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Noam Chomsky & Michel Foucault – Sulla natura umana (On human nature)

Qual è il nostro ruolo nella giustizia sociale come sociologi applicati? In questo grande dibattito del 1971, Michel Foucault e Noam Chomsky non sono d’accordo sulle qualità fondamentali della “natura umana” e sul compito chiave delle scienze sociali nell’aiutare l’umanità a raggiungere il suo potenziale collettivo. Chomsky ritiene che le scienze sociali dovrebbero elaborare un quadro per una società ideale in cui fioriranno creatività, libertà e scoperta scientifica. Vede che è nostro compito aiutare a mettere in atto questo piano.

Foucault sostiene che non esiste un concetto ideale di giustizia sociale che possa essere applicato universalmente. Invece, nota che gli scienziati sociali hanno il compito di criticare le istituzioni sociali e le relazioni di potere in diverse società.

È interessante notare che la prospettiva di Foucault riflette la sociologia accademica (con un’enfasi sulla critica delle istituzioni sociali), mentre l’argomento di Chomsky è più vicino alla sociologia applicata! I sociologi applicati lavorano con le organizzazioni politiche e comunitarie per influenzare le organizzazioni e le pratiche della giustizia.

Foucault dice:

… uno dei compiti che mi sembrano immediati e urgenti, al di là di ogni altra cosa, è questo: che dovremmo indicare e mostrare, anche dove sono nascosti, tutte le relazioni del potere politico che controllano effettivamente il corpo sociale e opprimono o reprimilo. Quello che voglio dire è questo: è consuetudine, almeno nella società europea, considerare che il potere è localizzato nelle mani del governo e che viene esercitato attraverso un certo numero di istituzioni particolari, come l’amministrazione, il polizia, esercito e apparato dello stato … Ma credo che il potere politico si eserciti anche attraverso la mediazione di un certo numero di istituzioni che sembrano non avere nulla in comune con il potere politico e come se fossero indipendenti da esso, mentre non lo sono.

Uno lo sa in relazione alla famiglia; e si sa che l’università e in generale tutti i sistemi di insegnamento, che sembrano semplicemente diffondere la conoscenza, sono fatti per mantenere una certa classe sociale al potere; ed escludere gli strumenti di potere di un’altra classe sociale. Anche le istituzioni di conoscenza, lungimiranza e cura, come la medicina, aiutano a sostenere il potere politico. È anche ovvio, fino allo scandalo, in alcuni casi legati alla psichiatria.

Mi sembra che il vero compito politico in una società come la nostra sia quello di criticare il funzionamento delle istituzioni, che sembrano essere sia neutre che indipendenti; criticarli e attaccarli in modo tale che la violenza politica che si è sempre esercitata in modo oscuro attraverso di loro sarà smascherata, in modo che si possa combattere contro di loro.”

 

 


1984 – Il Grande Fratello di George Orwell

«Chi controlla il passato controlla il futuro.
Chi controlla il presente controlla il passato.»

 

 

 

Sebbene Orwell abbia fatto pochi riferimenti diretti alla filosofia, gran parte della sua produzione letteraria e migliore equivale a un tentativo di elaborare le conseguenze politiche di quelle che sono essenzialmente domande filosofiche. Quando e cosa dovremmo dubitare? Quando e cosa dovremmo credere? Domande come queste sono particolarmente importanti in 1984 . In quel romanzo, la filosofia ufficiale del fittizio regime oceanico è una sorta di scetticismo globale mentre il buonsenso di tutti i giorni è diventato un’eresia. È buonsenso che innesca l’errata ribellione di Winston Smith, una ribellione contro il genere di cose che scoraggia Orwell dalla filosofia.

“Avevano torto e aveva ragione. L’ovvio, lo sciocco e il vero dovevano essere difesi. I truismi  [ Verità ovvia e indiscutibile di cui appare superflua ogni spiegazione] sono veri, aggrappati a quello! Il mondo solido esiste. Le sue leggi non cambiano. Le pietre sono dure, l’acqua è bagnata, gli oggetti non supportati cadono verso il centro della terra. “

Più tardi, quindi, quando il romanzo descrive i tentativi dello Stato di porre fine al dissenso di Smith, descrive in dettaglio un processo in cui il senso comune è minato dal sofismo e dallo scetticismo. L’operazione è supervisionata e, nelle sue fasi successive, eseguita da O’Brien, agente provocatore del partito al potere. Rieducando Winston, osserva:

“Sei qui perché hai fallito nell’umiltà, nell’autodisciplina. Non faresti l’atto di sottomissione che è il prezzo della sanità mentale. Preferivi essere un pazzo, la minoranza del singolo. Solo la mente disciplinata può vedere la realtà, Winston. Credi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, esterno, esistente a sé stante. Credi anche che la natura della realtà sia evidente. Quando ti illudi nel pensare di vedere qualcosa, supponi che tutti vedano la tua stessa cosa. Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è esterna. La realtà esiste nella mente umana e da nessun’altra parte. Non nella mente individuale che può commettere errori e comunque presto perisce: solo nella mente del Partito che è collettiva e immortale. Qualunque cosa il Partito ritenga essere la verità, è la verità. È impossibile vedere la realtà se non guardando attraverso gli occhi del Partito. “

In 1984 , quindi, il dubbio sostiene il regime, mentre la convinzione ha il potenziale per minarlo. Anche nel 1948, questo era un modo nuovo di rappresentare l’autoritarismo. Oggi è ancora più strano. Convenzionalmente, il totalitarismo non è mai scettico. Il fascismo, ad esempio, viene spesso affermato come basato su una falsa certezza, una visione del mondo come bianco e nero piuttosto che alla moda, grigio agnostico. L’argomento di Orwell, tuttavia, è che il fascismo si basa sull’affermazione esattamente opposta. Non è che il mondo autoritario abbia troppo bianco e nero ma che abbia troppo grigio, la vaghezza è il suo stile. Così, quando Orwell identificò una fissazione fascista con l’occulto, la vide come un’ossessione del tutto appropriata. Dopotutto, cosa potrebbe essere meno preciso, meno fattuale? La magia e il misticismo considerano la conoscenza come qualcosa di arcano, controintuitivo e non verificabile. Qualcosa per pochi, non per molti.

