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Wittgenstein e la psicologia delle connessioni

 


Tutto brucia: la figura di Jocker. La psicologia e la filosofia del burlone

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(immagine: Anthony Nowicke / foto sorgente: Warner Bros.)

Di tutti i cattivi nella storia della cultura pop, il Joker è senza dubbio uno dei più duraturi e iconici, condividendo ranghi con personaggi del calibro di immortali demoni come Darth Vader e Hannibal Lecter. E sebbene sia sempre stato popolare, è l’ interpretazione ipnotizzante di Christopher Nolan e Heath Ledger in The Dark Knight del 2008 che ha indelebilmente impresso il personaggio sulla nostra coscienza per sempre.

Ma perché, nonostante sia un assassino psicopatico e nichilista, il personaggio è così popolare – persino così amato? Perché vediamo quella strana cicatrice rossa di un sorriso su così tante magliette, poster e meme fino ad oggi, anni dopo il film? Perché la gente dice che The Dark Knight è uno dei pochi film che fa il tifo per il cattivo?

Per comprendere appieno i motivi, dobbiamo approfondire quanto hanno fatto Nolan, Ledger e lo scrittore David S. Goyer mentre ripensano il personaggio. Dobbiamo trovare e riconoscere quella parte oscura e nascosta della nostra psiche che suscitano le parole e le azioni del Joker, una parte così profondamente radicata che ci è voluto un rinomato psicologo per scoprire. Dobbiamo studiare la psicologia e la filosofia del Joker.

AGENTE DEL CAOS

“Quando le patatine sono in calo, queste persone civili … si mangiano a vicenda.”

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(Warner Bros. / DC Entertainment)

Le persone pensano troppo a se stesse a volte. Hai notato? Non sto dicendo che sia cattivo o sbagliato. Non sto nemmeno chiamando le persone stupide. È molto comprensibile

Ci piace pensare a noi stessi come nobili, onesti e buoni, soprattutto rispetto ad altre persone. Ci piace credere che non avremmo mai fatto del male a qualcuno o causato danni di qualsiasi tipo. Gli psicologi ci raccontano di ciò che viene chiamato “superiorità illusoria”, il pregiudizio cognitivo in noi tutto ciò che induce una persona a pensare in modo troppo alto delle sue qualità positive e troppo poco di quelle negative. Nella loro testa, sono persone di gran lunga migliori di quanto effettivamente  siano onesti in realtà.

Ancora una volta, questo non ci rende cattivi o sbagliati. È solo qualcosa che le nostre menti devono fare per superare la giornata.

Durante la guerra civile inglese del 1600, un ragazzo di nome Thomas Hobbes era un po ‘avanti rispetto alla prospettiva in termini di questa “illusoria superiorità”, anche se non l’aveva mai riconosciuto esattamente come tale. Non era d’accordo con l’idea della maggior parte delle persone che fossero intrinsecamente morali e giusti. Invece, ha teorizzato che senza regole applicate, l’umanità sarebbe tornata a un incubo brutale e immorale di una società – una caotica, infernale e ardente. Uno in cui faresti saltare in aria un traghetto pieno di innocenti per rimanere in vita.

Oggi, Hobbes è riconosciuto principalmente per le sue teorie sulla filosofia politica, le cui idee hanno posto praticamente l’intero fondamento della civiltà occidentale. La sua opera più famosa era un tomo orribilmente denso chiamato Leviatano . Contiene forse la sua citazione più famosa di tutte, ciò che equivale alla sua giustificazione per l’esistenza del governo:

“… nessuna società; e che è la cosa peggiore di tutte, il continuo funzionamento e il pericolo di morte violenta; E la vita dell’uomo, solitaria, povera, cattiva, brutale e breve. “

Hobbes afferma che senza il controllo strutturato del governo (ciò che il Joker chiama “gli schemi”), le persone diventano animali. Assassini. Ladri. Nel 17 ° secolo, questo fu particolarmente influente, e fu la ragione principale per cui Hobbes e ragazzi come lui presero piede: governo, legge e ordine erano assolutamente necessari.

Fondamentalmente, gran parte della tua vita è quella che è ora perché Thomas Hobbes ha scritto alcune cose. Non è un’esagerazione.

Ora, se questo fosse etico, Hobbes e il Joker sarebbero seduti uno di fianco all’altro, passandosi appunti e ridacchiando. Sono d’accordo l’uno con l’altro su una cosa: quando le patatine sono basse, le persone “civili” si mangiano a vicenda.

Riguardo la scienza politica, tuttavia, Joker e Hobbes sarebbero stati i ragazzi che avrebbero  litigavato sempre l’uno con l’altro. Se Hobbes potesse in qualche modo possedere la tecnologia di Bruce Wayne, TDK sarebbe più o meno lo stesso film, tranne per il fatto che avremmo un Batman dalla barba bianca.

Hobbes ha sostenuto il governo per paura del caos immorale. Il Joker, d’altra parte, perché è un vero e proprio psicopatico anarchico (o anarchico psicopatico), non amerebbe altro che veder porre in essere lo sfascio.

È per questo che mette bombe sui traghetti. È per questo che uccide i funzionari del governo. È per questo che cerca di corrompere l’unica persona che è un simbolo del fatto che non dobbiamo avere paura di persone come lui (anche se lo facciamo davvero). Il Joker vuole spingere un’intera città nella malvagia gravità della follia e dell’anarchia.

