L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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L’illusoria Osmosi del Vuoto

L’OSMOSI DEL VUOTO

Quando una persona ha un vuoto dentro, cerca di colmarlo. Non riesce. Vaga da un palliativo all’altro, a volte per tutta la vita.

Qualcuno, classico figlio della mamma dei cretini, decide di passare il suo vuoto agli altri. Fa l’amicone e piano piano, come un serpente, porge la mela. Suscita gelosie, invidie, discordie, mette la gente contro, fa sempre a chi ce l’ha più lungo, misurando qualsiasi cosa futile riesca a trovare, inclusi i titoli di studio o la provenienza geografica. Fa il troll con chiunque gli stia intorno, ma con discrezione, per non farsi scoprire.
Piano piano cerca di insinuarsi nel suo Eden preferito: la tua autostima. Quella che a lui manca. Lui possiede soltanto un vuoto. Così si adopera per passarlo.  Ruba i tuoi sogni e se non riesce con te, cerca di rubare quelli della tua famiglia, dei tuoi amici.

La verità è che quel vuoto non lo ha passato a nessuno. Lo ha solo duplicato. Il vuoto non rispetta le leggi della fisica: non si trasforma, non si trasferisce. Ma può essere creato.
Basta una fluttuazione quantistica nell’autostima.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Chi crea vuoti negli altri, in realtà conserva il proprio. Per un po’ non se ne accorgerà e s’illuderà di stare meglio. Poi sentirà il vuoto risorgere come la fenice, anzi, più forte di prima. Lo sentirà urlare, sempre più assordante. Allora ripeterà il suo agire. Alla stregua di un serial killer.
Le persone che creano vuoti nel prossimo sono questo: serial killer dell’autostima altrui.

Il bello del vuoto, però, è che come si può creare, si può anche distruggere.
In quale modo?
Non provare a riempirlo. Guardalo in faccia. Esploralo. Tutto.
Potresti scoprire di essere una bellissima persona.
Potresti anche scoprire di essere una cattivissima persona.
Ma finché avrai paura di guardarlo, quel vuoto continuerà a risorgere come la fenice, a crescere come l’entropia, a nutrirsi della tua paura.
E a tormentarti.
Più continui a creare vuoti negli altri, più fortifichi il tuo. Più lo ignori, più lui scava, più ti rende quella cattiva persona che temi di vederci riflessa dentro.

La mamma dei cretini, infatti, non si limita a generare figli suoi, ma è anche  disponibile per adottare quelli degli altri.

Il vuoto è personale. Non può essere passato a nessuno.
Il vuoto è un bambino che strilla per ricevere attenzione. La tua.
Se lo guardi per bene, sul serio, si vedrà riflesso nei tuoi occhi e si annienterà.
Da solo.


Orgasmo e piacere: tra fisiologia e soggettività

L’orgasmo è un fenomeno soggettivo  che mostra manifestazioni oggettive (contrazioni) che sono state considerate come conditio sine qua non. La maggior parte dei cambiamenti del corpo durante l’orgasmo sono stati osservati da Masters e Johnson – e definiti risposta sessuale umana  nel corso dei loro studi di laboratorio  con un campione di  382 donne e 312 uomini. I loro studi riguardavano essenzialmente descrizioni fisiologiche.

L’orgasmo è una delle funzioni  inalienabili e inviolabile  del cervello umano,  esperienza durante a quale si impegnano una vasta gamma di transizioni nelle terminazioni fisiche impegnate nell’atto deputato. Particolare interesse è  la progressione del desiderio sessuale e dell’aspirazione, nonché gli aspetti fisiologici e mentali che non sono necessariamente sinergici e che comunque hanno rilevanza non trascurabile in situazioni riguardati il sesso. Le esperienze derivanti dal piacere dell’orgasmo e dalla soddisfazione negli uomini sono state poco studiate, ma le prove  suggeriscono che dipendono dalle influenze psicosociali , così come avviene nelle donne  Uno dei presunti fattori di influenza che contribuiscono al piacere e alla soddisfazione dell’orgasmo è quello associato all’intensità percepita e alla posizione anatomica legata alle sensazioni orgasmiche:

l’orgasmo della masturbazione è stato considerato più fisicamente intenso e localizzato rispetto all’orgasmo coitale, sebbene quest’ultimo provoca più piacere e soddisfazione. Altri autori affermano che il piacere e la soddisfazione orgasmica dipendono più dall’intensità psicologica dell’esperienza orgasmica, se associata ai sentimenti e alle emozioni esperite erimentate .

Alcuni fasi di studio hanno sottolineato l’importanza della qualità del rapporto nelle esperienze maschili dell’orgasmo. McCarthy e Fucito credono che, da una prospettiva teorica e clinica, una sessualità intima e interattiva è ciò che gli uomini e le coppie considerano in primo luogo, dal momento che la sessualità è principalmente un processo interpersonale in cui l’obiettivo finale è quello di stimolare la soddisfazione e la relazione di coppia . Negli uomini più anziani Schiavi ha scoperto che il funzionamento sessuale e la soddisfazione sono stati più influenzati da fattori psicologici, relazionali e psicosessuali che da fattori vascolari, neurologici e ormonali .

Mah e Binik hanno valutato l’esperienza orgasmica nei giovani e hanno scoperto che:

a) la soddisfazione sessuale e orgasmica è stata significativamente maggiore durante il rapporto sessuale della coppia rispetto alla masturbazione solitaria e un rapporto più stretto con le caratteristiche cognitivo-affettive dell’esperienza orgasmica rispetto a quelli sensoriali;

B) l’intimità emotiva era cruciale per l’orgasmo;

C) l’intensità psicologica e affettiva dell’esperienza orgasmica è stata più significativa nel vivere il piacere rispetto  alla posizione anatomica assunta  in riferimento alle  sensazioni orgasmiche;

D) le sensazioni orgasmiche oltre la regione genitale-pelvica erano più piacevoli .

L’intimità relazionale, l’intimità sessuale della coppia e la tendenza a sperimentare un orgasmo erano positivamente correlati alla soddisfazione sessuale nei maschi. Un aspetto importante dell’esperienza orgasmica è quello associato alle rappresentazioni di piacere sessuale, che «hanno un significato specifico per ciascun uomo e devono pertanto essere più definiti», secondo Fink, Carson e De Vellis in «Studio sugli esiti di circoncisione adulta: Effetto su Funzione erettile, sensibilità del pene, attività sessuale e soddisfazione» (Journal of Urology 2002) citata da Richters. Il piacere va oltre l’esperienza orgasmica, che ha richiamato una maggiore attenzione forse a causa dell’esistenza di correlati fisiologici, evidenziati sia negli organi riproduttivi che in quello sessuale. Tuttavia, l’espressione soggettiva dell’orgasmo è più difficile da capire per la sua natura «profondamente personale», associata ai concetti del piacere e della soddisfazione, anche se diversi allo stesso tempo, un’analisi  accurata  richiede competenze combinate di fisiologi, psicologi, endocrinologi nonché  un’attenta valutazione delle rappresentazioni  del cervello e del soggetto stesso.


Squirting o eiaculazione femminile: parliamone

L’eiaculazione femminile non è una leggenda metropolitana e nemmeno un effetto cinematografico inventato a tavolino delle case di produzione del porno. Detta anche squirting o goshing, è una risposta fisiologica ad un’intensa stimolazione clitoridea e vaginale.

Da un punto di vista anatomico lo squirting è stato spiegato da diversi ricercatori: una donna su dieci, possiede ghiandole di Skene attive – che sarebbero il corrispondente della prostata maschile – e attraverso un’intesa stimolazione queste ghiandole produrrebbero nel momento dell’apice del piacere – quindi di spasmo muscolare- la fuoriuscita di un liquido a getto, simile all’eiaculazione maschile.

L’orgasmo femminile non è comunque riconducibile e riducibile  a un’eiaculazione e per quanto molti uomini cerchino dei segnali per capire se la propria compagna ha raggiunto l’orgasmo, non è possibile stabilirlo in modo così preciso e universale.

Il rapporto sessuale è uno scambio, un dialogo, un gioco, un modo creativo di stare insieme.

Per questo motivo, il raggiungimento all’orgasmo della partner, non deve essere letto come una conferma alla propria virilità: va piuttosto inquadrato nella qualità e nel tipo di relazione con l’altra persona e se ci sono dei dubbi, curiosità o perplessità, il primo passo è sicuramente quello di parlarne insieme.


Il profondo Potere & Piacere dell’orgasmo femminile

Alimentato da puro istinto primordiale, il desiderio sessuale è  fisiologico la cui finalità conduce  all’accoppiamento. A differenza di molti mammiferi di sesso femminile, le donne possono godere di immenso piacere nell’attività sessuale. Naturalmente un partner non è indispensabile per raggiungere la soddisfazione sessuale e l’orgasmo, nonostante  possa rivelarsi divertente  condividere esperienze erotiche con qualcuno a cui si tiene profondamente. Se vi piace giocare da sole a stimolarsi, o avete l’assistenza di un amante adorante, l’orgasmo può essere profondamente potente ed estremamente gratificante per una donna.

Orgasmo femminile è una funzione completamente naturale e intrinseco al desiderio – niente di cui vergognarsi o addirittura intimidirsi. L’uso del condizionale in codesta circostanza è d’uopo. Le donne dovrebbero parlare di più e guidare all’insegnamento  di una  sana sessualità agli amici ingenui e ragazze pubescenti, in modo che possano liberamente esplorare i loro corpi in via di sviluppo senza sensi di colpa o imbarazzo. Gli uomini dovrebbero anche essere più istruiti  ed informati circa l’orgasmo femminile in modo che possano condividere e contribuire a facilitare questa  incredibile esperienza con la loro partner . Come tutti i corpi e le preferenze personali sono uniche: diventa  importante per una donna è il comunicare al suo amante ciò che stimola il benessere bene, e il modo migliore per raggiungere orgasmi incredibilmente piacevoli. Gli uomini sovente perdono di vista  il fatto che è che l’orgasmo femminile è un esperienza olistica che coinvolge una mente, corpo ed emozioni. Funziona meglio quando ci si sente amate, sostenute e rispettate.  Per gli uomini, l’orgasmo e l’eiaculazione durano solo pochi secondi. Il culmine di solito è sufficiente per la loro soddisfazione. Al contrario, le donne sono in grado di godere  di orgasmi multipli raggiungendo una prolungata ricerca  gratificante. Una donna,  se correttamente stimolata, può raggiungere  una meravigliosa sensazione di pura estasi, come l’intensità continua fino a culminare nella beatitudine carnale.Infatti a dimostrazione che una donna può generare orgasmi senza limiti per tutto il tempo se opportunamente  sopportata, è stato registrato che una donna ha la possibilità di provare  134 orgasmi in un’ora! La durata media del piacere maschile non può durare per più di un’ora, preliminari esclusi.

Come si fa ancora di iniziare a spiegare come ci si sente durante l’orgasmo? L’esperienza dell’orgasmo è al di là della comprensione consapevole  tanto da essere indefinibile a parole. Può capitare di  avvertire  ronzii o formicolii nella zona clitoridea prima  di qualsiasi contatto fisico. Quando una donna si eccita, anche nella sua mente, il sangue inizia a scorrere alla zona genitale simile a quando un uomo ha un’erezione. Il tocco leggero delle dita , di un vibratore o della lingua  può innescare lo schiacciante piacere sensuale. Una volta stimolata da vibrazioni, attrito e/o pressione, a seconda della sua preferenza, il clitoride pulsa  e diventa ultra sensibile. Con  manipolazione ritmica costante  giunge a  mostrare segni di maggiore euforia e lubrificazione. La sensazione si intensifica l”incedere del battito cardiaco e il respiro accelera fino a  rantoli poco profondi  ed  si espira copiosamente. Può esprimere emozioni incontrollabili mediate l’attorcigliamento  delle dita dei piedi, il tremore delle gambe  e il corpo si contorce con esultanza. Le mani afferrano vigorovamente il braccio dell’amante. Spesso si può urlare o lamentarsi in uno stato euforico di frenetica concitazione. La consistenza  fisiologia del turgire femminile e maschile è cruciale, quanto la costante attenzione a mantenere il ritmo e pressione incrementa al vertice sessuale in un eccesso di indulgenza complice. L’apice del piacere scottante può richiedere da 20 secondi a diversi minuti per raggiungere efficaci  contrazioni muscolari vaginali, le quali diventano più forti e più veloci, come intensa energia che scorre attraverso tutto il corpo. La mente si svuota  completamente  come se tutto l’universo ruotasse intorno.  Si potrebbe sfruttare la potenza sprigionata attraverso questa spettacolare rete di oltre 8.000 fibre nervose concentrate in una piccola goccia di carne, alimentando l’intero pianeta!  Il “fiore femminile sboccia ”, gonfio e palpitante con incredibile forza energetica, che culminano in un crescendo di entusiasmo momentaneo – un brivido travolgente che è veramente un dono di natura per le donne! Non c’è modo di falsificare o incorrere in errore se non in un orgasmo veramente Meraviglioso. Le emozioni senza misura, in genere, vanno in una convulsione sismica,  la  realtà è temporaneamente oscurata in linea a  questo fenomeno epocale. Ci si può sentire sopraffatte da enorme gratitudine, straordinario benessere e letargico relax . Si possono  sperimentare  raffiche di pensiero creativo, in quanto l’orgasmo produce una tempesta di fulmini appassionati nell’emisfero  destro del cervello, lato creativo-pensiero.

La sacralità dell’orgasmo femminile credo rappresenti la potenza della vita prorompente in ogni dove, non luogo , residenza di sensazioni sessuali elevate raggiunte attraverso l’interazione tra mente e corpo …. oltre la norma e all’esterno della zona di comfort per molti,rilasciando le pulsioni primordiali e le reazioni involontarie.


Sull’orgasmo femminile e sulla ricerca per piacere in generale. Spunti di riflessione.

L’orgasmo femminile, celato dal velo del mistero, rimane ancora un enorme argomento tabù:  non se ne parla abbastanza.

Alla cultura pop piace  affrontare tale tema  con la solita  routine discriminando vagine – condannando  il piacere femminile  abitualmente  rispetto a quello dei maschi, e nudità femminile è spesso bollato  più offensivo della violenza .

Ma la questione più preoccupante è rappresentata dal fatto che  il pensiero delle  ragazze  e dei ragazzi mancano di educazione sessuale efficace.

 Un avvio  del discorso educativo potrebbe frenare questa cultura volta al vuoto, dilagante e inutile, che tende ad usare i due pesi e due misure in campo sessuale.  Ridefinire il modo in cui consideriamo sesso con insegnamenti sull’universo misterioso del piacere a tutto tondo diventa  necessità urgente.
Con la diffusione e l’accessibilità di internet gli adolescenti sono direttamente influenzati dalla pornografia, e imitare ciò che vedono sullo schermo sta diventando una prassi normale. Ovviamente non c’è alcun modo per misurare esattamente quanto questa fetta di utenza telematica stia  emulando la plasticità feroci indotta dai film porno che guardano nei mainstream, e nonostante tutto  con questa possibilità dobbiamo riconsiderare quello che stanno guardando.

Ovviamente i ragazzi ignorano  la differenza tra fantasia e realtà e la maggior parte gli esseri umani dovrebbero avere dimestichezza esperenziale in modo da discernere  il confine tra  porno e  sesso. Pornhub  e similia in ogni caso, ci mostra una richiesta specifica: potrebbe essere il momento di riflettere e improntare una coscienziosa, sana anche appositamente curata e meditata  educazione sessuale   progressiva e globale?


L’Utopia di Wilhelm Reich

“Ogni specie di moralismo è negazione della vita e il compito più importante di una società libera è quello di dare a tutti i suoi membri la possibilità di soddisfare i bisogni naturali.”

Wilhelm Reich (Dobrzcynica 1897 – Lewisburg 1957)
Psichiatra e psicoanalista austriaco,La rivoluzione sessuale,Die Sexualitaet im Kulturkampf, 1936

 

 

L’indagine sull’Eros fonda i suoi rizomi in remoti saperi d’Oriente. Certo filo dia-logico è sopravvissuto, qui in Occidente, a margine di pensieri che peregrinano l’Umanesimo e il Rinascimento (alchimia e magia), nella pratica di Erasmo da Rotterdam e Tommaso Campanella, fin ad approdare a Marx.

La profetica, ma sfocata, visione bruniana, obliqua alle passioni di Spinoza e all’Olografica in nuge di Leibniz, si focalizza nel nuovo ordine formulato da Freud (inconscio e libido); e le sorgive, antropologiche, riflessioni Junghiane.

Ora, dunque, un ribelle, un pioniere: Wilhelm Reich. Reich curiosità arguta e fine, Reich, genio. Caposcuola di Alexander Lowen, studia per anni l’amplesso “psiche-soma”. Mostra l’esistenza di un’energia che pulsa in ciascun organismo, e senza sosta cerca la decifrazione della vita viva. Egli valica barriere concettuali, disvela la calle che conduce a Kundalini; vilipesa dalla concezione meccanicistica, figlia del dualismo cartesiano.

In armonia col maestro Freud, identifica nella realtà sessuale del paziente, l’origine capitale del disagio, e cioè: una cospicua porzione della vita psichica è accudita da processi inconsci; i bambini accrescono un vivace erotismo la cui energia è il motore; la sessualità infantile rimossa reca dolorosi strascichi alla prosperità interiore; la formale morale coercitiva, ben lungi dall’essere trascendente, è somma di misure oppressive abili a reprimere la sessualità nell’infanzia, nella pubertà e nell’età adulta.

La monacale attenzione al corpo e alla sua funzionalità scorta Reich a sensazionali scoperte e i suoi scritti rendono chiave di lettura e risoluzione alle questioni moderne. Desueto: non è lemma che si confà a questo talento, né alla sua opera. Gli studi in ambito fisico, biologico e psicoanalitico, accendono nuovi scenari e fresche metodologie, che allorché applicate assicurerebbero più stima per la vita, e maggiore presa d’atto.

Merleau Ponty asserisce: “Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo; è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all’oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all’opera d’arte.

Esser creatura denota legarsi a un luogo definito; la nostra, per di più, non è in origine nello spazio, bensì vi s’inserisce. La sua spazialità è nella misura in cui essa si compie. Un corpo che muove nello spazio, che «acciuffa» e «comprende» tale oscillazione, non con la sola vista o il sol tatto, ma con compiutezza di esser carne. Le parti del corpus non sono dispiegate l’una accanto all’altra, ma implicate l’una nell’altra: in un’esperienza integrale, grazie alla quale i “contenuti visivi e tattili” vivono a solo titolo d’istanti inseparabili.

È qui partecipe un connubio indissolubile tra sessualità, conoscenza, e volontà in potenza. Freud stesso definisce erotismo “la capacità generale di un soggetto di adeguarsi ad ambienti diversi, di crescere attraverso differenti esperienze e di acquisire nuove strutture di condotta”. Il vissuto orgastico fornisce il passpartout dell’esistenza, poiché vi si proietta la misura d’essere. La sessualità, ergo, non identifica l’esistenza, ma si elegge ad accessorio capitale come la vista o l’udito.

I prodromi fisici a sè legati costituiscono le molte manifestazioni di malessere, giacchè quintessenza dell’individuo rispetto all’esistenza.

Merleau-Ponty richiama l’essenziale differenziazione husserliana di Körper: macchina anatomica cartesiana oggetto di scienza, e di Leib «Io posso» (Ich gehe) unità originaria e vissuta della coscienza. A partire dalla descrizione fenomenologica di attuale differenza, il pensatore d’Oltralpe si candida a reinventare una genealogia della coscienza per sottrarsi con giustizia all’impasse del dualismo cartesiano. Egli stesso attesta:

Con il mio corpo (Leib) io mi impegno fra le cose, esse coesistono con me in quanto soggetto incarnato, e questa vita nelle cose non ha nulla in comune con la costruzione degli oggetti scientifici, […] io comprendo l’altro tramite il mio corpo, come tramite questo corpo percepisco delle “cose”.

Ebbene, Il filosofo esige allora sottolineare, l’incipit in base al quale a partire da carnalità agita, da relatività connaturata, là è plausibile frequentare tanto la vita quanto verità intersoggettive. È in tal “singolare sapere” che rintracciamo il mondo e l’umanità, «solo perché siamo un corpo», e persino la scienza e la filosofia stessa si scoprono barbicate, ancor prima di qualsivoglia conoscenza etica, dianoetica e puramente intellettuale.

Amerò appaiare siffatta profonda folgorazione alle teorie di Reich, dacché ne riflette veridicità e forza. Incontrare l’ambiente preannuncia l’innescare di una chimica che accorda il corpo e si trasmuta in azione. L’incanto fisiologico di cui siamo struttura, contiene e opera come un congegno di precisione, con discordi frequenze da soggetto a soggetto, ciò ci rende unici, come esclusive e impareggiabili sono le espressioni sagge e raffinate. Nella società astratta che egli figura, l’individuo non riceverebbe obbligo di precetti morali a garanzia del mutuo rispetto, giacché ognuno scorgerebbe davvero in sé, nell’etica “naturale”, il valore di un’armoniosa coesistenza.

Per lo scienziato austriaco, qualora la società suggerisse regole a maggior misura tolleranti e non soffocanti la potenza orgastica, non si renderebbe tassativa la sottomissione a una probità coatta, in tal criterio si eclisserebbero perversioni, sadismo e atto masochistico. Finanche il complesso d’Edipo non giungerebbe a insorgere, impugnando così la stimata unicità di tal freudiano complesso. Tanto è vero; in una società ideale atta a non boicottare l’erotismo infantile, gli infanti potrebbero serenamente consacrarsi a trastulli genitali senza sovraccaricare l’impulso di rinuncia al corpo materno. Seppur il bambino vi abdicasse, avulso da rischi e incagli, nutrirebbe le intime pulsioni distante da illogiche colpevolizzazioni.

Persino la nozione d’istinto di morte elaborata da Freud viene posta in controversia. Reich ritira qualsiasi tesi di distruttività costituzionale e consacra la natura accessoria di ogni comportamento antisociale che abbia radice in strutture difensive sviluppate dall’Io all’ombra di un’educazione punitiva e assolutista. Le forze distruttive figliano pertanto da una passione mal appagata in virtù di modelli sociali indirizzati ai richiami delle classi di potere. Egli rimarca come la società odierna sia latrice di una moltitudine di norme volte a reprimere, puntellando che grazie al metodico avvilimento di una sessualità naturale, l’economia capitalistica persegua i propri fini di manipolazione e asservimento dei ceti più deboli: di fatto un deperimento dell’autostima e della forza d’intraprendenza e rivolta.

Reich disapprova in egual misura la tesi freudiana in cui civiltà ed evoluzione formativa scaturiscano da un’esaltazione di parte della libido; eco di rinuncia alla gratificazione. Infatti, laddove Freud avvalora come l’affettivo ammontare delle pulsioni non agite sia gregario della sublimazione per il perseguire di fini socialmente utili, Reich elabora: l’energia repressa non dà genesi ad azioni creative o costruttive tout court; di contro la frustrazione convoglia a una reale atrofia dello spirito d’intraprendenza. La rinuncia libidica pertanto, è humus di tutte le psicopatologie e numerose affezioni somatiche quali i tumori.

L’energia sessuale è biologica, e ogni suo altro impiego, spetta essere una digressione dal suo corso spontaneo.La natura innanzi positiva dell’uomo la si ritrova in sparuti individui che, godono ancora una sessualità genuina, e cioè di un carattere genitale. Artisti, poeti e filosofi hanno matrice maieutica: la sagacia di progettare inconsciamente la realtà in cui interagiscono; essi profetizzano orizzonti per il volgo non proprio agibili.

Freud assicura che urgano uomini audaci di fantasticare prima di comprovare. Il modernismo viennese di cui Freud e Reich sono fulgidi talenti, tentò di arricchire e fondere il sapere orientato ai fondamenti di Darwin. Debuttarono, così, vergini prospettive nella medicina, nelle arti, nella filosofia, e nell’economia; un dialogo che permane ancora. Ciò che siamo non sta più nei geni altresì nella cultura. L’attività sinestetica indotta dall’uso di essenze vegetali psicoattive, nel moto dei millenni, inalvea un cosmo interiore lungi dalla coscienza ordinaria. Sia il sistema immunitario, sia la coscienza, apprendono, discernono, rammentano. La coscienza ordinaria merce finale di un processo di filtrazione, e dell’esperienza psichedelica quale antitesi di questa edificazione, è stata proposta da Aldous Huxley. L’esercizio dell’innominabile astrae e ricava lo spettacolo della vita tramite atti d’immaginazione. Gli allucinogeni possono esporre l’individuo alla ruggente forza del Tao. L’impatto di questa chimica nella dieta è stato più che psicologico: tale uso è garante d’indivise funzioni psichiche che leghiamo all’immagine di umanità. La società, oggigiorno, riterrà arduo gradire giacché ha reso tabù l’estasi indotta da mezzi farmacologici. Come la sessualità, e gli stati alterati di coscienza, sono illeciti perché consciamente e/o inconsciamente connessi al mistero delle origini. Tali pratiche dilatano i confini e minacciano il dominio di un ego non riflessivo.

