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Sviluppo storico del dogma dell’Immacolata Concezione

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione, 1678, olio su tela, 274 x 190 cm. Madrid, Museo del Prado

I teologi sono soliti distinguere tre fasi del normale sviluppo di un dogma che non era contenuto esplicitamente nelle fonti dell’Apocalisse. In primo luogo, c’è il periodo di accettazione implicita ma non contestata, in cui la dottrina in questione è creduta dai fedeli solo nel senso che detengono una dottrina più generale in cui è logicamente contenuta, o nel senso che sono abituati a svolgere qualche atto liturgico o devozionale che presuppone questa particolare dottrina. Il secondo è il periodo di discussione e controversia, in cui gli studiosi indagano sulla validità degli argomenti a favore e contro l’ammissione della dottrina come verità dell’Apocalisse, e studiano il suo senso preciso e la sua relazione con altre dottrine della fede cristiana. Naturalmente, in questa fase ci sono divergenze di opinione tra i teologi.1 Forse non c’è verità della fede cattolica che esemplifichi questo triplice stadio in modo più definitivo del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria.

Non è affatto certo che la dottrina dell’Immacolata Concezione sia contenuta, anche implicitamente, nella Sacra Scrittura. È vero, la grande maggioranza degli esegeti e dei teologi cattolici concorda sul fatto che le parole dell’Onnipotente al serpente dopo la caduta dei nostri primi genitori – “Metterò inimicizie tra te e la donna, il tuo seme e il suo seme” 2 – in il loro senso letterale si riferisce a Maria, attribuendole uno stato di ostilità non qualificata allo spirito del male, che implica necessariamente la sua libertà da ogni peccato, sia originale che reale. Eppure, ci sono stati studiosi cattolici che hanno interpretato la “donna” come Eva.3 Tale interpretazione non è in armonia con la più comune esegesi tradizionale del testo, inconfondibilmente approvata da Papa Pio IX, quando affermò che i Padri e gli scrittori ecclesiastici insegnarono che in questo testo “fu chiaramente e chiaramente sottolineato il misericordioso Redentore del razza umana, unico Figlio di Dio generato, Gesù Cristo, ed è stata designata la Sua Santissima Vergine Madre Maria, e allo stesso tempo è stata espressa in modo degno di nota l’inimicizia di entrambi verso il diavolo “.4 Tuttavia, il Sovrano Pontefice non intendeva fornire un’autentica interpretazione del testo, in modo che coloro che rifiutano di ammettere nel “protoevangelium” qualsiasi riferimento diretto e letterale a Maria non possano essere contrassegnati con alcuna censura dal punto di vista del Insegnamenti della Chiesa. Va anche ricordato che alcuni di questi studiosi credono che questa profezia si riferisca alla Madonna nel senso tipico o spirituale, per intenzione dello Spirito Santo. 5

Un giudizio simile potrebbe essere emesso sul valore del saluto dell’angelo: “Ave, piena di grazia” 6 come argomento per l’Immacolata Concezione. Papa Pio IX lo incorporò nella bolla che proclamava la dottrina, ma poneva l’accento principale sull’interpretazione data a questo testo dai Padri e dagli scrittori ecclesiastici. 7

È quindi nella tradizione divina, la parola non scritta di Dio, che dobbiamo cercare la fonte fondamentale e indiscutibile del dogma che la Madre di Dio è stata preservata dal peccato originale nel primo momento della sua esistenza. Nelle parole di Papa Pio IX: “Gli illustri monumenti della tradizione, sia della Chiesa orientale che occidentale, testimoniano in modo più convincente che questa dottrina dell’immacolata concezione della Vergine Santissima … è sempre esistita nella Chiesa, come ricevuta da quelli che vivevano prima e come segnato dal carattere di una dottrina rivelata”. 8

Nei primi tre secoli del cristianesimo, negli scritti ecclesiastici non si trova nulla di simile a una menzione esplicita dell’immunità di Maria dal peccato originale. Tuttavia, un significativo parallelismo fu impiegato da molti dei primi scrittori: il confronto tra Eva e Maria. Come estensione del contrasto paolino tra Adamo e Cristo, 9hanno sviluppato un’antitesi tra la donna che ha partecipato alla caduta del nostro primo genitore e la donna che ha partecipato alla riparazione di quella caduta. San Giustino (100-167) fu il primo a sviluppare questo confronto: “Mentre era ancora vergine e senza corruzione, Eva ricevette nel suo cuore la parola del serpente e concepì in tal modo disobbedienza e morte; ma Maria Vergine, la sua anima piena di fede e di gioia, rispose all’angelo Gabriele che le portò il felice messaggio: “Sia fatto a me secondo la tua parola”. Da lei nacque Colui del quale si dicono così tante cose nelle Scritture … ” 10 Altri scrittori che fanno uso dello stesso confronto sono Sant’Ireneo (130-202) e Tertulliano (160-240). 11

