L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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L’Utopia di Wilhelm Reich

“Ogni specie di moralismo è negazione della vita e il compito più importante di una società libera è quello di dare a tutti i suoi membri la possibilità di soddisfare i bisogni naturali.”

Wilhelm Reich (Dobrzcynica 1897 – Lewisburg 1957)
Psichiatra e psicoanalista austriaco,La rivoluzione sessuale,Die Sexualitaet im Kulturkampf, 1936

 

 

L’indagine sull’Eros fonda i suoi rizomi in remoti saperi d’Oriente. Certo filo dia-logico è sopravvissuto, qui in Occidente, a margine di pensieri che peregrinano l’Umanesimo e il Rinascimento (alchimia e magia), nella pratica di Erasmo da Rotterdam e Tommaso Campanella, fin ad approdare a Marx.

La profetica, ma sfocata, visione bruniana, obliqua alle passioni di Spinoza e all’Olografica in nuge di Leibniz, si focalizza nel nuovo ordine formulato da Freud (inconscio e libido); e le sorgive, antropologiche, riflessioni Junghiane.

Ora, dunque, un ribelle, un pioniere: Wilhelm Reich. Reich curiosità arguta e fine, Reich, genio. Caposcuola di Alexander Lowen, studia per anni l’amplesso “psiche-soma”. Mostra l’esistenza di un’energia che pulsa in ciascun organismo, e senza sosta cerca la decifrazione della vita viva. Egli valica barriere concettuali, disvela la calle che conduce a Kundalini; vilipesa dalla concezione meccanicistica, figlia del dualismo cartesiano.

In armonia col maestro Freud, identifica nella realtà sessuale del paziente, l’origine capitale del disagio, e cioè: una cospicua porzione della vita psichica è accudita da processi inconsci; i bambini accrescono un vivace erotismo la cui energia è il motore; la sessualità infantile rimossa reca dolorosi strascichi alla prosperità interiore; la formale morale coercitiva, ben lungi dall’essere trascendente, è somma di misure oppressive abili a reprimere la sessualità nell’infanzia, nella pubertà e nell’età adulta.

La monacale attenzione al corpo e alla sua funzionalità scorta Reich a sensazionali scoperte e i suoi scritti rendono chiave di lettura e risoluzione alle questioni moderne. Desueto: non è lemma che si confà a questo talento, né alla sua opera. Gli studi in ambito fisico, biologico e psicoanalitico, accendono nuovi scenari e fresche metodologie, che allorché applicate assicurerebbero più stima per la vita, e maggiore presa d’atto.

Merleau Ponty asserisce: “Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo; è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all’oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all’opera d’arte.

Esser creatura denota legarsi a un luogo definito; la nostra, per di più, non è in origine nello spazio, bensì vi s’inserisce. La sua spazialità è nella misura in cui essa si compie. Un corpo che muove nello spazio, che «acciuffa» e «comprende» tale oscillazione, non con la sola vista o il sol tatto, ma con compiutezza di esser carne. Le parti del corpus non sono dispiegate l’una accanto all’altra, ma implicate l’una nell’altra: in un’esperienza integrale, grazie alla quale i “contenuti visivi e tattili” vivono a solo titolo d’istanti inseparabili.

È qui partecipe un connubio indissolubile tra sessualità, conoscenza, e volontà in potenza. Freud stesso definisce erotismo “la capacità generale di un soggetto di adeguarsi ad ambienti diversi, di crescere attraverso differenti esperienze e di acquisire nuove strutture di condotta”. Il vissuto orgastico fornisce il passpartout dell’esistenza, poiché vi si proietta la misura d’essere. La sessualità, ergo, non identifica l’esistenza, ma si elegge ad accessorio capitale come la vista o l’udito.

I prodromi fisici a sè legati costituiscono le molte manifestazioni di malessere, giacchè quintessenza dell’individuo rispetto all’esistenza.

Merleau-Ponty richiama l’essenziale differenziazione husserliana di Körper: macchina anatomica cartesiana oggetto di scienza, e di Leib «Io posso» (Ich gehe) unità originaria e vissuta della coscienza. A partire dalla descrizione fenomenologica di attuale differenza, il pensatore d’Oltralpe si candida a reinventare una genealogia della coscienza per sottrarsi con giustizia all’impasse del dualismo cartesiano. Egli stesso attesta:

Con il mio corpo (Leib) io mi impegno fra le cose, esse coesistono con me in quanto soggetto incarnato, e questa vita nelle cose non ha nulla in comune con la costruzione degli oggetti scientifici, […] io comprendo l’altro tramite il mio corpo, come tramite questo corpo percepisco delle “cose”.

Ebbene, Il filosofo esige allora sottolineare, l’incipit in base al quale a partire da carnalità agita, da relatività connaturata, là è plausibile frequentare tanto la vita quanto verità intersoggettive. È in tal “singolare sapere” che rintracciamo il mondo e l’umanità, «solo perché siamo un corpo», e persino la scienza e la filosofia stessa si scoprono barbicate, ancor prima di qualsivoglia conoscenza etica, dianoetica e puramente intellettuale.

Amerò appaiare siffatta profonda folgorazione alle teorie di Reich, dacché ne riflette veridicità e forza. Incontrare l’ambiente preannuncia l’innescare di una chimica che accorda il corpo e si trasmuta in azione. L’incanto fisiologico di cui siamo struttura, contiene e opera come un congegno di precisione, con discordi frequenze da soggetto a soggetto, ciò ci rende unici, come esclusive e impareggiabili sono le espressioni sagge e raffinate. Nella società astratta che egli figura, l’individuo non riceverebbe obbligo di precetti morali a garanzia del mutuo rispetto, giacché ognuno scorgerebbe davvero in sé, nell’etica “naturale”, il valore di un’armoniosa coesistenza.

Per lo scienziato austriaco, qualora la società suggerisse regole a maggior misura tolleranti e non soffocanti la potenza orgastica, non si renderebbe tassativa la sottomissione a una probità coatta, in tal criterio si eclisserebbero perversioni, sadismo e atto masochistico. Finanche il complesso d’Edipo non giungerebbe a insorgere, impugnando così la stimata unicità di tal freudiano complesso. Tanto è vero; in una società ideale atta a non boicottare l’erotismo infantile, gli infanti potrebbero serenamente consacrarsi a trastulli genitali senza sovraccaricare l’impulso di rinuncia al corpo materno. Seppur il bambino vi abdicasse, avulso da rischi e incagli, nutrirebbe le intime pulsioni distante da illogiche colpevolizzazioni.

Persino la nozione d’istinto di morte elaborata da Freud viene posta in controversia. Reich ritira qualsiasi tesi di distruttività costituzionale e consacra la natura accessoria di ogni comportamento antisociale che abbia radice in strutture difensive sviluppate dall’Io all’ombra di un’educazione punitiva e assolutista. Le forze distruttive figliano pertanto da una passione mal appagata in virtù di modelli sociali indirizzati ai richiami delle classi di potere. Egli rimarca come la società odierna sia latrice di una moltitudine di norme volte a reprimere, puntellando che grazie al metodico avvilimento di una sessualità naturale, l’economia capitalistica persegua i propri fini di manipolazione e asservimento dei ceti più deboli: di fatto un deperimento dell’autostima e della forza d’intraprendenza e rivolta.

Reich disapprova in egual misura la tesi freudiana in cui civiltà ed evoluzione formativa scaturiscano da un’esaltazione di parte della libido; eco di rinuncia alla gratificazione. Infatti, laddove Freud avvalora come l’affettivo ammontare delle pulsioni non agite sia gregario della sublimazione per il perseguire di fini socialmente utili, Reich elabora: l’energia repressa non dà genesi ad azioni creative o costruttive tout court; di contro la frustrazione convoglia a una reale atrofia dello spirito d’intraprendenza. La rinuncia libidica pertanto, è humus di tutte le psicopatologie e numerose affezioni somatiche quali i tumori.

L’energia sessuale è biologica, e ogni suo altro impiego, spetta essere una digressione dal suo corso spontaneo.La natura innanzi positiva dell’uomo la si ritrova in sparuti individui che, godono ancora una sessualità genuina, e cioè di un carattere genitale. Artisti, poeti e filosofi hanno matrice maieutica: la sagacia di progettare inconsciamente la realtà in cui interagiscono; essi profetizzano orizzonti per il volgo non proprio agibili.

Freud assicura che urgano uomini audaci di fantasticare prima di comprovare. Il modernismo viennese di cui Freud e Reich sono fulgidi talenti, tentò di arricchire e fondere il sapere orientato ai fondamenti di Darwin. Debuttarono, così, vergini prospettive nella medicina, nelle arti, nella filosofia, e nell’economia; un dialogo che permane ancora. Ciò che siamo non sta più nei geni altresì nella cultura. L’attività sinestetica indotta dall’uso di essenze vegetali psicoattive, nel moto dei millenni, inalvea un cosmo interiore lungi dalla coscienza ordinaria. Sia il sistema immunitario, sia la coscienza, apprendono, discernono, rammentano. La coscienza ordinaria merce finale di un processo di filtrazione, e dell’esperienza psichedelica quale antitesi di questa edificazione, è stata proposta da Aldous Huxley. L’esercizio dell’innominabile astrae e ricava lo spettacolo della vita tramite atti d’immaginazione. Gli allucinogeni possono esporre l’individuo alla ruggente forza del Tao. L’impatto di questa chimica nella dieta è stato più che psicologico: tale uso è garante d’indivise funzioni psichiche che leghiamo all’immagine di umanità. La società, oggigiorno, riterrà arduo gradire giacché ha reso tabù l’estasi indotta da mezzi farmacologici. Come la sessualità, e gli stati alterati di coscienza, sono illeciti perché consciamente e/o inconsciamente connessi al mistero delle origini. Tali pratiche dilatano i confini e minacciano il dominio di un ego non riflessivo.

Terence McKenna dichiara che comprendere l’essere umano palesi interpretare la sua unicità. La ferrea lottizzazione tra umanità, e resto della natura, è così appariscente che, per i pensatori prescientifici fondava prova sufficiente che fossimo divinamente i pupilli del creato –diversi-, e più conformi a dio. Caratteristiche e conquiste che ci contrassegnano possono ascriversi alla categoria delle attività cognitive: danza, filosofia, pittura, poesia, sport, meditazione, fantasie erotiche, politica, autointossicazione estatica. Siamo davvero Homo sapiens, l’animale pensante; creiamo inusuali opere e propugniamo profondi modelli teorici e matematici dei fenomeni. E gli umani si distinguono anche, per il numero delle diverse sostanze delle quali fanno uso, e alle quali divengono assuefatti; i nostri atti sono tutti frutto di quella dimensione.

Materialismo, estraniamento dalla natura, mancanza di soddisfazioni professionali in un mondo del lavoro meccanizzato e senza vita, noia e mancanza di scopi in una società ricca e iper-satura, la perdita di un fondamento filosofico della vita dotato di senso. Una “nuova consapevolezza della realtà” che potrebbe diventare la base di una spiritualità non fondata sui dogmi delle religioni esistenti ma nella visione interiore di un senso più alto e più profondo dell’esistenza” “Quando certe visioni saranno interiorizzate nella nostra coscienza collettiva, potrà essere questo il punto di partenza da cui la ricerca scientifica e coloro che finora hanno distrutto il pianeta – la tecnologia e l’industria – serviranno lo scopo di riportare il nostro mondo a ciò che era all’inizio: il giardino terrestre dell’Eden. Questi concetti sono stati espressi dal genio della chimica che si trasforma così in un profondo filosofo della natura ed un critico visionario della cultura contemporanea.

La distanza critica dall’euforia della generazione hippie – flower power sull’LSD non ha fatto mollare Albert Hofmann, pur ammettendo di essere il padre di un “bambino difficile”, come sottolinea in uno dei suoi lavori più conosciuti, ha sempre evidenziato i rischi derivanti da un uso incontrollato della sostanza. Esperienze psichedeliche in un setting sicuro possono aiutare la nostra coscienza ad aprirsi a questa sensazione di connettersi ed essere un tutt’uno con la natura.

L’LSD ed altre sostanze correlate non sono droghe secondo il senso comune, ma fanno parte delle sostanze sacre, utilizzate per migliaia di anni in settings rituali. Gli psichedelici classici come LSD, Psilocybina e Mescalina sono tutte caratterizzate dal fatto di non essere nè tossiche nè di indurre dipendenza. Mi preme a questo punto delineare le forme della Grandezza Umana sono il Santo, il Saggio e il Genio.

I cammini che gli uomini scelgono per conseguire la più ampia e profonda coscienza della realtà sono diversi. La religione, l’arte e la scienza, cercano con mezzi propri la via che possa condurre alla conoscenza unificata dell’uomo e dell’universo.

Il Santo cerca l’unione e la fusione per la contemplazione o per l’amore.

Il Saggio arriva ad essere umile seguace del comportamento della natura. Per poter conoscerla deve rispettare il suo corso, descrivere la sua morfologia e udire i suoi segreti palpiti.

L’Artista dalla sua parte, tenta di rivelare realtà interne che sono, nel fondo, realtà cosmiche. Si rimanda così a uno strumento lucido delle forze di organizzazione e creazione che si fanno presente in lui, in maniera imperativa. L’Artista si sperimenta a sé stesso, compartecipando nella creazione universale.

In ogni essere umano alitano le forme di grandezza umana. In ogni essere umano dorme un titano, un genio, un amoroso.

Gli effetti che hanno le droghe, che espandono la coscienza nell’uomo comune, gettano molta luce sulla comunicazione della grandezza interiore, addormentata o latente; si collocano nell’esperienza della totalità.

Il sentimento di intimo vincolo con se stessi, con la natura e con il prossimo, è una esperienza

suprema che si ha rare volte nella vita. Sperimentarla una sola volta, permette di iniziare un cambio di comportamento verso sé stessi e verso gli altri.

Il sapere con “certezza” che non siamo esseri isolati, ma bensì che partecipiamo nel movimento unificatore del cosmo, basta per spostare la nostra scala di valori. Ma questo sapere con certezza non è un sapere intellettuale, è un sapere più commovente e trascendente.

Gli egiziani nel Libro dei Morti fanno riferimento al potente sentimento di unità ontocosmologica: “ Sono una parte delle parti, della Grande Anima Incandescente”.

