L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “politica

Il cammino verso una società egualitaria: principi di politica matriarcale

di Heide Goettner-Abendroth

Nel corso degli ultimi trent’anni ho dedicato i miei studi  alle società matriarcali  del passato e a quelle ancora oggi esistenti. I moderni studi matriarcali non sono un campo marginale del pensiero, una ricerca esotica, sono esattamente l’opposto. Sono studi che riportano alla luce un importante corpo di conoscenze che riguarda i modelli culturali, politici, sociali ed economici non patriarcali – sostanzialmente egualitari –  che in questa ultima fase globalmente distruttiva del patriarcato è urgente prendere in considerazione

I matriarcati che sono esistiti nella storia, e quelli che ancora oggi esistono, non sono società a dominio femminile – concezione diffusa ma errata – si tratta, semmai,  di società che hanno cercato di rimanere in vita lungo i millenni, senza gerarchie né dominazioni, e senza far uso di giochi di guerra. Vale a dire, senza costituire eserciti per l’uccisione organizzata. In queste società la violenza contro le donne e i bambini è virtualmente sconosciuta, laddove le società patriarcali di tutto il mondo ne sono travolte.

Queste realtà e questi modi di vedere mi hanno incoraggiata a continuare il mio lavoro nel corso di questi decenni, nonostante l’ostilità che mi è stata costantemente riservata. Gli esiti di questa ricerca mi hanno portata a considerare  la cultura dei modelli matriarcali come un corpo di conoscenze assolutamente importante per noi oggi e per il nostro futuro.

I matriarcati non sono utopistici. Sono stati presenti nella nostra storia per lunghi periodi e continuano a esserlo tuttora, imprese concrete e imprescindibili, che appartengono alla conoscenza culturale dell’umanità. Queste società prevedono delle precise modalità pratiche  di organizzare la vita secondo i bisogni delle persone.   Sono metodi non violenti, pacifici e, in una parola, umani. Si tratta di principi organizzativi che non hanno nulla di ingenuo o di banalmente “naturale”, ma che rappresentano una precisa e consapevole creazione culturale. Per chiarire meglio, farò una breve introduzione ai modelli matriarcali di organizzazione da un punto di vista  economico, sociale, politico, spirituale e culturale.

Il livello economico

Da un punto di vista economico, la maggior parte dei matriarcati tradizionali sono agrari, anche se non esclusivamente, e praticano un’economia di sussistenza finalizzata all’auto-sostentamento locale e regionale. Le terre e le case appartengono al clan – nel senso del diritto d’uso – , mentre “proprietà privata” e “diritti territoriali” sono concetti sconosciuti.

Esiste una circolazione di beni continua che segue le linee di parentela e le convenzioni matrimoniali. Questo sistema previene l’accumulo di beni da parte di un individuo o di un clan, poiché l’ideale è la distribuzione. I vantaggi e gli svantaggi che derivano dal processo di acquisizione dei beni sono tenuti in equilibrio da precise procedure sociali. Per esempio, i clan facoltosi sono obbligati a invitare l’intero villaggio ai festival stagionali, ridimensionando così la loro ricchezza. Grazie a  questa generosità, guadagneranno onore e considerazione sociale nel villaggio, il che  sarà loro d’aiuto nei tempi difficili.

In termini economici, i matriarcati sono noti  per la loro perfetta mutualità bilanciata. Li definisco perciò società a economia bilanciata, al contrario dei patriarcati che, attraverso la loro storia relativamente breve, hanno cercato sempre di concentrare i beni di tutti nelle mani di pochi. Sul piano economico, siamo giunti a un punto in cui non è più possibile aumentare la quantità di produzione industriale su larga scala, e inflazionare ulteriormente lo standard di vita occidentale senza correre il rischio di distruggere totalmente la biosfera terrestre.

Una delle possibili vie di uscita potrebbe essere una nuova economia di sussistenza (Claudia von Werholf, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen) incentrata sull’economia del dono (Genevieve Vaughan), e fondata  su unità locali e regionali. Queste comunità richiamano la pratica del lavoro di sussistenza, che privilegia la qualità della vita rispetto alla quantità della produzione di beni. In molte economie di sussistenza tradizionali, le donne sono il principale supporto di queste strutture, che devono essere sostenute e aiutate a espandersi affinché il mercato globale non le distrugga. E’ per questo motivo che la regionalizzazione può essere uno strumento per l’economia matriarcale.

Il livello sociale

Da un punto di vista sociale le società matriarcali tradizionali sono basate sul clan. Le persone vivono insieme in ampi gruppi di parentela secondo il principio di matrilinearità, ossia la parentela in linea materna. Il nome del clan, gli onori sociali e i titoli politici vengono ereditati dalle madri. Un matriclan prevede, come minimo,  tre generazioni di donne, oltre gli uomini direttamente imparentati.

Un matriclan convive nella grande casa del clan dove possono abitare da 10 a 100 persone, a seconda del tipo di abitazione. Le donne vivono lì, stabilmente,  e le figlie e le nonne non abbandonano mai la casa materna, mentre  i loro sposi o amanti si fermano solo per la notte. E’ ciò che viene chiamato “visiting-marriage”. Questo tipo di organizzazione si chiama matrilocalità.

Il clan è un’unità economica autosufficiente. Per raggiungere una coesione sociale tra i clan del villaggio o della città vengono stipulati accordi matrimoniali molto complessi, che legano i clan tra loro in modo assai proficuo. Uno di questi è la convenzione del matrimonio mutuale tra due clan. Esiste, inoltre, la consuetudine di lasciare libera scelta in materia di matrimonio con altri clan.  L’intento che sottende questa usanza è che tutti gli abitanti di un villaggio o città siano in qualche modo imparentati. La relazionalità basata sulla parentela è sia un sostegno reciproco sia  un sistema di aiuto, che prevede  precisi diritti e doveri. Si forma così una società senza gerarchie, che si riconosce come un clan esteso. Definisco, perciò, i matriarcati società orizzontali, non gerarchiche, di  parentela matrilineare.

Le società patriarcali, al contrario, consistono di individui e gruppi spesso estranei fra loro. Si combattono gli uni gli altri per raggiungere il potere creando gruppi dominanti e lobby, che mettono in continuo pericolo l’equilibrio sociale. Inoltre, aumentando il livello di “atomizzazione” della società, le persone sono portate sempre più verso la disperazione e la solitudine, fornendo così terreno fertile per la violenza e la guerra.

Per mettere fine a tutto ciò è necessario creare e sostenere comunità e gruppi egualitari. Potrebbero essere comunità tradizionali basate sulla parentela di sangue, o altre, nuove e alternative, basate sull’affinità. Queste ultime non possono essere formate soltanto da gruppi di interesse – i gruppi di interesse si creano molto rapidamente, ma altrettanto facilmente si disgregano. Le nuove comunità basate  sull’affinità si creano piuttosto sulla base di un rapporto filosofico-spirituale tra i loro membri, i quali diventano membri di “sibling”, ovvero sorelle e fratelli per scelta. E’ così che creano  un “clan simbolico”. Il legame, qui, è molto più forte che non in un mero gruppo di interesse.

Se creati e guidati da donne, i nuovi clan simbolici tenderanno a diventare matriarcali, visto che il fattore decisivo della nuova società sono i bisogni delle donne, specialmente quelli legati ai bambini, che sono anche il futuro dell’umanità. L’ansia di potere e la sete di dominio degli uomini, qui, non hanno la priorità. Queste ossessioni ci hanno portato alle famiglie dinastiche, patriarcali, alle associazioni e ai circoli di uomini politici che escludono e tengono in soggezione le donne. I nuovi matriclan integrano pienamente gli uomini, ma lo fanno secondo un sistema di valori diverso, che si basa sulla cura e l’amore reciproco.

Sostenere la creazione di tali comunità dovrebbe essere un obiettivo politico.

Il livello politico

A livello politico, nelle società matriarcali tradizionali anche il processo decisionale avviene secondo le linee di discendenza. Il processo decisionale ha inizio nella casa del singolo clan. Le questioni che riguardano la casa del clan sono decise dalle donne e dagli uomini attraverso  un processo consensuale. Ciò significa che la procedura continua finché non si raggiunge l’unanimità. Lo stesso vale per le decisioni che riguardano l’intero villaggio. Dopo aver cercato consiglio nelle case dei clan, i delegati si incontrano nell’assemblea del villaggio, ma non prendono decisioni da soli. Comunicano, semplicemente, i risultati raggiunti nelle case dei loro clan. Essi tengono vivo il sistema di comunicazione del villaggio, spostandosi  avanti e indietro tra l’assemblea e le case dei clan, finché l’intero villaggio non ha raggiunto il consenso. La stessa cosa succede a livello regionale. I delegati si spostano tra l’assemblea del villaggio e quella regionale finché non si raggiunge il consenso.

E’ del tutto evidente che una società di questo tipo non può sviluppare gerarchie né classi, né tantomeno un vuoto di potere tra generi e generazioni. Definisco pertanto i matriarcati, a livello politico, società egualitarie basate sul  consenso.

I patriarcati, al contrario, sono società di dominio, anche se sono democrazie. Qui, le minoranze sono senza voce e la volontà politica della maggioranza è affidata ai voti nelle urne. Per una società davvero egualitaria a livello politico, il principio del consenso matriarcale è di massima importanza. Questo principio è la base per costruire nuove comunità matriarcali. Impedisce che correnti scissioniste, gruppi o singoli possano dominare il gruppo, e crea equilibrio tra i generi e le generazioni. Il consenso è anche il vero principio democratico, e offre, dunque, ciò che la democrazia formale promette, ma non realizza mai.

Secondo questo principio, saranno le piccole unità di clan dei nuovi matriclan simbolici a prendere realmente le decisioni, ma questo può essere messo in pratica solo a livello regionale. In una prospettiva di sussistenza, l’obiettivo politico è la creazione di regioni autosufficienti,  e non grandi stati nazione, confederazioni di stati e superpotenze, che servono unicamente ad arricchire il governo dei potenti, e a ridurre gli individui a “risorse umane”.

Il livello culturale

A livello spirituale e culturale le società matriarcali tradizionali non hanno religioni basate su un dio – invisibile, intoccabile, incomprensibile, ma onnipotente – e un mondo che, al contrario, è degradato a “sostanza morta”. Nel matriarcato la divinità è immanente; divino femminile, che si esprime in una concezione dell’universo come Dea che crea ogni cosa, e come Madre Terra che produce tutto ciò che vive. Ogni cosa ha in sé il divino, ogni donna e ogni uomo, ogni pianta e animale, il sassolino più piccolo e la stella più grande.

In una cultura così tutto è spirituale. Ogni cosa viene celebrata nei festival che seguono i cicli stagionali: la natura nelle sue molteplici espressioni, i clan con le loro diverse qualità e competenze, i generi e le generazioni, secondo il principio “la diversità è ricchezza”. Non c’è separazione tra sacro e secolare, quindi, i compiti quotidiani – seminare, raccogliere, cucinare, tessere, costruire una casa e fare un viaggio – hanno allo stesso tempo un significato rituale.

Definisco i matriarcati, a livello spirituale, società sacre in quanto culture della Dea, laddove nei patriarcati, con le religioni di stato, si abusa delle facoltà spirituali e religiose per sostenere chi detiene il potere e i sistemi di governo.

A livello culturale, dobbiamo pertanto abbandonare quelle religioni gerarchiche con un dio trascendente e una pretesa alla verità totale, che hanno portato al disconoscimento della natura e dell’umanità stessa, in particolare quella delle donne. E’ necessario, invece, imparare nuovamente a vedere il mondo come santo, amarlo e proteggerlo perché, secondo la cultura matriarcale,  ogni cosa nel mondo è divina.

E’ per questo che ogni cosa è onorata e celebrata in modo libero e creativo – la natura nei suoi molteplici aspetti e nella diversità degli esseri viventi, la grande varietà degli individui  umani, delle comunità e delle culture. Perché il mondo intero è la Dea.

La nuova spiritualità matriarcale potrà di nuovo pervadere ogni cosa e divenire così parte integrante della vita quotidiana. La tolleranza matriarcale,  secondo cui nessuno deve “credere” alcunché, diverrà nuovamente visibile.  Non vi è dogma né insegnamento, ma la continua e variegata celebrazione della vita e del mondo visibile.

Spero che sia chiaro, ora, come  il cammino verso un’altra società, egualitaria, debba  combinare la spiritualità matriarcale sia con la politica sia con l’economia. L’obiettivo è di offrire a tutti una vita buona. Questo bene comune può essere garantito dalle strutture organizzative e dalle procedure che ho descritto prima. I modelli delle società tradizionali matriarcali, vissuti lungo i millenni, possono offrirci stimoli e suggerimenti, contrariamente alle utopie teoriche.

La visione di una nuova società egualitaria può essere solo olistica, senza per questo essere vaga. Deve essere concreta senza perdersi in inutili dettagli. Un simile modello, che presenti in modo integrato tutte queste caratteristiche, lo chiamo   “modello matriarcale”. Fin da adesso può essere un progetto chiaro e una linea guida pratica per un futuro migliore.

Verso un modello matriarcale

1-Le strutture sociali matriarcali

I sistemi sociali non patriarcali presentano  strutture diverse da quelli patriarcali e si distinguono per alcune caratteristiche, che chiamo “matriarcali”. Per quelle di noi che hanno interiorizzato come “seconda natura” le strutture sociali patriarcali, queste caratteristiche sono molto importanti. Dimostrano l’infondatezza del comune fraintendimento, secondo cui le donne avrebbero l’ultima parola nei matriarcati, o che dominerebbero sugli altri. Questi pregiudizi riflettono il presupposto non dimostrato, secondo cui l’organizzazione delle  società matriarcali sarebbe tale e quale l’organizzazione patriarcale, ma con le donne, invece degli uomini, nei posti  centrali. Nessuna ricercatrice seria ha mai suggerito niente di simile.

Tuttavia, non dobbiamo essere reticenti sull’uso del termine “matri-arcato”, per il quale non esiste un equivalente del termine “patri-arcato”. La desinenza “arcato ” deriva dal greco “arché”, che ha due significati: “dominazione” e “inizio”. Il significato di inizio è evidente in termini come “arcangelo”, “arca di Noé”, o “archetipo”.

Per una questione di chiarezza, “patriarcato” deve essere tradotto come “dominio dei padri”, mentre “matriarcato” significa “all’inizio, le madri”. Questo è il punto! In termini di storia culturale, i matriarcati sono più antichi dei patriarcati, poiché si sono sviluppati successivamente.  I matriarcati sono all’origine della storia delle culture, e si sa che le madri sono all’origine o all’inizio di ogni essere vivente. Sono culture che hanno trasformato questo fatto naturale in un modello culturale.

Significato della linea materna

Una caratteristica delle strutture matriarcali tradizionali è che le relazioni tra i parenti sono determinate dalla linea materna. Le numerose relazioni d’amore, spesso, impedivano di identificare la paternità, mentre quando c’è una nascita c’è anche la maternità. Quand’anche la paternità fosse stata conosciuta, non sarebbe stata poi così importante, non essendo quello il principio primario che informava la società.

