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L’amore carnale nel Medioevo

Nella storiografia divulgativa , quella scritta da “storici” amateurs, ricorre un buffo fenomeno che gli studiosi di professione ben conoscono: la frequente retrodatazione di usi e di tradizioni che appartengono al passato più o meno prossimo e che vengono presentati, e in genere entrano nell’immaginario collettivo, come ben più antichi di quanto non siano. Concorre a configurare questo bizzarro effetto deformante, una sorta di superstizione progressista: s’immagina la storia  come la frequenza di eventi, istituzioni e strutture, in costante evoluzione positiva, in progresso; ed è quindi ovvio, se ne deduce, che l’oggi sia migliore dello ieri e che il domani sia ancora migliore dell’oggi.

In questi ultimi anni, per la verità, tale beata illusione è stata messa a dura prova, e forse nessuno  l’adotterebbe per le cose contemporanee.

Ma sopravvive per il passato: difatti si parla di un medioevo nel quale si bruciavano le streghe, che invece poverine andavano piuttosto con i loro roghi a illuminare il già “luminoso” Rinascimento, perché nel “buio Medioevo” erano quasi sconosciute. Oppure ci si immagina l’aristocrazia feudale nei secoli Dodicesimo e Tredicesimo come fatta tutta di signorotti a immagine del manzoniano don Rodrigo, la cui nobiliare prepotenza era, invece, del tutto seicentesca, e quattro cinque-secoli prima nessuno l’avrebbe tollerata.

Così accade quando si immaginano i costumi sessuali. La pruderie ottocentesca discenderebbe da casto e represso Medioevo, in un rassicurante continuismo che solo di recente avrebbe lasciato il passo a una crescente libertà sessuale. Inutile dire che così non era: tra il Medioevo e il casto romanticismo si è incuneata la cultura libertina, che dà dei punti alle nostre fantasie più osées; ma  che a sua volta, guarda caso, aveva nel medioevo molti più modelli di riferimento di quanti non ci aspetteremmo.

Medioevo casto e represso. È uno dei più radicati tra i nostri luoghi comuni; come quello di un medioevo igienicamente poco raccomandabile, ad esempio. Errore. La nostra età di mezzo pullulava di “bagni” e di “stufe”, in parte ereditate dall’età romana – ma anche da certe tradizioni barbariche ad esempio dal bagno di vapore turcomongolo – , in parte reimportate attraverso il mondo musulmano, a sua volta erede della tradizione bizantina. E nei bagni non ci si limitava a lavarsi: “stufa” era sinonimo di bordello. D’altro canto, lo spettacolo della nudità, aborrito dalla riforma protestante in poi – era nei secoli di mezzo alquanto comune e consueto.

E allora, il Medioevo mistico, innamorato della Vergine Maria e per il resto tutto onore e gelosia, nel quale circolavano congegni come le cinture di castità? L’amore mistico e spirituale, quello rivolto alla Madonna e passato poi, attraverso trovatori , trovieri e Minnesänger all’amor cortese e al culto della “donna angelica”, costituiva senza dubbio una grande, etica ed estetica. Ma c’era anche ben altro.

L’amore fatale, l’amore-passione travolgente e inestinguibile è, secondo un ormai classico studio di Denis de Rougemont, L’amour et l’Occident (1939), un’invenzione dell’occidente medievale, i grandi modelli del quale sono un romanzesco (Tristano e Isotta) e uno storico (Abelardo ed Eloisa).

Jack Goody (il furto della storia, Feltrinelli 2006) ha obiettato che le cose non stanno proprio così:  e che anche l’Antico Egitto, poi almeno India, Cina e Giappone la sapessero lunga al riguardo.

Certo comunque, il medioevo conosceva bene la lussuria, che Dante tratta come un grande peccato, (il più lieve tuttavia tra quelli mortali) e ci mostra condannata nell’Inferno.

Ma eccoci al punto: la poesia cavalleresca e più tardi quella lirica e la novellistica, al pari magari di certe dissimulate forme d’arte plasticofigurativa, sono meno molto amare di quanto siamo abituati a pensare di esempi d’amore fisico anche alquanto spinto: al limite, non di rado, quel che per noi sarebbe l’erotismo se non addirittura la pornografia.

