L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Erotismo e pornografia

La sessualità  comprende molte sfaccettature che vanno dalla fantasia alla relazione, dal corteggiamento alla manifestazione del desiderio, dal sentimento all’ esplosione nella carnalità dell’orgasmo.

Anche il pudore fa parte della sessualità.  Il compito sottile e difficile di chi vuole scrivere di questo argomento sta nel giocare ai margini di questo confine, provando a spingere il lettore un po’ più in là e ancora un po’ più in là fino a ritrovarsi dentro a quell’identificazione che lo può coinvolgere aggirando le sue difese.

Nella letteratura se l’esibizione della sessualità diventa gratuita, e non più finalizzata alla storia, ecco che perde il suo scopo, e scivola facilmente nella pornografia. In sostanza è la mancanza di senso e la gratuità dell’esibizione che segna il confine della pornografia.

anello

Se ricerchiamo il significato di pornografico, nell’etimologia, scopriamo che pornografia è la rappresentazione esplicita di soggetti a carattere erotico (dal greco meretrice+descrizione). Viene quindi da pensare che erotico sia più una caratteristica, una connotazione, un’accezione, un pensiero. Mentre porno sia l’ostentazione, quella parte dell’erotismo che l’erotismo non fa vedere perché altrimenti non sarebbe più erotismo ma pornografia.

La pornografia in letteratura esiste ma non ha la stessa valenza del film porno, la pornografia é un vettore potente di immagini forti, estreme, che si traducono si in eccitazione ma allo stesso tempo si fanno carico di descrivere un atto sessuale come si descriverebbe una donna che prende il caffé. La pornografia può essere accompagnata da lirismi, virtuosismi lessicali, e resta comunque non “sbagliata” come può essere la pornografia cinematografica.

La si può accettare più facilmente.

Cohelo descrive, in “Veronika decide di morire”, una donna che si masturba davanti a un uomo. Il modo in cui lo descrive é poetico, fantastico, ma cinematograficamente parlando é pornografia (l’atto) ma il modo di descriverlo é più erotico che porno.

Allo stesso tempo porno non può significare solo “più crudo” ed erotico non può significare solo “scene soft”,allora erotica é anche la scena di sadomaso?

Il confine é molto, anzi troppo, sottile.

Più che di “libro porno” preferisco le scene. La pornografia fa parte della nostra cultura, non bisogna averne paura, bisogna accettare scene di questo tipo e non condannarle.

Un’altra contraddizione é la seguente: se l’erotismo usa di base il sentimento e la pornografia ha come base solo il sesso, chi mi dice che dietro l’atto sessuale spicciolo non ci siano sentimenti, ideologie, vissuti particolari?

Forse l’erotismo fa più uso di sensazioni non visive, si concentra sull’atmosfera, mentre la pornografia no.

E’ un dibattito interessante, vedremo che ne uscirà.

Comunque apprezzo entrambi, hanno sfumature antropologiche molto interessanti


I costumi sessuali nell’Italia del ‘900. (Parte 3)

Certe conquiste sessuali degli anni Sessanta e Settanta sembrano tuttavia andare in una direzione opposta rispetto a quella di una vera libertà sessuale. Il sesso diventa pretesto di rivendicazioni politiche (si pensi all’ingresso alla Camera dei deputati della pornostar Ilona Staller, eletta tra le file del Partito radicale nel 1987) o semplice prodotto di consumo. Ne è un esempio evidente la commercializzazione del corpo fatta dalla pornografia. Nonostante la lunga stagione della repressione sessuale, nonostante la legge Merlin, il sesso in Italia continua ad essere un fattore di produzione come tanti altri.

La fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta vedono la nascita della stampa pornografica. Nel 1966 esce il primo numero di Men, rivista erotica che nei primi tempi si limita alla pubblicazione di fotografie di ragazze in bikini accompagnate da testi “piccanti”. Ma è nel 1967 che nella ancora cattolicissima Italia escono le prime riviste per soli uomini e i primi fumetti a sfondo sadico-erotico.

E nell’ottobre del 1967 esplode la grande polemica. I primi seni nudi fanno capolino in un servizio fotografico su Men e subito si scatena il finimondo. Capofila dell’indignazione sono centocinquanta deputati democristiani, l’ordine dei giornalisti, comitati di cittadini e semplici padri di famiglia, tutti uniti dalla comune volontà di frenare la nascente pornografia.

Denunce e sequestri fioccano copiosi. Anche quotidiani di orientamento laico, come La Stampa, chiedono a gran voce l’intervento della magistratura contro la diffusione delle riviste oscene in edicola. Dal primo seno del 1967 si passa al primo pube femminile del 1968. Ma è solo negli anni Settanta che anche in Italia la pornografia va incontro a una poderosa diffusione. Anche nel settore del cinema viene progressivamente vinta la resistenza della censura: dai primi film erotici di produzione nostrana, con improbabili “dottoresse” e “supplenti” costantemente inquadrate sotto la doccia, si passa a quelli decisamente pornografici, diffusi a partire dal 1977 nelle cosiddette sale “a luci rosse”.