L’elemento pertinente del confronto, per quanto riguarda l’Immacolata Concezione, è l’affermazione secondo cui Eva era libera dalla corruzione quando veniva affrontata dal serpente; e per libertà dalla corruzione si intende qualcosa di più della verginità. Implicitamente sembrerebbe seguire che anche Maria era libera da ogni corruzione quando fu salutata dall’angelo, e se questo fosse compreso in un senso non qualificato, includeva la libertà dal peccato originale. Evidentemente l’argomentazione non è conclusiva, ma giustifica l’affermazione secondo cui le vestigia della dottrina dell’Immacolata Concezione si trovano negli scritti dei primi tre secoli.

A partire dal IV secolo, vengono scoperte testimonianze più numerose e più definite. Gli scrittori sottolineano la santità di Maria, una santità commisurata alla sua grande dignità di Madre di Dio. Pertanto, Sant’Agostino (354-430), scrivendo contro Pelagio che aveva provocato un certo numero di persone presumibilmente senza peccato (a sostegno della sua tesi secondo cui la natura umana non era corrotta dal peccato originale) ha sottolineato che queste persone non erano in realtà senza colpa, ma aggiunse la qualifica “tranne la santa Vergine Maria, di cui, per l’onore del Signore, non vorrei sollevare dubbi quando si parla di peccato”. 12Apparentemente, il santo Dottore si riferiva al peccato reale, piuttosto che originale; tuttavia la base della sua tesi per la santità di Maria, la divina maternità, avrebbe logicamente portato alla conclusione che anche lei era libera dal peccato originale.

Tuttavia, fu principalmente a causa dell’insistenza di sant’Agostino sull’universalità del peccato originale che la testimonianza degli scrittori occidentali, accettata letteralmente, avrebbe, di norma, escluso Maria dal privilegio di una concezione senza peccato. Insistevano sul fatto che solo Gesù Cristo era libero dal peccato originale, poiché solo Lui era concepito senza la macchia di concupiscenza carnale. 13Questa tendenza a collegare la “deordinazione” della concezione attiva con la trasmissione del peccato originale ha influenzato notevolmente gli scrittori occidentali post-agostiniani e ha impedito loro di trarre la conclusione completamente logica della loro dottrina generale che Maria ricevette dall’Altissimo un grado di santità in conformità con con la sua dignità. Tuttavia, a volte si trova una dichiarazione di uno degli scrittori occidentali che si avvicina da vicino al riconoscimento dell’Immacolata Concezione di Maria. Pertanto, San Massimo di Torino (380-465) affermò: “Maria era una degna dimora per Cristo, non per le qualità del suo corpo, ma per la sua grazia originale”. 14

Tra gli scrittori della chiesa orientale, che non sono stati così intimamente colpiti dalla controversia pelagiana sul peccato originale, si può percepire un atteggiamento meno contenuto nei confronti del perfetto peccato di Maria. Ne è un esempio il fervente apostrofo di Sant’Efrem (306-373) alla Madre di Dio: “Pieno di grazia … tutto puro, tutto immacolato, tutto senza peccato, tutto senza macchia, tutto senza rimprovero.” vergine nell’anima, nel corpo, nello spirito “. 15 Sant’Andrea di Creta (650-740) usa persino l’espressione “santa concezione” in riferimento alla Madonna. 16 San Giovanni Damasceno (676-749) esclamò: “O ammirevole grembo di Anna, nel quale si sviluppò e si formò a poco a poco un bambino tutto santo”. 17Passaggi come questi hanno portato p. M. Jugie, AA, l’autorità eccezionale della teologia orientale, per dichiarare che gli scrittori bizantini hanno esplicitamente riconosciuto l’Immacolata Concezione di Maria. 18 E, sebbene non tutti ammetterebbero questa affermazione, è molto evidente che gli scrittori orientali erano più vicini alla verità rispetto a quelli occidentali nel periodo patristico. Una festa in onore della concezione di Sant’Anna esisteva in Oriente già nell’ottavo secolo; e anche se lo scopo principale di questa festa sembra essere stato quello di commemorare un annuncio leggendario a Sant’Anna che avrebbe avuto una figlia, l’idea che l’idea stessa di questa bambina fosse in qualche modo santa sembra essere stata intesa.

Il secondo periodo nello sviluppo di questa dottrina, il periodo della discussione e della controversia, ebbe inizio nel XII secolo. Nell’anno 1138 San Bernardo (1091-1153) scrisse una lettera ai canonici di Lione, protestando contro la celebrazione di una festa che avevano iniziato ad osservare in onore del concepimento di Maria. 19 Solo la Parola incarnata era libera dal peccato originale, afferma, anche se Maria fu santificata prima della nascita. Sono stati fatti tentativi per spiegare le parole di San Bernardo come in realtà non negando la dottrina dell’Immacolata Concezione come viene proclamata oggi; ma tali interpretazioni devono necessariamente fare una certa dose di violenza al significato letterale delle sue parole.