Ma non commettere errori: c’è un metodo dietro la sua follia. Mi dà fastidio che il Joker ottenga il merito solo di essere “un agente del caos” o di uno psicotico delirante che infligge crudeltà casuale. Corrompere la città (quel grande simbolo della civiltà) portandola in uno stato primordiale, privo di qualsiasi significato o regola, è ciò che il Joker sta cercando. Ma il suo “non piano” è opera di una mente. È tutt’altro che caotico o insignificante. È logico, chiaro e ha uno scopo preciso (non importa cosa possa dire Alfred). Accade così che impieghi un elemento di casualità. Il risultato finale è che il Joker diventa la personificazione di un argomento filosofico portato all’estremo, supportando la sua tesi nichilista con il caos che risulta dalle sue azioni.

Sebbene alla fine sia stato sconfitto da Batman, sembra che il Joker dimostri davvero il suo punto. Harvey Dent era il cavaliere bianco di Gotham City, l’epitome ambulante di giustizia, ordine e nobiltà. Ma il Joker lo trasforma in Two Face che poi uccide cinque persone, due dei quali poliziotti, usando un metodo caotico e assurdamente insignificante per lanciare una moneta per determinare il loro destino. Questo da solo simboleggia la filosofia e la missione del Joker di sconvolgere il senso di “illusoria superiorità” della società civile e di umiliarlo riportandolo alle sue radici selvagge.

HO AVUTO UNA VISIONE

“Sembro davvero un ragazzo con un piano?”

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Ora andiamo ancora più in profondità. Per capire davvero la versione del Joker di The Dark Knight è necessario esaminare uno dei suoi creatori, Christopher Nolan.

Christopher Nolan ha diretto il seguito . E ricordo . C’era anche quel film di Inception . Ha iniziato indie e suoi film esplorazioni ben ponderate dell’esistenzialismo, riferimenti palesi a  Nietzsche, Sartre e Camus.

L’esistenzialismo, come spiegherò di più tra un minuto, afferma la totale assenza di regole, morale e codici – tranne quelli che inventiamo nella nostra testa per sentirci meglio su un’esistenza senza alcuno scopo, punto. Un’idea terrificante.

Di questi tempi potrebbe essere più hollywoodiano, ma continua a scivolare nella roba pesante qua e là – lo fa sicuramente con il Joker, la sua creazione più famosa di sempre. Ha visto nel personaggio un’opportunità di giocare con materiale esistenziale significativo, un’angolazione rischiosa su un cattivo classico che ha dato i suoi frutti.

Per lo meno, dimostra come le filosofie fondamentali di una società riescano a farsi strada in tutte le sue varie forme di cultura pop. La filosofia descrive i modi di guardare il mondo. Apparentemente, Nolan ha scavato esistenzialismo , e ha senso che le sue convinzioni e i suoi valori informerebbero le scelte che ha operato come regista, anche se inconsciamente.

UN MONDO DIVERTENTE IN CUI VIVIAMO

“Credo che qualunque cosa non ti uccida semplicemente ti rende … estraneo.”

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(Warner Bros. / DC Entertainment)

C’è di più in questa roba dell’esistenzialismo nella misura in cui riguarda il Joker.

Non sorprende che la citazione sopra sia davvero la prima cosa sostanziale che senti dire il Joker in TDK . Si potrebbe dire che è la sua tesi e che il resto del film diventa il suo modo di sostenerlo. Con alcune prove piuttosto estreme.

In effetti, proprio quello che fa il Joker credere? La cosa interessante è da dove proviene la citazione. È una svolta di una lettera su una frase che hai sicuramente sentito prima. Non ho nemmeno bisogno di ripeterlo. Il responsabile di quella versione originale si chiamava Friedrich Nietzsche .

Nietzsche e i suoi ragazzi, come Albert Camus , Jean-Paul Sartre e il romanziere Fyodor Dostoevskij , alla fine del secolo scorso hanno presentato molte idee bizzarre. Quelle idee si opposero dannatamente a tutto ciò che li precedeva e spaventarono alcune persone a metà.

Ciò che li aveva spaventati così tanto era l’apparente disperazione dell’esistenzialismo. Mentre “senza speranza” può essere una parola troppo forte per questo, sembra deprimente. (Non programmare una data dopo la lezione di Esistenzialismo; non ti divertiresti affatto.)

Ed ecco il vero kicker di tutto ciò su cui ho vagato: l’ esistenzialismo ha preso piede . Lo noti ultimamente, indirettamente, in tendenze come laicità, scetticismo e alfabetizzazione scientifica. Quei blog sono ovunque. Abbracciano l’idea di un universo senza alcun valore preordinato (come assegnato da un dio, diciamo); abbracciano l’opportunità di inseguire i propri valori di scienza ed esplorazione. Non mettere in dubbio che la maggior parte delle persone scelga ciò che chiamiamo valori “buoni”, ma molti lo fanno con la consapevolezza di aver scelto questo o quello per se stessi, non perché qualcuno o qualcosa gli abbia detto di farlo.

Le persone di questi tempi, che lo sappiano o no, basano molte delle loro opinioni e credenze su idee esistenziali – o almeno in risposta ad esse. Questo è ciò con cui sono cresciute le loro menti inconsce, che se ne siano rese conto o meno. Quasi non riescono a evitarlo, poiché molti dei film che vengono visti guardare in questi giorni si basano anche sull’esistenzialismo. (Se non mi credete, guardare Fight Club , The Matrix , Monty Python ,Il senso della vita , Taxi Driver , Qualcuno volò sul nido del cuculo , Groundhog Day , Apocalypse Now , e anche Toy Story .)