Tra gli effetti più sensazionali della liberazione sessuale degli ultimi due decenni del secolo c’è l’uscita dell’omosessualità dall’ombra. Nonostante la Chiesa (come è avvenuto in occasione del “Gay Pride 2000” a Roma) continui a condannarla, soprattutto perché vi vede la definitiva e assoluta separazione tra interesse sessuale e riproduzione, l’omosessualità, già dalla fine degli anni Settanta, non è più considerata dagli psichiatri come un disturbo mentale o una perversione. Contemporaneamente si è potentemente sviluppata anche la scienza della sessuologia. I consigli degli esperti, volti alla definizione e alla ricerca di ciò che si deve intendere per “salute sessuale”, impazzano ormai tra le rubriche dei periodici italiani e non. Ma il rischio, come ha scritto lo studioso di scienze sociali André Béjin, è che la salute sessuale di una persona venga giudicata tanto più perfetta quanto più il suo piacere è meno lontano dall'”orgasmo ideale”. Si genera così, continua Béjin, “una trasformazione dei motivi di colpevolizzazione.

Si accetta più facilmente – e talvolta con vanità – di appartenere a una minoranza sessuale. Per contro ci si sente colpevoli di funzionare male”.

Gli italiani, o forse sarebbe meglio dire gli uomini e le donne europee di fine XX secolo, sovraccaricati di stimoli e messi di fronte a una interpretazione sempre più complessa della sessualità, stanno vivendo una sorta di imperativo dell’orgasmo. Finita l’omologazione imposta dai precetti della Chiesa stiamo forse scivolando verso una forma di egualitarismo sessuale? E se questo egualitarismo imposto dai sessuologi si trasformasse in una nuova forma di controllo della società?

  Bibliografia

            •            La Chiesa e la sessualità, di S. H. Pfürtner – Ed. Bompiani, 1975

            •            Giovani, affettività, sessualità, di C. Buzzi, – Ed. Il Mulino 1998

            •            I comportamenti sessuali, autori vari – Ed. Einaudi, 1983

            •            Il porno. Miti per il XX secolo, di R. Stoller – Ed. Feltrinelli 1993

            •            La sessualità nella storia, di L. Stone, – Ed. Laterza 1995


L’amore carnale nel Medioevo

Nella storiografia divulgativa , quella scritta da “storici” amateurs, ricorre un buffo fenomeno che gli studiosi di professione ben conoscono: la frequente retrodatazione di usi e di tradizioni che appartengono al passato più o meno prossimo e che vengono presentati, e in genere entrano nell’immaginario collettivo, come ben più antichi di quanto non siano. Concorre a configurare questo bizzarro effetto deformante, una sorta di superstizione progressista: s’immagina la storia  come la frequenza di eventi, istituzioni e strutture, in costante evoluzione positiva, in progresso; ed è quindi ovvio, se ne deduce, che l’oggi sia migliore dello ieri e che il domani sia ancora migliore dell’oggi.

In questi ultimi anni, per la verità, tale beata illusione è stata messa a dura prova, e forse nessuno  l’adotterebbe per le cose contemporanee.

Ma sopravvive per il passato: difatti si parla di un medioevo nel quale si bruciavano le streghe, che invece poverine andavano piuttosto con i loro roghi a illuminare il già “luminoso” Rinascimento, perché nel “buio Medioevo” erano quasi sconosciute. Oppure ci si immagina l’aristocrazia feudale nei secoli Dodicesimo e Tredicesimo come fatta tutta di signorotti a immagine del manzoniano don Rodrigo, la cui nobiliare prepotenza era, invece, del tutto seicentesca, e quattro cinque-secoli prima nessuno l’avrebbe tollerata.

Così accade quando si immaginano i costumi sessuali. La pruderie ottocentesca discenderebbe da casto e represso Medioevo, in un rassicurante continuismo che solo di recente avrebbe lasciato il passo a una crescente libertà sessuale. Inutile dire che così non era: tra il Medioevo e il casto romanticismo si è incuneata la cultura libertina, che dà dei punti alle nostre fantasie più osées; ma  che a sua volta, guarda caso, aveva nel medioevo molti più modelli di riferimento di quanti non ci aspetteremmo.