Terence McKenna dichiara che comprendere l’essere umano palesi interpretare la sua unicità. La ferrea lottizzazione tra umanità, e resto della natura, è così appariscente che, per i pensatori prescientifici fondava prova sufficiente che fossimo divinamente i pupilli del creato –diversi-, e più conformi a dio. Caratteristiche e conquiste che ci contrassegnano possono ascriversi alla categoria delle attività cognitive: danza, filosofia, pittura, poesia, sport, meditazione, fantasie erotiche, politica, autointossicazione estatica. Siamo davvero Homo sapiens, l’animale pensante; creiamo inusuali opere e propugniamo profondi modelli teorici e matematici dei fenomeni. E gli umani si distinguono anche, per il numero delle diverse sostanze delle quali fanno uso, e alle quali divengono assuefatti; i nostri atti sono tutti frutto di quella dimensione.

Materialismo, estraniamento dalla natura, mancanza di soddisfazioni professionali in un mondo del lavoro meccanizzato e senza vita, noia e mancanza di scopi in una società ricca e iper-satura, la perdita di un fondamento filosofico della vita dotato di senso. Una “nuova consapevolezza della realtà” che potrebbe diventare la base di una spiritualità non fondata sui dogmi delle religioni esistenti ma nella visione interiore di un senso più alto e più profondo dell’esistenza” “Quando certe visioni saranno interiorizzate nella nostra coscienza collettiva, potrà essere questo il punto di partenza da cui la ricerca scientifica e coloro che finora hanno distrutto il pianeta – la tecnologia e l’industria – serviranno lo scopo di riportare il nostro mondo a ciò che era all’inizio: il giardino terrestre dell’Eden. Questi concetti sono stati espressi dal genio della chimica che si trasforma così in un profondo filosofo della natura ed un critico visionario della cultura contemporanea.

La distanza critica dall’euforia della generazione hippie – flower power sull’LSD non ha fatto mollare Albert Hofmann, pur ammettendo di essere il padre di un “bambino difficile”, come sottolinea in uno dei suoi lavori più conosciuti, ha sempre evidenziato i rischi derivanti da un uso incontrollato della sostanza. Esperienze psichedeliche in un setting sicuro possono aiutare la nostra coscienza ad aprirsi a questa sensazione di connettersi ed essere un tutt’uno con la natura.

L’LSD ed altre sostanze correlate non sono droghe secondo il senso comune, ma fanno parte delle sostanze sacre, utilizzate per migliaia di anni in settings rituali. Gli psichedelici classici come LSD, Psilocybina e Mescalina sono tutte caratterizzate dal fatto di non essere nè tossiche nè di indurre dipendenza. Mi preme a questo punto delineare le forme della Grandezza Umana sono il Santo, il Saggio e il Genio.

I cammini che gli uomini scelgono per conseguire la più ampia e profonda coscienza della realtà sono diversi. La religione, l’arte e la scienza, cercano con mezzi propri la via che possa condurre alla conoscenza unificata dell’uomo e dell’universo.

Il Santo cerca l’unione e la fusione per la contemplazione o per l’amore.

Il Saggio arriva ad essere umile seguace del comportamento della natura. Per poter conoscerla deve rispettare il suo corso, descrivere la sua morfologia e udire i suoi segreti palpiti.

L’Artista dalla sua parte, tenta di rivelare realtà interne che sono, nel fondo, realtà cosmiche. Si rimanda così a uno strumento lucido delle forze di organizzazione e creazione che si fanno presente in lui, in maniera imperativa. L’Artista si sperimenta a sé stesso, compartecipando nella creazione universale.

In ogni essere umano alitano le forme di grandezza umana. In ogni essere umano dorme un titano, un genio, un amoroso.

Gli effetti che hanno le droghe, che espandono la coscienza nell’uomo comune, gettano molta luce sulla comunicazione della grandezza interiore, addormentata o latente; si collocano nell’esperienza della totalità.

Il sentimento di intimo vincolo con se stessi, con la natura e con il prossimo, è una esperienza

suprema che si ha rare volte nella vita. Sperimentarla una sola volta, permette di iniziare un cambio di comportamento verso sé stessi e verso gli altri.

Il sapere con “certezza” che non siamo esseri isolati, ma bensì che partecipiamo nel movimento unificatore del cosmo, basta per spostare la nostra scala di valori. Ma questo sapere con certezza non è un sapere intellettuale, è un sapere più commovente e trascendente.

Gli egiziani nel Libro dei Morti fanno riferimento al potente sentimento di unità ontocosmologica: “ Sono una parte delle parti, della Grande Anima Incandescente”.

Per gli uomini di questa civiltà, minacciati, depressi, tirannizzati dalla meccanizzazione e dalle ideologie, la possibilità di raggiungere uno stato di coscienza amplificata è quasi impossibile.

I nostri abiti mentali ci hanno svincolato dalla totalità.Questo ci fa pensare che la riscoperta degli effetti delle droghe “enteogene” espansore della coscienza e il conseguimento della sintesi chimica del LSD-25, la mescalina e la psilocibina, rappresentano per l’umanità una grande speranza. Questa speranza non è esenta di pericoli, giacchè non tutte le persone che ingeriscono queste droghe raggiungono la esperienza suprema. La integrazione psicologica previa alla esperienza lisergica è molto importante, così come la

presenza di una guida che conosca la fenomenologia degli effetti e senta una calda affinità per la persona iniziata. L’esperienza lisergica permette la percezione di se stessi e l’apertura amorosa, la quale, in grande scala, può correggere il destino di estinzione verso cui si orienta l’umanità attuale.

Affermava Max Planck:: “è di fondamentale importanza che il mondo esterno sia qualcosa di indipendente dall’uomo, la ricerca delle leggi che si applicano a questo assoluto mi parve lo scopo scientifico più alto della vita.” E nella ricerca dell’assoluto Reich concorse attraverso la sua penetrazione scientifica nel micro e macro cosmo, tracciando valori morali, oggi carenti, quali rivelazioni di leggi spontanee assolute che vanno ben oltre la stessa psiche: “ L’amore, il lavoro e la conoscenza sono alle origini della nostra vita, dovrebbero anche governarla.” Il dramma sta pertanto nel diniego della sessualità naturale con logico accrescimento della perversione, per limitare la quale, l’umano, in patetico circolo vizioso, scagiona il blocco della prima.

L’opera di Reich e del suo allievo Lowen, sorregge a divenire singoli solidi, sicuri, orgogliosi e colmi di dignità nel portamento come nella relazione, con peculiare sensibilità alla semplicità. Un intimo accordo con la natura riscatta da quei vincoli che ad essa indispongono.

 

 


Orgasmo femminile: quando il piacere diventa un miraggio.

Il bandolo della matassa..

artic

Parlare di orgasmo femminile non è semplice, ciò perché oltre ad essere un argomento ancora tabù, questo è tutt’oggi poco studiato e molte sono le informazioni contrastanti in merito. Uno dei punti su cui si dibatte ancora oggi sono i tipi di orgasmo che una donna può avere, alcuni ritengono infatti che ne esistano due tipologie: quello vaginale (ottenuto mediante penetrazione) e quello clitorideo (ottenuto con la stimolazione esterna del clitoride). Alcuni recenti studi in campo sessuologico sostengono che non esista una distinzione netta tra i due, questo perché in entrambi il piacere sarebbe originato dalla stimolazione del clitoride, in maniera diretta nel primo ed indiretta nel secondo. Per questo sarebbe più indicato utilizzare i termini clitorideo e vaginale per indicare un tipo di stimolazione prevalente piuttosto che diverse tipologie di orgasmo, evitando così di provocare nelle donne sensazioni di inadeguatezza legate alla presunta incapacità di raggiungere l’uno o l’altro. Come…

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Sanctum Regnum

Capsula del Tempo

“Nel sesso si trova la sintesi ultima di tutte le logge, ordini, scuole, sette, sistemi e metodi di Autorealizzazione intima, tanto d’Oriente, quanto d’Occidente, tanto del Nord quanto del Sud.
La magia sessuale si pratica nel Cristianesimo Esoterico, magia sessuale si pratica nel Buddismo Zen, magia sessuale si pratica tra gli Yogi Iniziati, magia sessuale si pratica tra i Sufi Maomettani, magia sessuale si praticò in tutti i Collegi Iniziatici di Troia, d’Egitto, di Roma, di Cartagine, di Eleusi, magia sessuale si praticò nei Misteri Maya, Aztechi, Incas, Druidi, ecc.
La Sintesi di tutte le religioni, scuole e sette è la magia sessuale.
L’uomo e la donna, uniti sessualmente durante l’estasi suprema dell’amore, sono realmente divini.
In tali istanti di unione sessuale siamo nel laboratorium-oratorium della Santa Alchimia.
I grandi chiaroveggenti possono vedere in quei momenti la coppia sessuale avvolta in splendori terribilmente divini. Siamo dunque penetrati nel Sanctum Regnum…

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Video

Mariella Nava – Carta Bianca


Fede

“Maglia dopo maglia tesse il mio Telaio; la tela per il mio onore e tele per onorare”.

 

PISTIS SOPHIA

 


Ardore

 

ombrose notti

mi desto al buio

alzo le ali per spiccare il volo

imbarco luce

stelle sognanti

da raggiungere

Tilt

spalanco una finestra aperta

dove una candela può pregare

oh, candela! Ti irradi brillante

il tuo calore può bruciare

queste ali

on discesa

verso te

consapevole del prezzo

fiamma fugace solitaria

da baciare

non dimentico

se mi può bruciare e morire

d’ amore intatto

lo stoppino, un giorno sarà consumato

amore e corpo corpo si contaminano ancora

conservati in cera


Donne pronte a entrare nella Storia

di Sara Vicidomini

Ellen Johnson Sirleaf, è stata la prima donna capo di Stato di un Paese africano. Nel 2011, ha ricevuto il premio Nobel per la pace in ragione del suo impegno nella lotta per i diritti delle donne.

Si sposò a 17 anni con un uomo violento, a 23 era già madre di quattro figli. Riuscì a divorziare e a studiare, e intraprese una lunga e difficile carriera politica per la quale ha patito il carcere e l’esilio.

“Donne, siete pronte a entrare nella Storia?” è stato il grido con il quale ha esordito nel suo primo discorso dopo l’elezione, convinta che non sarebbe mai arrivata fin lì se non avesse imparato sulla sua pelle a resistere e superare le discriminazioni.

Da quando è diventata presidente del suo Paese, è riuscita a traghettare la Liberia lontano dalle guerre civili. La chiave della sua azione politica è stata quella di fare affidamento sulle donne nella convinzione che, siano loro le uniche a poter garantire a Paesi afflitti da miseria e guerra un futuro di ricchezza e pace.

Come ho riscontrato quest’anno, infatti, nel brano “Quando il genio è donna” per secoli si è pensato che le donne fossero incapaci di dedicarsi a qualsiasi attività di carattere intellettuale. Più di tutte lo dimostra Ipazia di Alessandria che per le sue numerose conoscenze fu giudicata secondo la leggenda una specie di mostro e per questo fu uccisa da monaci cristiani. Dopo molti secoli ci fu la milanese Maria Gaetana Agnesi che fu nominata da papa Benedetto XIV professore di Matematica e Filosofia naturale all’università di Bologna senza però aver mai potuto insegnare. Per essere prese in considerazione le donne scienziate dovevano pubblicare col nome maschile le loro opere.

Come dimostra la vicenda di Trotula De Ruggiero, medico e autrice di importanti trattati di ginecologia, che firmava le sue opere col suo nome, ma poi nelle trascrizioni successive lo vide cambiato nel maschile “Trottus”.

Tutto questo ha avvantaggiato uomini più famosi, spesso padri, mariti o fratelli.

Un ruolo importante le scienziate lo hanno avuto nel progetto internazionale “La carte du ciel” (la mappa delle stelle) e nel progetto “Manhattan”, programma segreto per la costruzione delle bombe atomiche.

Oggi sono 12 le donne cui è stato riconosciuto un Nobel. Tra le ultime c’è Rita Levi Montalcini forse la più grande scienziata italiana, premiata dal re Gustav di Svezia nel 1986.

Il segreto, ha spiegato la Montalcini, è tutto in una frase di Primo Levi: “Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla Terra”.

La prima fu, invece, la scienziata polacca Marie Curie (nata nel 1867 a Varsavia si trasferì a Parigi, dove conobbe e sposò lo scienziato Pierre Curie) che scoprì il radio, elemento chimico presente nei minerali di uranio, e studiò la radioattività, ottenendo due premi Nobel ( nel 1903, con il marito, per la fisica e nel 1911, da sola, per la chimica). Pierre e Marie non vollero mai brevettare il metodo con cui ottennero questo elemento, affinchè tutta l’umanità potesse usufruirne. Rimasta vedova Marie continuò gli studi e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale organizzò un servizio radiologico per l’esercito e si recò di persona al fronte. Morì nel 1934 per le radiazioni cui il suo fisico era stato per lungo tempo esposto.

 


Carne

luce

suggello elettrici avidi sussulti

in velate orchidee

percorro dipinti in scintille
al corpo
nessuna sillaba 
in declinazione fonetica
ed implodere in costellazione
oltre il limite ad estuario
incidendo l’assoluto

 


Breve #filosofia del #sessoorale

Chiediamoci la ragione: perchè sia così interessante ed emozionante? Pochi filosofi hanno esplorato l’argomento con il necessario rigore.

sesso-oraleLa sua  radice affonda  nella solitudine e nell’auto-disgusto apparentemente nella nostra compagine temporale. Quando siamo catapultati in atto di nascita in questo mondo, se siamo fortunati, tutto del nostro corpo è accettabile e adorabile, dalla testa ai piedi. Il nascituro è  posizionato  nudo sulla pelle della madre, ove ritrova familiare il  battito cardiaco, e può riscontrare  la gioia negli occhi dei genitori  che lo osservano  soffiare una bolla di saliva o di succhiare le dita. Poi a poco a poco arriva l’autunno. Il capezzolo, fonte di nutrimento è allontanato. Ci vergogniamo della nostra nudità, poi  zone in continua espansione e modifica  del nostro sé esteriore pone  divieto al tocco  altrui. Non abbiamo altra scelta nei rapporti interpersonali, che  mantenere un minimo di 60 o, meglio ancora, la distanza di 90 centimetri ‘tra noi e gli altri’ in ogni momento, per rendere assolutamente chiaro che i nostri stessi movimenti  non siano decodificati come  intenzione di intrusione nello spazio personale di chiunque. Cresciamo e maturiamo sorvegliati e protetti. Diventiamo adulti, strappati dal paradiso, reso poco  attraente  dal passo al passato che  caratterizza   quasi tutti  illogicamente.

sesso-orale1

Ma nel profondo, non dimentichiamo mai del tutto  le esigenze con le quali  siamo nati: per essere accettato come siamo veramente, in ogni aspetto: esistere per essere amati.  Qui nasce la peculiarità del #sessoorale. Suona disgustoso quando pensiamo di praticarlo con una persona inadeguato – e questo è il punto. Nulla è erotico qualora sia sperimentata con la persona sbagliata, se non addirittura rivoltante. Con la persona giusta, la connessione precisa trasmette solo accettazione, accoglienza e consenso. Il carattere privilegiato di un rapporto è sigillato da un atto che, con qualcun altro, sarebbe considerato  nauseante. Sesso orale considerato erroneamente oggi pratica  ” maleducata ” e sconveniente – nella migliore delle ipotesi. La vita quotidiana ci impone continuamente di essere disciplinati. Non possiamo distruggere  il rispetto o affetto di chiunque senza gravemente reprimere tutto ciò che è apparentemente ‘cattivo’ dentro di noi: le nostre secrezioni, la nostra aggressività, la nostra disattenzione, la nostra fragilità, la nostra lussuria. Non possiamo pensare che sia accettato dalla società e rivelare chi siamo veramente. Di qui l’estasi erotica, un sollievo emotivo, quando il sesso orale permette al nostro sé segreto di rivelarsi, con tutti i suoi lati ‘cattivi’ e ‘sporchi’, per essere curato e vissuto con entusiasmo e approvato da qualcuno che ci piace.  Il legame di fedeltà in una coppia cresce esponenzialmente  ad  ogni ascesa di espressione. Il  nostro comportamento più inaccettabile sarebbe lontano dagli occhi del mondo il più solido e ricco, sentirlo intimamente come la costruzione di  un rifugio di reciproca accettazione. Il sesso rappresenta l’indice di libertà e di  punizione,  dicotomia tra sporco e pulito. Letteralmente il sesso ci purifica – invitando i lati apparentemente più viziati di noi stessi nei suoi giochi. Siamo in grado di premere nostre bocche, gli aspetti più pubblici e rispettabili dei nostri volti, la sede del linguaggio e articolazione, avidamente nelle parti più viziate dell’altro –  tutto questo  simboleggia in tal modo una approvazione psicologica totale, proprio come un prete  accetta un pentito, colpevole di molte trasgressioni, accolto  con un leggero bacio sulla testa. Da un punto di vista psicologico, molto simile al sesso orale

Il piacere del sesso orale è quindi profondamente ricco e significativo nella vita umana, umana chance dell’animale pensante. Non parlo della piacevole sensazione fisiologica nota a tutti, ma di accettazione. Si tratta di por  fine alla solitudine.

 

Vertigini in eiaculazione espiata

spiaggia-oro

porre il sole ad intarsiate parole

arroventa l’aere

suono metallico si sgretola

al flusso oltre siepe

trasuda la tempesta

ove il tempo riposa

il segno quotidiano

si stempera fra viola e fauni

in tulle rosa tenui

mordi il casto ghiaccio

che muove teporosi astri

in acque brumose d’oceani inesplorati

veloci galassie si inerpicano risucchiandomi

e mi ritrovo intinta di ardore

al vento della tua essenza

deflagrazione sorda al richiamo

dai dirupi ardenti

schiva tremo

orfana di ogni vibrazione siderale

sorvolo dune intime

in ascolto di perpetui istinti


La Dea egizia Bastet

Bast

Bast (nota anche  come “Bastet” in tempi più tardi ) rappresenta una delle più popolari dee  del Pantheon  dell’antico Egitto: la Dea  gatto appunto, associata al gatto domestico nel  Nuovo Regno personificava la giocosità, la grazia, l’affetto, e l’astuzia di un gatto così come la feroce potenza di una leonessa. I testi più antichi descrivono Bastet come la figlia del Dio del sole Ra, creata insieme alla sua gemella malvagia la dea Sekhmet, tali documenti raccontano che fu proprio per l’intervento di Ra che la forza distruttrice di Sekhmet si placò divenendo, insieme a Bastet, l’equilibrio delle forze della natura.

in tutto l’Egitto ,  il suo centro di culto era il suo tempio a Bubastis nel Basso Egitto (che è oggi in rovina), città antica che fu la capitale  durante il periodo tardo, e alcuni  faraoni onorarono la   dea nei loro regni.

Bast

Il suo nome potrebbe essere tradotto come “la   Divoratrice”.  Gli elementi fonetici “Bas” sono riportati su di   un vaso di olio, la “t” è la desinenza femminile che non viene utilizzata quando si scrive la parola “divorare”. Il vaso di olio richiama l’associazione con il profumo: tale collegamento  viene confermato  dal fatto che la dea era  la madre di Nefertum (che appunto era il dio del profumo). Così il suo nome evoca  la sua  dolcezza  e preziosità, sotto la sua pelle pulsava  il cuore di una  predatrice. Baast ritratta con l’ankh (che rappresenta il soffio di vita) o la bacchetta di papiro ( Basso Egitto), impugnava   a volte uno scettro (che indica la forza) ed era spesso accompagnata da una cucciolata di gattini.

Fu amata così tanto da divenire per gli egiziani la dea protettrice della famiglia, dei bambini, delle donne, della danza, del sorgere del sole e divinità che forniva la protezione contro le forze maligne e le malattieBast in the Late Period copyright Einsamer Schutze

Testimonianze di templi dedicati al culto della dea gatto si trovano in tutto l’Egitto, ma la città sacra di Bastet  è Bubastis, località vicino all’attuale città di Zagazig, dove il 31 ottobre di ogni anno si svolgeva un’importante festa in suo onore del quale si trova traccia nel testo dello storico greco Erodoto (Storie – libro II cap. 60).

I gatti erano sacri a Bast, e  danneggiarne uno era considerato un crimine contro di lei e quindi segno funesto. I suoi sacerdoti allevavano gatti sacri nel suo tempio, considerati incarnazioni della dea. Quando morivano venivano mummificati e potevano essere presentati alla dea come offerta. Gli antichi egizi conferivano grande valore ai gatti perché credevano proteggessero i raccolti e rallentassero la diffusione delle malattie uccidendo i parassiti. Di conseguenza, Bast era ritenuta  una dea protettrice.  Pitture tombali suggeriscono che gli egiziani cacciassero con i loro gatti  ( a quanto pare addestrati per recuperare la preda) e  li allevassero anche  come animali domestici cari. Il culto della Dea   Bast era  popolare. Durante l’ Antico Regno fu considerata  figlia di Atum a Heliopolis (a causa della sua unione con Tefnut ), tuttavia, si pensa fosse generalmente  figlia di Ra (o versione successiva Amun ). Lei (come Sekhmet ) era anche la moglie di Ptah e madre di Nefertum e il leone dio Maahes (Mihos) (che potrebbe essere stata  altra manifestazione  di Nefertum).

Bastet with her kittens copyright Captmondo

Come la figlia di Ra era una delle dee note come “occhio di Ra” , una feroce protettrice che ha quasi distrutto il genere umano, ma con l’inganno della la birra tinta con color sangue, fu indotta al sonno che  le procurò una sbornia, e la carneficina fu scongiurata. Insieme ad  altre dee  era conosciuta come “l’occhio di Ra”, in particolare Sekhmet, Hathor , Tefnut , Dado , Wadjete, Mut . Il suo legame con Sekhmet era il più affine. Non solo entrambe le dee assumevano la forma di una leonessa, erano entrambi considerate come la sposa di Ptah e la madre di Nefertum e durante la festa di Hathor (che celebra la liberazione dell’uomo dall’adirato “Occhio di Ra”) l’immagine di Sekhmet rappresentava Alto Egitto mentre l’immagine di Bast rappresentava il  Basso Egitto .

Bast copyright Guillaume Blanchard

Bastet era molto legata ad Hathor ed era  spesso raffigurata in possesso di un sistro (il sacro sonaglio di Hathor) e Dendera (la sede del centro di culto di Hathor nell’Alto Egitto)  nota anche come il “Bubasti del sud”. Questa associazione è chiaramente arcaica in quanto le  due dee appaiono insieme nel tempio nella  valle di Chefren a Giza . Hathor rappresenta l’Alto Egitto e Bast rappresenta Basso Egitto. Uno dei suoi epiteti è stato “la signora di Asheru”. Asheru era il lago sacro nel tempio di Mut a Karnak, e a Bast è stato dato l’appellativo a causa della sua relazione con Mut, che di tanto in tanto ha preso la forma di un gatto o di un leone. All’interno del tempio di Mut ci sono una serie di raffigurazioni del faraone che festeggia con  una corsa rituale in compagnia di Bast. In questo tempio a Bast è stato dato l’appellativo di “Sekhet-Neter” – il “Campo divino” (Egitto).

Bast-Wadjet copyright Sully

E ‘stata anche identificata  con la dea dalla testa di leone pakhet di Speos Artemidos (grotta di Artemide) nei pressi di Beni Hassan. La grotta è stato denominata così perché Bast (e il suo aspetto pakhet) è stata adottata dai Greci come dea  Artemide, la cacciatrice. Tuttavia, le due dee non erano così simili : Artemide era nubile mentre Bast era associata al divertimento e alla sessualità. Tuttavia, la connessione con Tefnut e Bast di aspetto potenzialmente belligerante probabilmente ha contribuito a questo apparentemente strana connessione. Dopo tutto, anche il più piccolo gatto di casa è un abile cacciatore. I greci attribuivano a  Bast  un fratello gemello, così come Artemide aveva suo fratello Apollo. I riferimenti ad   Apollo Heru-sa-Aset ( Horus, figlio di Iside ), ha come diretta conseguenza la relazione del nome di Bast all’ “anima di Iside ” (ba-Aset) mutandone il suo nome  in una forma di questa dea diventata poi sì popolare. In  Bast era una dea  lunare.