Senti un sacco di persone in questi giorni in discussione “regole”. Ribellione e scetticismo alla moda per alcuni, ironicamente. Altezzosi critici in 2043 scriveranno della prevalenza di temi esistenziali in tutte le pellicole della fine del 20 ° e l’inizio degli 21° secolo.

Il Joker è così popolare oggi perché esprime valori esistenziali e ideali in un modo così divertente. E esistenziale  sembra essere proprio in questo momento, quindi non sorprende che abbia capito come ha fatto. Ecco come funziona la cultura pop – molte persone, in fondo, credono in ciò che dice – almeno in parte. Una parte di loro vorrebbe poter essere d’accordo con lui fino al punto di fare il tifo per lui, a colpi di fucile in faccia e tutto il resto.

PERCHÉ COSÌ SERIO?

“L’unico modo sensato per vivere in questo mondo è senza regole.”

Nietzsche
Nietzsche

Ora che abbiamo esaminato cos’è l’Esistenzialismo, qui ci sono solo un paio di esempi specifici di principi esistenziali e come TDK li dimostra, in particolare attraverso il Joker:

La volontà di potenza:

L’uomo di grossi baffi , Nietzsche ha scritto molto sui concetti chiamati ” ubermensch ” e “volontà di potenza”. Nell’esistenzialismo non ci sono regole. Quindi, come può vivere una persona? Se l’Assurdo è vero (ci arriveremo), allora è dannatamente spaventoso. Potremmo non sapere più cosa fare della nostra vita, eh, pipistrelli?

L’ Ubermensch è un individuo che supera quella paura, quel terrore ed è in grado di definire i propri valori, significato e scopo. Decide il corso della propria vita, in alcun modo influenzato da qualcosa al di fuori di se stesso.

Batman, ovviamente, è anche il potere disposto e preordinato intessuto di creatività , ma mentre a volte lotta con questo, il Joker si è tuffato dentro. Ha abbracciato la sua volontà di potere nel mondo (cosa fa un Ubermensch ) e ha cercato di affermare il potere e cambiare in il mondo che lo circonda.

Il Joker affronta Batman in sfide che lo costringono a mettere in discussione ciò in cui crede, a barcollare sulla violazione dell””unica regola” a cui si aggrappa, ed è uno dei motivi per cui le persone guardano ripetutamente così tanto questo film. Siamo sospesi su quale decisione prenderà Bruce Wayne: uccidere e abbandonare le regole che tengono insieme la sua anima … o no?

Batman, infatti, ottiene lo status di Ubermensch quando si rivela davvero incorruttibile. Resta fedele ai valori e ai codici che onora in se stesso come cavaliere.

Questo è il motivo per cui, in qualche modo, questo film è rimasto (e vi rimarrà) popolare per così tanto tempo. Attenersi ai nostri valori, indipendentemente da cosa, è qualcosa in cui ci piacerebbe credere. Che si tratti dell’idealismo di Batman o del nichilismo di Joker, TDK ci fa sperimentare entrambe le parti in modo vicario.

L’assurdo:

Il Joker è tutto sull’Assurdo. Non sorprende per un clown, quando ci si pensa. L’assurdo rifiuta l’idea che esista un valore, un significato o uno scopo nell’universo. Il Joker ovviamente è d’accordo con questo, e lo dice chiaramente più volte. È spaventoso pensare, no? Che non c’è letteralmente uno scopo per noi essere qui? La maggior parte degli esistenzialisti in realtà gode di questo in una certa misura. Per loro, è la possibilità di definire i nostri valori per noi stessi e possiamo scegliere di essere qualsiasi tipo di umano che intendiamo essere.

Ciò che fa paura del Joker, e ciò che lo rende un criminale così orribile ed efficace, è che non solo abbraccia pienamente Assurdità, ma gli piace anche il caos e la violenza . È un ragazzo di gusto semplice, che gode di dinamite, polvere da sparo e benzina. Queste sono le cose che apprezza. Queste sono le cose che vuole.

UN RAGAZZO COME ME

“Vedi, non sono un mostro. Sono solo davanti alla  massa. “

Carl-Jung
“Affrontare una persona con la sua ombra è mostrargli la propria luce.” Jung

Abbiamo visto la matrice filosofico in cui il personaggio preesistente del Joker è stato rifuso da Nolan e collaboratori. Successivamente, spiegherò precisamente perché siamo così affascinati da lui e perché, inoltre, è salutare per noi (in una certa misura).

Carl Jung era uno psicologo e psicoterapeuta degli inizi del XX secolo, fortemente influenzato da Sigmund Freud . Mentre la controversia circonda le sue teorie oggi , un’idea di lui è rimasta bloccata da ciò che la maggior parte delle persone considera vera: ogni tanto ci rompiamo male.

Jung ha spiegato questo fenomeno con un concetto chiamato “Ombra”. L’Ombra è la parte oscura della psiche di una persona che rifiutano di riconoscere. È la parte di te che vorrebbe poter picchiare il tuo capo e poi rubare il suo portafoglio. È la parte di te che vorrebbe poter rapinare una banca con una maschera da clown o scagliare una strada pubblica in un semi-lancio di lanciarazzi.

È la parte di te che vuole abbandonare le regole, come ha fatto Joker.

Secondo Jung, una persona deve riconoscere quegli impulsi negativi per mantenere la salute mentale. Dobbiamo riconoscere l’oscurità dentro di noi ma non identificarci con essa. Quando non riconosci l’Ombra, ciò che accade è che si libera, prende una vita e vince per terrorizzarti e distruggere la tua “illusoria superiorità”.