Per gli uomini di questa civiltà, minacciati, depressi, tirannizzati dalla meccanizzazione e dalle ideologie, la possibilità di raggiungere uno stato di coscienza amplificata è quasi impossibile.

I nostri abiti mentali ci hanno svincolato dalla totalità.Questo ci fa pensare che la riscoperta degli effetti delle droghe “enteogene” espansore della coscienza e il conseguimento della sintesi chimica del LSD-25, la mescalina e la psilocibina, rappresentano per l’umanità una grande speranza. Questa speranza non è esenta di pericoli, giacchè non tutte le persone che ingeriscono queste droghe raggiungono la esperienza suprema. La integrazione psicologica previa alla esperienza lisergica è molto importante, così come la

presenza di una guida che conosca la fenomenologia degli effetti e senta una calda affinità per la persona iniziata. L’esperienza lisergica permette la percezione di se stessi e l’apertura amorosa, la quale, in grande scala, può correggere il destino di estinzione verso cui si orienta l’umanità attuale.

Affermava Max Planck:: “è di fondamentale importanza che il mondo esterno sia qualcosa di indipendente dall’uomo, la ricerca delle leggi che si applicano a questo assoluto mi parve lo scopo scientifico più alto della vita.” E nella ricerca dell’assoluto Reich concorse attraverso la sua penetrazione scientifica nel micro e macro cosmo, tracciando valori morali, oggi carenti, quali rivelazioni di leggi spontanee assolute che vanno ben oltre la stessa psiche: “ L’amore, il lavoro e la conoscenza sono alle origini della nostra vita, dovrebbero anche governarla.” Il dramma sta pertanto nel diniego della sessualità naturale con logico accrescimento della perversione, per limitare la quale, l’umano, in patetico circolo vizioso, scagiona il blocco della prima.

L’opera di Reich e del suo allievo Lowen, sorregge a divenire singoli solidi, sicuri, orgogliosi e colmi di dignità nel portamento come nella relazione, con peculiare sensibilità alla semplicità. Un intimo accordo con la natura riscatta da quei vincoli che ad essa indispongono.

 

 


Ardore

 

ombrose notti

mi desto al buio

alzo le ali per spiccare il volo

imbarco luce

stelle sognanti

da raggiungere

Tilt

spalanco una finestra aperta

dove una candela può pregare

oh, candela! Ti irradi brillante

il tuo calore può bruciare

queste ali

on discesa

verso te

consapevole del prezzo

fiamma fugace solitaria

da baciare

non dimentico

se mi può bruciare e morire

d’ amore intatto

lo stoppino, un giorno sarà consumato

amore e corpo corpo si contaminano ancora

conservati in cera


Carne

luce

suggello elettrici avidi sussulti

in velate orchidee

percorro dipinti in scintille
al corpo
nessuna sillaba 
in declinazione fonetica
ed implodere in costellazione
oltre il limite ad estuario
incidendo l’assoluto

 


Vertigini in eiaculazione espiata

spiaggia-oro

porre il sole ad intarsiate parole

arroventa l’aere

suono metallico si sgretola

al flusso oltre siepe

trasuda la tempesta

ove il tempo riposa

il segno quotidiano

si stempera fra viola e fauni

in tulle rosa tenui

mordi il casto ghiaccio

che muove teporosi astri

in acque brumose d’oceani inesplorati

veloci galassie si inerpicano risucchiandomi

e mi ritrovo intinta di ardore

al vento della tua essenza

deflagrazione sorda al richiamo

dai dirupi ardenti

schiva tremo

orfana di ogni vibrazione siderale

sorvolo dune intime

in ascolto di perpetui istinti


Buone Feste


Lady in Black – Gregorian


Makhmalbaf M. – Sesso e filosofia

Gustati “Sesso e filosofia” on line 

locandina sesso e filosofia

“L’amore è un concetto estensibile
che va dal cielo all’inferno,
riunisce in sé il bene e il male,
il sublime e l’infinito.”
Carl Gustav Jung

Perché il sesso dovrebbe ignorare la filosofia, che in greco significa, come è noto, “l’amore per il sapere”, visto che tutto che è amore lo riguarda da vicino? Che cos’è questa sorta di ossessione universale (il sesso) che dovrebbe scomparire quando ci si accosta alle pareti ripide del discorso filosofico?
Perché tutto sia attraversato dal sesso, compresi i concetti più rigorosi, quelli che formano l’armatura della metafisica come tanti piccoli archetti metallici: Tempo, Verità, Misura, Politica, Desiderio, Essere, Infinito, Immagine, Casualità… non hanno niente in comune con la questione del sesso, eppure nessuno esce indenne da un confronto con il desiderio…

Una riflessione poetica e simbolica sulla difficoltà di dare forma e significato all’universo ellittico dei sentimenti. Il film narra come, quando abbiamo la libertà di fare sesso, spesso perdiamo l’amore. Trattasi  del prezzo del modernismo, in questa pellicola Makhmalbaf declina la solitudine: cosi come  le montagne sono proprio l’una accanto all’altra, restano inevitabilmente solitarie nella loro unicità

Jan festeggia il suo 40 ° compleanno nella sua auto, accendendo 40 candele sul suo cruscotto, da solo, ma per un musicista cieco che canta “il 40 ° anniversario della sua solitudine”, come la pioggia piange empaticamente sul suo parabrezza.

L’acqua, la sorgente della vita, è la matrice che sotto forma di liquido amniotico e delle acque primordiali preserva e da inizio alla vita. Nelle antiche cosmogonie l’acqua, componente primordiale, è un principio vitale inteso come mezzo della rigenerazione. Nella forma di pioggia rende fertile e feconda la terra. Infatti la goccia, l’infinitamente piccolo, contiene l’infinitamente grande, come il seme contiene tutte le informazioni per dar seguito allo sviluppo della vita. L’acqua, sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali. Successivamente torna sotto forma di pioggia sulla terra, fecondandola con le energie catturate nella dimensione sottile. La terra trae giovamento, dalle informazioni ricevute dall’acqua, per la sua continua evoluzione. Nella teoria dei quattro elementi tradizionali l’acqua si pone al terzo posto: dopo il fuoco e l’aria e prima della terra. Questa posizione tra l’aria e la terra le spetta per quanto riguarda il movimento consentito dalla sua struttura. L’acqua rappresenta il femminile per eccellenza, in quanto è estremamente adattabile, passiva e ricettiva. Infatti allo stato liquido è flessibile, cambia la sua forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra nel suo cammino.

Rosso colore dominante in molte scene della pellicola simboleggia l’estroversione e la forza di volontà. Incremento dei ritmi vitali è quindi sinonimo di forte passionalità, di grande personalità e di fiducia in se stessi, stimolo alla creatività e aumenta le capacità di autoconservazione.

Capolavoro vocativo è l’uso del linguaggio del corpo, in particolare l’attenzione che Makhmalbaf riserva al movimento delle mani (mudra). Nelle danze indiane trovano la massima espressività la danzatrice infatti comunica con il divino e con le mani racconta le pene dei mortali che chiedono il perdono; la danzatrice con i suoi gesti assume la sacralità divenendo così un tramite tra l’uomo e Dio.

La danza indiana comunica ed insegna qualcosa a chi la pratica e a chi la osserva. La gestualità delle mani, le espressioni del viso, lo sguardo e le movenze eleganti raccontano una storia e permettono di rappresentare la bellezza, l’amore ed il mondo ultraterreno. Tale concetto è abilmente esplicitato nelle sequenze del film che gradualmente accompagnano ad una visione più ampia dell’emotività del protagonista che muove le sue peculiari scelte.

Le mani giocano un ruolo fondamentale, i loro mundra (gesti) sono la forma di comunicazione non verbale più immediata e permettono di esprimere emozioni, sentimenti e concetti veri e propri.

Nella tradizione indiana ogni singolo gesto ha uno specifico significato, ma può avere anche diversi significati a seconda del modo e contesto in cui viene eseguito. Danza in questa pellicola rappresenta il fil rouge concettuale, espediente che esplicita un’armoniosa sequenza di posizioni stilizzate e simboliche ottenute combinando variamente passi, gesti e rotazioni del corpo.

Tecnica e consapevolezza del proprio corpo a ritmo di musica in modo corretto affinano le capacità espressive, per trasmettere emozioni e sentimenti. Lo scorrere del movimento del corpo , l’intensità dello sguardo infondono sicurezza e liberano dalle tensioni verso il desiderare oltre gli steccati del pensiero mediocre.

Scheda del Film

  • DATA USCITA: 14 aprile 2006
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • REGIA: Mohsen Makhmalbaf
  • ATTORI: Dalir Nazarov, Marian Gaibova,Farzova Beknazarova, Tahmineh Ebrahiova,Malahat Abdulloeva, Ali Akbar Abdulloev
  • SCENEGGIATURA: Mohsen Makhmalbaf
  • FOTOGRAFIA: Ebrahim Ghafouri
  • MONTAGGIO: Mohsen Makhmalbaf
  • MUSICHE: Nahid , Daler Nazarov, Vanesa Mai
  • PRODUZIONE: Makhmalbaf Film House,
  • DISTRIBUZIONE: BIM distribuzione,
  • PAESE: Francia
  • DURATA: 102 Min

E’ nata la Radio Iridata by Iridediluce

La musica che amo e stimola l’immaginazione adesso on line!!!!

 

radyo


Buona Pasqua di serenità e di luce

Dedico questo articolo ad un’energia amica e sincera: Federico Bernardini, che questo canto ti giunga  amorevole.

«Prima del peccato, quando era ancora innocente, la voce con cui Adamo cantava le lodi era come quella degli angeli, che la possiedono per la loro natura spirituale che riceve il nome dallo Spirito stesso di Dio. Ma quando si lasciò ingannare dal diavolo, opponendosi per suggestione di costui alla volontà del suo creatore, Adamo perse la somiglianza con le voci angeliche che aveva nel Paradiso […]. Tuttavia Dio, che nella luce della verità destina le anime degli eletti alla beatitudine, aveva già deciso di rinnovare nel corso del tempo molti cuori, quanti più poteva, inviando lo spirito della profezia […]. E i santi profeti, ispirati dall’insegnamento dello Spirito, composero non soltanto salmi e cantici, da cantare per accendere la devozione nei fedeli, ma inventarono anche diversi strumenti musicali […]. In seguito uomini sapienti e di buona volontà, imitando i santi profeti, con arte umana inven- tarono diversi generi di melodie per poter cantare assecondando il piacere dell’anima; e cantavano seguendo le note che indicavano coi movimenti del- le dita, come per ricordare che Adamo, nella cui voce prima del peccato c’era ogni suono armonioso e tutta l’arte della musica, fu formato dal dito di Dio, ossia dallo Spirito santo. Nella condizione in cui era stato creato, la forza e la sonorità della sua voce erano tali che la fragilità dell’uomo mortale non avreb- be potuto in alcun modo sopportarle. Per questo, quando il diavolo inganna- tore udì che l’uomo aveva cominciato a cantare per ispirazione di Dio stesso e capì che attraverso quest’arte si sarebbe trasformato sino a recuperare la dolcezza dei canti della patria celeste, vide dissolversi le macchinazioni della sua astuzia e ne fu così spaventato da tormentarsi non poco […]. E poiché talora, nell’ascoltare il canto, l’uomo sospira e piange, poiché si ricorda della natura dell’armonia celeste, il profeta, considerando sottilmente la natura profonda dello spirito e comprendendo che l’anima è armonica, ci esorta nel salmo a proclamare Dio sulla cetra e a lodarlo sul salterio a dieci corde: que- sto affinché la legge sia compiuta, perché la cetra, che ha un suono più basso, si riferisce alla disciplina del corpo, mentre il salterio, che emette suoni più alti, si riferisce all’intenzione dello spirito […]. Il corpo in verità è il vestito dell’anima, che vive nella voce, e perciò è giusto che il corpo attraverso la voce canti con l’anima lodi a Dio»

M. CRISTIANI & M. PEREIRA, Ildegarda di Bingen. Il Libro delle Opere Divine, Milano, Mondadori, 2003, pp. CLXIII-CLXIV.

 


Luce, di Alda Merini

 poetessa e scrittrice italiana, nata il 21 marzo 1931

 

Alda Merini

Alda Merini

Chi ti scriverà, luce divina
che procedi immutata ed immutabile
dal mio sguardo redento?
Io no: perché l’essenza del possesso
di te è “segreto” eterno e inafferrabile;
io no perché col solo nominarti
ti nego e ti smarrisco;
tu, strana verità che mi richiami
il vagheggiato tono del mio essere.

Beata somiglianza,
beatissimo insistere sul giuoco
semplice e affascinante e misterioso d’essere in due e diverse eppure tanto somiglianti; ma in questo
è la chiave incredibile e fatale
del nostro “poter essere” e la mente
che ti raggiunge ove si domandasse perché non ti rapisce all’Universo per innalzare meglio il proprio corpo, immantinente ti dissolverebbe.

Si ripete per me l’antica fiaba
d’Amore e Psiche in questo possederci
in modo tanto tenebrosamente
luminoso, ma, Dea,
non si sa mai che io levi nella notte
della mia vita la lanterna vile
per misurarti coi presentimenti
emananti dei fiori e da ogni grazia.

22 dicembre 1949

da “La Presenza di Orfeo”


Namastè


Mosaico percettivo

Donna ai cancelli dell’alba

lussuria e progetti  in-formano

armonie di parole.

Binomi e artifici

in letizia quadrilatera

percorro avventure emotive

oltre il dilatato senso,

un congegno artistico su fogli,

pergamene di percezione.

Al calamaio sublime

intingo dita guizzanti

volgendo ad Oriente

lo sconfinato crogliuolo di idee

e tessera dopo tessera

compongo il coevico mosaico.

Iridediluce © tutti i diritti riservati

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Voluttà

Coglimi …

come seta all’aura son leggera

di brama 
alimenti lena.

Riluce verbo;

svincolo dai cristalli

l’istinto della mia purezza.

Di piacere e sensi in carne

ricopro la pelle

in serafici movimenti e dinamiche spirali,

morbide fluiscono le dita umide

in mistico ingollo

Melopea dissipa nebula

spoglia tra le cosce l’affanno

in spinte di fiato

Incido tracce sulla terga

e l’epicureo gusto nutre

l’intima risacca.