Medioevo casto e represso. È uno dei più radicati tra i nostri luoghi comuni; come quello di un medioevo igienicamente poco raccomandabile, ad esempio. Errore. La nostra età di mezzo pullulava di “bagni” e di “stufe”, in parte ereditate dall’età romana – ma anche da certe tradizioni barbariche ad esempio dal bagno di vapore turcomongolo – , in parte reimportate attraverso il mondo musulmano, a sua volta erede della tradizione bizantina. E nei bagni non ci si limitava a lavarsi: “stufa” era sinonimo di bordello. D’altro canto, lo spettacolo della nudità, aborrito dalla riforma protestante in poi – era nei secoli di mezzo alquanto comune e consueto.

E allora, il Medioevo mistico, innamorato della Vergine Maria e per il resto tutto onore e gelosia, nel quale circolavano congegni come le cinture di castità? L’amore mistico e spirituale, quello rivolto alla Madonna e passato poi, attraverso trovatori , trovieri e Minnesänger all’amor cortese e al culto della “donna angelica”, costituiva senza dubbio una grande, etica ed estetica. Ma c’era anche ben altro.

L’amore fatale, l’amore-passione travolgente e inestinguibile è, secondo un ormai classico studio di Denis de Rougemont, L’amour et l’Occident (1939), un’invenzione dell’occidente medievale, i grandi modelli del quale sono un romanzesco (Tristano e Isotta) e uno storico (Abelardo ed Eloisa).

Jack Goody (il furto della storia, Feltrinelli 2006) ha obiettato che le cose non stanno proprio così:  e che anche l’Antico Egitto, poi almeno India, Cina e Giappone la sapessero lunga al riguardo.

Certo comunque, il medioevo conosceva bene la lussuria, che Dante tratta come un grande peccato, (il più lieve tuttavia tra quelli mortali) e ci mostra condannata nell’Inferno.

Ma eccoci al punto: la poesia cavalleresca e più tardi quella lirica e la novellistica, al pari magari di certe dissimulate forme d’arte plasticofigurativa, sono meno molto amare di quanto siamo abituati a pensare di esempi d’amore fisico anche alquanto spinto: al limite, non di rado, quel che per noi sarebbe l’erotismo se non addirittura la pornografia.

Il bel libro recente di Florence Colin-Goguel, L’image de l’Amour charnel au Moyen Âge  (Seuil 2008, prefazione di Michel Pastoureau) ci dà ampia materia di modificare a proposito del nostro medioevo, parecchie idées reçues che pigramente ci portiamo dietro. Zavorrato dall’austera continenza d’origine paolina e poi ascetica, ma insidiato non solo dall’eredità erotica della cultura latina bensì anche da certi modelli biblici ( il Cantico dei Cantici… ), il Medioevo occidentale ha coltivato un interesse e una propensione per l’amore fisico spesso sconfinato – come nella tradizione goliardica – in forme grottesche, dissacratorie e paradossali, ma alimentato anche da una raffinata tensione intellettuale che si sfogava perfino in un accurata trattatistica e raggiungeva, invadendola, perfino la teologia morale.

Tempo di gelosia e di segregazione, il Medioevo era anche età di società di soli uomini e di donne sole, dove rapporti omosessuali e autoerotismo avevano modo di espandersi.

Dietro le stesse tradizioni cavalleresche e monastiche, chiericali e universitarie, si avverte spesso, e nemmeno troppo nascosto, il brivido dell’androginia e dell’eros “alternativo”. Gli stessi cacciatori d’una “repressione della donna” in età medievale avrebbero modo di ricredersi, quanto meno studiando la società aristocratica. In pieno dodicesimo secolo, corti come quella di Eleonora duchessa di Aquitana (la madre di Riccardo cuor di Leone) erano luoghi nei quali si praticava e si teorizzava l’adulterio, mentre più tardi, nelle società mercantili l’uso delle more delle russe e delle circasse tenute come schiave domestiche avrebbe diffuso forme di poligamia pratica e popolato il mondo di bastardi: che sovente avevano anzi un loro ruolo e perfino araldico riconosciuto.

Scorrendo le immagini e le pagine proposte della colin-Goguel, allieva di Le Goff e di Chastel, si resta addirittura stupiti nel constatare come dalla musica ai tornei, dai giochi alle passeggiate in giardino, dagli usi enogastronomici alle stesse metafore religiose, il medioevo fosse pervaso di erotismo e di attrazione carnale . La stessa eresia catara, che proclamava come il massimo peccato contro Dio fosse la riproduzione, che perpetuava la schiavitù dello spirito entro la prigione carnale, era poi molto meno severa nei confronti delle forme di erotismo che contassero dispersione del seme e non dessero quindi frutti. E questa considerazione attenua di molto lo stupore di qualcuno, allorché constata quanto il catarismo fosse diffuso in contrade gioiose come la dolce Provenza. Per tacere dei frequenti coiti diabolici. Immaginari, d’accordo, anzi illusori. Ma dopo il dottor Freud, la sappiamo lunga al riguardo.