Una leggenda racconta che Bastet, morsa da uno scorpione, fu guarita da Ra:
“Ra infuriato, provocò una siccità, quando si fu calmato, mandò Thot a cercare Bastet in Nubia, dove lei si era nascosta sotto forma della dea leonessa Sekhmet. Navigando il Nilo, Bastet si era bagnata nel fiume in una città sacra a Iside, trasformandosi di nuovo in gatta entrando a Bubastis, la città dei gatti, fu trovata da Thot … per molti secoli gli egiziani hanno ripercorso il suo viaggio in venerazione dei gatti e della dea Bastet”.

La gatta era assimilata alla luna: come nei gatti le pupille nel buio della notte subiscono grandi variazioni così venivano paragonati ai cicli lunari.

Scrive in proposito Edward Topsell (Topsell’s Histories of Beasts):
“Gli Egizi hanno osservato negli occhi di una gatta le varie fasi lunari perché con la sua luna piena splendono di più mentre la loro luminosità diminuisce con la luna calante e il gatto maschio muta l’aspetto dei suoi occhi in relazione al sole, infatti quando il sole sorge la sua pupilla si allunga, verso mezzogiorno si arrotonda e la sera non si vede affatto e sembra che l’intero occhio sia omogeneo”.

Alcuni versi tratti dai geroglifici del tempio di Dendera confermano il legame di Bastet con Iside, si legge:
“Quando la vide, sua madre Nut le disse, sii leggera per tua madre, Tu sei più vecchia di tua madre perchè il tuo nome è stato Iside” .

Nella VI dinastia, il faraone Pepi I fece costruire nel suo santuario una cappella dedicata a Bastet, e anche la grande regina Hatshepsut fece scavare un santuario in onore della dea gatto nei pressi di Beni Hassan.

Il gatto quindi venne ritenuto sacro al sole e ad Osiride, la gatta invece consacrata alla luna e ad Iside.Un brano tratto dal “Le settantacinque lodi di RA” 1700 a.C. recita:
“Lode a te, o Ra, glorioso dio-leone, tu sei il grande gatto, il vendicatore degli dei e il giudice delle parole, il presidente dei sovrani e il governatore del sacro cerchio, tu sei il corpo del grande gatto”.

Gli Egizi chiamarono il gatto Myou, conferendogli da prima un ruolo di porta fortuna, riconoscendogli una natura amabile e disponibile, lo introdussero successivamente nella vita quotidiana di tutte le famiglie, con il compito di proteggere le provviste alimentari dai roditori e serpenti velenosi.

Si sono trovate decorazioni tombali che provano che i gatti venivano portati dagli egiziani nelle paludi per recuperare le anatre cacciate, ma l’amore per questi felini si spinge oltre portando alcuni genitori a dare il nome dei gatti (Myoun… Mit… Mirt… Miut) alle proprie figlie femmine. E’ stata ritrovata a Deir el Bahri nel tempio del re Mentuhotep una mummia di una bambina di 5 anni dal nome Mirt.

Immagini dei gatti comparvero anche su oggetti di vita quotidiana, gioielli, braccialetti d’oro, amuleti e anelli ma il gatto fu anche rappresentato in moltissime statue in bronzo destinate per lo più a scopi funerari.

La gran parte delle statuette aveva le orecchie forate con orecchini d’oro o d’argento e occhi intarsiati di pietre semi preziose.

Dei gatti Erodoto scrive: “E quando scoppia un incendio, ai gatti succede qualcosa di veramente strano, gli Egiziani lo circondano tutt’intorno pensando più ai gatti che a domarlo, ma gli animali scivolano sotto o saltano sugli uomini e si gettano tra le fiamme. Quando questo succede, in Egitto è lutto nazionale, gli abitanti di una casa dove un gatto è morto di morte naturale si radono le sopracciglia, i gatti vengono portati in edifici sacri dove vengono imbalsamati e seppelliti nella città di Bubasti.”

Da scavi archeologici nelle rovine di Tell Basta (nome attuale di Bubastis) è stato ritrovato un grandissimo cimitero di gatti mummificati, infatti questi felini subivano lo stesso processo di imbalsamazione delle mummie reali, poi bendati con gli arti distesi e seppelliti con vicino ciotole per il latte e oggetti che ne garantivano la sopravvivenza nell’aldilà.

Il gatto di colore nero era il prediletto perché associato al colore della notte e al colore nero del limo portatore di fertilità e rinascita dopo le inondazione del Nilo.

Infine anche nell’Islam si trova traccia del gatto:
Si narra che Maometto, intento a leggere con un braccio allungato sul tavolo, fu avvicinato da un gatto che gli si sdraiò sulla manica della sua tunica, arrivata l’ora della preghiera Maometto guardando dormire beatamente il gatto non volle svegliarlo credendo che il felino stesse, nel suo sonno, comunicando con Dio (Allah). Preferì quindi tagliarsi la manica della tunica per andare a pregare. Al ritorno dalla preghiera il gatto, riconoscente gli fece tante fusa e Maometto commosso gli riservò un posto in paradiso ponendogli per 3 volte le mani sulla schiena gli donò la capacità di cadere sempre sulle zampe senza farsi male.


Eros e Logos: energia vitale e pianificazione

Si deve al filosofo greco Platone lo sviluppo del concetto idealistico di Eros che influenza ancora il pensiero della società attuale.  Platone non considera l’attrazione fisica una componente fondamentale dell’amore e con questa accezione l’amore platonico è rimasto ancora nel linguaggio attuale ad indicare una relazione molto intensa tra due persone che trascende dall’attrazione sessuale. Ma il concetto è in realtà più complesso.
Nel famoso dialogo scritto da Platone, il “ Simposio”, ciascuno degli interlocutori, scelti tra il fiore degli intellettuali ateniesi, espone con un ampio discorso la propria teoria sull’Eros. In questo dialogo Platone considera che inizialmente nei confronti di una persona si può provare amore o Eros, nella sua componente di attrazione fisica, ma la contemplazione può portare questo sentimento a divenire un apprezzamento della bellezza spirituale, o della bellezza in senso ideale. L’Eros può aiutare l’anima a “ricordare” la Bellezza nella sua forma pura. Ne segue che l’Eros può contribuire alla comprensione della Verità.
Da ricordare che per Platone gli oggetti fisici sono rappresentazioni impermanenti di idee immutabili e che solo la conoscenza delle Idee conduce alla Verità. Il mondo delle Idee infatti è perfetto. Le idee non sono però semplici rappresentazioni mentali frutto del nostro intelletto, non fanno parte del mondo fenomenico e si possono vedere solo con l’occhio della mente. Stanno in un altro mondo, l’iperuranio, e sono il vero essere.

meta
Un altro concetto cardine è la metempsicosi o trasmigrazione delle anime, secondo la quale l’anima, prima di trasmigrare, ha contemplato gli esemplari perfetti delle cose, per cui la conoscenza, per Platone, è reminiscenza o anamnesi, non deriva dall’esperienza, ma è innata.
In definitiva Platone considera l’Eros desiderio di completezza e unione, espressione di un bisogno di saggezza e verità. In questo senso diventa sinonimo della filosofia, che per definizione significa amore per la saggezza. E dal momento che la saggezza è la più grande delle virtù ne consegue che l’Eros esprime il desiderio per il bene più grande. Il bene di cui si parla è assoluto, cioè unico, perfetto, eterno e immutabile.
Platone considera dunque la passione erotica come un desiderio che guida l’essere umano in tutte le aspirazioni della vita. A causa della nostra finitezza, non ci è possibile raggiungere la perfezione e mantenerla in modo duraturo. Ma la perfezione dell’uomo non consiste tanto negli obiettivi che si propone di raggiungere, ma nella direzione seguita. Le idee perfette, infatti, fungono da riferimento nelle nostre azioni e ci portano a migliorare, a maturare e ad avvicinarci alla perfezione attraverso un processo evolutivo.
Il fondamento dell’impulso erotico è il poter procreare, rinnegando la morte. Creare, non solo in senso fisico, ma anche opere del pensiero che ci garantiscono l’immortalità. In definitiva, l’eros, ovvero la passione amorosa intesa in senso lato, è l’espressione del nostro desiderio di trascendenza e di immortalità. Il punto di riferimento è l’idea assoluta di bellezza (che è tutt’uno con il bene). L’amore, nella sua soggettività, ha un altissimo valore, espressione dell’aspirazione verso la bellezza ed elevazione progressiva dell’anima al mondo dell’essere, al quale la bellezza appartiene, per cui avvicinarsi all’idea di Bellezza significa avvicinarsi all’Essere e alla Verità.
Nella psicologia freudiana l’Eros, chiamato anche libido, è l’istinto alla vita innato in tutti gli esseri umani. Non è solo sessualità, è il desiderio di creare, produrre e costruire. E’ teso all’ auto-soddisfazione e alla conservazione della specie. Nella sua teoria psicoanalitica Freud oppose all’Eros l’istinto distruttivo di morte detto Thanatos. Questa pulsione porta negli uomini aggressività, sadismo, distruzione, violenza e morte. Le due pulsioni opposte, Eros e Thanatos, convivono in uno stesso individuo e nell’umanità e sono in conflitto.
Freud introduce anche il concetto di sublimazione della libido: tramite questo meccanismo le pulsioni sessuali o aggressive vengono “spostate” verso mete non sessuali o aggressive nell’ambito della ricerca, delle professioni o dell’attività artistica. In questo modo, «la pulsione sessuale mette enormi quantità di forze a disposizione del lavoro di incivilimento e ciò a causa della sua particolare qualità assai spiccata di spostare la sua meta senza nessuna essenziale diminuzione dell’intensità. Chiamiamo facoltà di sublimazione questa proprietà di scambiare la meta originaria sessuale con un’altra, non più sessuale ma psichicamente affine alla prima».
Nel 1925, per difendersi da alcune accuse che la sua teoria aveva suscitato, Freud spiegò che il suo concetto di energia sessuale è più in linea con la visione platonica dell’Eros così come espressa nel Simposio che con l’uso comune della parola sessualità.

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Nella psicologia analitica di Carl Jung Il Logos, termine greco che indica razionalità, viene indicato come l’opposto dell’Eros. Jung considera il Logos come un principio maschile mentre l’Eros è un principio femminile.
Secondo Jung nell’inconscio sono presenti due archetipi antropomorfici, chiamati anima e animus, elementi dell’inconscio collettivo. Nell’inconscio maschile è presente un principio femminile, l’anima, che è caratterizzato dall’Eros. Nell’inconscio femminile è presente il principio maschile , l’animus, che è caratterizzato dal Logos.
Attraverso il processo di “individuazione” un uomo diviene cosciente della sua parte femminile, l’ anima, e dell’Eros. Una donna, invece, diviene più cosciente della sua parte maschile, l’Animus, e del Logos.
La combinazione dell’anima e dell’animus è nota come la coppia divina che rappresenta completezza, unificazione e totalità.
Nella sua essenza, il concetto junghiano di Eros non è dissimile da quello platonico. L’Eros è desiderio di completezza, sebbene possa prendere inizialmente la forma di amore passionale. In realtà è più un bisogno di intimità psichica, desiderio di interconnessione e interazione con altri esseri viventi.
Secondo Roberto Assagioli, a livello mentale l’energia viene messa in moto dal pensiero attualizzato in maniera differente a seconda della tipologia caratteriale di ognuno. Il processo individuale nel quale la mente separa, analizza ed ordina è detto Logos.
L’essere umano può essere definito come un modello di trasformazione energetica, ispirata a modelli etici o a valori quali la ricerca di Dio, del bello, del giusto, forze propulsive tese verso un fine; l’energia del Logos è sincronica, unificante. L’energia dell’Eros è soggetta alla legge di attrazione e di causa-effetto. E’ una forza bipolare, una tensione verso gli istinti di conservazione, aggregazione e riproduzione; questi impulsi si differenziano in impulsi e desideri, si affinano nei sentimenti e si sublimano nelle aspirazioni più raffinate.
Dall’integrazione della forza vitale dell’Eros e del principio direttivo del Logos nasce la vita.
Assagioli identifica 6 funzioni psicologiche che l’Io coordina tramite la volontà:
• a livello fisico considera le sensazioni e gli impulsi o istinti
• a livello emotivo considera i sentimenti e le emozioni
• a livello mentale considera il pensiero, l’immaginazione e l’intuizione.
Queste sono schematizzate nella STELLA DELLE FUNZIONI
stella delle funzioni di Assagioli
1. Sensazioni: osservazione esteriore ed interiore
2. Emozioni, sentimenti
3. Impulsi, desideri, istinti
4. Immaginazione
5. Pensiero
6. Intuizione
7. Volontà
8. Io o Sé personale

L’Eros attiene alle funzioni inferiori della stella numerate 1,2 e 3. Il Logos alle funzioni superiori, 4,5 e 6.
Per uno sviluppo completo della personalità è necessario che tramite un atto di volontà si dia per così dire una forma alla materia, ovvero che le funzioni dell’Eros, come impulsi e sentimenti, siano canalizzati verso un obiettivo comune attraverso le funzioni del Logos, attuando un processo di integrazione di Logos e Eros. In altre parole l’energia, o forza vitale, o Eros si esprime proprio attraverso l’immaginazione, il pensiero, l’intuizione, e viene canalizzata verso un obiettivo tramite un programma complesso, frutto di un atto di volontà dell’Io. Nell’ Atto di Volontà Assagioli parla di pianificazione e programmazione della personalità.

Pianificazione e programmazione
Se osserviamo la vita contemporanea, scrive Assagioli, ci viene presentata una curiosa contraddizione. Si parla spesso di pianificazione e programmazione in campo economico, sociale e tecnico. Dall’altro lato, gli individui spesso vivono senza un piano personale ben definito e senza avere un programma di vita chiaro e consapevole. Eppure una condizione fondamentale per un piano di successo di qualsiasi genere è la pianificazione e la programmazione della vita personale.
La regola più importante di un piano è formulare, in modo chiaro e preciso, la meta che si intende raggiungere e poi tenerla sempre in mente, durante tutti gli stadi dell’esecuzione, che spesso sono lunghi e complessi.
Questo non è affatto semplice, considerando che nell’uomo esiste una tendenza a prestare più attenzione ai mezzi da utilizzare per raggiungere lo scopo, che allo scopo stesso, fino al punto di perderlo di vista. I mezzi spesso lo rendono schiavo. Per esempio l’uomo ha creato e costruito le macchine per incrementare potere e capacità, ma l’uomo molto spesso sopravvaluta l’importanza delle macchine ed invece di possederle, finisce con l’esserne posseduto. L’esempio dell’automobile è molto chiaro: è stata inventata come mezzo di trasporto veloce e confortevole ma attualmente è diventata uno status-symbol, un mezzo di auto-asserzione, un mezzo per scaricare tendenze represse. Infatti piuttosto che esserci preoccupati di inventare modelli in grado di ridurre l’inquinamento sono stati costruite automobili sempre più inquinanti e che richiedono un consumo più alto di carburante. L’automobile è diventata in sé una fonte di problemi e di stress come il parcheggio ed il traffico. Assagioli si riferisce agli anni settanta ma il messaggio è ancora molto attuale. Il processo ha portato alla degenerazione che viviamo oggi.
L’errore non è certo nella tecnologia ma nel modo in cui la utilizziamo, quando cioè perdiamo di vista lo scopo originale.
Lo stesso ci accade ad esempio con il denaro, che facilmente diviene uno scopo in sé, dimenticandoci che è solo un mezzo. Una volontà vigile ed energetica è indispensabile per mantenere i “mezzi” al loro posto, per esserne sempre padrona.
Un’altra condizione fondamentale di un buon programma è che lo scopo sia realizzabile, e non richieda capacità, impegno e risorse che non possiamo avere a disposizione. Se il programma è troppo ambizioso, dice Assagioli, è bene cambiarlo, per evitare frustrazioni ed altri effetti dannosi dell’essere vittima della volontà Vittoriana. Bisogna essere sempre preparati ad aggiustare le proprie aspirazioni. Flessibilità, dunque.
Altra regola fondamentale, la cooperazione. Un motivo ricorrente nel fallimento di molti piani è il fatto che le persone vogliono portare avanti tutto da sole.
Il programma in sé è un processo passo-dopo-passo ma che richiede di mantenere una vision d’insieme. E’ richiesta una visione trifocale: tenere sempre in mente il traguardo e lo scopo da raggiungere, il quadro generale delle azioni necessarie a raggiungerlo, la coscienza del passo successivo. Aver chiaro il prossimo passo, ma sempre in vista del raggiungimento di uno scopo più grande. E’ necessario anche che ogni passo sia compiuto al momento giusto e abbia una durata definita. Ogni fase ha il suo momento favorevole per essere compiuta, ma bisogna tenere sempre a mente la flessibilità del piano, perché la vita può riservare molti imprevisti.
Si può dire che la psicosintesi personale consiste essenzialmente nell’attualizzazione del proprio modello ideale. Una attenta pianificazione ed una paziente esecuzione di un piano di vita sono necessari se si vuole raggiungere la pienezza della propria esistenza e diventare tutto quello che possiamo diventare. Attenzione a non rendere il nostro piano di vita rigido e severo. Diamo spazio al processo di elaborazione, gestazione, accettazione, ed inoltre non dimentichiamoci di coordinare i nostri piani a quelli delle persone che ci circondano e alle regole degli ambienti in cui viviamo.

Un piano di vita è fondamentale ma anche un atteggiamento positivo è necessario al raggiungimento di uno scopo. Una delle tecniche più seguite negli ultimi anni è prendere a modello e sviluppare le qualità di quelle persone che possono essere definite vincitori, persone che hanno raggiunto alti livelli nella loro vita. Le loro principali qualità sono:
Il coraggio. Non significa assenza di paura ma capacità di dominarla. In generale il vincitore nutre una fiducia profonda nelle proprie capacità, nella vita, nelle persone e in qualche principio superiore che lo aiuterà nel momento del bisogno.
Capacità di visualizzare il futuro in modo positivo. Hanno chiaro il loro modello ideale, cosa vogliono essere ed ottenere e riescono a visualizzarlo nei particolari e con la certezza che il futuro è già presente.
Hanno capacità di sognare, ma anche di essere razionali e logici.
Sanno che un progetto si realizza passo dopo passo. Un grande progetto deve essere “fatto a pezzi” se si vuole renderlo attualizzabile. Un progetto troppo ampio scoraggia e confonde anche il più volitivo degli esseri umani, ma un grande progetto diviso in piccoli passi è molto più realizzabile. Non si lasciano prendere dallo sconforto se un intoppo li fa inciampare. Sono flessibili.
Hanno sempre chiara la visione di ciò che è necessario compiere nell’immediato. Sognano,ma non si limitano a sognare:compiono quelle azioni necessarie per trasformare il sogno in realtà. Spesso è importante cominciare.

soleluna
Sono coscienti che realizzare i sogni comporta impegno, lavoro, responsabilità, momenti difficili, sforzo, intuizione ma soprattutto la maggiore qualità richiesta è l’auto- disciplina, la capacità di tenere ben saldo in mente l’obiettivo da raggiungere, il piano per arrivare alla meta ed evitare come diceva Assagioli di confondersi nel cammino e perseguire non lo scopo ma i mezzi. L’auto-disciplina permette anche di superare ostacoli e sopportare la privazione in vista del raggiungimento di una soddisfazione più grande. Comporta il dover rinunciare a piccole soddisfazioni immediate in vista di una soddisfazione non immediata ma più grande. E’ perseveranza, resistenza, impegno, fiducia, auto controllo e la capacità di evitare eccessi che possono portare a spiacevoli conseguenze.

Programmare la propria vita richiede un serio e lungo lavoro preparatorio:non possiamo essere ciò che non vogliamo essere nella nostra interezza. Ricordate l’Eros e il Logos? Un piano perfetto deve soddisfare ognuna delle nostre parti, essendo espressione di una psico-sintesi. A volte, molto spesso, l’auto-disciplina non è possibile senza una considerevole dose di autostima e soprattutto bisogna avere sempre la certezza che il nostro modello ideale sia realmente “nostro”, ciò che corrisponde realmente ai nostri più profondi desideri e alle nostre aspirazioni.
Ritornando a Platone…abbiamo parlato dell’Eros sublimato di Freud, l’Eros come principio femminile opposto al Logos che esprime il bisogno di completezza, l’Eros di Assagioli a cui il Logos da la forma, il modello ideale in cui l’eros si esprime insieme al logos per dare il meglio di un individuo e permettergli di vivere una vita piena che sviluppi tutte le sue potenzialità. Un individuo che esprime le sue potenzialità esprime anche la sua spiritualità, si avvicina alla verità, al divino, all’essenzialità.


Lady in Black – Gregorian


Schopenhauer. La metafisica dell’amore sessuale

La volontà umana, quale oggettivazione della volontà intesa nel senso cosmico, si manifesta nella maniera più profonda e radicale nella sfera della sessualità, nella quale è volontà di vivere e di conservarsi sia come specie, sia come individui: «Le parti genitali, molto più di qualsiasi altro organo del corpo, sono soggette alla volontà sola e sottratte alla conoscenza: la volontà vi manifesta anzi la propria indipendenza dalla conoscenza. […] Ne risulta che i genitali costituiscono il vero punto focale della volontà, e quindi il polo opposto al cervello, che rappresenta l’intelligenza, ossia l’altra faccia del mondo, il mondo come rappresentazione». Schopenhauer insiste molto e ripetutamente su questo concetto chiave, sia nell’opera, sia nei Supplementi, fra i quali uno dei più popolari è la Metafisica dell’amore sessuale.

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

La scelta sessuale

La profonda serietà, con la quale noi uomini esaminiamo accuratamente ogni parte del corpo di una donna — e quest’ultima, per parte sua, fa lo stesso con noi —, la scrupolosità critica, con la quale studiamo una donna che incomincia a piacerci, la caparbietà della nostra scelta, l’apprensione, con la quale lo sposo osserva la sposa, le precauzioni, che egli prende per non essere ingannato e il grande valore che egli attribuisce a ogni perfezione o imperfezione delle principali parti del corpo, tutto ciò è pienamente commisurato all’importanza del fine. Infatti, il bambino che nascerà dovrà portare per tutta la vita una parte del corpo di quel genere: se, per esempio, la donna è anche solo un po’ storta, questo difetto potrà facilmente provocare nel figlio una gobba, e così in ogni altro caso. Non si ha naturalmente coscienza di tutto questo: anzi, ciascuno di noi crede di essere tanto difficile nella scelta solo negli interessi della propria voluttà, che invece non è assolutamente coinvolta nella decisione, mentre quella scelta, data la nostra particolare corporatura, è tale da corrispondere esattamente all’interesse della specie, il cui compito segreto è quello di mantenere il più possibile puro il tipo. L’individuo lavora qui, senza saperlo, in vista di un fine superiore, in vista della specie: ecco perché attribuisce tanta importanza a cose che, come tali, potrebbero, anzi dovrebbero essergli indifferenti.

(A. Schopenhauer, Metafisica della sessualità)


Ana Rossetti. A un giovane con il ventaglio

 

 

Ritratto Di Giovane Gentiluomo Con Ventaglio Oil Painting - Pietro Longhi

Ritratto Di Giovane Gentiluomo Con Ventaglio Oil Painting – Pietro Longhi

Che affascinante è la tua inesperienza.
La tua mano rozza, fedele persecutrice
di una grazia ardente che indovini
nel viavai penoso dell’allegro avambraccio.
Qualcuno cuce nel tuo sangue lustrini
affinché attraversi
le rotonde soglie del piacere
e provi contemporaneamente sdegno e seduzione.
In quel larvato gesto che rischi
si scorga tua madre, inclinata
nella grigia balaustra del ricordo.
Ed i tuoi occhi, attenti al paziente
ed indimenticabile esempio, si socchiuderanno.
Mentre, adorabile
e pericolosamente, ti allontanerai.