Joyce Mansour. Da “Lacerazioni”, 1955

Invitami a trascorrere la notte nella tua bocca

Raccontami la giovinezza dei fiumi

Premi la mia lingua contro il tuo occhio di vetro

Dammi a balia la tua gamba

E poi dormiamo, fratello mio,

Perché i nostri baci muoiono più veloci della notte.

C’è del sangue sul giallo d’uovo

C’è dell’acqua sulla piaga della luna

C’è dello sperma sul pistillo della rosa

C’è un dio in chiesa

Che canta e s’annnoia

Non ci sono parole

Soltanto peli

Nel mondo senza verzura

Dove i miei seni sono re.

E non ci sono gesti

Soltanto la mia pelle

E le formiche che brulicano tra le mie gambe untuose

Portano le maschere del silenzio lavorando.

Viene la notte e la tua estasi

E il mio corpo profondo questo polipo senza pensiero

Ingoia il tuo sesso agitato

Durante la sua nascita.

Un nido di viscere

Sull’albero secco che è il tuo sesso

Un cipresso nero piantato nell’eternità

Fa la veglia ai morti che alimentano le sue radici

Due ladroni crocifissi su costolette d’agnello

Se la ridono del terzo che, a missione compiuta,

mangia la sua croce di carne arrostita.

Il nero mi circonda

Salvatemi

Gli occhi aperti sulla vuota disperazione degli orizzonti marittimi

Mi scoppiano nella testa

Salvatemi

I pipistrelli dai corpi ammuffiti

Che vivono nei cervelli torturati dei monaci

S’attaccano alla mia lingua cremosa

La mia lingua gialla di donna accorta.

Salvatemi, voi che capite

E i vostri giorni saranno moltiplicati

Malgrado i peccati che non vi hanno perdonato

Malgrado lo spessore delle notti nelle vostre bocche

Malgrado i vostri bambini iniziati al male

Malgrado i vostri letti

traduzione di Carmine Mangone da “Fiorita come la lussuria”)

Scena tratta dal film "Luna di fiele", regia Roman Polanski

Scena tratta dal film “Luna di fiele”, regia Roman Polanski


Auguri Fiorella S.: auguri donne della mia vita

Le ragazze del sorriso, cresciute al riparo del Vesuvio sono ancora insieme, percorsi di risoluzione differenti, sentieri molto simili. Nonostante il tempo, lo spazio e tutte le vicissitudini sono  qua: “Fiorella al quadrato” intonano lo stesso canto, sulle note della vita con un immenso raggio stampato sulle labbra. E con lo stesso sorriso auguro a tutte le donne di assaporare la saggezza antica, la serenità nella quotidianità . La lunga pergamena di incontri in questi anni si tinge dell’azzurro della Professoressa Ludmilla e di Elena, dei girasoli  che ama tanto Linda, della sfumatura Blu Cobalto di Nadia e Giulia, e posizionare il tutto sul prato verde della paziente e saggia Maria Pia, sotto nuvole perlacee come il coraggio di Cristina e Alessandra, di Alessia e Barbara costellazione in fieri, e la solare Loredana. Enrica e Maria Paola sono pronte ai fuochi d’artificio in questo scenario. E si schiude l’orizzonte, è arrivata Sandra con tutto il suo ottimismo. E  presente colei che ha reso possibile tutta questa meraviglia: Angelina, sono orgogliosa di essere tua figlia.

A te Fiorella S. dedico queste pagine, che siano taccuino per ogni donna nel percorrere il sentiero della vita.


Ana Rossetti – Incoffessabile

E’ tanto adorabile introdurrmi nel suo
letto, mentre la mia mano vagante
riposa, trascurata, tra le sue gambe,
e sguainando la colonna tersa – il suo cimiero
rosso e sugoso avrà il sapore delle fragole,
piccante- presenziare all’inaspettata
espressione della sua anatomia che non sa
usare, mostrargli la l’arrossata incastranatura
all’indeciso dito, somminestrandogliela
audacemente con perfide e precise dosi.
E’ adorabile pervertire un ragazzo, estrarrgli
dal ventre vaginale quella ruggente tenerezza
tanto simile al rantolo finale di un agonizzante,
che è impossibile non condurlo a sfinirsi mentre eiacula.

ana


Shirley Temple


Ray Caesar at Richard Goodall Gallery


Mi ricordo di Anna Frank

 

“Di tanto in tanto – rammenta un altro compagno di sventura, Janny Brandes-Brilleslijper – scambiavamo due parole: per esempio quando spaccavamo batterie. Era un lavoro molto sporco, del quale nessuno capiva il senso. Dovevamo spaccare le batterie con uno scalpello e un martello e poi gettare il catrame in una cesta e la barretta di carbone che tiravi fuori nell’altra cesta. Oltre al fatto che questo lavoro ti faceva diventare terribilmente sporco, a tutti veniva la tosse perché si sprigionava una certa sostanza tossica. Il lato piacevole del lavoro con le batterie era che potevi parlare con gli altri. Le ragazze Frank spaccavano batterie sedute intorno ai lunghi tavoli. Si parlava, si rideva, il dolore lo tenevi dentro di te”.


Ana Rossetti – Vieni, entra e coglimi

serpente

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami.

Accelera… rallenta… disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami… covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami… ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami divorami… comprovami.

 

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra… riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.


Cogli la prima mela – Angelo Branduardi

[http://youtu.be/czIePMqeLyg]


Pablo Neruda – Canzone del maschio e della femmina!

Canción del macho y de la hembra!

 

Canción del macho y de la hembra!

La fruta de los siglos

exprimiendo su jugo

en nuestras venas.

Mi alma derramándose en tu carne extendida

para salir de ti más buena,

el corazón desparramándose

estirándose como una pantera,

y mi vida, hecha astillas, anudándose

a ti como la luz a las estrellas!

 

Me recibes

como al viento la vela.

 

Te recibo

como el surco a la siembra.

 

Duérmete sobre mis dolores

si mis dolores no te queman,

amárrate a mis alas

acaso mis alas te llevan,

endereza mis deseos

acaso te lastima su pelea.

 

¡Tú eres lo único que tengo

desde que perdí mi tristeza!

¡Desgárrame como una espada

o táctame como una antena!

Bésame

muérdeme,

incéndiame,

que yo vengo a la tierra

sólo por el naufragio de mis ojos de macho

en el agua infinita de tus ojos de hembra!

 

 

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Canzone del maschio e della femmina!

            

 

Canzone del maschio e della femmina!

Il frutto dei secoli

che spreme il suo succo

nelle nostre vene.

La mia anima che si diffonde nella tua carne distesa

per uscire migliorata da te,

il cuore che si disperde

stirandosi come una pantera,

e la mia vita, sbriciolata, che si annoda

a te come la luce alle stelle!

 

Mi ricevi

come il vento la vela.

 

Ti ricevo

come il solco il seme.

 

Addormentati sui miei dolori

se i miei dolori non ti bruciano,

legati alle mie ali,

forse le mie ali ti porteranno,

dirigi i miei desideri,

forse ti duole la loro lotta.

 

Tu sei l’unica cosa che possiedo

da quando persi la mia tristezza!

Lacerami come una spada

o senti come un’antenna!

Baciami,

mordimi,

incendiami,

che io vengo alla terra

solo per il naufragio dei miei occhi di maschio

nell’acqua infinita dei tuoi occhi di femmina!


Splendori e miserie delle cortigiane

Lucien de Rubempré, poeta caduto in disgrazia presso il bel mondo parigino dopo aver convissuto un anno con l’attricetta Coralie, è stato ricostruito dal cinico e ricco abate Carlos Herrera, che sta intrigando per fargli avere un titolo nobiliare e mira a farlo sposare con una ragazza di famiglia aristocratica, il secondo passo funzionale al primo: è perciò allarmato quando Lucien s’innamora d’una prostituta, Esther, la quale è a sua volta redenta da quell’amore appassionato. Herrera non esita a rinchiudere la giovane in una scuola di monache, ma davanti al dolore di Lucien deve riunirli, pur facendo loro un chiaro discorso: lei vivrà chiusa in una casa privata guardata a vista da due sue dame fidate, lui la potrà vedere soltanto di nascosto. Herrera è disposto a tutto purché Lucien riesca a raggiungere i traguardi che sogna per lui: entrare a corte come ministro. La protezione e l’astuzia dell’abate gli stanno spianando la strada e stanno mettendo a tacere le malelingue che ricordano ancora l’avventura giovanile di Lucien.
Nel frattempo, però, il perfido banchiere ebreo polacco di Nucingen, vecchio spasimante di Esther, deperisce a vista d’occhio da quando lei è scomparsa; disperato, incurante della moglie e della gente, decide addirittura d’assoldare un investigatore privato. Herrera, che ha già speso una fortuna per il suo pupillo e deve pagare dei debiti, medita di vendergli Esther per una cifra enorme; Lucien è completamente in balìa del demone, incapace di ribellarsi alle sue ingannevoli strategie, dal giorno in cui questi l’aveva distolto dal suicidio. In realtà, sotto la tonaca si nasconde l’evaso Jacques Colin, il quale, dopo aver assassinato in Spagna il vero abate Herrera ed averne assunto le sembianze con una rozza plastica facciale fatta da sé dinanzi al cadavere, si ricostruì una vita con i soldi d’una vecchia bigotta che gli aveva confessato, in punto di morte, d’averli ottenuti con un omicidio. Salvato dal suicidio il giovane poeta, ne aveva fatto il proprio strumento, ed ora, con il genio della corruzione ed una rete di fidati servitori, lo spingeva avanti. Rastignac, amante della signora di Nucingen, era l’unico ad aver visto e riconosciuto il potente protettore di Lucien, e ne era rimasto terrorizzato, perché, in passato, Herrera aveva tentato di adescare anche lui. Adesso Lucien era ammaliato dalle gioie della corte e legato a Herrera da cento patti demoniaci; anche se Esther non riesce a capire l’origine di quell’inerte schiavitù, Herrera sa d’averlo completamente in pugno: oltre ad approfittare della disperazione di Nucingen, Herrera sta preparando il terreno anche per un matrimonio fra Lucien e Clotilde de Krandlien, la brutta 27enne secondogenita dei duchi, invaghita dal giovane a dispetto dei pettegolezzi dei salotti, cinicamente e falsamente ricambiata dal giovane. Lucien desidera quanto Herrera questo matrimonio d’interesse, ed Esther si piega per amore a rimanere un’amante prigioniera; ma per convincere i genitori serve un patrimonio, almeno un milione. Intanto Nucingen sta contattando i migliori agenti di Parigi, in particolare La Peyrade, una vecchia spia politica. Le due reti di spionaggio, quella di Herrera e quella di La Peyrade, tramano l’una contro l’altra: Herrera è più furbo, e Peyrade si rende conto d’essere turlupinato dall’ignoto rivale, ne capisce il gioco, ma ne ignora il nome.
Herrera muove con grande abilità le sue pedine: usa i suoi sguatteri per raggirare i ricchi e perversi signori di Parigi, facendo leva sui crimini, le nefandezze, gli oscuri passati tenuti segreti ma a lui noti; manovra i pezzi grossi che gli servono corrompendo e ricattando; d’altronde, le sue vittime non sono migliori di lui: nascondono tutti una miseria morale proporzionale al loro splendore materiale; Herrera ne è soltanto la sublimazione, il genio titanico di quella civiltà malata, ne è lo spirito. Lucien è un’anima fragile e vanesia di poeta e di bello, che sogna l’amore perfetto ma al tempo stesso non vuole perdere gli ambiziosi obiettivi che gli sono a portata di mano, non vuole rinunciare a nessuna delle due cose, benché siano chiaramente incompatibili, ed Herrera lo tiene in pugno sbandierandogliele entrambe sotto il naso, nelle figure di Clotilde e di Esther.
– Asia ed Europa, le due serve messe da Herrera a guardia di Esther, lavorano per bene il barone, ed Esther stessa si presta al raggiro per amore di Lucien; il barone paga ogni cifra, prima per essere introdotto all’amata e poi per saldarne i presunti debiti (in realtà cambiali fasulle fattele firmare da Herrera). Herrera, che aveva fatto di Esther una virtuosa chiudendola in convento, ora la getta di nuovo fra le cortigiane, e lei, pur di non dover rinunciare al suo Lucien, accetta. Il barone è un patetico stupido: per la prima volta in 66 anni s’è innamorato da star male, ed è inerme nelle grinfie dello spietato abate. Nel frattempo sono arrivate al punto cruciale le schermaglie di spionaggio e controspionaggio fra Herrera e Peyrade (spalleggiato da Corentin e Contenson): Peynade ha scoperto la tresca di Herrera ai danni di Nucingen per scucirgli il patrimonio con cui far spossare Clotilde a Lucien, e decide di ricattarlo: ottenuto un secco rifiuto, manda una lettera anonima al duca di Grandlieu, il quale chiude subito le porte del suo palazzo al pretendente ed incarica un’abile spia, neanche a farlo apposta Corentin, di prenotare informazioni sulla vera origine della fortuna di Lucien. Peynade si finge un gentiluomo inglese e diventa l’amante di Suzanne de Val-Noble, amica di Esther, rovinata dai debiti. Ma Herrera gioca allora l’ultima carta: rapisce la pura Lydie, figlia di Peyrade, e manda Asia a dirgli che l’avvierà alla prostituzione e lo ucciderà se Lucien non sposa Clotilde. Corentin esegue, ignaro, il compito assegnatogli dal duca e decreta così la fine del fidanzamento di Lucien: il giorno dopo Lydie viene ritrovata in pietose condizioni, sottoposta per dieci giorni ad ogni genere di sozzura, e Peyrade fa in tempo a rivederla prima di straziare avvelenato. Corentin giura vendetta sul cadavere dell’amico. A far precipitare gli eventi è Esther, che s’è prestata alla commedia ma deve ora andare a letto anche con il lascivo barone; dopo l’orgia si suicida; Europa ed il servo Paccard non resistono alla tentazione e fuggono con il malloppo accumulato da Esther e che Esther aveva lasciato a Lucien. Nucingen avverte la polizia di quello che crede un assassinio a scopo d’estorsione, e la polizia fa arrestare sia Herrera (che tenta la fuga sui tetti ed uccide Contenson) sia Lucien. Herrera ha però fatto in tempo a redigere un falso testamento in cui Esther lascia a Lucien tutti i propri averi (un patrimonio che ha ereditato morta dallo zio) e le potenti amicizie femminili di Lucien intercedono a suo favore.
– Esperto di prigioni e di processi, Herrera dirama ordini dalla cella ed Asia trama dall’esterno. Herrera tiene testa al giudice Cannisot, negando d’essere l’evaso che parecchi testimoni hanno riconosciuto; una lettera scritta da Esther in punto di morte li scagiona dall’accusa d’omicidio, ma Lucien è debole ed in pochi minuti d’interrogatorio compromette tutto, rivelando la vera identità dell’abate; nonostante ciò, Leontine de Seriay, la più accanita delle sue amanti di mezza età, aggredisce Cannusot e riesce a strappargli i verbali firmati degli interrogatori; d’altronde, tutti i magistrati di rango più elevato sono ormai conquisi alla causa del giovane e Cannusot, difendendo con tanto zelo la giustizia, si gioca soltanto la carriera. Intanto, divorato dal rimorso d’aver vilmente tradito il suo benefattore, Lucien s’impicca nella cella, e la contessa de Suray impazzisce di dolore.
– Jacques Colin, alias Vautrin, alias Tromp-le mort, riesce a risollevarsi con le solite armi della corruzione e del ricatto: in cambio delle lettere scritte a Lucien dalle sue potenti amanti chiede ed ottiene di diventare capo della polizia.