Nel 1984 , Orwell esorcizza più di dieci anni di questo tipo di preoccupazione epistemologica. Dalla metà degli anni ’30, se non prima, si era allarmato per quanto fosse diventato difficile setacciare la realtà dalla propaganda. Durante il suo coinvolgimento nella guerra civile spagnola, ad esempio, era stato infastidito dal modo in cui venivano segnalati gli eventi, lamentando che, per molti corrispondenti, l’ideologia era tutto e in realtà niente. A sostegno dell’ideologia, le cose che erano accadute erano esagerate, minimizzate o semplicemente negate. E le cose che non erano affatto accadute furono inventate. Il romanzo di Orwell dell’immediato periodo prebellico,  disprezza le notizie sul fascismo tedesco e italiano come alte storie xenofobe. Successivamente, dopo l’inizio della guerra, divenne sempre più dubbioso su ciò che sentì e lesse da fonti ufficiali, dubitando, ad esempio, della portata e del significato della Battaglia d’Inghilterra e, brevemente, ma notoriamente, dell’Olocausto.

Il dilemma che sta alla base di tali dubbi persiste. Non è unico per George Orwell. Lo scetticismo offre un modo per risolverlo negando la possibilità dei fatti. Negazioni di questo tipo sono state, recentemente, oggetti rari e solidi tra le bolle di post-strutturalismo e post-modernismo, sistemismi in cui non c’è né identità né “testo esterno” e che non ammettono fatti, solo pregiudizi, sofismi e retorica. Argomenti di quel tipo non avrebbero soddisfatto Orwell. Possiamo solo immaginare il tipo di stivale che avrebbe potuto consegnare a Foucault o Derrida, ma difficilmente avrebbe potuto essere più forte del recente colpo di grazia di Roger Scruton : 

“Uno scrittore che afferma che non ci sono verità o che tutta la verità è ‘semplicemente relativa ‘, ti sta chiedendo di non credergli. Quindi non farlo. “

In pratica, anche gli scettici devono credere in qualcosa. Per lo meno, devono accettare la validità del proprio scetticismo ma, invariabilmente, concedono molto più di quello perché la credenza non è, alla fine, facoltativa. È lo scetticismo che è affetto.

Orwell non ha mai raggiunto una tale conclusione perché, in definitiva, ciò che lo preoccupava non era se lo scetticismo potesse essere sostenibile, ma che uno scetticismo nominale e interessato potesse avere conseguenze politiche, uno dei quali è che se, ufficialmente, tutto è bugie, allora le bugie non sono un problema . Se tutto è una bugia, allora qualsiasi affermazione è in definitiva solo un rumore che è benefico o dannoso per questa o quella parte in un conflitto. Nel 1984 , il Partito dimostra ancora e ancora questo tipo di cinismo.

Orwell, che aveva visto molte di queste finzioni, inizialmente credeva che non avrebbero resistito, che si sarebbero imbattuti nella tradizione liberale e / o in quella che sentiva essere l’inesorabilità della verità. Non è chiaro cosa intendesse con nessuna di queste espressioni, ma l’inesorabilità della verità potrebbe essere correlata a una similitudine che ha usato in una lettera alla sua amica Brenda Salkeld nei primi anni ’30:

“Un’idea è come una melodia … attraversa i secoli rimanendo lo stesso ”.

Per quanto riguarda la tradizione liberale Orwell aveva già intuito l’argomentazione  secondo cui la libertà economica e la libertà intellettuale potevano essere strettamente correlate, perdere la prima e, presto, anche la seconda sarebbe andata persa . Orwell era spesso un severo critico del liberalismo che, a suo tempo, conservava ancora qualcosa del laissez faire vittoriano, ma apprezzava comunque la necessità del socialismo di basarsi piuttosto che rigettare in toto i suoi successi. In particolare, ha entusiasmato i diversi periodici che si possono divulgare  in un mercato relativamente libero nell’editoria e si è opposto ai sussidi statali agli scrittori sulla base del fatto che “il mecenate migliore e meno esigente [è] il grande pubblico”. Soprattutto, tuttavia, ha sostenuto l’individualismo liberale sul collettivismo credendo che quest’ultimo fosse intrinsecamente totalitario.

L’individualismo, come tutte le migliori verità, ha il vantaggio di essere evidentemente vero. Il collettivismo, d’altra parte, si basa sui miti: la “comunità immaginata” per uno, e le storie di favole che si auto-giustificano, attaccate da Orwell nelle sue Note sul nazionalismo . Sconcertato dall’esistenzialismo, ciò che più infastidì Orwell nella produzione di  Sartre fu la sua apparente negazione dell’individualità: c’è solo ” l’ operaio”, ” l’ ebreo” e ” il piccolo borghese” (“quella capra su cui sono posti tutti i nostri peccati”). A parte un lasso di tempo relativamente breve in tempo di guerra, Orwell era così tanto un individualista che, quando arrivò a elencare le sue ragioni per diventare uno scrittore, mise in primo piano il “puro egoismo”. Inoltre, e molto più controverso, la sua recensione di Mein Kampf vede in Hitler più che un po ‘del tragico eroe orwelliano, il piccolo uomo ha intrapreso una rivolta condannata.

Qualunque cosa Orwell intendesse veramente per l’inesorabilità della verità e della tradizione liberale, quando arrivò a scrivere il 1984 , sembra che non ne fosse nemmeno sicuro. Da allora aveva sperimentato la propaganda ufficiale e non ufficiale sia come consumatore che come produttore.