Makhmalbaf M. – Sesso e filosofia

Gustati “Sesso e filosofia” on line 

locandina sesso e filosofia

“L’amore è un concetto estensibile
che va dal cielo all’inferno,
riunisce in sé il bene e il male,
il sublime e l’infinito.”
Carl Gustav Jung

Perché il sesso dovrebbe ignorare la filosofia, che in greco significa, come è noto, “l’amore per il sapere”, visto che tutto che è amore lo riguarda da vicino? Che cos’è questa sorta di ossessione universale (il sesso) che dovrebbe scomparire quando ci si accosta alle pareti ripide del discorso filosofico?
Perché tutto sia attraversato dal sesso, compresi i concetti più rigorosi, quelli che formano l’armatura della metafisica come tanti piccoli archetti metallici: Tempo, Verità, Misura, Politica, Desiderio, Essere, Infinito, Immagine, Casualità… non hanno niente in comune con la questione del sesso, eppure nessuno esce indenne da un confronto con il desiderio…

Una riflessione poetica e simbolica sulla difficoltà di dare forma e significato all’universo ellittico dei sentimenti. Il film narra come, quando abbiamo la libertà di fare sesso, spesso perdiamo l’amore. Trattasi  del prezzo del modernismo, in questa pellicola Makhmalbaf declina la solitudine: cosi come  le montagne sono proprio l’una accanto all’altra, restano inevitabilmente solitarie nella loro unicità

Jan festeggia il suo 40 ° compleanno nella sua auto, accendendo 40 candele sul suo cruscotto, da solo, ma per un musicista cieco che canta “il 40 ° anniversario della sua solitudine”, come la pioggia piange empaticamente sul suo parabrezza.

L’acqua, la sorgente della vita, è la matrice che sotto forma di liquido amniotico e delle acque primordiali preserva e da inizio alla vita. Nelle antiche cosmogonie l’acqua, componente primordiale, è un principio vitale inteso come mezzo della rigenerazione. Nella forma di pioggia rende fertile e feconda la terra. Infatti la goccia, l’infinitamente piccolo, contiene l’infinitamente grande, come il seme contiene tutte le informazioni per dar seguito allo sviluppo della vita. L’acqua, sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali. Successivamente torna sotto forma di pioggia sulla terra, fecondandola con le energie catturate nella dimensione sottile. La terra trae giovamento, dalle informazioni ricevute dall’acqua, per la sua continua evoluzione. Nella teoria dei quattro elementi tradizionali l’acqua si pone al terzo posto: dopo il fuoco e l’aria e prima della terra. Questa posizione tra l’aria e la terra le spetta per quanto riguarda il movimento consentito dalla sua struttura. L’acqua rappresenta il femminile per eccellenza, in quanto è estremamente adattabile, passiva e ricettiva. Infatti allo stato liquido è flessibile, cambia la sua forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra nel suo cammino.

Rosso colore dominante in molte scene della pellicola simboleggia l’estroversione e la forza di volontà. Incremento dei ritmi vitali è quindi sinonimo di forte passionalità, di grande personalità e di fiducia in se stessi, stimolo alla creatività e aumenta le capacità di autoconservazione.

Capolavoro vocativo è l’uso del linguaggio del corpo, in particolare l’attenzione che Makhmalbaf riserva al movimento delle mani (mudra). Nelle danze indiane trovano la massima espressività la danzatrice infatti comunica con il divino e con le mani racconta le pene dei mortali che chiedono il perdono; la danzatrice con i suoi gesti assume la sacralità divenendo così un tramite tra l’uomo e Dio.

La danza indiana comunica ed insegna qualcosa a chi la pratica e a chi la osserva. La gestualità delle mani, le espressioni del viso, lo sguardo e le movenze eleganti raccontano una storia e permettono di rappresentare la bellezza, l’amore ed il mondo ultraterreno. Tale concetto è abilmente esplicitato nelle sequenze del film che gradualmente accompagnano ad una visione più ampia dell’emotività del protagonista che muove le sue peculiari scelte.

Le mani giocano un ruolo fondamentale, i loro mundra (gesti) sono la forma di comunicazione non verbale più immediata e permettono di esprimere emozioni, sentimenti e concetti veri e propri.

Nella tradizione indiana ogni singolo gesto ha uno specifico significato, ma può avere anche diversi significati a seconda del modo e contesto in cui viene eseguito. Danza in questa pellicola rappresenta il fil rouge concettuale, espediente che esplicita un’armoniosa sequenza di posizioni stilizzate e simboliche ottenute combinando variamente passi, gesti e rotazioni del corpo.

Tecnica e consapevolezza del proprio corpo a ritmo di musica in modo corretto affinano le capacità espressive, per trasmettere emozioni e sentimenti. Lo scorrere del movimento del corpo , l’intensità dello sguardo infondono sicurezza e liberano dalle tensioni verso il desiderare oltre gli steccati del pensiero mediocre.

Scheda del Film

  • DATA USCITA: 14 aprile 2006
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • REGIA: Mohsen Makhmalbaf
  • ATTORI: Dalir Nazarov, Marian Gaibova,Farzova Beknazarova, Tahmineh Ebrahiova,Malahat Abdulloeva, Ali Akbar Abdulloev
  • SCENEGGIATURA: Mohsen Makhmalbaf
  • FOTOGRAFIA: Ebrahim Ghafouri
  • MONTAGGIO: Mohsen Makhmalbaf
  • MUSICHE: Nahid , Daler Nazarov, Vanesa Mai
  • PRODUZIONE: Makhmalbaf Film House,
  • DISTRIBUZIONE: BIM distribuzione,
  • PAESE: Francia
  • DURATA: 102 Min

E’ nata la Radio Iridata by Iridediluce

La musica che amo e stimola l’immaginazione adesso on line!!!!

 

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Mosaico percettivo

Donna ai cancelli dell’alba

lussuria e progetti  in-formano

armonie di parole.

Binomi e artifici

in letizia quadrilatera

percorro avventure emotive

oltre il dilatato senso,

un congegno artistico su fogli,

pergamene di percezione.

Al calamaio sublime

intingo dita guizzanti

volgendo ad Oriente

lo sconfinato crogliuolo di idee

e tessera dopo tessera

compongo il coevico mosaico.

Iridediluce © tutti i diritti riservati

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TheCoevasIo. Fisiologica lettura, passatempo per audaci antidiluviani lettori

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Protagonista di questo romanzo è (l’)Io. Una donna che vuole a tutti i costi scardinare la sua ingenuità psicologica, allenandosi a potenziare le forze che governano i suoi impulsi, divenendo agente attivo delle sue pulsioni distruttive. Attraverso un viaggio onirico trova la strada per agire e liberare sé stessa dall’angoscia e dalla castrazione emotiva per essere stata simbolicamente cacciata dal Paradiso Terrestre. (L’)Io non vuole più essere un piccolo ingranaggio nella società e si spinge oltre per dire – Basta a tutti quei legami egoistici che non considerano l’altrui sensibilità, emotività, desideri, affetti e aspirazioni. Basta ai sensi di colpa.
Si comincia con la sua consapevolezza; misteri non svelati ma scoperti, segreti non rivelati ma pubblicati, tradimenti dove il “tradimento” è il vero Paradiso Terrestre. Il passato, l’infanzia, l’adolescenza, la scoperta del sesso, suo unico naturale e consolatorio amico trasformato in porcheria da primitive menti familiari. Iniziatrice di una nuova Sua èra, dove nulla sarà più come prima capovolgerà la conoscenza del bene in conoscenza profonda del male. La Crudeltà, dèa ispiratrice del suo percorso, proditoriamente assomma e trascende tutte quelle dei cosiddetti villain appartenenti alla storia e alla letteratura.
A questo punto inizia la vera storia, dove realtà e inconscio si mescolano laddove il suo agire sarà giustificato dalla metafora del sogno.
Nel capitolo intitolato Dark waters si assiste a una revisione prima del mito di Ulisse e poi di quelli di Eschilo e di Oreste. Filo rosso è l’acqua, elemento portatore di vita e morte. Il tema predominante è la famiglia, dove si assiste all’uccisione della madre (colei che le ha portato via la figura tanto amata del padre) e del suo amante.
Nel capitolo Black soul blues l’elemento è la terra, intesa come custode di segreti innominabili e pertanto da tenere occultati.
(l’)Io userà la forza e il potere delle parole e dei giudizi, che la fede religiosa usa per colpevolizzare e rendere succubi deboli menti, allo scopo di eliminare un servo della chiesa.
In Surfin’ bird l’elemento è il fuoco, inteso in tutta la sua forza distruttiva e purificatrice. Reduce della guerra del Vietnam, dove trovatasi a combattere come mercenaria, è prigioniera dei Vietcong. Torturata, ha subito abusi atroci e subdoli finalizzati a toglierle il respiro ampio della dignità. La scena si sposta negli States, ove, autostoppista improvvisata, si recherà verso un luogo dove attuerà l’“Attentato”.
Labyrinth infine, è un ritorno a sè ambientato nel cervello della protagonista, dove vi è una lotta tra virus e batteri contro la vita stessa di Io. La scena si sposta all’interno di un ospedale dove è ricoverata vittima di un male tanto incurabile quanto sconosciuto. È tale male solo all’interno della sua mente? In questo luogo trova la cura adatta a lei tramite il principio mors tua vita mea. La cieca distruzione dell’altro, il malato che contagia, avviene fantasticamente insufflando gas venefico nelle condutture dell’aria condizionata. L’elemento è l’aria, che, per ironia della sorte, è portatrice di vita.
Segue poi un’autoanalisi in The rose tattoo, dove l’antieroina, la razionale, la donna con un preciso ruolo, prende le distanze dalla parte gemella e dal suo operato, snocciolandolo come non l’appartenesse, fino ad arrivare all’imprevisto finale, dove si consuma il delitto più grave: quello contro sé stessa.
Il tradimento perfetto sarà compiuto?

<p><a href=”https://vimeo.com/47269444″>Extremo IO</a> from <a href=”https://vimeo.com/iridediluce”>Iridediluce</a&gt; on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>


Anna Oxa – Processo a me stessa

Una canzone complessa, difficile da capire e apprezzare ai primi ascolti. Ma ciò capita a volte alle migliori creazioni e a i migliori artisti, o forse ci dovremmo accontentare di canzonette orecchiabili ma prive di profondi significati, destinati a diventare un tormentone che poi verrà dimenticato. Non ho capito subito la canzone presentata al Festival di Sanremo ma, sarà la musica, sarà la voce , sarà il carisma di Anna Oxa, mi ha comunque affascinato per cui ho cercato il testo trovando conferma delle mie prime sensazioni. E’ complesso e va interpretato, non posso sapere da quali pensieri della cantate e del autore sia nato, ma posso dire la mia personale interpretazione di queste che credo siano importanti parole .

” Processo a me stessa” già il titolo di per sé è un programma. avere il desiderio di studiarsi,e di essere così consapevoli di sé da farsi il processo da soli, non è certo cosa comune.

Parole sensuali al confine opposto della banalità come :

“Spuntava la primizia dei tuoi seni

come in mare due punte di scoglio

li hai messi nelle mani di chi afferra

concessi come l’uva nella bocca”

Una delle parti del corpo femminile più amate paragonate agli elementi della natura: ” due punte di scoglio nel mare” ….mare , ovvero romanticismo, forza e immensità . “concessi come l’uva nella bocca” ed ecco che arriva il paragone con il cibo, argomento da sempre correlato alla sensualità.

Si passa in fretta ad argomenti più profondi ed intensi

“Tu sei il limite di chi cerca la terra
Tu sei il limite di chi ti tocca”

Che sublime idea. Pensare a chi si accontenta di desideri così definiti terreni, materiali. Costituirne dunque il limite essendo oltre.

“Tu sei l’antipatica e la bella”

Vista così importante , bella ed irraggiungibile ..essere troppo da risultare antipatica seppur bella

“sei quasi nuda ossia vestita quasi
ma spogliata diventi un quesito
per chi ti abbraccia come un suo vestito”

Svestita.., senza i veli delle cose materiali …diventi un quesito..difficile da comprendere ..che idea affascinante!

“e ‘non ho niente’ dici ‘non ho niente’
tutti pensano che non hai niente addosso
dici ‘vero ma quel che posso
il mio sentimento niente addosso’ “

Ci potessimo vestire di sentimenti..che sogno!

“Tu sei il tuo processo ad ogni passo
ad ogni passo come se ballassi.
Tu sei la confessione ad ogni canto
e geme il godimento e gode il pianto”

Essere il proprio processo ad ogni passo….solo chi ha un carisma fortissimo può esserelo , solo chi ha una elevata capità di espressione, arrivare così in alto da riempire lo spazio ad ogni gesto!

“Crediamo di creare i sentimenti
li leghiamo ai piaceri e ai tormenti
li diciamo coi sospiri e coi lamenti
li giuriamo come se non fosse vero
che noi proviamo quello che proviamo.
Li vogliamo assurdi come fantasie
li vogliamo credibili ma li diciamo
con parole incredibili
e gli diamo una ragione col cuore in mano
li vogliamo capire e non li capiamo
e cosi’ li soffochiamo con quelli che
noi crediamo sentimenti.

Ed ecco la capacità del uomo di sminuire le grandi cose etichettandole con nomi e definizioni mentre dovrebbero appartenere ai sensi, al incorporeo, all’irrazionale (li vogliamo credibili ma li diciamo con parole incredibili)

“Il corpo nudo un limite del mondo

si muove come l’acqua con i fianchi

si muove da vicino all’infinito

il tempo come leggere la sabbia

e noi pensiamo ai passi che lasciamo

ma l’orma dell’amore la ignoriamo

ci solleviamo, andiamo via di là

lasciando un vuoto di felicità”

Coclusione sublime , forte e vera. Nella leggenda della lettura del tempo nella sabbia, pensiamo al timbro che in essa lasciamo, quello materiale..l’impronta. Ma non pensiamo all’orma , intoccabile, invisibile, incorporea, del amore.


Joyce Mansour. Da “Lacerazioni”, 1955

Invitami a trascorrere la notte nella tua bocca

Raccontami la giovinezza dei fiumi

Premi la mia lingua contro il tuo occhio di vetro

Dammi a balia la tua gamba

E poi dormiamo, fratello mio,

Perché i nostri baci muoiono più veloci della notte.

C’è del sangue sul giallo d’uovo

C’è dell’acqua sulla piaga della luna

C’è dello sperma sul pistillo della rosa

C’è un dio in chiesa

Che canta e s’annnoia

Non ci sono parole

Soltanto peli

Nel mondo senza verzura

Dove i miei seni sono re.

E non ci sono gesti

Soltanto la mia pelle

E le formiche che brulicano tra le mie gambe untuose

Portano le maschere del silenzio lavorando.

Viene la notte e la tua estasi

E il mio corpo profondo questo polipo senza pensiero

Ingoia il tuo sesso agitato

Durante la sua nascita.

Un nido di viscere

Sull’albero secco che è il tuo sesso

Un cipresso nero piantato nell’eternità

Fa la veglia ai morti che alimentano le sue radici

Due ladroni crocifissi su costolette d’agnello

Se la ridono del terzo che, a missione compiuta,

mangia la sua croce di carne arrostita.

Il nero mi circonda

Salvatemi

Gli occhi aperti sulla vuota disperazione degli orizzonti marittimi

Mi scoppiano nella testa

Salvatemi

I pipistrelli dai corpi ammuffiti

Che vivono nei cervelli torturati dei monaci

S’attaccano alla mia lingua cremosa

La mia lingua gialla di donna accorta.

Salvatemi, voi che capite

E i vostri giorni saranno moltiplicati

Malgrado i peccati che non vi hanno perdonato

Malgrado lo spessore delle notti nelle vostre bocche

Malgrado i vostri bambini iniziati al male

Malgrado i vostri letti

traduzione di Carmine Mangone da “Fiorita come la lussuria”)

Scena tratta dal film "Luna di fiele", regia Roman Polanski

Scena tratta dal film “Luna di fiele”, regia Roman Polanski


Luxuria – Canti carnascialeschi e frottole al tempo di Lorenzo de Medici


Il Piacere è Sacro

di Riane Eisler

“Finchè non vedremo quel che siamo non potremo fare nulla per diventare quel che vorremmo essere” – C.P.G.

Le nostre scelte sessuali e sociali: vie nuove verso il potere e l’amore

Considerare la sessualità e il sacro nel contesto più ampio della nostra evoluzione biologica e culturale, ci aiuta a vedere come questi due aspetti non siano poi così contrapposti e demistifica molto di quanto, nella storia della nostra sessualità, ha creato confusione ed è stato travisato sotto il dogma della religione o della scienza. Soprattutto ci aiuta a comprendere meglio e pertanto a liberarci dalle agonie di cui cronicamente soffriamo nella ricerca di modi più sani e soddisfacenti di vivere e di amare, restituendoci la capacità di confrontarci.

Dobbiamo acquisire una conoscenza precisa dell’influenza che il modo di concepire la sessualità ha sulle varie forme sociali e come queste a loro volta influenzano la sessualità. Questa conoscenza deve contenere in sé una potenza trasformativa, poiché questi interrogativi non sono solo intellettuali ma devono aiutarci a comprendere quali cambiamenti personali e sociali possono spingerci verso un modo più sano,meno disfunzionale e nocivo di strutturare i rapporti sessuali e più in generale i rapporti umani. Per superare il dolore, il senso di colpa, lo sfruttamento, l’alienazione, gli ostacoli tragici e spesso ridicoli che hanno condizionato la vita di donne e uomini; per superare concezioni obsolete come: “spiritualità e sessualità si trovano agli estremi opposti” o “la guerra dei sessi è inevitabile”, sono necessari cambiamenti fondamentali nel modo di considerare il sesso,la spiritualità, la società, il corpo umano, il potere, il piacere, il sacro.

Il sesso è una delle più fondamentali pulsioni umane e i rapporti sessuali sono fisicamente più intensi e sentiti più pienamente di qualsiasi altro rapporto personale. Ecco perchè il modo in cui sono costruiti i rapporti sessuali influenza tutte le altre relazioni; ma anche il modo in cui sono definiti il sesso e i rapporti sessuali è a sua volta profondamente influenzato dalla struttura economica, religiosa e politica di una società.

Ci sono due possibilità per l’organizzazione dei rapporti sociali della nostra specie: il modello della dominanza e il modello della partnership.

Nel modello della dominanza, che inizia con la supremazia di una metà dell’umanità sull’altra, le gerarchie sostenute dalla paura o dalla forza sono primarie. Di conseguenza, le società che si orientano prevalentemente verso questo modello contano sul dolore o sulla paura per conservarsi. Al fine di mantenere i rapporti di dominazione e sudditanza, la naturale dimensione acquisitiva e donativa del piacere sessuale e dell’amore tra la metà femminile e la metà maschile dell’umanità deve essere bloccata o distorta. Questo è il motivo per cui le società prevalentemente orientate sul modello della dominanza, che storicamente hanno convalidato la supremazia degli uomini sulle donne, dei sovrani sui sudditi, dell’uomo sulla natura, hanno inserito nella loro struttura sociale di base alcune disposizioni che distorcono o reprimono la sessualità. Disposizioni mentali e pratiche come lo svilimento del sesso e della donna, l’equivalenza tra eccitazione sessuale ed essere dominanti o dominati, i dogmi religiosi contro una sessualità equilibrata che vedono il sesso sporco e valido solo ai fini della procreazione. Questa cornice di diffidenza e controllo nei rapporti sessuali tra donne e uomini ha influenzato non solo i nostri rapporti più intimi, ma tutte le nostre relazioni, improntandole alla diffidenza e alla non comunicazioneModi questi per condizionare sia le donne sia gli uomini affinché si adattino a un sistema sociale basato su gerarchie sostenute dalla forza e dalla paura e le perpetuino sia in un microcosmo personale che in un macrocosmo sociale.

La nostra società che erotizza il predominio ha condizionato gli uomini a pensare il sesso in termini di dominazione e controllo invece che di affiliazione e di cura, e persino a considerare dominazione e controllo parti integranti della loro fondamentale “mascolinità” o senso di sè; e ha condizionato le donne ad accettare remissività e dominazione con l’erotizzazione della sottomissione femminile. Questi sistemi disumanizzano sia le donne sia gli uomini.

Grazie alle ricerche archeologiche e agli studi olistici e antropologici dell’ultimo secolo siamo giunti a conoscere le realtà storiche relative ai quattromila anni di quella che viene considerata la nostra preistoria. I risultati di queste ricerche, analizzati nel testo “Il Calice e la Spada”, ci rivelano l’esistenza di società orientate alla partnership, dove la norma per tutti i rapporti, non solo quelli sessuali, ma quelli tra genitori e figli, tra esseri umani e natura non era il predominio e lo sfruttamento. Un modello di partnership non è tutto pace, amore e collaborazione in assenza assoluta di violenza, dolore, conflitto o paura, ma è un tipo di organizzazione sociale in cui la violenza cronica, il dolore e la paura non devono essere necessariamente inseriti nella struttura sociale di base o istituzionalizzati.

La differenza fondamentale esistente nella nostra specie tra uomini e donne è da considerare, valorizzare e non da strumentalizzare, nell’organizzazione sociale orientata sul modello della partnership la differenza non equivale automaticamente a inferiorità o a superiorità. La misoginia, la subordinazione non è funzionale, non c’è alcun bisogno di vilipendere, né esiste il bisogno culturale di collocare l’uomo e la spiritualità al di sopra della donna e della natura, o di inibire il legame sessuale tra donne e uomini con i dogmi religiosi del peccato della carne. Né la dominazione deve essere erotizzata per perpetuare la guerra dei sessi.

Al contrario, l’impulso umano innato a gioire nel dare e nel ricevere il piacere sessuale può essere incoraggiato attraverso una sessualità improntata alla partnership, così come il legame che si crea nel dare e ricevere affetto con reciproca soddisfazione. Nelle società orientate sulla partnership il sesso può essere una sorta di sacramento, un’esperienza eccelsa, in quanto l’unione di due esseri umani può rammentare l’unicità di ogni vita, riaffermare il sacro legame tra donna e uomo e tra di noi e ogni forma di vita. Ancora una volta, non si vuole affermare che il sesso sul modello della partnership è sempre un atto d’amore o di consapevolezza superiore, o che in esso non esistano prevaricazioni di nessun tipo, ma semplicemente che non esiste nessuna necessità strutturale di impiantare quegli atteggiamenti e quei comportamenti necessari per mantenere un sistema basato su prevaricazioni supportate dalla forza e dalla paura del dolore.

Per riuscire a sfidare e a sostituire convinzioni insane sul sesso e sulla spiritualità è necessario comprendere che sesso e spiritualità si intrecciano in un insieme più ampio che abbraccia l’economia, la politica, la famiglia, la letteratura e tutti gli altri aspetti della vita sociale e culturale. Perchè soltanto cercando di guardare simultaneamente come questi elementi si collegano tra loro potremo vedere i modelli di fondo, e spostarci quindi verso alternative più soddisfacenti ed eque.

E’ importante considerare la possibilità di spingerci in profondità, verso le scelte sessuali, spirituali e sociali che ci si presentano; di liberarci dai condizionamenti che tanto a lungo hanno distorto le nostre relazioni fondamentali: con l’altro, con il nostro habitat naturale, e con noi stessi e il nostro corpo. Soprattutto è l’opportunità e la sfida, sia per le donne, sia per gli uomini, di costruire per noi e per i nostri figli un mondo in cui il piacere e non il dolore possa essere primario, un mondo in cui potremo essere insieme più liberi e più corretti, in cui spiritualità e sessualità si integreranno in una comprensione nuova e più evoluta e nell’assoluto rispetto dei miracoli della vita.

Con ciò non è detto che se riusciremo a spostarci verso un mondo più orientato alla partnership, non si daranno mai più atti di violenza sessuale o di altra natura. Ma un conto è riconoscere il lato distruttivo della natura, e di noi stessi e il fatto che talvolta le persone sono violente e prevaricatrici, e un altro è organizzare le società in modo che, allo scopo di conservare rigide dominazioni gerarchiche, la violenza e la prevaricazione vengano istituzionalizzate e connesse a processi di socializzazione specifici di genere.

La costruzione sociale del sesso e dei ruoli

I concetti tuttora prevalenti di una sessualità femminile e maschile fissa e immutabile sono superati, i ruoli, gli atteggiamenti e le pratiche sessuali si imparano fanno parte dell’educazione e di un determinato tipo di background sociale oltre che biologico, il sesso è in ampia misura una costruzione sociale.

Il modo in cui una società, in una determinata epoca e luogo, costruisce la sessualità, sia eterosessuale che omosessuale, è inestricabilmente connessa ai suoi miti. Ripetutamente è dimostrato che gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sono stati un’espressione, altamente variabile, dei diversi valori contenuti nei miti che ci spiegano la “verità” sul mondo, e che perfino le immagini del corpo umano, da società a società e da periodo a periodo, sono state trasformate dal flusso delle diverse visioni mitiche, fluttuando secondo le periodiche riscritture della politica della verità.

