L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 25

La prima volta che compare nella letteratura inglese un preciso riferimento alla necessità di istruire le ostetriche e in Breviary of health (1547) di Andrew Boardl che spiega come si ottiene dal vescovo il permesso di esercitare la professione: “L’ostetrica deve essere presentata al vescovo da una donna onesta di buona reputazione che deve dare testimonianza della sua serietà, saggezza e discrezione….. e se così facessimo avremmo la metà degli aborti e morirebbero molti meno bambini. Sì, il vescovo deve occuparsi di questo problema”.

Le ostetriche chiedevano di essere messe alla prova e di essere istruite in modo migliore: a questa richiesta cominciarono a rispondere alcuni medici che scrissero libri di testo divenuti famosi. In Italia il più noto di tutti è “La commare o riccoglitrice” di Scipione Mercuri (1538-1616), un domenicano romano di nome Gerolamo che aveva buone conoscenze teoriche di ostetricia, ma che probabilmente non aveva mai assistito a un parto e che sapeva assai poco di controllo delle nascite. In Inghilterra, nel 1671, Jane Sharp diede alla stampa “The Compleat Midwife’s Companion” cui fece seguito pochi anni dopo il “Midwives’ Book on the Whole Art of Midwifery“, scritti per le ostetriche e che ebbero un grandissimo successo. Jane Sharp usò un ingenuo escamotage per non essere accusata di diffondere informazioni sui metodi anticoncezionali e sui farmaci abortigeni: li citò come erbe da evitare, droghe da non assumere, sostanze da tener fuori dalla propria stanza, perché avrebbero potuto impedire a una donna di realizzare il suo sogno di maternità. Solo alla voce “stimolatori mestruali” la Sharp si lasciò un po’ andare ed elencò una serie di emmenagoghi un po’ sospetti, ma l’indicazione di per sé era innocente e solo una mente maliziosa…Non molti anni prima anche Nicholas Culpeper aveva scritto un testo per le ostetriche e anche lui aveva elencato le erbe che possono esercitare azione emmenagoga. Ma Culpeper era sinceramente contrario all’aborto e sapeva che dietro all’emmenagogo si nascondeva spesso un’insidia per la gravidanza: “Non date mai queste sostanze a una gestante – scriveva – se non volete trasformarvi in assassini. L’omicidio sfugge spesso alle punizioni in questo mondo, ma non le può evitare nell’altro”.

Quasi 75 anni dopo che Jane Sharp aveva pubblicato i suoi libri, William Smellie scrisse, sempre per le ostetriche, un trattato destinato a divenire molto popolare “A Treatise on the Theory and Practise of Midwifery, Londra, 1752), nel quale le già scarse informazioni sul controllo delle nascite presenti nei libri della Sharp erano praticamente scomparse. Smellie non citò mai né abortigeni né contraccettivi, e si limitò a segnalare che c’erano “prescrizioni” utili per le mestruazioni ritardate: non si curò nemmeno di accennare a cosa avrebbero dovuto evitare le donne per non danneggiare la propria gravidanza.



Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 21

Gli uomini erano del tutto estranei a questo mondo di donne, un mondo che non capivano e con il quale evitavano di avere contatti. Ne avevano anche paura, perché sapevano di non essere graditi e cercavano di starne lontani, anche se qualche volta la curiosità aveva il sopravvento. I rischi erano comunque elevati: è nota la storia del dottor Veit di Amburgo, un medico mandato al rogo nel 1522 per essersi travestito da donna allo scopo di poter esser ammesso nella stanza di una partoriente e che il Tribunale della città considerò un “degenerato”. Del resto lo stesso Scipione Mercuri consigliava ai medici di non palesare in modo troppo evidente la propria identità quando – con il permesso del marito della gestante – entravano nelle stanze proibite per assistere a parti difficili e che richiedevano l’opera di un chirurgo. In fondo, gli uomini che si occupavano di gravidanze non erano mai stati simpatici e non venivano generalmente considerati esempi di buon comportamento morale, sentimenti che si sono poi ripetuti fino a non molti decenni or sono nei confronti dei ginecologi che sceglievano di occuparsi di contraccezione. Marziale, in uno dei suoi epigrammi,  racconta la storia di Nanneio, uomo tanto ripugnante che Leda, tenutaria di un bordello nella suburra, preferiva baciarlo sul ventre piuttosto che sulle gote: ebbene costui sapeva riconoscere, con una tecnica della quale è opportuno non dare particolari, il sesso dei bambini in utero. Ecco una parte dei versi (Libro XI, epigramma LXI): modo qui per omnes viscerum tubos ibat et voce certa consciaque dicebat puer an puella matris esset in ventre.