La linea materna, o matrilinearità, è un principio fondamentale, che inteso come  “ordine simbolico della madre” (Luisa Muraro) viene applicato a ogni cosa. E’ attraverso la matrilinearità che si stabilisce la discendenza di sangue delle comunità claniche, le quali costituiscono il mondo sociale entro cui si muovono i popoli matriarcali. Non solo il nome della famiglia estesa, ma anche gli onori sociali e i titoli politici vengono ereditati secondo la linea materna.

Gli abitanti di un villaggio o di una città sono tutti più o meno strettamente imparentati. L’intento è di assicurare un network di parentele matrilineari a ogni località, che funga da sistema di aiuto reciproco. In questo modo, si crea una società basata su relazioni non gerarchiche, orizzontali ed egualitarie, che funziona come un clan esteso di mutuo aiuto.

La stessa cosa avviene a livello regionale attraverso il principio di matrilinearità simbolica. I clan con lo stesso nome vivono di proposito  in un dato villaggio, o città, di una particolare regione. Quando una persona di un clan è in viaggio, o si sposta per motivi commerciali e giunge in un altro villaggio, dove vive un clan con lo stesso nome, la persona viene ricevuta come un fratello o una sorella,  anche se non ci sono più legami di sangue. L’intera regione è collegata grazie al sistema di parentela simbolica e all’associazione del mutuo aiuto. E’ così che il principio di matrilinearità dà forma a tutta la società.

Relazioni di genere

Le donne non si allontanano mai dalla casa del loro clan materno e dalla sicurezza economica e sociale che offre. Questa sicurezza è garantita dal clan matrilineare e consente libertà in fatto di scelta dell’amante. Le donne non dipendono da un uomo nel sostentamento, come nella famiglia nucleare patriarcal-borghese. Non devono temere di cadere in povertà con i loro bambini, o di perdere la casa se si separano dal  partner. Le relazioni matrimoniali e di amore possono cambiare nel tempo, ma la propria casa, stabile, resta quella del clan di appartenenza. E, visto che  tutti i membri del clan si prendono cura dei bambini, cambiare relazione non significa privarli delle attenzioni necessarie.

Gli uomini matriarcali non vivono con le loro spose o amanti, ma si fermano solo per la notte, durante il cosiddetto “visiting marriage”. La loro casa è la casa-clan delle loro madri, dove hanno i diritti e i doveri di membri a tutti gli effetti, perciò vivono e lavorano là. I bambini delle spose e degli amanti appartengono alla casa-clan della loro madre, visto che portano il nome del suo clan. Gli uomini non considerano questi bambini come i “loro”, poiché  hanno un nome di clan diverso. Tuttavia, i bambini delle sorelle degli uomini hanno lo stesso nome del clan, così come gli uomini. Questi ultimi, considerano i loro nipoti maschi e femmine come “figli” e se ne prendono cura tutti insieme.  In questo senso, gli uomini hanno il ruolo di “padri sociali” per i figli delle loro sorelle.

Ogni genere ha la propria sfera d’azione, precisi  compiti e precise responsabilità. Fa parte della singolare “dignità” di ciascuno. Non c’è sopraffazione di un genere sull’altro. Nei matriarcati i generi hanno sfere d’azione distinte, che si caratterizzano con  elementi spirituali ed economici diversi. Queste sfere sono reciprocamente collegate, e si basano sul principio di equilibrio per impedire che si creino situazioni di dominio.

Il sentimento comune, secondo cui le donne sono sacre, non turba affatto questo equilibrio. Non è la singola donna a essere oggetto di devozione, ma le donne in generale, specialmente le più anziane o “matriarche”, ciascuna delle quali è la reincarnazione di un’antenata, che ha dato origine alla discendenza di sangue, creando così la società.

Relazioni tra generazioni

La “lotta dei sessi” e il “gap generazionale” sono concetti sconosciuti nelle società matriarcali. A differenza dei modelli di potere patriarcali, qui non si assiste alla ribellione dei figli contro i padri, né tanto meno alla competizione tra madri e figlie – competizione per confermare il proprio ascendente. Al contrario, nel matriarcato la gioventù e gli anziani sono tenuti in grande considerazione.

Ogni generazione ha la propria “dignità” o “onore”. I bambini sono considerati le reincarnazioni maschili e femminili degli antenati e sono dunque sacri. Questa è la loro dignità. La dignità delle donne giovani è rappresentata dall’amore, la creatività e la maternità, ma non tutte le donne devono diventare necessariamente madri. Le sorelle vivono la maternità in comune, crescendo insieme i bambini. Anche la dignità degli uomini più giovani è rappresentata dall’amore e dalla protezione offerta alle loro sorelle e ai bambini delle loro sorelle. La dignità delle donne più anziane si esprime nell’essere le matriarche del clan, che si prendono  cura della vita del gruppo e la guidano.  La dignità degli uomini è di svolgere la funzione di rappresentanti e delegati dei clan verso il mondo esterno. Spetta alla dignità degli anziani, uomini e donne, di onorare gli antenati, proteggere le tradizioni e insegnare alle persone più giovani. Gli anziani consigliano anche le matriarche del clan e, insieme, formano il concilio degli anziani.

Come formare nuovi modelli sociali matriarcali?

Molti problemi del mondo occidentale sono dovuti all’atomizzazione della società che, come conseguenza, porta le persone a vivere forme estreme di individualismo, solitudine ed esclusione sociale. Questo modo di vivere non ha futuro. E’ per questa  ragione he sta diventando sempre più urgente sviluppare nuovi modelli sociali. Questi nuovi gruppi e queste nuove comunità non si baseranno su relazioni di sangue, ma di sorellanza e fratellanza.

Il vincolo di sangue fondato sull’unità della famiglia è ormai in fase di declino, almeno in gran parte del mondo occidentale. Si sviluppano sempre più legami tra le persone in base a interessi intellettuali, politici e/o spirituali, i cui confini sono molto più aperti dei legami di sangue vincolati dalla nascita, favorendo così una maggiore libertà di scelta individuale. Ma, allo stesso tempo, sono molto più vincolanti dei rapporti convenzionali. Essere membri di “sibling” offre il vantaggio di una relazione duratura; significa responsabilità e aiuto reciproco, ma anche libertà di scelta.

Tuttavia, essere membri di “sibling” è un’espressione molto generica e non rende esattamente il senso delle nuove comunità matriarcali.  E’ necessario un valore aggiunto alla struttura organizzativa, che contenga e determini la latente propensione matriarcale all’egualitarismo. Lo si può ottenere attraverso la formazione di un matriclan simbolico. Su quali principi si deve fondare un matriclan di questo tipo, alla cui base non ci sono vincoli di sangue?

La base è formata dall’unità della madre e del bambino e costituisce l’elemento di fondo del gruppo sociale. Sono le madri e i bambini a portare nuova vita a queste comunità. Senza di loro non ci sarebbero altre generazioni nel gruppo, nella comunità, o nella società nel suo insieme. Dunque, nessun futuro. Le donne che hanno bambini non si prendono cura soltanto dei loro figli, ma anche dei figli degli altri, e questa è la base della costruzione del clan. Sono loro a costituire il centro attorno al quale orbita il matriclan basato sulla sorellanza e la fratellanza.

Creazione di un matriclan simbolico

Se  una o due donne che hanno bambini  vogliono creare un clan di questo tipo il primo passo è di scegliere le loro “sorelle”, vale a dire, le donne senza bambini, quelle che vogliono allevare insieme i bambini in una maternità comune. Per i bambini queste donne sono chiamate “madri” e, per le madri, tutti i bambini sono “figlie e figli”. Questo gruppo di sorelle per scelta è limitato e, come tale, crea vicinanza e intimità nei bambini. E’ una struttura che consente a tutte le donne di “avere” bambini. Contemporaneamente, la condivisione della cura dei figli permette a tutte, madri naturali comprese, di dedicarsi a loro stesse e ai loro interessi professionali. Questo gruppo di “sorelle” deve anche scegliere un nome appropriato per il clan-base.

Il passo successivo di questo gruppo di sorelle o madri è di poter decidere di invitare o no gli uomini nel loro clan. Questi ultimi sono “fratelli” e non amanti. Le donne si fidano di loro perché avranno saputo dimostrare buone capacità di relazione sociale, prestando aiuto nel lavoro e contribuendo al benessere di tutti. Condivideranno ora con le loro sorelle la cura dei bambini. In termini di lavoro, idealmente, “fratelli” e “sorelle” possono  anche lavorare insieme. In questo modo, tutti gli uomini possono anche “avere” bambini, creando così un legame reciproco.

Tutti abbiamo ricevuto cure da bambini. Per un principio di equilibrio, dunque, ognuno, a sua volta, è tenuto a occuparsi anche dei bambini. C’è una specie di dovere etico nel condividere questo servizio, e questo è un principio matriarcale.

La famiglia nucleare addossa alle singole madri e ai singoli padri biologici l’intera  responsabilità della crescita dei figli. Quando scompare la struttura familiare, scompare anche questo obbligo. Contemporaneamente accade spesso che  i compiti di ruolo del padre vengano  meno e, di conseguenza, è la donna che si deve prendere cura di tutti gli altri. Oggi, in molte società le donne non solo non sono riconosciute per questo servizio, ma sono anche sottovalutate perché è un lavoro non pagato. Asili nido e scuole materne sono solo un ripiego per aggiustare una situazione che al momento è fuori controllo.

Nel modello del matriclan simbolico le cose vanno diversamente. La maternità e i suoi valori sono onorati, la propensione alla cura per l’altro è all’ordine del giorno. Ecco perché la base del clan poggia sulle madri, anche se le donne non sono necessariamente identificate con queste supposte qualità “femminili”, e come tali consacrate in questa nicchia. Nei matriclan può prevalere una maggiore giustizia, dal momento che tutti sono coinvolti nell’educazione dei figli. Ognuno ha così la possibilità di sperimentare una crescita emotiva e sociale positiva, e tutti hanno l’opportunità di sviluppare capacità professionali e altri interessi. Contemporaneamente, i bambini possono essere felicemente  integrati nel gruppo, proprio grazie alle molte  persone che si occupano di loro.

Matriclan e relazioni d’amore

I matriclan possono realizzarsi su questa falsa riga e insieme formare una comunità. Una comunità non significa che tutti debbano vivere insieme. Si potrebbero anche formare un’associazione di quartiere che comprenda domicili diversi, o sviluppare network regionali. In una struttura simile, i membri dei singoli clan possono fidarsi gli uni degli altri e darsi reciproco sostegno e sicurezza, proprio come tra “sorelle” e “fratelli” nel matriarcato.

Tuttavia, i rapporti d’amore avverrebbero non all’interno dei singoli clan, ma tra loro. L’amore conserverebbe così la propria spontaneità e libertà perché non sarebbe gravato dal dovere. Impostare un gruppo nel bel mezzo di  emozioni fluttuanti e di mutevoli relazioni renderebbe difficile occuparsi dei bambini e della loro sicurezza.

Il modello del matriclan offre la soluzione a due bisogni umani fondamentali: il bisogno di libertà in amore e il bisogno di sicurezza e protezione. Il patriarcato non ha mai offerto alcuna soluzione a questo problema, lo ha solamente represso. Nel clan simbolico si può trovare sicurezza e protezione, mentre la spontaneità dell’amore può esprimersi meglio fuori, negli incontri tra i clan simbolici.

Qualcuno potrebbe immaginare (immersi, come tanti sono, nel sistema sociale patriarcale) che questo modello produca relazioni superficiali e di breve durata, ma non è assolutamente così. Naturalmente, il fatto che gli amanti non appartengano allo stesso clan, e che non vivano e lavorino insieme, può forse facilitare le separazioni. Ma non c’è nulla che possa garantire le relazione  nel lungo periodo.  Si potrebbero approfondire maggiormente i rapporti proprio perché non appesantiti dai doveri quotidiani. Gli amanti potrebbero così dedicarsi a loro stessi, alla bellezza e alla spiritualità dell’erotismo, liberi da qualsiasi oppressione.

Generazioni nel matriclan simbolico

Una volta che le madri hanno scelto le loro “sorelle” e i loro “fratelli” , e che hanno creato un matriclan simbolico formato da due generazioni, il passo successivo è di estenderlo a tre o più generazioni. Si potranno ora scegliere persone in età avanzata che facciano loro da “madri” e “nonne dei bambini”, o “fratelli delle madri” e “fratelli delle nonne dei bambini”. Questi uomini e donne anziani hanno esperienza della  vita e sono perciò consiglieri e aiutanti importanti per le persone e per tutto il clan. Inoltre, tutti i membri del clan possono scegliere nel loro gruppo una donna “matriarca” e un uomo “sachem” (custode di pace), anziani che rappresenteranno il clan all’esterno.

Poiché i matriclan simbolici si fondano sulla scelta, la loro struttura non si fossilizza. Ogni scelta può essere sostituita da una scelta nuova. Non ci sono pressioni che costringono a mantenere la stessa responsabilità o a rimanere insieme. Le cose che si sono dimostrate funzionare rimarranno, tenendo presente che gli individui passano attraverso fasi di vita che cambiano. Ogni nuova scelta deve essere accostata con la stessa serietà delle scelte originarie, quelle con cui il clan, a suo tempo, si era dato un’impostazione.  Ciò impedirà l’affermarsi dell’arbitrarietà e del caos individuale. Ha senso stare insieme per un certo periodo e assumere un impegno per tre o quattro anni, e, comunque, ogni anno, i membri dei matriclan si fermeranno a riflettere sulla loro struttura, rinnovandola nel modo più appropriato.

Economia matriarcale

A livello economico, i matriarcati tradizionali sono economie bilanciate. In questo tipo di economia s’impedisce la disparità economica tra ricchi e poveri, provvedendo a una moderata prosperità per tutti. L’opposto dell’economia bilanciata è l’economia dell’accumulazione che caratterizza le società patriarcali. Armamenti, strutture economiche e denaro hanno permesso a una minoranza esigua di mantenere la maggior parte dei beni, prelevata direttamente o indirettamente con la forza dalla maggioranza delle persone.

Nelle società matriarcali tradizionali la proprietà privata e i diritti territoriali non esistono. In queste culture, la gente ha semplicemente il diritto d’uso del suolo che coltiva o dei pascoli delle loro greggi. Nella loro visione, la “Madre Terra” non può essere posseduta, o fatta a pezzi, perché dona a tutti i frutti dei campi e gli animali delle greggi. Il raccolto e le greggi non possono, pertanto, essere posseduti privatamente. Quindi, le società matriarcali hanno creato un’economia bilanciata, che utilizza il metodo della circolazione dei beni per prevenire l’accumulazione. Non ci sono eccezioni, tutti i beni acquisiti sono inclusi in questo processo di circolazione, siano essi agricoli, manifatturieri, o merci di scambio.

Economia interna del clan

I beni del clan vengono consegnati alle donne. Sono le donne, e precisamente le donne più anziane del clan, le matriarche, che hanno in mano tutti i beni e  sono responsabili del sostentamento e della protezione dei membri del clan. Le donne, o lavorano la terra o organizzano il lavoro. Anche i frutti dei campi e il latte delle greggi vengono consegnati a loro. Così come il denaro, che ora è guadagnato dagli uomini matriarcali, che prestano servizio come lavoratori saltuari fuori dalle loro comunità native. Ma questa è un’evoluzione recente. Tradizionalmente, le comunità matriarcali vivevano senza denaro, poiché non ce n’era bisogno. Le matriarche, degne della più profonda fiducia, ridistribuiscono ogni cosa con giustizia ed equità tra i membri del clan. Sono le manager economiche e le amministratrici. Organizzano l’economia seguendo un principio che non è quello del profitto – secondo cui la persona singola, o il piccolo gruppo di persone, trae beneficio – ma è piuttosto l’atteggiamento della logica materna quella che sottendere il loro agire. Il principio del profitto è centrato sull’ego. Gli individui, o una piccola minoranza, approfittano della maggior parte delle persone. Il principio della logica materna è il contrario: il benessere di tutti è al centro del sistema, e regna l’altruismo.