Clichè della scienza:

Non tutte le specie umane ed animali si organizzano secondo una struttura sociale gerarchica, ad esempio molte tribù africane tuttora esistenti sono organizzate su basi di partnership e molte specie animali come ad esempio gli scimpanzè nani, hanno sviluppato rituali di pacificazione volti a ridurre la tensione e l’aggressività tra i gruppi e all’interno dei gruppi e sollecitare l’unione o la risoluzione dei conflitti; oltre a vari rituali associati alla nascita, all’accoppiamento e alla morte, alla raccolta e condivisione del cibo. I vincoli madre-figlio, maschio-maschio e maschio-femmina si rivelano rafforzati. Una teoria multilineare invece che unilineare dell’evoluzione ominide e umana è molto più consona alle prove esistenti, i modelli sono congetture, non sono verità assolute e naturali, ognuna delle verità proposte suggerisce uno specchio del tipo di organizzazione sociale e sessuale delle specie. Entrambi i modi di strutturare i rapporti umani o animali, sono naturali nel senso che rientrano nel repertorio umano e perciò entrambe le società orientate primariamente sul modello della dominanza o su quello della partnership costituiscono possibilità umane.

Un’altra forzatura nelle teorizzazioni è l’uso di un linguaggio caratterizzato dai concetti di attacco e conquista per descrivere il processo del concepimento. La scienza ha costruito un romanzo basato sui ruoli stereotipati di maschio e femmina per descrivere il comportamento di spermatozoi e uova, in cui lo spermatozoo è attivo, aggressivo, conquistatore e l’ovulo è passivo, statico e ricettivo, quando in realtà il processo riproduttivo è opera di una cooperazione attiva di entrambi gli elementi.

Clichè religiosi-spirituali:

Gli scritti mistici sia orientali sia occidentali sono un miscuglio di elementi della partnership e della dominanza. La ricerca mistica dell’assoluto è un’esperienza umana, è tale è anche lo stato mistico o estatico, che pare comunichi a quanti lo esperiscono un senso indescrivibile di pace interiore e beatitudine, dando accesso ai poteri taumaturgici assieme a quello che attraverso le varie epoche i mistici hanno chiamato Amore Divino. molte sono le vie che conducono allo stato mistico od estatico, danze, trance, meditazioni, esercizi di respirazione, digiuni, veglie per indurre stati di coscienza alterati o intensificati, e anche in alcuni casi l’estasi sessuale viene considerata stato mistico o estatico. In molte tradizioni, soprattutto orientali o comunque pre-cristiane l’accento è posto sull’armonioso equilibrio tra la polarità maschile e quella femminile ed il mondo fenomenico, fisico e corporeo è coessenziale a quello trascendente.

specchio

Già prima del cristianesimo in molte filosofie e religioni, ma soprattutto con il cristianesimo medievale la spaccatura tra corpo e spirito, tra donna e uomo raggiunge l’apice e incominciamo a trovare una visione aberrante della sessualità, come in S. Agostino, secondo il quale l’umanità è dannata in eterno e condannata a morire con dolore per colpa dell’atto sessuale grazie al quale la nostra specie sopravvive. Inoltre ciò si accompagnò a una visione tragica della spiritualità, perchè non soltanto la Chiesa medievale approvò le donne e gli uomini cercavano di superare le sofferenze del loro Signore con le sofferenze peggiori e più stravaganti e perverse che si infliggevano, ma spesso arrivò perfino a canonizzarli (santificarli). In questo caso anche l’accettazione del dolore e della sofferenza causati dall’amato, che sia una divinità celeste, o un cavaliere o una dama terreni, diventa il massimo del piacere mistico o dell’erotismo.

La ricerca di una saggezza perduta da parte dei mistici di tutti i tempi, ma anche di donne e di uomini attraverso i secoli, è la ricerca della riconnessione con le radici della partnership che ci appartengono. E’ la ricerca del modo di correlarsi che è l’antitesi del modo della dominanza, in cui nella realtà come nel mito la polarizzazione e la contesa, il conflitto e la separazione, la vittoria e la sconfitta, la dominazione e la sottomissione, lo smembramento e lo scorporamento, la conquista e il controllo, in breve forza, paura e disgiunzione violenta sono i temi fondamentali.

E l’essenza medesima di questa ricerca, come hanno spesso indicato gli scritti mistici, è la ricerca di uno strumento per risanare quanto fu brutalmente smembrato con il passaggio a un mondo della dominanza: la fondamentale connessione erotica e insieme spirituale tra donne e uomini. Ma nessuna iniziazione mistica, nessuna magia alchemica e sicuramente nessuna misura di sofferenza fisica e di umiliazione di sé possono ricucire questa frattura. Ovviamente non si intende dire che il viaggio mistico, che esprime il nostro ardente desiderio di unità e di amore, non abbia portato consolazione a molte donne e a molti uomini nei lunghi secoli della nostra storia. Ma il punto è che non si tratta di un problema soltanto spirituale e neanche sessuale bensì sociale. Con il passaggio al modello della dominanza dell’organizzazione sociale e ideologica, la donna e l’uomo e la spiritualità e la natura vennero nettamente separati dalla nostra energia erotica e creativa in cerca di vita e di piacere.

Pertanto solo orientandoci verso un modo di vivere, pensare e amare più gilanico, o sul modello della partnership, riusciremo a risanare la frattura. Una risacralizzazione dei nostri corpi e dei nostri rapporti intimi è uno dei mattoni più importanti per la costruzione di una nuova spiritualità della partnership nel contempo immanente e trascendente. Una spiritualità in cui sia idealizzato il piacere sacro e non il dolore che redime. La creazione di una mitologia che sacralizza l’erotico e ci infonde il desiderio di trasformare noi stessi e le nostre società porterà con sé nuovi miti, compresi i miti di una sacra famiglia adatti ad un mondo giusto e democratico. La rivendicazione della divinità di Maria o della Madre di Dio è particolarmente importante in quanto dobbiamo lasciarci alle spalle l’idealizzazione di una famiglia in cui soltanto il padre e il figlio sono divini, e in effetti anche aggiungere una figlia divina, perchè soltanto allora avremo un modello di famiglia in cui tutti i membri sono parimenti rispettati.

Altro aspetto importante reinventare o rielaborare rituali per celebrare i riti di passaggio (i momenti cruciali dell’esistenza: nascita, morte, matrimonio, passaggio all’adolescenza ecc.) come anche le azioni quotidiane di cura di se stessi e degli altri.

Clichè sociologici e psicologici:

L’ “uomo-forte”, costretto ad un tipo di socializzazione che prescrive una corazza emotiva e la “donna debole” , indotta alla sottomissione e alla dipendenza; ruoli obsoleti e frustranti per entrambi.

dipingere

Dall’antichità ai tempi moderni verso un nuovo scenario:

Non suscita particolare stupore la mole dei problemi personali e sociali, delle relazioni disfunzionali esistenti considerando il carico di distorsioni, informazioni sbagliate, condizionamenti negativi con cui abbiamo tanto a lungo convissuto. Se, pur vacillando sotto questo fardello, siamo riusciti ad amarci l’un l’altro, questo è un mirabile risultato della capacità della specie umana e della tenacia di cui da prova, di ricercare il piacere invece che il dolore, di accudire invece di conquistare e, soprattutto, di connettersi agli altri e a tutto quanto è amorevole e creativo in noi stessi e nel mondo. Questa capacità umana, questa tenacia fanno nascere in noi la speranza realistica di riuscire a creare un sistema sociale più equilibrato e meno insensato, in cui la violenza e il predominio, insieme con il disastro in cui versa la vita sessuale e spirituale, non siano più accettati perché “è così che vanno le cose”.

Il modo in cui immaginiamo il corpo umano ha un ruolo fondamentale nel modo in cui immaginiamo il mondo, e ciò a sua volta ha un impatto diretto sul modo in cui percepiamo noi stessi in rapporto ad entrambi. Il modo in cui il sesso, il potere e l’amore vengono concettualizzati in un dato tempo e luogo non può essere compreso, e tanto meno mutato, se non si comprende anche, e non si cambia, il modo in cui immaginiamo il nostro corpo di uomini e donne.

Ciò che apprendiamo inconsciamente, e di continuo rimettiamo in atto, è il modo in cui ilnostro corpo umano deve presumibilmente correlarsi, in tutte le relazioni, in entrambe le sfere tradizionalmente definite del pubblico e del privato.

Se in principio, nelle relazioni genitore-figlio, e poi nei rapporti sessuali, siamo condizionati ad accettare come normali, predominio e sottomissione, questi modelli inconsciamente influenzeranno tutte le nostre relazioni. Per contro, se in principio, nelle nostre relazioni genitore-figlio e poi nei rapporti sessuali apprendiamo e costantemente pratichiamo il rispetto reciproco e la cura, ci risulterà assai difficile adattarci ad un sistema sociale di gerarchie dominanti fondate sulla forza e sulla paura.

Ci siamo conformati a ciò che la gerarchia al potere definisce desiderabile, un eredità con la quale uomini e donne si scontrano oggi, senza tenere conto di quanta sofferenza comportano. Donne che come provano l’anoressia, la bulimia o altri disordini dell’alimentazione, tentano di rimodellare il loro corpo secondo dettami esteriori. Uomini dal corpo muscoloso, robusto, corazzato celebrato dall’epica del guerriero, insieme con una psiche maschile parimenti corazzata.

Sono molti i modi di condizionarci socialmente; ad esempio il concetto del corpo femminile come proprietà maschile influenza profondamente anche la costruzione sociale della sessualità sia femminile che maschile. Perchè il fatto che un corpo esiste solo per servire l’altro, dagli premure, piacere e prole, fornisce un’efficace giustificazione alle gerarchizzazioni, oltre a imporre una particolare visione di come i corpi debbano correlarsi nei rapporti più intimi. Un’altro esempio efficace è da riscontrare nelle pratiche sadomasochistiche, queste immagini del corpo umano, di come due corpi umani si correlano piacevolmente in modi che sono fisicamente e/o psicologicamente dolorosi per uno dei due, illustrano un’organizzazione sociale basata sull’inflizione del dolore e ci condizionano a immaginare inconsciamente le relazioni umane in termini di un dominante e di un dominato.

Indipendentemente dallo sviluppo tecnologico di una società, esiste un conflitto tra quanto è necessario per mantenere i sistemi della dominanza e quanto è necessario per il nostro pienosviluppo in quanto specie. Se come in effetti pare stiano le cose, l’evoluzione della sessualità umana e il lunghissimo periodo di dipendenza nell’infanzia ci hanno portato al forte, struggente desiderio unicamente umano di connessione, e quindi al grande piacere che noi esseri umani traiamo dall’amare e dall’essere amati, allora un’organizzazione sociale più orientata verso la partnership che verso il predominio è più congruente con la nostra evoluzione biologica. E se come la prima direzione presa dall’evoluzione culturale in occidente, come si evince dalle immagini sacre neolitiche, preistoriche e storiche in alcuni casi, in cui è assente la soppressione della vita e sono venerati il dono e il nutrimento della vita, allora dovremmo riuscire a raccogliere la grande sfida contemporanea per una fondamentale trasformazione personale, culturale e sociale.

Ma un conto è dirlo e un conto è affermare che inevitabilmente ci riusciremo. A bloccare la trasformazione si inseriscono modelli culturali, istituzioni e dogmi profondamente radicati. Anche se tutto intorno a noi sono state scosse credenze e istituzioni credute solidissime e si sta disintegrando il vecchio sistema della dominanza, ciò non significa che inevitabilmente emergerà una nuova cultura della partnership. Nei periodi di disintegrazione sociale e di estremo squilibrio dei sistemi, si presenta l’opportunità di un cambiamento sociale e ideologico trasformativo. Di conseguenza, come nel momento di una qualsiasi biforcazione dei sistemi, non basta l’instabilità perchè emerga una diversa organizzazione sociale. Sono necessari moduli di cambiamento in numero sufficiente per formare nuovi attrattori capaci, mentre il sistema è in mutamento, di ricostituirlo in una nuova configurazione di base.

Attraverso un esame minuzioso di documenti di corte, di registri di nascite e di matrimoni, di diari, di lettere e altri documenti pubblici e privati (spesso materiali nascosti nelle soffitte e altri oscuri luoghi dimenticati della gente comune piuttosto che di sovrani o nobili) per la prima volta gli storici vanno ricostruendo una storia dei rapporti intimi e delle abitudini e condizioni di vita. Tali informazioni sono importanti in sé in quanto ci offrono un quadro molto più accurato, rispetto aquello che ritroviamo nei testi di storia, del modo in cui davvero le persone vivevano la loro esistenza. Inoltre sono utili anche per capire il modo in cui certi sistemi si sono perpetuati e come, dove e perchè li si può cambiare. Dobbiamo giungere a una comprensione molto più chiara del perchè la costruzione sociale della famiglia e di altri rapporti intimi è un fattore essenziale nella costruzione di tutti i rapporti sociali. Il modo in cui si insegna a considerare e a vivere i rapporti più intimi è un fattore essenziale nella costruzione sociale di tutte le nostre relazioni. Sicuramente la politica e l’economia influenzano la formazione, ed esiste un’interazione costante tra la sfera pubblica e quella privata, entrambe socialmente costruite per soddisfare le richieste di un particolare sistema sociale. Ma il modo in cui vediamo noi stessi in rapporto agli altri e al mondo è ampiamente modellato nella sfera privata della famiglia e degli altri rapporti intimi. E’ qui che vengono inizialmente acquisiti quei modelli del pensare, del sentire e del relazionarsi che ci diventano poi abituali, radicandosi nella mente e nel corpo, rafforzandosi quotidianamente. E’ nell’infanzia, quando siamo totalmente dipendenti dagli adulti per la sopravvivenza che impariamo a rispettare i diritti umani altrui o ad accetarne la violazione cronica perchè “così vanno le cose”. Sebbene siano sempre esistiti individui più consapevoli o più ribelli che rifiutano l’ingiustizia in tutte le sue forme, gli individui condizionati fin dall’infanzia ad accettare la violazione cronica dei diritti umani come un fatto normale non tendono a creare una società in cui ci sia rispetto.

Una delle ragioni principali di questo comportamento è l’inconsapevolezza, l’incoscienza, l’impossibilità, la difficoltà a capire realisticamente il contesto, il sistema sociale e simbolico, la struttura dentro la quale siamo immersi. Spesso ciò è anche connesso ad un meccanismo di rimozione psicologica dettato dalla paura, dalla necessità, dall’interesse, che rende possibile l’accettazione e persino l’idealizzazione di relazioni abusive e violente. Il vero progresso può darsi solamente quando le persone cominciano a risvegliarsi dalla trance sociale e culturale del conformismo, che ha lungamente condizionato le persone ad accettare, razionalizzare, legittimare le istituzioni ingiuste, una leadership oppressiva, nonché le immagini distorte di ruolo. Una volta consapevoli del condizionamento, di come siamo stati acculturati, possiamo imparare a trascendere il condizionamento. per passare dalla teoria ad una pratica quotidiana.

La famiglia non nasce nel vuoto ma è intessuta nella struttura sociale nel suo insieme, stiamo parlando delle dinamiche psicosociali che tradizionalmente hanno coinvolto non la famiglia soltanto ma ogni istituzione sociale in un ininterrotto processo di socializzazione volto a insegnarci a considerare inevitabile la realtà del dominante. Questa socializzazione non si limita a operare a livello mentale ed emotivo; opera infatti anche a livello fisico, del corpo. E’ proprio a livello corporeo che il condizionamento nell’infanzia è particolarmente efficace e duraturo, poiché il controllo autoritario è esperito nel modo più traumatico e lì si radicano inizialmente i modelli psicosomatici necessari per il mantenimento dei sistemi, che entrano a far parte del senso del sè.

Un’altra parte ancora del problema è la rigidità delle settorializzazioni delle specialità accademiche, che contribuisce a peggiorare il problema di coloro che oggi studiano seriamente i rapporti sessuali o i rapporti di genere che continuano a concentrare la loro attenzione solo sulle implicazioni psicologiche e non su quelle politiche, e non riescono ad avere una prospettiva più ampia.

Il problema è riuscire a decostruire e ricostruire i ruoli senza farsi influenzare da pressioni sociali, revival di ruoli di genere estremisti, fondamentalismi, conservatorismi, dalla sociobiologia e dalla mitopoietica. E’ pertanto assolutamente necessaria la decostruzione ma anchela ricostruzione di un sistema coerente di norme etiche, per considerare le nostre relazioni non in termini di quanto è morale o immorale secondo gli insegnamenti impartitici, ma in termini di quanto è giusto ed etico, o ingiusto indifferente e non etico, ha poco senso rifiutare ciecamente tutte le regole esistenti, così come ha poco senso accettarle ciecamente. Ha invece senso riesaminarle e distinguere tra quelle volte a mantenere gli squilibri fondamentali del potere là dove crudeltà, violenza, indifferenza e sofferenza sono giustificate dalla morale. Dobbiamo assumerci una parte di responsabilità non per osservare soltanto ma anche per agire.

La condivisione della gioia fisica, emotiva, psichica o intellettuale che sia, getta un ponte tra coloro che la condividono che può diventare la base per comprendere quanto non è condiviso e per ridurre la minaccia della differenza. Quando viviamo fuori di noi stessi, secondo direttive esterne invece che secondo i nostri bisogni e le nostre conoscenze interiori, allora la nostra vita è limitata da forme esterne ed estranee, e ci conformiamo ai bisogni di una struttura che non si basa sulla necessità umana, e tanto meno individuale. Ma quando cominciamo a vivere dall’interno verso l’esterno, in contatto con il potere dentro di noi, consentendo a questo potere di illuminare le nostre azioni nel mondo circostante, allora diventiamo responsabili di noi stessi. Perchè non appena cominciamo a riconoscere i nostri sentimenti più profondi, necessariamente la smettiamo di accontentarci della sofferenza, dell’autonegazione, del torpore, dell’ironia che tanto spesso pare l’unica alternativa della nostra società. I nostri atti contro l’oppressione diventano parti integranti dell’io, motivati e potenziati dal di dentro.


Grace Slick – El Diablo


Ana Rossetti – Incoffessabile

E’ tanto adorabile introdurrmi nel suo
letto, mentre la mia mano vagante
riposa, trascurata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa – il suo cimiero
rosso e sugoso avrà il sapore delle fragole,
piccante- presenziare all’inaspettata
espressione della sua anatomia che non sa
usare, mostrargli la l’arrossata incastranatura
all’indeciso dito, somminestrandogliela
audacemente con perfide e precise dosi.
E’ adorabile pervertire un ragazzo, estrarrgli
dal ventre vaginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale di un agonizzante,
che è impossibile non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.

ana


Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 1)

Histoire d’O 2 – Ritorno a Roissy (parte 2)

O2

 

Un gruppo di affaristi francesi si trova all’improvviso nei guai; la loro società sta per essere rilevata da un ricco americano, in arrivo dagli Stati Uniti con tutta la sua famiglia per concludere l’operazione. L’unico sistema per evitare questa prospettiva è di riuscire a coinvolgere l’americano in uno scandalo di tali proporzioni da indurlo a rinunciare. Per questo, si affidano alla perversa e affascinante Madame d’O, che con impegno si mette all’opera attirando nei suoi torbidi giochi sadomasochistici non solo il finanziere, ma tutta la sua famiglia, moglie e due figli, facendo addirittura arrivare padre e figlia all’incesto (almeno a quanto si può intuire). Lo scandalo scoppia, e l’obiettivo è raggiunto; consolazione per l’americano e la sua famiglia, è l’aver scoperto, grazie alla solerte madame d’O, nuovi orizzonti della sessualità.

GENERE: Commedia
ANNO: 1984
REGIA: Eric Rochat
SCENEGGIATURA: Eric Rochat
ATTORI: Ruben Blanco, Christian Cid, Manuel de Blas, Carole James, Eduardo Bea, Frank Sussman, Sandra Wey, Rosa Valenty, Tomas Pico’, Alicia Principe
FOTOGRAFIA: Andres Berenguer
MONTAGGIO: Alfonso Santacana
MUSICHE: Stanley Myers
PRODUZIONE: BEDROCK HOLDING IMAGE COMMUNICATION
DISTRIBUZIONE: ARTISTI ASSOCIATI (1985) – DOMOVIDEO
PAESE: Spagna
DURATA: 87 Min
FORMATO: PANORAMICA


Auguri a Mina


La protesi, la carne e il tempo

Come è nata la strana idea che il corpo sia un oggetto?
l corpo tra essere e avere
Perché nel linguaggio della vita quotidiana i termini “corpo” e “mente” sono più spesso associati al verbo avere che al verbo essere?
Il corpo che sono non è un oggetto fra gli altri anche perché è il luogo da cui percepisco gli oggetti stessi. Il corpo può osservare una cosa da diversi punti di vista ma non può girare intorno a se stesso, appunto perché non è un arnese fra i tanti. Il corpo è la struttura nella quale e tramite cui diventa concreto lo spazio geometrico nel quale la mente è immersa. Dalla elaborazione delle percezioni visive, tattili, olfattive, sonore si origina il pensiero come scambio continuo fra il soggetto e l’ambiente naturale e sociale che gli dà vita e senso.
“Bene pertanto suppongono quanti ritengono che né la mente esiste senza il corpo né che è essa un corpo.
Corpo, certo, non è, ma qualcosa del corpo” (Aristotele), essa è la forma che consente alle parti organiche di percepire il mondo non come un insieme frammentario e casuale di suoni, colori, odori, superfici, bensì come un tutto coerente e sensato. Il corpo è quindi ciò che siamo e tuttavia il corpo di ciascuno è inafferrabile dal proprio sguardo. Gli occhi –infatti- che tutto guardano non possono vedere se stessi, neppure in uno specchio. L’immagine che una superficie lucida riflette non è mai fedele poiché le parti vengono invertite e quindi –è esperienza facile da verificare- ciascuno nello specchio percepisce se stesso in un modo leggermente diverso da come lo vedono gli altri e quindi noi non sapremo come davvero appariamo, quale sia il volto scrutato da chi ci sta vicino. E però la visione vera del mio corpo non l’avrà nessuno se non io stesso. Il corpo che sono, infatti non è il semplice organismo ma è il centro da cui si dipartono i significati, il linguaggio, il tempo, da cui –insomma- prende avvio il mondo intero.

Corpo e corporeità
Con quali argomenti è possibile confutare una visione oggettivistica del corpo?
Discende da ciò che abbiamo detto che io non ho un corpo ma sono corporeità vivente, tanto che se d’improvviso la mia figura cambiasse forma, io non solo non sarei più riconosciuto da alcuno ma non sarei più io, perché è nella profondità temporale del corpo vissuto che si inscrive, pulsa e si dipana la mia storia, ciò che a ragione posso definire io. Pensare il corpo come qualcosa di diverso da me significa lasciare al pensiero solo il nulla, il vuoto sconfinato di ciò che mai sono stato, perché “corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro” (F. Nietzsche). Il corpo quindi sono io. Mentre, infatti, ogni altra cosa è oggetto del mio sguardo, del tatto, del vol-gersi e rivolgersi del corpo verso di essa, il corpo è ciò che rende possibile ogni esperienza e conoscenza. Posso distogliere la mia riflessione dalle cose ma non posso annullare l’attenzione continua verso il mio corpo. Il corpo è anche l’organismo composto da cellule, molecole, tessuti, liquidi, muscoli, motilità ma non è solo questo: è soprattutto corporeità installata nel mondo, capace di conservare i ricordi (gli engrammi) e costantemente diretta verso le cose e gli eventi. È la corporeità a coniugare interiorità, esteriorità e comportamento in una sintesi che oltrepassa il corpo come semplice presenza per farne la struttura che agisce e che pensa l’agire. È anche per questo che l’essere umano è l’animale capace di dare forma a se stesso e al mondo. L’essere un corpo vivente, comprendente, pulsante nel tempo, intessuto di desideri, costituisce il dato fondamentale della vita. Se per noi è possibile conoscere il mondo, è perché siamo una corporeità produttrice di esperienze e di significati e non solo rappresentatrice di dati esterni a noi. La conoscenza, infatti, non somiglia all’esperienza dello spettatore che guarda una pellicola girata indipendentemente da lui e quindi da lui del tutto separata ma si può paragonare alla stessa cinepresa che illuminando la scena la fa essere.

