L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il tempo delle “pecore smarrite”: la perdita dell’umana libertà di “essere” in questo mondo

L’humanitas ha smarrito il senso peculiare che la caratterizza, il senso etimologico, la radice della parola. Scrivo questo blog da un decennio cercando di porre attenzione e impegno a ciò che i più hanno relegato e consacrato all’oblio. Mi ritrovo oggi a riflettere sul senso della malattia che trova spesso assordante vociare ovunque, dai media alla chiacchiera fino a ridursi in paura e dilagando in angoscia isterica, regina del non-sense. Occorre risvegliare coscienza e riappropriarsi del senso delle parole che tradiamo nell’uso irragionevole e dissociato quotidiano, perchè la parola libera ed è foriera di azione sensata.

Vivere la malattia e fronteggiarla nelle svariate forme in cui si manifesta oggi più che mai dimenticate e inesorabilmente asservite alla sigla COVID-19, evocano la naturalità poliedrica e multiforme del genere umano, la sua nascita e la sua morte.

Humanitas affonda il suo significato in cultura letteraria, virtù di umanità e stato di civiltà; è dunque un merito piuttosto che un tratto universale. Terenzio, il commediografo latino ne traccia la sintesi: indica la rotta che conduce al rispetto  di sè e degli altri, di arricchimento e approfondimento dei rapporti umani.

In Cicerone ancora assume un ampio significato intendendo l’humanitas come cultura raffinata e di umana cortesia; una umanità  intesa come cultura che diviene valore quando si eleva a maestra e norma di vita e di educazione dell’uomo, una cultura immersa nella vita pratica e concreta e come strumento di arricchimento di umanità e moralità.

Ancora il visionario Dante ci invita ad uno sforzo maggiore: nelle sue opere ci stimola ad una critica costante e calibrata in modo da leggere le sfumature in situazioni di disagio, e ci indica di “ficcare l’occhio” fin nel ventre della problematica complessità della compagine nella quale muoviamo i passi della nostra esistenza.

Da questo veloce schizzo mi domando: quanta umanità c’è oggi in campo medico? Ragioniamo sulle parole.

La saggezza dello sguardo nell’indicare la terapeutica cura va ricalibrata in chiave foucaultiana e ippocratica, l’universale chiave di lettura dell’umano patire e dello straordinario potere dell’osservare. L’equilibrio tra la triplice focale triade fatto-azione-attesa si trasmuta oggi in dissesto in chiave micro e macro denunciando la sua dis-funzionalità, nel momento in cui l’uomo e il suo altro stuprano il  λόγος, lógos, in cappio senza armonica ripartizione in vista del Bene della comunità.

Curare significa osservare nel profondo e studio peculiare senza ricorrere a bieche statistiche alla ricerca spasmodica del terrore della logica dominante in assetto dormiente dei sudditi. Significa partecipare al respiro e al governo del corpo con attenzione alla prevenzione.

Viviamo i tempi della medicina “cieca” o addirittura miope asservita allo pseudo-benessere del consumismo, una medicina impotente che stenta a procedere quando riesce a contenere il danno, appunto perchè non procede alla risoluzione plausibile.

Va ripristinato il contatto con la Natura, la ciclicità e il suo equilibrio, narrazione di scambio coraggioso e guardiana dei bioritmi delle specie.

Guardare senza vedere significa porsi al ciglio del baratro, pronti a sprofondarvici .

“Essere” medico e “fare” il medico sono due funzioni differenti antitetiche, due dimensioni dissonanti. Ritorniamo  ad intendere la medicina che miri a  salvaguardare e prevenire a livello globale  le pandemie quella lontana da interessi delle multinazionali. Dovremmo imparare dagli antichi, i saggi preposti alla cura e all’uso del ϕάρμακον, farmaco erano sacerdoti e sacerdotesse  evidentemente iniziati ad un sapere vasto, ermetico e celato al volgo, spartiacque che ne evidenzia la correlazione tra uso dei veleni e osservazione reattiva dell’organismo. Nel dettaglio impercettibile e sacro si nasconde la capacità di dare sollievo e cogliere il movimento ad arcolaio di Kundalini, “Sommo Bene” e fonte di vita.

Dedico queste parole ad Elisabetta Imelio dei Sick Tamburo, scomparsa recentemente

 


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 19

In realtà, il problema della “competenza” dei medici era, tutto sommato, un colossale equivoco: il medico, l’ho già ricordato, non riceveva praticamente alcuna informazione nei suoi studi universitari in merito alle tecniche contraccettive. Sapeva invece che aborto e contraccezione violavano la morale religiosa e, spesso, anche la legge dello Stato. Questa convinzione era così forte e si radicava talmente nei medici che continuerà a persistere, fino ad epoche recentissime, un “naturale” rifiuto ad occuparsi del controllo delle nascite, considerato complessivamente immorale o pericolosamente vicino alla immoralità. È a questo medico che una parte delle donne si affidava ed è a lui che era costretta a rivolgersi quando si trovava nei guai, pur sapendo che a questi guai lui non avrebbe trovato rimedio.

Nel XVI e nel XVII secolo c’era un detto popolare, in molte parti d’Europa, secondo il quale “la mammana opera nel sangue e nel sangue annegherà”. Si era dunque fatto strada un preciso convincimento: le ostetriche usavano pozioni per regolare la fertilità, erano spesso coinvolte in aborti e infanticidi, di qui a pensare che usassero stregonerie e sortilegi poco ci correva. Si moltiplicavano in effetti i casi di donne che venivano accusate di stregoneria per aver fatto qualcosa che riguardava i bambini e soprattutto per infanticidio. La punizione per questi delitti, molti dei quali non venivano provati, era la morte per rogo o, in Inghilterra, per impiccagione. Del resto questo era il volere di Dio: “non lasciare vivere la donna maliosa” dovrebbe essere, e forse non è, una frase dell’Esodo (22:18). Sulla parola “maliosa” a dir il vero c’è una discussione. Il termine è analogo a strega, ma è possibile che in realtà il riferimento al femminile sia dovuto alla traduzione in greco dei settanta saggi. La parola greca è pharmakis, mentre la parola ebraica è měkaššēp, il cui riferimento al genere femminile sembra provato da altri contesti della Bibbia ma il cui vero significato è “avvelenatore”.