Jung the Shadow
(Artista: Ron Pyatt)

Un modo in cui lo facciamo è attraverso film, fumetti e giochi. Famosi e amati criminali si mescolano con le nostre Ombre, i nostri stati primordiali e lo fanno in un modo divertente che non ha conseguenze indesiderabili nella vita reale (purché lo si mantenga nel regno della finzione). Ammettilo: hai ucciso la prostituta e poi hai rubato i tuoi soldi in Grand Theft Auto . Abbiamo ucciso tutti un pollo a Hyrule.

Il Joker è semplicemente uno sbocco per l’Ombra, e così avvincente che milioni di persone sono state catturate da lui e hanno vissuto per vicenda le depravazioni dell’Ombra della loro psiche. È proprio perché il Joker bombarda e uccide e corrompe che così tanti spettatori si divertono a guardarlo. Agisce in modi che a volte vorremmo poter fare, in profondità, e ci precipitiamo fuori dal vederlo indulgere in un simile comportamento, senza che nessuno si faccia davvero male.

ORA STIAMO PARLANDO

“Non si tratta di soldi. Si tratta di inviare un messaggio. “

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(Warner Bros. / DC Entertainment)

Così il gioco è fatto. Ti ho fatto un breve tour delle idee e delle influenze filosofiche che sono state introdotte nella creazione del Joker, idee in cui il Joker stesso crede in tutto il cuore e metodicamente cerca di portare alla realtà.

Abbiamo anche visto il motivo psicologico per cui un personaggio come questo può suscitare un fascino così diffuso e perché, nonostante la sua natura malvagia, c’è una parte di noi che è irrimediabilmente innamorata di lui.

La versione del Joker che appare in The Dark Knight è diventata un’icona della cultura pop, in parte perché rappresenta una domanda filosofica che taglia al cuore stesso di chi e cosa siamo. Siamo animali morali? O solo animali? L’idealista in noi vuole schierarsi con Batman e credere che l’umanità, quando messa alla prova, passerà a pieni voti. Il cinico in noi vuole dire “fottute persone” e schierarsi con il Joker mentre si scatena l’inferno.

Ecco perché il Joker è essenziale per il mito di Batman come lo stesso Batman. I due sono chiusi in un abbraccio perpetuo di yin e yang che rappresentano numerose dicotomie umane : ordine e caos, significato e assurdità, luce e ombra. E proprio come Jung dichiarò che riconoscere l’Ombra era essenziale per una psiche veramente equilibrata, amiamo il Joker per ricordarci delle nostre nature più basse, per umiliare le nostre fantasie più alte con una dose di brutale realtà e per perforare il nostro senso di “illusoria superiorità “Quando sfugge di mano.

Davanti alla massa davvero.


Nek – J-Ax: Freud

Fondamentalmente in questo brano scherziamo sulle domande che Freud ha messo sul tavolo e che sono ancora lì senza risposta”.

Nek & J-Ax

 

 

 


57 anni fa moriva Carl Gustav Jung

«Non sei capace di amare, se non ami te stesso. E questo è veramente un insegnamento cristiano (del vero cristianesimo) . (…) Se riuscirai ad amare te stesso, ti troverai già sulla strada dell’altruismo. Amare se stessi è un compito così difficile e sgradevole che, se riesci a fare una cosa del genere, potrai riuscire ad amare anche i rospi, poiché l’animale più disgustoso è di gran lunga migliore di te.»

(Jung – Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche. Vol 1, p. 107)

« […] E’ piuttosto l’incapacità di amare che priva l’uomo delle sue possibilità. Questo mondo è vuoto solo per colui che non sa dirigere la sua libido sulle cose e sugli uomini, e conferir loro a suo talento vita e bellezza. Ciò che dunque ci costringe a creare, traendolo da noi stessi, un surrogato, non è una carenza esterna di oggetti, ma la nostra incapacità di abbracciare con amore una cosa che stia al di fuori di noi.

[…] Mai difficoltà concrete potranno costringere la libido a regredire durevolmente a un punto tale da provocare l’insorgere di una nevrosi. Manca qui il conflitto che è il presupposto di ogni nevrosi.Solo una resistenza, che contrapponga il suo non volere al volere, è in grado di produrre quella regressione che può essere il punto di partenza di un disturbo psicogeno. La resistenza contro l’amore genera l’incapacità all’amore, oppure tal incapacità può operare come resistenza

(C.G. Jung – Simboli della Trasformazione, p.175)

 


Citazione

Il linguaggio delle donne

Buon pomeriggio a tutti.

Sono curiosa di conoscere la vostra in merito…


L’illusoria Osmosi del Vuoto

L’OSMOSI DEL VUOTO

Quando una persona ha un vuoto dentro, cerca di colmarlo. Non riesce. Vaga da un palliativo all’altro, a volte per tutta la vita.

Qualcuno, classico figlio della mamma dei cretini, decide di passare il suo vuoto agli altri. Fa l’amicone e piano piano, come un serpente, porge la mela. Suscita gelosie, invidie, discordie, mette la gente contro, fa sempre a chi ce l’ha più lungo, misurando qualsiasi cosa futile riesca a trovare, inclusi i titoli di studio o la provenienza geografica. Fa il troll con chiunque gli stia intorno, ma con discrezione, per non farsi scoprire.
Piano piano cerca di insinuarsi nel suo Eden preferito: la tua autostima. Quella che a lui manca. Lui possiede soltanto un vuoto. Così si adopera per passarlo.  Ruba i tuoi sogni e se non riesce con te, cerca di rubare quelli della tua famiglia, dei tuoi amici.