Il bel libro recente di Florence Colin-Goguel, L’image de l’Amour charnel au Moyen Âge  (Seuil 2008, prefazione di Michel Pastoureau) ci dà ampia materia di modificare a proposito del nostro medioevo, parecchie idées reçues che pigramente ci portiamo dietro. Zavorrato dall’austera continenza d’origine paolina e poi ascetica, ma insidiato non solo dall’eredità erotica della cultura latina bensì anche da certi modelli biblici ( il Cantico dei Cantici… ), il Medioevo occidentale ha coltivato un interesse e una propensione per l’amore fisico spesso sconfinato – come nella tradizione goliardica – in forme grottesche, dissacratorie e paradossali, ma alimentato anche da una raffinata tensione intellettuale che si sfogava perfino in un accurata trattatistica e raggiungeva, invadendola, perfino la teologia morale.

Tempo di gelosia e di segregazione, il Medioevo era anche età di società di soli uomini e di donne sole, dove rapporti omosessuali e autoerotismo avevano modo di espandersi.

Dietro le stesse tradizioni cavalleresche e monastiche, chiericali e universitarie, si avverte spesso, e nemmeno troppo nascosto, il brivido dell’androginia e dell’eros “alternativo”. Gli stessi cacciatori d’una “repressione della donna” in età medievale avrebbero modo di ricredersi, quanto meno studiando la società aristocratica. In pieno dodicesimo secolo, corti come quella di Eleonora duchessa di Aquitana (la madre di Riccardo cuor di Leone) erano luoghi nei quali si praticava e si teorizzava l’adulterio, mentre più tardi, nelle società mercantili l’uso delle more delle russe e delle circasse tenute come schiave domestiche avrebbe diffuso forme di poligamia pratica e popolato il mondo di bastardi: che sovente avevano anzi un loro ruolo e perfino araldico riconosciuto.

Scorrendo le immagini e le pagine proposte della colin-Goguel, allieva di Le Goff e di Chastel, si resta addirittura stupiti nel constatare come dalla musica ai tornei, dai giochi alle passeggiate in giardino, dagli usi enogastronomici alle stesse metafore religiose, il medioevo fosse pervaso di erotismo e di attrazione carnale . La stessa eresia catara, che proclamava come il massimo peccato contro Dio fosse la riproduzione, che perpetuava la schiavitù dello spirito entro la prigione carnale, era poi molto meno severa nei confronti delle forme di erotismo che contassero dispersione del seme e non dessero quindi frutti. E questa considerazione attenua di molto lo stupore di qualcuno, allorché constata quanto il catarismo fosse diffuso in contrade gioiose come la dolce Provenza. Per tacere dei frequenti coiti diabolici. Immaginari, d’accordo, anzi illusori. Ma dopo il dottor Freud, la sappiamo lunga al riguardo.


Clérambault, le donne e la passione delle stoffe. L’universo dei tessuti.

Dobbiamo a Michel Pastoureau, autore de La stoffa del diavolo. Una storie delle righe e dei tessuti rigati , la rappresentazione di secoli di storia attraversati da complessi quanto drammatici mercanteggiamenti intorno alla definizione dei vestiti possibili, alla presenza o meno delle righe o del monocromatismo, a tutta una dimensione percettiva – soprattutto visiva, ma non esclusivamente tale – che definiva le possibilità di un ordine globale, o il suo smantellamento, a partire dalla struttura tissutale. È in primo luogo l’ordine ecclesiale ad istituire le regole, a vietare la presenza degli abiti rigati, specie quelle che alternano colori vivaci, suscitando con la policromia l’idea di diversitas. Ciascuno assume un abito, un colore, una strut- tura del tessuto, a seconda del proprio sesso, rango e condizione sociale. Se nell’iconografia tradizionale i capelli rossi istituiscono la condizione del ‘traditore’, la rigatura vestiaria definisce le figure dispregiative (Caino, Salomé, Giuda stesso), la dimensione rivoluzionaria in Francia o in America, quella igienica nel nostro secolo, la carceraria e così via. Insomma una storia occulta del colore, del tipo di tessuto, della sua mono- o policromia, del suo carattere maculato o punteggiato, si intreccia con le vicende più quotidiane degli esseri umani, istituendo un complesso ordi- namento visivo dei ruoli, delle caratteristiche personali, delle condizioni sociali. La percezione immediata, istantanea, stabilisce un criterio di efficace economia delle strategie necessarie all’identificazione dell’altro, clas- sificato in tal modo attraverso una rappresentazione iconica. Potrebbe essere, questa storia lenta, di lunga durata, ritmata da un corso evolutivo oltrepassante i singoli accadimenti di una vita, del tutto esclusa da una considerazione sulla natura e l’origine di questa passione? Possono le stof- fe, la seta, il velluto, definire i tratti percettivi, visivi, tattili, uditivi (nello strofinamento eccitatorio) che caratterizzano l’universo femminile al di là di ogni epoca o assumono una configurazione ‘storica’, irrimediabilmente datata? O il tutto (la percezione cioè di una passione che travalica i sessi, nel momento in cui ricongiunge lo psichiatra-collezionista di stoffe al suo oggetto d’indagine) è funzione della specificità di uno sguardo, nel senso di essere rivelato solo da colui che cerca di avvicinarsi a questo enigma della femminilità e ne coglie il suo carattere erratico, debordante e confusivo?