Orwell ha visto in prima persona la produzione e la manipolazione delle informazioni da parte di una società che lavora a stretto contatto con lo Stato: i discorsi scritti o scritti, le interviste scritte o semi-scritte, il costante controllo e la censura. Il suo timore era che questo apparato sarebbe stato mantenuto in tempo di pace, in modo che la propaganda gradualmente eliminasse i fatti. 1984 si basa su quella paura, raffigurando un mondo in cui vi è solo propaganda ufficiale e dove, alla fine, sono i propagandisti che trionfano sul buon senso.

Ironia della sorte, quindi, sebbene Orwell non fosse scettico, il 1984 ha fornito un’utile illustrazione per ogni sfumatura di scetticismo, descrivendo una situazione in cui sta diventando impossibile pensare un singolo pensiero dissenziente o, grazie al nuovo linguaggio che taccia di sciacallaggio, qualsiasi una parola sovversiva, non allineata al sistema. Alla fine, tuttavia, è solo finzione. Il mondo reale delle Oceanie è arido di  spazio. Non viviamo in uno. La propaganda politica di oggi è senz’altro orwelliana mentre le stesse, disoneste tecniche che Orwell non ha gradito  alla radio sono state perfezionate per la televisione. “Tutte le bugie televisive”, ha recentemente commentato Matthew Parris, “Giace persistentemente, istintivamente e per abitudine … Una cultura di mendacia circonda i media …” Ma dubito che smetterà di apparire su di essa proprio mentre dubito che la televisione smetterà di diffondere informazioni in luoghi che altrimenti non sarebbero utili o che la gente smetterebbe di non credere alle pubblicità e alle trasmissioni politiche del partito quasi per principio. Alla fine, la propaganda e il dominio ufficiale hanno i loro limiti. Contra Noam Chomsky e Vance Packard, il consenso non è prontamente prodotto, mentre i persuasori nascosti non sono né particolarmente nascosti né particolarmente persuasivi. Ci sono cose più facili da piegare delle menti. La verità potrebbe non essere inesorabile come pensava Orwell, ma nemmeno bugia.

 


Nascita della sociolinguistica

Abbiamo visto finora come lo studio del comportamento verbale sia stato precisato ed arricchito di elementi da queste scienze vicine alla linguistica, le quali situano un’ emissione verbale all’ interno di un complesso sistema di rapporti.

Ma recentemente, soprattutto nel corso dell’ ultimo decennio, anche la linguistica vera e propria si è enormemente modificata, utilizzando le generali categorie semiotiche di emittente , destinatario , canale , messaggio e codice . E, dovendo considerare tali fattori che entrano nella produzione del messaggio linguistico, occorre tener conto del contesto , comprendente le presupposizioni, le conoscenze, le intenzioni e i ruoli dei locatori, nonché molti altri fattori, tutti di tipo sociale .

Precedentemente si è visto come la linguistica strutturale e quella generativo-trasformazionale si sono proposte di studiare la lingua indipendentemente da ogni fatto sociale, da ogni rapporto con i parlanti e con l’ ambiente in cui essi agiscono.

Considerare ed analizzare il sistema astratto della lingua ( la “langue” di Saussure, la “competenza linguistica” di Chomsky ) è servito moltissimo a fare della linguistica una scienza estremamente avanzata e rigorosa nei propri metodi di studio, ma ha anche sviluppato un completo isolamento dalla sociologia e dalle altre discipline sociali.

Ha scritto Joshua Fishman : “ La linguistica si è tradizionalmente interessata al comportamento del tutto regolare e pienamente prevedibile : p di pin è sempre pronunciata aspirata dal parlante nativo inglese, mentre la p di spin non lo è mai : è questo il genere di relazioni completamente determinate che la linguistica ha tradizionalmente cercato e trovato … E’ chiaro che cosa implichi questo modo di vedere : la linguistica non si interessa a “cose che ora ci sono e ora non ci sono” ; essa descrive fenomeni che ricorrono, oppure non ricorrono, in modo del tutto determinabile. Quando venivano registrate altre situazioni di minore determinabilit{, ad esempio nell’ uso, queste venivano definite ‘extralinguistiche’ o ‘variazioni libere’, al di fuori del regno o del terreno centrale della linguistica propriamente detta . Da parte loro, le scienze sociali erano ( e rimangono ) sorprendentemente estranee al comportamento apparentemente invariabile. ”

La Sociolinguistica ( cioè lo studio della lingua considerata nella realtà sociale concreta ) è nata realmente come scienza negli Stati Uniti d’ America, alla fine degli anni ’50. Ciò non vuol dire che nel passato non si fosse mai considerato l’ aspetto sociale del linguaggio ; basta considerare le notevoli intuizioni dei francesi Antoine Meillet e Marcel Cohen, gli studi ( risalenti al 1935) di J. R. Firth su quella che egli chiamava “linguistica sociologica” , e tutta la feconda corrente europea della dialettologia e della geografia linguistica. Ma soltanto tra il 1955 e il 1960 si inizia realmente a parlare di sociolinguistica, per merito soprattutto degli studi antropologici americani e delle loro ricerche “sul campo” riguardo alle interazioni verbali ( essenziali per comprendere le strutture sociali e culturali di una comunità ). A poco a poco, come scrive P. P. Giglioli : “ Lo studio dei fenomeni linguistici si sta costituendo in maniera irresistibile, seppure ancora lenta, come uno tra i settori più affascinanti dell’ analisi sociologica ”.

Molti sociologi si sono avvicinati al linguaggio, tanto che si distingue a volte tra “sociolinguistica” e “sociologia del linguaggio”, quest’ ultima considerata affine ad altre specializzazioni sociologiche, come ad es. la sociologia dell’ arte. Le opinioni e le proposte sulla esatta definizione di questa scienza sono molto varie ; ad es. William Labov ha scritto : “ Mi sono opposto per molti anni al termine sociolinguistica , dato che esso implica che ci possa essere una teoria o una pratica linguistica efficace, pur senza essere sociale ”.

