senso ampio ed estetico. L’Iki è il uno stile, un comportamento, l’essenza della seduzione che sceglie la via piu’ difficile del mutamento , dell’adattabilita’ dell’anima al proprio interlocutore. Tutto ciò porta la geisha al di la’ della sua immancabile bellezza fisica : essa contiene in se’ la propria arte. La geisha studia la parte coinvolgendo tutto il suo essere : la modulazione del respiro, la silhouette, le aconciature, l’incedere. Il suo fisico deve essere sottile e slanciato, il volto affilato, le sue guance, dal colore pallido come “il fiore di ciliegio” o “glaciali ” cosi’ da ricordare l’autunno. La voce deve poter variare la tonalita’ raccogliendo una gamma che spazia da dalla malinconia al brio. Il trucco facciale e’ particolare: la bocca va ridisegnata in modo da mostrare, col ritmo delle labbra, rilassatezza e tensione assieme. Gli occhi devono assumere un’espressione che evoca la dolcezza lasciando intravvedere opportunamente punte di civetteria.

 

Deve calzare sandali con i piedi rigorosamente nudi , elemento fondamentale di seduzione, anche d’inverno, sovrastati da Kimono poco appariscenti , con colori delicati e intonati alla stagione. Il colletto del kimono deve lasciare scoperta la nuca affinche’ appaia la seduzione di una breve apertura sull’intimita’ del corpo. Il ” komata” e’ una bella linea sottile sulla parte alta posteriore del collo che viene spesso truccata per rispecchiare la figura della zona genitale ; cio’ significa per la geisha “l’aspirazione alla perfezione della bellezza erotica unita all’arte”. I capelli normalmente lisci e di colore “nero lucente e profondo possono essere acconciati secondo un adeguato canone estetico (es . ” a foglia di gingko”, “shimada “, …).

 La donna che sceglie di intraprendere questa professione deve applicarsi ad anni di studio e disciplina. Per perfezionare le tecniche e sostenere i notevoli costi di abbigliamento (un kimono elegante puo’ raggiungere i 15-20.000euro) , il trucco, la cura del corpo e della cultura necessitano di molto denaro. L’unica via quindi e’ affidarsi come tradizione ad un facoltoso sponsor (okiya o danna-san) . In cambio del sostegno finanziario l’okiya ottiene particolare attenzioni e dedizione.

 La geisha ha sempre rappresentato l’aristocrazia del mizu shouba e non e’ da considerarsi una prostituta. Se fornisce prestazioni sessuali, lo fa a sua discrezione o come parte di una relazione duratura. Il suo lavoro è vendere un sogno – fatto di sontuosità, romanticismo, esclusività – ai più ricchi e potenti uomini del Giappone: politici, uomini d’affari e yakuza. Molte geisha raggiunta una certa età sono state spose di uomini facoltosi e di alto livello sociale.

Sin dall’antichita’ , diventare geisha non comprendeva l’insegnamento delle arti amatorie; anzi, dovendo arrivare vergini al mizu age, era loro prescritto di stare il più lontano possibile da qualsiasi contatto di tipo sessuale.

Era un modo diverso di essere donna. La geisha era la donna per eccellenza, un gioiello, una cosa rara da ammirare e apprezzare.

Una figura ben distinta dalla geisha è quella della “maiko” (“danzatrice”), giovanissima che studia per divenire geisha. Essa è ben riconoscibile dal kimono molto più colorato, con maniche e obi allungato. Anche le maiko sono richiestissime sul lavoro, poiché la loro giovinezza e candore compensano la mancanza di quell’esperienza che soltanto le geisha più affermate possiedono.

La cerimonia della rotazione del collare (erikae) segna il cambiamento, l’evoluzione da maiko a geisha.


Erotismo e modernità

    Dell’erotismo, qualità specificamente umana che fa imboccare al desiderio sessuale la via dell’inventiva reciproca, non esiste una definizione davvero soddisfacente. L’erotismo non è l’opposto del pudore, che ha senso solo nella misura in cui rende desiderabile. E non è neppure  l’opposto della pornografia, che diventa essa stessa suggestiva (e questo è il suo grande vantaggio) nel momento in cui, mostrando tutto, svela al contempo che non c’è nulla da vedere. Del resto, DH Lawrence aveva già detto tutto quando ha denunciava l’ipocrisia di una società che condanna la pornografia, pur rimanendo cieca di fronte alla propria oscenità. Qualsiasi discorso pubblicitario, ogni discorso all’interno della logica del mercato, oggi è sicuramente più osceno di una vagina aperta fotografata in primo piano.