Un mondo infame, dove non esiste altra etica al di fuori dell’intrico, un modo d’apparenze splendenti che nasconde un viscido repellente intrico di bassezze.
FONTE

Honoré de Balzac
Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850) è stato uno scrittore francese, considerato fra i maggiori della sua epoca.
Romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Scrittore prolifico, ha elaborato un’opera monumentale – la Commedia umana – ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l’obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea all’autore o, come ha detto più volte l’autore stesso, di “fare concorrenza allo stato civile”.
La veridicità di quest’opera colossale ha portato Friedrich Engels a dichiarare di aver imparato più dal “reazionario” Balzac che da tutti gli economisti.
Di grande influenza (da Flaubert a Zola, fino a Proust e a Giono, tanto per restare in Francia), la sua opera è stata anche utilizzata per moltissimi film e telefilm.

Balzac proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata: il padre Bernard-François Balssa, di origine contadina, aveva raggiunto una posizione di rilievo nell’amministrazione dello Stato, e aveva sposato Anne-Charlotte-Laure Sallambier (quando lui aveva 51 e lei 19 anni, dalla quale ebbe poi quattro figli (Honoré, Laure, Laurence e Henri).
Il primogenito studiò in collegio prima a Vendôme (1807-13) e a Tours (1814), poi a Parigi, dove si trasferì con la famiglia nel 1815, nel quartiere di Marais. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, lavorò come scrivano nello studio notarile di tale Jules Janin, quando a vent’anni scoprì la sua vocazione letteraria. In una mansarda del quartiere dell’Arsenale, al numero 9 della rue Lesdiguières, dal 1821 al 1829, dopo aver tentato la strada del teatro con il dramma in versi Cromwell, scrisse opere di narrativa popolare, ispirandosi a Walter Scott, con gli pseudonimi di Horace de Saint-Aubin, Lord R’hoone (anagramma di Honoré) o Viellerglé. Le sue prime prove artistiche non furono molto apprezzate dalla critica, tanto che Balzac si diede ad altre attività: divenne editore, stampatore e infine comprò una fonderia di caratteri da stampa, ma tutte queste imprese si rivelarono fallimentari, indebitandolo pesantemente. Nel 1822 conobbe Louise-Antoinette-Laure Hinner, una donna matura che gli resterà accanto affettivamente fino alla morte. La presenza della donna ebbe molta influenza sull’autore che venne da lei incoraggiato a continuare a scrivere: nel 1829 pubblicò con il proprio nome il suo primo romanzo (Physiologie du mariage), che gli procurò un certo successo. Tra le tante esperienze amorose con dame dell’aristocrazia, la più importante fu con Évelyne Hanska (1803-82), una contessa polacca conosciuta nel 1833, che ebbe un ruolo importante nella stesura di Eugénie Grandet e che egli sposò nel 1850, tre mesi prima di morire. A partire dal 1830 l’attività letteraria di Balzac divenne frenetica, tanto che in sedici anni scrisse circa novanta romanzi (sulla “Revue de Paris”, sulla “Revue des Deux Mondes”, ma anche in volumi e in tirature sempre più numerose, per non contare i continui racconti, aneddoti, caricature e articoli di critica letteraria). I suoi primi successi di pubblico furono La peau de chagrin (La pelle di zigrino, 1831) e, tre anni più tardi, Le Père Goriot (Papà Goriot, 1834).
Charles Baudelaire chiamò la prosa di Balzac “realisme visionnaire”; pare inoltre che il termine “surréalisme”, coniato anch’esso da Baudelaire, sia stato ispirato a quel particolare punto di vista che caratterizza la produzione di Balzac.
Nel 1842 Balzac decise di organizzare la sua opera monumentale in una specie di gerarchia piramidale con il titolo di La Comédie humaine: alla base di essa c’è il gruppo degli “Studi di costume del XIX secolo” diviso in “Scene delle vita privata”, “Scene della vita di provincia”, “Scene della vita parigina, della politica, della vita militare, della vita di campagna”; poi c’è il gruppo degli “Studi filosofici” ed infine quello progettato ma non realizzato degli “Studi analitici”. Si tratta di un grandioso progetto di analisi della vita sociale e privata nella Francia dell’epoca della monarchia borghese di Luigi Filippo d’Orleans.
Accanito frequentatore di salotti, amante appassionato di diverse nobildonne che soddisfacevano il suo snobismo e il bisogno di partecipare alla vita aristocratica, nonché perseguitato dai creditori per le troppe speculazioni sbagliate, Balzac riuscì a realizzare solo per poco tempo il sogno di ricchezza e d’ascesa sociale grazie al rapporto con la contessa polacca Ewelina Rzewuska (detta più frequentemente Évelyne Hanska), vedova di Waclaw Hanski (1791-1841), da Balzac sposata solo il 14 marzo 1850 (lei ne pubblicherà diversi inediti e nel 1877 la prima raccolta di Oeuvres complètes, in 24 volumi).
Honoré de Balzac infatti morì per una peritonite trasformata in cancrena e venne sepolto, con l’orazione funebre tenuta da Victor Hugo, nel cimitero Père Lachaise. I suoi eccessi nel lavoro, oltre al grande consumo di caffè, sembrano aver contribuito a dissolvere rapidamente la sua salma (tanto che già il giorno dopo la morte, la decomposizione veloce, anche a causa della stagione estiva, impedì di fare il calco in gesso per la maschera mortuaria).
Balzac pensava infatti che ogni individuo ha a disposizione una riserva limitata di energia: vivendo intensamente l’uomo brucia la sua vita. Il suo destino sembra ripetere la concreta e drammatica rappresentazione del contenuto di La pelle di zigrino (1831).
Durante la sua vita aveva viaggiato molto, in Ucraina, Polonia, Germania, Russia, Prussia austriaca, Svizzera e in Italia (che appare spesso nei “racconti filosofici”), soprattutto nella provincia francese e nei dintorni di Parigi, puntualmente ripresi nella sua enorme mole di scritti.

La Comédie humaine

È stata definita “la più grande costruzione letteraria di tutta la storia dell’umanità”, ed è certamente una perfetta rappresentazione di quell’invenzione del XIX secolo che fu il romanzo moderno europeo. Tra tutti i romanzieri francesi il nome di Balzac (con la sua Comédie humaine) è il primo che viene in mente quando si volesse o si dovesse raffigurare il panthéon universale di questa forma di narrazione. È quasi un’associazione automatica che lega l’uomo all’opera e l’opera all’epoca.
Tessuto di ragionamenti interessanti e a volte bizzarri, pervaso da uno spiritualismo fumoso e a tratti come interrotto per proseguire oltre, il suo pensiero corre lungo la penna quasi senza riuscire a seguirne la velocità. Pare che non abbia tempo di riflettere mentre si occupa di costruire e nutrire un mondo che però rappresenta in chiave quasi “sociologica” i posti, i tipi e le persone reali della propria vita.
Così come Gogol’, Balzac è convinto che ciò su cui l’artista non pone il suo sguardo rivela solamente l’aspetto vegetativo della vita, e invece è solo nell’opera d’arte che il reale assume significato.
Complice la pubblicazione a puntate, che impone fidelizzazione del lettore, e comunque il sistema di distribuzione in allegato ai giornali che si andava sperimentando per la prima volta, il romanzo di Balzac ha la tendenza a girare attorno a personaggi forti (come per esempio Goriot, Rastignac, o Eugènie, ormai leggendari), a loro volta circondati da molte comparse che ne amplificano l’energia.
La precisione dei termini, la tessitura delle frasi, la più o meno rara scelta di descrizioni e la ricchezza di parole “enciclopediche”, nonché le molte correzioni mostrano quanto fosse ambizioso e ricercato il progetto che sta dietro al suo lavoro, spesso considerato solo vulcanico e istintivo o biecamente realistico, e invece scoperto dalla critica più recente addirittura come “fantastico” e comunque legato al desiderio di fare moderna “epopea”.
Si dice che descriva l’umanità come la vede, senza consolazioni o incantamenti arbitrari, ma lo slancio stesso della scrittura finisce con il superare la mera realtà.
La Comédie humaine (titolo trovato da Balzac nel 1840) comprende 137 opere che includono 95 romanzi, novelle, saggi realistici, fantastici o filosofici, oltre a racconti e a 25 studi analitici (piano da lui dettagliato nel 1842).


Drummond Carlos de Andrade: Il culo che meraviglia

A bunda, que engraçada

 

A bunda, que engraçada.

Está sempre sorrindo, nunca é trágica.

 

Não lhe importa o que vai

pela frente do corpo. A bunda basta-se.

Existe algo mais? Talvez os seios.

Ora — murmura a bunda — esses garotos

ainda lhes falta muito que estudar.

 

A bunda são duas luas gêmeas

em rotundo meneio. Anda por si

na cadência mimosa, no milagre

de ser duas em uma, plenamente.

 

A bunda se diverte

por conta própria. E ama.

Na cama agita-se. Montanhas

avolumam-se, descem. Ondas batendo

numa praia infinita.

 

Lá vai sorrindo a bunda. Vai feliz

na carícia de ser e balançar

Esferas harmoniosas sobre o caos.

 

A bunda é a bunda

redunda.

 

culo 

 

Il culo, che meraviglia

             

Il culo, che meraviglia.

E’ tutto un sorriso, non é mai tragico.

 

Non gli importa cosa c’é

sul davanti del corpo. Il culo si basta.

Esiste dell’altro? Chissà, forse i seni.

Mah! – sussurra il culo – quei marmocchi

ne hanno ancora di cose da imparare.

 

Il culo sono due lune gemelle

in tondo dondolio. Va da solo

con cadenza elegante, nel miracolo

d’essere due in uno, pienamente.

 

Il culo si diverte

per conto suo. E ama.

A letto si agita. Montagne

s’innalzano, scendono. Onde che battono

su una spiaggia infinita.

 

Eccolo che sorride il culo. E’ felice

nella carezza di essere e ondeggiare.

Sfere armoniose sul caos.

 

Il culo é il culo,

fuori misura.    

 


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Il sesso è la più splendida forma di piacere che Dio abbia regalato agli uomini. Sporcata però, e a volte considerata obbrobriosa, dalla cultura del potere che governa ogni società. Tinto Brass, Elogio del culo, 2006

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JOAN BAEZ ~ Donna Donna


L’ultimo Inquisitore. La storia di Ines, la musa di Goya

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 1

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 2

 

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Spagna, anno 1792 (anno in cui la Rivoluzione francese comincia ad avere ripercussioni al di fuori dei confini dellaFrancia). Francisco Goya è ormai diventato, non solo un importante pittore, ma il pittore ufficiale di corte e pertanto sta dipingendo i ritratti della Regina Maria Luisa di Borbone-Parma. Oltre che dalla famiglia reale, accetta commissioni per ritrarre nel suo studio, tra gli altri, anche l’inquisitore Lorenzo Casamares e Inés Bilbatúa, giovane e bella figlia del ricco mercante Tomás Bilbatúa, che per l’artista rappresenta una sorta di musa ispiratrice. È proprio nella casa del pittore che Lorenzo, mentre posa, vede Inés per la prima volta e chiede notizie di lei.

Nonostante questa sua grande celebrità però, i vertici della Chiesa di Spagna cominciano a preoccuparsi e a vedere con forte sospetto ciò che Goya raffigura nelle sue famose incisioni che si stanno diffondendo da Roma fino al Messico, ritenendole opere malvagie. Padre Lorenzo, di rimando, le difende, sostenendo che si limitano a mostrare il male che c’è nel mondo. Siamo però nei secoli in cui l’Inquisizione spagnola reprime e perseguita con durezza qualsiasi idea e comportamento che ritiene pericolosi per il popolo, per l’ordine costituito e per la Chiesa stessa. Lo stesso frate Lorenzo raccomanda con fervore ai suoi superiori di intensificare l’opera di repressione contro ognuna di tali minacce ed è da essi incaricato di occuparsene con i suoi sottoposti.