W. Labov, insieme a Dell Hymes e a J. Fishman, è tra i sociolinguisti statunitensi più rappresentativi e noti in Italia ; egli si è occupato soprattutto del mutamento linguistico e della comparazione tra stratificazioni linguistiche e posizioni sociali dei parlanti. Hymes è il maggiore esponente della cosiddetta “etnografia della comunicazione”, che studia gli eventi comunicativi nei suoi aspetti più ampi, mentre Fishman ha esperienza notevole di pianificazione linguistica e di politica linguistica in generale. Anche l’ Europa ha dato esponenti notevolissimi alla sociolinguistica ( basta ricordare nomi come Basil Bernstein, con i suoi studi sulla “deprivazione verbale” e Marcel Cohen ) ; in Italia poi, dalla celebre Storia linguistica dell’ Italia unita di Tullio De Mauro, l’ interesse sociolinguistico è aumentato in misura sempre maggiore.

E’ difficile definire il campo di questa scienza, dati i rapporti tanto diversi e complessi tra lingua e società. Fanno certamente parte del suo campo di indagine le varietà diacroniche e sincroniche della lingua, considerate in funzione della comunità linguistica e del sistema di valori che la sostiene ; i comportamenti linguistici e i fattori sociali che li determinano ; i componenti sociali di ogni atto verbale.

Recentemente, ( nel corso dell’ XI Congresso Internazionale dei linguisti tenutosi a Bologna e a Firenze ) il linguista Halliday ha indicato, tra i settori di ricerca della sociolinguistica, la demografia linguistica, lo studio della diglossia, del plurilinguismo e del pluridialettalismo, la pianificazione linguistica, la sociolinguistica dell’ educazione, il registro ( repertorio verbale e commutazione di codice ), i fattori sociali del mutamento fonologico e grammaticale, etc.

Comunque, secondo una famosa definizione “giornalistica” di Fishman, essa deve stabilire “ Chi parla quale varietà di quale lingua , quando , a proposito di che cosa e con quali interlocutori ”. Al che Gaetano Berruto aggiunge “ come , perché e dove ”.

Fishman ha anche mostrato quali differenze separino alla base la SL ( sociolinguistica) e la linguistica generativo- trasformazionale (LTG) :

“ Mentre la LTG si è interessata alla struttura sintattica priva di intenzioni comunicative, la SL si è concentrata sull’ appropriatezza comunicativa relativa a funzioni sociali diversificate. La LTG ha posto l’ accento su aspetti comuni innati, la SL lo ha posto su differenze socializzate (…….) Una ha cercato di raggiungere, al di sotto e al di là della lingua reale, la regolarità della struttura linguistica e di quella cognitiva dell’ uomo, che devono sottostare a tutte le irregolarità osservate dalla lingua quotidiana.

L’ altra si è concentrata, raccogliendoli sistematicamente, sui dati della lingua reale in quanto tale e ha dimostrato che la sua supposta “variazione libera” è profondamente strutturata, sia all’ interno (secondo cooccorrenze linguistiche che compongono la variet{) che all’ esterno ( secondo cooccorrenze situazionali funzionali e linguistiche ). ”

E’ impossibile dunque stabilire una lingua “omogenea”, che si rende accessibile mediante l’ esame della competenza di uno dei suoi parlanti nativi. La sociolinguistica non fa che sottolineare la varietà della lingua ; infatti essa cambia

  1.  attraverso il tempo,
  2.  attraverso lo spazio,
  3.  attraverso le classi e/o i gruppi sociali,
  4. attraverso le situazioni sociali.

Ad esempio, all’ interno di un codice “standard” come la lingua italiana, noi possiamo ritrovare un notevole numero di sottocodici specializzati e di “registri”, entrambi definiti come variet{ funzionali–contestuali del codice. Si chiama Sottocodice una varietà del codice lingua che possiede ( soprattutto a livello lessicale) una serie di corrispondenze, che si aggiungono a quelle generali del codice; inoltre è usata riguardo ad argomenti e sfere particolari.

Sono sottocodici le lingue tecniche e scientifiche, la lingua studentesca, la lingua politica, quella sportiva, le lingue di vari mestieri e professioni. Parte di queste varietà linguistiche hanno il nome di “linguaggi speciali” e, col termine più recente, “linguaggi settoriali”; su di essi sono state compiute un buon numero di indagini, perché la loro proliferazione continua è divenuta un fenomeno importante del linguaggio di oggi, dominato dai mass- media e dalla pubblicità.

Ognuno di noi è in pratica obbligato a possedere una certa “competenza” per un buon numero di questi linguaggi, che si ritrovano sulle pagine dei giornali, sui documenti burocratici, e nell’ attività lavorativa di ogni giorno, spesso con grave danno per la corretta comprensione dei messaggi.

Molte volte tali sottocodici ( come ad esempio i “gerghi”) sono considerati varietà sociali della lingua, in quanto sono impiegati da precisi gruppi sociali o classi socio-economiche della comunità, e vengono perciò sentiti come segno di coesione e di identità del gruppo corrispondente.

I registri si differenziano dai sottocodici per il fatto di utilizzare soltanto certi elementi del codice ; essi non sono dotati di un lessico specifico che li identifichi, presentando invece varianti soprattutto a livello fonologico e morfosintattico. Ad esempio nel registro “familiare” della lingua italiana si userà il “tu” invece che il “lei”, parole semplici e generiche ( “cosa”, “roba”, “affare” ) al posto del linguaggio specialistico, insomma un lessico di tipo “confidenziale” e “amichevole”.


Comunicazione e significazione

Noam Chomsky è stato l’ estremo esponente di quella scuola strutturalista che ha avuto il suo inizio con De Saussure e di cui ha sviluppato le intuizioni, in un processo di continuità .

Ma vi è tutto un altro indirizzo di ricerca che si pone in polemica con le affermazioni di De Saussure. Questi, ponendo la definizione di “semiologia”, parlava di “vita dei segni nel quadro della vita sociale”, aggiungendo che la linguistica non è che una parte di questa scienza generale, che lui limita all’ uomo, cioè alle produzioni di segni “sociali” e artificiali. Secondo De Saussure dunque la semiologia : 1) Comprende la linguistica ; 2) E’ limitata ai segni “sociali” e convenzionalizzati.

