L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il Piacere è Sacro

di Riane Eisler

“Finchè non vedremo quel che siamo non potremo fare nulla per diventare quel che vorremmo essere” – C.P.G.

Le nostre scelte sessuali e sociali: vie nuove verso il potere e l’amore

Considerare la sessualità e il sacro nel contesto più ampio della nostra evoluzione biologica e culturale, ci aiuta a vedere come questi due aspetti non siano poi così contrapposti e demistifica molto di quanto, nella storia della nostra sessualità, ha creato confusione ed è stato travisato sotto il dogma della religione o della scienza. Soprattutto ci aiuta a comprendere meglio e pertanto a liberarci dalle agonie di cui cronicamente soffriamo nella ricerca di modi più sani e soddisfacenti di vivere e di amare, restituendoci la capacità di confrontarci.

Dobbiamo acquisire una conoscenza precisa dell’influenza che il modo di concepire la sessualità ha sulle varie forme sociali e come queste a loro volta influenzano la sessualità. Questa conoscenza deve contenere in sé una potenza trasformativa, poiché questi interrogativi non sono solo intellettuali ma devono aiutarci a comprendere quali cambiamenti personali e sociali possono spingerci verso un modo più sano,meno disfunzionale e nocivo di strutturare i rapporti sessuali e più in generale i rapporti umani. Per superare il dolore, il senso di colpa, lo sfruttamento, l’alienazione, gli ostacoli tragici e spesso ridicoli che hanno condizionato la vita di donne e uomini; per superare concezioni obsolete come: “spiritualità e sessualità si trovano agli estremi opposti” o “la guerra dei sessi è inevitabile”, sono necessari cambiamenti fondamentali nel modo di considerare il sesso,la spiritualità, la società, il corpo umano, il potere, il piacere, il sacro.

Il sesso è una delle più fondamentali pulsioni umane e i rapporti sessuali sono fisicamente più intensi e sentiti più pienamente di qualsiasi altro rapporto personale. Ecco perchè il modo in cui sono costruiti i rapporti sessuali influenza tutte le altre relazioni; ma anche il modo in cui sono definiti il sesso e i rapporti sessuali è a sua volta profondamente influenzato dalla struttura economica, religiosa e politica di una società.

Ci sono due possibilità per l’organizzazione dei rapporti sociali della nostra specie: il modello della dominanza e il modello della partnership.

Nel modello della dominanza, che inizia con la supremazia di una metà dell’umanità sull’altra, le gerarchie sostenute dalla paura o dalla forza sono primarie. Di conseguenza, le società che si orientano prevalentemente verso questo modello contano sul dolore o sulla paura per conservarsi. Al fine di mantenere i rapporti di dominazione e sudditanza, la naturale dimensione acquisitiva e donativa del piacere sessuale e dell’amore tra la metà femminile e la metà maschile dell’umanità deve essere bloccata o distorta. Questo è il motivo per cui le società prevalentemente orientate sul modello della dominanza, che storicamente hanno convalidato la supremazia degli uomini sulle donne, dei sovrani sui sudditi, dell’uomo sulla natura, hanno inserito nella loro struttura sociale di base alcune disposizioni che distorcono o reprimono la sessualità. Disposizioni mentali e pratiche come lo svilimento del sesso e della donna, l’equivalenza tra eccitazione sessuale ed essere dominanti o dominati, i dogmi religiosi contro una sessualità equilibrata che vedono il sesso sporco e valido solo ai fini della procreazione. Questa cornice di diffidenza e controllo nei rapporti sessuali tra donne e uomini ha influenzato non solo i nostri rapporti più intimi, ma tutte le nostre relazioni, improntandole alla diffidenza e alla non comunicazioneModi questi per condizionare sia le donne sia gli uomini affinché si adattino a un sistema sociale basato su gerarchie sostenute dalla forza e dalla paura e le perpetuino sia in un microcosmo personale che in un macrocosmo sociale.

La nostra società che erotizza il predominio ha condizionato gli uomini a pensare il sesso in termini di dominazione e controllo invece che di affiliazione e di cura, e persino a considerare dominazione e controllo parti integranti della loro fondamentale “mascolinità” o senso di sè; e ha condizionato le donne ad accettare remissività e dominazione con l’erotizzazione della sottomissione femminile. Questi sistemi disumanizzano sia le donne sia gli uomini.

Grazie alle ricerche archeologiche e agli studi olistici e antropologici dell’ultimo secolo siamo giunti a conoscere le realtà storiche relative ai quattromila anni di quella che viene considerata la nostra preistoria. I risultati di queste ricerche, analizzati nel testo “Il Calice e la Spada”, ci rivelano l’esistenza di società orientate alla partnership, dove la norma per tutti i rapporti, non solo quelli sessuali, ma quelli tra genitori e figli, tra esseri umani e natura non era il predominio e lo sfruttamento. Un modello di partnership non è tutto pace, amore e collaborazione in assenza assoluta di violenza, dolore, conflitto o paura, ma è un tipo di organizzazione sociale in cui la violenza cronica, il dolore e la paura non devono essere necessariamente inseriti nella struttura sociale di base o istituzionalizzati.

La differenza fondamentale esistente nella nostra specie tra uomini e donne è da considerare, valorizzare e non da strumentalizzare, nell’organizzazione sociale orientata sul modello della partnership la differenza non equivale automaticamente a inferiorità o a superiorità. La misoginia, la subordinazione non è funzionale, non c’è alcun bisogno di vilipendere, né esiste il bisogno culturale di collocare l’uomo e la spiritualità al di sopra della donna e della natura, o di inibire il legame sessuale tra donne e uomini con i dogmi religiosi del peccato della carne. Né la dominazione deve essere erotizzata per perpetuare la guerra dei sessi.

Al contrario, l’impulso umano innato a gioire nel dare e nel ricevere il piacere sessuale può essere incoraggiato attraverso una sessualità improntata alla partnership, così come il legame che si crea nel dare e ricevere affetto con reciproca soddisfazione. Nelle società orientate sulla partnership il sesso può essere una sorta di sacramento, un’esperienza eccelsa, in quanto l’unione di due esseri umani può rammentare l’unicità di ogni vita, riaffermare il sacro legame tra donna e uomo e tra di noi e ogni forma di vita. Ancora una volta, non si vuole affermare che il sesso sul modello della partnership è sempre un atto d’amore o di consapevolezza superiore, o che in esso non esistano prevaricazioni di nessun tipo, ma semplicemente che non esiste nessuna necessità strutturale di impiantare quegli atteggiamenti e quei comportamenti necessari per mantenere un sistema basato su prevaricazioni supportate dalla forza e dalla paura del dolore.

Per riuscire a sfidare e a sostituire convinzioni insane sul sesso e sulla spiritualità è necessario comprendere che sesso e spiritualità si intrecciano in un insieme più ampio che abbraccia l’economia, la politica, la famiglia, la letteratura e tutti gli altri aspetti della vita sociale e culturale. Perchè soltanto cercando di guardare simultaneamente come questi elementi si collegano tra loro potremo vedere i modelli di fondo, e spostarci quindi verso alternative più soddisfacenti ed eque.