Avviene così che Inés, venendo vista da un inquisitore rifiutare di mangiare della carne di maiale in una taverna, è portata al cospetto dell’Inquisizione spagnola e proditoriamente accusata di praticare segretamente il giudaismo: inizialmente la giovane nega, ma poi, inflittale più volte l’atroce tortura detta della corda (detta in gergo anche la strappata o strappado[2]), ammette ciò di cui viene incolpata, nonostante l’evidente falsità dell’accusa, nella speranza di potersi discolpare al processo. Il padre, non vedendola tornare a casa, con l’intercessione di Goya, cerca di conoscerne le sorti tramite fratello Lorenzo, che le reca visita in carcere e, con la scusa di confortarla e darle aiuto, approfitta di lei mentre è legata in catene. Una sera il frate si reca a cena con Goya presso la famiglia Bilbatúa per assicurarli che ha visto Inés la quale ha detto di amarli tutti. Durante la loro conversazione a tavola, il genitore cerca di capire meglio ciò che è toccato alla figlia e venendo a sapere che è stata imprigionata, dopo aver confessato sotto tortura di essere una cripto-giudea (effettivamente esistevano lontani avi di origine ebraiche convertiti, i cosiddetti conversos o marrani, ma solo il padre e nessun altro era a conoscenza di questo in famiglia), con l’aiuto di Goya cerca di far comprendere a Lorenzo come, sotto tortura, sia possibile carpire la confessione di qualsiasi colpa e assurdità. Il prelato però difende l’assoluta veridicità di tali metodi, sostenendo che se gli accusati fossero veramente innocenti e credenti, Dio darebbe loro la forza di resistere ad ogni dolore e di negare ogni falsa accusa, quindi chi cede e confessa deve essere colpevole. Di fronte a tali affermazioni, il mercante spazientito, scrive una lettera in cui si dichiara di non essere un uomo bensì il figlio bastardo di uno scimpanzé e un orangutan e la sottopone da sottoscrivere a Lorenzo. Finché non l’avrà firmata gli sarà impedito di lasciare quella casa. All’ennesimo rifiuto, con l’aiuto dei figli e della servitù, nonostante gli inutili inviti di Goya alla calma, Tomás Bilbatúa decide di costringere il religioso a sottoporsi alla corda, la stessa dolorosissima tortura praticata sulla figlia, appendendolo al lampadario: Lorenzo, piegato dal dolore, accetta di firmare quell’assurdità come sua confessione e, sotto la minaccia di vedere reso pubblico il documento che ha appena sottoscritto, accetta il perentorio ordine del genitore (che gli consegna anche un grosso quantitativo d’oro per perorare con più forza la causa) affinché faccia di tutto per liberare Inés. Nonostante vari tentativi presso i suoi superiori, anche tramite le generose donazioni, il religioso non riesce però a convincere i cardinali dell’Inquisizione spagnola, certi della verità di ciò che la ragazza aveva confessato. Il documento compromettente viene, come era stato minacciato, consegnato a re Carlo IV e frate Lorenzo, macchiatosi di infamia, viene espulso mentre il suo ritratto viene confiscato e bruciato sulla pubblica piazza. Lorenzo quindi scappa facendo perdere ogni traccia di sé.

Passano quindici anni, Goya, che nel frattempo ha perso l’udito, prosegue il suo lavoro di pittore e ritrattista alla corte del re spagnolo, mentre Inés viene lasciata rinchiusa a deperire nelle segrete di un convento, senza aver mai subito quel processo che le era stato promesso.

È il 1808, Napoleone Bonaparte invade la Spagna, dichiara abolito il processo inquisitorio e pone in libertà tutte le persone imprigionate per volere della Chiesa. Inés è finalmente scarcerata, ma il suo fisico è profondamente provato e sfigurato dai lunghi anni di prigionia e la sua mente è sconvolta ai limiti della pazzia. Tra la confusione, le razzie e le violenze portate dal passaggio delle soldataglie napoleoniche, Inés raggiunge, lacera e sporca, la casa paterna e scopre che tutti i membri della sua famiglia sono stati uccisi durante il saccheggio della città. L’unica persona che può aiutarla ora è Goya. Riconosciuta a fatica ed ospitata nella sua casa, Inés confessa al pittore di aver partorito una bambina, poi subito sottrattale, durante la sua lunga e terribile prigionia ed afferma che il padre della bimba è frate Lorenzo che aveva approfittato di lei, ma di cui ella appare anche molto innamorata. Nel frattempo, al seguito dell’esercito napoleonico, ricompare proprio Lorenzo, completamente cambiato. Ha vissuto in Francia durante l’esilio, ha sposato una donna francese, ha avuto da lei tre figli e, dopo aver letto i libri di quei pensatori Illuministi che avversava quando era un inquisitore, ha deciso di sposarne e diffonderne gli ideali, diventando così il procuratore capo del governo francese in terra spagnola e nemico acerrimo della stessa Chiesa di cui lui aveva fatto parte ma che ora considera un’istituzione conservatrice e retrograda (nonostante Lorenzo sia un personaggio di fantasia, la sua biografia richiama per alcuni versi la figura storica di Juan Antonio Llorente). È così che, con la stessa intransigenza e inflessibilità di quando apparteneva all’Inquisizione, processa e fa condannare a morte il cardinale a capo del Sant’Uffizio in Spagna.

Nel frattempo rivede il vecchio amico Goya da cui apprende che Inés è ancora viva ed ha avuto una bambina da lui. Lorenzo promette a Goya che si prenderà cura della giovane donna, ma non accetta di ammettere la compromettente possibilità di avere una figlia illegittima, considerando tutto ciò come la pura invenzione di una mente devastata da anni di prigionia. In realtà la figlia esiste, Lorenzo stesso ne ha la conferma dopo aver interrogato il cardinale del Sant’Uffizio, trattenuto nelle prigioni in attesa dell’esecuzione della sua condanna. Si viene a sapere dalle suore dell’orfanotrofio in cui è stata allevata, che è stata chiamata Alicia, che ne è fuggita e una volta diventata adulta, per sopravvivere, ha iniziato a prostituirsi nei bordelli e nei parchi della città. Goya riesce a trovare Alicia (interpretata dalla stessa Natalie Portman, che nel film è anche Inés) in un parco e si accorge che il suo aspetto è incredibilmente identico a quello della madre da giovane. Pertanto parla a Lorenzo perché possa far sì che Inés riesca finalmente a ricongiungersi con lei. In realtà Lorenzo fa rinchiudere Inés in un manicomio e si reca ad incontrare Alicia sotto mentite spoglie per indurla a lasciare la Spagna per gli Stati Uniti; la ragazza fugge da lui ritenendolo un malintenzionato. Goya, deciso a far incontrare le due donne, riesce però a prelevare Inés dal manicomio e la porta in una taverna dove sa che lavora la figlia. Il pittore si presenta alla giovane mentre ella sta accudendo la neonata di un’altra prostituta, e cerca di invitarla a conoscere la madre, che sta aspettando fuori dalla taverna. Improvvisamente, però, viene interrotto da alcuni soldati francesi, mandati da Lorenzo, che irrompono nel locale e catturano tutte le prostitute, affinché possano essere portate in Portogallo per poi essere imbarcate alla volta dell’America. Poco prima di venire arrestata Alicia riesce però a mettere la neonata al sicuro, celandola sotto un tavolo e quando Inés entra nella taverna ormai svuotata, la trova; convinta, nel delirio della sua pazzia, che sia quella figlia che le era stata strappata in prigione e che doveva incontrare, la raccoglie e la porta con sé.

Nel frattempo l’esercito britannico è sbarcato in Portogallo e in Spagna è iniziata la controrivoluzione, avversa all’occupazione francese. Appresa la notizia dello sbarco inglese e conscio dell’approssimarsi sia della fine del governo napoleonico in terra spagnola che della restaurazione dell’Ancien Régime, Lorenzo decide di fuggire con la sua famiglia, ma viene catturato mentre percorre la via per raggiungere la Francia. Processato, viene condannato a morte dagli stessi inquisitori che aveva fatto arrestare. Lorenzo, in preda al tormento e al fallimento della propria vita, decide di non fare professione di pubblico pentimento, di non abiurare i suoi nuovi ideali per poter così tornare in seno alla Chiesa ed accetta, di conseguenza, di salire sul patibolo. Viene pubblicamente ucciso dal boia con la garrota sotto gli occhi di Inés, che, ormai in preda alla follia, grida tra la folla il suo nome e, negli istanti che precedono l’esecuzione, gli mostra la neonata che tiene in braccio issandola come se fosse loro figlia. Inaspettatamente, anche Alicia è presente, salvata dalla deportazione da un ufficiale britannico, a cui sembra essersi fidanzata, e assiste dall’alto di un balcone di un palazzo. Il cadavere dell’uomo viene portato via adagiato su un carretto, alcuni bambini saltano e cantano intorno al suo corpo esanime e con la testa penzolante, mentre Inés, con in braccio la bambina e sorridendo al suo amato, gli tiene e gli bacia la mano, seguita amorevolmente da Goya che, poco lontano, la chiama.

USCITA CINEMA: 13/04/2007
GENERE: Drammatico
REGIA: Milos Forman
SCENEGGIATURA: Milos Forman, Jean-Claude Carrière
ATTORI:
Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgård, Randy Quaid, Blanca Portillo, Michael Lonsdale, José Luis Gómez, Mabel Rivera, Cayetano Martínez De Irujo, Craig Stevenson, Aurélia Thiérrée, Fernando Tielve, Antonio Bellido, Unax Ugalde

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Javier Aguirresarobe
MONTAGGIO: Adam Boome
MUSICHE: José Nieto (II), Varhan Bauer
PRODUZIONE: Kanzaman, Saul Zaentz Company, Xuxa Producciones
DISTRIBUZIONE: Medusa Film
PAESE: Spagna 2006
DURATA: 117 Min
FORMATO: Colore


Auguri Renatino!!!!!!!


Joan Baez – Don’t cry for me, Argentina


Stéphane Mallarmé – Prosa dei folli

Pros des Focus

Du “Mysticis Umbraculis”

 

Elle dormait: son doigt tremblait, sans améthyste

Et nu, sous sa chemise: après un soupir triste,

Il s’arrêta, levant au nombril la batiste.

 

Et son ventre, sembla de la neige où serait,

Cependant qu’un rayon redore la forêt,

Tombé le nid moussu d’un gai chardonneret.

 

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Prosa dei folli

Da “Mysticis Umbraculis”

 

Ella dormiva : il suo dito tremava, senza ametista

e nudo, sotto la sua camicia, dopo un sospiro triste

si fermò, alzando all’ombelico la batista.

 

E il suo ventre sembrò neve dove fosse,

mentre un raggio indora la foresta,

caduto il nido muschioso di un gaio cardellino.


Francesco Petrarca. Desiderio della bellezza femminile del corpo ed il senso di colpa

L’amore di Petrarca per Laura evidenzia un comportamento caratterizzato da alti e bassi, in cui gli alti sono dovuti al comportamento da dama di corte, della bella, che frena questi acuti mostrandosi ritrosa quando gli eccessi del poeta rischiano di influire negativamente sulla sua vita familiare.

Il conflitto tra anima e corpo

Il contrasto tra anima e corpo si complica in un vero e più moderno conflitto interiore tra il desiderio della bellezza del corpo femminile e il senso di colpa. Lo splendore di Laura turba i sensi del poeta e nello stesso tempo il sentimento del peccato e della fragilità è motivo di tormento. Mentre nella poesia stilnovistica, e soprattutto in Dante, l’amore viene sublimato in una dimensione spirituale, quasi depurato dalla contaminazione con il corpo a vantaggio delle esigenze dell’anima, in Petrarca non è più possibile conciliare questi due termini subordinando l’uno all’altro. L’anima e il corpo hanno forza e diritti uguali e convivono nella coscienza del poeta sia pur con voci contrastanti (Francesco e Agostino). Da qui l’esperienza del” doppio uomo” che rende contraddittoria la sua vita interiore. Anche dopo la morte di Laura, Petrarca non arriverà mai al disprezzo per il corpo e quindi ad aderire ad una visione ascetica: il corpo viene apprezzato sempre nella sua bellezza anche dopo la morte.
La principale ragione di interesse e di modernità di quest’opera sta proprio nel suo carattere aperto e problematico. Nel Medioevo, il motivo dello smarrimento trova sempre una risoluzione finale che prevede un ritorno nella logica della virtù e dell’obbedienza alla legge divina. Qui invece permane sino alla fine una sorta di conflittualità interna che sembra ribadire l’incapacità di operare una scelta decisiva.
Nel Secretum si può individuare l’ambiguità petrarchesca Il tema è l’ambiguo amore di Francesco per Laura, cioè la sua consapevole attrazione per un corpo, mascherata da ragioni ideali e spirituali. Il dialogo tra Franciscus e Augustinus, svolto alla muta presenza della Verità, è la lucida analisi del Petrarca.

CXXXIV, Pace non trovo, et non ò da far guerra
Pace non trovo, et non ò da far guerra; e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio; et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra; et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra, né per suo mi riten né scioglie il laccio; et non m’ancide Amore, et non mi sferra, né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido; et bramo di perir, et cheggio aita; et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido; egualmente mi spiace morte et vita: in questo stato son, donna, per voi.