Allo stesso modo, se le parole di San Tommaso d’Aquino (1225-74) fossero prese al loro valore nominale, egli fu un oppositore della dottrina della concezione senza peccato di Maria, sebbene ci fossero stati studiosi capaci che credevano che il Dottore angelico in realtà sostenesse il dottrina. Ad ogni modo, se San Tommaso negasse questo privilegio a Nostra Signora, non fu da parte sua alcun fallimento nel riconoscere la dignità e la santità della Madre di Dio; era semplicemente perché riteneva dispregiativo della mediazione universale di Cristo che qualsiasi semplice creatura non dovesse essere redenta da Lui dalla macchia del peccato originale, effettivamente contratta. 20

In ogni caso, l’opinione che negava a Maria la prerogativa di una concezione senza peccato era più comune tra gli scolastici del XII e XIII secolo. Perfino i grandi scrittori francescani di quel periodo, Alessandro di Hales (1185-1245) e San Bonaventura (1221-74), aderirono a questa dottrina più comune. 21 Ma verso la fine del XIII secolo l’atteggiamento teologico nei confronti della questione divenne più favorevole alla dottrina della concezione senza peccato di Maria. Il merito dell’inaugurazione di questo movimento è di solito attribuito a Scoto (1266-1308) e al Dottor subtilissenza dubbio è stato il leader più influente di questa tendenza; ma va notato che prima di lui il francescano, William of Ware (+ 1300 ca.), e il beato Raymond Lull (1232 -1315), un terziario francescano, difendevano anche la dottrina dell’Immacolata Concezione 22 e sembrerebbe che Scoto fosse influenzato, almeno dal primo, nella posizione che prese in difesa della completa immunità della Madonna dal peccato. 23

In un tempo relativamente breve, l’equilibrio del pensiero teologico arrivò a favorire la dottrina. Papa Sisto IV, il 28 febbraio 1476 e ancora il 4 settembre 1483, nelle dichiarazioni pontificie approvò la credenza nell’Immacolata Concezione di Maria, al punto da riferirsi alla sua concezione come “meravigliosa” e di condannare vigorosamente quelli chi sosteneva che questa convinzione fosse un’eresia. 24 I Padri del Concilio di Trento del 1546 affermarono che nella loro dichiarazione sul peccato originale non intendevano comprendere la Madonna. 25 Papa Pio V nel 1567 condannò la proposta di Baius che affermava che nessuno, tranne Cristo, era libero dal peccato originale. 26Papa Paolo V nel 1617 e Gregorio XV nel 1622 (su istanza dei re spagnoli, Filippo III e Filippo IV) proibirono la negazione dell’Immacolata Concezione in sermoni e scritti pubblici, 27 e Papa Alessandro VII nel 1661 retrocesso negli scritti dell’Indice che metterebbe in dubbio questa pia credenza o la festa o il culto, e affermava anche esplicitamente che l’oggetto della festa era celebrare la santificazione dell’anima di Maria nel primo istante della sua creazione e infusione nel corpo. Allo stesso tempo, il Papa proibì a chiunque di condannare coloro che ritenevano l’opinione opposta colpevole di eresia o peccato mortale. 28

Possiamo considerare il terzo periodo dello sviluppo della dottrina come a partire dalla costituzione di Alessandro VII, poiché sebbene l’Immacolata Concezione non fosse ancora una questione di fede, era pressoché unanime la convinzione e la predicazione della Chiesa. E così, il terreno era ben preparato per l’atto culminante, la solenne definizione del dogma proclamata da Papa Pio IX. 29Va notato che, per evitare anche la minima ombra di imprudenza, il Papa aveva scritto cinque anni prima a tutti i vescovi del mondo cattolico, chiedendo il loro punto di vista sulla definibilità della dottrina. Secondo un rapporto stampato del 1854, su 603 vescovi che hanno risposto, solo 56 o 57 erano contrari alla definizione e l’opposizione di circa la metà di questi si basava su motivi di opportunità piuttosto che su ragioni dottrinali. Solo quattro o cinque si dichiararono francamente contrari alla definibilità della dottrina, tra cui mons. Sibour, arcivescovo di Parigi. 30E così, come l’atto più glorioso del suo lungo pontificato, Pio IX, l’8 dicembre 1854, lo pronunciò solennemente un articolo di fede divino-cattolica che la più benedetta Vergine Maria nel primo istante della sua concezione fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale, in virtù dei meriti del nostro Salvatore, Gesù Cristo. Quattro anni dopo il sigillo del cielo l’approvazione di questa dichiarazione arrivò sotto forma delle apparizioni di Lourdes, quando Maria si identificò con una bambina contadina, Bernadette Soubirous, sotto il nome di questa gloriosa prerogativa: “Io sono l’Immacolata Concezione”.