E’ importante considerare la possibilità di spingerci in profondità, verso le scelte sessuali, spirituali e sociali che ci si presentano; di liberarci dai condizionamenti che tanto a lungo hanno distorto le nostre relazioni fondamentali: con l’altro, con il nostro habitat naturale, e con noi stessi e il nostro corpo. Soprattutto è l’opportunità e la sfida, sia per le donne, sia per gli uomini, di costruire per noi e per i nostri figli un mondo in cui il piacere e non il dolore possa essere primario, un mondo in cui potremo essere insieme più liberi e più corretti, in cui spiritualità e sessualità si integreranno in una comprensione nuova e più evoluta e nell’assoluto rispetto dei miracoli della vita.

Con ciò non è detto che se riusciremo a spostarci verso un mondo più orientato alla partnership, non si daranno mai più atti di violenza sessuale o di altra natura. Ma un conto è riconoscere il lato distruttivo della natura, e di noi stessi e il fatto che talvolta le persone sono violente e prevaricatrici, e un altro è organizzare le società in modo che, allo scopo di conservare rigide dominazioni gerarchiche, la violenza e la prevaricazione vengano istituzionalizzate e connesse a processi di socializzazione specifici di genere.

La costruzione sociale del sesso e dei ruoli

I concetti tuttora prevalenti di una sessualità femminile e maschile fissa e immutabile sono superati, i ruoli, gli atteggiamenti e le pratiche sessuali si imparano fanno parte dell’educazione e di un determinato tipo di background sociale oltre che biologico, il sesso è in ampia misura una costruzione sociale.

Il modo in cui una società, in una determinata epoca e luogo, costruisce la sessualità, sia eterosessuale che omosessuale, è inestricabilmente connessa ai suoi miti. Ripetutamente è dimostrato che gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sono stati un’espressione, altamente variabile, dei diversi valori contenuti nei miti che ci spiegano la “verità” sul mondo, e che perfino le immagini del corpo umano, da società a società e da periodo a periodo, sono state trasformate dal flusso delle diverse visioni mitiche, fluttuando secondo le periodiche riscritture della politica della verità.

Clichè della scienza:

Non tutte le specie umane ed animali si organizzano secondo una struttura sociale gerarchica, ad esempio molte tribù africane tuttora esistenti sono organizzate su basi di partnership e molte specie animali come ad esempio gli scimpanzè nani, hanno sviluppato rituali di pacificazione volti a ridurre la tensione e l’aggressività tra i gruppi e all’interno dei gruppi e sollecitare l’unione o la risoluzione dei conflitti; oltre a vari rituali associati alla nascita, all’accoppiamento e alla morte, alla raccolta e condivisione del cibo. I vincoli madre-figlio, maschio-maschio e maschio-femmina si rivelano rafforzati. Una teoria multilineare invece che unilineare dell’evoluzione ominide e umana è molto più consona alle prove esistenti, i modelli sono congetture, non sono verità assolute e naturali, ognuna delle verità proposte suggerisce uno specchio del tipo di organizzazione sociale e sessuale delle specie. Entrambi i modi di strutturare i rapporti umani o animali, sono naturali nel senso che rientrano nel repertorio umano e perciò entrambe le società orientate primariamente sul modello della dominanza o su quello della partnership costituiscono possibilità umane.

Un’altra forzatura nelle teorizzazioni è l’uso di un linguaggio caratterizzato dai concetti di attacco e conquista per descrivere il processo del concepimento. La scienza ha costruito un romanzo basato sui ruoli stereotipati di maschio e femmina per descrivere il comportamento di spermatozoi e uova, in cui lo spermatozoo è attivo, aggressivo, conquistatore e l’ovulo è passivo, statico e ricettivo, quando in realtà il processo riproduttivo è opera di una cooperazione attiva di entrambi gli elementi.

Clichè religiosi-spirituali:

Gli scritti mistici sia orientali sia occidentali sono un miscuglio di elementi della partnership e della dominanza. La ricerca mistica dell’assoluto è un’esperienza umana, è tale è anche lo stato mistico o estatico, che pare comunichi a quanti lo esperiscono un senso indescrivibile di pace interiore e beatitudine, dando accesso ai poteri taumaturgici assieme a quello che attraverso le varie epoche i mistici hanno chiamato Amore Divino. molte sono le vie che conducono allo stato mistico od estatico, danze, trance, meditazioni, esercizi di respirazione, digiuni, veglie per indurre stati di coscienza alterati o intensificati, e anche in alcuni casi l’estasi sessuale viene considerata stato mistico o estatico. In molte tradizioni, soprattutto orientali o comunque pre-cristiane l’accento è posto sull’armonioso equilibrio tra la polarità maschile e quella femminile ed il mondo fenomenico, fisico e corporeo è coessenziale a quello trascendente.

specchio

Già prima del cristianesimo in molte filosofie e religioni, ma soprattutto con il cristianesimo medievale la spaccatura tra corpo e spirito, tra donna e uomo raggiunge l’apice e incominciamo a trovare una visione aberrante della sessualità, come in S. Agostino, secondo il quale l’umanità è dannata in eterno e condannata a morire con dolore per colpa dell’atto sessuale grazie al quale la nostra specie sopravvive. Inoltre ciò si accompagnò a una visione tragica della spiritualità, perchè non soltanto la Chiesa medievale approvò le donne e gli uomini cercavano di superare le sofferenze del loro Signore con le sofferenze peggiori e più stravaganti e perverse che si infliggevano, ma spesso arrivò perfino a canonizzarli (santificarli). In questo caso anche l’accettazione del dolore e della sofferenza causati dall’amato, che sia una divinità celeste, o un cavaliere o una dama terreni, diventa il massimo del piacere mistico o dell’erotismo.

La ricerca di una saggezza perduta da parte dei mistici di tutti i tempi, ma anche di donne e di uomini attraverso i secoli, è la ricerca della riconnessione con le radici della partnership che ci appartengono. E’ la ricerca del modo di correlarsi che è l’antitesi del modo della dominanza, in cui nella realtà come nel mito la polarizzazione e la contesa, il conflitto e la separazione, la vittoria e la sconfitta, la dominazione e la sottomissione, lo smembramento e lo scorporamento, la conquista e il controllo, in breve forza, paura e disgiunzione violenta sono i temi fondamentali.