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Dualismo e punti di vista
Come si pone in questo contesto l’opposizione cartesiana fra corpo e mente?
Ogni visione puramente naturalistica, soltanto fisiologica, del corpo allontana quindi dalla comprensione non solo della corporeità ma anche della mente, per la ragione essenziale che non coglie l’unità psicosomatica dell’essere umano. Ciò che la tradizione ha chiamato corpo e anima è in realtà lo stesso processo osservato da due differenti punti di vista. È necessario andare oltre il dualismo di corpo e mente, di materia e vita –il quale ha indotto ad attribuire di volta in volta un peso esclusivo e unilaterale allo spirituale o all’organico– senza però chiudersi in una prospettiva di materialismo elementare. Una visione più unitaria dell’essere umano e del cosmo nel quale egli vive è indispensabile per fondare l’etica o meglio per rifondarla dopo la crisi determinata dal nichilismo e dalle diverse forme del relativismo morale.

L’oggettivazione medica
Come ha contribuito la medicina all’imporsi di questa opposizione?
Uno dei limiti più gravi della medicina contemporanea sta nello studiare il corpo come se fosse una cosa fra le altre, nel dividerlo in parti, sezioni, organi, funzioni, che si presume di poter analizzare, diagnosticare e guarire in modo separato dall’intero. La medicina costruisce così per se stessa una corporeità frammentata, incompresa, oggettivata e non vissuta. Difficilmente, quindi, conosciuta nella sua complessità e nella continuità fra salute e malattia, due momenti che vengono resi assoluti come se fossero invece due stati ed è anche per questo loro atteggiamento che le scienze non hanno a che fare con le relazioni mondane e temporali che costituiscono il corpo ma soltanto con frammenti di tempo/corpo isolati e quindi artificiosi. Una scienza medica costruita sulle schegge dell’umano, sui suoi brandelli invece che sulla interezza del corpo-tempo-mondo, non riesce a capire che non si muore perché ci si ammala ma la malattia è una delle espressioni più evidenti della finitudine e della mortalità dell’umano. L’attenzione estrema alla durata quantitativa dell’esistenza – l’accanimento terapeutico – costituisce l’inevitabile conseguenza della riduzione della corporeità al biologico e della chiusura alla qualità esistenziale del tempo vissuto.
Come un pesce nell’acqua, fin dal suo nascere il corpo umano è collocato e si muove in una continuità inseparabile di anatomia organicistica, di scambi metabolici con l’ambiente naturale e artificiale, di significati mentali e di relazione con gli altri umani, a cominciare dalle figure parentali e allargandosi a gruppi via via più ampi sino a comprendere potenzialmente l’intera specie. L’unità psico-somatica precede qualunque divisione ed è per questo che un dolore intenso e prolungato che il mio corpo subisce causa immediatamente una riduzione dell’intera mia capacità di rapportarmi con gli altri, con gli eventi, con il tempo futuro. Non è lo stomaco a subire degli spasmi ma è l’intera mia esperienza vitale che si restringe insieme ai miei organi.

La morte ridotta a fatto
Se il corpo è un oggetto, cosa diventa la morte?
La morte, questa esperienza mai vissuta e sempre attesa, non è il risultato del semplice degrado degli organi, non è un fatto contingente che un qualche spettacolare sviluppo delle scienze mediche e conservative potrà prima o poi sconfiggere ma è forma essenziale della vita che in quanto tempo non può che sorgere e tramontare, come è necessario che accada a tutte le cose che sono. Uno dei limiti dell’approccio organicistico alla corporeità è l’ignoranza pressoché completa di questa temporalità naturale di cui il corpo è espressione e forma. Il corpo non è nel passato ma è il passato della memoria; il corpo non è nel futuro ma è la tensione verso il tempo che ha da essere; il corpo non è nel presente ma è la pienezza dell’essere qui e ora.

La razionalità disincarnata
Se l’uomo è soprattutto pensiero, c’è da chiedersi chi pensa?
Che ne resta oggi della res cogitans? La separazione del pensiero dal sostrato profondo della fisicità ha prodotto una razionalità disincarnata che è diventata poi ragione calcolante con Cartesio, Hobbes, Leibniz per confluire oggi nell’Intelligenza Artificiale. A questa linea di pensiero, si oppone quella di Pascal, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Merleau-Ponty. Seppur in modi assai diversi, questi ultimi cercano di tener conto della corporeità che ci costituisce, del senso comune che nasce da essa, della immersione fisica nello spazio-tempo in cui la vita umana consiste e che rende parziale ogni approccio puramente astratto e digitale alla mente. La fisicità che siamo non può, infatti, essere trattata come un fenomeno fra i tanti, come qualcosa la cui assenza non modificherebbe di molto l’essere dell’uomo. “Lungi dall’essere il mio corpo per me un semplice frammento dello spazio, non ci sarebbe per me spazio alcuno se io non avessi un corpo” (M. Merleau-Ponty). Il corpo, quindi, è l’elemento primario da cui tutto nasce, del quale è intessuta ogni esperienza e nella cui dissoluzione finisce per l’individuo il tempo e, con esso, ogni possibile significato.

La protesi bionica
Come si può quindi immaginare l’effetto delle tecnologie sulla corporeità?
Il rafforzamento delle capacità fisiche e logiche tramite l’artificializzazione dell’ambiente e del corpo non può distruggere e neppure soltanto ridimensionare questa corporeità naturale e profonda dell’essere umano ma può invece costruire ulteriori strumenti da aggiungere alla serie ininterrotta di protesi con cui la specie affronta da millenni l’ambiente terrestre e vince le sfide per la sopravvivenza. Ed è qui, nel punto di maggiore difficoltà, che diventano ad esempio possibili degli sviluppi positivi per l’Intelligenza Artificiale, gli sviluppi che la ricerca ha percorso negli ultimi decenni e che consistono nella necessità di “aggiungere al “calcolatore-cervello” un “robot-corpo” che si possa immergere nell’ambiente” (G.O. Longo). Un corpo che non venga dal nulla, bell’è fatto e compiuto ma che possa in qualche modo ripercorrere la vicenda evolutiva e temporale della corporeità umana e la costante apertura del singolo al mondo. I calcolatori da soli non avranno mai la capacità di pensare perché non possiedono un corpo proprio. Gli umani da soli non potranno attingere la velocità di calcolo e la ricchezza di memoria del computer; una qualche forma di simbiosi tra computer ed esseri umani sembra quindi la prospettiva più feconda. La bionica, la fusione tra biologia e microelettronica, è il campo aperto nel quale l’evoluzione dell’umano non si arresta e potrebbe proseguire verso esiti che saranno determinati sia dalla disponibilità a sperimentare nuove strade per la specie sia dall’attenzione a non smarrire i suoi caratteri fondamentali, fra i quali la comprensione del mondo in quanto immersione spazio-temporale del corpo è forse l’elemento più specifico.

Il corpo è tempo incarnato
Quali limiti si possono considerare invalicabili?
Sciolto dal corpo che è, l’individuo affiderebbe “la propria immortalità ad un replicante plastico bionico, che nient’altro sarebbe quanto a spirito, coscienza, che una statua di sale inscioglibile nel fiume della vita” (E. Mazzarella) e il cui destino di sofferenza non sarebbe per questo redento. Gli umani, infatti, non sono macchine computazionali ma costituiscono l’unità profonda di pensiero e biologia. Quello che i computer non possono per ragioni strutturali essere in grado di compiere, è probabile che lo facciano invece degli umani capaci di trasformare le macchine in strumenti del proprio corpo senza però perdere ciò che al macchinario li rende irriducibili, integrando invece gli aspetti computazionali della mente con i ben precisi elementi fisici che ci costituiscono e i quali, lungi dall’essere un ostacolo, rappresentano in realtà l’unica concreta possibilità che abbiamo di interagire col reale, per comprenderlo, interpretarlo, dominarlo e agire fecondamente in esso. Il corpo è radicato nel mondo e nel suo divenire al punto da costituire insieme la sua sintesi e una sua parte. Il corpo è quindi irriducibile alla bio-chimica non perché sia libero dalle sue leggi –e come potrebbe?- ma perché corpo e mente umani sono letteralmente intessuti di tempo, come l’acqua lo è di molecole H2O, le foglie di clorofilla, il corpo di un qualsiasi animale lo è di fame e ogni ente è fatto di carbonio. Per il corpo/mente, il tempo rappresenta il costituente di base, la sintesi delle funzioni, il bisogno primario, la radice più antica e la struttura fondamentale. Siamo quindi corpo perché siamo tempo incarnato e consapevole di se stesso.

Approfondire
Eddy Carli, (a cura di), Cervelli che parlano, Bruno Mondadori, Milano, 2000
Federica Facchin, Mente/Corpo. Bibliografia ragionata, Unicopli, Milano, 2004
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2003
Giuseppe O. Longo, Il nuovo Golem, Laterza, Bari, 1998
Roberto Marchesini, Post-human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2002
Eugenio Mazzarella, Sacralità e vita. Quale etica per la bioetica?, Guida, Napoli, 1998
Eugenio Mazzarella, Vie d’uscita, Il Melangolo,Genova, 2004
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003
Sandro Nannini, L’anima e il corpo, Laterza, Bari, 2002
Vilaynur S. Ramachandran, Che cosa sappiamo della mente, Mondadori, Milano, 2004
F.J. Varela, E. Thompson, E. Rosch, La via di mezzo della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1992.


Marie-Louise von Franz – Splendida intervista alla piu’ fedele ed originale collaboratrice dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung.

Marie-Louise von Franz (1915-1998) allieva di Carl Gustav Jung (per il quale cominciò a lavorare nel 1933 come traduttrice e ricercatrice, e con il quale più tardi collaborò più strettamente fino alla morte di lui nel 1961 e alla cura di L’uomo e i suoi simboli, 1964), è stata una delle più importanti esponenti della psicologia analitica del XX secolo. Esponente di spicco della corrente “classica” della psicologia analitica, ha prodotto opere fondamentali sulla comprensione psicologica della favola, dei sogni e del simbolismo alchemico. Ha scritto oltre venti volumi di argomento psicoanalitico, ed è stata una delle più note docenti ed analiste di supervisione del C. G. Jung Institut di Zurigo.

Interessante la sua lunga corrispondenza con il celebre fisico Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica, conosciuto nel 1947.

Mentre James Hillman indagò le strutture archetipiche del mito, la Von Franz esplorò maggiormente l’espressione degli archetipi della fiaba, che secondo lei rivelano un significato ben preciso: il Sé, inteso come totalità psichica dell’individuo e come “centro regolatore” della vita psichica.

“Tra i sessantamila sogni che ho analizzato non ce ne sono due uguali. Compaiono motivi simili. È su queste similitudini che Jung basa la sua teoria degli archetipi, secondo cui vi sono delle strutture di base sempre ricorrenti. Si può accertare la presenza comune di certi motivi ricorrenti […] che Jung chiama le strutture archetipiche della psiche che permettono di accedere al livello collettivo della psiche umana, un livello che rimane sano anche in individui psichicamente  disturbati. Il livello collettivo è, per certi versi, il livello istintivo comune a tutti gli uomini e quando si mettono in contatto le persone con questo livello psichico esse si ristabiliscono, in seguito riallacciano i contatti con gli altri e si reinseriscono nella società. Per questo motivo è così importante conoscere queste strutture. Per capirle io ho continuato a studiare le fiabe e l’alchimia”

“Ciò mi ha aiutato molto a comprendere i sogni. Ma l’arte di interpretare i sogni è duplice; bisogna riconoscere le strutture archetipiche, comprenderle e poi vi è ancora tutta un’altra arte: come lo si comunica all’altro? Perché l’altro comprenda pienamente, senza rimanere insabbiato nell’intelletto, perché riesca a comprendere anche con il sentimento il contatto con il proprio profondo”.

“Una funzione dei sogni sembra quella di preparare gli esseri umani ad una nuova fase della loro vita, e nella vita ci sono sempre delle soglie. La pubertà costituisce una soglia di crisi, poi l’ingresso nella vita matrimoniale, la crisi di metà della vita, periodi di crisi e transizione che richiedono un mutamento e un nuovo modo di porsi nei confronti della vita. E vengono preparati dai sogni. La cosa interessante è che al cospetto della morte i sogni preparano ad un adattamento, ad una fine che però non è una fine. Ho raccolto almeno una cinquantina di sogni di moribondi, am nessuno accenna ad una fine, piuttosto ad un groso cambiamento, a un viaggio, una trasformazione, un trasloco e più di frequente ad un sontuoso matrimonio al gran compimento […]” “Ogni terapia è una ingerenza e per quella junghiana si tratta dell’ingerenza minima. Non abbiamo nessuna teoria e non pensiamo in alcun modo che l’essere umano debba diventare normale. Se preferisce restare nevrotico ne ha pienamente il diritto. Viviamo in una democrazia. Conta solo quello che vogliono i sogni […] Noi educhiamo le persone ad ascolare la loro interiorità, non facciamo nulla di più […]” “Essere se stessi e diventare se stessi, realizzare se stessi. Si pensa di solito alla realizzazione dell’io. Jung pensa piuttosto alla realizzazione del proprio profondo, alla realizzione del proprio destino. All’io talvolta ciò con conviene affatto. Ma è quello che si sente che in fondo si dovrebbe intimamente essere. La persona è nevrotica quando non è come Dio ha inteso che fosse. In questo consiste l’individuazione […]“, Marie Louise von Franz


Shirley Temple


“La Sottoveste Rossa” al Teatro Belli di Roma…. brivido d’Eros

la sottoveste rossaClelia si lascia sedurre da una voce…. in un teatro vuoto, pronta a tutto! La grazia, sull’onda di Epicuro, Dostoevskij e uno sguardo intriso di psicanalisi rappresentano la pozione adatta e ben coniata da Rosario Galli. Una voce fuori campo avvolge e divampa imperiosa a tratti e vellutata, magistralmente interpretata da Angelo Maggi, stringe emotivamente la protagonista al cui cospetto si schiude l’inaspettato.
Vi invito a gustare questo lavoro teatrale frutto dell’impeccabile regia di Claudio Boccaccini, che ha saputo calibrare le vibrazioni e relative intensità. Patricia Vezzuli sboccia a pieno titolo come donna e veste Clelia a fior di pelle, dimostrando di aver raggiunto una maturità interpretativa di livello ragguardevole indossando pathos ed eros in “La sottoveste rossa”, insieme ad una leggera ed incisiva Martina Menichini.

La Sottoveste Rossa
Teatro Belli
Piazza Sant’Apollonia 11/a 000183 ROMA
Tel 065894875 – botteghino@teatrobelli.it

Dal 29 gennaio al 16 febbraio 2014
Teatro Belli di Antonio Salines
P.zza di Sant’Apollonia 11 – Roma
Tel. 06 58 94 875

Da martedì a sabato: ore 21
Domenica: ore 17.30
Lunedì riposo

Biglietti:
Intero 18€
Ridotto 13€


“Le Passanti” – ( Fabrizio De Andrè )


Ana Rossetti – Vieni, entra e coglimi

serpente

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


Giovanna di Castiglia, la Regina Pazza

Giovanna di Castiglia

La storia di Giovanna di Castiglia è senz’altro una delle storie più drammatiche della storia medievale.

Giovanna folle per amore o Giovanna donna emancipata ed intelligente schiacciata dal dovere di stato e da regole morali e sociali che non riusciva ad accettare?

La controversia divide gli storici  da sempre ed i suoi stessi biografi contemporanei dettero spesso versioni diverse e contrastanti dei suoi comportamenti.

Ma  il percorso esistenziale di Giovanna va senz’altro inserito sia nella sua epoca, ma soprattutto nella regole e negli scopi politici della sua famiglia.

Giovanna nasce nel 1479 a Toledo da isabella di Castiglia e da Ferdinando di Aragona  regnanti di spagna.

Dico regnanti perché, avvenimento raro per quei tempi, isabelle e Ferdinando pur unificando la spagna in un unico regno, mantennero per patto matrimoniali, i poteri uguali e divisi nei rispettivi regni: Castiglia e Aragona.

Anche la nascita a Toledo è già premonitrice di un percorso legato ad un  ineluttabile percorso politico.

Isabella, figura forte che dominerà figli e marito per tutta la vita, usava partorire i suoi figli in città sempre diverse della spagna, giungendo gravida agli ultimi mesi in groppa ad una mula.

Oggi la chiameremo strategia di comunicazione o valorizzazione di immagine.

Ma Isabella sapeva che farsi vedere da tutti i suoi sudditi sempre, ma in particolar modo al momento del parto dei principi avrebbe rafforzato la nuova monarchia.

Giovanna fu la terza di cinque figli: tutti destinati dalla nascita a ricoprire posti strategici negli stati dell’ Europa.

Tutti divennero re e regine, basti pensare alla sorella di Giovanna, Caterina che divenne dopo la vedovanza dal principe Arturo moglie di Enrico VIII d’Inghilterra.

L’infanzia di Giovanna fu l’infanzia solitaria ed infelice dei piccoli principi sacrificati nel loro bisogno d’amore, come tutti i bambini, al dovere della ragion di stato.

Era una bambina silenziosa e poco socievole, divenne un adolescente ribelle problematica con un grosso e spesso espresso conflitto con la figura della grande madre.

Fu indubbiamente nell’adolescenza che cominciarono a manifestarsi segnali di quel disturbo alimentare, oggi definito bulimia ed anoressia che la accompagnerà tutta la vita.

Ma nel 1496 Giovanna viene data in sposa a Filippo detto il bello, figlio di Massimiliano d’Asburgo, e questo evento sconvolgerà definitivamente la vite della principessa di Castiglia.

Il matrimonio nato come alleanza strategica di due potenti regni diventa da subito rapporto di amore e di forte passione. Giovanna è innamoratissima del bel marito e lei vissuta nella bigotta corte spagnola è sconvolta dalla passione dei sensi.

Giovanna ha 19 anni, il bello 23.

La corte fiamminga appare nuova e sconcertante alla giovane spagnola che non si farà mai accettare dalla nobiltà.

Ma lei ha occhi solo per il suo Filippo e lui le basta.

In 10 anni Giovanna partorisce 6 figli, tra i quali quel Carlo che diventerà Carlo v sul cui impero non tramontava mai il sole

Ma se l’amore è eterno per alcuni. non lo è per altri.

E se eterno lo fu per Giovanna non lo fu altrettanto per Filippo.

Il giovane principe, che le cronache descrivono come degno del suo soprannome, cominciò presto ad avere giovani ed innominate amanti, a frequentare da solo o con amici osterie e a dedicarsi ad ogni piacere.

Non era cosa che Giovanna, principessa di Castiglia potesse accettare di buon grado.

Le scenate si ripetevano eclatanti anche nelle occasioni ufficiali.

Giovanna urlava, tirava oggetti, si buttava per terra, non mangiava per giorni.

Filippo rispondeva a volte con indifferenza, a volte, sempre raccontano gli storici contemporanei, alzando le mani sull’infelice creatura.

La leggenda della follia d’amore di Giovanna cominciò a correre per l’Europa ed arrivò fino alla severa corte spagnola preoccupando isabella e Ferdinando che vedevano in tutto ciò una destabilizzazione del loro disegno.

Giovanna, isabella gravemente malata di tumore all’utero, era infatti stata designata erede della Castiglia.

I reali invitarono la coppia, Giovanna e Filippo, in spagna, al fine di conoscere possedimenti e di farsi riconoscere dal popolo.

Giovanna accettò di malincuore temendo un tranello per non farla tornare in fiandra assieme all’amato.

Filippo ambizioso vide nel viaggio e nelle stranezze di Giovanna, l’ipotesi di divenire unico re di spagna.

Nel corso della visita la situazione psicologica della principessa precipitò: le scenate di gelosia e i digiuni seguiti da abbuffate notturne si moltiplicarono.

Ormai era per tutti “la loca”.

Morta Isabella Ferdinando reggente a nome di Giovanna della Castiglia, le impedisce di seguire Filippo nel viaggio di ritorno in fiandra e la rinchiude nel castello della Mata di Medina.

E’ il colpo di grazia.

Nel 1506 Filippo muore probabilmente di complicanze virali.

Giovanna si rifiuta di far seppellire il marito che viene imbalsamato e conservato vicino a lei.

La ormai regina di Castiglia parla per ore con il cadavere, lo accarezza, lo bacia: nessuna donna glielo potrà più strappare. finalmente Filippo è suo, solo suo.

Quando è costretta ad abbandonare Burgos, dove è prigioniera del padre, per un epidemia di peste, costringe il seguito a portarsi dietro il cadavere di Filippo.

Ferdinando stanco di tanta follia e consapevole del pericolo per l’unità spagnola di questa sovrana la rinchiude nella fortezza di Tordesillas.

Giovanna ci rimarrà 46 anni.

A conferma della sua follia rifiuterà per 46 anni la confessione e i sacramenti.

Suo figlio Carlo v che quasi non l’ha conosciuta è ormai imperatore, altri suoi figli e figlie sono sui troni di Europa. sua nipote maria, detta la sanguinaria, è regina d’Inghilterra.

Muore vestita di stracci, irriconoscibile, nel1515.

Sulla sua tomba si recherà solo il nipote Filippo II°.

Le sue ultime lettere denunciano il pensiero chiaro, consapevole e doloroso di una donna che era vissuta in un epoca troppo distante dalla sua sensibilità e dalle sue potenzialità intellettive.