La verità è che quel vuoto non lo ha passato a nessuno. Lo ha solo duplicato. Il vuoto non rispetta le leggi della fisica: non si trasforma, non si trasferisce. Ma può essere creato.
Basta una fluttuazione quantistica nell’autostima.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Chi crea vuoti negli altri, in realtà conserva il proprio. Per un po’ non se ne accorgerà e s’illuderà di stare meglio. Poi sentirà il vuoto risorgere come la fenice, anzi, più forte di prima. Lo sentirà urlare, sempre più assordante. Allora ripeterà il suo agire. Alla stregua di un serial killer.
Le persone che creano vuoti nel prossimo sono questo: serial killer dell’autostima altrui.

Il bello del vuoto, però, è che come si può creare, si può anche distruggere.
In quale modo?
Non provare a riempirlo. Guardalo in faccia. Esploralo. Tutto.
Potresti scoprire di essere una bellissima persona.
Potresti anche scoprire di essere una cattivissima persona.
Ma finché avrai paura di guardarlo, quel vuoto continuerà a risorgere come la fenice, a crescere come l’entropia, a nutrirsi della tua paura.
E a tormentarti.
Più continui a creare vuoti negli altri, più fortifichi il tuo. Più lo ignori, più lui scava, più ti rende quella cattiva persona che temi di vederci riflessa dentro.

La mamma dei cretini, infatti, non si limita a generare figli suoi, ma è anche  disponibile per adottare quelli degli altri.

Il vuoto è personale. Non può essere passato a nessuno.
Il vuoto è un bambino che strilla per ricevere attenzione. La tua.
Se lo guardi per bene, sul serio, si vedrà riflesso nei tuoi occhi e si annienterà.
Da solo.


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Una mente creativa sopravvive a qualunque genere e tipo di cattiva educazione. Anna Freud, Conferenza alla Società Psicoanalitica di New York, 1968

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The end – The Doors

The End – Los Angeles, California 21 Agosto 1966

The End è il brano con cui in genere i Doors chiudono i loro spettacoli. Jim è solito aggiungere frammenti poetici sempre diversi. Stasera Morrison afferra con rabbia l’asta del microfono. La testa è reclinata all’indietro, gli occhi sono chiusi. La sua voce è profonda e insinuante.

A un tratto apre gli occhi e urla: ” PADRE TI VOGLIO UCCIDERE, MADRE TI VOGLIO SCOPARE“.

In quel periodo Morrison si è appassionato agli scritti di Nietzsche su L’Edipo Re, la tragedia di Sofocle. Sta studiando il complesso di Edipo e quello di Elettra, di cui parla spesso con un amico, un professore di Psicologia. E’ da queste letture che si ispirano le parole pronunciate sul palco. Lo spiega lui stesso: “UCCIDI TUO PADRE VUOL DIRE CANCELLA TUTTE LE IDEE CHE TI SONO STATE INCULCATE MA NON TI APPARTENGONO. SCOPA TUA MADRE SIGNIFICA RISCOPRI L’ESSENZA, LA NATURA, LA REALTA’: SE VUOI PUOI RICONOSCERLA, AFFERRALA.”


L’androginia psichica

[tratto dal libro di Juliana De Angelis, Shakespeare, una mente androgina, Jubal 2005]

Il termine “androgino” racchiude la sua essenza già nel nome, composto di ανηρ ανδρός (uomo) e γυνη (donna). Il mondo occidentale ha conosciuto per la prima volta l’androgino grazie al mito che, nel Simposio, Platone fa narrare ad Aristofane come spiegazione del trasporto d’amore. Androgino sarebbe stato l’uomo primigenio, maschio e femmina a un tempo, che Zeus per punire della sua protervia avrebbe poi fatto dividere da Ermes in due metà, le quali affannosamente si desiderano e si ricercano.

Da allora la figura dell’androgino è ricomparsa, come un fiume carsico, in varie epoche ed in numerosi contesti culturali diversi. Le sue attualizzazioni nel mito e sul palco dei teatri dell’età di Shakespeare saranno oggetto dei paragrafi seguenti. Qui si vuole approfondire, invece, il concetto di “androginia psichica”, che è divenuto parte integrante del nostro patrimonio di idee a partire dalle teorie psicanalitiche junghiane. Dagli anni Settanta ad oggi, infatti, il termine “androginia” è penetrato nel linguaggio corrente, ma le incertezze relative ad una sua precisa connotazione sono frequenti. Ciò accade a maggior ragione in seguito alla “cooptazioone” del termine da parte dei movimenti femministi e, soprattutto, di quelli aderenti alla New Age.

Dal momento che regna ancora molta confusione terminologica, è qui opportuno fare una chiara distinzione tra concetti che vengono di sovente sovrapposti, e premettere cosa l’androginia psichica non è.

Essa non coincide con l’ermafroditismo, che indica una anomalia fisiologica, per la quale le caratteristiche fisiche dei due sessi sono compresenti in un unico individuo, in forma più o meno evidente, a seconda che l’alterazione riguardi le caratteristiche sessuali primarie o secondarie. Nel mito e nella letteratura antica, Ermafrodito è invece un figlio di Ermes ed Afrodite, creato dalla fantasia collettiva in un periodo di transizione tra un’era in cui gli uomini celebravano sacrifici in onore della Dea madre e di un panteon femminile ad un’epoca che si rivolgeva di preferenza a divinità maschili, in corrispondenza del passaggio da una società matriarcale ad una patriarcale.