Contemporaneamente, è un principio spirituale che gli umani traggono dalla Madre Terra. Poiché la logica materna, in quanto principio etico, informa ogni sfera della società matriarcale, lo stesso vale anche per gli uomini. Se un uomo di una società matriarcale vuole raggiungere una posizione tra i suoi simili, oppure diventare un rappresentante del clan nel mondo esterno, il criterio è che “deve essere come una buona madre”(Minangkabau, Sumatra).

Economia tra i clan

Nel corso dell’anno, la variazione dei raccolti e gli esiti più o meno positivi delle attività commerciali potrebbero sviluppare delle differenze economiche tra i clan del villaggio o della città. In tal caso, i clan si affideranno al principio della circolazione dei beni e del surplus, all’interno del villaggio, per prevenire una situazione di accumulo.

I beni, così come la cura dell’altro, l’impegno, la creatività culturale nel dar vita a eventi rituali, tutto circola come dono, e si manifesta nei festival,  che sono il cuore di queste culture e la guida dell’ economia di queste comunità. Tutti insieme, nel villaggio o città, celebrano le feste dell’anno agricolo e i cicli della vita dei singoli clan. Nel corso dei festival, i beni, la cura per l’altro, l’impegno, le proposte culturali “circolano” non secondo il principio dello scambio per il profitto, ma semplicemente come doni.

Per esempio, è consuetudine che quando un clan ottiene un raccolto eccezionalmente abbondante lo regali alla prima occasione. Al festival successivo, il clan fortunato, che si sarà esteso, inviterà tutti al villaggio o città o distretto, prodigandosi nell’ospitalità e prendendosi cura del benessere di tutti. Gli ospiti saranno coinvolti con musiche, danze, processioni, eventi rituali e proposte culturali, e tutti saranno chiamati a partecipare secondo le proprie tradizioni religiose. Il clan organizzerà il festival e non vorrà nulla indietro. In una società patriarcale sarebbe un comportamento suicida e porterebbe alla rovina il clan donatore. Ma le società matriarcali funzionano secondo la massima “chi ha darà”.

Al festival successivo un altro clan, più ricco rispetto agli altri, assumerà questo ruolo. Tutti saranno invitati e verranno elargiti doni. Sono sempre i clan più ricchi ad avere la responsabilità dei festival, che si susseguiranno ciclicamente.

E’ evidente che in questo sistema non è possibile l’accumulo di materiale o di beni culturali in una prospettiva di guadagno e arricchimento personali. Al contrario, le pratiche economiche e culturali sono rivolte a livellare le differenze negli standard di vita, e per la gioia di tutti coloro che insieme partecipano agli eventi.

Un clan generoso non ha il diritto di pretendere indietro altri materiali o beni culturali. La sua “ricompensa” sarà l’onore che guadagna. “Onore”, nel matriarcato, significa che l’altruismo e la pratica sociale del dono dei clan sono tenuti in grande considerazione,  perché  la generosità del clan consolida e rafforza le relazioni tra i gruppi. Per “onore” si intende l’incommensurabile valore della relazione umana e della collaborazione. Gli altri clan saranno portati a sostenere  un clan simile,   allorché necessiti di qualcosa o attraversi un periodo di difficoltà. Questa reciprocità è anche una questione di onore. In queste culture, donare non è soltanto un atto arbitrario relegato alla sfera privata, ma è la caratteristica centrale delle loro società. Ciò dimostra come l’economia del dono non sia soltanto una pratica incidentale, ma possa funzionare come solido fondamento per tutta la società. ( Genevieve Vaughan, “Per-donare”)

Economia interna del matriclan simbolico

Ora dobbiamo occuparci  di come dar forma a una nuova economia matriarcale, nei matriclan simbolici che ho proposto, il che significa una nuova economia del dono.

In questi gruppi di “sorelle”, i membri che saranno riusciti a formare nuovi matriclan simbolici condivideranno una profonda fiducia gli uni negli altri. “La priorità è dar forma a nuove relazioni, perché nel patriarcato le persone non sono abituate a pensare e agire in gruppi di affinità. Nel contesto patriarcale i singoli sono costretti ad auto-promuoversi attarverso una strenua competizione, e nessuno ha fiducia nell’altro, o può contare sugli altri. E’ questo l’ostacolo maggiore, ma non appena sarà superato, l’economia matriarcale di un clan simbolico potrà rapidamente svilupparsi.”

La dimensione che più si confà a un gruppo di questo tipo varia dai 20 ai 30 membri, numero che garantisce al gruppo la trasparenza economica. All’inizio, il clan ha eletto tra i suoi membri più anziani una “matriarca” e (se il matriclan comprende uomini) un “sachem”, o custode di pace. Entrambi devono essere “come una buona madre”. I membri del clan lasciano nelle loro mani beni e denari. E’ un onore personale per la matriarca e il sachem, che sono personalmente responsabili della distribuzione dei beni, che servono a sostenere in modo equo tutti i membri del clan. La responsabilità personale nel maneggiare i beni è importante e ha un’influenza particolare sulle persone. Può liberare i più nobili sentimenti umani, come il dare incondizionato, la vera devozione, la benevolenza e l’amicizia. Fcilita l’amore tra i membri del clan.

Tuttavia, le decisioni fondamentali che riguardano l’utilizzo dei tesori del clan non spettano alla matriarca o al sachem, ma al consiglio del clan, un corpo costituito da tutti i membri del clan. Come nei matriarcati tradizionali, questo concilio preparerà una delibera annuale su come debbano essere utilizzati i beni della vita quotidiana. Prenderà anche in considerazione, caso per caso, le spese speciali. La matriarca e il sachem fungeranno da consiglieri del concilio del clan, ma entrambi dovranno votare nel processo decisionale, come tutti gli altri membri del clan.

Le questioni che normalmente  sarebbero sottoposte a un’acceso dibattito non sono granché importanti nelle discussioni del concilio. Per esempio, un uomo del clan che lavori fuori, nel mondo patriarcale, dovrebbe per questo fornire un contributo maggiore alla tesoreria del clan, rispetto agli altri membri che non sono ricchi quanto lui? No, dal momento che è altamente onorato dal poter dimostrare una così profonda attitudine al dono. E, in ogni caso, la protezione e l’amore delle sue “sorelle” e dei suoi “fratelli” del clan non possono essere confrontati  con qualsivoglia guadagno monetario.

Un’altra questione patriarcale che dovrebbe semplicemente scomparire è l’idea di dare troppo poco. Non dovrebbe essere importante se per un certo periodo una donna con  bambini piccoli possa o meno contribuire alla tesoreria del clan. Sta  offrendo un regalo che ha un valore molto più alto, il regalo di una nuova vita. Tramite lei tutto il clan può avere bambini e ha, perciò, un futuro. In questo modo, il divario tra il lavoro degli uomini e quello delle donne per allevare i bambini – mal pagato o non pagato affatto – può scomparire come problema. Dunque, si risistemano le cose.

L’economia tra i matriclan simbolici

Esiste già, a questo punto,  un gruppo esteso di diversi matriclan che forma una comunità, un’associazione di quartiere, o un network regionale. Questi matriclan potranno sostenersi reciprocamente sia con beni sia con denaro, visto che sono un organismo di mutuo aiuto, alla stregua di una comunità matriarcale. Nel corso delle iniziative e dei festival comuni potranno  praticare l’economia matriarcale bilanciata. I singoli clan  sponsorizzeranno  i festival, o le iniziative, a seconda delle loro possibilità economiche. Il principio guida è “chi più ha più darà”. Quei clan che in precedenza avevano donato più degli altri, e che ora si trovano economicamente deboli, saranno sostituiti da  altri clan, che forniranno loro un adeguato sostegno. Ciò ha lo scopo di garantire la circolazione dei beni e del denaro tra i clan e, contemporaneamente, creare un equilibrio economico. Ogni clan dovrebbe promuovere costantemente l’equilibrio. Si tratta di un’iniziativa molto stimolante, che mette in gioco la creatività di ognuno, e che offre la possibilità di costituire comunità più ampie.

In una comunità matriarcale di questo tipo, farla finita con il denaro come mezzo di scambio, sarebbe un obiettivo auspicabile. Lentamente, può essere  sostituito dalla circolazione dei beni e dei servizi. Il denaro è importante solo per trattare con il mondo “fuori”,  ossia per le faccende che riguardano i pagamenti al di fuori della comunità. A questo proposito si potrebbe istituire una tesoreria della comunità, proprio sull’esempio della tesoreria del clan e affidarla al “Concilio dei Saggi”, un gruppo scelto tra i clan e formato dagli uomini e dalle donne più anziani. Ma, come per la tesoreria del clan, questi amministrerebbero soltanto la tesoreria della comunità, mentre le decisioni circa il modo di spendere il denaro sarebbe compito del concilio della comunità.

Questa modo di relazionarsi con la ricchezza crea legami emotivi che durano nel tempo, richiede pertanto un impegno nei confronti del benessere di tutta la comunità. I beni donati saranno restituiti ai clan donatori nel lungo periodo, ma non è questo il punto. La vera questione è il cuore leggero da cui proviene il dono, e i doni non possono essere presi per scontati. In definitiva, questa attitudine verso il dare incondizionato dimostrerebbe che nelle nuove comunità il valore etico più importante è la logica materna.

E’ evidente che un’economia del dono può funzionare solo in ambienti circoscritti, o comunque ristretti. Ma man mano che si creano nuovi matriclan simbolici e comunità matriarcali si può diffondere l’economia del dono, e il denaro diverrebbe superfluo.

Pratica politica matriarcale

L’economia matriarcale del dono dipende dal processo decisionale, vale a dire, dalla pratica politica matriarcale.

Nelle società matriarcali tradizionali la vita politica non è separata dalla vita quotidiana. A differenza di altre società dove partiti politici, parlamenti, senati, commissioni e governi si comportano come se i cittadini non esistessero (democrazia formale), i matriarcati prendono le loro decisioni in un contesto di “democrazia dal basso ”. Questa democrazia si basa sul consenso e si applica al matriclan di ogni singola casa del clan, così come alla comunità del villaggio locale, o alla comunità tribale di una regione.

Due sono le condizioni di base per raggiungere il consenso: la definizione del limite e il processo strutturato. La definizione del limite riguarda il numero dei membri di un insediamento matriarcale – non più di tremila persone. Diversamente, si perderebbe la trasparenza senza raggiungere il consenso. Ogni insediamento è un “villaggio-repubblica” autonomo. La politica tribale della regione si basa sulle decisioni prese nei villaggi, e raggiunte di volta in volta a partire dalle case dei clan, dove tutti sono coinvolti. In questo modo, ogni persona partecipa al processo consensuale.

Processo strutturato del consenso

La base della pratica politica matriarcale è il concilio del clan, l’assemblea di tutti i membri adulti nella casa del clan. A partire dal tredicesimo anno i ragazzi sono considerati membri effettivi del concilio. E’ qui che vengono stipulati gli accordi.  Qualunque decisione ha origine nella casa del clan e vi ritorna alla fine di ogni ciclo di consenso. All’inizio, le donne e gli uomini si incontrano in assemblee separate dove raggiungono decisioni consensuali diverse. Questo sistema rispecchia sfere di azione e responsabilità differenti, e compiti diversi. In questo modo, durante il primo round di costruzione del consenso  si definiscono le diverse prospettive  degli uomini e delle  donne.

Dopo le assemblee separate, le donne e gli uomini si incontrano nella casa del clan per trovare un consenso condiviso. La matriarca guida e aiuta il clan a raggiungere un accordo unanime. I suoi suggerimenti sono tenuti in grande considerazione, tutti hanno fiducia in lei, ma in definitiva lei ha una sola voce, proprio come chiunque altro. Se la decisione riguarda solo il clan, allora la procedura finisce qui.

Concilio del clan, concilio del villaggio, concilio della tribù

Una volta che le diverse case del clan hanno raggiunto il consenso inviano i loro delegati al concilio del villaggio per comunicare le decisioni. I delegati possono essere sia la matriarca sia il sachem (il più fidato tra i suoi fratelli), insieme o singolarmente; essi sono solo dei portavoce dei clan. Non prendono decisioni, come succede nei parlamenti e nei governi delle nostre democrazie.

Le assemblee del concilio del villaggio sono pubbliche e, tutti, dunque, possono ascoltare e controllare ciò che riferiscono i delegati. Questi, trasmettono semplicemente le decisioni prese nelle case dei clan. Se si raggiunge il consenso termina anche la procedura; se non lo si ottiene, allora, i delegati fanno ritorno alle loro case del clan e riferiscono sullo stato delle cose. Riprendono le consultazioni in base ai nuovi dati raggiunti nel concilio del villaggio. Dopo aver ottenuto un secondo consenso i delegati si incontrano di nuovo nel concilio del villaggio per mettere insieme le decisioni, spostandosi tra il concilio del clan e quello del villaggio, finché tutto il villaggio non ha raggiunto un accordo unanime.

Il sistema funziona esattamente allo stesso modo a livello regionale. Se l’intera regione non è d’accordo su un certo risultato, si riprendono le consultazioni nelle case dei clan, poi nel villaggio, finché non si raggiunge l’unanimità. A quel punto, i vari villaggi eleggono i delegati, e poiché questi devono affrontare lunghi viaggi, sono in prevalenza gli uomini a essere scelti per questo ruolo. Le donne preferiscono non lasciare il territorio e le case del clan, che sono i centri più importanti della comunità.

I delegati giunti dal villaggio si incontrano nel concilio regionale, e anche in questo caso non sono loro a decidere, ma comunicano semplicemente le decisioni consensuali raggiunte nei vari villaggi. Se a livello regionale non vi è il consenso di tutti, i delegati ritornano alle loro case del villaggio e fanno un resoconto sullo stato delle cose. Nelle case-clan dei villaggi della regione riprendono allora le consultazioni. I delegati dei villaggi si spostano avanti e indietro tra il concilio del villaggio e quello regionale, fino quando non viene raggiunto un consenso fra tutte le case del clan e i villaggi della regione. A ogni fase di questo processo le case del clan sono le prime e le ultime a essere consultate. In questo modo, il processo politico raggiunge infine chi realmente decide, cioè ogni singola persona.

Il processo strutturato del  consenso permette alle società matriarcali di funzionare come una democrazia dal basso. La pratica politica matriarcale si fonda sempre sul consenso, prevenendo la formazione di qualsiasi struttura di potere chiusa.