Oggi Giovanna sarebbe stata definita una sindrome bipolare con alterazioni del comportamento alimentare: quello che viene definito il fuoco sacro, la patologia dei geni


Cogli la prima mela – Angelo Branduardi

[http://youtu.be/czIePMqeLyg]


Franco Battiato – The age of hermaphrodites


Splendori e miserie delle cortigiane

Lucien de Rubempré, poeta caduto in disgrazia presso il bel mondo parigino dopo aver convissuto un anno con l’attricetta Coralie, è stato ricostruito dal cinico e ricco abate Carlos Herrera, che sta intrigando per fargli avere un titolo nobiliare e mira a farlo sposare con una ragazza di famiglia aristocratica, il secondo passo funzionale al primo: è perciò allarmato quando Lucien s’innamora d’una prostituta, Esther, la quale è a sua volta redenta da quell’amore appassionato. Herrera non esita a rinchiudere la giovane in una scuola di monache, ma davanti al dolore di Lucien deve riunirli, pur facendo loro un chiaro discorso: lei vivrà chiusa in una casa privata guardata a vista da due sue dame fidate, lui la potrà vedere soltanto di nascosto. Herrera è disposto a tutto purché Lucien riesca a raggiungere i traguardi che sogna per lui: entrare a corte come ministro. La protezione e l’astuzia dell’abate gli stanno spianando la strada e stanno mettendo a tacere le malelingue che ricordano ancora l’avventura giovanile di Lucien.
Nel frattempo, però, il perfido banchiere ebreo polacco di Nucingen, vecchio spasimante di Esther, deperisce a vista d’occhio da quando lei è scomparsa; disperato, incurante della moglie e della gente, decide addirittura d’assoldare un investigatore privato. Herrera, che ha già speso una fortuna per il suo pupillo e deve pagare dei debiti, medita di vendergli Esther per una cifra enorme; Lucien è completamente in balìa del demone, incapace di ribellarsi alle sue ingannevoli strategie, dal giorno in cui questi l’aveva distolto dal suicidio. In realtà, sotto la tonaca si nasconde l’evaso Jacques Colin, il quale, dopo aver assassinato in Spagna il vero abate Herrera ed averne assunto le sembianze con una rozza plastica facciale fatta da sé dinanzi al cadavere, si ricostruì una vita con i soldi d’una vecchia bigotta che gli aveva confessato, in punto di morte, d’averli ottenuti con un omicidio. Salvato dal suicidio il giovane poeta, ne aveva fatto il proprio strumento, ed ora, con il genio della corruzione ed una rete di fidati servitori, lo spingeva avanti. Rastignac, amante della signora di Nucingen, era l’unico ad aver visto e riconosciuto il potente protettore di Lucien, e ne era rimasto terrorizzato, perché, in passato, Herrera aveva tentato di adescare anche lui. Adesso Lucien era ammaliato dalle gioie della corte e legato a Herrera da cento patti demoniaci; anche se Esther non riesce a capire l’origine di quell’inerte schiavitù, Herrera sa d’averlo completamente in pugno: oltre ad approfittare della disperazione di Nucingen, Herrera sta preparando il terreno anche per un matrimonio fra Lucien e Clotilde de Krandlien, la brutta 27enne secondogenita dei duchi, invaghita dal giovane a dispetto dei pettegolezzi dei salotti, cinicamente e falsamente ricambiata dal giovane. Lucien desidera quanto Herrera questo matrimonio d’interesse, ed Esther si piega per amore a rimanere un’amante prigioniera; ma per convincere i genitori serve un patrimonio, almeno un milione. Intanto Nucingen sta contattando i migliori agenti di Parigi, in particolare La Peyrade, una vecchia spia politica. Le due reti di spionaggio, quella di Herrera e quella di La Peyrade, tramano l’una contro l’altra: Herrera è più furbo, e Peyrade si rende conto d’essere turlupinato dall’ignoto rivale, ne capisce il gioco, ma ne ignora il nome.
Herrera muove con grande abilità le sue pedine: usa i suoi sguatteri per raggirare i ricchi e perversi signori di Parigi, facendo leva sui crimini, le nefandezze, gli oscuri passati tenuti segreti ma a lui noti; manovra i pezzi grossi che gli servono corrompendo e ricattando; d’altronde, le sue vittime non sono migliori di lui: nascondono tutti una miseria morale proporzionale al loro splendore materiale; Herrera ne è soltanto la sublimazione, il genio titanico di quella civiltà malata, ne è lo spirito. Lucien è un’anima fragile e vanesia di poeta e di bello, che sogna l’amore perfetto ma al tempo stesso non vuole perdere gli ambiziosi obiettivi che gli sono a portata di mano, non vuole rinunciare a nessuna delle due cose, benché siano chiaramente incompatibili, ed Herrera lo tiene in pugno sbandierandogliele entrambe sotto il naso, nelle figure di Clotilde e di Esther.
– Asia ed Europa, le due serve messe da Herrera a guardia di Esther, lavorano per bene il barone, ed Esther stessa si presta al raggiro per amore di Lucien; il barone paga ogni cifra, prima per essere introdotto all’amata e poi per saldarne i presunti debiti (in realtà cambiali fasulle fattele firmare da Herrera). Herrera, che aveva fatto di Esther una virtuosa chiudendola in convento, ora la getta di nuovo fra le cortigiane, e lei, pur di non dover rinunciare al suo Lucien, accetta. Il barone è un patetico stupido: per la prima volta in 66 anni s’è innamorato da star male, ed è inerme nelle grinfie dello spietato abate. Nel frattempo sono arrivate al punto cruciale le schermaglie di spionaggio e controspionaggio fra Herrera e Peyrade (spalleggiato da Corentin e Contenson): Peynade ha scoperto la tresca di Herrera ai danni di Nucingen per scucirgli il patrimonio con cui far spossare Clotilde a Lucien, e decide di ricattarlo: ottenuto un secco rifiuto, manda una lettera anonima al duca di Grandlieu, il quale chiude subito le porte del suo palazzo al pretendente ed incarica un’abile spia, neanche a farlo apposta Corentin, di prenotare informazioni sulla vera origine della fortuna di Lucien. Peynade si finge un gentiluomo inglese e diventa l’amante di Suzanne de Val-Noble, amica di Esther, rovinata dai debiti. Ma Herrera gioca allora l’ultima carta: rapisce la pura Lydie, figlia di Peyrade, e manda Asia a dirgli che l’avvierà alla prostituzione e lo ucciderà se Lucien non sposa Clotilde. Corentin esegue, ignaro, il compito assegnatogli dal duca e decreta così la fine del fidanzamento di Lucien: il giorno dopo Lydie viene ritrovata in pietose condizioni, sottoposta per dieci giorni ad ogni genere di sozzura, e Peyrade fa in tempo a rivederla prima di straziare avvelenato. Corentin giura vendetta sul cadavere dell’amico. A far precipitare gli eventi è Esther, che s’è prestata alla commedia ma deve ora andare a letto anche con il lascivo barone; dopo l’orgia si suicida; Europa ed il servo Paccard non resistono alla tentazione e fuggono con il malloppo accumulato da Esther e che Esther aveva lasciato a Lucien. Nucingen avverte la polizia di quello che crede un assassinio a scopo d’estorsione, e la polizia fa arrestare sia Herrera (che tenta la fuga sui tetti ed uccide Contenson) sia Lucien. Herrera ha però fatto in tempo a redigere un falso testamento in cui Esther lascia a Lucien tutti i propri averi (un patrimonio che ha ereditato morta dallo zio) e le potenti amicizie femminili di Lucien intercedono a suo favore.
– Esperto di prigioni e di processi, Herrera dirama ordini dalla cella ed Asia trama dall’esterno. Herrera tiene testa al giudice Cannisot, negando d’essere l’evaso che parecchi testimoni hanno riconosciuto; una lettera scritta da Esther in punto di morte li scagiona dall’accusa d’omicidio, ma Lucien è debole ed in pochi minuti d’interrogatorio compromette tutto, rivelando la vera identità dell’abate; nonostante ciò, Leontine de Seriay, la più accanita delle sue amanti di mezza età, aggredisce Cannusot e riesce a strappargli i verbali firmati degli interrogatori; d’altronde, tutti i magistrati di rango più elevato sono ormai conquisi alla causa del giovane e Cannusot, difendendo con tanto zelo la giustizia, si gioca soltanto la carriera. Intanto, divorato dal rimorso d’aver vilmente tradito il suo benefattore, Lucien s’impicca nella cella, e la contessa de Suray impazzisce di dolore.
– Jacques Colin, alias Vautrin, alias Tromp-le mort, riesce a risollevarsi con le solite armi della corruzione e del ricatto: in cambio delle lettere scritte a Lucien dalle sue potenti amanti chiede ed ottiene di diventare capo della polizia.

Un mondo infame, dove non esiste altra etica al di fuori dell’intrico, un modo d’apparenze splendenti che nasconde un viscido repellente intrico di bassezze.
FONTE

Honoré de Balzac
Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850) è stato uno scrittore francese, considerato fra i maggiori della sua epoca.
Romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Scrittore prolifico, ha elaborato un’opera monumentale – la Commedia umana – ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l’obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea all’autore o, come ha detto più volte l’autore stesso, di “fare concorrenza allo stato civile”.
La veridicità di quest’opera colossale ha portato Friedrich Engels a dichiarare di aver imparato più dal “reazionario” Balzac che da tutti gli economisti.
Di grande influenza (da Flaubert a Zola, fino a Proust e a Giono, tanto per restare in Francia), la sua opera è stata anche utilizzata per moltissimi film e telefilm.

Balzac proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata: il padre Bernard-François Balssa, di origine contadina, aveva raggiunto una posizione di rilievo nell’amministrazione dello Stato, e aveva sposato Anne-Charlotte-Laure Sallambier (quando lui aveva 51 e lei 19 anni, dalla quale ebbe poi quattro figli (Honoré, Laure, Laurence e Henri).
Il primogenito studiò in collegio prima a Vendôme (1807-13) e a Tours (1814), poi a Parigi, dove si trasferì con la famiglia nel 1815, nel quartiere di Marais. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, lavorò come scrivano nello studio notarile di tale Jules Janin, quando a vent’anni scoprì la sua vocazione letteraria. In una mansarda del quartiere dell’Arsenale, al numero 9 della rue Lesdiguières, dal 1821 al 1829, dopo aver tentato la strada del teatro con il dramma in versi Cromwell, scrisse opere di narrativa popolare, ispirandosi a Walter Scott, con gli pseudonimi di Horace de Saint-Aubin, Lord R’hoone (anagramma di Honoré) o Viellerglé. Le sue prime prove artistiche non furono molto apprezzate dalla critica, tanto che Balzac si diede ad altre attività: divenne editore, stampatore e infine comprò una fonderia di caratteri da stampa, ma tutte queste imprese si rivelarono fallimentari, indebitandolo pesantemente. Nel 1822 conobbe Louise-Antoinette-Laure Hinner, una donna matura che gli resterà accanto affettivamente fino alla morte. La presenza della donna ebbe molta influenza sull’autore che venne da lei incoraggiato a continuare a scrivere: nel 1829 pubblicò con il proprio nome il suo primo romanzo (Physiologie du mariage), che gli procurò un certo successo. Tra le tante esperienze amorose con dame dell’aristocrazia, la più importante fu con Évelyne Hanska (1803-82), una contessa polacca conosciuta nel 1833, che ebbe un ruolo importante nella stesura di Eugénie Grandet e che egli sposò nel 1850, tre mesi prima di morire. A partire dal 1830 l’attività letteraria di Balzac divenne frenetica, tanto che in sedici anni scrisse circa novanta romanzi (sulla “Revue de Paris”, sulla “Revue des Deux Mondes”, ma anche in volumi e in tirature sempre più numerose, per non contare i continui racconti, aneddoti, caricature e articoli di critica letteraria). I suoi primi successi di pubblico furono La peau de chagrin (La pelle di zigrino, 1831) e, tre anni più tardi, Le Père Goriot (Papà Goriot, 1834).
Charles Baudelaire chiamò la prosa di Balzac “realisme visionnaire”; pare inoltre che il termine “surréalisme”, coniato anch’esso da Baudelaire, sia stato ispirato a quel particolare punto di vista che caratterizza la produzione di Balzac.
Nel 1842 Balzac decise di organizzare la sua opera monumentale in una specie di gerarchia piramidale con il titolo di La Comédie humaine: alla base di essa c’è il gruppo degli “Studi di costume del XIX secolo” diviso in “Scene delle vita privata”, “Scene della vita di provincia”, “Scene della vita parigina, della politica, della vita militare, della vita di campagna”; poi c’è il gruppo degli “Studi filosofici” ed infine quello progettato ma non realizzato degli “Studi analitici”. Si tratta di un grandioso progetto di analisi della vita sociale e privata nella Francia dell’epoca della monarchia borghese di Luigi Filippo d’Orleans.
Accanito frequentatore di salotti, amante appassionato di diverse nobildonne che soddisfacevano il suo snobismo e il bisogno di partecipare alla vita aristocratica, nonché perseguitato dai creditori per le troppe speculazioni sbagliate, Balzac riuscì a realizzare solo per poco tempo il sogno di ricchezza e d’ascesa sociale grazie al rapporto con la contessa polacca Ewelina Rzewuska (detta più frequentemente Évelyne Hanska), vedova di Waclaw Hanski (1791-1841), da Balzac sposata solo il 14 marzo 1850 (lei ne pubblicherà diversi inediti e nel 1877 la prima raccolta di Oeuvres complètes, in 24 volumi).
Honoré de Balzac infatti morì per una peritonite trasformata in cancrena e venne sepolto, con l’orazione funebre tenuta da Victor Hugo, nel cimitero Père Lachaise. I suoi eccessi nel lavoro, oltre al grande consumo di caffè, sembrano aver contribuito a dissolvere rapidamente la sua salma (tanto che già il giorno dopo la morte, la decomposizione veloce, anche a causa della stagione estiva, impedì di fare il calco in gesso per la maschera mortuaria).
Balzac pensava infatti che ogni individuo ha a disposizione una riserva limitata di energia: vivendo intensamente l’uomo brucia la sua vita. Il suo destino sembra ripetere la concreta e drammatica rappresentazione del contenuto di La pelle di zigrino (1831).
Durante la sua vita aveva viaggiato molto, in Ucraina, Polonia, Germania, Russia, Prussia austriaca, Svizzera e in Italia (che appare spesso nei “racconti filosofici”), soprattutto nella provincia francese e nei dintorni di Parigi, puntualmente ripresi nella sua enorme mole di scritti.

La Comédie humaine

È stata definita “la più grande costruzione letteraria di tutta la storia dell’umanità”, ed è certamente una perfetta rappresentazione di quell’invenzione del XIX secolo che fu il romanzo moderno europeo. Tra tutti i romanzieri francesi il nome di Balzac (con la sua Comédie humaine) è il primo che viene in mente quando si volesse o si dovesse raffigurare il panthéon universale di questa forma di narrazione. È quasi un’associazione automatica che lega l’uomo all’opera e l’opera all’epoca.
Tessuto di ragionamenti interessanti e a volte bizzarri, pervaso da uno spiritualismo fumoso e a tratti come interrotto per proseguire oltre, il suo pensiero corre lungo la penna quasi senza riuscire a seguirne la velocità. Pare che non abbia tempo di riflettere mentre si occupa di costruire e nutrire un mondo che però rappresenta in chiave quasi “sociologica” i posti, i tipi e le persone reali della propria vita.
Così come Gogol’, Balzac è convinto che ciò su cui l’artista non pone il suo sguardo rivela solamente l’aspetto vegetativo della vita, e invece è solo nell’opera d’arte che il reale assume significato.
Complice la pubblicazione a puntate, che impone fidelizzazione del lettore, e comunque il sistema di distribuzione in allegato ai giornali che si andava sperimentando per la prima volta, il romanzo di Balzac ha la tendenza a girare attorno a personaggi forti (come per esempio Goriot, Rastignac, o Eugènie, ormai leggendari), a loro volta circondati da molte comparse che ne amplificano l’energia.
La precisione dei termini, la tessitura delle frasi, la più o meno rara scelta di descrizioni e la ricchezza di parole “enciclopediche”, nonché le molte correzioni mostrano quanto fosse ambizioso e ricercato il progetto che sta dietro al suo lavoro, spesso considerato solo vulcanico e istintivo o biecamente realistico, e invece scoperto dalla critica più recente addirittura come “fantastico” e comunque legato al desiderio di fare moderna “epopea”.
Si dice che descriva l’umanità come la vede, senza consolazioni o incantamenti arbitrari, ma lo slancio stesso della scrittura finisce con il superare la mera realtà.
La Comédie humaine (titolo trovato da Balzac nel 1840) comprende 137 opere che includono 95 romanzi, novelle, saggi realistici, fantastici o filosofici, oltre a racconti e a 25 studi analitici (piano da lui dettagliato nel 1842).


Drummond Carlos de Andrade: Il culo che meraviglia

A bunda, que engraçada

 

A bunda, que engraçada.

Está sempre sorrindo, nunca é trágica.

 

Não lhe importa o que vai

pela frente do corpo. A bunda basta-se.

Existe algo mais? Talvez os seios.

Ora — murmura a bunda — esses garotos

ainda lhes falta muito que estudar.

 

A bunda são duas luas gêmeas

em rotundo meneio. Anda por si

na cadência mimosa, no milagre

de ser duas em uma, plenamente.

 

A bunda se diverte

por conta própria. E ama.

Na cama agita-se. Montanhas

avolumam-se, descem. Ondas batendo

numa praia infinita.

 

Lá vai sorrindo a bunda. Vai feliz

na carícia de ser e balançar

Esferas harmoniosas sobre o caos.

 

A bunda é a bunda

redunda.

 

culo 

 

Il culo, che meraviglia

             

Il culo, che meraviglia.

E’ tutto un sorriso, non é mai tragico.

 

Non gli importa cosa c’é

sul davanti del corpo. Il culo si basta.

Esiste dell’altro? Chissà, forse i seni.

Mah! – sussurra il culo – quei marmocchi

ne hanno ancora di cose da imparare.

 

Il culo sono due lune gemelle

in tondo dondolio. Va da solo

con cadenza elegante, nel miracolo

d’essere due in uno, pienamente.

 

Il culo si diverte

per conto suo. E ama.

A letto si agita. Montagne

s’innalzano, scendono. Onde che battono

su una spiaggia infinita.

 

Eccolo che sorride il culo. E’ felice

nella carezza di essere e ondeggiare.

Sfere armoniose sul caos.

 

Il culo é il culo,

fuori misura.    

 


Édith Piaf, il Passerotto di Parigi

Édith Piaf, pseudonimo di Édith Giovanna Gassion (Parigi, 19 dicembre 1915 – Grasse, 11 ottobre 1963), è stata una cantante francese.

È stata una grande interprete del filone realista (chanteuse réaliste). Nota anche come “Passerotto”, come veniva amorevolmente chiamata (passerotto infatti nell’argot di Parigi si dice piaf), ha deliziato le folle tra gli anni trenta e sessanta.

La sua voce, caratterizzata da mille sfumature, era in grado di passare improvvisamente da toni aspri e aggressivi a toni dolcissimi; inoltre sapeva far percepire in modo unico la gioia con il suono della sua voce. È la cantante che con le sue canzoni ha anticipato il senso di ribellione tipico dell’inquietudine che contraddistinse diversi intellettuali della rive gauche del tempo come: Juliette Greco, Roger Vadim, Boris Vian, Albert Camus ecc. In molti casi era lei stessa l’autrice dei testi delle canzoni che tanto magistralmente interpretava.

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La vita di Édith Piaf fu sfortunata e costellata da una miriade di fatti negativi: incidenti stradali, coma epatici, interventi chirurgici, delirium tremens e anche un tentativo di suicidio. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche la si ricorda piccola e ricurva, con le mani deformate dall’artrite, e con radi capelli; solo la sua voce era inalterata e splendida come sempre.

Un asteroide scoperto nel 1982 porta il suo nome: 3772 Piaf.

Nacque col nome di Édith Giovanna Gassion da una famiglia di umili origini: il padre Louis faceva l’artista di circo e la madre, Annetta Maillard, chiamata Lina Marsa, nativa di Livorno, era una cantante di strada. Appunto per strada (davanti al numero 72 di rue de Belleville) pare abbia partorito Édith, aiutata da un poliziotto. Il lavoro dei genitori non permetteva loro di allevare un figlio per cui la piccola visse inizialmente la sua infanzia dalla nonna materna, a cui non importava assolutamente della piccola Édith, poi portata dal padre dalla nonna paterna, una prostituta che comunque si prese molta cura di lei.

Édith inizia a cantare per strada per rimediare qualche moneta e dar da mangiare a se stessa e al padre, che nel frattempo le si era riavvicinato; canta La Marsigliese con quella sua voce già piena di rabbia e ruvidezza ma che inizia a prendere forma. Costituisce poi un duo con Simone Berteaut esibendosi per le strade e anche nelle caserme.

A 17 anni ha una figlia dal muratore Louis Dupont, Marcelle, ma la bimba morirà a causa di una meningite a soli due anni; già duramente provata dalla vita, incontra l’impresario Louis Leplée (che morirà qualche anno dopo misteriosamente) e, dopo un’audizione al “Le Gerny’s”, piccolo locale dove si faceva cabaret, debutta nel 1935. Molti i personaggi famosi che accorrono per ascoltare la sua voce: uno fra tutti, Maurice Chevalier.

A questo punto Édith ottiene un contratto con la casa discografica Polydor. Leplée le cambia il nome in Piaf, ed ha così inizio il suo successo. Ma è nel 1937 che ha inizio la sua ascesa che la porta ad ottenere un contratto con il teatro ABC.

Dopo la morte di Leplée, molti furono i suoi impresari: Raymond Asso, Michel Emer, Paul Meurisse, Norbert Glanzberg, Lou Barrier; qualcuno di loro le fu vicino non solo professionalmente, ma anche sentimentalmente. La fama di Édith Piaf continuava a crescere: conosce Jean Cocteau, che si ispirerà a lei per un lavoro teatrale, Le bel indifférent.

Durante la seconda guerra mondiale Piaf era contro l’invasione tedesca e si esibì nei campi militari e nei campi di concentramento per prigionieri di guerra. È in quel periodo (1944) che conosce e si innamora di Yves Montand, canta con lui al Moulin Rouge, ma appena lo chansonnier inizia a diventare famoso i due si lasciano. Nel 1945 cambia casa discografica ed entra a far parte della Pathé. Nel 1946 scrive le parole della canzone che, nel dopoguerra, diventerà per i francesi l’inno del ritorno alla vita: La vie en rose, che interpreta in collaborazione con Les compagnons de rodrigue.

Il titolo di questa leggendaria canzone è talmente legato alla figura di Édith Piaf, che il regista Olivier Dahan, autore della pellicola, vincitore del premio Oscar, sulla tormentata vita della cantante (interpretata da Marion Cotillard), acconsente a modificare, per la versione italiana, il titolo del film da La môme a La vie en rose. Il tutto appena prima dell’uscita del film (2007) che è uscito in Francia ed è riportato negli archivi con il nome originale.

Édith Piaf realizzò una tournée nel 1946 negli Stati Uniti esibendosi alla Constitution Hall; ritornò un anno dopo, sempre con i suoi fedeli Compagnons de la chanson, per cantare alla Play House e al Versailles di New York, dove ad applaudirla tra il pubblico vi erano, tra gli altri, Marlene Dietrich, Charles Boyer e Orson Welles.

Nel 1948 conosce il pugile Marcel Cerdan ed è la prima volta che Édith si innamora di qualcuno che non faccia parte del mondo della musica: sono felici e innamorati ma la felicità dura poco; infatti, mentre sta volando da lei per raggiungerla negli Stati Uniti, l’aereo cade e Cerdan muore. Completamente distrutta dalla morte del compagno, Piaf inizia a bere e a far uso di droghe. Dedica una canzone al suo amore perduto, la splendida Hymne à l’amour che la porta al successo a livello mondiale e che lei stessa compone assieme a Marguerite Monnot (con cui scriverà nel 1959 anche il testo di Milord).

Piaf continua a deliziare i francesi con molte altre canzoni destinate a diventare dei classici come Le vagabond, Les amants, Les histoires du coeur, La foule, Non, je ne regrette rien, ecc.

Non si sa quanti soldi riesca a guadagnare, ma è certo che non la si è mai vista sfoggiare ricchezza; in effetti, continua ad essere una donna minuta che canta l’amore e che ha bisogno di amore come dell’aria che respira; la sua casa e i suoi camerini sono frequentati da diversi uomini che contribuirà a lanciare come artisti nel mondo della canzone francese e mondiale. Alcuni nomi: Gilbert Bécaud, Charles Aznavour, Leo Ferré, Eddie Constantine; alcuni stringeranno con lei un sodalizio artistico e umano per più tempo, mentre altri se ne andranno prima; tutti però le lasceranno delle bellissime canzoni: fra gli altri, Georges Moustaki scriverà per lei la musica della famosa canzone Milord, Charles Aznavour Jezebel.

Nel 1952 sposa il compositore Jacques Pills, ma il matrimonio dura solo pochi giorni. Siamo nel 1955, Piaf ha quarant’anni e approda finalmente all’Olympia, il tempio parigino della musica; poi, riparte per l’America per esibirsi alla Carnegie Hall di New York, dove la saluteranno ben sette minuti di applausi in standing ovation. Verrà invitata comunque ad esibirsi ancora all’Olympia e le repliche dureranno quattro mesi, cioè fino alla primavera del 1961.

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In quell’anno sposò Theophanis Lamboukas, in arte Théo Sarapo, che lei aveva lanciato nel mondo della canzone e con cui aveva inciso la canzone A quoi ça sert l’amour. Dopo una broncopolmonite, Piaf andò col marito nel sud della Francia a Grasse per passarvi la convalescenza, ma una ricaduta le fu fatale. Si spense l’11 ottobre del 1963 durante un triste e vano viaggio di ritorno verso Parigi. Le cause del decesso furono attribuite a una cirrosi epatica, sviluppatasi a causa del massiccio uso di droga che prendeva Édith, i medici più volte l’avevano avvertita ma lei se n’era sempre fregata. Il suo esile corpo (dimostrava molto più dei suoi 48 anni) venne caricato sul sedile posteriore della macchina dal marito Theo che, per esaudire il suo ultimo desiderio, la riportò nella capitale francese.

Al suo funerale presero parte migliaia di persone. Il suo corpo riposa nel cimitero parigino delle celebrità Père Lachaise: l’elogio funebre venne scritto da Jean Cocteau che però morì d’infarto poche ore dopo aver appreso la notizia della morte della cantante. Nella tomba della “Famille GAISSION-PIAF” riposano con lei anche il padre Louis Alphonse Gaission, la figlia Marcelle ed il marito Théophanis Lamboukas. Sulla tomba c’è scritto: “Madame LAMBOUKAS dite EDITH PIAF 1915 – 1963”.

La città di Parigi le ha dedicato una piazza e recentemente anche una statua, nel 20.mo arrondissement.


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Il sesso è la più splendida forma di piacere che Dio abbia regalato agli uomini. Sporcata però, e a volte considerata obbrobriosa, dalla cultura del potere che governa ogni società. Tinto Brass, Elogio del culo, 2006

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JOAN BAEZ ~ Donna Donna


La ricerca dell’uomo perfetto ovvero, il complesso di Elettra

Il mito di Edipo – Il nome del complesso deriva dalla tragedia greca di Sofocle, l’Edipo Re,  nella quale Edipo figlio di Laio, venne condannato all’ avverarsi di una terribile profezia : avrebbe sposato un giorno, senza saperlo, la madre Giocasta e ucciso suo padre, il Re Laio.