    Per secoli, l’erotismo è stato denunciato come contrario alla “buoni costumi”, perché eccitando le passioni sensuali, contraddiceva una morale basata sulla svalorizzazione della carne. Contrariamente ad altre religioni, il cristianesimo è sempre stato incapace di produrre una teoria sull’erotismo, non perché ignorasse il sesso, ma piuttosto perché ne aveva fatto un’ossessione negativa. Passato il tempo dei martiri, l’astinenza divenne il marchio della vita devota e la sessualità il luogo di elezione del peccato. L’attività sessuale, vista come un male necessario, non era più consentita se non all’interno di un ambito coniugale. La Chiesa condannava una sessualità scollegata dalle funzioni riproduttive, e nel frattempo coltivava l’ideale virginale di procreazione senza sessualità. Ragion per cui, senza dubbio, il discorso sul sesso è rimasto per così lungo tempo puramente letterario, medico o semplicemente volgare – anche se è significativo che, in ogni epoca storica, il nudo sia stato la base per l’insegnamento delle delle belle arti, essendo la forma più appropriata per avvicinarsi alla comprensione del bello.

    La modernità nascente ha poi intrapreso un vasto lavoro di desimbolizzazione, in cui l’erotismo è stato vittima. Essendo basata su un’idea dell’essere umano come individuo autosufficiente, già per questo motivo essa si impediva di pensare alla differenza sessuale che, per definizione, implica l’incompletezza e la complementarità. Un’attitudine negativa verso le passioni e le emozioni, condannate in quanto generatrici di “pregiudizi”, ha parimenti accompagnato la crescita del potere dell’individuo in favore del razionalismo scientista. L’intelligenza sensibile – quella del corpo – si è allora trovata svalutata, da un lato come portatrice di impulsi “arcaici”, dall’altro come emanazione di una “natura”, di cui l’uomo, per diventare veramente umano, doveva assolutamente emanciparsi. La modernità, quindi, ha sistematicamente trasformato l’interesse in bisogno, e il bisogno in desiderio. Senza vedere che il desiderio non appartiene all’area dell’interesse.

    Autore di una bella antologia storica di letture erotiche, Jean-Jacques Pauvert ritiene che “nell’anno 2000, nonostante le apparenze, non esiste più – o quasi più – l’erotismo”. Questo giudizio d’esperto può sorprendere. In realtà non fa altro che constatare che l’erotismo, ieri paralizzato dalla censura che lo relegò alla clandestinità e al proibito, oggi è minacciato esattamente dal fenomeno contrario.

    Così come la sovrabbondanza di immagini impedisce di “vedere” realmente, e così come le grandi città sono in realtà dei deserti, anche il sesso assordante diventa inudibile. L’onnipresenza di rappresentazioni sessuali toglie alla sessualità tutta carica. Contrariamente a quanto ne pensano i reazionari pornofobi, eredi del nuovo ordine mondiale reagano-papista, uccide l’erotismo con l’eccesso, invece di minacciarlo per difetto. Questo è un altro effetto della modernità. Il processo moderno di individualizzazione ha infatti portato, prima alla formazione dell’intimità, poi al ribaltamento dialettico di questa intimità in esibizione di sé, in nome di un ideale di trasparenza. Questo passaggio dall’intimità all’esibizionismo intimità (preso come “testimonianza” e, dunque, criterio di verità) è perfettamente illustrato dai vari reality televisivi alla “Grande fratello”: voyeurismo povero e stupidità consensuale, programmata a porte chiuse dalla legge del denaro, esclusione interattiva su uno sfondo di insignificanza assoluta. Non deve sorprendere che le folle siano affascinate da questo specchio che si tende loro: essi vi vedono in piccolo quello che loro vivono in grande tutti i giorni.