Risoluzione del conflitto

La procedura del consenso previene anzitutto il sorgere di forme di conflitto. Naturalmente, anche chi vive nelle società matriarcali conosce i conflitti; tutti sono umani e hanno perciò delle debolezze, ma elaborano modi particolari di risolverle. Per esempio, quando sorgono conflitti tra i singoli membri del clan, questi cercano di aiutarsi l’un l’altro per risolvere il problema affinché non si estenda all’intero villaggio. Quando sorgono conflitti tra i clan, gli altri clan fanno da mediatori. Un aiuto arriva anche dal “Concilio dei Saggi”, un gruppo formato (sia a livello del villaggio sia della regione) dalle donne e dagli uomini più anziani, che opera da mediatore nelle situazioni di conflitto, e che ha la funzione di richiamare tutti al rispetto dei valori etici della comunità. E’ questo il motivo per cui il “Concilio dei Saggi” è anche una sorta di Concilio di Pace. Non ci sono conflitti di gruppo insormontabili che sfocino in una guerra civile come nelle società patriarcali. Il clan che desidera vivere in modo diverso lascerà il villaggio stabilendosi in una zona diversa della regione. Il clan dissidente vivrà nel nuovo posto secondo le proprie idee, riprendendo al più presto i rapporti con il proprio luogo d’origine, grazie allo scambio di visite che avvengono tra  i membri dei clan.

Raggiungere il consenso nei matriclan simbolici

I nuovi matriclan simbolici non possono essere considerati come “case-clan” e le nuove comunità matriarcali come “villaggi”. Le decisioni vengono prese con l’aiuto del processo strutturato di consenso che ha inizio nei clan simbolici, dove le persone si sentono e si comportano come membri di “sibling”. La formazione  di questi clan crea un forte senso di fiducia reciproca tra le persone. Il processo di consenso avviene in un’atmosfera di reciprocità che lascia a tutti la possibilità di dire apertamente quello che pensano, e in modo del tutto diverso dalle sessioni plenarie, dove perlopiù sono i bravi oratori ad affermare il proprio ascendente. L’esiguo numero dei membri all’interno dei gruppi dei clan risulta efficace anche in termini di tempo.

Ma, naturalmente, non tutti i conflitti riguardano tutti. Le questioni personali e quelle riguardanti il clan rimangono all’interno del clan simbolico, mentre le questioni relative alla “comunità” o al “villaggio” restano al loro interno. Si creano   scambi anche su più vasta scala,  in termini di relazioni tra i vari “villaggi” o comunità, a livello regionale.

Concilio dei matriclan simbolici e Concilio della Comunità

A livello dei clan simbolici, i gruppi delle donne e degli uomini raggiungono dapprima un consenso separato. Oggi, questo è molto importante, considerato che le prospettive delle donne trovano poca o nessuna considerazione nella società.

La matriarca eletta dovrebbe guidare il concilio delle donne, e il sachem quello degli uomini; i due gruppi si incontrano quindi per cercare un consenso comune con l’aiuto della matriarca e del sachem.

Se il problema riguarda tutta la comunità o il “villaggio” (o anche un network di villaggi in un quartiere), si può allora utilizzare il sistema dei delegati. Sarebbe meglio non utilizzare gruppi di delegati basati sul genere perché finirebbero solo per rinforzarne gli stereotipi. La scelta migliore sarebbe quella della matriarca e del sachem che, insieme, rappresentano il loro clan o villaggio al concilio della comunità o a quello regionale, qualora fossero stati eletti come rappresentanti della comunità.

Nel concilio della comunità sono solo i delegati a parlare, ma tutti ascoltano. Chi ascolta ha una funzione molto importante: monitorare la pratica politica dei delegati e accertarsi che si attengano al solo compito di comunicare informazioni relative alle decisioni del gruppo, senza che questi prendano decisioni di propria iniziativa.

Oggi, nella maggior parte delle società questo è un sistema poco diffuso,  visto che la gente è ben disposta ad abdicare alle proprie responsabilità, mentre altri si ostinano a monopolizzare i processi decisionali. Ma, il concilio della comunità o del villaggio può essere il luogo adatto dove praticare queste due funzioni: riferire correttamente e ascoltare con attenzione.

Allo stesso tempo, si possono integrare tutte le opinioni. Una volta che il processo di consultazione torna al clan, ogni persona è tenuta a valutare le opinioni di tutti gli altri clan e a integrarle, dando così vita a un processo molto creativo.

Concili speciali per risolvere i conflitti

Per risolvere i conflitti tra clan nelle nuove comunità è indispensabile “il Concilio dei Saggi”. Eletto tra le donne e gli uomini più anziani (oltre i 50 anni), i membri di questo concilio non devono essere contemporaneamente utilizzati per il clan e per la comunità. Ciò significa che devono agire come parte terza, neutrale, per risolvere i conflitti tra i diversi gruppi. Solo se questi membri del concilio si attengono al principio di neutralità possono essere davvero indipendenti, e portare pace nelle situazioni di conflitto tra i matriclan simbolici. L’idea, inoltre, è che restino in contatto con concili analoghi di altre comunità, imparando così a costruire la pace a partire dall’esperienza degli altri, oltre a trasmettere la propria conoscenza. Possono anche essere invitati da altre comunità e partecipare ai loro “Concili dei Saggi”, contribuendo così alla risoluzione dei conflitti in quei luoghi.

Rispetto ad altri concilii, questo non resta confinato nella propria comunità, il che è molto importante in termini di trasmissione di idee e di attuazione di iniziative all’interno del processo di cooperazione tra comunità a livello regionale.  E’ questo il luogo per fare proposte e lanciare iniziative al fine di risolvere i conflitti regionali che potrebbero sorgere tra le comunità.

Inoltre, è importante che ciascuna comunità o “villaggio” crei concilii di genere separati per mantenere distinte le modalità di percezione del mondo delle donne e degli uomini. Nel concilio degli uomini o delle donne i membri della comunità si incontrano con il loro genere opposto per valutarne i punti di vista, aiutarsi con auto-riflessioni reciproche, valutare collettivamente idee e questioni all’ordine del giorno, filosofie e principi, ricevendo stimoli che influenzeranno la loro specifica concezione del mondo. Questi concilii, come il Concilio dei Saggi, non hanno potere decisionale, ma offrono stimoli in forma di iniziative e idee per integrare i diversi punti di vista nel processo decisionale del concilio del clan.

Alla pari del Concilio dei Saggi, questi concilii di uomini e donne non sono confinati all’interno della loro comunità, ma si fanno reciprocamente visita, creando una circolarità di idee intorno a situazioni di genere specifiche. Nascono e si scambiano nuove idee, allo stesso tempo diventa più facile individuare i modelli patriarcali e incoraggiare nuovi sistemi. Anche questo è un modo per incamminarci verso una società di pace.

Spiritualità matriarcale

Non è l’economia né la pratica politica in sé, ma piuttosto l’idea di un mondo migliore a far sì che la gente inizi a esplorare nuove comunità, lasciandosi dietro vecchi modelli e relazioni. Questa idea ha sempre avuto radici spirituali profonde e può essere realizzata soltanto per mezzo di energie spirituali.

A livello spirituale, le società matriarcali tradizionali sono particolarmente significative perché sono state sempre società sacre, contrariamente alle più recenti società patriarcali. Dopo la prima intrusione del pensiero strategico-militare, che ha avuto un effetto secolarizzante, il processo sociale di divisione tra aspetto religioso e secolare ha continuato a caratterizzare il mondo patriarcale fino a oggi. Oggigiorno, “niente più è sacro”, laddove nelle società matriarcali ogni cosa è letteralmente sacra. Senza la conoscenza della spiritualità matriarcale praticata in queste società non si potranno capire né i loro modelli sociali né quelli economico-politici.

Una concezione diversa del divino

Nelle culture matriarcali tradizionali il divino è considerato immanente alla natura e alla cultura. E’questa la ragione per cui ogni cosa è considerata sacra. Non esiste un dio trascendentale fuori dal mondo, ma il mondo stesso è divino, ed è una divinità femminile. Nell’area mediterraneo-europea e del vicino oriente possiamo trovare conferma di questa concezione, espressa dalla credenza diffusa nelle due dee primordiali, il cosmo e la terra. La dea cosmica primordiale è la creatrice, come la dea egizia Nut, che da sola ha dato vita a ogni cosa nel mondo. La terra è considerata l’altra dea primordiale, è la Grande Madre di tutti gli esseri viventi. E’la Gaia pre-ellenica, per esempio, l’indiana Prithivi, la mediterranea Magna Mater. Queste dee primordiali rispecchiano la concezione matriarcale, secondo cui il femminile è onnicomprensivo.

Al di fuori di questo principio femminile, onnicomprensivo, tutto il resto si sviluppa in polarità dinamica. Tali coppie polari sono per esempio la luce e il buio, l’estate e l’inverno, il movimento e la quiete, il femminile e il maschile. Nel matriarcato questa equivalenza complementare non è assolutamente presa in considerazione, a differenza di quanto è successo più tardi nelle filosofie patriarcali. Infatti, il mondo è visto come un “tutto”, dove ogni aspetto delle due polarità è in perfetto equilibrio.

Vita quotidiana e giorni di festa in un “mondo sacro”

Poiché tutti gli elementi e gli esseri sono di origine divina, ogni cosa è anche perciò sacra. Che cosa significa per la vita quotidiana? Non c’è rigida separazione tra la “vita quotidiana” di quando si lavora, e i “giorni di festa” di quando ci si dedica alle pratiche devozionali e non si lavora. Nel matriarcato ogni attività condivisa – come arare, seminare, raccogliere, cucinare, tessere, costruire una casa – è un rituale dal significato profondo, e qualsiasi strumento quotidiano, sia esso un aratro, un fuso, un focolare, ha anche un significato simbolico. Il lavoro stesso non è solo e strettamente incentrato sul profitto, cosa che lo rende alienante ed estenuante nelle civiltà patriarcali, ma è volto a esprimere la gioia della vita in tutti i suoi aspetti. Il lavoro, perciò, è onorato e svolto come un rituale.

Queste attività rituali quotidiane vengono messe in risalto nel corso dei numerosi festival, quando sono trasformate in grandi cerimonie e rappresentazioni sacre a cui partecipa l’intero villaggio o comunità. Qui, di nuovo, ogni cosa che viene celebrata è già presente nella vita quotidiana. I popoli matriarcali non celebrano divinità trascendentali, gerarchie di esseri spirituali invisibili, o santi che si elevano al di sopra dei comuni mortali. Celebrano, invece, la varietà del mondo reale nel quale si trovano. Celebrano ciò che li circonda, ciò che sono e ciò che fanno. La loro attività spirituale fa quindi parte delle loro vite quotidiane, così come fa parte dei giorni di festa (i giorni dedicati ai grandi festival).

I festival matriarcali: specchio della natura e della società

La pratica spirituale matriarcale non è affatto astratta: libri sacri, dogmi e teologie sono concetti sconosciuti. La spiritualità matriarcale vive nei grandi festival e il loro significato complessivo lo si può cogliere proprio lì. C’è una grande ricchezza spirituale nei festival che si manifesta attraverso l’enorme complessità dei rituali e delle cerimonie. Rappresentano il cuore culturale di ogni villaggio, città, o comunità etnica, e presentano una gestalt che comprende tutti gli aspetti della vita. Rispecchiano i modelli sociali tra i generi, le generazioni e i clan. Inoltre, corrispondono all’economia matriarcale, alla storia, e al calendario (stagionale) e, più precisamente, alle relazioni che gli esseri umani intrattengono con il mondo naturale. Per loro, il mondo naturale è l’incarnazione della dea.

I festival stagionali ciclici celebrano gli aspetti mutevoli della natura, intesa come insieme che comprende tutta la terra e il cosmo, e non soltanto gli immediati dintorni. Nell’area culturale europeo-mediterranea e del vicino oriente la natura si manifesta come triplice Dea. In primavera appare come la giovane Dea Bianca, la Regina dei Cieli, dispensatrice di luce e nuova vita. In estate come la Dea Rossa nel pieno del suo rigoglio, l’amante della terra, dispensatrice dell’amore e della fertilità. In autunno, come la Dea Nera, la saggia megera, la Regina dell’altro mondo che riporta la vita nella profondità della terra e delle acque. E’ anche la trasformatrice della vita durante l’inverno e quella che, attraverso la rinascita, la fa riemergere nuovamente dalle profondità. Questi diversi aspetti della Grande Dea simboleggiano il ciclo annuale e il ciclo vitale, che continuamente si ripetono. Il mondo è visto come una triplice creatura: cielo, terra e oltretomba.

I popoli matriarcali celebrano anche se stessi, i generi e le generazioni, tutto è espressione del divino. I bambini e i giovani vengono celebrati nelle feste di iniziazione. Gli adulti nelle feste del matrimonio sacro, una cerimonia che riunisce simbolicamente tutte le polarità del mondo: il cielo e la terra, il sole e la luna, la Dea e gli umani. Le persone più anziane, specialmente le donne più anziane, in quanto madri dei clan, sono onorate nelle feste di merito. Seguono poi le grandi feste in onore degli antenati, in particolare, delle antenate. Anche chi dimora nell’altro mondo appartiene al clan e deve nuovamente rinascere come creatura nuova. E’ così che si esprimono le diverse qualità delle generazioni e dei generi, e che si risalta l’onore e la specifica dignità di ciascuno.

Allo stesso tempo, si rende manifesta la rete di relazioni tra i clan, che nella società matriarcale hanno la responsabilità dell’organizzazione dei festival stagionali, attraverso cui si crea quella connessione spirituale che costituisce il modello dell’intera città o villaggio.

I festival matriarcali: calendario e cronache storiche

Attraverso i festival si rende visibile l’economia matriarcale sia a livello pratico sia a livello simbolico. A livello pratico, essi guidano l’economia matriarcale del dono reciproco (come descritto sopra). A livello simbolico, mettono in scena il calendario dell’economia agricola. I grandi festival stagionali sono allo stesso tempo feste della semina, della germinazione e della crescita, della raccolta e del decadimento. Mettono in scena un calendario agrario basato sulle osservazioni astronomiche.

I popoli matriarcali non sentono la necessità di avere libri di storia, che possono essere sostituiti nei festival con la rappresentazione della loro storia e con quella delle loro madri fondatrici, le antenate dei clan. Questi eventi vengono rappresentati con scene simboliche, come per esempio la storia della loro evoluzione sociale. E’ un modo animato di trasmettere la storia, che non è noioso, ma ricco di colore, drammatico, turbolento e pieno di partecipazione. La storia, pertanto, non ha nulla a che vedere con il passato, ma è un processo che si sviluppa nel presente attraverso la partecipazione ai rituali. Vengono messi in scena persino gli eventi storici che in un tempo passato avevano eventualmente minacciato la comunità matriarcale – episodi che avevano dato adito ad attacchi patriarcali e che, fortunatamente, sono stati risolti con un compromesso politico. La caratteristica principale della spiritualità matriarcale è la grande tolleranza. La Dea Terra primordiale, madre di tutti i popoli, è “Quella dai mille volti”, è del tutto naturale, quindi, che sia anche celebrata nei suoi mille diversi aspetti. La gente di montagna la venererà perciò nella forma della Dea Montagna, e la gente del mare nella forma della Dea del Mare. Nonostante questa diversità, che è vista come una grande ricchezza, la consapevolezza dell’unità della Dea primordiale non viene meno. Ma non è mai un’unità astratta, è una dea che si può vedere e toccare, perciò non è necessario convertire gli altri alla propria concezione. Per chi vive in montagna sarebbe un controsenso cercare di convertire alla propria dea chi vive sul mare. La tolleranza matriarcale è così grande che in alcuni casi integra anche gli dei della religione patriarcale, come Gesù e Maria, perché ai missionari “piaceva quel modo”. Sebbene venisse meno l’esclusività cristiana, di cui il popolo matriarcale non capiva il senso.