La rappresentazione di Laura

Nelle donne dello Stilnovo predominano le qualità morali su quelle fisiche: il loro carattere è di essere splendenti come il sole. Il loro saluto è salute dell’anima. Nel Canzoniere è il corpo di Laura che avvicina il poeta; la sua virtù lo allontana, lo separa irrimediabilmente dalla donna amata, è fonte di tormento. Ma senza l’onestà di Laura, l’abbandono alla passione avrebbe significato perdizione. L’amore per Laura vive tutto dentro la contraddizione tra anima e corpo, tra senso di colpa e bisogno di redenzione. Proprio per questo Laura sottende una concretezza fisica che manca alle donne dello Stilnovo, pur conservando alcuni tratti della convenzionalità stilnovistica: la soavità e la grazia leggera della donna-angelo. Un ritratto compiuto di Laura non si trova nel Canzoniere. Il poeta rappresenta solo i particolari della sua bellezza, la cui idealizzazione non è mai ridotta ad allegoria, ma tradisce uno sguardo voluttuoso. Anche Laura risponde al modello estetico della donna medievale: gli occhi sono belli («vago lume»), i capelli biondi («vago e biondo capel»), il riso dolce («come dolce parla e dolce ride»), il viso bello, gli «atti soavi»: la bellezza è associata allo splendore, è «vivo sole», è luce che abbaglia, oppure è «aspra e superba», la «fera che mi strugge», «pastorella alpestra e cruda».
La donna comincia tuttavia a muoversi nella natura e nel tempo, si anima in una varietà di stati d’animo. Laura ora alza il velo per coprirsi dagli sguardi del poeta, ora invece il suo viso pare «di pietosi color farsi». Non è sempre la stessa. Passano gli anni e la bellezza non splende più come in gioventù negli «occhi ch’or ne son sì scarsi». L’invecchiamento introduce una dimensione nuova, inconciliabile con lo stilnovismo: la bellezza di Laura è fisica, caduca, perciò fonte di un’attrazione e di una passione puramente terrene. Anche il topos stilnovista dei capelli biondi è reinventato nel movimento delle chiome sparse al vento, che, mentre recupera l’immagine classica di Venere, colloca la figura della donna nella natura, conferendole mutevolezza e vitalità e consegna all’arte rinascimentale un modello femminile destinato a larga fortuna.
Il corpo di Laura è al centro della canzone «Chiare, fresche et dolci acque». Il poeta ne rappresenta solo i particolari fisici – le «belle membra», il «bel fianco», I’«angelico seno», il «grembo», le trecce bionde – e li mette in rapporto con i particolari della natura: le acque, il tronco, l’erba e i fiori, l’aria serena. È stabilita così una corrispondenza, quasi uno scambio di vita, tra le cose e le parti del corpo, tanto che alla fine della canzone il poeta trova nel paesaggio quasi un oggetto sostitutivo della donna: «Da indi in qua mi piace / quest’herba sì, ch’altrove non ò pace». Il corpo vivo e splendente di Laura è messo in rapporto con il corpo morto del poeta, che immagina, almeno dopo la morte, di divenire oggetto d’amore per la donna: «volga la vista disiosa e lieta, / cercandomi» e «già terra infra le pietre / vedendo, Amor l’ispiri / in guisa che sospiri / sì dolcemente». Anche nella forma così sublimata di questa canzone il rapporto d’amore si configura come rapporto tra corpi.
L’amore per Laura è passione, desiderio sensuale della bellezza fisica e terrena. Laura riempie il poeta di «desire», essa è «sommo piacer vivo»; perciò la lontananza è così angosciosa. Nella canzone «Di pensier in pensier, di monte in monte» né il ricordo, né la natura possono confortare il poeta per l’assenza del «bel viso», «che sempre m’è sì presso et sì lontano». La figura di Laura assente non trova qui oggetti sostitutivi, è una presenza mentale ossessiva che si manifesta nella disseminazione delle parvenze della donna nella natura: «et pur nel primo sasso / disegno con la mente il suo bel viso», «l’ I’ò più volte […] nell’acqua chiara et sopra l’erba verde /veduta viva, et nel troncon d’un faggio». Pure parvenze che «quando il vero sgombra / quel dolce error» lasciano il poeta nella disperazione.
Dopo la morte di Laura il fantasma del suo corpo continua ad attrarre il poeta. Anche se ha lasciato sulla terra la terrena scorza ed è ora anima felice, la donna deve continuamente consolare il poeta per la perdita del proprio corpo, «quel che tanto amasti / e là giuso è rimaso, il mio bel velo» (cfr. CCCII, Levommi il mio penser in parte ov”era). AI poeta che piange per «i capei biondi,
l’aureo nodo… ch’ancor lo distringe» Laura invano ricorda la vanità della sua veste terrena: «Quel che tu cerchi è terra, già molt’anni». Laura, pur «ignudo spirito», assume in sogno i gesti concreti della madre, si siede sulla sponda del letto, asciuga le lacrime; il poeta ne riconosce la presenza «a l’andar, a la voce, al volto, a’ panni».
Gli attributi di Laura restano tuttavia sempre indeterminati: «bel viso», «bella», «viva». Così come nella canzone «Chiare, fresche et dolci acque» la sua figura è disarticolata in particolari fisici generici sublimati in un paesaggio idillico e stilizzato. Quanto più l’allusione alla natura terrena e sensuale dell’amore si fa diretta e stringente, tanto più il corpo di Laura viene rimosso e negato nella sua realtà materiale. Il poeta rappresenta gli effetti del desiderio, della voluttà, della passione che la presenza corporea della donna provoca nel proprio animo. Laura è anch’essa trasformata in immagine simbolica, in archetipo: non è una donna, ma la donna. Un archetipo tuttavia diverso da Beatrice. Essa richiama continuamente la bellezza e il fascino della creatura terrena, è un termine della scissione interiore che travaglia il poeta. Bellezza terrena che nemmeno la rappresentazione della morte mette in discussione. L’incontro di Laura con la Morte nel Trionfo della morte è improntato al senso classico e umanistico di rispetto della dignità del corpo: la morte è indolore, non scompone la serenità e la bellezza del corpo di Laura, tanto che perfino la morte «bella parea nel suo bel viso». La contemplazione estetica prevale sulla meditazione mistico-religiosa. È questo il segno più evidente della ribellione di Francesco a un’immaginazione macabra della morte, e quindi il segno del distacco, sia pure contrastato, dalla concezione medievale della vita e della morte.


Jane Birkin – Je t’aime moi non plus – 1969


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L’uomo, giunto al termine della civilizzazione, dovrà ritornare alla nudità: non alla nudità inconsapevole del selvaggio, ma a quella conscia e riconosciuta dell’uomo maturo, il cui corpo sarà l’espressione armoniosa della sua vita spirituale. Isadora Duncan, Lettere dalla danza, 1928 (postumo)

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Tinto Brass. Così fan tutte

Goditi “Così fan tutte” on line

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GENERE: Erotico
REGIA: Tinto Brass
SCENEGGIATURA: Tinto Brass, Francesco Costa, Bernardino Zapponi
ATTORI:
Claudia Koll, Paolo Lanza, Franco Branciaroli, Ornella Marcucci, Maurizio Martinoli, Rossana Di Pierro, Isabella Deiana, Lucia Lucchesino, Renzo Rinaldi,Pierangela Vallerino, Marco Marciani, Jean Rene’ Le Moine, Luciana Cireni

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Massimo Di Venanzo, Silvano Ippoliti
MONTAGGIO: Tinto Brass
MUSICHE: Pino Donaggio
PRODUZIONE: ACHILLE MANZOTTI E GIOVANNI BERTOLUCCI PER SAN FRANCISCO FILM, FASO FILM
DISTRIBUZIONE: ARTISTI ASSOCIATI – MANZOTTI HOME VIDEO, BMG VIDEO (PARADE)
PAESE: Italia 1991
DURATA: 120 Min
FORMATO: Colore
VISTO CENSURA: 18

Dice un grande filosofo e sociologo, di nome Herbert Marcuse: ‘la differenza tra erotismo e pornografia è la differenza tra sesso celebratorio e sesso masturbativo’. Tinto Brass, è il più conosciuto tra i registi erotici della nostra Penisola. Dopo una serie di commedie incentrate sulla satira antiborghese, il Tinto nazionale, si dedicò e ancora oggi continua a farlo, alla scoperta del corpo femminile, in tutti i suoi sensi possibili. Dopo il successo(e lo scalpore) de ‘La chiave’, ad oggi il suo miglior film, i due mezzi fallimenti in ‘Capriccio’ e ‘Miranda’, e dopo il divertente ‘Paprika’, Brass rilegge in chiave erotica e moderna l’opera di Wolfgang Amadeus Mozart, ‘Così fan tutte’. Claudia Koll(che prima di diventare fan della Chiesa Cattolica, diveniva grazie a questa pellicola, discretamente famosa), è felicemente sposata con un uomo che la ama e la rispetta. Ma ciò non può bastare a soddisfare i suoi impulsi sessuale, e la donna si sente oppressa da questo desiderio incessante, finchè non trova il modo di soddisfarlo senza nemmeno sentirsi in colpa nei confronti del marito: lo cornifica e poi gli racconta le sue scappatella, ma lo fa, facendo credere a questo che ciò che gli racconta siano solo fantasie e che non sia mai successo nulla. Ma quando il marito, scoperti alcuni lividi sul corpo della Koll, si convince che lei lo tradisce non esita a lasciarla per un periodo di tempo. Salvo poi tornare sui suoi passi. Tra i film meglio riusciti del regista veneto, ‘Così fan tutte’ è un divertente e divertito carosello di abitudini sessuali più o meno ‘sane’, vero e proprio inno al lasciarsi possedere dai propri desideri e dai propri impulsi. A differenza di altre pellicole dell’autore, molto più volgari e meno riuscite, questo film si mantiene ancora dalle parti dell’erotismo, senza andare a parere in zone ben più scabrose. Intendiamoci, il film non è che sia quel gran capolavoro. Ma a suo modo, è diventato un cult del genere e un punto di partenza ideale nella filmografia di Brass. L’occhio di Tinto si sofferma sulle grazie dell’attrice, la scruta, la spia, con il solito fare da voyeur che contraddistingue da sempre la macchina da presa del regista. Non manca un pizzico di critica all’istituzione del matrimonio, colpevole di aver negato a livello erotico, la possibilità di essere completamente soddisfatti. Solo grazie alla trasgressione, l’essere umano sente di aver appagato un proprio desiderio, in ogni modo possibile e immaginabile. Ed ecco qui che la protagonista prova diverse strade, dall’auto-erotismo, al sesso tradizionale, al sadomaso. Importante come sempre nel cinema di Tinto Brass è l’uso della musica e dei colori. Qui non c’è l’esplosione che c’è in altre pellicole, ma comunque la colonna sonora ben si adatta e i colori risaltano allo sguardo attento, come sgargianti e in un certo senso provocatorio. Ed è proprio la provocazione ciò su cui si basa ‘Così fan tutte’. Siamo nel 1992, ancora il sesso è un argomento tabù, e un film del genere diventa una gran cosa per i puritani, e un insulto per i moralisti e i bigotti. E figuriamoci per le femministe, poiché il film(ma c’è da dire che lo faceva anche l’opera di Mozart), non dà un’immagine della donna, come dire, che fa onore. Una provocazione ben riuscita, visto che a distanza di tempo ancora il film viene ricordato come una delle commedie erotiche più riuscite dell’autore e anche della storia di questo tipo di cinema in Italia. Da qui in poi, Brass, salvo alcuni spiragli di luce, comincerà una fase discendente ancora, purtroppo, non conclusa.


Ana Rossetti: Dei pubi angelici

De los pubis angélicos

 (A mi adorada Bibì Andersen)

 

Divagar

por la doble avenida de tus piernas,

recorrer la ardiente miel pulida,

demorarme, y en el promiscuo borde,

donde el enigma embosca su portento,

contenerme.

El dedo titubea, no se atreve,

la tan frágil censura traspasando

-adherido triángulo que el elástico alisaa

saber qué le aguarda. A comprobar, por fin, el sexo de los àngeles.

 

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Dei pubi angelici

 (Alla mia adorata Bibì Andersen)

 

Divagare

per il doppio corso delle tue gambe,

percorrere l’ardente miele pulito,

soffermarmi, e nel promiscuo bordo,

dove l’enigma nasconde il suo portento,

contenermi.

Il dito esita, non si azzarda,

la così fragile censura trapassando

– aderito triangolo che l’elastico liscia –

sapendo cosa lo aspetta.

Comprovando, infine, il sesso degli angeli.


Milva – Lili Marleen (1990)

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I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori. [Corrado Augias]

Lo scaffale iridato

libri


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La stupidita’ e’ spesso ornamento della bellezza; e’ la stupidita’ quella che da’ agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali. Baudelaire

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La femminilità tra metafora, imposizione e scelta

Parto da una constatazione evidente: le donne sono state escluse per secoli dalla polis, ma lo stesso non si può dire della “femminilità”, della costruzione sociale e culturale del “genere” femminile, della rappresentazione che l’uomo, unico protagonista della storia, ha dato all’altro sesso, delle norme, dei ruoli, che nel corso della sua civiltà ha imposto per controllarne il destino e piegarlo a proprio vantaggio. Le donne si sono trovate così al centro di una contraddizione difficile da affrontare e modificare: la loro esaltazione immaginativa e la loro insignificanza storica.

E’ questa la lucida intuizione di Virginia Woolf, all’inizio del ‘900, e la consapevolezza su cui nasce il femminismo degli anni ’70. Se siamo qui, ancora oggi, a interrogarci sul rapporto tra il “femminile” e le donne reali è perché le donne hanno subito una doppia espropriazione: identificate col corpo -e quindi non riconosciute come “persone”-, un corpo a cui l’uomo ha dato forma e nomi secondo le sue paure e i suoi desideri.

Si può passare la vita senza percepire altro che questo tessuto di immagini ricevute, stratificate e intrecciate a percezioni dirette ma oscure” (Rossana Rossanda, in “Lapis”, n.8,giugno 1990)

Mi sembrava di non donare nulla se non il mio corpo a cui essi davano pensieri a cui essi prestavano immagini io l’avevo capito che essi volevano solo dialogare con se stessi o con un’altra inventata da loro stessi ché non inquietasse ché non proponesse una lettura diversa della vita e con cui dovessero confrontare io loro stesso ruolo” (Agnese Seranis, Smarrirsi in pensieri lunari, Graus editore, Napoli 2007)

Il femminile come metofora e simbolo Nell’uso metaforico e simbolico che ne è stato fatto, il femminile oscilla tra poli opposti, identificato ora con la natura -la materia, l’animalità-, ora con il sogno di una dimensione di purezza transumana, come se nella donna l’uomo avesse visto la sua dannazione e insieme la sua salvezza. Mi limito ad alcuni esempi. Il femminile è stato associato al sacro e alla guerra, vista come “lo stato naturale del maschi”: la guerra darebbe all’uomo l’altruismo e la bellezza morale della maternità, la libertà dai pesi sociali e il ritorno alle leggi semplici e brutali della natura; la voluttà del sangue richiama la voluttà dell’amore; come il parto essa sarebbe dolorosa e feconda, rigeneratrice. (Roger Caillois, La vertigine della guerra, Edizioni Lavoro, Roma 1990) Su un altro versante,invece, è considerato la fonte dell’ispirazione poetica: “un rigo immaginario” – per usare una immagine di Antonio Prete- a partire dal quale sale e discende l’intonazione dei versi, bianco spazio che accerchia le parole e ne misura il tempo” Il femminile è anche simbolo della nazione, della patria, dell’appartenenza etnica, anche se la patria è in realtà una “matria”, un volto d’uomo su un corpo femminile, chiamato a dare l’unità organica e la sicurezza della riproduzione. Il genocidio di un popolo è spesso femminilizzato: nella donna viene colpita la sua continuità. Lo stesso si può dire per lo stupro etnico: le donne sono depositarie dell’onore e del disonore famigliare e nazionale. Se le immagini del femminile sono molteplici, come si può vedere dai libri d’arte e dalla letteratura, tuttavia si può dire che gravitano essenzialmente su due stereotipi: quella che rimanda alla radice materiale dell’umano e alle pulsioni naturali, viste come colpa, peccato, o come forza rigeneratrice, e quella che dovrebbe sostenere l’uomo nel suo bisogno di spiritualizzarsi. La metafora del parto e dell’amore è presente sia quando si parla di pulsioni viscerali violente, come nel caso della guerra, sia quando si tratta della creatività del pensiero (la fecondità dell’anima, il filosofo come amante del pensiero).