Affermare, come fa Saussure, che la linguistica sia solo una delle tante componenti della semiologia, è un’ implicazione filosofica precisa, perché suppone un’ idea che esiste prima della lingua, un significato pre-linguistico che può manifestarsi in vari sistemi di segni e servirsi del linguaggio verbale così come dei gesti e dei disegni.

Il linguista francese Roland Barthes rovescia questa impostazione, sostenendo che tutti i sistemi di segni si rifanno al linguaggio.

“ Saussure, seguito in ciò dai principali semiologi, pensava che la linguistica non fosse altro che una parte della scienza generale dei segni. Orbene, non è affatto certo che nella vita sociale del nostro tempo esistano, al di fuori del linguaggio umano, sistemi di segni di una certa ampiezza. Finora la semiologia si è occupata solo di codici di interesse assai ristretto, come per esempio il codice stradale ; non appena si passa a insiemi dotati di una autentica profondità sociologica, si incontra di nuovo il linguaggio. Oggetti, immagini, comportamenti, possono, in effetti, significare, e significano ampiamente, ma mai in modo autonomo. Ogni sistema semiologico ha a che fare con il linguaggio. ”

In tutto il libro da cui è tratto questo brano Barthes utilizza il modello linguistico per descrivere altri sistemi di significazione. Parla infatti di una Lingua “vestiaria”, costituita dal complesso di regole che stabiliscono l’ associazione dei capi di vestiario nonché la loro opposizione reciproca, e di una Parola “vestiaria”, corrispondente all’ abbigliamento concreto indossato da una determinata persona ; allo stesso modo si parla di Lingua “alimentare” e Parola “alimentare” .

Altri semiologi hanno proseguito per la strada indicata da Barthes ; famosa è la codificazione del “linguaggio cinematografico” effettuata da Christian Metz nel 1964 115, che mette in relazione il segno linguistico (immotivato) e il segno filmico (motivato).

Abbiamo detto che Saussure, parlando di segni, si riferisce sempre a codici, segni artificiali e convenzionali. Eric Buyssens ci ha dato la definizione migliore di questo indirizzo di pensiero : “ la semiologia può definirsi come lo studio dei processi di comunicazione, cioè dei mezzi utilizzati per influenzare gli altri e riconosciuti come tali da colui che si vuole influenzare …..E’ possibile agire sugli altri senza volerlo : il modo di parlare di un nostro amico può suggerirci che è socievole ; la pronuncia di uno sconosciuto può rivelare che è straniero ; il comportamento dell’ epilettico suscita la nostra pietà. Si tratta qui di indizi ; noi ne prendiamo conoscenza, li identifichiamo, li interpretiamo, ma non vi è comunicazione. . La semiologia non studia questi casi ; essa si limita ai mezzi convenzionali, ovvero ai mezzi riconosciuti come dei mezzi ” .

In effetti gli sviluppi successivi di questa disciplina non hanno tenuto in alcun conto tale limitazione, soprattutto per influsso della semiotica d’ oltre oceano, che fin dal suo nascere si è mantenuta del tutto svincolata dalla linguistica. Basta confrontare il brano di Buyssens con alcune dichiarazioni di Peirce e di Morris per notare enormi differenze di impostazione. Nel 1931 Peirce affermava : “ Io sono, per quel che ne so, un pioniere, o piuttosto un esploratore, nell’ attivit{ di chiarire e iniziare ciò che io chiamo semiotica , vale a dire la dottrina della natura essenziale e delle variet{ fondamentali di ogni possibile semiosi ”.

Per tale autore la seriosi è un tipo di operazione, che non dipende affatto dall’ identit{ di chi la compie e dalla intenzionalit{ con cui è compiuta. “ Per semiosi intendo un’ azione, un’ influenza che sia, o coinvolga, una cooperazione di tre soggetti , come per esempio un segno, il suo oggetto e il suo interpretante, tale influenza tri-relativa non essendo in nessun caso risolubile in una azione tra coppie ”. Peirce non parla di segni artificiali nella sua definizione del segno, che è questa : “ Something which stands to somebody for something in some respect or capacity ” ( “ Qualcosa che sta per  qualcuno al posto di qualcos’ altro sotto certi aspetti o capacit{ ”) .

Morris sostiene addirittura che qualsiasi cosa può diventare un segno : “ Qualcosa è un segno solo perché è interpretato come segno di qualcosa da qualche interprete …pertanto la semiotica non ha a che fare con lo studio di un particolare tipo di oggetti, ma con gli oggetti comuni nella misura in cui ( e solo nella misura in cui ) partecipano alla semiosi ”.

In realtà non è molto facile distinguere tra “segni naturali” e “segni artificiali”. Questi ultimi sarebbero quelli emessi consciamente per comunicare qualcosa a qualcun altro sulla base di convenzioni precise ( ad esempio le parole, i simboli grafici, i disegni, le note musicali ).

I segni naturali, al contrario, non avrebbero un emittente intenzionale, provenendo da una fonte naturale ( ad esempio il fumo che segnala la presenza del fuoco, un’ orma che ci rivela il passaggio di un animale ) , e perciò si possono chiamare indizi o sintomi ( è il caso dei sintomi medici ). Alcuni semiologi negano che tali fenomeni siano classificabili tra i segni ( come abbiamo già visto ), e li escludono dal loro campo di indagine, ma vi è ad esempio Greimas che ha parlato di una semiotica del mondo naturale . Cioè noi interpretiamo il reale attraverso la cultura, grazie ad esperienze precedenti e ad acquisizioni continue, e quindi ogni evento fisico costituisce un legittimo fenomeno di significazione .

Sono stati classificati fra i segni naturali anche quelli cosiddetti “espressivi”, da noi prodotti allorché riveliamo, senza alcuna intenzione da parte nostra, espressioni di dolore, di rabbia, di gioia.