E l’essenza medesima di questa ricerca, come hanno spesso indicato gli scritti mistici, è la ricerca di uno strumento per risanare quanto fu brutalmente smembrato con il passaggio a un mondo della dominanza: la fondamentale connessione erotica e insieme spirituale tra donne e uomini. Ma nessuna iniziazione mistica, nessuna magia alchemica e sicuramente nessuna misura di sofferenza fisica e di umiliazione di sé possono ricucire questa frattura. Ovviamente non si intende dire che il viaggio mistico, che esprime il nostro ardente desiderio di unità e di amore, non abbia portato consolazione a molte donne e a molti uomini nei lunghi secoli della nostra storia. Ma il punto è che non si tratta di un problema soltanto spirituale e neanche sessuale bensì sociale. Con il passaggio al modello della dominanza dell’organizzazione sociale e ideologica, la donna e l’uomo e la spiritualità e la natura vennero nettamente separati dalla nostra energia erotica e creativa in cerca di vita e di piacere.

Pertanto solo orientandoci verso un modo di vivere, pensare e amare più gilanico, o sul modello della partnership, riusciremo a risanare la frattura. Una risacralizzazione dei nostri corpi e dei nostri rapporti intimi è uno dei mattoni più importanti per la costruzione di una nuova spiritualità della partnership nel contempo immanente e trascendente. Una spiritualità in cui sia idealizzato il piacere sacro e non il dolore che redime. La creazione di una mitologia che sacralizza l’erotico e ci infonde il desiderio di trasformare noi stessi e le nostre società porterà con sé nuovi miti, compresi i miti di una sacra famiglia adatti ad un mondo giusto e democratico. La rivendicazione della divinità di Maria o della Madre di Dio è particolarmente importante in quanto dobbiamo lasciarci alle spalle l’idealizzazione di una famiglia in cui soltanto il padre e il figlio sono divini, e in effetti anche aggiungere una figlia divina, perchè soltanto allora avremo un modello di famiglia in cui tutti i membri sono parimenti rispettati.

Altro aspetto importante reinventare o rielaborare rituali per celebrare i riti di passaggio (i momenti cruciali dell’esistenza: nascita, morte, matrimonio, passaggio all’adolescenza ecc.) come anche le azioni quotidiane di cura di se stessi e degli altri.

Clichè sociologici e psicologici:

L’ “uomo-forte”, costretto ad un tipo di socializzazione che prescrive una corazza emotiva e la “donna debole” , indotta alla sottomissione e alla dipendenza; ruoli obsoleti e frustranti per entrambi.

dipingere

Dall’antichità ai tempi moderni verso un nuovo scenario:

Non suscita particolare stupore la mole dei problemi personali e sociali, delle relazioni disfunzionali esistenti considerando il carico di distorsioni, informazioni sbagliate, condizionamenti negativi con cui abbiamo tanto a lungo convissuto. Se, pur vacillando sotto questo fardello, siamo riusciti ad amarci l’un l’altro, questo è un mirabile risultato della capacità della specie umana e della tenacia di cui da prova, di ricercare il piacere invece che il dolore, di accudire invece di conquistare e, soprattutto, di connettersi agli altri e a tutto quanto è amorevole e creativo in noi stessi e nel mondo. Questa capacità umana, questa tenacia fanno nascere in noi la speranza realistica di riuscire a creare un sistema sociale più equilibrato e meno insensato, in cui la violenza e il predominio, insieme con il disastro in cui versa la vita sessuale e spirituale, non siano più accettati perché “è così che vanno le cose”.

Il modo in cui immaginiamo il corpo umano ha un ruolo fondamentale nel modo in cui immaginiamo il mondo, e ciò a sua volta ha un impatto diretto sul modo in cui percepiamo noi stessi in rapporto ad entrambi. Il modo in cui il sesso, il potere e l’amore vengono concettualizzati in un dato tempo e luogo non può essere compreso, e tanto meno mutato, se non si comprende anche, e non si cambia, il modo in cui immaginiamo il nostro corpo di uomini e donne.

Ciò che apprendiamo inconsciamente, e di continuo rimettiamo in atto, è il modo in cui ilnostro corpo umano deve presumibilmente correlarsi, in tutte le relazioni, in entrambe le sfere tradizionalmente definite del pubblico e del privato.

Se in principio, nelle relazioni genitore-figlio, e poi nei rapporti sessuali, siamo condizionati ad accettare come normali, predominio e sottomissione, questi modelli inconsciamente influenzeranno tutte le nostre relazioni. Per contro, se in principio, nelle nostre relazioni genitore-figlio e poi nei rapporti sessuali apprendiamo e costantemente pratichiamo il rispetto reciproco e la cura, ci risulterà assai difficile adattarci ad un sistema sociale di gerarchie dominanti fondate sulla forza e sulla paura.

Ci siamo conformati a ciò che la gerarchia al potere definisce desiderabile, un eredità con la quale uomini e donne si scontrano oggi, senza tenere conto di quanta sofferenza comportano. Donne che come provano l’anoressia, la bulimia o altri disordini dell’alimentazione, tentano di rimodellare il loro corpo secondo dettami esteriori. Uomini dal corpo muscoloso, robusto, corazzato celebrato dall’epica del guerriero, insieme con una psiche maschile parimenti corazzata.

Sono molti i modi di condizionarci socialmente; ad esempio il concetto del corpo femminile come proprietà maschile influenza profondamente anche la costruzione sociale della sessualità sia femminile che maschile. Perchè il fatto che un corpo esiste solo per servire l’altro, dagli premure, piacere e prole, fornisce un’efficace giustificazione alle gerarchizzazioni, oltre a imporre una particolare visione di come i corpi debbano correlarsi nei rapporti più intimi. Un’altro esempio efficace è da riscontrare nelle pratiche sadomasochistiche, queste immagini del corpo umano, di come due corpi umani si correlano piacevolmente in modi che sono fisicamente e/o psicologicamente dolorosi per uno dei due, illustrano un’organizzazione sociale basata sull’inflizione del dolore e ci condizionano a immaginare inconsciamente le relazioni umane in termini di un dominante e di un dominato.

Indipendentemente dallo sviluppo tecnologico di una società, esiste un conflitto tra quanto è necessario per mantenere i sistemi della dominanza e quanto è necessario per il nostro pienosviluppo in quanto specie. Se come in effetti pare stiano le cose, l’evoluzione della sessualità umana e il lunghissimo periodo di dipendenza nell’infanzia ci hanno portato al forte, struggente desiderio unicamente umano di connessione, e quindi al grande piacere che noi esseri umani traiamo dall’amare e dall’essere amati, allora un’organizzazione sociale più orientata verso la partnership che verso il predominio è più congruente con la nostra evoluzione biologica. E se come la prima direzione presa dall’evoluzione culturale in occidente, come si evince dalle immagini sacre neolitiche, preistoriche e storiche in alcuni casi, in cui è assente la soppressione della vita e sono venerati il dono e il nutrimento della vita, allora dovremmo riuscire a raccogliere la grande sfida contemporanea per una fondamentale trasformazione personale, culturale e sociale.