La tolleranza matriarcale oggi

La tolleranza matriarcale ha un grande valore e può insegnarci molte cose oggi nel nostro mondo. È già sulla strada, anche se non è chiamata con questo nome. Sono molti i movimenti di persone che hanno abbandonato le religioni che pretendono un accesso esclusivo a Dio o alla verità, o una via esclusiva alla santità. Per loro, le religioni patriarcali tradizionali hanno perso credibilità spirituale in seguito agli  stretti legami con i governi secolari e i suoi governanti.

La spiritualità matriarcale non è una “religione” o una “teologia”, non è una “chiesa”, un “tempio”, una “sinagoga” o una “moschea”. Non ha “libri sacri” in cui è confinata la verità. Nessuno deve “credere” qualcosa che stenta a capire. La spiritualità matriarcale è la continua celebrazione di questo mondo e della vita. Per esprimerla, nel corso dei millenni, si è sviluppato un linguaggio di simboli che ha funzionato come base per la creazione di sistemi simbolici religiosi molto simili tra loro.  Questo linguaggio simbolico o “linguaggio della Dea” (Gimbutas) non ha bisogno di una fede cieca perché le immagini si spiegano da sole, sono immagini del cosmo e della terra.

La spiritualità matriarcale è la forma che meglio esprime la tolleranza nei gruppi di sorelle e fratelli, così come nelle nuove comunità, nei network e nella società nel suo insieme. Ha il potere di guarire la società e il mondo. Perché non dovremmo celebrare le innumerevoli visioni e i molteplici cammini spirituali e politici che in tanti già oggi seguono? E’ un tesoro spirituale di cui abbiamo molto bisogno in questi tempi. L’unico atteggiamento sgradito sarebbe l’intolleranza e lo zelo missionario.

I festival come nuovi centri della vita

Sono convinta che molte persone, specialmente donne, stiano già praticando la spiritualità matriaracle nella loro vita quotidiana e che la celebrino già con meravigliose feste. Stanno già usando, in modi diversi, il linguaggio simbolico matriaracle. La venerazione libera e creativa della dea può facilitare la formazione di gruppi di affinità spirituale, matriclan simbolici, nuove comunità e un sistema di unità matriarcale. In queste nuove unità, attraverso il linguaggio simbolico matriarcale si potrà rappresentare la complessità dell’interconnessione della vita e delle relazioni sociali, trasformando i festival in grandi eventi spirituali, che funzioneranno da centri rigenerativi per i gruppi, i clan e le comunità.

Una volta che le persone cominciano a rispecchiarsi in un contesto spirituale simile, i ruoli e le qualità specifiche degli individui, dei diversi generi e delle diverse generazioni, possono essere visti come una Dea-dono o una Dea-forma, e se ne può trarre guarigione integrandone l’effetto nella vita quotidiana. Si rivelerebbe, di riflesso, l’intero tessuto del clan o della vita comunitaria. Il clan o la struttura comunitaria stessa possono essere rappresentati e celebrati anche in questo modo. L’esito può essere molto illuminante e favorire un processo che aiuta a evidenziare le strutture stesse.

Dovremmo anche trovare un’immagine complessiva affinché la struttura del clan o della comunità – ancora una volta una Dea-dono o una Dea-forma – si possa esprimere nella celebrazione. Una immagine simile o gestalt, concepita come simbolismo matriarcale, tende di per sé a essere integrante. Con un lavoro creativo su questa immagine complessiva si potrebbe dar inizio a una dinamica integrativa all’interno di un clan o una comunità. Non avverrebbe attraverso una discussione teoretico-moralistica, quanto attraverso un gioco creativo.

La storia specifica e il “Volto della Madre Terra locale”

La storia unica e assolutamente irripetibile di ogni matriclan o comunità è così determinante per l’identità dei singoli membri, che dovrebbe essere celebrata sempre con immagini visive e rappresentazioni. I nuovi arrivati, i bambini e le persone che giungono da fuori saranno così in grado di capire meglio il clan o la comunità, se questa viene presentata con scene illustrate. In questo processo, sono specialmente le madri fondatrici a essere onorate, sia che riposino con gli antenati o che siano ancora in vita.

Nel grande festival si rappresenta anche l’economia nei suoi vari aspetti, come la fase del raccolto, che è riconosciuto come un grande dono, o le varie raffigurazioni simboliche dei singoli lavori e professioni.

Il cosmo e la terra, in generale, così come il luogo dove vivono il clan o la comunità – il “Volto della Madre Terra Locale” – sono degni dei festival più elaborati. Sarà perciò difficile connetterci con la terra nello spirito, nell’anima e nel corpo se non la celebriamo raffigurandola nei suoi mutevoli aspetti stagionali, così come fanno i popoli matriarcali. Rappresentandola, la tocchiamo con amore, e con la nostra gradevole e festosa comparsa intensifichiamo la sua bellezza, così come attraverso i festival stessi. Proprio perché siamo parte di lei, parte della terra, diventa visibile a se stessa attraverso i nostri occhi, ed entra nella nostra coscienza quando gioiamo della sua bellezza. Dunque, tramite noi, la natura vede la propria bellezza (come scrive il filosofo Shelling).

Questo è il dialogo con la Dea dentro e intorno a noi. Trasmettere gli effetti di questo dialogo in un re-incanto del mondo è già un altro modo per renderlo nuovamente sacro.

Riflessioni su una società matriarcale moderna

Nei capitoli precedenti ho introdotto il tema delle strutture sociali, della pratica economico-politica e della spiritualità delle società matriarcali. Ho descritto come questi modelli possano essere applicati come microstruttura a clan simbolici di sorelle e fratelli e a nuove comunità creative. Vorrei ora estendere queste riflessioni portandole dal livello comunitario al livello sociale come macrostruttura. E’ l’abbozzo di un nuovo disegno sociale.

In questo abbozzo prendo anche in considerazione i problemi e le difficoltà dell’attuale situazione sociale che il mondo sta affrontando. Culture e sistemi specifici stanno per essere distrutti quotidianamente dalla globalizzazione capitalista e dalle guerre ideologiche, mentre vanno perduti i valori sostenibili, e sempre più persone, specialmente donne, stanno sprofondando nella povertà.

Una questione di misura: il ruolo della regione

Quando pensiamo a una società matriarcale dobbiamo abbandonare i concetti dominanti della società. Per molti di noi, la società significa un insieme di individui diversi, lobby, istituzioni. I gruppi sono in competizione tra loro per il potere dello stato. La “società” si identifica spesso con lo “stato” e oggi molte società sono l’estensione di grandi nazioni, o persino di confederazioni di nazioni o di superpotenze. Il fatto che in questo contesto si valorizzi l’estensione implica un’ideologia patriarcale di dominio, un’idea di espansione e costruzione di impero (globale).

Nel disegno matriarcale, l’estensione di per sé non ha valore. Si preferiscono unità più piccole, poiché permettono un approccio più personale e trasparente. Le unità non devono espandersi al punto che l’individuo diventa incapace di capirne il funzionamento, senza poter partecipare perciò al processo decisionale, come nel caso delle nazioni e delle superpotenze.

D’altra parte, le unità sociali devono essere abbastanza ampie per potersi garantire l’autosussistenza e la varietà degli scambi, delle competenze tecniche, dell’arte. La dimensione regionale è la più appropriata. I confini di una regione non sono arbitrari come quelli di uno stato-nazione, ma sono determinati dal territorio secondo tradizioni profondamente radicate nella cultura. Una regione matriarcale non deve estendersi oltre i propri confini regionali naturali; è un network di villaggi e di piccole città. Non esiste un sistema di graduatorie tra villaggi e città, non c’è governo centrale, né città capitali. Ogni villaggio è la propria piccola repubblica indipendente e ogni regione, in quanto network di villaggi e città, opera autonomamente anche da un punto di vista politico. Un villaggio-repubblica di questo tipo è composto da uno o più matriclan (tradizionali) o simbolici (moderni) che funzionano secondo i modelli che ho descritto sopra. Una città-repubblica è composta da parecchi quartieri, ciascuno dei quali, a turno, funziona come un “villaggio”, quindi, consiste anche di un piccolo numero di matriclan tradizionali o moderni. Questo limita la dimensione della città e garantisce la trasparenza.

Queste “città-villaggio” non hanno niente in comune con le nostre mostruose città metropolitane, dove milioni di individui sradicati, estranei gli uni agli altri e spesso antagonisti, sono costretti a trascorrere le loro vite. Queste città sono veri agglomerati di individui perlopiù isolati, senza differenze tra le persone, che in quanto numeri sono resi disumani e incasellati in piccole abitazioni. Al contrario, una città matriarcale è una struttura ben ordinata, dove i matriclan tradizionali o moderni dei quartieri della città sono collegati politicamente gli uni agli altri,  e  dove  i vicini stessi sono in relazione.

Consenso politico a livello sociale

Il modello del consenso matriaracle coinvolge ogni persona nel processo decisionale e si fonda sull’unanimità del consenso. Questo principio definisce un limite all’estensione della società matriarcale sia tradizionale sia moderna, così come alla struttura del villaggio e a quella della città-repubblica. La politica del consenso si basa sulla prossimità degli individui e sulla trasparenza.

I processi politici effettivi si svolgono all’interno dei matriclan tradizionali o moderni, dove le persone vivono insieme come sorelle e fratelli, e non come estranei in competizione. I processi decisionali si tengono nei matriclan, così come i processi di consultazione, che alla fine di ogni ciclo ritornano alla base, finché non viene raggiunta l’unanimità, estesa poi al villaggio, o città, o regione (come descritto sopra).

E’ evidente che la politica del consenso non è possibile al di fuori di una dimensione regionale. E’ questo il motivo per cui la regione è l’unità politica più grande. Niente dovrebbe eccedere quella dimensione nella scala umana, renderebbe disumani gli individui riducendoli a puri strumenti senza voce, come accade nei nostri enormi stati centralizzati. Se la scala degli umani è limitata e relativamente piccola, c’è una ragione. La megalomania oggi dominante tende a creare inesorabilmente entità sempre più vaste nel mercato capitalista globalizzato. Ma la sua espansione potrebbe essere impedita in quei luoghi dove il “ piccolo” è ristabilito come norma.

La base: l’economia di sussistenza

La regione è anche l’unità economica più grande. Un’economia matriarcale è un’economia di sussistenza che si basa sull’autonomia della produzione locale. La produzione si concentra sulle terre agricole circostanti i villaggi e le piccole città, e viene quindi trasferita nei mercati locali che assicurano il rifornimento di cibo. Questi mercati non sono capitalisti perché nessuno può trarre profitti e, a certi livelli, possono funzionare anche senza denaro. Si collocano all’interno di in un’economia generale del dono della società matriarcale che trova la sua pratica nei festival.

Non solo i villaggi, in quanto insediamenti agrari, forniscono cibo, ma anche le città agrarie dipendono dalle terre agricole dei loro dintorni. La terra coltivata adiacente è limitata, e ciò costituisce un fattore che limita la dimensione delle città. Inoltre, rispetto all’economia, una società matriarcale non può sostenere città enormi che risucchierebbero le zone di campagna degradandole a province povere.

Su scala globale, milioni di persone, specialmente donne, lavorano come giardiniere, contadine, commercianti; ancora oggi sono le donne che praticano l’economia di sussistenza per mantenere le loro famiglie. Questa forma di economia resiste alla commercializzazione dell’agricoltura, guidata dall’agro-business globale e dalle multinazionali del cibo che stanno devastando l’intero territorio. L’economia di sussistenza lavora su piccola scala; lavora intensamente e promuove pratiche agricole su scala umana e non meccanica. Questo è un importante valore ecologico. L’economia di sussistenza è perciò la sola forma di economia che possa mettere fine alla distruzione incontrollata del pianeta.

Ma ciò non significa che tutte le donne debbano essere giardiniere e gli  uomini  contadini. Le varie attività commerciali e i vari mestieri saranno ugualmente praticati, specialmente nelle città. La regione è l’unità di rifornimento più grande; comprende città e villaggi diversi in grado di offrire non solo tutti i tipi di mercanzia artigianale, i prodotti specializzati e i servizi, ma funziona anche da protezione rispetto alle insufficienze locali di cibo.

Il centro etico dell’economia di sussistenza è l’economia del dono, secondo cui tutti i beni sono doni della Madre Terra e, come tali, offerti ai membri dei matriclan. I mercati locali e regionali funzionano solo da centri amministrativi: si collocano nell’economia generale del dono che si pratica nei grandi festival, dove tutti i beni ricavati dai mercati vengono regalati alla comunità. Al contrario, nel capitalismo, l’economia invisibile del dono del lavoro non pagato o mal pagato viene sfruttato dal sistema generale del mercato, tramite le tasse, il debito personale e l’accumulo degli interessi. L’economia del dono invisibile costituisce la base per l’accumulazione dei pochi e, in assenza di quella, il capitalismo non si sosterrebbe. (v. G. Vaughan)

I due generi: la “Doppia Faccia” della società

La società matriarcale tradizionale riconosce che l’umanità è composta da due generi, maschio e femmina. Ne prende atto creando una struttura sociale che si fonda sull’eguaglianza complementare e sul perfetto bilanciamento dei generi. Una società matriarcale moderna si costruisce nello stesso modo. Nessun genere può dominare sull’altro o conformarlo alla propria visione,  e non esistono capi maschi o femmine  che si impossessino delle procedure decisionali personali degli individui. La politica del consenso matriarcale non permette che esista questo dominio. Uomini e donne sono equamente rappresentati in ogni ambito della società. La politica matriarcale ha bisogno della coesistenza degli uomini e delle donne, in quanto delegati eletti a tutti i livelli sociale: clan, villaggio, città e regione. Possono solo agire all’unisono, per questo rappresentano la “Doppia Faccia” della società. Ciò non si applica solo alla sfera sociale, ma a tutti gli ambiti della società, compresi i gruppi economici particolari, come le corporazioni e le organizzazioni commerciali, i circoli dediti alle arti e alle scienze e quelli che rivestono qualifiche particolari, o che possiedono titoli spirituali. Ogni carica è svolta sempre sia dall’uomo sia dalla donna. I rappresentanti si relazionano come sorelle e fratelli, nel senso di “sorelle e fratelli di ‘sibling’ nell’incarico”.

Le donne di un villaggio, città, o regione eleggono le rappresentanti femminili, mentre gli uomini eleggono i rappresentanti maschili, assicurando così un’equa rappresentazione dei generi, che impedisce il formarsi di competizioni negli incarichi.

Come si può vedere, i rappresentanti matriarcali sono semplicemente dei delegati e non delle persone che decidono. Sono selezionati in base alle loro capacità di risolvere i conflitti, creare fiducia e integrare le diversità. I rappresentanti sono conosciuti da tutti ed eletti direttamente. Il bilanciamento dei generi è sempre direttamente monitorato con lo stesso criterio.