Ma la tradizionale distinzione tra segni comunicativi ( emessi volontariamente ed artificialmente ) e segni espressivi ( emessi spontaneamente e rivelatori di una certa disposizione d’ animo o di una certa caratteristica fisica ) non regge.

Infatti ambedue i fenomeni hanno alla base un codice di corrispondenza tra significato e significante e sono ampiamente codificati dalla nostra cultura, tanto che ognuno di noi è in grado di falsificarli e di usarli come strumento artificiale atto a comunicare. A questo proposito Eco ha stabilito la “ teoria della menzogna”, definendo la semiotica come “la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire”.

Infatti ; “ Se qualcosa non può essere usato per mentire, allora non può neppure essere usato per dire la verità : di fatto non può essere usato per dire nulla ”.

Ogni tipo di cultura umana può essere definita “ un enorme sistema di sistemi di segni ”, e l’ homo sapiens è per prima cosa un animale simbolico. Tra i segni che costituiscono la cultura rientrano anche gli oggetti artificiali, beninteso non solo quelli prodotti a scopo comunicativo ma tutti. Ad esempio Barthes ha stabilito l’ esistenza della funzione- segno , osservando che : “ la funzione si compenetra di senso ; questa semantizzazione è fatale : per il solo fatto che vi è società ogni uso è convertito nel segno di questo uso . La funzione dell’ impermeabile è di proteggere contro la pioggia, ma questa funzione è indissociabile dal segno stesso di una certa situazione atmosferica ”.

Così il camice bianco del medico, usato in principio per un motivo “funzionale” di igiene, ha assunto poi connotazioni di prestigio e di status che prevalgono sulla funzione originaria .

Anche l’ architettura è stata studiata sotto questo aspetto, ed Umberto Eco 123 ha distinto la funzione prima , puramente utilitaria, di un oggetto architettonico, e la funzione seconda , che segnala le variazioni determinate da motivi differenti, in questo caso riguardanti soprattutto la condizione sociale del possessore.

Per lungo tempo si è discusso sulla differenza tra comunicazione e significazione , per stabilire quale campo di studi fosse pertinenza della semiotica. Una possibilità di risolvere questo contrasto prospettando un modello unico di base è venuta dagli studi di due ingegneri del “ Bell Telephone Laboratories ”, Shannon e Weaver. Essi nel 1949 hanno prodotto un modello, il più elementare possibile, riguardante la trasmissione di una “ informazione ” fisica fra due apparati meccanici.

Ogni processo comunicativo ( nel senso che trasmette una certa quantità di informazione ) si sviluppa secondo tale schema, sia nel caso che si verifichi fra due macchine sia che si verifichi tra due esseri umani, o anche tra una macchina e un essere umano.

Vi è dunque in ogni caso una fonte dell’ informazione ( nel caso dello scaldabagno è il serbatoio dell’ acqua ) dalla quale parte un segnale (l’ impulso elettrico), attraversando un apparato trasmittente ( il galleggiante ) ; il segnale viaggia attraverso un canale ( il filo elettrico ) , e lungo il canale può essere soggetto a un rumore ( qualsiasi disturbo, interferenza, alterazione dello stato del canale ). Una volta fuori dal canale un ricettore ( cioè un meccanismo trasformatore o amplificatore ) raccoglie il segnale convertendolo in un messaggio ( che può essere la salita del mercurio in una colonnina ), diretto a un destinatario.  E’ necessario che il trasmittente e il destinatario abbiano in comune un codice perché la comprensione del messaggio avvenga correttamente.

Finché il processo comunicativo avviene tra due macchine il segnale rimane tale senza che sussista alcuna “significazione”, vale a dire che si tratta di un processo di stimolo- risposta .

Lo stimolo ( o segnale ) provoca direttamente un certo effetto, mentre il segno, secondo la definizione di Peirce, sta in luogo di qualcos’ altro, e necessita di una risposta interpretativa da parte del destinatario .

Dunque il processo di significazione esiste solo quando preesiste un codice, un sistema di regole che assegna un “valore” ai segnali trasmessi, ed è di questo fenomeno che si occupano gli studi semiotici, i quali considerano il processo di comunicazione solo in quanto condizione necessaria e preesistente della semiosi.

Per troppo tempo si è creduto che la trasmissione di unità significative potesse essere possibile soltanto in presenza di un destinatario umano, mentre lo studio del comportamento animale ha dimostrato come anche tra gli esseri viventi siano presenti numerosi, ed a volte notevolmente complessi, sistemi segnici.

Lo sottolinea vigorosamente il linguista Tullio De Mauro , nella sua introduzione al libro Il linguaggio non verbale . “ …. Il confronto mette anzitutto in crisi la convinzione che confini troppo netti separino verbale e non-verbale, al punto anzi che la capacità verbale sia assumibile essa stessa come confine sicuro e supremo che separerebbe l’ uomo dalle altre creature, dai ‘bruti’, dalle ‘bestie’…” ; ed anche : “ Crolla il mito dell’ invalicabilit{ del Rubicone verbale : altre creature viventi si svelano capaci non soltanto di comunicare, ma di comunicare con modi e forme che parevano fino a ieri tipiche dell’ uomo ”. 125 A questo proposito esiste una certa polemica tra i sostenitori di questa tesi e coloro i quali, come Chomsky, sottolineano l’ unicit{ del linguaggio umano e la non-possibilità di un avvicinamento tra esso e gli altri sistemi comunicativi. Lo studioso americano infatti nega che linguaggi animali, anche organizzati sintatticamente, pienamente intenzionali e codificati ( come il canto degli uccelli e la danza delle api ), possano godere delle specifiche proprietà del linguaggio verbale umano. 126

Senza dubbio il canale vocale –uditivo, caratteristico del linguaggio umano, è notevolmente privilegiato per le sue caratteristiche, quali l’ utilizzo di un materiale sempre presente ( l’ aria ), la possibilità di produzione al buio e durante altre attività, la trasmissione a distanza e ricezione direzionale, il minimo dispendio di energia.