Se consideriamo un altro ambito storico-geografico, quello delineato negli stessi anni in Italia da Cesare Lombroso, non troveremo nulla di simile, né l’erotomania di Clérambault né, tanto meno, alcunché di questa passione delle stoffe. Le donne esaminate da Lombroso sono per lo più epilettiche, isteriche, prostitute nelle combinazioni più varie ma, essenzialmente, la prostituzione sta alla donna come il delitto all’uomo. L’Italia contadina è attraversata da strangolatori di donne, da pazze per passione, da ree d’occasione, contrassegnate dai segni dell’atavismo, della regressio- ne fisica e morale. Non che Lombroso disconosca l’influsso della civiltà sulla forma della pazzia, anzi. Ma per lui l’universo criminale della donna è relegato alla prostituzione e la genesi delle prostitute nate è nella pazzia morale. L’oggetto d’indagine è contrassegnato dal suo carattere antievolutivo, dall’aspetto, per così dire, di residuo fossile: nulla di più lontano dalle sfavillanti sfilate di moda, dall’esibizione di tessuti luccicanti, di morbida seta, di pregiati velluti. La passione delle stoffe si radica in una civiltà già postcontadina, dove la merce assurge a valore universale. Le voci delle nostre passionali sono restituite, meglio ‘dirette’, manipolate dalla tecnica interrogativa di Clérambault al fine di estrarre dall’altro il suo segreto, l’enigma di un oggetto capace di produrre passioni insane, antisociali, di realizzare un piacere altrimenti inesprimibile.

Se lui stesso cerca di entrare in questo universo, di farlo proprio (o vi era incluso da sempre?) per poter cogliere il significato di questa passione, nulla di tutto ciò accade invece nell’universo lombrosiano. Le voci dell’altro sono sopite per sempre, rinchiuse nell’esplorazione craniometrica, nell’anamnesi tendente a rilevare il grado di degenerazione familiare, la com- parazione che permetta di istituire il livello di ‘fossilità’ del soggetto in questione, la ricerca delle alterazioni encefaliche che permettano di giungere alla definizione di uomo delinquente, o della pazzia. Ed è per risolvere il problema della mancata rilevazione delle stigmate criminali nella donna che Lombroso finisce per considerare la prostituzione delle donne come l’equivalente del delitto e della degenerazione. Voci sopite, dicevo, o quasi. Intanto per la spettacolare rimessa in discussione della teoria lom- brosiana a partire dalla autopsia del maestro e dal ritrovamento di un cervello ricco di pliche di passaggio, quelle pliche che sarebbero dovute esse- re, secondo la teoria, caratteristiche del criminale e dell’alienato. In secondo luogo, per quei « Palinsesti dal carcere », la raccolta cioè di messaggi, graffiti, autobiografie disseminate nelle carceri italiane ottocentesche e raccolte da Lombroso stesso, sorta di discesa all’inferno dei vinti, testimo- nianza emblematica di una necessità di dirsi, di trovare un senso alla disperazione che Lombroso tuttavia classificò come dimostrazione della passione egocentrica propria di questi personaggi. Spettacolare ambiguità della scienza infelice che mentre classifica, espelle da sé ciò che ha appena incontrato e tuttavia, in questa dinamica, ne permette una forma seppure minima di sopravvivenza.

A confronto, si consideri la straordinaria percezione di una ex malata vista da Clérambault, che riassume in tal modo il risultato degli incontri in cui l’illustre psichiatra l’interrogava senza sosta in merito all’oscura passio- ne: « Delle nostre relazioni, di questi interrogatori delicati ai quali mi for- zate, mi resta l’impressione che voi siete restato uno dei primi uomini che ho potuto rendere spontaneamente partecipe del mio piacere… ne sono sicura, solo un uomo sensibile ai piaceri delicati dati dalle stoffe può ascol- tare queste confessioni ». Solo un uomo sensibile ai piaceri delicati delle donne poteva dunque comprendere il senso di quell’enigma? Solo la condivisione può (forse) permettere di entrare in questo strano universo, cercando di trovare una risposta all’altrui (e alla propria) ossessione? Ma probabilmente limiteremmo di molto la comprensione dello scenario fin qui evocato se dovessimo situare il gesto osservativo di Clérambault unicamente nell’ambito di un delirio personale, di un’insolita quanto fortunata corrispondenza passionale che ha permesso di ‘estrarre’ ciò che fino ad allora era classificato come feticismo.