Note finali

  1. Cf. Van Noort, G., Tractatus de fontibus revelationis (Bussum, Holland, 1920), n. 230.
  2. Gen. 3:15.
  3. Cf. Le Bachelet, X., “Immaculee conceception” , DTC, VII, 851.
  4. Analecta juris pontificii, I (Roma, 1855), 1214.
  5. Cf. Le Bachelet, DTC, VII, 852.
  6. Luca 1:28.
  7. Analecta juris pontificii, I, 1215.
  8. Ibid., 1214.
  9. Cfr., Ad esempio, Rom. 05:19.
  10. Comporre. cum Tryphone, 100 (MPG, VI, 710).
  11. Sant’Ireneo, Contra haereses, V. 2, 1 (MPG, VII, 1179); Tertulliano, De carne Christi, 17 (MPL, II, 782).
  12. De natura et gratia, c. 36 (MPL, XLIV, 267).
  13. Cfr., Ad esempio, San Leone, Sermo XXV in nativitate Domini, V, 5 (MPL, LIV, 211).
  14. Homilia V (MPL, LVII, 235): “Piano idoneo Maria Christo habitaculum, non pro habitu corporis, sed pro gratia originali.”
  15. Oratio ad Deiparam, Opera graece et latine, III, 528, 529.
  16. Canon pro festo Conceptionis S. Annae (MPG, XCVII, 1309).
  17. Hom. in nativ. Deiparae (MPG, XCVI, 672).
  18. DTC, VII, 935.
  19. Ad canonicos lugdunenses Ep. 174 (MPL, CLXXXII, 332).
  20. Somma. teol., III, q. 27, a. 2, annuncio 2.
  21. Alessandro di Hales, Summa theologiae, III, q. 9, m. 2; San Bonaventura, in IV sent., L.III, dist. 3, p. 1, a. 1, q. 2.
  22. Cf. Le Bachelet, DTC, VII, 1060 e seguenti.
  23. In IV sent., L. III, dist. 3, q. 1.
  24. Cf. DB, 734, 735.
  25. Cf. Ibid., 792.
  26. Cf. Ibid., 1073.
  27. Cf. Le Bachelet, DTC, VII, 1172.
  28. Cf. Ibid., 1175; DB, 1100.
  29. Cf. DB, 1641.
  30. Cf. Le Bachelet, DTC, 1198.

Cristina di Belgioioso

L’ infanzia e l’ adolescenza

La Principessa Cristina ricorda così il trascorrere della sua infanzia infelice: “Ero una bambina malinconica, seria, chiusa, quieta… talmente timida che spesso mi capitava di scoppiare in singhiozzi nel sa- lotto di mia madre perchè temevo che qualcuno mi guardasse o cercasse di farmi parlare… Mi credevo decisamente brutta… Dopo la nascita di mio fratello fui data a lui: dovevo farlo giocare e senza lamentarmi passavo le mie ore di svago a spingere la sua carrozzina… Non ho mai avuto la compagnia di altre bambine”.

Era nata il 28 giugno 1808 da una famiglia dell’alta aristocrazia milanese. A quattro anni aveva perso il padre, e la madre, “dopo un breve anno di vedovanza” si era sposata con il marchese Alessandro Visconti d’Aragona. Il patrigno venne arrestato e imprigionato in seguito alla cospirazione antaustriaca del ’21, così la piccola Cristina venne subito a conoscenza delle tensioni politiche di quel periodo.

Ricevette un’istruzione molto accurata, ma che si rivelò in seguito superficiale; le donne, come avrebbe notato in seguito, erano state allontanate, per volontà dell’uomo, da ogni studio e dalla partecipazione agli affari della società rimanendo così confinate tra le mura delle loro case.
Si sposò a sedici anni con il Principe Emilio Barbiano di Belgioioso d’Este, ma si separarono dopo soli quattro anni.

