L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Paesi arabi: l’emancipazione abita anche qui

Quando parliamo di donne arabe, nel nostro immaginario entrano solo immagini di sottomissione, frustrazione, diritti violati. In effetti è così. Non bisogna mai generalizzare, ma in generale è così. Tuttavia, per avere un quadro completo, è necessario aggiungere alcuni tasselli al nostro mosaico. Forse non tutti lo sanno, ma anche da queste parti si sono affacciate, in tempi più o meno recenti, delle rivendicazioni di carattere femminista. Nei Paesi arabi, i movimenti femminili sono sorti agli inizi del XX secolo, precisamente nel 1879 in Libano, nel 1923 in Egitto, nel 1944 in Giordania e in Marocco, nel 1953 in Bahrein e negli anni ’50 in Tunisia, epoca nella quale le Tunisine si sono impegnate nel movimento di liberazione anticoloniale. Questi movimenti miravano soprattutto ad avanzare rivendicazioni politiche, ma senza grandi risultati, visto che soffrivano di mancanza d’organizzazione e si scontravano contro i diversi scogli rappresentati dai loro rispettivi governi. È con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che si assiste all’emergere di un nuovo discorso femminista. Anche se è solo nel 1975 (data del 1° Congresso mondiale sulla Donna in Messico) che le Nazioni Unite hanno cominciato a parlare delle donne come delle “partners nello sviluppo”. Questo fu anche il punto di partenza di un progetto mirante ad eliminare ogni forma di discriminazione contro la donna, per collegare la questione femminile al discorso dei Diritti dell’Uomo. Un progetto che i Paesi arabi devono sottoscrivere se vogliono vincere la scommessa dello sviluppo.

Fra i 21 paesi arabi, soltanto 8 (fino al 1995) hanno sottoscritto l’accordoconcernente l’eliminazione d’ogni forma di discriminazione contro la donna. Un risultato già di per se modesto, a cui va aggiunta una considerazione: la firma delle convenzioni internazionali non porta necessariamente alla loro applicazione. Ed è questo è uno degli ostacoli contro cui si scontrano ancora oggi un buon numero di movimenti femminili nel mondo arabo. La strada verso l’emancipazione delle donne arabe dalle rigide regole della Sharia, la legge islamica, soprattutto nei ricchi ma conservatori Paesi petroliferi del Golfo non è mai stata facile, né sarà breve.

Ciò nonostante, non si può fare di tutta un’erba un fascio. In alcuni di questi Paesi alle donne sono riconosciuti ruoli sociali, e soprattutto diritti civili, che in altri – come l’Arabia Saudita – sono ancora disconosciuti. Il Kuwait è l’unico regno del Golfo ad avere un Parlamento democraticamente eletto. Un paese in cui a prima vista la situazione delle donne è tutt’altro che nera. Il ruolo femminile del Paese, infatti, è molto importante. Ci sono donne che ricoprono alti incarichi in aziende statali e private. Numerose sono le donne inserite nel lavoro, e molte sono le intellettuali, le scrittrici e le giornaliste, che fanno sentire alta la loro voce anche nei tribunali per il riconoscimento dei propri diritti civili cui si oppongono i parlamentari islamici più integralisti. Alle donne è inoltre riconosciuto il diritto non solo di arruolarsi nella polizia ma anche nell’esercito. Dunque donne che hanno diritto a fare praticamente tutto…tranne votare.

Il primo Paese del Golfo in cui tutte le donne sono andate alle urne è stato il Qatar. Nel marzo 1999, si sono svolte le prime elezioni amministrative asuffragio universale, anche se le sei candidate donne non sono state elette. La consultazione è stata considerata, da molti analisti, come un importante esperimento verso la democratizzazione dell’emirato ed un primo passo verso la prossima elezione di un Parlamento. Altra singolare conquista: lo scorso maggio un gruppo di qatariote – non scortate dai mariti o da parenti maschi – hanno potuto assistere nello stadio di Doha (da una tribuna riservata) alla finale di un torneo di calcio.

Anche in Oman le donne possono votare, ma non tutte. L’Oman ha infatti una Shura (Consiglio consultivo, eletto nel 1997) ma ad eleggerla sono soltanto 50.000 omaniti – uomini e donne – appositamente scelti dal sultano. Nel sultanato esistono però tre donne sottosegretario, altre due fanno parte della Shura ed una è stata nominata recentemente ambasciatore in Olanda. Un’altra curiosità: dallo scorso maggio il governo del sultanato ha concesso alle donne omanite che lavorano come tassiste di poter prendere a bordo delle proprie auto anche passeggeri maschi, cosa sino ad allora proibita.