Il mito di Elettra – Elettra,  è figlia di Agamennone e Clitennestra, sin da bambina idolatra il padre del quale è privata a causa della guerra contro Troia. Tornato Agamennone a Micene, Elettra assiste alla sua uccisione, progettata dalla madre Clitennestra e dal suo amante, Egisto,  e così Elettra decide di liberare il fratello e con lui assassinare i due carnefici.

Il mito ci suggerisce che anche le figlie  attraversano una fase caratterizzata dall’avversione per il genitore dello stesso sesso e dall’amore per quello di sesso opposto che poi porterà le bambine a sviluppare una personalità eterosessuale

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L’uso nella psicoanalisi

Il complesso Edipico è stato coniato da Sigmund Freud e descritto per la prima volta nella stesura dell’opera, l’Interpretazione dei sogni. Per complesso di Edipo si intende quella fase dello sviluppo infantile in cui verso i 4-5 anni di età , il bimbo inizia a provare una forte attrazione verso sua madre (in genere la figura di attaccamento nelle primissime fasi della vita) che diviene quindi  il suo primo oggetto d’amore, e a considerare il padre come un fastidioso intruso perché può privarlo dell’ attenzione materna . Inizia così la primissima  fase di identificazione con il genitore dello stesso sesso. Il Complesso Edipico è un punto di fondamentale importanza per lo sviluppo della personalità del soggetto, al punto che ogni eventuale  ”fissazione” in questa delicata fase della crescita, può portare a future nevrosi. Se tutto procede normalmente, con l’ insorgere della pubertà, ha luogo il cosiddetto “tramonto del complesso Edipico”, fase durante la quale il bambino all’ età di circa 12-13 anni, accetta la superiorità della figura paterna nei suoi confronti e si identifica con esso. Non si sostituisce al padre ma diviene come il padre.

Quindi il bambino scopre il padre come uguale a se e la mamma come polarità opposta, per la bambina ovviamente il discorso è inverso.

Il complesso di Elettra è la controparte femminile del Complesso di Edipo (coniato da C.G. Jung), per definire l’amore che  la bambina prova verso suo padre accompagnato da sentimenti di gelosia e di rivalità verso la madre, cioè è la spiegazione di quanto avviene nelle bambine durante la fase fallica dello sviluppo. Quindi dietro a frasi del tipo: “il mio partner non mi capisce” …. “ogni volta che trovo un uomo adatto a me è certamente sposato o fidanzato”… “mi innamoro sempre dell’ uomo sbagliato”… si celerebbe una dinamica simile a quella dell’Edipo ma che per le donne si chiamerebbe Complesso di Elettra.

In quell’età non c’è nulla di male nell’attrazione che il bambino o la bambina provano per il genitore del sesso opposto, del resto, la famiglia è il luogo ove avvengono le prime esperienze di vita. Tutto ciò che gravita intorno ai fanciulli, è preso da loro come modello su cui fare esperimenti.

Diverso è stato e in alcuni casi sarebbe, prendendo a confronto altre culture, come ad esempio quelle di villaggi tribali. Li, il figlio maschio gioca con gli altri bambini fino ad una certa età e poi segue il padre e gli altri maschi in esperienze di caccia; lo stesso dicasi delle bambine che giocano fino ad una certa età (non stanno attaccati alle mamme anche se queste li seguono a distanza) e poi sta con la mamma e le altre donne adulte ad imparare i lavori femminili.

In questo modo le prime scoperte dei principi maschili e femminili non le fanno all’interno del nucleo familiare (come avviene nella nostra cultura) ma le hanno con i coetanei; crescendo poi hanno dei modelli con cui si identificano ma a quel punto l’attrazione affettiva (non filiale) e sessuale si direziona verso altri ragazzi e ragazze.

I complessi di cui sopra, quindi, sono sicuramente più accentuati nella nostra società e se opportunamente trattati, i fanciulli passano la fase senza problemi;  quindi, molto dipende  da come il genitore dello stesso sesso si pone, perché a volte sono questi che soffrono di una inconscia gelosia e questa determinerà i rapporti per tutta la vita che potrebbe richiedere un percorso di recupero.

In pratica, i due complessi sono figli della nostra società cosiddetta civile.

Ogni donna, quindi, tende a desiderare di incontrare l’uomo perfetto; la proiezione di quel padre attento e premuroso che si è preso cura di loro in tenera età. Mentre quel padre, forse esagerando un pò, assolveva il compito di curare, proteggere e far crescere la propria bambina, in quella bambina, inconsciamente si è formato quel complesso che la porterà, da adulta, alla ricerca di un uomo simile, cioè, un uomo speciale, ovvero sempre attento ai bisogni e alle difficoltà che si incontrano.; insomma un uomo che assuma il ruolo di salvatore.

Quante sono le donne che, seppur inconsciamente, provano il forte desiderio di essere “salvate”?  Del resto (per la verità oggi sempre di meno) alle bambine, non viene insegnato ad essere autonome, bensì a come ottenere aiuto. E un padre iperprotettivo non sa che proteggendo eccessivamente la figlia, le sta infondendo l’idea di essere dipendente da lui .

Da adulte, queste  bambine,  (che hanno avuto un padre iperprotettivo) non faranno altro che cercare un uomo su cui  trasferire questa dipendenza, pretendendo da questi, cure e attenzioni e quell’aiuto necessario per far fronte alle varie circostanze difficili che la vita presenta . Estremizzando, si può affermare che tale compito, essere all’altezza di quel padre, risulterà impossibile; e quindi, ecco che l’idea dell’uomo perfetto vacilla, in particolare  per quelle donne che da bambine hanno  ricevuto un’estrema protezione da parte del padre, e che da grande non faranno che accusare il partner di non essere capite, amate, apprezzate, desiderate, etc


L’ultimo Inquisitore. La storia di Ines, la musa di Goya

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 1

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 2

 

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Spagna, anno 1792 (anno in cui la Rivoluzione francese comincia ad avere ripercussioni al di fuori dei confini dellaFrancia). Francisco Goya è ormai diventato, non solo un importante pittore, ma il pittore ufficiale di corte e pertanto sta dipingendo i ritratti della Regina Maria Luisa di Borbone-Parma. Oltre che dalla famiglia reale, accetta commissioni per ritrarre nel suo studio, tra gli altri, anche l’inquisitore Lorenzo Casamares e Inés Bilbatúa, giovane e bella figlia del ricco mercante Tomás Bilbatúa, che per l’artista rappresenta una sorta di musa ispiratrice. È proprio nella casa del pittore che Lorenzo, mentre posa, vede Inés per la prima volta e chiede notizie di lei.

Nonostante questa sua grande celebrità però, i vertici della Chiesa di Spagna cominciano a preoccuparsi e a vedere con forte sospetto ciò che Goya raffigura nelle sue famose incisioni che si stanno diffondendo da Roma fino al Messico, ritenendole opere malvagie. Padre Lorenzo, di rimando, le difende, sostenendo che si limitano a mostrare il male che c’è nel mondo. Siamo però nei secoli in cui l’Inquisizione spagnola reprime e perseguita con durezza qualsiasi idea e comportamento che ritiene pericolosi per il popolo, per l’ordine costituito e per la Chiesa stessa. Lo stesso frate Lorenzo raccomanda con fervore ai suoi superiori di intensificare l’opera di repressione contro ognuna di tali minacce ed è da essi incaricato di occuparsene con i suoi sottoposti.

Avviene così che Inés, venendo vista da un inquisitore rifiutare di mangiare della carne di maiale in una taverna, è portata al cospetto dell’Inquisizione spagnola e proditoriamente accusata di praticare segretamente il giudaismo: inizialmente la giovane nega, ma poi, inflittale più volte l’atroce tortura detta della corda (detta in gergo anche la strappata o strappado[2]), ammette ciò di cui viene incolpata, nonostante l’evidente falsità dell’accusa, nella speranza di potersi discolpare al processo. Il padre, non vedendola tornare a casa, con l’intercessione di Goya, cerca di conoscerne le sorti tramite fratello Lorenzo, che le reca visita in carcere e, con la scusa di confortarla e darle aiuto, approfitta di lei mentre è legata in catene. Una sera il frate si reca a cena con Goya presso la famiglia Bilbatúa per assicurarli che ha visto Inés la quale ha detto di amarli tutti. Durante la loro conversazione a tavola, il genitore cerca di capire meglio ciò che è toccato alla figlia e venendo a sapere che è stata imprigionata, dopo aver confessato sotto tortura di essere una cripto-giudea (effettivamente esistevano lontani avi di origine ebraiche convertiti, i cosiddetti conversos o marrani, ma solo il padre e nessun altro era a conoscenza di questo in famiglia), con l’aiuto di Goya cerca di far comprendere a Lorenzo come, sotto tortura, sia possibile carpire la confessione di qualsiasi colpa e assurdità. Il prelato però difende l’assoluta veridicità di tali metodi, sostenendo che se gli accusati fossero veramente innocenti e credenti, Dio darebbe loro la forza di resistere ad ogni dolore e di negare ogni falsa accusa, quindi chi cede e confessa deve essere colpevole. Di fronte a tali affermazioni, il mercante spazientito, scrive una lettera in cui si dichiara di non essere un uomo bensì il figlio bastardo di uno scimpanzé e un orangutan e la sottopone da sottoscrivere a Lorenzo. Finché non l’avrà firmata gli sarà impedito di lasciare quella casa. All’ennesimo rifiuto, con l’aiuto dei figli e della servitù, nonostante gli inutili inviti di Goya alla calma, Tomás Bilbatúa decide di costringere il religioso a sottoporsi alla corda, la stessa dolorosissima tortura praticata sulla figlia, appendendolo al lampadario: Lorenzo, piegato dal dolore, accetta di firmare quell’assurdità come sua confessione e, sotto la minaccia di vedere reso pubblico il documento che ha appena sottoscritto, accetta il perentorio ordine del genitore (che gli consegna anche un grosso quantitativo d’oro per perorare con più forza la causa) affinché faccia di tutto per liberare Inés. Nonostante vari tentativi presso i suoi superiori, anche tramite le generose donazioni, il religioso non riesce però a convincere i cardinali dell’Inquisizione spagnola, certi della verità di ciò che la ragazza aveva confessato. Il documento compromettente viene, come era stato minacciato, consegnato a re Carlo IV e frate Lorenzo, macchiatosi di infamia, viene espulso mentre il suo ritratto viene confiscato e bruciato sulla pubblica piazza. Lorenzo quindi scappa facendo perdere ogni traccia di sé.

Passano quindici anni, Goya, che nel frattempo ha perso l’udito, prosegue il suo lavoro di pittore e ritrattista alla corte del re spagnolo, mentre Inés viene lasciata rinchiusa a deperire nelle segrete di un convento, senza aver mai subito quel processo che le era stato promesso.

È il 1808, Napoleone Bonaparte invade la Spagna, dichiara abolito il processo inquisitorio e pone in libertà tutte le persone imprigionate per volere della Chiesa. Inés è finalmente scarcerata, ma il suo fisico è profondamente provato e sfigurato dai lunghi anni di prigionia e la sua mente è sconvolta ai limiti della pazzia. Tra la confusione, le razzie e le violenze portate dal passaggio delle soldataglie napoleoniche, Inés raggiunge, lacera e sporca, la casa paterna e scopre che tutti i membri della sua famiglia sono stati uccisi durante il saccheggio della città. L’unica persona che può aiutarla ora è Goya. Riconosciuta a fatica ed ospitata nella sua casa, Inés confessa al pittore di aver partorito una bambina, poi subito sottrattale, durante la sua lunga e terribile prigionia ed afferma che il padre della bimba è frate Lorenzo che aveva approfittato di lei, ma di cui ella appare anche molto innamorata. Nel frattempo, al seguito dell’esercito napoleonico, ricompare proprio Lorenzo, completamente cambiato. Ha vissuto in Francia durante l’esilio, ha sposato una donna francese, ha avuto da lei tre figli e, dopo aver letto i libri di quei pensatori Illuministi che avversava quando era un inquisitore, ha deciso di sposarne e diffonderne gli ideali, diventando così il procuratore capo del governo francese in terra spagnola e nemico acerrimo della stessa Chiesa di cui lui aveva fatto parte ma che ora considera un’istituzione conservatrice e retrograda (nonostante Lorenzo sia un personaggio di fantasia, la sua biografia richiama per alcuni versi la figura storica di Juan Antonio Llorente). È così che, con la stessa intransigenza e inflessibilità di quando apparteneva all’Inquisizione, processa e fa condannare a morte il cardinale a capo del Sant’Uffizio in Spagna.

Nel frattempo rivede il vecchio amico Goya da cui apprende che Inés è ancora viva ed ha avuto una bambina da lui. Lorenzo promette a Goya che si prenderà cura della giovane donna, ma non accetta di ammettere la compromettente possibilità di avere una figlia illegittima, considerando tutto ciò come la pura invenzione di una mente devastata da anni di prigionia. In realtà la figlia esiste, Lorenzo stesso ne ha la conferma dopo aver interrogato il cardinale del Sant’Uffizio, trattenuto nelle prigioni in attesa dell’esecuzione della sua condanna. Si viene a sapere dalle suore dell’orfanotrofio in cui è stata allevata, che è stata chiamata Alicia, che ne è fuggita e una volta diventata adulta, per sopravvivere, ha iniziato a prostituirsi nei bordelli e nei parchi della città. Goya riesce a trovare Alicia (interpretata dalla stessa Natalie Portman, che nel film è anche Inés) in un parco e si accorge che il suo aspetto è incredibilmente identico a quello della madre da giovane. Pertanto parla a Lorenzo perché possa far sì che Inés riesca finalmente a ricongiungersi con lei. In realtà Lorenzo fa rinchiudere Inés in un manicomio e si reca ad incontrare Alicia sotto mentite spoglie per indurla a lasciare la Spagna per gli Stati Uniti; la ragazza fugge da lui ritenendolo un malintenzionato. Goya, deciso a far incontrare le due donne, riesce però a prelevare Inés dal manicomio e la porta in una taverna dove sa che lavora la figlia. Il pittore si presenta alla giovane mentre ella sta accudendo la neonata di un’altra prostituta, e cerca di invitarla a conoscere la madre, che sta aspettando fuori dalla taverna. Improvvisamente, però, viene interrotto da alcuni soldati francesi, mandati da Lorenzo, che irrompono nel locale e catturano tutte le prostitute, affinché possano essere portate in Portogallo per poi essere imbarcate alla volta dell’America. Poco prima di venire arrestata Alicia riesce però a mettere la neonata al sicuro, celandola sotto un tavolo e quando Inés entra nella taverna ormai svuotata, la trova; convinta, nel delirio della sua pazzia, che sia quella figlia che le era stata strappata in prigione e che doveva incontrare, la raccoglie e la porta con sé.

Nel frattempo l’esercito britannico è sbarcato in Portogallo e in Spagna è iniziata la controrivoluzione, avversa all’occupazione francese. Appresa la notizia dello sbarco inglese e conscio dell’approssimarsi sia della fine del governo napoleonico in terra spagnola che della restaurazione dell’Ancien Régime, Lorenzo decide di fuggire con la sua famiglia, ma viene catturato mentre percorre la via per raggiungere la Francia. Processato, viene condannato a morte dagli stessi inquisitori che aveva fatto arrestare. Lorenzo, in preda al tormento e al fallimento della propria vita, decide di non fare professione di pubblico pentimento, di non abiurare i suoi nuovi ideali per poter così tornare in seno alla Chiesa ed accetta, di conseguenza, di salire sul patibolo. Viene pubblicamente ucciso dal boia con la garrota sotto gli occhi di Inés, che, ormai in preda alla follia, grida tra la folla il suo nome e, negli istanti che precedono l’esecuzione, gli mostra la neonata che tiene in braccio issandola come se fosse loro figlia. Inaspettatamente, anche Alicia è presente, salvata dalla deportazione da un ufficiale britannico, a cui sembra essersi fidanzata, e assiste dall’alto di un balcone di un palazzo. Il cadavere dell’uomo viene portato via adagiato su un carretto, alcuni bambini saltano e cantano intorno al suo corpo esanime e con la testa penzolante, mentre Inés, con in braccio la bambina e sorridendo al suo amato, gli tiene e gli bacia la mano, seguita amorevolmente da Goya che, poco lontano, la chiama.

USCITA CINEMA: 13/04/2007
GENERE: Drammatico
REGIA: Milos Forman
SCENEGGIATURA: Milos Forman, Jean-Claude Carrière
ATTORI:
Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgård, Randy Quaid, Blanca Portillo, Michael Lonsdale, José Luis Gómez, Mabel Rivera, Cayetano Martínez De Irujo, Craig Stevenson, Aurélia Thiérrée, Fernando Tielve, Antonio Bellido, Unax Ugalde

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Javier Aguirresarobe
MONTAGGIO: Adam Boome
MUSICHE: José Nieto (II), Varhan Bauer
PRODUZIONE: Kanzaman, Saul Zaentz Company, Xuxa Producciones
DISTRIBUZIONE: Medusa Film
PAESE: Spagna 2006
DURATA: 117 Min
FORMATO: Colore


Octavio Paz – Toccare

Palpar

 

Mis manos

abren las cortinas de tu ser

te visten con otra desnudez

descubren los cuerpos de tu cuerpo

Mis manos

inventan otro cuerpo a tu cuerpo.

 

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Toccare

Le mie mani

aprono la cortina del tuo essere

ti vestono con altra nudità

scoprono i corpi del tuo corpo

le mie mani

inventano un altro corpo al tuo corpo.


La teoria del «gender»

La “teoria del genere” è stata riconosciuta come scienza spazzatura dal consiglio dei ministri dei paesi nordici: tagliati i fondi al centro femminista NIKK (Nordic Gender Institute), che è già stato chiuso.

La teoria del genere è la nuova ideologia alla quale fanno chiaramente riferimento l’Onu e le sue varie agenzie, in particolare l’Oms, l’Unesco e la Commissione su Popolazione e Sviluppo. Essa è inoltre diventata il quadro di pensiero della Commissione di Bruxelles, del Parlamento europeo e dei vari Paesi membri dell’Unione Europea, ispirando i legislatori di quei Paesi che creano numerosissime leggi concernenti la ridefinizione della coppia, del matrimonio, della filiazione e dei rapporti tra uomini e donne segnatamente in nome del concetto di parità e degli orientamenti sessuali.

Essa succede all’ideologia marxista, ed è al contempo più oppressiva e più perniciosa poiché si presenta all’insegna della liberazione soggettiva da costrizioni ingiuste, del riconoscimento della libertà di ciascuno e dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Tutti valori sui quali sarebbe difficile esprimere un disaccordo. A questo punto si rende necessario sapere se quei termini rivestano lo stesso significato che già conosciamo o se non servano, invece, a mascherare una concezione diversa che sta per essere imposta alla popolazione senza che i cittadini siano consapevoli di ciò che rappresenta.

Che cosa dice la teoria del genere? Questa ideologia pretende che il sesso biologico vada dissociato dalla sua dimensione culturale, ossia dall’identità di genere, che si declina al maschile o al femminile e persino in un genere neutro nel quale si fa rientrare ogni sorta di orientamento sessuale, al fine di meglio affermare l’uguaglianza tra gli uomini e le donne e di promuovere le diverse “identità” sessuali. Dunque il genere maschile o femminile non si iscriverebbe più nella continuità del sesso biologico poiché essa non gli è intrinseca, ma sarebbe semplicemente la conseguenza di una costruzione culturale e sociale.

In nome della bisessualità psichica, si sostiene che l’uomo e la donna hanno ciascuno una parte maschile e una femminile: il sesso biologico dunque non obbliga, né quanto allo sviluppo psicologico né per l’organizzazione della vita sociale. Al sesso maschile e a quello femminile si privilegia l’asessualità o l’unisessualità. Così un politico donna, allieva di Simone de Beauvoir, afferma che “i mestieri non hanno sesso”, mentre altri, favorevoli all’organizzazione sociale degliorientamenti sessuali, sostengono che “l’amore” non dipende dall’attrazione tra l’uomo e la donna poiché esistono altre forme di attrazioni sentimentali e sessuali.

Tali sofismi appaiono evidenti e sono ripresi con facilità dai media che apprezzano il pensiero ridotto a cliché. Tutto viene messo sullo stesso piano: le singolarità sessuali marginali – che sono sempre esistite – devono essere riconosciute allo stesso titolo della condizione comune e generale dell’attrazione tra uomo e donna. Non è tollerato alcun discernimento, la psicologia maschile si confonde con quella femminile e si attribuiscono le stesse caratteristiche a tutte le forme di attrazione sentimentale mentre dal punto di vista psicologico non sono in gioco le stesse strutture psichiche.

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In altre parole, la società non deve più organizzarsi attorno alla differenza sessuale, ma deve riconoscere tutti gli orientamenti sessuali come altrettante possibilità di dare diritto alla plurisessualità degli esseri umani che nel corso dei secoli è stata limitata dall’“eterosessismo”. Bisogna dunque denunciare questa ingiustizia e decostruire tutte le categorie che ci hanno portato a tale oppressione.

L’uomo e la donna non esistono, è l’essere umano a dover essere riconosciuto prima ancora della sua particolarità nel corpo sessuato. Sarebbe troppo lungo descrivere le diverse origini di questa corrente di idee partita innanzitutto dai medici che seguono casi di transessualismo, dagli psicanalisti culturalisti americani e dai linguisti che hanno studiato il linguaggio (gender studies) per farne emergere le discriminazioni nei confronti del genere femminile e degli stati intersessuati, per esempio per la concordanza del plurale in cui il maschile prevale sul femminile. Fu riciclata da sociologi canadesi e ripensata in Francia da diversi filosofi prima di essere recuperata, nuovamente negli Stati Uniti, dai movimenti lesbici alle origini del femminismo intransigente e ripresa poi dai movimenti omosessuali. La teoria del Genere tornò in Europa così trasformata. In realtà si tratta di una sistemazione concettuale che non ha nulla a che vedere con la scienza: è a malapena un’opinione.

Questo diventa inquietante nella misura in cui la maggior parte dei responsabili politici finisce per aderirvi senza conoscerne i fondamenti e le critiche che sono autoevidenti. I rapporti tra uomini e donne vengono presentati attraverso le categorie di dominante/dominato, della società patriarcale e dell’onniviolenza dell’uomo di cui la donna deve imparare a diffidare.

Da moltissimo tempo non siamo più in una società patriarcale ma, come sostiene la Chiesa, dobbiamo continuare a incamminarci verso una società fondata sulla coppia formata da un uomo e una donna impegnati pubblicamente in un’alleanza, segno che devono svilupparsi in questa autenticità. Da parecchi anni questa teoria viene insegnata in Francia all’università e, a partire dall’anno scolastico 2011-2012, sarà insegnata anche al liceo nei programmi di Scienze della vita e della terra delle classi prime. In nome di quali principi il Ministero dell’Educazione nazionale ha preso questa decisione e in seguito a quale forma di consultazione?

Non lo sa nessuno. Succede sempre così con le ideologie totalitarie, e ora con la teoria del genere. Viene imposta ai cittadini senza che questi se ne rendano conto e si accorgano che decisioni legislative vengono prese in nome di quest’ideologia senza che, a quanto pare, sia esplicitamente spiegato. Ciò è particolarmente significativo in una parità contabile tra uomini e donne – che non significa uguaglianza -, nel matrimonio tra persone dello stesso sesso con l’adozione di bambini in tale contesto, e nelle misure repressive che accompagnano questa corrente di idee che, in nome della non-discriminazione, non può essere rimessa in discussione o in Francia si rischia si essere sanzionati giudizialmente (legge sull’omofobia).

Ma questo vale anche per altri Paesi: è il caso della Germania, dove genitori che hanno rifiutato che i figli partecipassero a lezioni di educazione sessuale ispirate alla teoria del genere sono stati condannati a quarantacinque giorni di detenzione senza condizionale (febbraio 2011). Il falso valore della non-discriminazione impedisce di pensare, valutare, discernere ed esprimere, così come quello della trasparenza che spesso è estranea alla ricerca della verità.

Quanto all’egualitarismo che si allontana dal senso dell’uguaglianza, esso lascia intendere che tutte le situazioni si equivalgono, mentre se le persone sono effettivamente uguali in dignità, la loro scelta, il loro stile di vita e la loro situazione non hanno oggettivamente lo stesso valore. Non c’è nulla di discriminatorio nel sottolineare che solo un uomo e una donna formano una coppia, si sposano, vivono insieme, adottano e educano dei bambini nell’interesse del bene comune e in quello del figlio. Sono più capaci di esprimere l’alterità sessuale, la coppia generazionale e la famiglia, cellula base della società.