Lasciato il marito e decisasi ad abbandonare Milano, soggiornò per qualche tempo a Lugano. Qui inoltrò la richiesta di divenire cittadina svizzera. Per questa ragione e per non essere rientrata a Milano, nono- stante l’intimazione del governo austriaco, fu considerata pericolosa per l’impero. La principessa si rifugiò allora a Parigi, dove arrivò in condizioni economiche disastrose; per questo non frequentava quasi mai i teatri, ma si recava regolarmente alle sessioni della camera e alle prediche sansimoniane. Poiché viveva all’estero senza regolare autorizzazione, il governo austriaco le confiscò i beni. Date le difficili condizioni economiche si ingegnò al fine di procurarsi qualche guadagno. La possibilità di lavorare presso un giornale parigino, il “Constitutionel”, le permise di risolvere i suoi problemi economici e di scoprire le sue vocazioni: il giornalismo e in particolare la pubblicistica politica. Da allora la Belgiojoso apparve una delle dominatrici della scena mondano – intellettuale parigina e la sua casa costituì il polo di attrazione di duplici correnti: da un lato tutto l’ambiente dell’immigrazione italiana, come il vecchio rivoluzionario Filippo Buonarroti, Niccolò Tommaseo, Vincenzo Gioberti. Dall’altro l’elite della cultura francese del tem- po, come Thierry, rimastole amico per tutta la vita, George Sand, sua cara amica, Alfred de Musset, innamorato sempre respinto, Fauriel, Liszt, Chopin, Heine.

Accuse e illazioni non mancarono mai alla Belgiojoso a causa della sua condizione di donna sola e del suo comportamento anticonformista, di donna che si dava arie di superiorità e non sottostava alle regole convenzionali. Persino Balzac, che pure l’ammirava, avendo notato che Liszt si tratteneva in casa sua sino alle undici e mezza di sera, concluse sdegnato: “Cristina non merita più riguardi: è una cortigiana”. Di lei ci restano più testimonianze della sua bellezza inquietante, ideale per l’età romantica, che non documenti del suo itinerario intellettuale in quegli anni. In seguito alla maternità, e al maturare di orien- tamenti interiori diversi, la principessa decise di chiudere il suo salotto e si limitò a tener vivi i legami con gli amici più stretti

Il 4 settembre del 1840 Cristina Trivulzio, ritorna in Italia, dopo dieci anni di vita agitata e varia e dopo aver provato esperienze di ogni tipo.
L’intensa vita politica e intellettuale parigina, l’immobilità e il torpore del Lombardo Veneto le procurano un senso di soffocamento e di sconforto. Perciò, sebbene ancora giovane e nel fiore della sua bellezza, si ritira a vivere nella vasta casa della prediletta Locate di Triulzi, antico feudo dei Trivulzio. La Principessa durante il suo soggiorno a Locate, passa le giornate giocando a tarocchi col Parroco e col fattore, ricevendo gente umile con quella stessa semplicità con cui a Parigi riceveva uomini politici e letterati. Ma ben presto esce dalla sua nicchia ed intraprende a Locate – dal 1840 al 1847 – un’azione che trasformerà il paese nel comune più progredito d’Italia in fatto di istituzioni per il popolo. In questa sua opera sociale la Principessa desidera concretizzare le idee espresse dal socialismo fourierista. Vuole trasformare il suo castello in una sorta di falansterio, attuando una perfetta organizzazione sociale che combini gli interessi, i lavori, le attitudini dei membri della comunità. Convinta della necessità di migliorare le condizioni morali e materiali dei suoi contadini, pochi mesi dopo il suo arrivo a Locate di Triulzi – il 14 dicembre 1840 – Cristina Trivulzio inizia la sua opera riformatrice senza farsi intimorire dalle critiche fondate sul pregiudizio.

Cristina di Belgioioso ebbe molteplici interessi culturali. Alla passione per la lettura accompagnò il gusto per la scrittura. La produzione dei suoi scritti è varia e abbraccia diversi generi. Si dedicò alle traduzioni ma anche alla stesura di saggi, alla attività giornalistica e alle analisi di costume.
Grazie al suo viaggio in Oriente, Cristina riuscì a definire il senso della condizione femminile tramite gli incontri con altre donne. La principessa scoprì il funzionamento ed i meccanismi interni dell’harem poiché ne entrò in contatto diretto chiamata per dare pareri di carattere medico. Attraverso i tre racconti contenuti in “Scènes de la vie turque”, l’autrice volle sottolineare le disparità tra uomo e donna in relazione ad un legame affettivo, le diversità del loro destino determinato dalla condizione sociale. Le donne dell’harem sono vittime sia delle leggi della società sia di quelle dettate all’interno dell’harem stesso. In uno dei suoi ultimi saggi, Cristina scrisse di ricordare le sofferenze e le umiliazioni subite dalle donne nel corso della storia, poiché anch’esse hanno contribuito, anche se solo parzialmente a percorrere la via della felicità.

De Musset esalta l’ enigmatica bellezza della Belgioioso con queste parole: “Aveva gli occhi terrificanti di una sfinge, così grandi, così grandi che dentro di essi mi sono perso e non riesco a trovare la via d’uscita.”
Il poeta “Henry” invece, annota: “Quel volto mi ossessiona giorno e notte, come un enigma, che mi piacerebbe risolvere.”