Ma un conto è dirlo e un conto è affermare che inevitabilmente ci riusciremo. A bloccare la trasformazione si inseriscono modelli culturali, istituzioni e dogmi profondamente radicati. Anche se tutto intorno a noi sono state scosse credenze e istituzioni credute solidissime e si sta disintegrando il vecchio sistema della dominanza, ciò non significa che inevitabilmente emergerà una nuova cultura della partnership. Nei periodi di disintegrazione sociale e di estremo squilibrio dei sistemi, si presenta l’opportunità di un cambiamento sociale e ideologico trasformativo. Di conseguenza, come nel momento di una qualsiasi biforcazione dei sistemi, non basta l’instabilità perchè emerga una diversa organizzazione sociale. Sono necessari moduli di cambiamento in numero sufficiente per formare nuovi attrattori capaci, mentre il sistema è in mutamento, di ricostituirlo in una nuova configurazione di base.

Attraverso un esame minuzioso di documenti di corte, di registri di nascite e di matrimoni, di diari, di lettere e altri documenti pubblici e privati (spesso materiali nascosti nelle soffitte e altri oscuri luoghi dimenticati della gente comune piuttosto che di sovrani o nobili) per la prima volta gli storici vanno ricostruendo una storia dei rapporti intimi e delle abitudini e condizioni di vita. Tali informazioni sono importanti in sé in quanto ci offrono un quadro molto più accurato, rispetto aquello che ritroviamo nei testi di storia, del modo in cui davvero le persone vivevano la loro esistenza. Inoltre sono utili anche per capire il modo in cui certi sistemi si sono perpetuati e come, dove e perchè li si può cambiare. Dobbiamo giungere a una comprensione molto più chiara del perchè la costruzione sociale della famiglia e di altri rapporti intimi è un fattore essenziale nella costruzione di tutti i rapporti sociali. Il modo in cui si insegna a considerare e a vivere i rapporti più intimi è un fattore essenziale nella costruzione sociale di tutte le nostre relazioni. Sicuramente la politica e l’economia influenzano la formazione, ed esiste un’interazione costante tra la sfera pubblica e quella privata, entrambe socialmente costruite per soddisfare le richieste di un particolare sistema sociale. Ma il modo in cui vediamo noi stessi in rapporto agli altri e al mondo è ampiamente modellato nella sfera privata della famiglia e degli altri rapporti intimi. E’ qui che vengono inizialmente acquisiti quei modelli del pensare, del sentire e del relazionarsi che ci diventano poi abituali, radicandosi nella mente e nel corpo, rafforzandosi quotidianamente. E’ nell’infanzia, quando siamo totalmente dipendenti dagli adulti per la sopravvivenza che impariamo a rispettare i diritti umani altrui o ad accetarne la violazione cronica perchè “così vanno le cose”. Sebbene siano sempre esistiti individui più consapevoli o più ribelli che rifiutano l’ingiustizia in tutte le sue forme, gli individui condizionati fin dall’infanzia ad accettare la violazione cronica dei diritti umani come un fatto normale non tendono a creare una società in cui ci sia rispetto.

Una delle ragioni principali di questo comportamento è l’inconsapevolezza, l’incoscienza, l’impossibilità, la difficoltà a capire realisticamente il contesto, il sistema sociale e simbolico, la struttura dentro la quale siamo immersi. Spesso ciò è anche connesso ad un meccanismo di rimozione psicologica dettato dalla paura, dalla necessità, dall’interesse, che rende possibile l’accettazione e persino l’idealizzazione di relazioni abusive e violente. Il vero progresso può darsi solamente quando le persone cominciano a risvegliarsi dalla trance sociale e culturale del conformismo, che ha lungamente condizionato le persone ad accettare, razionalizzare, legittimare le istituzioni ingiuste, una leadership oppressiva, nonché le immagini distorte di ruolo. Una volta consapevoli del condizionamento, di come siamo stati acculturati, possiamo imparare a trascendere il condizionamento. per passare dalla teoria ad una pratica quotidiana.

La famiglia non nasce nel vuoto ma è intessuta nella struttura sociale nel suo insieme, stiamo parlando delle dinamiche psicosociali che tradizionalmente hanno coinvolto non la famiglia soltanto ma ogni istituzione sociale in un ininterrotto processo di socializzazione volto a insegnarci a considerare inevitabile la realtà del dominante. Questa socializzazione non si limita a operare a livello mentale ed emotivo; opera infatti anche a livello fisico, del corpo. E’ proprio a livello corporeo che il condizionamento nell’infanzia è particolarmente efficace e duraturo, poiché il controllo autoritario è esperito nel modo più traumatico e lì si radicano inizialmente i modelli psicosomatici necessari per il mantenimento dei sistemi, che entrano a far parte del senso del sè.

Un’altra parte ancora del problema è la rigidità delle settorializzazioni delle specialità accademiche, che contribuisce a peggiorare il problema di coloro che oggi studiano seriamente i rapporti sessuali o i rapporti di genere che continuano a concentrare la loro attenzione solo sulle implicazioni psicologiche e non su quelle politiche, e non riescono ad avere una prospettiva più ampia.

Il problema è riuscire a decostruire e ricostruire i ruoli senza farsi influenzare da pressioni sociali, revival di ruoli di genere estremisti, fondamentalismi, conservatorismi, dalla sociobiologia e dalla mitopoietica. E’ pertanto assolutamente necessaria la decostruzione ma anchela ricostruzione di un sistema coerente di norme etiche, per considerare le nostre relazioni non in termini di quanto è morale o immorale secondo gli insegnamenti impartitici, ma in termini di quanto è giusto ed etico, o ingiusto indifferente e non etico, ha poco senso rifiutare ciecamente tutte le regole esistenti, così come ha poco senso accettarle ciecamente. Ha invece senso riesaminarle e distinguere tra quelle volte a mantenere gli squilibri fondamentali del potere là dove crudeltà, violenza, indifferenza e sofferenza sono giustificate dalla morale. Dobbiamo assumerci una parte di responsabilità non per osservare soltanto ma anche per agire.

La condivisione della gioia fisica, emotiva, psichica o intellettuale che sia, getta un ponte tra coloro che la condividono che può diventare la base per comprendere quanto non è condiviso e per ridurre la minaccia della differenza. Quando viviamo fuori di noi stessi, secondo direttive esterne invece che secondo i nostri bisogni e le nostre conoscenze interiori, allora la nostra vita è limitata da forme esterne ed estranee, e ci conformiamo ai bisogni di una struttura che non si basa sulla necessità umana, e tanto meno individuale. Ma quando cominciamo a vivere dall’interno verso l’esterno, in contatto con il potere dentro di noi, consentendo a questo potere di illuminare le nostre azioni nel mondo circostante, allora diventiamo responsabili di noi stessi. Perchè non appena cominciamo a riconoscere i nostri sentimenti più profondi, necessariamente la smettiamo di accontentarci della sofferenza, dell’autonegazione, del torpore, dell’ironia che tanto spesso pare l’unica alternativa della nostra società. I nostri atti contro l’oppressione diventano parti integranti dell’io, motivati e potenziati dal di dentro.