Era stato già Deleuze a osservare che « se c’è delirio in Clérambault, è seguendo le pieghe [dei tessuti] che egli ritrova nelle piccole percezioni allucinatorie delle erotomani. In questo senso, il gusto dello psichiatra Clérambault per pieghe venute dall’Islam… non testimonia, checchè se ne dica, di una semplice perversione privata ». Per Deleuze, le pli [la piega] è il contrassegno stesso dell’universo barocco, la capacità di considerare l’universo nella sua essenziale capacità di riproduzione, ri-piegandosi all’infinito, possedendo al suo interno, attraverso una ripiegatura infinita, l’essenza e la molteplicità del vivente. L’universo percettivo stesso è costi- tuito da conglomerati di micropercezioni che costituiscono poi la possibilità di una percezione globale, ed è inseguendo le pieghe percettive, le percezioni « lillipuziane », che Clérambault avanza nella comprensione dell’erotomania. L’universo barocco, ovviamente, va inteso ben al di là del suo secolo, ma se può esservene una qualche definizione, essa va ricercata nel modello tessile « così come lo suggerisce la materia vestita: è necessa- rio che il tessuto, il vestito, liberi le proprie pieghe dalla loro abituale sub- ordinazione al corpo finito. Se c’è un costume propriamente barocco, sarà largo, vago, gonfio, pieno di sbuffi, sostenuto da uno sottoveste, e circon- derà il corpo mediante le sue pieghe autonome ».

Ma cosa introducono le pieghe? Perché le nature morte barocche insistono con così tanta forza su drappeggi sovrabbondanti di pieghe, come a mostrare un eccesso che può solo debordare dalla tela, cercare un altrove per posarsi, per distendersi? Per Deleuze, le pieghe introducono fra il corpo e il vestito un elemento terzo: gli elementi. Sono questi, forse, che permettono di spiegare l’essenza di ciò che accade in quel momento nell’opera d’arte. Non è del resto il fuoco, per fare un esempio, che rende conto delle pieghe straordinarie della tonaca di Santa Teresa del Bernini? Le pieghe acquistano così un’autonomia, mostrano molto di più che un semplice elemento decorativo, esprimono la forza spirituale che si esercita sul corpo, che lo modella, lo smuove dall’interno, lo scuote.

Le foto di Clérambault mostrano questo eccesso continuo di tessuti piegati, ripiegati su di sé per occultare solo apparentemente un corpo: non solo le pieghe mostrano la sua struttura, una sorta di esoscheletro, ma finiscono per escludere il supporto stesso, la donna che le indossa . Sono le pieghe, alla fine, che si fanno carico di indicare un eccesso di significazione, una sovrabbondanza non delimitabile, sempre pronta a ricostituirsi in nuove e differenti ripiegature, materia inesausta e illimitata, senza forma eppure capace di darla. Sono le pieghe del resto ciò che Lombroso insegue nelle circonvoluzioni cerebrali, e la sua tesi relativa alla presenza nei devianti della fossetta occipitale mediana come sorta di terzo lobo fra i due emisferi, non rappresenta forse un esempio di ulteriore inflessione del cervello su se stesso, come un cervello che non si è disteso nei suoi due emisferi, residuo filogenetico che spiegherebbe dunque l’essenza dell’alienato e del criminale?

Materia senza forma, vuoto da riempire, non luogo: queste espressioni ci sono da molto tempo familiari. Sono infatti le definizioni della donna che il pensiero occidentale ha dato nel corso della sua storia. Questa flui- dità dell’universo che il ripiegamento identifica, illustra al meglio la non delimitazione dell’universo femminile, la sua disposizione a migrare, sorta di utero raddoppiato che, come in un’isteria universale, naviga non più fra il sopra e il sotto di una donna, organo migrante all’interno di un corpo cavo, ma fra gli esseri umani stessi. L’essere animati da un altrove: gli elementi, il fuoco o l’estasi delle sante, la seta delle nostre passionali, questa passione stessa che le spinge verso un mondo che non include quello degli uomini, ciò che Lacan ha designato come l’al di là del godimento fallico, servirebbe forse per distogliere lo sguardo da quell’orrore che un altro vuoto, quello dei genitali femminili, dovrebbe dare all’uomo?

La passione per i tessuti sarebbe l’estrema protezione che le donne stesse porrebbero per prevenire l’angoscia maschile, coprendo le proprie mancanze? Quest’eccesso di pieno, di forme, di colori, di volumi, da cui il nostro psichiatra è catturato, ha forse una qualche relazione con tale vuoto?