Il principio di elezione esclude la formazione di gerarchie che faciliterebbe la conservazione dei ruoli. Il sistema utilizzato non è nemmeno quello della rotazione, che non è altro che l’aspetto più vergognoso della discriminazione, generato dalla paura della gerarchia. Eleggere la persona più competente per un incarico permette più ri-elezioni dello stesso candidato, nella misura in cui le sue capacità personali continuano a essere utili al bene della comunità. La continua dimostrazione delle sue capacità è la prova di questo processo, dal momento che non esistono privilegi.

Spiritualità a livello sociale

La spiritualità matriarcale, così com’è stata descritta sopra, è l’energia connessa a tutte le parti e a tutti gli atti di una società matriarcale tradizionale o moderna. Le sue espressioni vibranti sono i festival, veicolo della visione del mondo e della pratica sociale, che si esprimono attraverso grandiosi rituali e meravigliose cerimonie. La visione del mondo matriarcale non è istituzionalizzata, è libera, ma non arbitraria. Connette tutti attraverso la terra, che porta ogni cosa, e il flusso della vita che tutto permea.

Lo stesso mondo visibile è sacro: la Grande Dea nei suoi innumerevoli aspetti. Accanto ai festival stagionali che tutti celebrano, si terranno le cerimonie particolari di ciascun matriclan, villaggio e città, che si svilupperanno a partire dalle proprie tradizioni particolari, creando così un ricco mosaico di culture locali. Una cultura come questa non può deteriorarsi perché tutti sono attivamente coinvolti nel crearla.

Il mondo spirituale informa tutta la società. La venerazione della Dea Terra dà forma all’economia; nel celebrare la diversità umana si crea la politica. Questi valori si estendono oltre i confini della società matriarcale, cioè oltre i confini della regione. Sebbene la regione sia l’unità più grande per una società di questo tipo, le regioni hanno rapporti molto amichevoli tra loro. Si tratta di connessioni puramente spirituali che possono essere espresse simbolicamente. Per esempio, se una regione nell’emisfero settentrionale crea una connessione di questo tipo nelle quattro direzioni della terra, si chiamerebbe “ Regione del Sole che sorge” (est), “Regione del Sole del mezzogiorno” (sud) , “Regione del Sole che tramonta”(ovest) e “Regione dell’Eterna Stella” (nord). E’ così che si collegano simbolicamente le une alle altre; ora sono “regioni-sorelle”. La connessione è rafforzata dalle visite reciproche e dai festival inter-regionali che mettono in scena l’ordine simbolico. In questi festival ci si scambierà doni; possono essere prodotti specifici o opere d’arte della regione. Si stabilisce, in questo modo, un network orizzontale di regioni, ciascuna delle quali può essere cambiata e ricostruita. E’ quindi ben diverso dal nostro attuale sistema statale gerarchico e centralizzato.

In questi tempi di comunicazione elettronica, le connessioni spirituali non devono essere limitate alle regioni limitrofe, ma possono attraversare paesi e continenti. Perché non dovrebbe essere possibile per una regione matriarcale nelle Americhe avere una regione-sorella in Asia, una in Europa e una in Africa? Non ci sono confini per tali connessioni. Le “visite” saranno più verosimilmente condotte via internet. Per prepararsi a un festival in comune sarebbero necessari lunghi viaggi che renderebbero queste occasioni poco frequenti. Si può invece creare un network mondiale tra le regioni. Un’alleanza simile potrebbe essere considerata uno “stato matriarcale”, o si potrebbe fare a meno di termini e concetti come “nazione”, “stato” e “stati uniti”? Per una società matriarcale moderna, questo, di fatto, è possibile. E’ possibile far esistere un sistema sociale ben regolato e funzionante che si estenda  in tutto il mondo, e che sia completamente privo di stato.


Considerazioni sul “Mare Nostrum”

In questa compagine temporale ove si scorgono all’orizzonte nubi tetre di tempesta e venti di guerra, ovunque si volga lo sguardo il solo dato lampante e riscontrabile denuncia la perdita radicale della compassione. L’altro, il diverso vive alla deriva in nome di un’ancestrale propagandistica perfezione urlata e ringhiante. Siamo umani, dovremmo rammentarlo …. animali pensanti capaci di elevarci quanto di dilaniarci a suon di parole sarebbe d’uopo una ri-considerazione del fattore umano in questo labirinto riflettendo circa l’opportunità e la spendibilità offerta dal Mare Nostrum che storicamente ci ha nutriti e ha consentito una molteplice lettura ai margini delle battigie, l’indiscusso sincretismo mediterraneo.

Lo specchio del Mediterraneo irrora il nostro patrimonio culturale scaturito dal confronto e incontro tra poliedriche ed eterogenee popolazioni rivierasche. La storia di Roma insegna ed è giusto richiamare alla memoria.
Mi auguro che la situazione di tensione internazionale cui assistiamo da alcuni giorni si stemperi e con il buon senso si risolva in dialogo fecondo, ridimensionando i toni e rinsaldando gli equilibri. Auspico inoltre  un uso corretto  politico del lessico ancorato alla mediazione:

Se solo ci si soffermasse a considerare  cosa culturalmente esprima l’espressione “sentirsi a casa” … forse il fenomeno che si impone dinanzi ai nostri occhi sarebbe comprensibile e risolvibile, addirittura potrebbe arricchirci. Considerati gli interessi che muovono le attuali azioni e i giochi alle urla facili all’interno delle dinamiche, resta una sola domanda… qual’è il valore  e la dignità dell’uomo oggi? Siamo liberi  di guardare oltre etichetta ? Conosciamo il significato di “immigrato” e “rifugiato”?

Vi invito a riflette sulle parole di Roberto Saviano .

Grazie

 

 

 


IL POTERE DELLA VAGINA NELLA RIVOLUZIONE SESSUALE DI DIANA TORRES — Talco Web

Il libro Fica Potens, scritto da Diana J. Torres, può essere considerato un manifesto e un inno all’organo genitale femminile, simbolo di ribellione femminista e rivendicazione del corpo contro il sistema capitalistico e patriarcale.

via IL POTERE DELLA VAGINA NELLA RIVOLUZIONE SESSUALE DI DIANA TORRES — Talco Web


Uno stralcio di Luce Irigaray

Nella nostra epoca, uomini e donne si incontrano nella vita pubblica, e una politica giusta non può basarsi sull’istituzione familiare in quanto tale, ma su un rapporto di condivisione civile fra generi maschile e femminile. Questa convivenza civile fra uomo e donna permette d’altronde di rifondare la famiglia su parole e diritti corrispondenti a una reale maturità civile da parte della donna come dell’uomo. (…)

Una politica democratica non comincia da una somma di sì, con una folla che elegge che governerà, ma può soltanto basarsi su un due che non si riduce a uno + uno individui astratti, ma un due che esiste tra un uomo e una donna che si incontrano si rispettano della loro irriducibilità.

Ho capito che diciamo cose diverse credendo di dire le stesse cose. (…) aggiungerò soltanto una cosa: l’universale è a due : è donna, è uomo. E si trova infine nell’incontro fra questi due universali, è in quest’incrocio, o in questa culla, naturale e culturale, che l’umanità può nascere e rinascere.

Questa nascita o rinascita è possibile nella fedeltà a noi stessi, donna e uomo, e nell’ascolto dell’altro, con cui condividiamo il compito di generare l’umanità, non solo come figli naturali, ma anche come figli spirituali, come umanità e Storia presenti e futuri.

Luce Irigaray, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri


L’Utopia di Wilhelm Reich

“Ogni specie di moralismo è negazione della vita e il compito più importante di una società libera è quello di dare a tutti i suoi membri la possibilità di soddisfare i bisogni naturali.”

Wilhelm Reich (Dobrzcynica 1897 – Lewisburg 1957)
Psichiatra e psicoanalista austriaco,La rivoluzione sessuale,Die Sexualitaet im Kulturkampf, 1936

 

 

L’indagine sull’Eros fonda i suoi rizomi in remoti saperi d’Oriente. Certo filo dia-logico è sopravvissuto, qui in Occidente, a margine di pensieri che peregrinano l’Umanesimo e il Rinascimento (alchimia e magia), nella pratica di Erasmo da Rotterdam e Tommaso Campanella, fin ad approdare a Marx.

La profetica, ma sfocata, visione bruniana, obliqua alle passioni di Spinoza e all’Olografica in nuge di Leibniz, si focalizza nel nuovo ordine formulato da Freud (inconscio e libido); e le sorgive, antropologiche, riflessioni Junghiane.

Ora, dunque, un ribelle, un pioniere: Wilhelm Reich. Reich curiosità arguta e fine, Reich, genio. Caposcuola di Alexander Lowen, studia per anni l’amplesso “psiche-soma”. Mostra l’esistenza di un’energia che pulsa in ciascun organismo, e senza sosta cerca la decifrazione della vita viva. Egli valica barriere concettuali, disvela la calle che conduce a Kundalini; vilipesa dalla concezione meccanicistica, figlia del dualismo cartesiano.

In armonia col maestro Freud, identifica nella realtà sessuale del paziente, l’origine capitale del disagio, e cioè: una cospicua porzione della vita psichica è accudita da processi inconsci; i bambini accrescono un vivace erotismo la cui energia è il motore; la sessualità infantile rimossa reca dolorosi strascichi alla prosperità interiore; la formale morale coercitiva, ben lungi dall’essere trascendente, è somma di misure oppressive abili a reprimere la sessualità nell’infanzia, nella pubertà e nell’età adulta.

La monacale attenzione al corpo e alla sua funzionalità scorta Reich a sensazionali scoperte e i suoi scritti rendono chiave di lettura e risoluzione alle questioni moderne. Desueto: non è lemma che si confà a questo talento, né alla sua opera. Gli studi in ambito fisico, biologico e psicoanalitico, accendono nuovi scenari e fresche metodologie, che allorché applicate assicurerebbero più stima per la vita, e maggiore presa d’atto.

Merleau Ponty asserisce: “Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo; è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all’oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all’opera d’arte.

Esser creatura denota legarsi a un luogo definito; la nostra, per di più, non è in origine nello spazio, bensì vi s’inserisce. La sua spazialità è nella misura in cui essa si compie. Un corpo che muove nello spazio, che «acciuffa» e «comprende» tale oscillazione, non con la sola vista o il sol tatto, ma con compiutezza di esser carne. Le parti del corpus non sono dispiegate l’una accanto all’altra, ma implicate l’una nell’altra: in un’esperienza integrale, grazie alla quale i “contenuti visivi e tattili” vivono a solo titolo d’istanti inseparabili.

È qui partecipe un connubio indissolubile tra sessualità, conoscenza, e volontà in potenza. Freud stesso definisce erotismo “la capacità generale di un soggetto di adeguarsi ad ambienti diversi, di crescere attraverso differenti esperienze e di acquisire nuove strutture di condotta”. Il vissuto orgastico fornisce il passpartout dell’esistenza, poiché vi si proietta la misura d’essere. La sessualità, ergo, non identifica l’esistenza, ma si elegge ad accessorio capitale come la vista o l’udito.

I prodromi fisici a sè legati costituiscono le molte manifestazioni di malessere, giacchè quintessenza dell’individuo rispetto all’esistenza.

Merleau-Ponty richiama l’essenziale differenziazione husserliana di Körper: macchina anatomica cartesiana oggetto di scienza, e di Leib «Io posso» (Ich gehe) unità originaria e vissuta della coscienza. A partire dalla descrizione fenomenologica di attuale differenza, il pensatore d’Oltralpe si candida a reinventare una genealogia della coscienza per sottrarsi con giustizia all’impasse del dualismo cartesiano. Egli stesso attesta:

Con il mio corpo (Leib) io mi impegno fra le cose, esse coesistono con me in quanto soggetto incarnato, e questa vita nelle cose non ha nulla in comune con la costruzione degli oggetti scientifici, […] io comprendo l’altro tramite il mio corpo, come tramite questo corpo percepisco delle “cose”.

Ebbene, Il filosofo esige allora sottolineare, l’incipit in base al quale a partire da carnalità agita, da relatività connaturata, là è plausibile frequentare tanto la vita quanto verità intersoggettive. È in tal “singolare sapere” che rintracciamo il mondo e l’umanità, «solo perché siamo un corpo», e persino la scienza e la filosofia stessa si scoprono barbicate, ancor prima di qualsivoglia conoscenza etica, dianoetica e puramente intellettuale.

Amerò appaiare siffatta profonda folgorazione alle teorie di Reich, dacché ne riflette veridicità e forza. Incontrare l’ambiente preannuncia l’innescare di una chimica che accorda il corpo e si trasmuta in azione. L’incanto fisiologico di cui siamo struttura, contiene e opera come un congegno di precisione, con discordi frequenze da soggetto a soggetto, ciò ci rende unici, come esclusive e impareggiabili sono le espressioni sagge e raffinate. Nella società astratta che egli figura, l’individuo non riceverebbe obbligo di precetti morali a garanzia del mutuo rispetto, giacché ognuno scorgerebbe davvero in sé, nell’etica “naturale”, il valore di un’armoniosa coesistenza.

Per lo scienziato austriaco, qualora la società suggerisse regole a maggior misura tolleranti e non soffocanti la potenza orgastica, non si renderebbe tassativa la sottomissione a una probità coatta, in tal criterio si eclisserebbero perversioni, sadismo e atto masochistico. Finanche il complesso d’Edipo non giungerebbe a insorgere, impugnando così la stimata unicità di tal freudiano complesso. Tanto è vero; in una società ideale atta a non boicottare l’erotismo infantile, gli infanti potrebbero serenamente consacrarsi a trastulli genitali senza sovraccaricare l’impulso di rinuncia al corpo materno. Seppur il bambino vi abdicasse, avulso da rischi e incagli, nutrirebbe le intime pulsioni distante da illogiche colpevolizzazioni.

Persino la nozione d’istinto di morte elaborata da Freud viene posta in controversia. Reich ritira qualsiasi tesi di distruttività costituzionale e consacra la natura accessoria di ogni comportamento antisociale che abbia radice in strutture difensive sviluppate dall’Io all’ombra di un’educazione punitiva e assolutista. Le forze distruttive figliano pertanto da una passione mal appagata in virtù di modelli sociali indirizzati ai richiami delle classi di potere. Egli rimarca come la società odierna sia latrice di una moltitudine di norme volte a reprimere, puntellando che grazie al metodico avvilimento di una sessualità naturale, l’economia capitalistica persegua i propri fini di manipolazione e asservimento dei ceti più deboli: di fatto un deperimento dell’autostima e della forza d’intraprendenza e rivolta.

Reich disapprova in egual misura la tesi freudiana in cui civiltà ed evoluzione formativa scaturiscano da un’esaltazione di parte della libido; eco di rinuncia alla gratificazione. Infatti, laddove Freud avvalora come l’affettivo ammontare delle pulsioni non agite sia gregario della sublimazione per il perseguire di fini socialmente utili, Reich elabora: l’energia repressa non dà genesi ad azioni creative o costruttive tout court; di contro la frustrazione convoglia a una reale atrofia dello spirito d’intraprendenza. La rinuncia libidica pertanto, è humus di tutte le psicopatologie e numerose affezioni somatiche quali i tumori.