In questa oscillazione immaginaria tra terra e cielo, ritorno agli istinti primordiali ed elevazione morale, che viene proiettata sulla donna, si può leggere il dilemma del dualismo che ha tenuto finora l’uomo diviso in se stesso –tra corpo e pensiero-, e che è frutto a sua volta della differenziazione violenta che ha lasciato la donna a rappresentare l’origine materiale dell’umano e l’uomo la storia. Il femminile, come fantasma dei desideri e delle paure dell’uomo, divenuto costruzione storica e culturale dell’identità e del ruolo della donna, se ha potuto impedire alle donne una percezione più reale del loro essere, è perché non è stato solo un’imposizione dall’esterno, ma una rappresentazione del mondo che le donne hanno interiorizzato, incorporato -“aprioristicamente ammessa”, come dice Sibilla Aleramo-, e che ha bisogno perciò di essere “portata alla coscienza”. Si è donne, ma è come se si dovesse sempre scoprirlo. Ciò significa che siamo di fronte a una costruzione storica di “genere” che si è naturalizzata. Il femminismo degli anni ’70 comincia, non a caso, con la messa in discussione della “femminilità” : presa di coscienza di che cosa è stato il corpo femminile nello sguardo dell’uomo, dell’espropriazione di esistenza propria chele donne hanno subìto nel momento in cui sono state confinate nel ruolo di mogli e di madri. “L’uomo greco –ha scritto Genevève Fraisse- esclude le donne reali mentre si appropria del femminile” (La differenza tra i sessi, Bollati Boringhieri 1996). Il femminile si costruisce dunque nello sguardo dell’uomo, in relazione e in funzione dell’uomo: in relazione, in quanto è l’uomo che pone se stesso come “misura”, “norma”, come umano in senso pieno (corpo e pensiero) e dice in che cosa l’altro sesso “differisce”, di che cosa “manca”; in funzione, perché il femminile prende senso ed esistenza solo nella dedizione all’altro, nel garantire il bene dell’altro. Come scrive Otto Weininger in Sesso e carattere, un testo del primo ‘900 che riprende posizioni sessiste e razziste presenti nella cultura occidentale, greca e cristiana, “la donna è un mezzo per uno scopo”. Il dualismo –corpo e pensiero, biologia e storia, sentimenti e ragione- è una lacerazione che l’uomo trova in se stesso e che è tentato di spostare sulla donna, ma che cercherà di riportare nuovamente su di sé, optando per l’uno o l’altro aspetto del femminile (animalità o spiritualità) o per la ricomposizione dei poli opposti. L’uomo creatore di se stesso (Zarathustra) di Nietzsche è portatore di una “saggezza gravida”, e il sole che si è appena nutrito del respiro caldo del mare, la madre che va a ricongiungersi al figlio. “Nel differenziarsi dal sesso-natura, o nel riportare a sé la potenza naturale del femminile – commenta G.Fraisse-, la filosofia lascia poco spazio alle donne (…) La metafora del femminile viene a spostare la ‘virilità’ del Logos occidentale”. La tendenza a femminilizzarsi (“divenire donna”) interessa oggi la maggior parte degli orientamenti filosofici, ma anche la politica ( nel suo “personalizzarsi” e “privatizzarsi”), l’economia, le tecnologie della comunicazione, l’industria dello spettacolo, le leggi del mercato. E’ proprio il protagonismo che è andato assumendo il femminile, e tutto ciò che con esso è stato identificato, a rivelare sia la sua appartenenza all’immaginario dell’uomo, sia l’effetto di messa in ombra che produce rispetto alle donne reali. Pur essendo oggi molto più presenti nella vita pubblica di quanto non fossero al tempo di Virginia Woolf, le donne restano ancora marginali, insignificanti dal punto di vista del governo della società, assenti dai luoghi decisionali. Il venir meno dei confini tra privato e pubblico ha portato a una contaminazione, o a un amalgama tra due poli tradizionalmente opposti: natura e cultura, sentimenti e ragione, e quindi anche femminile e maschile. La “femminilità” –emozioni, affetti, seduzione, doti materne, capacità di ascolto e di mediazione, ecc.- diventa una “risorsa” per un sistema patriarcale e capitalistico in crisi. Il potere politico stesso, nel momento in cui si personalizza e porta allo scoperto vizi e virtù private, come nel caso del Presidente del Consiglio, diventa “femmineo”.

Femminile e donne reali: imposizione o scelta? A questo punto si pongono spontanee alcune domande: che femminile è quello che vediamo oggi in scena? I corpi femminili che invadono i media sono corpi liberati o corpi prostituiti? Ma, soprattutto, che rapporto c’è tra questa “femminilità” esaltata come risorsa, “valore aggiunto”, e le donne reali?

Da quello che emerge da un osservatorio sempre più attento alla rappresentazione mediatica del femminile -ricerche, pubblicazioni, articoli di giornale-, ma anche semplicemente da ciò che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, non c’è dubbio che c’è un ritorno in forza degli stereotipi di genere, in particolare della rappresentazione della donna come corpo erotico e corpo che genera, cioè la seduzione e la maternità. La madre e la prostituta sono i due volti di quella che la cultura occidentale, classica e cristiana, ha considerato la “natura” della donna, è cioè la sessualità.

E’ nell’essenza e nella psicologia della donna il desiderio -dice Weininger- di “accoppiarsi”, sia a fini procreativi che erotici. Nel momento in cui è la società stessa a fare propria la “cultura del coito”, l’esaltazione e la mercificazione della sessualità, prevale anche nella donna “la volontà di passare dalla maternità alla prostituzione”.

Dal documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, e dalla ampia, meticolosa descrittiva che fa Loredana Lipperini, nel suo libro Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli 2007) di quello che passa nei blog, nei videogiochi, nei forum, nei libri di testo, nelle riviste femminili, nella pubblicità, oltre che in televisione, emerge con chiarezza che il messaggio dominante è quello che spinge le femmine fin da bambine, preadolescenti, a volgere la loro attenzione all’aspetto fisico, alla bellezza, e cioè in ultima analisi al corpo. La cultura popolare è impregnata da un immaginario che riporta in auge i due stereotipi di “genere” più duraturi: la seduttrice e la madre.

“Stiamo allevando una generazione di baby-prostitute che vestono come lolite?”, si chiede Lipperini. Le donne sono spinte a ottenere potere col potere del loro corpo, dal momento che finora non hanno posseduto altro. La carta vincente per il successo, per una carriera o per un matrimonio diventa la bellezza fisica, il corpo come scorciatoia per un riconoscimento sociale (quello che per l’emancipazionismo è stata invece la maternità sociale). Weininger parla della modernità come della “emancipazione delle prostitute”. Uno sguardo alla televisione e alla pubblicità indurrebbero a pensare che avesse ragione. Ma se è il corpo erotico, esibito, mercificato, che ci colpisce e ci indigna di più, non possiamo dimenticare che non meno celebrato, sia pure in modi e contesti diversi, è oggi anche il corpo materno. In un libro che ha fatto molto discutere in Francia, Le conflit. La femme e la mère (Flammarion 2009), Elisabeth Badinter affronta in modo critico il ritorno al mito della “madre perfetta”, dell’allattamento al seno, della donna schiacciata sul ruolo materno. La spinta reazionaria verrebbe da ecologisti, psicologi, pediatri, e dalle femministe del “pensiero della differenza”, che non solo riconfermano la centralità del materno nell’esperienza delle donne (biologica o storica che sia) ma pensano di poterla estendere anche alla loro presenza nella vita pubblica. Una lettura analoga si può fare della richiesta che viene oggi dalla nuova economia, di tipo comunicativo, cognitivo, di “doti femminili”, il ValoreD di cui parlano quasi ogni giorno i giornali della Confindustria, e cioè la valorizzazione a fini produttivi e consumistici delle doti femminili materne.

In definitiva, i ruoli femminili più rappresentati restano la cura e la seduzione. Le donne sono strette tra la volgarità pubblicitaria, che le riduce a pezzi anatomici, e il richiamo alla vocazione materna o al sentimentalismo. Sulla permanenza o sul ritorno di stereotipi che si pensavano decantati, un peso notevole ha sicuramente il trionfo della logiche di mercato, della cultura di massa e del consumismo, oltre che la spettacolarizzazione della società in tutti i suoi aspetti. La società dello sguardo e dell’immagine non poteva ignorare l’ “oggetto” primo dei sogni e degli incubi degli uomini: il corpo della donna.

E’ interessante notare come queste ricerche sulla rappresentazione del femminile, fatte dalla generazione che ha visto affievolirsi e quasi sparire dai circuiti informativi la spinta propulsiva del movimento delle donne, arrivino a conclusioni analoghe a quelle da cui il femminismo è partito: l’espropriazione di esistenza che le donne hanno subìto per effetto di un immaginario maschile divenuto forzatamente anche il loro; la conseguente connivenza o complicità tra dominate e dominatori, la confusione tra amore e violenza.

Ma c’è un elemento nuovo, di cui non si può non tenere conto: oggi sono le donne stesse a calarsi nei panni che altri hanno loro cucito addosso, a impugnare a proprio vantaggio -soldi, carriere, successo, ecc.- quelle potenti attrattive, come la seduzione e la maternità, che l’uomo ha loro attribuito. Se l’emancipazione tradizionalmente intesa è stata l’omologazione al maschile, la fuga da un femminile screditato, oggi è il femminile che si emancipa in quanto tale. La donna, il corpo, la sessualità si prendono la loro rivalsa sulla storia che li ha esclusi e cancellati, ma nel momento in cui compaiono nello spazio pubblico, si fanno più evidenti anche i segni che questa storia vi ha lasciato sopra. Ci si rende conto che le figure di “genere” sono molto più di un copione imposto. Sono l’unico modo che le donne hanno avuto per essere riconosciute, amate o odiate.

Ma il passaggio da una condizione che si è subìta, perché imposta con la forza del potere, della legge, della sopravvivenza, alla possibilità di assumerla attivamente, non è senza significato. Per quanto discutibile e perversa, dobbiamo ammettere che si tratta di una forma di emancipazione. Parlare di “scelta” non significa tuttavia “essere libere di scegliere”.

Per questo, riflettendo sulle donne che offrono i loro corpi in cambio di carriere e denaro, che si fanno “oggetto” per lo sguardo maschile, che entrano come moneta di scambio nel rapporto tra uomini, che mettono al lavoro affetti, sentimenti, la loro vita intera, non parlerei più di “vittime”. E neppure, all’opposto, di “eccellenza al femminile”, per cui anche le escort, le veline sarebbero ‘figure nuove’ capaci di mettere a nudo il re.

Se vogliamo tornare alle donne reali, dobbiamo avere il coraggio di analizzare i tanti modi in cui le donne hanno cercato di sopravvivere, di far fronte ai ruoli, ai modelli imposti, di garantirsi comunque qualche piacere e potere: adattamenti, resistenze, risarcimenti, poteri sostitutivi. Il primo e il più duraturo è sicuramente quello di rendersi indispensabili agli altri. E’ la contropartita alla mole di lavoro gratuito che le donne continuano a fare nelle case, lavoro di cura e lavoro domestico. Sono poteri sostitutivi che restano ancora in gran parte innominabili, così come l’amore, il sogno di appartenenza intima a un altro essere. Questo spiega anche la tentazione che hanno le donne di considerare la “cura” –una dedizione materna che si estende anche ad adulti perfettamente autosufficienti- un tratto identitario, la loro “differenza”, la loro missione nel mondo, anziché una responsabilità collettiva di uomini e donne.

Per indurre le donne a togliere centralità al corpo e all’amore, al potere materno e seduttivo – a non essere più, come scriveva Virginia Woolf, “schiave che tentano di rendere schiavi altri”- non basta la presa di coscienza. Occorre anche un cambiamento delle istituzioni della vita pubblica, dei poteri, saperi e linguaggi che si sono strutturati sulle differenze di genere tradizionali.

Occorre, soprattutto, che gli uomini, anziché occuparsi delle donne, per usarle o proteggerle, comincino a deporre la maschera di neutralità e a interrogare se stessi, le loro paure i loro desideri, la cultura prodotta da secoli di dominio maschile, riconoscendo quanta poca libertà e scelta sia stata lasciata anche a loro, nel dover indossare la corazza virile.


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Quella sensazione di essere in bilico, tra sì e no… tra sogno e realtà… camminare sul filo di un rasoio…. paura di cadere…. forse solo voglia di volare ed essere liberi.

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Velvet Underground & Nico: Femme fatale

 


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Ciao Franca.

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“C’era preservato il lei il fresco miracolo della sorpresa…” Jim Morrison

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È strano che noi esseri umani ci allontaniamo tanto dalla natura anche nel fare l’amore, che l’attesa dell’orgasmo, l’ansia di arrivarci, rendono teleologico l’amore, ne fanno una cosa di ansie, attese, pressioni. Erica Jong, Ballata di ogni donna, 1990

Orgasmo aforisma


The end – The Doors

The End – Los Angeles, California 21 Agosto 1966

The End è il brano con cui in genere i Doors chiudono i loro spettacoli. Jim è solito aggiungere frammenti poetici sempre diversi. Stasera Morrison afferra con rabbia l’asta del microfono. La testa è reclinata all’indietro, gli occhi sono chiusi. La sua voce è profonda e insinuante.

A un tratto apre gli occhi e urla: ” PADRE TI VOGLIO UCCIDERE, MADRE TI VOGLIO SCOPARE“.

In quel periodo Morrison si è appassionato agli scritti di Nietzsche su L’Edipo Re, la tragedia di Sofocle. Sta studiando il complesso di Edipo e quello di Elettra, di cui parla spesso con un amico, un professore di Psicologia. E’ da queste letture che si ispirano le parole pronunciate sul palco. Lo spiega lui stesso: “UCCIDI TUO PADRE VUOL DIRE CANCELLA TUTTE LE IDEE CHE TI SONO STATE INCULCATE MA NON TI APPARTENGONO. SCOPA TUA MADRE SIGNIFICA RISCOPRI L’ESSENZA, LA NATURA, LA REALTA’: SE VUOI PUOI RICONOSCERLA, AFFERRALA.”