Matrimonio nel XVIII secolo

Nel XVIII secolo, i riti nuziali erano dettati sia dalle convenienze sociali, sia dalle usanze, con predominanza dell’uno o dell’altro a seconda che si trattasse di matrimoni aristocratici o popolari.
In genere, le ragazze nobili andavano in sposa all’uscita dal convento, assecondando la scelta, spesso avvenuta da tempo, compiuta dai genitori.

A Venezia il giovane, una volta che il matrimonio era stato deciso, passava sempre, ad un’ora convenuta, sotto le finestre della sua promessa, che doveva rispondere con un saluto. Il futuro sposo era inoltre tenuto ad offrirle un diamante, che era chiamato il ricordino. Prima della benedizione nuziale, la madre dello sposo donava alla giovane donna un filo di perle, che la sposa doveva portare sempre, fino alla fine del primo anno di matrimonio.

Di solito, le unioni tra due grandi famiglie erano celebrate con una festa in casa, in cui si sfoggiava il più grande lusso di sete, spade, gioielli, nel salone più grande del palazzo. Da un testo dell’epoca sappiamo che la sposa appariva vestita con un abito di broccato d’argento, con il petto ricoperto di pizzi e gioielli, dando la mano al maestro di cerimonia, che era vestito di nero, con le spalle coperte da un mantello dal collo ampio. La sposa si inginocchiava su un cuscinetto di velluto per ricevere la benedizione del padre, della madre e dei parenti più vicini, poi, condotta al centro della sala dal maestro di cerimonia, poggiava la sua mano in quella del suo futuro marito, e il sacerdote dava loro la sua benedizione. Gli sposi si scambiavano un bacio e l’orchestra iniziava a suonare. La sposa apriva le danze, che sarebbero durate fino a tarda notte, ballando da sola.

Nel corso del secolo le consuetudini mutarono leggermente. Le dame, invitate alla cerimonia, indossavano un vestito che poi sostituivano per il ricevimento. Il primo era sempre di seta nera ornato di pizzo, il secondo invece era colorato. Anche la sposa si cambiava, e rimpiazzava con gioielli gli ornamenti di perle che aveva usato con l’abito bianco.

A Venezia gli sposi mettevano a disposizione degli invitati un centinaio di gondole, con i barcaioli vestiti con l’abito da cerimonia; e lo stesso sfarzo dei costumi accompagnava anche i riti funebri, in cui i parte- cipanti non cessavano di fare sfoggio di eleganza e ricchezza.

In Sicilia, terra in cui le tradizioni pagane erano ancora molto radicate, nel Settecento il rituale del fidanzamento e delle nozze contadine ricordava quello dei tempi antichi.
Erano solitamente le madri di ragazzi a scegliere le spose tra le giovani del villaggio. La scelta veniva espressa in vari modi, di cui uno era il far cadere una spazzola, all’alba, sulla porta della prescelta. La giovane doveva raccogliere la spazzola ed aspettare, a mezzogiorno, la visita preannunciata. La futura suocera legava quindi i capelli della ragazza con un nastro, simbolo del fidanzamento. Il tutto era accompagnato dalla distribuzione di ceci, mandorle, noci e fave abbrustolite.

Il giorno delle nozze, poi, un corteo andava a prendere la fidanzata. Il padre dello sposo entrava quindi da solo, faceva un complimento alla giovane e la portava per mano, vestita in abito cerimoniale, allo sposo che la attendeva sulla porta. Dall’alto sui due venivano sparsi pane e sale, come augurio di fecondità e ricchezza. La suocera della sposa poneva, quindi, un biscotto di pasta fine sull’occhiello dell’abito della ragazza, fissandolo con dei nastrini, in simbolo del nutrimento, che la ragazza avrebbe sempre dovuto ricevere dallo sposo. In chiesa era il prete ad infilare gli anelli agli sposi, d’oro per lui e d’argento per lei, dopo averli scambiati tra loro per tre volte. Anche le corone d’alloro, di olivo, di rosmarino e di fiori, che il sacerdote posizionava sulla testa degli sposi, erano scambiate per tre volte, e poi ricoperte da un velo di garza bianca. Gli sposi si tenevano per il mignolo della stessa mano e reggevano una candela accesa. Il banchetto veniva consumato nella chiesa stessa, ed il sacerdote spezzava il pane, lo inzuppava nel vino e ne dava tre pezzetti agli sposi, poi rompeva il bicchiere, per dimostrare quanto fosse fragile la felicità. Dopodiché gli sposi, gli invitati ed il sacerdote, tenendosi per mano, giravano tre volte intorno al tavolo, danzando e poi, cantando in corteo, tutti si dirigevano a casa dello sposo. Alla fine del banchetto, veniva messo in tavola un piatto in cui gli invitati lasciavano i doni per gli sposi.


Kamasutra. L’educazione delle fanciulle

Alla diversità sensibilità e alla diversa figura della moglie corrispondeva un diverso tipo di educazione impartita alle fanciulle destinate a divenire spose. Sia in Occidente che in Oriente veniva richiesta ovviamente la verginità: ma in Occidente la fanciulla non doveva conoscere nulla che riguardasse il sesso mentre in Oriente una tale conoscenza era un aspetto fondamentale della sua educazione.

In Occidente non si parlava mai, in generale, esplicitamente di sesso; in modo particolare non se ne parlava davanti ai ragazzi e soprattutto con grandissima cura si evitava l’argomento con le fanciulle. In verità nel medioevo i discorsi erano abbastanza liberi ed espliciti, ma in seguito la censura sull’argomento divenne sempre più stretta. Se leggiamo libri che avevano lo scopo di preparare le fanciulle al matrimonio come il celeberrima “La perfecta casada” (la sposa perfetta) di Luis de Leon che fu l’opera ispiratrice di infinite altre del genere, noi non troviamo nessun accenno a problemi del sesso, sembrerebbe che esso fosse del tutto assente dal matrimonio. Eppure anche la austera Chiesa Cattolica considerava e considera annullabile un matrimonio senza sessualità. Semplicemente non se ne doveva parlare, sembrava sconveniente anzi immorale ogni discorso che avesse come oggetto il sesso specie se rivolto a delle donne e soprattutto a delle donne non sposate.

Questa situazione giunse all’acme probabilmente nell’800 nella così detta “Età Vittoriana” in cui ogni accenno, seppure indiretto, alla sessualità era considerato sconveniente. Poteva capitare che le ragazze giungessero alla fatidica “prima notte” senza sapere bene in che cosa consistesse l’atto sessuale. Ma l’ideale femminile era propria la “ingenuità”: si badi come il termine “ingenuus” in latino indicasse persona di famiglia libera (in opposizione a “servile” cioè schiavi e ex schiavi”), ma il termine venne poi a indicare persona che non sa nulla del sesso proprio come si conviene a una ragazza di “buona famiglia”.