Venne il momento in cui gli uomini (e soprattutto i preti e i medici) decisero che questa “repubblica delle donne” non era più tollerabile, un passo al quale si arrivò con cautela e con arroganza insieme. Per certi versi non si trattò di una cosa difficile: la complessa biologia femminile era stata da sempre considerata un possibile strumento del male, la donna in fondo era la ianua diaboli, le sue mestruazioni tossiche e pericolose, gli stessi lochi puerperali impuri e nocivi. Il passo decisivo fu quello di indicare nelle levatrici una genìa di probabili streghe: migliore l’ostetrica, migliore la strega, si cominciò a dire. E così fu che i medici entrarono in campo, stabilirono le regole, limitarono il compito delle ostetriche che divennero le loro assistenti e dovettero rispondere persino di errori che non avevano commesso.


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 18

È fuori di dubbio il fatto che si rimproverasse alle donne di esercitare un improprio e malefico controllo sulla fertilità e che venissero punite coloro che erano depositarie – almeno in teoria – della conoscenza su come questo controllo poteva essere attuato. Accomunare queste donne alle streghe aveva un forte significato simbolico: dimostrava anzitutto che la loro opera era demoniaca, gettando così una fosca luce su tutto quello che aveva a che fare con il controllo della riproduzione e, in qualche modo, con la sessualità; tendeva ad arrestare la comunicazione tra le donne, sulla quale si era basata la sopravvivenza delle informazioni sui mezzi di controllo delle nascite da epoche antichissime.

C’è una tesi, a questo proposito che mi sembra molto interessante e che desidero proporre. La caccia alle streghe, perseguita con ostinazione per secoli, condusse a morte un grande numero di donne che avevano “speciali conoscenze” sulla vita sessuale e su quella riproduttiva. Non solo: avere quelle conoscenze, utilizzarle, trasferirle ad altre persone divenne non solo esecrabile, ma molto pericoloso: entrava in gioco la propria vita.