L’energia sessuale è biologica, e ogni suo altro impiego, spetta essere una digressione dal suo corso spontaneo.La natura innanzi positiva dell’uomo la si ritrova in sparuti individui che, godono ancora una sessualità genuina, e cioè di un carattere genitale. Artisti, poeti e filosofi hanno matrice maieutica: la sagacia di progettare inconsciamente la realtà in cui interagiscono; essi profetizzano orizzonti per il volgo non proprio agibili.

Freud assicura che urgano uomini audaci di fantasticare prima di comprovare. Il modernismo viennese di cui Freud e Reich sono fulgidi talenti, tentò di arricchire e fondere il sapere orientato ai fondamenti di Darwin. Debuttarono, così, vergini prospettive nella medicina, nelle arti, nella filosofia, e nell’economia; un dialogo che permane ancora. Ciò che siamo non sta più nei geni altresì nella cultura. L’attività sinestetica indotta dall’uso di essenze vegetali psicoattive, nel moto dei millenni, inalvea un cosmo interiore lungi dalla coscienza ordinaria. Sia il sistema immunitario, sia la coscienza, apprendono, discernono, rammentano. La coscienza ordinaria merce finale di un processo di filtrazione, e dell’esperienza psichedelica quale antitesi di questa edificazione, è stata proposta da Aldous Huxley. L’esercizio dell’innominabile astrae e ricava lo spettacolo della vita tramite atti d’immaginazione. Gli allucinogeni possono esporre l’individuo alla ruggente forza del Tao. L’impatto di questa chimica nella dieta è stato più che psicologico: tale uso è garante d’indivise funzioni psichiche che leghiamo all’immagine di umanità. La società, oggigiorno, riterrà arduo gradire giacché ha reso tabù l’estasi indotta da mezzi farmacologici. Come la sessualità, e gli stati alterati di coscienza, sono illeciti perché consciamente e/o inconsciamente connessi al mistero delle origini. Tali pratiche dilatano i confini e minacciano il dominio di un ego non riflessivo.

Terence McKenna dichiara che comprendere l’essere umano palesi interpretare la sua unicità. La ferrea lottizzazione tra umanità, e resto della natura, è così appariscente che, per i pensatori prescientifici fondava prova sufficiente che fossimo divinamente i pupilli del creato –diversi-, e più conformi a dio. Caratteristiche e conquiste che ci contrassegnano possono ascriversi alla categoria delle attività cognitive: danza, filosofia, pittura, poesia, sport, meditazione, fantasie erotiche, politica, autointossicazione estatica. Siamo davvero Homo sapiens, l’animale pensante; creiamo inusuali opere e propugniamo profondi modelli teorici e matematici dei fenomeni. E gli umani si distinguono anche, per il numero delle diverse sostanze delle quali fanno uso, e alle quali divengono assuefatti; i nostri atti sono tutti frutto di quella dimensione.

Materialismo, estraniamento dalla natura, mancanza di soddisfazioni professionali in un mondo del lavoro meccanizzato e senza vita, noia e mancanza di scopi in una società ricca e iper-satura, la perdita di un fondamento filosofico della vita dotato di senso. Una “nuova consapevolezza della realtà” che potrebbe diventare la base di una spiritualità non fondata sui dogmi delle religioni esistenti ma nella visione interiore di un senso più alto e più profondo dell’esistenza” “Quando certe visioni saranno interiorizzate nella nostra coscienza collettiva, potrà essere questo il punto di partenza da cui la ricerca scientifica e coloro che finora hanno distrutto il pianeta – la tecnologia e l’industria – serviranno lo scopo di riportare il nostro mondo a ciò che era all’inizio: il giardino terrestre dell’Eden. Questi concetti sono stati espressi dal genio della chimica che si trasforma così in un profondo filosofo della natura ed un critico visionario della cultura contemporanea.

La distanza critica dall’euforia della generazione hippie – flower power sull’LSD non ha fatto mollare Albert Hofmann, pur ammettendo di essere il padre di un “bambino difficile”, come sottolinea in uno dei suoi lavori più conosciuti, ha sempre evidenziato i rischi derivanti da un uso incontrollato della sostanza. Esperienze psichedeliche in un setting sicuro possono aiutare la nostra coscienza ad aprirsi a questa sensazione di connettersi ed essere un tutt’uno con la natura.

L’LSD ed altre sostanze correlate non sono droghe secondo il senso comune, ma fanno parte delle sostanze sacre, utilizzate per migliaia di anni in settings rituali. Gli psichedelici classici come LSD, Psilocybina e Mescalina sono tutte caratterizzate dal fatto di non essere nè tossiche nè di indurre dipendenza. Mi preme a questo punto delineare le forme della Grandezza Umana sono il Santo, il Saggio e il Genio.

I cammini che gli uomini scelgono per conseguire la più ampia e profonda coscienza della realtà sono diversi. La religione, l’arte e la scienza, cercano con mezzi propri la via che possa condurre alla conoscenza unificata dell’uomo e dell’universo.

Il Santo cerca l’unione e la fusione per la contemplazione o per l’amore.

Il Saggio arriva ad essere umile seguace del comportamento della natura. Per poter conoscerla deve rispettare il suo corso, descrivere la sua morfologia e udire i suoi segreti palpiti.

L’Artista dalla sua parte, tenta di rivelare realtà interne che sono, nel fondo, realtà cosmiche. Si rimanda così a uno strumento lucido delle forze di organizzazione e creazione che si fanno presente in lui, in maniera imperativa. L’Artista si sperimenta a sé stesso, compartecipando nella creazione universale.

In ogni essere umano alitano le forme di grandezza umana. In ogni essere umano dorme un titano, un genio, un amoroso.

Gli effetti che hanno le droghe, che espandono la coscienza nell’uomo comune, gettano molta luce sulla comunicazione della grandezza interiore, addormentata o latente; si collocano nell’esperienza della totalità.

Il sentimento di intimo vincolo con se stessi, con la natura e con il prossimo, è una esperienza

suprema che si ha rare volte nella vita. Sperimentarla una sola volta, permette di iniziare un cambio di comportamento verso sé stessi e verso gli altri.

Il sapere con “certezza” che non siamo esseri isolati, ma bensì che partecipiamo nel movimento unificatore del cosmo, basta per spostare la nostra scala di valori. Ma questo sapere con certezza non è un sapere intellettuale, è un sapere più commovente e trascendente.

Gli egiziani nel Libro dei Morti fanno riferimento al potente sentimento di unità ontocosmologica: “ Sono una parte delle parti, della Grande Anima Incandescente”.

Per gli uomini di questa civiltà, minacciati, depressi, tirannizzati dalla meccanizzazione e dalle ideologie, la possibilità di raggiungere uno stato di coscienza amplificata è quasi impossibile.

I nostri abiti mentali ci hanno svincolato dalla totalità.Questo ci fa pensare che la riscoperta degli effetti delle droghe “enteogene” espansore della coscienza e il conseguimento della sintesi chimica del LSD-25, la mescalina e la psilocibina, rappresentano per l’umanità una grande speranza. Questa speranza non è esenta di pericoli, giacchè non tutte le persone che ingeriscono queste droghe raggiungono la esperienza suprema. La integrazione psicologica previa alla esperienza lisergica è molto importante, così come la

presenza di una guida che conosca la fenomenologia degli effetti e senta una calda affinità per la persona iniziata. L’esperienza lisergica permette la percezione di se stessi e l’apertura amorosa, la quale, in grande scala, può correggere il destino di estinzione verso cui si orienta l’umanità attuale.

Affermava Max Planck:: “è di fondamentale importanza che il mondo esterno sia qualcosa di indipendente dall’uomo, la ricerca delle leggi che si applicano a questo assoluto mi parve lo scopo scientifico più alto della vita.” E nella ricerca dell’assoluto Reich concorse attraverso la sua penetrazione scientifica nel micro e macro cosmo, tracciando valori morali, oggi carenti, quali rivelazioni di leggi spontanee assolute che vanno ben oltre la stessa psiche: “ L’amore, il lavoro e la conoscenza sono alle origini della nostra vita, dovrebbero anche governarla.” Il dramma sta pertanto nel diniego della sessualità naturale con logico accrescimento della perversione, per limitare la quale, l’umano, in patetico circolo vizioso, scagiona il blocco della prima.

L’opera di Reich e del suo allievo Lowen, sorregge a divenire singoli solidi, sicuri, orgogliosi e colmi di dignità nel portamento come nella relazione, con peculiare sensibilità alla semplicità. Un intimo accordo con la natura riscatta da quei vincoli che ad essa indispongono.

 

 


Aghia Sophia – CCCP

“I bisogni che sono per la vita dell’anima l’equivalente dei bisogni di
nutrimento, di sonno, di calore per la vita del corpo.”

da Simone Weil “La prima Radice”
parte prima “Le esigenze dell’anima”
Edizione di Comunità. Milano 1980


Donne e politica : Nilde Iotti

Leonilde (chiamata da tutti Nilde) Iotti, nacque a Reggio Emilia il 10/04/1920. Il padre, un deviatore delle Ferrovie dello Stato, attivista nel movimento operaio socialista, perseguitato poi, durante il regime fascista, a causa del suo impegno sindacale, nonostante le disagiate condizioni economiche, nelle quali versava, iscrisse la giovane figlia all’Università Cattolica di Milano, perché come spesso ricordò Nilde, citando le sue parole: “E’ meglio stare con i preti, che con i fascisti.”

“Per anni indossai il cappotto rovesciato di mio padre”, dichiarò la Iotti in alcune interviste, ritornando con la memoria ai tempi della sua giovinezza, della povertà, dei tanti sacrifici compiuti dai genitori, che desideravano che lei studiasse per diventare “qualcuno”.

Rimasta orfana di padre nel 1934, Nilde riuscì a proseguire gli studi perché la madre, in un periodo in cui le donne, per la legge fascista erano relegate al focolare domestico, iniziò a lavorare.

Durante la frequenza della facoltà di Lettere della Cattolica di Milano, per Nilde iniziò un travaglio ideologico, che la allontanò dalla fede cattolica, ritenuta assolutista ed intollerante. “Al credo, perché assurdo, dissi razionalmente no.”

Con l’adesione dell’Italia alla Seconda Guerra Mondiale, Nilde, sostenuta dall’esemplare lezione di vita lasciatagli dal padre, si iscrisse al P.C.I.

Dal 1943 si segnalò dapprima come porta-ordini, uno dei ruoli più significativi e pericolosi assunti dalle donne, durante la Resistenza, attraverso il quale i partigiani tessevano la fitta rete di intrecci politici, che portarono l’Italia alla liberazione dall’occupazione nazi-fascista. Il suo impegno fra i partigiani della città natale, le consentì poco più che ventenne di essere designata responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna, struttura attivissima nella guerra di Liberazione.

Il primo di questi organismi fu costituito a Milano nel novembre del 1943 da alcune esponenti di spicco dei Partiti che affluirono nel Comitato di Liberazione Nazionale, dopo la firma dell’armistizio, mentre i tedeschi assediavano le campagne e le città del Nord Italia, compiendo efferati rastrellamenti di civili, impegnati nella lotta contro il fascismo.

I Gruppi di Difesa della Donna e di Assistenza ai Combattenti della Libertà, da Milano, si estesero su tutto il territorio italiano ancora occupato, perseguendo l’obiettivo di mobilitare, attraverso un’organizzazione capillare e clandestina, donne di età e condizioni sociali differenti, per far fronte a tutte le necessità, derivate dalla recrudescenza della guerra.

Tali gruppi operativi femminili si segnalarono, durante la Resistenza, attraverso la raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani e si adoperarono per portare messaggi, custodire liste di contatti, preparare case-rifugio, trasportare volantini, opuscoli ed anche armi.

Come si è detto, Nilde Iotti ricoprì, dal 1943, il ruolo più emblematico, ma anche più rischioso, che molte partigiane dei GDD esercitarono, quello di porta-ordini. Victoria de Grazia, nel suo volume Le donne nel regime fascista, definisce la staffetta come “l’eroina della Resistenza: porta-ordini e persona di fiducia, è il vero jolly della guerra partigiana.”

Da responsabile del GDD di Reggio Emilia, Nilde si fece interprete di quella coscienza civile e politica, che le donne, dopo secoli di esclusione dalla vita pubblica e dopo vent’anni di dittatura fascista, solo durante il periodo bellico, iniziarono a manifestare.

Infatti, gli studi compiuti sulla Resistenza italiana conferiscono ampio risalto al ruolo, non secondario, che i Gruppi di Difesa della Donna ebbero nel promuovere l’emancipazione femminile.

Dopo il Referendum del 2 giugno 1946, grazie al quale per la prima volta le donne italiane esercitarono il diritto di voto e furono così “considerate, dal punto di vista politico, cittadine a pieno titolo”, come sottolinea Miriam Mafai, la ventiseienne Nilde Iotti fu mandata in Parlamento.

“Robusta, alta, i capelli sciolti sulle spalle, il manifesto desiderio di imparare a fare il deputato”, secondo la descrizione del suo portavoce alla Camera G. Frasca Polara, Nilde conobbe Palmiro Togliatti, capo carismatico del P.C.I., in un ascensore di Montecitorio.

Da questo incontro seguì una relazione sentimentale, che seppe resistere a tutti gli attacchi, soprattutto all’interno del Partito, perché Togliatti era già coniugato con un figlio e all’epoca, aveva 53 anni.

Nilde, dapprima come semplice deputato, poi come membro dell’Assemblea Costituente, attraverso la sua sensibilità e la sua cultura istituzionale, diede prova di uno spiccato talento politico. Ella stessa definì quella nell’Assemblea Costituente, come “la più grande scuola politica, a cui abbia mai avuto occasione di partecipare, anche nel prosieguo della mia vita politica”.

Nilde entrò a far parte anche della “Commissione dei 75”, alla quale fu assegnato il compito di redigere la bozza della Costituzione repubblicana, da sottoporre al voto dell’intera Assemblea. Come si è già ricordato, i 556 componenti dell’Assemblea Costituente, in rappresentanza del popolo italiano, si riunirono per la prima volta il 25/06/1946 per nominare il Capo provvisorio dello Stato (venne eletto Enrico De Nicola) e per designare i 75 membri rappresentativi di tutta l’Assemblea. Dopo circa sei mesi di attività, la Commissione dei 75 sottopose il proprio progetto costituzionale all’intera Assemblea che, nel corso di quasi tutto il 1947 discusse, integrò, modificò, articolo per articolo la bozza iniziale.

Solo il 22/12/1947 venne approvato, a larghissima maggioranza, il testo definitivo della Costituzione che, una volta promulgato dal Capo Provvisorio dello Stato, entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

Il ruolo svolto nell’ambito della Costituente, a favore dei diritti delle donne e per le famiglie, segnò profondamente l’impegno che Nilde profuse nella sua attività parlamentare, condotta ininterrottamente, per 53 anni, con rigore, costanza e semplicità.

Di grande risalto ed attualità si presenta la relazione sulla Famiglia, che Nilde predispose nel 1946, in qualità di membro della “Commissione dei 75”. In essa l’Onorevole Iotti, auspicando il superamento dello Statuto Albertino con una nuova carta costituzionale, che si occupi dei diritti della famiglia, del tutto ignorati dal predetto Statuto, ormai obsoleto, peraltro disapplicato durante i 20 anni di regime fascista, invita l’Assemblea a voler regolare con leggi il diritto familiare. Caposaldo della nuova Costituzione deve essere dunque il rafforzamento della famiglia: “L’Assemblea Costituente (…) deve inserire nella nuova Carta Costituzionale l’affermazione del diritto dei singoli, in quanto membri di una famiglia o desiderosi di costruirne una ad una particolare attenzione e tutela da parte dello Stato”, scrive Iotti a tal proposito.

