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Breve storia della passione. Una annotazione storica sul tema della “passione”. Il modello dell’alleanza

Sul tema delle passioni si confrontano nella storia della filosofia tre scuole di pensiero. La prima è quella che presenta la relazione tra ragione e passione nei termini di una alleanza da realizzare; la seconda presenta tale relazione nei termini del conflitto; la terza presenta i due fattori come tra loro radicalmente disomogenei.

Il modello dell’alleanza.

 Alla prima scuola di pensiero appartengono pensatori come Aristotele, Tommaso, Hegel. Il modello dell’alleanza è quello che dà realmente conto della specificità umana del mondo passionale, cioè della natura – sia pur implicitamente – razionale delle passioni.

La passione in Aristotele.

Per Aristotele la passionalità è un fattore costitutivo della vita umana, che attende di ricevere ordine e forma dal giudizio razionale. Anzi, la vita dell’uomo ha come tema principale l’alternativa tra virtù e vizio: cioè, rispettivamente, tra una felice alleanza tra passione e ragione, da una parte; e, dall’altra, il prevalere della sregolatezza passionale sul giudizio razionale.

 Nel Libro I dell’Etica Nicomachea, Aristotele annota che nell’anima umana è presente un fattore razionale, e un fattore originariamente non razionale (to álogon). Essi non sono da intendersi necessariamente come fattori reciprocamente estranei, benché certo siano reciprocamente non omogenei. Nel secondo libro dell’Etica Nicomachea, Aristotele parla di quei contenuti dell’álogon che corrispondono al platonico epithymetikón. Si tratta, appunto, delle “passioni”: «chiamo passioni la brama, la collera, la paura, l’ardimento, l’invidia, la gioia, l’amicizia, l’odio, il desiderio, l’emulazione, la pietà, in generale ciò a cui fanno seguito piacere e dolore». Esse sono dotazioni naturali dell’uomo, alle quali non è sensato attribuire, in prima battuta, valutazioni morali. Si tratterà, semmai, di valutare moralmente che cosa l’uomo deliberatamente fa di esse.

 Aristotele chiama “virtù” e “vizio”, rispettivamente, la felice riuscita o la mancata riuscita della alleanza tra passione e ragione. In particolare, tale alleanza assumerebbe l’aspetto di una moderazione o mediazione delle passioni. Queste, infatti, non hanno misura, nel senso che spingono il soggetto in modo non previdente, senza seguire un indirizzo finalistico chiaro e senza essere in grado di dosare le proprie energie. Hanno dunque bisogno – per non distruggere l’uomo – di essere governate da chi, in lui, sa dove vuole andare: la ragione.

Dunque, passione starebbe a ragione come materia a forma: almeno, tendenzialmente. La riuscita del sinolo (sintesi di materia e forma) morale, sarebbe la virtù.


Verso una considerazione appropriata della passione.

Ciò che fa paura a Kant – ma non a Tommaso – è la dimensione pre-razionale dell’uomo: quella dotazione energetica che dà vita agli stessi bisogni. Il linguaggio classico ne parla come della dimensione passionale dell’uomo.

L’uomo non è esaurientemente descritto dalla sua dimensione razionale. Non a caso la tradizione filosofica ne parla come dell’ “animale razionale”. E l’animalità dell’uomo, che pure partecipa della razionalità, non è mai totalmente conciliata con questa, ma sembra seguire anche e prevalentemente logiche proprie, mai del tutto impenetrabili, ma anche mai del tutto trasparenti alla razionalità. Ora, la tradizione filosofica ha cercato, dall’antichità, di nominare e indagare la dimensione dell’uomo che è solo mediatamente partecipe della razionalità. Platone la articolava in due parti, che designava come epithymetikón (potere di bramare) e thymoeidés (potere di conoscere emozionalmente): due forze, con le quali la razionalità umana (il loghistikón) deve fare i conti.

 Alcune precisazioni terminologiche.

 Il termine “passione” (in greco, páthos; in latino, passio) va inteso adeguatamente. Esso non indica qualcosa che subiamo dall’esterno; bensì qualcosa che subiamo dall’interno di noi stessi. Lo “subiamo” nel preciso senso che in noi vive come dotazione che non possiamo né darci né toglierci. A ben vedere, le passioni, nel senso classico che qui riprendiamo, corrispondono a quel mondo emotivo – come oggi diremmo -, che è il materiale energetico cui la nostra razionalità è chiamata a dar forma. Un materiale che – come richiesto dal concetto classico di “materia” – è instabile, in continuo ricambio. Il nostro umore, infatti, cambia continuamente, pur all’interno di un medesimo tracciato di vita, e pur nella coerenza di una impostazione morale.