Ora, non vi è dubbio che sia il controllo della fertilità che la possibilità di interrompere una gravidanza iniziale fossero stati affidati, per secoli, all’uso di qualche tipo di pianta o a qualche infuso di erbe o di radici. Di questi “emmenagoghi” gli erboristi ne avevano descritti una notevole quantità, ma nei loro libri le indicazioni relative all’uso corretto e all’efficacia erano divenute sempre più evanescenti, fino a risultare incomprensibili ai più. Via via che contraccezione e aborto procurato venivano condannati in modo sempre più fermo dalla Chiesa, gli erboristi erano passati a un linguaggio sempre più criptico: in alcuni libri, ad esempio, non si diceva più che la tale erba era capace di interrompere una gravidanza, ma ci si limitava a consigliare alle donne gravide di tenersene lontane perché poteva nuocere al loro bambino. Depositarie delle informazioni perdute erano diventate le donne più anziane e le ostetriche (o, se volete, le levatrici e le mammane) alle quali le donne in difficoltà si affidavano senza paura, consapevoli di poter contare sulla loro solidarietà e sulla loro compassione. A tutte costoro erano note le erbe utili, che potevano essere trovate nei prati delle vallate, sui monti, e persino nell’orto di casa; esse sapevano da dove derivare le medicine giuste, se dai fiori, dalle foglie, dalle radici o dai rizomi, sapevano come estrarre i principi attivi, conoscevano le dosi che dovevano essere somministrate. Iniziata che fu la caccia alle ostetriche, molte di loro, spaventate e minacciate, negarono ogni collaborazione, i rischi erano troppo alti; quelle che continuarono a consigliare e a operare lo fecero quasi sempre per trarne un guadagno, l’antico dialogo tra sorelle divenne solo un ricordo. In alcuni casi il trasferimento delle conoscenze continuò all’interno delle famiglie, ma le informazioni molte volte erano scorrette e incomplete: scomparvero, ad esempio, dalla lista delle erbe utili, i nomi delle piante che crescevano fuori dall’orto di casa e aumentarono i rischi dovuti alla cattiva conoscenza dei dosaggi necessari. Molte donne non avevano i soldi per pagare le ostetriche e cercarono di arrangiarsi: crebbero i casi di “miseria genitale”, aumentò il numero di bambini morti misteriosamente subito dopo la nascita. La vita della povera gente, privata anche di questa forma semplice e naturale di solidarietà, divenne ancora più miserabile.

Da molti anni è iniziato un processo di revisione storica inteso a dimostrare che almeno gran parte del fanatismo religioso che invase l’Europa tra il Cinquecento e il Seicento non fu di matrice cattolica; secondo questi stessi storici, la leggenda nera dell’Inquisizione sarebbe solo una delle tante menzogne intese a diffamare il cattolicesimo il quale, pur partecipe di molte delle esagerazioni dei tempi, si preoccupò soprattutto di mettere a punto meccanismi giudiziari capaci di garantire gli interessi degli imputati.  A questo proposito, Giovanni Romeo, storico napoletano autore del libro “Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della controriforma”, afferma che si apre ormai “una immagine sorprendentemente nuova dei Tribunali come quelli inquisitoriali”, concetto ribadito da un laico insospettabile come Luigi Firpo. Questo tentativo di riabilitare la Sacra Inquisizione si basa anche su alcune iniziative editoriali che hanno messo a disposizione di un pubblico relativamente vasto testi fino ad oggi assai poco conosciuti, come ad esempio il Dictionnaire apologétique de la foi catholique di Jean Baptiste Guiraud, edito tra il 1913 e il 1915; rilevanti contributi in questo senso sono stati dati anche da Henry Arthur Francis Kamen, da Bartolomé Benassar e da Gustav Henningsen. L’opera più incisiva e documentata è però, almeno a parere di molti, quella di John Tedeschi (Il giudice e l’eretico. Studi sull’Inquisizione romana, Vita e Pensiero, Milano, 1997) che intende documentare il raro ricorso alla pena di morte, lo scarso peso delle pene comminate e il limitato impiego della tortura negli interrogatori. Gli studi di Tedeschi, peraltro, dipingono una Inquisizione un po’ troppo idilliaca, tribunali umanissimi  nelle cui celle federe e lenzuola venivano cambiate due volte alla settimana e i cui carcerieri si comportavano come le maestrine delle scuole Studi sull’Inquisizione romana, Vita e Pensiero, Milano, 1997. Viene persino citato un episodio che riguarda il cardinale responsabile di una particolare detenzione il quale – si narra – volle scusarsi personalmente con il recluso per non essere riuscito a trovare, nell’intera città di Roma, la birra che costui pretendeva e arrivò a offrirgli una somma di denaro come risarcimento. Insomma, una istituzione umana e imparziale, della quale ci è giunta un’immagine deformata e travisata. Tedeschi, tra le altre cose, non ritiene che il Malleus sia stato il manuale canonico utilizzato nei processi per stregoneria (39 edizioni non sono evidentemente sufficienti a dimostrarlo) e che solo 150 anni dopo fu finalmente pubblicato un testo che interpretava le reali intenzioni e i veri sentimenti degli inquisitori (Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sorteligiorum et maleficiorum, edito nel 1624). La lettura del libro di Tedeschi mi ha fatto nascere molte curiosità, ma mi limito a esprimere un dubbio: come mai la gente comune era così terrorizzata dalla Santa Inquisizione? Se è stata fatta confusione tra un albergo a quattro stelle, dove di cambiavano le lenzuola ogni tre giorni, e un tempio dove si celebravano solo riti ispirati alla sofferenza e alla morte (i mezzi di tortura sono visibili nei musei, e a sentire i revisionisti sono addirittura più numerosi delle persone torturate) a chi si deve attribuire una falsificazione storica di questa grandezza? Immagino che sia quasi indispensabile chiamare in causa il demonio, anche se mi sembra un’ipotesi un po’ azzardata. D’altra parte mi pare altrettanto azzardato immaginare che questi tribunali, oltre a rappresentare confortevoli salotti da utilizzare per le conservazioni tra amici, abbiano anche avuto il privilegio di ideare “agenzie giuridiche sconosciute ai tribunali laici dei tempi” (Antonio Socci, Il Sabato, 28 aprile 1990) o dichiarare che nel Medioevo “…la causa dell’ortodossia non è altro che la causa della civiltà e del progresso…” (Hemry Charles Lea, Storia dell’Inquisizione. Fondazione e Procedura. Fratelli Bocca Editori, Torino 1910). Forse dobbiamo dare nuovo rilievo alla tesi di Alonzo de Salazar Frias, l’inquisitore che non credeva nell’esistenza delle streghe e che all’inizio del XVII secolo cercò di spostare l’attenzione sui paesi protestanti, loro sì colpevoli di una intolleranza assurda e scatenata. Secondo questa tesi, che pure ha una sua credibilità, sia Calvino che Lutero avevano molta simpatia per i roghi, come è facile capire anche solo leggendo queste poche righe scritte fa Lutero:

“Le streghe sono le prostitute del diavolo, che rubano il latte, suscitano le tempeste, cavalcano caproni e scope, azzoppano e storpiano la gente, tormentano i bambini nelle culle, tramutano gli oggetti dando loro forme diverse, sicché un essere umano sembra un bue o una vacca; spingono la gente alla copula e all’immoralità e sono responsabili di molti altri orrori. Non bisogna avere alcuna compassione per queste malvagie, bisogna bruciarle tutte”.

 

Siamo in un periodo in cui le professioni mediche si stanno organizzando. Le Università laureano i medici e alcune promuovono anche una nuova professione, quella del chirurgo. In molte regioni d’Europa diventa necessario avere una licenza per esercitare una professione che abbia a che fare con la salute dei cittadini. I professionisti della salute cominciano a mettere sotto accusa gli altri, quelli che non hanno in pratica alcuna cultura, che non hanno fatto corsi di studio, non conoscono le aule delle Università. Li chiamano “rustici” o “vetulae”, vecchie. Le ostetriche vengono derise, criticate per la loro ignoranza e il loro empirismo, definite volgari e illetterate. Queste accuse hanno facile presa, il terreno è già preparato dalle accuse dell’Inquisizione, e poi le ostetriche non hanno alcuna organizzazione sociale e non riescono a trovare difensori. La loro attività tende a diventare clandestina o a piegarsi alla sola assistenza al lavoro del medico.

È difficile stabilire quante donne, soprattutto tra il XVI e il XVII secolo, continuarono ad affidarsi alle ostetriche e quante invece cominciarono a chiedere il consiglio dei medici e degli apotecari. C’era, è chiaro, un importante problema economico, il costo delle due consulenze era molto diverso, ma l’importante era che fosse stato stabilito un principio, chiarita una diversità: il medico rappresentava non solo la voce della competenza, ma anche quella della moralità e della religione; l’ostetrica, molto semplicemente, no.