Tuttavia molte altre forme animali privilegiano questo canale e nella citata raccolta dal titolo “ Il linguaggio non verbale ”, W. H. Thorpe paragona la comunicazione vocale umana e quella di diversi animali, con risultati estremamente sorprendenti e tali da sminuire abbastanza la pretesa di “assoluta diversità” del linguaggio umano .

La disciplina riguardante la comunicazione e la significazione tra gli animali ( zoosemiotica ) distingue inoltre vari sistemi di produzione dei segnali, partendo dal codice genetico, fino a comprendere i sistemi visivi, olfattivi, chimici (feromoni), acustici ed anche l’ ecolocazione.

Certamente gli intensi studi sul comportamento animale hanno costituito un impulso per lo sviluppo di varie scienze, limitate questa volta agli esseri umani, che si affiancano alla linguistica tradizionale : vale a dire la Paralinguistica, la Cinesica e la Prossemica . Tali discipline intendono ricercare codici e sistemi in due diversi campi che la linguistica ha ignorato. Da una parte i cosiddetti tratti soprasegmentali del linguaggio, ritenuti finora “espressivi”, “naturali”, non sistematizzabili, di cui si occupa la paralinguistica ; dall’ altra l’ insieme dei gesti e delle posizioni corporali che accompagnano ogni tipo di produzione verbale e che possono anche significare autonomamente ( oggetto di indagine delle altre due scienze ) .


Lo strutturalismo

La successiva linguistica strutturalista, pur prendendo l’ avvio dalle fondamentali distinzioni dicotomiche di Saussure ( sincronia e diacronia, langue e parole, significante e significato, paradigma e sintagma ), sarà compiutamente messa a punto da Louis Hjemslev, con i suoi sviluppi di quelle che erano solo intuizioni e le sue precisazioni dei numerosi punti oscuri.

Louis Hjemslev ha precisato la definizione del segno, non intendendolo più semplicemente come unione di un significante e di un significato, ma come entità articolata su due piani : il piano dell’espressione e il piano del contenuto.

Il piano dell’ espressione è costituito da una sostanza ( materia fonica, nel caso del segno linguistico) e da una forma ( regole paradigmatiche e sintattiche ) ; allo stesso modo il piano del contenuto è formato da una sostanza ( in pratica tutti i significati esprimibili, con i suoi aspetti cognitivi, ideologici, emotivi ) e di una forma ( organizzazione formale dei significati tra loro).

Tra questi due piani E e C la significazione instaura una certa relazione, che si indica con R. Dunque il sistema ERC stabilisce ogni possibile significazione.

Per comprendere la differenza tra sostanza sonora dell’ espressione e forma dell’ espressione dobbiamo rifarci al criterio di pertinenza , introdotto dalla scuola linguistica di Praga, in particolare da Trubeckoj (1939) . Il criterio della pertinenza fu introdotto per stabilire, all’ interno della fonologia generale, lo studio dei fonemi, attraverso l’ uso della cosiddetta prova di commutazione. Questa prova consiste nell’ introdurre un mutamento nel piano dell’ espressione ( il significante ), e controllare poi se si è prodotta una contemporanea modificazione sul piano del contenuto ( significato ). Se la commutazione dei significanti produce una commutazione dei significati, si è ottenuta una sicura unità sintagmatica.

Ad esempio basta sostituire un fonema nel vocabolo /peccatore/, appartenente alla lingua italiana, per ottenere un altro termine, /pescatore/, a cui è attribuito un significato del tutto diverso. Così nella lingua inglese i suoni /pet/ e /bet/, caratterizzati dalla commutazione di un solo fonema, hanno sensi del tutto diversi. Da ciò ricaviamo che questi due fonemi, /b/ e /p/, costituiscono in tale lingua un sistema di opposizioni. In altre lingue, come l’ arabo, questa opposizione non esiste, per cui vi è interscambiabilità tra tali fonemi nella formazione di una parola senza che vi sia un cambiamento di senso. In italiano non vi è opposizione distintiva tra la /i/ e la /i:/, opposizione che è invece fondamentale in inglese.

La fonetica studia dunque le emissioni dei suoni articolatori dal punto di vista fisico, mentre la fonemica si occupa di quelli pertinenti in una data lingua. A questo proposito il linguista Martinet ha riscontrato una delle più significative proprietà del linguaggio verbale , la doppia articolazione . Cioè nel segno linguistico si possono distinguere una prima articolazione ( articolazione di unità significative, cioè dotate di un senso : i “monemi”, che con molta imprecisione possiamo chiamare le parole della lingua ) e una seconda articolazione ( articolazione di unità distintive , non portatrici di significato, che sarebbero poi i “fonemi” ) .

E’ proprio grazie a questa straordinaria caratteristica che il linguaggio verbale è “economico” a un livello così alto : con un numero limitatissimo di unità distintive forma una quantità teoricamente illimitata di unità significative. Il criterio di pertinenza può essere applicato, oltre che sulle unità minime della lingua ( i fonemi ), anche sulle loro combinazioni sintagmatiche più vaste, i monemi.

A questo punto un fatto singolare, e ben degno di nota , risalta all’ attenzione : come l’ essere umano, costruendo il suo linguaggio, abbia replicato in sostanza l’ invenzione dell’ alfabeto genetico .

“ The genetic alphabet, that has the same ‘duality of patterning’ of the human language……. A four-letter language embodied in molecules of nucleic acid…….Innumerable works, sentences and messages can be all represented by different combinations of the twenty-six letters of the alphabet. (…) The genetic alphabet consists of only four letters – the four nucleotide bases– four letters that are capable of specifying the differences between countless genes – . ”

In effetti possiamo dire che l’ alfabeto del DNA è rappresentato da 4 lettere ( A- G- C- T , che stanno per Adenina, Guanina, Citosina e Timina, le quattro basi azotate, le quali si uniscono in triplette, “parole” di tre lettere, per cui ogni serie di tre lettere corrisponde ad un singolo amminoacido. Queste “parole”, susseguentesi, concorrono a formare il grande “libro” del DNA, sequenza di istruzioni per ogni organismo vivente.