Orgasmo

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or-gàs-mo

 

Correntemente, il culmine dell’eccitazione e del piacere sessuale. Altrimenti, agitazione, sforzo intenso.
dal greco: [orgao] sono intimamente agitato, collegabile al sanscrito [urg’as] esuberanza di forze, d’energia. Deriva dalla radice fondamentale [varg-] che indica movimento, azione – radice in comune, ad esempio, con “urgenza”.
Capita di trovare scritta, in certi autori, la parola orgasmo con un senso che non tocca la sfera sessuale. Ed è una parola potentissima. È un’eccezionale, impetuosa mossa dell’intero animacorpo, lo sforzo massimo, al picco, la suprema tensione. Può essere quello del centometrista in corsa, del poeta che scrive, di una città nel fronteggiare una calamità, di uno Stato intero nel risollevare la propria sorte. Qualunque sia, nella vita, la frequenza e varietà di orgasmi sembra proprio essere fondamentale.


Paul Verlaine. Biglietto a Lily

Billet à Lily

 

Ma petite compatriote,

M’est avis que veniez ce soir

Frapper à ma porte et me voir.

Oh la scandaleuse ribote

De gros baisers – et de petits,

Conforme à mes gros appétits!

Mais les vôtres sont-ils si mièvres?

Primo, je baiserai vos lèvres

Toutes! C’est mon cher entremets,

Et les manières que j’y mets,

Comme en toutes choses vécues,

Sont friandes et convaincues.

Vous passerez vos doigts jolis

Dans ma flave barbe d’apôtre

Et je caresserai la vôtre,

Et sur votre gorge de lys,

Où mes ardeurs mettront des roses,

Je poserai ma bouche en feu;

Mes bras se piqueront au jeu,

Pâmés autour de bonnes choses

De dessous la taille et plus bas, –

Puis mes mains, non sans fols combats

Avec vos mains mal courroucées,

Flatteront de tendres fessées

Ce beau derrière qu’étreindra

Tout l’effort qui lors bandera

Ma gravitè vers votre centre…

A mon tour je frappe. O dis: Entre!

Biglietto a Lily 

Biglietto a Lily

 

Mia piccola compatriota

credo che verrete stasera

a bussare alla mia porta e vedermi,

oh la scandalosa bisboccia

di baci grossi e piccoli

secondo i miei grossi appetiti!

Ma i vostri son poi così esili?

Primo, bacerò le vostre labbra,

tutte, come un caro piatto di mezzo,

e i modi che impiegherò,

come in tante cose vissute,

sono ghiotti e convincenti!

Passerete le vostre belle dita

nella mia fulva barba d’apostolo,

mentre accarezzerò la vostra.

E sulla vostra gola di giglio,

dove i miei ardori metteranno rose,

poserò la mia bocca in fuoco.

Le mie braccia si ostineranno al gioco,

estasiate attorno a buone cose

di sotto la vita e più giù ancora.

Poi le mani, non senza folli lotte,

con le vostre mani mal adirate

blandiranno con tenere sculacciate

quel bei sedere che stringerà

tutto lo sforzo che allora tenderà

la mia gravita verso il vostro centro.

Busso a mia volta. Oh dimmi: Entra!


La donna in Egitto

Nella società egizia la donna poteva ricoprire le più importanti cariche dello stato: nessuna strada le era preclusa. Troviamo così faraoni e sacerdoti donne la cui fama ha sfidato il passare dei secoli grazie alle loro personalità davvero uniche. La civiltà egizia dimostra ancora una volta il suo alto grado di evoluzione ponendo la donna al pari dell’uomo.

Anzi, l’uomo non era considerato tale senza la donna.

Questo concetto rientrava nella visione della dualità egizia che corrispondeva ad un equilibrio armonico in accordo con l’equilibrio universale. Parte maschile e parte femminile avevano assolutamente lo stesso valore ed erano indissolubili. E non solo sulla terra, nel mondo dei vivi, ma anche in cielo, nel pantheon degli dei.

Questa parità anche a livello ultraterreno trova conferma nell’analisi delle concezioni legate al principio della creazione. Uno dei più antichi miti relativi all’origine del mondo vedeva Atum, unico essere dell’universo, utilizzare la mano per il solo atto creatore possibile ‑quello della masturbazione, intesa come simbolo del potere creatore della mente e della mano, quest’ultima artefice di tutte le creazioni umane. Con l’evolversi della teologia la mano diventò un simbolo dell’elemento femminile contenuto nella mente divina e venne identificata con la Dea Iusaas, consorte di Atum, con la quale il dio creò la prima coppia divina costituita da Shu, divinità maschile che rappresentava l’atmosfera luminosa, l’aria e la luce, e Tefnut, entità femminile che indicava l’umidità. Da questa prima coppia divina successivamente furono generati Geb, dio della terra, e Nut, Dea del cielo.

I teologi egizi elaborarono varie teorie relative alla creazione degli dei e degli uomini che si diffusero nel mondo, a seconda del periodo storico e dei diversi centri politici. Un elemento costante era la complementarità tra parte maschile e femminile. Ad esempio, per i sacerdoti di Hermopolis, il principio vitale era costituito da quattro coppie di dei, maschili e femminili: Nun e Naunet che rappresentavano l’umidità, Kek e Keket le tenebre, Hehu e Hehet l’infinito spaziale e infine le due entità nascoste Amon e Amonet.

Rimanendo nella sfera del divino, la donna nei panni di dea veniva raffigurata con diverse sfaccettature e poteva esprimere lati terribili e pericolosi oppure suscitare amore e compassione. Nel “mito della distruzione degli uomini”, è presente un’entità femminile complessa: la dea Hathor. Questa divinità fu inviata dal dio Ra contro quegli uomini che avevano minacciato di scacciarlo dal trono divino per via della sua età avanzata. Hathor si scagliò con un’incredibile ferocia contro gli esseri mortali che si erano invano rifugiati nel deserto. La dea li scovò e li uccise, compiacendosi alla vista del sangue delle sue vittime. Una versione di questo mito vede “la Dea Lontana” nei panni di Tefnut che fugge nel deserto orientale della Nubia dove, prese le sembianze di una leonessa feroce, semina il terrore tra la popolazione. La collera divina sembrava davvero inarrestabile ma Shu e Thot, i messaggeri celesti inviati da Ra, riuscirono ad avvicinare la terribile fiera e a intrattenerla con affascinanti racconti tra cui quello celebre del leone e del topo, giunto fino a noi grazie alla rielaborazione dello scrittore La Fontaine. La dea si commosse e decise di fare ritorno a casa ma non poteva certo entrare in Egitto nei panni di una leonessa sanguinaria. Thot allora calmò la rabbia della divinità versando vino nelle acque di Philae, dove essa si abbeverava. Costei, scambiando il vino per sangue, ne bevve fino a placare la sete, si ubriacò e finalmente si calmò. Al suo risveglio aveva riacquistato il suo aspetto positivo e fu così accolta in Egitto come dea Hathor con grandi feste e onori. Hathor infatti aveva un aspetto benefico. Essa era considerata la Madre del Sole, la Vacca Celeste che ingoiava l’astro diurno alla sera e lo partoriva al mattino, patrona della danza, della musica e dell’amore.

Gli Egizi la invocavano spesso “perchè procurasse un focolare alla vergine e uno sposo alla vedova”. Proseguendo con le dee benefiche del pantheon egizio possiamo ricordare Iside e Mut. Iside è la sposa di Osiride e rappresenta la moglie amorevole, che riporta in vita il marito ucciso dal terribile Seth, e allo stesso tempo la madre affettuosa e premurosa, che protegge il figlio Horus. Questa immagine ebbe un successo inimmaginabile: la madre amorevole, con il figlio Horus sulle ginocchia, fu venerata anche dai Copti e passò a rappresentare la Vergine cristiana, ancora presente nella nostra iconografia. Nei panni di madre divina troviamo anche la dea Mut, sposa di Amon, il cui nome in egizio significa proprio ‘madre’. Le dee in terra invece erano rappresentate dalle regine, le spose dei faraoni, che avevano il ruolo di completare la maestà e la divinità del sovrano.


Prévert Jacques. M’ha fatta l’amore

C’est l’amour qui m’a faite

 

Je suis née toute nue

Je vis comme je suis née

Je suis née toute petite

Si j’ai grandi trop vite

Jamais je n’ai changé

Et je vis toute nue

Pour la plupart du temps

Ce temps où je vis nue

Ce temps c’est de l’argent

 

C’est l’amour qui m’a faite

l’amour qui m’a fait fête

L’amour qui m’a fait fée

Où est il donc parti

L’amoureux que j’avais

Qui me faisait plaisir

Qui me faisait rêver

Qui me faisait danser

Danser a sa baguette

C’était mon chef d’orchestre

Moi son corps de ballet

 

C’est l’amour qui m’a faite

L’amour qui m’a fait fête

L’amour qui m’a fait fée

Et je vous change en bête

Chaque fois que ca me palit

Votre amour me fait rire

Votre amour n’est pas vrai

Marchez a ma baguette

Et passez la monnaie

 

C’est l’amour qui m’a faite

L’amour qui m’a défaite

Et m’a abandonnée

L’amoureux que j’avais

Où s’en est il allé

Où s’en est il allé

Où s’en est il allé.

 

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M’ha fatta l’amore

Nuda son nata

come son nata vivo

piccola son nata

e troppo in fretta cresciuta

ma non son mai cambiata

e nuda vivo

la maggior parte del tempo

quel tempo dove vivo nuda

quel tempo è denaro.

M’ha fatta l’amore

l’amore che mi ha fatto festa

l’amore che mi ha fatto fata

dov’è mai andato a cacciarsi

l’innamorato che avevo

che mi faceva piacere

che mi faceva sognare

che mi faceva ballare

ballare al ritmo della sua bacchetta

era il mio direttore d’orchestra

io il suo corpo di ballo.

M’ha fatta l’amore

l’amore che mi ha fatto festa

l’amore che mi ha fatto fata

e io vi trasformo in tante bestie

ogni volta che mi pare

il vostro amore mi fa ridere

il vostro amore non è amore

vi comando a bacchetta

fuori la grana.

M’ha fatto l’amore

l’amore che mi ha sfatta

e in asso m’ha piantata

l’innamorato che avevo

dov’è finito mai

dov’è finito mai

dov’è finito mai.


La donna etrusca e la donna romana

La donna etrusca ricopriva ruoli importanti, come rivelato dalla presenza della trasmissione del cognome materno nelle iscrizioni funerarie; poteva avere schiavi ed aveva diritto ad un nome completo ed essere titolare di attività produttive ….

Nella civiltà Etrusca la condizione della donna era per certi versi privilegiata, compaiono insieme con i mariti nelle scene di banchetto comuni nell’arte funeraria, sarcofagi, rilievi e pitture. Questo fu motivo di scandalo per molti scrittori greci, che consideravano questo tipo di condotta un chiaro esempio di depravazione morale etrusca, secondo lo storico greco Teopompo, le donne etrusche non solo condividevano la mensa con i propri mariti ma anche con altri uomini presenti al banchetto, arrivando perfino ad ubriacarsi e a rivolgere le proprie attenzioni nei confronti degli ospiti molto oltre il lecito, con l’inevitabile risultato che nascevano bambini di cui si ignorava chi fosse il padre.

La civiltà romana
Alcune fonti documentano che nei primi secoli successivi alla fondazione della città di Roma (753 a.C.) la religione locale onorava una figura femminile, presente in numerosi culti e conosciuta con diversi nomi: Mater Matuta, Feronia, Bona Dea, Fortuna e infine Tanaquilla.

Sulle condizioni di vita delle donne etrusche abbiamo numerosi racconti e descrizioni ad opera del greco Teopompo, che ne sottolinea la grande libertà: curavano il loro corpo, partecipavano ai banchetti insieme agli uomini, bevevano vino, e soprattutto allevavano i figli senza preoccuparsi di sapere chi ne fosse il padre.

Le donne etrusche godevano di una notevole libertà di movimento e di un certo prestigio: non più analfabete ma, anzi, colte, vivevano così con grande dignità e libertà un ruolo che però era sempre esercitato a livello familiare.

Anche i severi censori romani erano sgomenti davanti al fatto che le mogli degli aristocratici etruschi partecipassero tranquillamente ai banchetti standosene sdraiate sui letti del triclinio accanto ai loro mariti, spesso acconciate con bionde parrucche. Erano, questi, comportamenti da cortigiane, e nessuna seria matrona romana si sarebbe mai permessa simili libertà. Quando i Romani estesero il loro dominio sulle città etrusche imposero nuovi modelli di comportamento anche alle donne, che i sarcofaghi dell’epoca ci mostrano compostamente sedute ai piedi del letto su cui è disteso il marito.

Quindi la società etrusca non sembra essere matriarcale…. pertanto anche se in alcune fonti greche compare la parola “ginecocrazia”, questa è da intendersi con il significato di matrilinearità e cioè discendenza in linea materna. Un dato molto significativo è rappresentato dall’abitudine, riscontrata nelle iscrizioni tombali, di indicare anche il nome della madre dopo quello del padre: “Larth, figlio di Arruns Pleco e di Ramtha Apatrui”. Queste tradizioni onomastiche sopravvissero in Etruria pure dopo la romanizzazione; anche le iscrizioni in latino continuano a rispettare l’antica regola: “Lucius Gellius, figlio di Caio, nato da Senia”, oppure “Vibia figlia di Vibius Marsus, nata da Laelia”, in questi casi però il “figlio di” è seguito dal nome del padre, mentre “nata da” suggerisce una forma “d’uso” della madre come fattrice. Forse lo status femminile stava ormai offuscandosi.

Nella Roma arcaica il modello femminile era rappresentato da donne come Claudia e Turia, sulle cui lapidi sono incise lodi che ne esaltano la bellezza, la fedeltà e il senso di sottomissione al marito: la donna doveva infatti essere lanifica, pia, pudica, casta e domiseda. Tuttavia, alcune donne si dedicavano alle arti e alla letteratura o comunque proponevano un’immagine femminile diversa da quella tradizionale; queste donne facevano una scelta che la coscienza sociale non accettava: la donna diversa era considerata degenerazione, corruzione e pericolo, come possiamo vedere dalla dura repressione dei culti bacchici che furono stroncati nel 186 a.C..