    Il sesso oggi è invitato a essere in sintonia con lo spirito del tempo: umanitario, igienico e tecnologizzato. La normalizzazione sessuale trova delle nuove forme, che non cercano più di reprimere il sesso, ma di farne una merce come tutte le altre. La seduzione, troppo complicata, diventa una perdita di tempo. Il consumo sessuale deve essere pratico, efficiente e immediato. Oggetto meccanico, corpo-macchina, meccanica sessuale: la sessualità si riduce a una serie di ricette “tecniche” al servizio di una pulsione scopica della quantità. Nel mondo della comunicazione, il sesso deve smettere di essere ciò che è sempre stato: una parvenza di comunicazione ancora più piacevole nel momento in cui si inserisce su un fondo di incomunicabilità verbale.

In un mondo allergico alle differenze, che per molti versi ha ricostruito socialmente e culturalmente il rapporto tra sessi sotto l’orizzonte di un dimorfismo sessuale ridotto, e che si ostina a vedere nelle donne “degli uomini come tutti gli altri”, mentre sono in realtà l’”altro da sé” dell’uomo, occorre che non “alieni” più, sebbene sia un gioco di alienazioni volontarie. Il desiderio politicamente corretto di sopprimere il rapporto di forze che si stabilisce prima a beneficio di uno dei due sessi e poi dell’altro, in una conversione reciproca, uccide l’erotismo, perché non esiste un rapporto d’amore che si svolge in un piatto rapporto paritario, ma solo in un gioco, in una disuguaglianza instabile che permette l’inversione di tutte le situazioni. Il sesso altro non è che discriminazione e passione, attrazione o rifiuto anche eccessivi, arbitrarie e ingiuste. In questo senso, non è esagerato dire che il vero erotismo – selvaggio o raffinato, barbaro o ludico – resta più che mai un tabù.

    Il desiderio di sopprimere la trasgressione, contemporaneamente uccide l’erotismo. Perché, certo ci sono delle regole in materia sessuale, come ci sono in tutte le cose. Ma l’errore è credere che ci siano delle norme morali. Altro errore è immaginare che qualsiasi comportamento possa essere eretto a norma, o che l’esistenza di una norma delegittimi nello stesso tempo tutto quello che esula dalla norma stessa. L’erotismo implica la trasgressione, a condizione che tale trasgressione resti possibile senza cessare di essere una trasgressione, vale a dire senza dover diventare norma.

    Per “i ragazzotti di città” che vedono nelle donne solo buchi con della carne intorno, per le succhiatrici professionali dalle forme siliconate e per le riviste femminili trasformate in manuali di sessuologia pubococcigea, l’erotismo appare quindi imbrigliato su tutti i lati. I giovani, in particolare, devono affrontare una società che è al tempo stesso più permissiva e meno tollerante rispetto al passato. Proprio come la dominazione sbocca in generale nella perdita del possesso, la presunta liberazione sessuale ha portato a nuove forme di alienazione. Ma il sesso, perché è innanzitutto il dominio dell’incertezza e del turbamento, sfugge sempre alla trasparenza. L’esibizionismo lo rende ancor più opaco della censura, perché a questo desiderio di trasparenza, risponde sempre con la metafora. Sotto la luce dei riflettori, il mondo del sesso opposto, per fortuna, resta quello che André Breton chiamava il suo “infrangibile cuore della notte.”


La privazione del tatto: l’anticamera del bondage

L’impossibilità di toccare è proprio uno dei piaceri alle radici della pratica del bondage. Scontato specificare che torneremo più e più volte sull’argomento, magari stimolati da qualche domanda specifica formulata proprio da voi, Menti Desiderose.

Limitare il tatto non significa indossare un paio di calze o di guanti pesanti, ma creare una situazione che vi stimoli a desiderare, ma al tempo stesso non vi permetta di interagire con esterno, col vostro corpo e quello del partner. Il classico gioco del “vorrei ma non posso”.

Un esercizio importante per elevare le vostre capacità amatorie e la sensibilità del corpo, nel dare e nel ricevere.

In effetti, nell’accettazione del bondage, il lasciarsi legare, c’è una valenza psicologica importante, un forte atto di fiducia, una prova d’amore che gratifica fortemente il partner. Vi state donando a lui. Non proprio come quando avete perso la verginità, ma quasi.

Avete presente quei test psicologici che si usano per verificare se c’è intesa all’interno della coppia, con lei che deve lasciarsi cadere a peso morto e lui che la deve sostenere prima che tocchi terra?

Ecco, lasciandovi legare, state facendo la stessa cosa. State rispondendo ad una domanda importante per voi e per il partner: quanto mi fido di lui? fino a che punto sono stanca dell’ “io sopra e tu sotto o io sotto e tu sopra”? fino a che punto sono disposta a mettere in discussione i limiti che mi sono stati inculcati?