I malevoli ironizzano invece sul suo aspetto “spettrale” e lo stesso De Musset, respinto, pubblica sulla “Revue des deux mondes” una velenosa poesia intitolata “Sur une morte”.
A conferma di tali giudizi, si riporta l’episodio (citato da Raffaele Barbiera in “Passioni del Risorgimento”, ma contestato da Malvezzi), avvenuto durante una perquisizione della polizia austriaca, del presunto ritrovamento del corpo imbalsamato del giovane segretario di Cristina, Gaetano Stelzi, morto di tisi nel 1848, in un armadio della proprietà di Locate. La lettera della Belgiojoso ad Augustin Thierry, suo amico fraterno e confidente, riportata nei suoi passi più significativi qui di seguito, in cui si raccontano le ultime ore di vita dello sfortunato Stelzi e le modalità della sua sepoltura, ci sembra riportare chiarezza su questo presunto mistero. La lettera, semmai, documenta il legame affettivo che legava la Belgiojoso al suo segretario. Riferendosi alle sofferenze patite dal Thierry per le vicende politiche parigine Cristina scrive: ” Anch’io ho molto sofferto e in modo tale che lascerà in me più di un segno. Io sono sola; sola con una bambina, che io amo più di me stessa, ma che non comprende nulla di ciò che si agita in me”. Si fa poi cenno alle speranze suscitate da un miglioramento delle condizioni di salute di “questo caro malato”. Segue un repentino peggioramento.”Il 14 giugno egli si sentì male tutto il giorno, lamentava una gran- de stanchezza e una soffocazione alla quale era soggetto sottoforma di attacchi spasmodici che andavano e venivano” . Durante la notte è il medico a chiamarla a gran voce perché il malato stava morendo “In cinque secondi ero vicina lui; egli moriva infatti senza dolore, senza conoscenza senza contrazioni (…) Non sapevo di amarlo a tal punto; non sapevo che la sua vita fosse così intimamente legata e così necessaria alla mia. Lo sperimento oggi. L’ho portato qui (a Locate) in una tomba che si trova entro la cinta della mia casa. Poiché la putrefazione non ha mai intaccato il corpo il curato di qui non ha preteso che la tom- ba fosse chiusa di modo che la Signorina Parker ed io abbiamo la triste consolazione di ornarla di fiori e di mantenere questo luogo come una camera piuttosto che come un sepolcro”.

Le idee politiche di Cristina Belgiojoso vengono riassunte concretamente dal progetto del Falansterio, realizzato a Locate (MI), una sorta di comunità ideale, in cui ogni membro collaborava, adoperandosi nel campo più congeniale ed esprimendo liberamente la propria personalità, nonostante diritti e doveri venis- sero equamente divisi. Il suo orientamento era quindi diverso da quello liberale italiano, più vicino piut- tosto a quello dei socialisti utopisti. Nel 1848 appoggiò il re Carlo Alberto e l’intervento del Piemonte e l’annessione della Lombardia allo Stato Sabaudo. Cristina sosteneva l’inscindibilità di progresso, libertà e giustizia sociale. Era per lei fondamentale l’appoggio del popolo, di cui esaltava l’operato in vari articoli, come, ad esempio, quelli sul 1848 a Milano e a Venezia, nei quali criticava parallelamente l’azione svolta dal governo provvisorio milanese. Dal punto di vista religioso, pur rimanendo sempre una cattolica convinta, mantenne un atteggiamento ironico nei riguardi delle “autorità” e delle “verità di fede”, e considerò esperienza e concretezza come importanti scuole di vita. Questi elementi risultano fondamentali per com- prendere almeno alcune delle numerose vite che la Belgiojoso visse e che la rendono, ai nostri occhi, una figura controversa quanto affascinante e sfuggente. La sua indipendenza e straordinarietà emergono anche dai velenosi rapporti che si trovò a vivere con Papa Pio IX, che l’accusò di sentimenti irreligiosi, for- malmente perché aveva accettato l’aiuto di alcune popolane romane dai costumi forse non irreprensibili, come lei stessa ammise, ma preziose nella cura dei feriti giunti agli ospedali militari da lei diretti nella Repubblica Romana, incarico affidatole da Mazzini che però non ne appoggiava gli atteggiamenti rivoluzionari. Scriveva così a sua madre: “Quella donne m’era un tormento pel continuo litigare che faceva

con i chirurgi, medici e infermieri”. Il motivo reale di questa denuncia da parte di Pio IX va probabilmente ricercata nella nobildonna che era stata capace di mostrare apertamente il suo scetticismo circa l’idea di una confederazione di Stati Italiani sotto la guida papale. Questa era Cristina Belgiojoso, una donna ca- pace di trasformarsi da bambola da salotto a temibile rivoluzionaria e figura, per certi versi, ancora incompresa.