Per quanto riguarda il termine bisessualità, esso si riferisce invece ad una condizione essenzialmente psicologica, dovuta alla mancanza di una chiara identificazione in un solo sesso, con la conseguente attrazione verso persone di entrambi i sessi. Per comprendere il preciso valore dell’idea di bisessualità e le sottili differenze con quella di androginia, occorre fare un passo indietro nel tempo ed approfondirne la genesi all’interno dei “sistemi” sviluppati agli inizi del ventesimo secolo.

In psicanalisi il tema mitologico della doppia natura sessuale dell’uomo è confluito nella teoria della bisessualità psichica. I diversi approcci psicanalitici sono concordi sul fatto che, al fine di comprendere il funzionamento dello sviluppo psicosessuale della persona, qualsiasi discorso sull’identità femminile e maschile non può prescindere dalla presenza latente dell’altro sesso. Nella mente dell’individuo si manifesterebbe contemporaneamente la presenza immediata del proprio sesso fisico e, mediata da immagini mentali, di quello opposto e desiderato. Il discorso della bisessualità nella psicanalisi ha portato ad una lenta eliminazione di una categorizzazione rigida nella cultura tra “maschile” e “femminile”, “normale” ed “anormale”. Secondo Francesca Molfino, però, la bisessualità va intesa come “immagine della presenza nella psiche delle due realtà sessuali ma non come progetto di integrazione dei due aspetti”. Come apprendiamo dalla psicanalista, infatti, una tale rassicurante fantasia potrebbe produrre un tentativo di chiudersi, di fuggire le proprie peculiarità, assieme alla separazione ed ai rischi che una piena espressione di sé comporta. La studiosa sostiene, inoltre, che il fatto che l’individuo abbia dentro di sé l’immagine del sesso opposto non dovrebbe sopprimere la differenza sessuale, bensì costituire la condizione primaria affinché il soggetto possa instaurare relazioni interpersonali e sessuali sane. La bisessualità esisterebbe anche perché il senso di incompletezza sessuale può essere avvertito come mancanza o “castrazione”. Al contrario, percepire il doppio senso della bisessualità come divisione e rapporto permetterebbe di articolare diversamente le due polarità, quella maschile e quella femminile, secondo un orientamento di pensiero condiviso, come si è visto, anche da Catherine Belsey.

Secondo le conclusioni alle quali è giunto Sigmund Freud, la complessità dello sviluppo psicosessuale nella donna e la sua maggiore influenzabilità da parte di modelli culturali esterni farebbe sì che in lei la bisessualità abbia uno spazio ed un’evoluzione diversa da quella, meno accentuata, degli uomini. Freud equiparava la bisessualità all’omosessualità dichiarata e includeva in questa categoria anche l’omosessualità latente degli eterosessuali. Se è vero che sarebbe riduttivo riassumere le teorie freudiane nella ormai lisa formula binomiale costituita dal “desiderio della madre” nell’uomo e dall’“invidia per il pene“ nella donna, va però constatato che, in ultima analisi, per Freud la mancanza di una differenziazione sessuale e la conseguente bisessualità sono alla base di tutte le patologie.

Ma, come giustamente sostenuto da June Singer,

 when we explore sexual material at the deeper levels of the psyche, we inevitably arrive at a state in which sexual feelings are far more loose and free-flowing than the individuals normally would be willing to admit.

 In tempi più recenti, l’assolutismo freudiano ha ceduto il posto alla più complessa e matura visione del suo ex-allievo Carl Gustav Jung, il cui ragionamento è impostato in maniera alquanto differente. Secondo lo psicanalista svizzero, la parte femminile presente nell’uomo, o anima, e la parte maschile della donna, o animus, corrispondono alle parti inconsce che nella psiche rappresentano il sesso opposto. Animus e anima sono considerati come elementi complementari, che ogni individuo deve necessariamente coniugare in sé se vuole arrivare a sviluppare una personalità integra. Jung auspica, infatti, la costituzione di una vera e propria “psiche androgina”, sostenendo:

 Come l’uomo fa fuoriuscire la sua opera, creatura completa, dalla sua femminilità interiore, così la mascolinità della donna produce germi creatori che possono fecondare la femminilità del maschio.

 Jung individua l’eidos platonico dell’androgino tra i contenuti dell’inconscio collettivo, di quella parte della psiche, cioè, che trattiene e trasmette l’eredità psicologica comune all’intero genere umano. La piena realizzazione di tale “archetipo” a livello spirituale viene vista come compimento dell’“individuazione”, concetto chiave nella teoria junghiana, che designa un processo di differenziazione ed integrazione al tempo stesso, al termine del quale la personalità diviene un tutt’uno armonico ed unitario.

Per “sé” o “personalità integrale” Jung intende il raggiungimento di un’unità organica di tutti gli elementi della psiche, che porta il singolo a diventare un’entità responsabile e creatrice. Individuandosi, l’uomo si limita semplicemente a conformarsi alle proprie peculiarità. Al contrario, uno dei rischi maggiori dell’individuo è di identificarsi a tal punto con la sua “persona” o maschera sociale da non essere più cosciente di se stesso e finire per naufragare nei valori collettivi della società. Sarebbe soltanto la completa dissoluzione della personalità umana mediante la presa di coscienza dei suoi valori a ricondurci a noi stessi. Ciò è possibile a patto che i contenuti inconsci che danno vita ai principi di anima ed animus siano trasferiti nella coscienza e cessino di essere elementi perturbatori della psiche umana. Per Jung, affrontare l’inconscio rappresenta un rischio per la struttura psichica ma soprattutto un’opportunità di arricchimento senza pari. Soltanto la scoperta e lo scontro col proprio inconscio, in particolar modo col proprio lato “ombra”, depositario di materiali rimossi e celati dietro la facciata della “persona”, può condurre alla terapeutica liberazione di un’energia altrimenti ostacolata nel suo naturale fluire. Ed in questo, la funzione di relazione con l’inconscio e mediazione con l’ignoto spetta all’anima.