Altro elemento nevralgico della Relazione in esame riguarda la posizione della donna: “Uno dei coniugi poi, la donna, era ed è tuttora legata a condizioni arretrate, che la pongono in stato di inferiorità e fanno sì che la vita familiare sia per essa un peso e non fonte di gioia e aiuto per lo sviluppo della propria persona. Dal momento che alla donna è stata riconosciuta, in campo politico, piena eguaglianza, col diritto di voto attivo e passivo, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale e restituita ad una posizione giuridica tale da non menomare la sua personalità e la sua dignità di cittadina.”

Se pensiamo che alla vigilia della seconda guerra mondiale il femminismo storico era stato spazzato via, insieme a tutti i partiti politici e a tutte le libertà (di pensiero, di stampa, di organizzazione, etc…), se consideriamo, inoltre, che la politica sociale di Mussolini prevedeva che “il lavoro costituisce per la donna non una meta, bensì una tappa della sua vita, da risolversi, prima possibile, con il rientro nell’ambiente domestico”, la Relazione della Iotti, scritta quando le donne italiane si erano appena affacciate sulla scena politica, si propone come tentativo molto coraggioso di svecchiamento e di rinnovamento democratico.

Un occhio di riguardo viene posto da tale relazione sull’emancipazione, che può derivare dal lavoro; la nuova Costituzione pertanto dovrà assicurare il diritto al lavoro “senza differenza di sesso.” Altro elemento, oggetto di studio, da parte della giovane parlamentare e che rappresenterà, nel corso delle successive legislature, uno degli impegni politici di maggiore rilievo, concerne l’annosa questione dell’indissolubilità del matrimonio. Nilde manifesta la propria contrarietà ad inserire nella Costituzione il principio dell’indissolubilità “considerandolo tema della legislazione civile”. Infine, la Relazione focalizza la propria attenzione sulla maternità, non più intesa come “cosa di carattere privato”, bensì come “funzione sociale” da tutelare. Uno degli articoli di maggiore impatto innovativo della proposta costituente, riguarda il principio dell’uguaglianza giuridica dei coniugi. Questi ultimi hanno eguali diritti e doveri nei confronti dei figli (per la loro alimentazione, educazione ed istruzione).

Ricordiamo che il Codice Penale (c.d. Rocco dal nome del penalista che lo curò), entrato in vigore nel 1942, concepiva le donne come “beni”, sui quali il padre prima ed il marito poi, esercitavano assoluta autorità.

Forte dell’esperienza maturata nella Costituente, Nilde proseguì la propria missione politica a favore dei diritti delle categorie più disagiate (le donne in primo luogo), sia in Parlamento, sia all’interno del P.C.I., dove ottenne pieno riconoscimento solo dopo la morte di Togliatti.

Nel corso di mezzo secolo, vissuto all’interno delle istituzioni repubblicane, Nilde fu promotrice della legge sul diritto di famiglia del 1975, della battaglia sul referendum per il divorzio (1974) e per la legge sull’aborto (1978).

Dal 1979 al 1992 ricoprì la carica di Presidente della Camera, segnalandosi per grande capacità di equilibrio, di mediazione e di saggezza. Nel 1993 ottenne la Presidenza della Commissione Parlamentare per le riforme istituzionali. Nel 1997 venne eletta Vicepresidente del Consiglio d’Europa.

Con quello stile fatto di rigore e di eleganza, che tanto colpì Togliatti, al punto da suggerire ai deputati comunisti: “Imparate da Lei!”, Nilde si distinse anche con la richiesta di dimissioni dal Parlamento, per motivi di salute (18 novembre 1999).

Il 4 dicembre 1999 la “Signora della Repubblica” esce di scena in punta di piedi…


La donna nella filosofia e letteratura greca

Nella filosofia e nella letteratura greca esistono due opposte considerazioni della donna, l’una presentata da Socrate, l’altra da Aristotele e Esiodo. Socrate offre una valutazione positiva della donna, Aristotele ed Esiodo invece rappresentano il pensiero che svaluta la figura femminile, subordinandola alla famiglia e alla società. Ambigua e ambivalente è invece la posizione di Platone, che, nella Repubblica e nelle Leggi, offre due diverse considerazioni della donna. Come scrive Eva Cantarella ne “L’ambiguo malanno”, “Socrate […] era particolarmente ben disposto verso le donne e non si limitava a riconoscere astrattamente le loro capacità, ma ascoltava i loro consigli giungendo ad ammettere senza difficoltà che alcune di esse avevano saggezza superiore alla sua”. Si dice infatti che Socrate avesse appreso il cosiddetto metodo “socratico” proprio da Aspasia, concubina di Pericle, che padroneggiava con “rara maestria la tecnica del discorso”. Socrate, anche se non affermava la completa parità tra uomo e donna, era tutt’altro che misogino; infatti per esempio, benché considerasse particolarmente duro il carattere di Santippe, sua moglie, tuttavia davanti ai figli maltolleranti, lo giustificava, affermando che la durezza di quella era dovuta all’ amore che aveva per loro. Quando nel “Simposio” Aristippo gli chiede come mai si sia messo con “la più bisbetica delle creature”, Socrate risponde in modo scherzoso affermando che per diventare buoni cavallerizzi sia necessario esercitarsi con i cavalli più focosi e non con i più docili, perché “se essi pervengono a domare tali cavalli, potranno governare facilmente gli altri”. Una visione opposta della figura femminile è offerta invece dal filosofo Aristotele, convinto della naturale disuguaglianza dei sessi e della superiorità maschile sulle donne, anche nella riproduzione. Egli infatti nella “Riproduzione degli animali” scrive che la riproduzione è comune ad entrambi i sessi: “il maschio è portatore del principio del mutamento e della generazione”, “la femmina di quello della materia”. Tuttavia il maschio e la femmina sono dotati di “una diversa facoltà”, il primo è “attivo” in quanto “atto a generare nell’altro”, la seconda è “passiva” in quanto “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore”. Poiché “[…] la prima causa motrice cui appartengono l’essenza e la forma è migliore e più divina per natura della materia, il principio del mutamento, cui appartiene il maschio, è migliore e più divino della materia, a cui appartiene la femmina”. Quest’ultima infatti sia nelle piante, dove non ha esistenza separata dal maschio, sia negli animali, in cui ha esistenza separata, ha bisogno del maschio  e non può generare da sé. Il motivo è che l’animale è diverso dalla pianta perché percepisce attraverso la facoltà dell’anima, la cui produzione costituisce lo stesso esser maschio. Se la femmina perciò generasse da sè compiutamente, il maschio sarebbe inutile e, dice Aristotele, “la natura non fa nulla di inutile”. Egli perciò, servendosi di questo principio-base della scienza, secondo il quale ciò che accade ha sempre una causa, afferma il primato maschile nella riproduzione, estendendolo anche in ambito sociale: l’uomo, attivo per natura, è portato al comando, nella famiglia l’uomo è superiore alla moglie e la comanda. Secondo Aristotele perciò l’inferiorità della donna si fonda su basi biologiche e il rapporto uomo-donna è interpretato attraverso due delle categorie più importanti della sua filosofia, quella di forma e di materia. L’uomo-forma fa di ogni cosa ciò che è, e in quanto portatore del seme, è attivo e trasforma la passiva materia femminile naturalmente e ontologicamente inferiore. Nella letteratura Esiodo, sia nella “Teogonia” sia nelle “Opere e i Giorni”, qualifica la donna come colei che, creata dopo l’uomo per volere divino, segna, con la sua venuta, l’inizio del male nel mondo. Nel mito esiodeo la nascita della prima donna è presentata come conseguenza di un dissidio tra Zeus, dio giusto ma inesorabile, e l’astuto Prometeo, sfrontato orditore di inganni. Per punire Prometeo, che ha rubato il fuoco agli dei per darlo agli uomini, Zeus invia tra gli uomini Pandora, la prima donna, come “dono” rovinoso per i mortali. Esiodo offre due versioni di questo mito, una nella  “Teogonia”,l’altra nelle “Opere”.

Pandora ornata da Atena con ogni attributo femminile, tra cui la corona di fiori e la veste splendente.

Nella Teogonia infatti, la donna è anonima e non si chiama ancora Pandora, essa è l’iniziatrice della stirpe femminile ed è di per sé l’origine di un male, il “bel male”, a cui l’uomo non può sottrarsi. Alla costruzione del flagello, ordita da Zeus, collaborarono Efesto (amfiguheis) e Atena per mano della quale Pandora venne ornata di attributi femminili, come una veste splendente (argujeh esqhti) e fresche corone di fiori (stefanous neoqhleas anqesi) intorno al capo. Tuttavia la donna è portatrice di disagio, “grande flagello per i mortali” (phma mega qnhtoisi), “compagna”, per gli uomini, “di imprese penose” (xunhonas ergwn argalewn) e “[…]non di rovinosa indigenza ma d’abbondanza.” ([…]oulomenhs penihs ou sumforoi, alla koroio.), in quanto la donna, nella società di Esiodo, non produce ricchezza ma la dissipa.

Pandora che apre l’orcio e fa disperdere i mali nel mondo

Inoltre, parlando di matrimonio nei versi 602-13 dice che l’uomo che non vuole sposarsi sarà privo di assistenza da vecchio e lascerà i suoi averi a parenti lontani, chi invece sarà destinato a sposarsi con una donna saggia avrà per tutta la vita in ugual misura bene e male. Ma chi si imbatterà in una donna funesta vivrà un dolore senza fine (aliaston anihn). Nelle Opere la donna ha un nome, Pandora, la quale dà origine al male non di per sé ma con un gesto colpevole, l’apertura del piqos (l’orcio che contenere tutti i mali del mondo). Nella formazione della donna, Zeus ordina ad Ermes di darle “animo senza pudore” (kuneon…noon: letteralmente “animo di cane”,  infatti, presso i Greci, il cane rappresentava la sfrontatezza e l’indecenza),e “disposizione all’inganno”. Pandora è definita “sciagura per gli uomini che si nutrono del pane” (phm’ andrasin aljhsthsin) poiché offerta in “dono” da Zeus ad Epimeteo, aprendo il piqos fa disperdere per il mondo quei mali di cui gli uomini erano privi nel tempo precedente,e “versò agli uomini dolorosi affanni” (anqrwpoisi d’ emhsato khdea lugra).

Platone assume una posiziona ambigua ed ambivalente riguardo le donne: infatti, se nella Repubblica egli offre alla donna la possibilità di un ruolo di primo piano e ne riconosce quasi  l’eguaglianza con gli uomini, nelle Leggi, invece, sembra fare marcia indietro, in quanto fa emergere un atteggiamento di diffidenza nei confronti delle donne. Nella Repubblica tratta del modello ideale di stato e parte dalla funzione della donna; egli afferma che l’uomo e la donna sono di nature diverse, ma questa differenza è rilevante solo per la parte che riguarda la generazione dei figli. Essa, invece, non ha affatto rilevanza nello svolgimento delle funzioni sociali, se non per la minore forza fisica delle donne; la differenza quindi è solo di tipo quantitativo (la minor forza) e non qualitativo. Inoltre, poiché “le facoltà sono state distribuite in maniera uniforme tra i due sessi, la donna è chiamata dalla natura a tutte le funzioni, proprio come l’uomo”. Vi sono infatti donne dotate per la medicina, per la musica, per l’atletica e perché no, anche per custodire la città, le quali potrebbero condividere l’educazione e i privilegi dell’uomo. Platone perciò nella sua città ideale considera di far accedere la donna ai due campi che sono da sempre solo appannaggio degli uomini: la guerra e la politica. La rivoluzionaria immagine della donna che Platone propone nella Repubblica sicuramente si applica soltanto alle mogli del gruppo dominante della città, mentre le altre mogli, come quelle dei lavoratori, non sono nemmeno menzionate. Nelle Leggi Platone si allontana dal modello ideale per concepire, invece, una città realizzabile e,  benché rinunci al comunismo della Repubblica, tuttavia non smette di considerare la figura femminile anche perché “le donne costituiscono la metà della popolazione cittadina”. Affermando la necessità per cui “[…] la donna nella misura del possibile, condivida i lavori dell’uomo, sia nell’educazione, sia in tutto il resto”, Platone ripropone la sue convinzioni sulla condivisione della attività maschili da parte della donne anche nel suo “secondo” modello di Stato, pur con un arretramento complessivo. Anche se partecipano all’educazione e alla vita della città, non ricevono la stessa educazione dell’uomo e, benché si riconosca alla donna il diritto ad un’attività pubblica e della magistrature femminili (ispettrici dei matrimoni, ispettrici dell’educazione infantile) tuttavia non accedono alle stesse funzioni degli uomini. In guerra hanno una parte, ma si tratta di una parte passiva in quanto possono dedicarsi all’attività bellica ma non partire per delle spedizioni militari. Inoltre, con il ristabilimento della monogamia, la donna è sottoposta alla Kyria del marito, le cui cure mirano soprattutto ad assicurare la nascita, nelle migliori condizioni, di figli legittimi. Infine, se nella città ideale della Repubblica la donna custode era dispensata da qualsiasi attività domestica, nella “seconda” città, quella delle Leggi, la donna è essenzialmente la padrona di casa. Nonostante tutto questo, Platone rompeva con i valori tradizionali e, benché sia teorico di una città “totalitaria”, è anche il primo che assegna alla donna un posto nella città, cessando di farla appartenere completamente e solamente alla sfera privata. Nonostante le varie, divergenti considerazioni dei più noti filosofi e letterati della Grecia classica sulla figura femminile, nella mentalità greca collettiva non è prevalsa la posizione più o meno positiva di Socrate e Platone, bensì quella sostanzialmente misogina di Aristotele, che infatti trovava maggior corrispondenza nella coscienza sociale.

Bibliografia

Platone, Educare, per quanto è possibile le femmine come i maschi, da Leggi, VII, 4-5, 11-12

Aristotele, Superiorità del maschio nella riproduzione, in Opere, Riproduzione degli animali, vol V

Eva Cantarella, La visione della donna in Socrate, Platone, Aristotele, in L’ambiguo malanno, Editori Riuniti, Roma 1981

Claude Mossè, Platone pensatore “femminista”?, in La donna nella Grecia antica, ECIG, Genova 1992

Esiodo, Teogonia, 520-612

Esiodo, Opere e i Giorni, 53-105


Saltare il fosso (tra i sessi) (via I sensi della letteratura)

Saltare il fosso (tra i sessi) Anche New York ha saltato il fosso della convivenza fra diversi. Oh, non è che il matrimonio sia il toccasana definitivo alle discriminazioni, alla violenza contro gay, lesbiche, trans, bisex, però stabilisce il principio che è "lecito" amarsi, sostenersi, assistersi tra persone dello stesso sesso quanto fra soggetti di sesso diverso. Il che non è poco. Ascoltare, interrogare, capire chi non è come te: vale in ogni tipo di situazione, spesso anch … Read More

via I sensi della letteratura