Nel 1848 appoggiò il re Carlo Alberto e l’intervento del Piemonte e l’annessione della Lombardia allo Stato Sabaudo. Cristina sosteneva l’inscindibilità di progresso, libertà e giustizia sociale. Era per lei fondamentale l’appoggio del popolo, di cui esaltava l’operato in vari articoli, come, ad esempio, quelli sul 1848 a Milano e a Venezia, nei quali criticava parallelamente l’azione svolta dal governo provvisorio milanese. Dal punto di vista religioso, pur rimanendo sempre una cattolica convinta, mantenne un atteggiamento ironico nei riguardi delle “autorità” e delle “verità di fede”, e considerò esperienza e concretezza come importanti scuole di vita. Questi elementi risultano fondamentali per comprendere almeno alcune delle numerose vite che la Belgiojoso visse e che la rendono, ai nostri occhi, una figura controversa quanto affascinante e sfuggente. La sua indipendenza e straordinarietà emergono anche dai velenosi rapporti che si trovò a vivere con Papa Pio IX, che l’accusò di sentimenti irreligiosi, formalmente perché aveva accettato l’aiuto di alcune popolane romane dai costumi forse non irreprensibili, come lei stessa ammise, ma preziose nella cura dei feriti giunti agli ospedali militari da lei diretti nella Repubblica Romana, incarico affidatole da Mazzini che però non ne appoggiava gli atteggiamenti rivoluzionari. Scriveva così a sua madre: “Quella donne m’era un tormento pel continuo litigare che faceva con i chirurgi, medici e infermieri”. Il motivo reale di questa denuncia da parte di Pio IX va probabilmente ricercata nella nobildonna che era stata capace di mostrare apertamente il suo scetticismo circa l’idea di una confederazione di Stati Italiani sotto la guida papale. Questa era Cristina Belgiojoso, una donna capace di trasformarsi da bambola da salotto a temibile rivoluzionaria e figura, per certi versi, ancora incompresa.

All’ età di 30 anni partorisce quella che sarà la sua unica figlia, Marie.
Dopo una lunga permanenza in Inghilterra, torna in territorio italiano. Prendendo spunto dalle sue idee socialiste utopistiche, trasforma le sue proprietà di Locate in centri di istruzione e servizi adibiti ai contadini. Tra il ’42 e il ’43 viene pubblicata “Essai sur la formation Catholique”, sua prima opera; è un saggio formato da quattro volumi in cui viene narrata la storia della cristianità dalle origini a quei tempi, la formazione delle eresie e dei dogmi cattolici. Nel ’44 scrive “La science par Vico” in cui viene af- fermato che il punto di arrivo della storia è la ricostruzione dell’ identità nazionale e l’ abolizione dell’ ingiustizia sociale. Nel ’45 arriva ai vertici della “Gazzetta Italiana” e nel frattempo raccoglie fondi per la causa italiana.
Milano insorge contro l’Austria; per questo motivo Cristina Trivulzio organizza un battaglione di volontari con il proposito di aiutare il governo provvisorio. Dopo la firma dell’ Armistizio da parte di Carlo Alberto, torna a Parigi per organizzare
l’ opposizione contro l’ Austria. Nel ’49 ottiene l’ incarico della direzione degli ospedali militari della Repubblica Romana da parte di Mazzini
Si reca a Costantinopoli ed, in un secondo tempo, nel distretto di Kastamonov. Nel ’52 parte per un pellegrinaggio a Gerusalemmme che la occuperà per ben undici besi. Al ritorno è vittima di un attentato, dal quale si salva nonstante le ferite fisiche e morali.
Torna in Italia dopo essere rimasta per un periodo in Francia. Pubblica una serie di racconti di argomento orientale dal titolo “récits turques”. Nel ’58 esce “scènes del la turque” che raccoglie “emina”, “un prince turque” e “les deux femmes d’ Ismail-Bey”. Scrive le ultime opere dopo l’ unità d’ Italia in cui viene affron- tata la situazione politica e sociale del nuovo stato all’ interno di un sistema internazionale. Muore a Milano il 5 luglio 1871.

Il viaggio in Turchia

Nell’ottobre del 1850, passato il Bosforo, la Belgiojoso sbarcò sulle coste dell’Asia Minore, con Maria e tre compagni di viaggio. Il suo programma di vita era di vivere in grembo alla natura e lontana da ogni forma di civiltà. A Ciaq-Mag-Ogla acquistò una grande estensione di terreno e una casa che, date le dimensioni, prendeva il nome di capanna; con il passare del tempo fece aggiungere alla casa nuove costruzioni e Ciaq-Mag-Ogla prese l’aspetto di una grande e laboriosa fattoria con la pretesa di grandi risultati produttivi. Lì scrisse dei racconti di ispirazione orientale e alcuni si soffermavano soprattutto sulla penosa condizione delle donne negli harem. Decise di tornare in Europa perchè era stata pugnalata da un suo servitore a anche a causa del fallimento economico della sua impresa in Turchia, ma soprattutto perché l’Austria le aveva sequestrato tutti i suoi beni e lei aveva il pensiero di assicurare un futuro a Maria.