Per tutto ciò che oltrepassa l’orizzonte conscio della comprensione umana, l’uomo è sempre ricorso al potere evocativo dei simboli. Così, Jung ha sostenuto che nell’inconscio dell’uomo c’è un’immagine ereditaria collettiva della donna e che sin dal Medioevo è diffusa una teoria secondo la quale “ogni uomo porta, nascosta nel suo corpo, sua moglie Eva”. Egualmente, per l’anima conscia della donna agisce da forza compensatoria l’animus maschile presente nel suo inconscio. Jung ricorda che anche in Goethe si ritrova un “culto dell’anima” simboleggiato dal culto della donna, simbolico dell’umana aspirazione alla completezza. Tale intima comunione di anima ed animus, che non coinciderebbe con la semplice fusione e conseguente incapacità di distinguerne le parti ma con uno stadio spirituale “superiore”, è stata spesso definita da Jung come “mysterium coniunctionis” o “unio mystica”. A tal proposito, Gabriele La Porta ricorda che la simbolica funzione di mettere in relazione tra loro le forze psichiche, riconducendo la molteplicità all’Uno, è da sempre stata attribuita all’amore, ad Eros. L’unione, il matrimonio a cui Jung fa riferimento simboleggia una sintesi intima ed il legame con la propria anima. Anche James Hillmann, deciso sostenitore di un senso archetipico del reale, di natura androgina, afferma che “per cambiare il modo di vedere le cose, bisogna innamorarsi”, alludendo ad una profonda integrazione psicologica, della quale l’amore esterno appare soltanto una sbiadita metafora.

L’avvenuta individuazione, di cui l’androginia psichica è una delle più dirette manifestazioni, corrisponde a quel “centro” immobile della personalità, vale a dire al conseguimento di quello stato indescrivibile prodotto dalla tensione tra energie opposte. L’accettazione dell’androginia psichica” è, quindi, alla base dell’accettazione del “divenire” della personalità ed, infine, di quel fluido processo che è la vita.

Il concetto di “androgina psichica” è rimasto sostanzialmente immutato fino al giorno d’oggi. Al fine di evitare gli ancora frequenti malintesi, June Singer puntualizza che, mentre un comportamento omosessuale o bisessuale è spesso determinato dall’ambiente, l’androginia è innata in ogni individuo. Nel suo testo cardine sull’androginia, ad oggi insuperato per accuratezza della documentazione e quantità di esempi, anche se appare datato per l’entusiasmo utopistico tipico della fine degli anni Settanta, la studiosa junghiana presenta l’ideale dell’“androgino moderno”. Si tratterebbe di uomini e donne capaci di vivere una sessualità non confusa, naturale e senza inibizioni, tuttavia senza dover ricorrere agli estremi rappresentati dal “machismo” da un lato e da un’insana dipendenza e ricerca di protezione dall’altra. L’androginia sarebbe da intendersi, in questo senso, come accettazione delle proprie peculiarità, coniugata ad un’apertura e disponibilità ad assecondare, piuttosto che forzare, i cambiamenti interni ed esterni. Per la Singer, l’androgino accetta consapevolmente il gioco e l’interazione tra elementi psichici maschili e femminili, tra impulso all’azione o alla contemplazione, tra lati estroversi ed introversi della propria natura. L’androginia andrebbe quindi di pari passo con la consapevolezza di essere sì uomini e donne, ma innanzitutto particelle di un meccanismo più ampio, ed il senso di appartenenza ad un ordine cosmico. L’amore androgino si attesta quindi su un livello transpersonale, senza necessariamente rivolgersi ad una persona o cosa in particolare, quale conseguenza della conoscenza intima, a livello cellulare così come mentale, di essere nutriti da una “fonte superiore”, che la Singer definisce “stream of androgyny”. Il principale compito dell’uomo consiste, allora, nel diventare consapevoli del fatto che la soluzione al dualismo psichico consiste nella resa alla naturale condizione umana, ovvero ad uno “state of androgyny”.

Tratto dal libro:

Juliana De Angelis, Shakespeare, una mente androgina, Jubal 2005


Può esistere amicizia tra uomo e donna?