Ritornando al precedente discorso, osserviamo che la segmentazione di Hjemslev riguardo al piano dell’ espressione e a quello del contenuto è stata accettata dalla semiotica intera senza riserve ; e finché si parla dei primi tre livelli il discorso è pacifico. Ma molte discussioni esistono riguardo all’ organizzazione della forma del contenuto. Chiaramente non vi è rapporto di somiglianza tra le unit{ dell’ espressione e quelle del contenuto, proprio per il fatto della doppia articolazione, ed è molto difficile dare una descrizione esauriente di come ogni lingua organizza le infinite combinazioni del pensiero. Lo stesso Hjemslev ha fato notare come parole simili in lingue diverse possono coprire differenti ambiti di significati ( la lingua francese segmenta con tre vocaboli l’ ambito che l’ italiano suddivide attraverso /albero/, /legno/, /bosco/, /foresta/, mentre il danese ne possiede addirittura due.

I linguisti si sono occupati dell’ organizzazione della forma del contenuto dapprima stabilendo dei tratti semantici e collegandoli a quelli grammaticali. Tale collegamento a volte è fruttuoso, e del resto attraverso il fenomeno della “concordanza” molte lingue si sono preoccupate di dare rilevanza grammaticale a tratti semantici quali “maschile”, “femminile”, “plurale”, “singolare”. Ma il problema è che il numero delle categorie grammaticali è molto limitato, mentre quelle semantiche sono pressoché illimitate. Un altro tentativo è stata l’ analisi componenziale.

Notissimo è l’ esempio di /bachelor/, offerto da Katz e Fodor nel 1964, 110 e di cui è stato costruito un vero e proprio spettro semantico, riportante tutti i diversi significati che questo vocabolo può assumere nella lingua inglese.

Anche tale metodo è risultato insoddisfacente, in quanto non prevede e non rileva l’ importanza del contesto, che è invece necessario per stabilire, di volta in volta, il significato contingente del termine.

Greimas ha tentato di formare un vero sistema del contenuto attraverso categorie mentali costituite per assi oppositivi ( assi semantici ); ma anche qui si resta a un livello talmente astratto che non coinvolge per nulla la enorme varietà dei significati possibili.

A questo punto è arrivata la linguistica generativo- trasformazionale di Noam Chomsky, che ha ottenuto ed ottiene ancora un notevole successo. Chomsky ha scritto : “ Al centro delle preoccupazioni della ricerca attuale troviamo ciò che possiamo chiamare il lato creativo del linguaggio, al livello dell’ utilizzazione corrente … Tutto avviene come se il soggetto parlante, inventando in un certo qual modo la propria lingua a mano a mano che la sente parlare attorno a sé, avesse assimilato alla propria sostanza pensante un sistema coerente di regole, un codice genetico, che determina a sua volta l’ interpretazione semantica di un insieme indefinito di frasi reali, espresse o udite. In altri termini, tutto avviene come se egli disponesse di una “grammatica generativa” della propria lingua ”.

Questo studioso si è riallacciato in un certo senso alla linguistica “logica” di Cartesio e di Port Royal, secondo cui la grammatica affonda le sue radici in una ragione umana “innata”. Ha postulato infatti che : “ Una grammatica sia acquisita mediante la semplice differenziazione di uno schema fisso innato, piuttosto che attraverso l’ acquisizione progressiva di dati, di sequenze, di concatenazioni e di associazioni nuove …”.

Tuttavia è molto difficile provare l’ esistenza nel cervello umano di questi universali linguistici innati ( che costituirebbero la base delle svariatissime lingue esistenti ), a meno che la biologia non individui precisi centri corticali del linguaggio .

La linguistica generativo-trasformazionale si propone di descrivere in modo formalizzato ( cioè attraverso simboli e operazioni ) il procedimento che permette di produrre tutti i messaggi linguistici possibili in una data lingua. Essa pone una precisa distinzione tra “competenza” ed “esecuzione”. Per “competenza” si intende l’ insieme di conoscenze che un parlante- ascoltatore ideale di una lingua possiede, e che gli permette di comprendere e produrre un numero infinito di frasi.

Le concrete produzioni linguistiche costituiscono le “esecuzioni”, che risentono di tutte le circostanze ed i fattori contingenti. Ciò ci richiama la fondamentale distinzione “Langue/ Parole ”, ed effettivamente la “esecuzione” equivale abbastanza alla “parole” ; tuttavia la “langue” aveva carattere sociale mentre la competenza è individuale.

Secondo Chomsky la linguistica si occupa della “competenza”e non è suo compito descrivere la “esecuzione”. Esistono nel campo della linguistica generativa delle “regole” ( di vari tipi, cioè dipendenti e indipendenti dal contesto, obbligatorie, facoltative, ecc. ), le quali stabiliscono quali sono le frasi accettabili in una data lingua, e il loro processo di formazione.

La struttura della frase è espressa attraverso una descrizione visualizzata in un albero. La linguistica generativa ha mostrato tuttavia delle lacune : ad esempio non riesce a spiegare come un enunciato possa avere più significati. Sono le cosiddette “frasi ambigue”, come “ They are flying planes ” ( Essi sono aeroplani che volano ? Essi stanno facendo volare degli aeroplani ? ) o “ Il timore dei soldati era grande ” ( I soldati avevano paura ? Incutevano paura ? ). E’ stato così necessario introdurre la grammatica trasformazionale , che spiega le “frasi ambigue” distinguendo tra “struttura profonda” ( struttura sintattica elementare astratta che sta dietro ad ogni frase prodotta ) e “struttura superficiale” ( rapporti sintattici quali appaiono a prima vista ).