In Oriente invece una educazione sessuale, o meglio l’arte di amare era appresa dalle fanciulle come parte dell’educazione al matrimonio: si apprendeva l’arte di tener bene la casa (cucinare, cucire disporre i fiori ecc), ma anche l’arte di amare che era tanto importante per le riuscita di un buon matrimonio.

Anche l’uomo doveva prepararsi: ma dato la sua posizione di forza e il campo tanto più ampio della sua azione le sue abilità sessuali erano meno importanti. Alla fine un uomo poteva avere più donne, affermarsi nella politica o nell’economia: ma una donna se fallita come moglie non aveva nessuna prospettiva, non poteva trovarsi un altro uomo o dedicarsi ad altro, non le restava che invecchiare tristemente.


Le Goff: “Mille anni di passioni segrete”

Di Pietro Del Re

 

Eva è il demonio. È all’origine dei mali del mondo, perché tentatrice, istigatrice del peccato e colpevole della cacciata dell’umanità del Paradiso.

Con lei, nel medioevo la donna diventa l’icona del vizio. Eppure non si può dire che la società dell’epoca sia stata antifemminista, spiega lo storico francese Jacques Le Goff. Anche perché i rapporti tra i sessi avevano un carattere ambiguo: l’uomo medievale era spesso una creatura androgina. A ottantacinque anni, Le Goff è uno dei più illustri eredi della Ècole des Annales. L’ultima sua fatica è quasi un instant book: sta scrivendo un libro sui soldi nel Medioevo, “per dimostrare che le banche hanno sempre fallito”.

Professore, che cosa sappiamo del comportamento sessuale di quei secoli bui?

“Quasi nulla, perché salvo le espressioni letterarie o artistiche, abbiamo pochi documenti che ci permettono di capire che cosa accadesse nel segreto dell’alcova”.

Dopo il matrimonio medievale, assieme a l’uomo e alla donna nel letto c’è anche Dio. Era legittimo il coito coniugale o era soltanto una concessione alla procreazione?

“Il  matrimonio diventa sacramento solo dopo il quarto concilio lateranense, nel 1215.

Fino ad allora non era riuscito a distinguersi da quello che era nell’antichità romana: un contratto. Tuttavia anche se ci sposava al di fuori della Chiesa, per essere valido agli occhi del clero, e quindi a quelli di Dio, il matrimonio doveva essere consumato”.

Ma godere è sempre peccato?

Generalmente si. Nel Duecento, proprio quando la chiesa inventa il Purgatorio proprio per strappare l’uomo alla tradizionale opposizione Inferno – Paradiso, San Tommaso D’Aquino nega che possa essere una parte legittima di piacere nel compimento dell’atto sessuale, anche nell’ambito del matrimonio.

All’epoca il peccato originale era assimilato a quello carnale e l’immagine dell’inferno spesso rappresentata come il sesso femminile: si può dire che nel Medioevo il male fosse donna?

Si, ma fino ad un certo punto. Contrariamente a quanto accadeva a Bisanzio, fino all’undicesimo secolo il culto della Vergine Maria non era celebrato dalla chiesa.

A partire da quel momento si sviluppò invece una forza straordinaria. È anche grazie al culto mariano che la donna è stata rivalutata nella società medievale.

Contro l’infamia della lussuria e dell’adulterio erano previste punizioni corporali durissime. Queste rendevano l’uomo medievale più “ puro” dell’uomo moderno?

“Il castigo ha senza dubbio contribuito a tenere nascosta la lussuria, benché i teologi e i predicatori dicessero che Dio vedesse tutto, compreso quello che si faceva nell’ombra. Tuttavia sui margini dei manoscritti dell’epoca sono spesso raffigurate scene di lussuria che non esiterei a definire pornografiche: un vescovo sodomita, una donna che coglie falli da un albero o scene di sesso tra uomini e animali. Il Medioevo ammetteva il male, purché si manifestasse al margine della società, lontano dal suo centro sacro. Piuttosto che volerlo sradicare del tutto il cristianesimo ha sempre cercato di limitare il male attraverso la confessione e il pentimento”.

L’amor cortese che sublima la donna attraverso l’amore platonico?

“Su questo problema i medievisti sono divisi. Io credo che l’amor cortese sia puramente immaginario. Esiste soltanto nella letteratura. Ciò non significa che l’amore reale sia sempre stato brutale, che ci sia sempre stata una violenta dominazione dell’uomo sulla donna.

Ma l’amore in cui la donna diventa il signore e il cavaliere il suo servo, non c’è mai stato.

Neanche nelle classi superiori della società. Detto ciò, il medioevo è durato dal quinto al quindicesimo secolo, e in mille anni molte cose sono cambiate. La svolta essenziale si produce nel duecento, quando i valori del ciclo scendono sulla Terra. Da quel momento la felicità non è dedicata solo all’aldilà. C’è l’inizio di una possibile soddisfazione del piacere anche per noi mortali.

Appaiono per esempio i primi trattati di gastronomia. Il lavoro, che era considerato una punizione del peccato originale, diventa invece valore. E del resto in quell’epoca che si comincia a dire che l’uomo è stato creato a immagine di Dio”.

Che cosa cambia con il Rinascimento?

“C’è l’esaltazione della bellezza, e in particolare della nudità. La Chiesa medievale rifiutava la nudità, e con essa la maggior parte dell’arte antica, che, soprattutto nella scultura, rappresentava corpi nudi. Gli stessi che prima erano rappresentati negli affreschi delle basiliche soltanto nelle scene della resurrezione dei corpi”.

Tratto da: “La Domenica di Repubblica”