Oltre alla valenza psicologica, ci sono poi l’aspetto fisico-erotico, e quello… atletico.

Con le mani legate dietro la schiena – la posizione più gettonata – gli state dando l’accesso incondizionato al seno, al pube, alle cosce, all’ano… Insomma, alle zone erogene più importanti. Una scorciatoia per mettere fine a tutte inibizioni. Ai “cosa penserà di me se io gli permettessi di…” “Chissà cosa sarebbe se…”

Pensate anche alla penetrazione. Spesso non è profonda come potrebbe. Con il bondage non avrete alcuna possibilità di… gestirla. Vi sentirete per la prima volta aperte come un girasole baciato dal sole a mezzogiorno!

Legate ad arte non potrete fare le riottose se il partner, preso dall’eccitazione, vi penetra con un dito il secondo canale, oppure vi strapazza un po’ più del solito i capezzoli. Se avete una bella ball-gag in bocca potrete al massimo mugugnare un po’. Tanto vale concedervi finalmente quei piaceri a cui, per stupide inibizioni e altrettanti stupidi tabù, vi siete finora negate.

Con le mani legate dietro la schiena infine, dovrete imparare a fare le cose diversamente.

Prendiamo ad esempio il rapporto orale. Quanto vi aiutate di solito con le mani? Quanto vi viene naturale stimolare il pene fino a masturbarlo per aiutarlo ad eiaculare?

Ora immaginate di poter utilizzare solo la lingua e le labbra. E’ sicuramente un po’ più stancante, ma l’atto durerà molto più a lungo e sarà incredibilmente più appagante, per entrambi.

Non ci sarà rischio inoltre di eiaculazione precoce, se lui saprà allontanare la vostra bocca dal glande ogni qualvolta sente che sta per venire anzitempo.

Il bondage in definitiva, è anche un modo per fare meglio l’amore. Proprio quello che fate già – lo spero per voi – tutti i giorni.


Oriana Fallaci: passione per il Giornalismo


Bondage


Scandalosa Gilda

 Goditi “Scandalosa Gilda” on line

 

Disgustata e sconvolta dopo aver sorpreso e spiato il marito con l’amante, una donna prende l’auto e lascia Roma verso il Nord. Sull’autostrada incontra un tipo gioviale e discorsivo (è un disegnatore di cartoni animati), i due simpatizzano ed è a lui che la donna freddamente si offre. Cominciano così 24 ore di inviti e di ripulse, di offerte e di perversioni: lui per strappare alla sconosciuta (di cui fa presto ad innamorarsi) ogni suo segreto, lei per umiliarlo ed umiliarsi allo stesso tempo. Finché all’alba del giorno successivo l’auto dell’uomo sbanda e precipita in un viadotto. Morto lui, il suo strano compagno di avventura e di preda, la donna allucinata chiede un passaggio per tornare a Roma.

GENERE: Drammatico
REGIA: Gabriele Lavia
SCENEGGIATURA: Gabriele Lavia, Riccardo Ghione
ATTORI:
Pina Cei, Sacha Maria Darwin, Italo Gasperini, Monica Guerritore, Gabriele Lavia, Jasmine Maimone, Dario Mazzoli
Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Mario Vulpiani
MONTAGGIO: Daniele Alabiso
MUSICHE: Giorgio Carnini, Giuseppe Caruso
PRODUZIONE: GLOBE FILMS DANIA FILM FILMES INTERNATIONAL NATIONAL CINEMATOGRAFICA
DISTRIBUZIONE: DMV – MITEL, DELTAVIDEO, AVO FILM
PAESE: Italia 1985
DURATA: 85 Min
FORMATO: Colore PANORAMICA A COLORI
VISTO CENSURA: 14

“Delirante pastrocchio erotico del giovane eretico Gabriele Lavia che, messi temporaneamente da parte Checov e Sofocle, inventa la filosofia applicata agli slip. Nel senso che per ogni indumento intimo ammainato viene declamato un dogma metafisico. La conturbante Monica Guerritore si spoglia, ansima, e si contorce con grande voluttà. Forse è un allenamento per Pirandello”. (Massimo Bertarelli, ‘Il giornale’, 16 febbraio 2001)


Tacchi