“Può esistere l’amicizia tra uomo e donna?” E’ un interrogativo che è sempre esistito da diverso tempo e al quale non si è mai saputo dare una risposta netta e decisa perché è una tematica ricca di ambivalenza. La cultura ha distinto il ruolo maschile e femminile in maniera radicale: l’uomo per indole “cacciatore” e la donna “preda” da cacciare. Fisiologicamante l’uomo e la donna sono troppo diversi per riuscire a pensare ad un autentico rapporto di amicizia. Nella sua essenza l’amicizia è un sentimento “puro”, una relazione tra due persone fatta di reciprocità, fiducia, complicità, sincerità, rispetto, stima ammirazione e lealtà. Può nascere per caso oppure no, per simpatia, quando ci sono interessi comuni, quando si condividono delle esperienze, quando si hanno gli stessi gusti. Di solito questo è il punto di partenza, poi da lì si può arrivare a qualcosa di più profondo e sfociare in alcuni casi in un sentimento di amore. Un importante filosofo di nome Pieper sosteneva che l’amicizia è la base dell’amore, non aveva tutti i torti. E’da qui che nasce il dilemma: “Può un rapporto di amicizia tra uomo e donna restare intatto, senza sfociare in qualcos’ altro?”.L’amicizia “vera” non ammette cedimenti da un punto di vista sessuale; nel momento in cui compare un’attrazione fisica o addirittura un amore, viene messo in discussione tutto il rapporto tra due persone di sesso opposto e certamente non si potrà più parlare di amicizia. Le posizioni a riguardo sono differenti poiché i casi sono diversi, si può però affermare che alla base di un rapporto amicale c’è quasi sempre una forma di interessamento unilaterale o bilaterale che è difficle tenere a freno. Le statistiche mostrano come l’uomo, rispetto alla donna abbia una maggiore difficoltà, probabilmente per istinto maschile, per cultura, a mantenere un rapporto di amicizia con una donna senza che interferisca la componente sessuale. E’ facile pensare che quando un uomo fa amicizia ci sia quasi sempre un secondo fine di mezzo, magari remoto, un investimento per il futuro, una vana speranza che possa quel rapporto, un domani, divenire altro. Se due persone stabiliscono dal principio che si tratta di amicizia e che tale deve rimanere, devono assumersi entrambi la responsabilità dei suoi limiti, delle sue potenzialità inespresse, delle sue passioni soffocate e dei suoi compromessi da tener in considerazione fermamente se si vuole conservare saldo il rapporto. I rapporti amicali tra uomini e donne sono amori mancati in un certo senso; il confine è molto labile ed è facile scivolare ad un tratto e insensibilmente da un’intensa amicizia a qualcosa di più profondo. Importante è la capcità, la volontà nel riconoscere i sentimenti e il senso del limite. Questo non viene messo sempre in pratica, molto spesso, il sentimento di uno dei due nella relazione viene sublimato e accutamente celato, per non “rovinare” il rapporto e non perdere l’altro/a.Un uomo e una donna che riescono a mantenere intatto il loro rapporto, esente quindi da ogni forma di cedimento sessuale, hanno qualcosa in più che non può essere paragonato ad un rapporto di amicizia tra persone appartenenti allo stesso sesso, per la diversità di ruolo e di aspettative. Gli esseri umani per natura tendono alla competizione in ogni ambito, in amore, nel lavoro, nei rapporti interpersonali, hanno un costante desiderio di emergere più dell’altro, di sopravvalere. Questo nelle persone dello stesso sesso, anche se amici, è più facile che si manifesti, probabilmente a causa di tutti quei risvolti caratteriali (invidia, gelosia) che nello stesso sesso tendiamo a tollerare meno. Tipologicamente i rapporti di amicizia tra uomini e donne sono diversi e questo cambia l’entità del rapporto. Per esempio, un uomo e una donna single e sessulmente attivi, hanno una maggiore probabilità che il loro rapporto possa sfociare in qualcos’altro, non sentendosi ostacolati da impedimenti di carattere morale (avere già un altro/a partner per esempio). Può anche verificarsi che due persone di sesso opposto, di cui una (dominante) sfrutti l’altra (sottomessa) per amicizia. La dominante sa e intuisce che la sottomessa vorrebbe qualcos’altro di più (amore) ma fa finta di non saperlo per non perdere comunque qualcosa. La sottomessa, al tempo stesso, sa o intuisce che la dominante non ne vuole sapere di una relazione, ma non ha il coraggio di chiarire la situazione per timore di perdere ugualmente la persona. I problemi nascono quando tra uomo e donna potenzialmente amici, uno dei due ad un certo punto si rende conto di nutrire un sentimento per l’altro/a che non è più amicale. Avrà remora nel rivelare i suoi sentimenti, per paura di una reazione negativa dell’altra persona, continuando così a vivere il suo “amore platonico” non dichiarato. L’”oggetto d’amore” dall’altra parte, potrà  non rendersi conto del cambiamento dei sentimenti dell’altro/a (è raro), oppure rendersene conto e non parlarne. Il non voler discutere avviene perché, in ogni caso, un interessamento altrui, specialmente se da parte di una persona amica, accresce l’autostima, dona un supporto psicologico ed esistenziale. In una situazione di questo tipo sarebbe opportuno rivelarsi senza inibizioni, avere il coraggio di ammettere a sé e all’altro/a i propri sentimenti. E’ importante che se ne parli nella relazione, al fine di ripristinare il rapporto o decidere (in casi estremi) di modificarne la natura. Alla luce di quanto detto, è evidente che costruire un rapporto saldo di amicizia, con tutti i capisaldi che la contraddistinguono non è facile. L’amicizia è una relazione veramente personale, che mette in gioco un “Io” e un “Tu”, che decidono di entrare in intimità. Soprattutto non è un sentimento uguale per tutti, ci sono amicizie maggiori e minori. Quello che contraddistingue un reale rapporto di amicizia è l’ “esclusività”, il condividere momenti  soltanto con quella persona e non con tutti. In una relazione di amicizia tra un uomo e una donna viene stabilito un compromesso se si vuole che il rapporto resti tale senza che interferisca la variabile sesso. Ma data l’imprevedibilità dei sentimenti, non si può affermare con nessuna certezza che un rapporto di amicizia non possa sfociare in altro nel futuro. Sta alla volontà delle persone, al significato che viene attribuito alla relazione e all’importanza che l’uno ha per l’altro/a.