15/03/09


La sessualità nel Medioevo

Nel Medioevo il corpo umano era considerato sotto due fondamentali punti di vista: da un lato abbiamo il culto e l’esaltazione del corpo di Cristo martoriato, dall’altro il tentativo da parte della stessa Chiesa di mortificare e limitare i desideri della carne. I teologi del tempo arrivarono a far coincidere il “peccato” sessuale con il peccato originale, fonte di ogni male per l’uomo. In verità questa dottrina così rigida riguardo i costumi sessuali serviva a dare alla Chiesa un controllo sempre maggiore sulla popolazione. Addirittura nel corso dell’anno vi erano tre periodi della durata di quaranta giorni durante i quali, secondo i precetti della Chiesa, ci si doveva astenere dall’avere rapporti sessuali. Questo è un dei motivi per cui le nascite erano più o meno concentrate sempre negli stessi lassi di tempo; partorire nove mesi dopo una di queste “quaresime” era molto disdicevole e, anzi, era considerato un vero e proprio peccato. Inoltre l’attività sessuale era consentita solo dopo il calar del sole, in quanto il giorno doveva essere interamente dedicato al lavoro, che aveva la specifica funzione di purificare il corpo. Anche la domenica era giorno di astinenza, poiché consacrata al Signore. Era poi diffusa la credenza che fare l’amore mentre la donna aveva le mestruazioni avrebbe portato alla nascita di un bambino malato di peste e si vietava (o comunque si sconsigliava) l’attività sessuale durante le gravidanze e l’allattamento, per non recare danni al figlio. Dunque in verità le coppie sposate e totalmente fedeli avevano poco spazio per vivere serenamente la loro sessualità. Ovviamente l’atto sessuale nel momento in cui lo si poteva portato a termine doveva essere moderato sotto ogni aspetto: una delle funzioni più importanti era la riproduzione, ma il sesso coniugale aveva soprattutto lo scopo di “arginare” l’uomo (e anche la donna), soddisfacendo i suoi bisogni carnali così che non fosse indotto a trovare soddisfazione in altri rapporti non controllati ed istituzionalizzati. Non si poteva assolutamente dare libero sfogo alla lussuria: le donne in particolare dovevano essere totalmente passive; inoltre san Bernardino dice che un dei pochi motivi per una moglie di non ubbidire al marito è quando questo le chiede di unirsi “come animali”. Ingoiare lo sperma era considerata una pratica di stregoneria: per purificarsi da questo peccato si sarebbero dovuti passare sette anni a pane ed acqua. L’omosessualità era ovviamente uno dei peccati più gravi, paragonabile addirittura al cannibalismo. Chi fosse stato accusato di avere rapporti sessuali con persone del proprio sesso (in particolare si trattava di uomini, in quanto l’omosessualità femminile era poco diffusa) era condannato a morte: veniva arso vivo come un eretico, su pire di legno e finocchio (a quest’ultimo, utilizzato per “addolcire” l’odore della carne bruciata, si deve l’appellativo utilizzato in maniera dispregiativa nei confronti degli omosessuali ancora oggi).

La donna era considerata impura, poiché colpevole di indurre l’uomo in tentazione ed in quanto causa prima del peccato originale. Soltanto le vergini e le vedove sono considerate meno “sporche”, poiché in qualche maniera controllano la loro sessualità. La colpevolizzazione della donna arriva davvero a livelli estremi. Ad esempio sant’Agostino scrive queste parole molto crude: “ed ecco che siamo nati tra le feci e l’urina ed è nel peccato che mia madre mi ha concepito”. Egli afferma dunque che la donna nel momento in cui si è concessa all’uomo nell’atto sessuale ha commesso peccato. In effetti già san Paolo definiva l’istinto che porta uomini e donne ad unirsi carnalmente come frutto dell’intervento di Satana. Il demonio era allora descritto molto dettagliatamente, soprattutto per quanto riguarda la sua anatomia sessuale: il pene era lungo, rigido e rivestito di pezzi di ferro o squame; il suo sperma era gelido (dunque non utile alla procreazione, ciò a simboleggiare che l’atto era fine a se stesso). Molte donne furono in questo periodo accusate di aver avuto rapporti con il demonio: si tratta delle cosiddette streghe, perseguitate dall’Inquisizione durante tutto il Medioevo. Inoltre Satana era considerato il diretto ispiratore di ogni genere di sogno erotico. Chi faceva quel genere di pensieri durante il sonno doveva poi fare penitenza, poiché era come aver commesso un peccato. Abbiamo però anche un’altra faccia della medaglia: il Medioevo è il periodo in cui si assiste alla nascita della concezione di amor cortese, che dalla letteratura dei trovatori provenzali arriva poi a influenzare notevolmente i circoli letterari italiani, in primis per quanto riguarda il Dolce Stil Novo. In questo caso la donna è vista non più come strumento del demonio, bensì come un angelo di Dio, con vere e proprie capacità purificatrici. Il rapporto tra il poeta o cavaliere e la sua “domina” era quasi sempre spirituale piuttosto che fisico, ma in alcuni casi si arriva a considerare questa forma di amore extraconiugale come l’unico modo per poter realmente vivere il sentimento. Molto spesso ,infatti, nelle famiglie nobili moglie e marito erano uniti per motivi più politici più che amorosi. La donna poteva in questo genere di relazione esercitare un potere immenso sull’uomo, il quale doveva affrontare delle prove durissime per dimostrare la sua completa fedeltà (si può ben immaginare che queste fortunate signore si divertissero nel potersi prendere una meritata rivincita sul genere maschile). Una di queste prove arrivava davvero al limite dell’adulterio: la donna accoglieva l’uomo, nudo, nel suo letto e gli permetteva di baciarla, ma non di avere un rapporto completo (una prova di resistenza insomma). Vi erano però donne che, più o meno volontariamente, erano tenute a restare se mpre fedeli ai mariti, anche quando questi partivano per lungo tempo (ad esempio per affrontare una Crociata). Infatti in questo periodo fu inventato uno strano e (a mio parere) inquietante strumento di controllo: la cintura di castità. Comparsa per la prima volta in Italia nel XIV secolo, aveva inizialmente lo scopo di proteggere giovani vergini dalle violenze sessuali. Presto però la sua funzione principale divenne quella di impedire alle mogli di tradire il marito. Francesco da Carraia, nobile fiorentino, regalò una di queste cinture alla moglie infedele. Oggi è conservata presso il palazzo del Dogi a Venezia. Queste cinture erano formate da una struttura in metallo con due piccole aperture (ornate con spunzoni affilati) le quali permettevano le normali funzioni fisiologiche ma impedivano ogni tipo di rapporto sessuale. Spesso quando i mariti partivano si diceva che lasciavano le mogli “sotto chiave”: rinchiuse in casa e con addosso la cintura di castità, della quale l’uomo si teneva la chiave. Molte donne accettavano questa condizione, ritenendola una prova di fedeltà assoluta. Spesso però riuscivano a procurarsi in qualche modo una copia delle chiavi, se non altro per evitare le infezione che potevano risultare anche mortali. Esisteva anche un modello maschile di cintura di castità: in questo caso non per evitare l’adulterio ma per impedire la masturbazione, che secondo le credenze del tempo portava alla cecità e alla pazzia. Nonostante le opposizioni della Chiesa, in questo periodo era necessario utilizzare metodi per il controllo delle nascite, poiché le famiglie potevano mantenere solo un certo numero di figli. In verità qualcuno utilizzava come perfetto metodo contraccettivo l’astinenza, ma si trattava di pochi virtuosi. Già allora vi erano infatti delle tecniche per limitare il rischio di gravidanza: oltre alla pratica del coito interrotto (osteggiata da sant’Agostino e san Tommaso), abbiamo l’utilizzo di diaframmi fatti con cera d’api o di pezze di lino per bloccare lo sperma. Inoltre vi erano le solite superstizioni: bere bevande fredde, rimanere passive durante l’atto sessuale, trattenere il fiato al momento dell’eiaculazione dell’uomo, saltare violentemente dopo il rapporto, erano considerati metodi per evitare una gravidanza indesiderata. Quando questi metodi non funzionavano, spesso si ricorreva all’aborto, fortemente condannato dalla Chiesa. Esso veniva praticato con modalità che mescolavano credenze popolari con un poco di scienza medica (ma giusto un poco…). Ad esempio si facevano lavande interne o si utilizzavano varie sostanze quali catrame, piombo, succo di menta, semi di cavolo e addirittura urina animale. Anche così però non si era certi di interrompere la gravidanza: in tal caso il neonato veniva abbandonato presso una chiesa (in questi anni nascono anche i primi orfanotrofi). Nonostante la Chiesa avesse un’enorme influenza sulla popolazione, vi era comunque una notevole libertà dei costumi, soprattutto nel periodo in cui era diffusa in tutta Europa la peste nera: una maggiore consapevolezza della volubilità della vita umana portava l’uomo ad una ricerca sfrenata dei piaceri terreni. Dunque permane l’usanza romana di recarsi ai bagni pubblici, ora considerati luoghi di depravazione, dove uomini e donne stavano assieme nudi nelle vasche e venivano a volte anche serviti prelibati banchetti (il cibo era spesso legato all’attività sessuale in quanto altra debolezza della carne). Spesso questi bagni erano dotati di stanze private, dove risiedevano le prostitute pronte ad accogliere i clienti. Inoltre gli indumenti indossati ai tempi tendevano ad enfatizzare i caratteri sessuali: le donne portavano abiti molto scollati e spesso avevano il seno scoperto anche in pubblico (soprattutto per l’allattamento); gli uomini indossavano calzoni attillati che invece che nascondere i genitali li evidenziavano. Anche in seno alla Chiesa vi erano elementi che non rispettavano alla lettera i precetti morali imposti da questa: addirittura nel XIII secolo era usanza diffusa che i preti avessero delle concubine! Ciò era giustificato affermando che avendo a loro disposizione delle donne di bassa moralità i preti non avrebbero corso il rischio di corrompere donne oneste, nel caso non fossero riusciti a contenere i loro istinti. Addirittura in alcune zone di Francia, Scozia ed Inghilterra pare che i parroci godessero della cosiddetta “jus primae noctis”, ovvero del diritto di togliere la verginità alle giovani spose. Questo “diritto” fu in seguito limitato: il prete solo a volte poteva inserire simbolicamente una gamba nel letto della donna. Neppure le donne di Chiesa erano esenti a questa degenerazione morale: infatti molte di esse ricorrevano all’aborto in seguito a relazioni illecite, spesso intrattenute con altri ecclesiastici. La depravazione era diffusa ad un livello tale da raggiungere i massimi vertici: papa Giulio II nel 1510 arrivò ad aprire una casa di tolleranza per cristiani, e così fecero anche altri dopo di lui. In realtà la dottrina cattolica (che veniva comunque ribadita, in modo alquanto ipocrita ) considerava la verginità come lo stato di massima elevazione morale. Dunque gli ecclesiastici, in quanto votati alla castità, erano superiori rispetto a tutti gli altri uomini che non erano cappaci di dominare l’istinto. Come già detto, in realtà il matrimonio non era imposto per consentire la procreazione: quella poteva avvenire in qualsiasi genere di rapporto. Il vero motivo era la necessità di un controllo degli istinti, che rendesse gli uomini che non erano abbastanza forti da rimanere casti almeno in condizione di non dare libero sfogo alla lussuria, peccato molto grave agli occhi di Dio. Sant’Agostino afferma che il matrimonio non è un male, in quanto “stringe una società naturale tra due sessi”, caratterizzata dalla reciproca fedeltà e dalla procreazione; ma, nonostante ciò, l’astensione da qualunque rapporto era comunque preferibile, poiché se tutta l’umanità riuscisse ad astenersi “molto più presto si adempierebbe la città di Dio e si aprirebbe la fine dei tempi”. Differente è invece la visione luterana della sessualità: infatti la svalutazione delle opere dell’uomo porta a non considerare la verginità come un elemento che migliora la posizione di questo davanti a Dio. Inoltre gli esseri umani, proprio in quanto tali, non sono in grado di resistere agli istinti, poiché non è nella loro natura. Dunque la miglior condizione di vita non è più il celibato, bensì il matrimonio. Nonostante ciò, questo non è considerato dai protestanti come un sacramento, bensì come un semplice contratto tra due persone, il quale può anche essere sciolto.