Il ritorno in Italia e il ripensamento in politica

Nel febbraio del 1856 ricomparve in Lombardia e, grazie a questo atto di sottomissione, le fu possibile riavere tutti i suoi beni. Tutto, dentro di lei, era tornato al suo posto: la religione come scelta primaria, la storia come percorso precario e difficile al quale, però, si doveva pensare con fiducia, e la politica come problema di forze oggettive in cui non c’era spazio per le ideologie sentimentali, puntualmente schiacciate. Nel 1860, dopo la pubblicazione de “L’histoire de la maison de Savoie”, la Belgiojoso, che era diventata una convinta sostenitrice della politica di Cavour, continuò a collaborare alla milanese “Perseveranza”. Nelle “Osservazioni sullo stato attuale dell’Italia e sul suo avvenire”, uscite nel 1868, la sua esplicita sconfessione “dei bei discorsi e delle belle imprese del ’48”, delle “funeste assurdità rivoluzionarie” riceveva una più argomentata motivazione: occorreva guardare ai problemi concreti, pensare a ferrovie, banche po- polari, a eliminare le piaghe come l’analfabetismo e l’omertà, a difendere i contadini dagli affittaioli, a combattere “gli intrighi di certi capitalisti” e a tenere a bada tutte le forze che minacciavano l’unità nazionale da poco raggiunta. A tali considerazioni si accompagnavano elogi a Napoleone III (“un amico fedele”), espressioni di postuma gratitudine per Carlo Alberto, critiche alle idee del “contumace Mazzini ,e condanna dell’eversiva indisciplina di Garibaldi negli episodi di Aspromonte e Monterotondo, quasi “indegno di far parte di un consorzio civile”. Dall’involuzione delle sue posizioni precedenti si salvò la co- stante attenzione che la Belgiojoso continuò a riservare ai problemi sociali, sicuramente un lascito del suo passato sansimoniano. In questa ottica va letto il saggio del 1866 “Della presente condizione delle donne e del loro avvenire”, peraltro moderato nei toni rispetto all’impegno che la stessa Belgiojoso aveva espresso nella sua vita. Mai antisocialista, rimase sempre sostanzialmente convinta di quel che nel 1853 aveva scritto a Thierry: “per parte mia, vedo le cose in modo del tutto diverso: non temo nulla per la società che è vecchia quanto il mondo e quanto questo durerà; io credo che certi progressi debbano essere compiuti’. Nell’aprile del 1849, la Belgiojoso arriva a Roma, proveniente da Parigi, quando le speranze dei patrioti italiani sono ormai tramontate perché Carlo Alberto, riprese le ostilità contro l’Austria, sospinto dalle manifestazioni di piazza, è stato sconfitto a Novara il 23 marzo. Dopo l’abdicazione a favore del figlio Vittorio Emanuele, il re ha scelto l’esilio volontario in Portogallo.

Gli ultimi anni

La Belgiojoso passò gran parte dei suoi ultimi anni in una villa sul Lago di Como; non aveva più legami che la portassero a Parigi e la sua vita era dedicata alla figlia e alle nipotine. Di sé scriveva in quegli anni: “Vedo le rughe solcarsi a forza sulle mie guance ed imprimere al mio volto un’espressione di severità, o di noia, o di indifferenza, che non ebbero mai il loro corrispettivo né nel mio cuore, né nella mia testa”. E fino all’ultimo continuò a studiare, a interessarsi di cose politiche e a scrivere. La morte la raggiunse nel 1871.

Collocare la Belgioioso tra i guelfi giobertiani o i repubblicani mazziniani, in cui era divisa politicamente l’Italia, diventa difficile, perché sembra non schierarsi né da una parte né dall’altra. Soprattutto pare che, contrariamente a quanto spesso si è scritto, non abbia dato il minimo sussidio finanziario a Mazzini per organizzare la spedizione in Savoia del 1834. Nel 1848 la Belgioioso dichiarava che mai avrebbe potuto spingere alla rivolta la popolazione lombarda. A suo giudizio soltanto un esercito avrebbe potuto sconfiggere l’Austria, ma quell’esercito mancava: non rimaneva altro che chiedere ed ottenere dall’Austria pro- gressive e caute riforme. Negli anni precedenti il 1848, si fece portavoce di quel movimento di “resistenza legale” che condusse Milano l’adesione di Cattaneo e a Venezia di Tommaseo e Manin. L’idea di fondo di quella idea politica era che, era possibile far crollare il potere austriaco usando la legalità come arma da ritorcere contro il dispotismo.