Sono comunque riprese da Lutero delle ideologie di base del cattolicesimo: la condanna totale dell’adulterio e l’obbligo da parte i entrambi i coniugi di saldare il “debito coniugale”, ovvero di concedersi al marito o alla moglie ogni qualvolta venga richiesto (sempre nei tempi stabiliti ovviamente). Addirittura il monaco tedesco arriva ad affermare che una donna che rifiuta il suo uomo deve essere condannata a morte. In realtà è molto difficile fare un quadro generale relativo ai costumi di un periodo tanto vasto, durante il quale esistevano moltissime realtà differenti tra loro per luoghi e tempi. Resta comunque un’ immagine che sotto certi aspetti non è troppo differente da quella del mondo moderno, ancora ricco di contraddizioni riguardo al sesso: dal timido velo di pudore che spesso ne copre l’esistenza, al televisore che la usa come merce. Fatto sta che si tratta di qualcosa di trasversale, che sta alla base dalla natura e della sopravvivenza di ogni specie e che l’umanità dovrebbe imparare a vivere con più serenità e rispetto.


Antica Grecia. Il matrimonio

Il matrimonio rappresenta l’evento culminante della vita del tìaso; é infatti il principale obiettivo a cui le ragazze si sono preparate grazie all’ educazione di Saffo. La cerimonia nuziale aveva luogo di sera, quando apparivano le prime stelle e durante la processione che accompagnava la sposa nella casa del novello sposo veniva cantato un inno nuziale, un imenéo e fino al mattino successivo venivano poi eseguiti altri canti. L’apparizione della stella della sera rappresenta l’inizio della cerimonia e uno dei temi ricorrenti é proprio l’invocazione a Espero: “Espero, tutto riporti quanto disperse la lucente Aurora: riporti la pecora, riporti la capra, ma non riporti la figlia alla madre.”

Un esempio di cattiva salute del matrimonio ci viene dal libro XIV dell’Iliade intitolato Dios Apàte (inganno a Zeus). La dea, per distogliere dalla battaglia il marito e permettere così la vittoria greca lo seduce servendosi di tutte le armi di seduzione femminile e utilizzando una cintura magica, ottenuta anche qui con l’inganno da Afrodite. Era cerca di alimentare il desiderio di Zeus con gli strumenti propri della seduzione, ma il suo vero intimo desiderio é ostile a Zeus: nonostante nel culto essi siano congiuntamente i patroni del matrimonio, nel mito sono spesso in discordia e lottano tra loro per il predominio. Era non é una docile casalinga né una sposa innamorata e Zeus intrattiene legami sentimentali con altre donne. Tutti questi elementi forniscono un’importante testimonianza della situazione piuttosto critica dell’Eros nelle relazioni coniugali già al tempo di Omero.