L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “psicologia

Nek – J-Ax: Freud

Fondamentalmente in questo brano scherziamo sulle domande che Freud ha messo sul tavolo e che sono ancora lì senza risposta”.

Nek & J-Ax

 

 

 


57 anni fa moriva Carl Gustav Jung

«Non sei capace di amare, se non ami te stesso. E questo è veramente un insegnamento cristiano (del vero cristianesimo) . (…) Se riuscirai ad amare te stesso, ti troverai già sulla strada dell’altruismo. Amare se stessi è un compito così difficile e sgradevole che, se riesci a fare una cosa del genere, potrai riuscire ad amare anche i rospi, poiché l’animale più disgustoso è di gran lunga migliore di te.»

(Jung – Seminari sullo Zarathustra di Nietzsche. Vol 1, p. 107)

« […] E’ piuttosto l’incapacità di amare che priva l’uomo delle sue possibilità. Questo mondo è vuoto solo per colui che non sa dirigere la sua libido sulle cose e sugli uomini, e conferir loro a suo talento vita e bellezza. Ciò che dunque ci costringe a creare, traendolo da noi stessi, un surrogato, non è una carenza esterna di oggetti, ma la nostra incapacità di abbracciare con amore una cosa che stia al di fuori di noi.

[…] Mai difficoltà concrete potranno costringere la libido a regredire durevolmente a un punto tale da provocare l’insorgere di una nevrosi. Manca qui il conflitto che è il presupposto di ogni nevrosi.Solo una resistenza, che contrapponga il suo non volere al volere, è in grado di produrre quella regressione che può essere il punto di partenza di un disturbo psicogeno. La resistenza contro l’amore genera l’incapacità all’amore, oppure tal incapacità può operare come resistenza

(C.G. Jung – Simboli della Trasformazione, p.175)

 


Citazione

Il linguaggio delle donne

Buon pomeriggio a tutti.

Sono curiosa di conoscere la vostra in merito…


L’illusoria Osmosi del Vuoto

L’OSMOSI DEL VUOTO

Quando una persona ha un vuoto dentro, cerca di colmarlo. Non riesce. Vaga da un palliativo all’altro, a volte per tutta la vita.

Qualcuno, classico figlio della mamma dei cretini, decide di passare il suo vuoto agli altri. Fa l’amicone e piano piano, come un serpente, porge la mela. Suscita gelosie, invidie, discordie, mette la gente contro, fa sempre a chi ce l’ha più lungo, misurando qualsiasi cosa futile riesca a trovare, inclusi i titoli di studio o la provenienza geografica. Fa il troll con chiunque gli stia intorno, ma con discrezione, per non farsi scoprire.
Piano piano cerca di insinuarsi nel suo Eden preferito: la tua autostima. Quella che a lui manca. Lui possiede soltanto un vuoto. Così si adopera per passarlo.  Ruba i tuoi sogni e se non riesce con te, cerca di rubare quelli della tua famiglia, dei tuoi amici.

La verità è che quel vuoto non lo ha passato a nessuno. Lo ha solo duplicato. Il vuoto non rispetta le leggi della fisica: non si trasforma, non si trasferisce. Ma può essere creato.
Basta una fluttuazione quantistica nell’autostima.

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Chi crea vuoti negli altri, in realtà conserva il proprio. Per un po’ non se ne accorgerà e s’illuderà di stare meglio. Poi sentirà il vuoto risorgere come la fenice, anzi, più forte di prima. Lo sentirà urlare, sempre più assordante. Allora ripeterà il suo agire. Alla stregua di un serial killer.
Le persone che creano vuoti nel prossimo sono questo: serial killer dell’autostima altrui.

Il bello del vuoto, però, è che come si può creare, si può anche distruggere.
In quale modo?
Non provare a riempirlo. Guardalo in faccia. Esploralo. Tutto.
Potresti scoprire di essere una bellissima persona.
Potresti anche scoprire di essere una cattivissima persona.
Ma finché avrai paura di guardarlo, quel vuoto continuerà a risorgere come la fenice, a crescere come l’entropia, a nutrirsi della tua paura.
E a tormentarti.
Più continui a creare vuoti negli altri, più fortifichi il tuo. Più lo ignori, più lui scava, più ti rende quella cattiva persona che temi di vederci riflessa dentro.

La mamma dei cretini, infatti, non si limita a generare figli suoi, ma è anche  disponibile per adottare quelli degli altri.

Il vuoto è personale. Non può essere passato a nessuno.
Il vuoto è un bambino che strilla per ricevere attenzione. La tua.
Se lo guardi per bene, sul serio, si vedrà riflesso nei tuoi occhi e si annienterà.
Da solo.


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Una mente creativa sopravvive a qualunque genere e tipo di cattiva educazione. Anna Freud, Conferenza alla Società Psicoanalitica di New York, 1968

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The end – The Doors

The End – Los Angeles, California 21 Agosto 1966

The End è il brano con cui in genere i Doors chiudono i loro spettacoli. Jim è solito aggiungere frammenti poetici sempre diversi. Stasera Morrison afferra con rabbia l’asta del microfono. La testa è reclinata all’indietro, gli occhi sono chiusi. La sua voce è profonda e insinuante.

A un tratto apre gli occhi e urla: ” PADRE TI VOGLIO UCCIDERE, MADRE TI VOGLIO SCOPARE“.

In quel periodo Morrison si è appassionato agli scritti di Nietzsche su L’Edipo Re, la tragedia di Sofocle. Sta studiando il complesso di Edipo e quello di Elettra, di cui parla spesso con un amico, un professore di Psicologia. E’ da queste letture che si ispirano le parole pronunciate sul palco. Lo spiega lui stesso: “UCCIDI TUO PADRE VUOL DIRE CANCELLA TUTTE LE IDEE CHE TI SONO STATE INCULCATE MA NON TI APPARTENGONO. SCOPA TUA MADRE SIGNIFICA RISCOPRI L’ESSENZA, LA NATURA, LA REALTA’: SE VUOI PUOI RICONOSCERLA, AFFERRALA.”


L’androginia psichica

[tratto dal libro di Juliana De Angelis, Shakespeare, una mente androgina, Jubal 2005]

Il termine “androgino” racchiude la sua essenza già nel nome, composto di ανηρ ανδρός (uomo) e γυνη (donna). Il mondo occidentale ha conosciuto per la prima volta l’androgino grazie al mito che, nel Simposio, Platone fa narrare ad Aristofane come spiegazione del trasporto d’amore. Androgino sarebbe stato l’uomo primigenio, maschio e femmina a un tempo, che Zeus per punire della sua protervia avrebbe poi fatto dividere da Ermes in due metà, le quali affannosamente si desiderano e si ricercano.

Da allora la figura dell’androgino è ricomparsa, come un fiume carsico, in varie epoche ed in numerosi contesti culturali diversi. Le sue attualizzazioni nel mito e sul palco dei teatri dell’età di Shakespeare saranno oggetto dei paragrafi seguenti. Qui si vuole approfondire, invece, il concetto di “androginia psichica”, che è divenuto parte integrante del nostro patrimonio di idee a partire dalle teorie psicanalitiche junghiane. Dagli anni Settanta ad oggi, infatti, il termine “androginia” è penetrato nel linguaggio corrente, ma le incertezze relative ad una sua precisa connotazione sono frequenti. Ciò accade a maggior ragione in seguito alla “cooptazioone” del termine da parte dei movimenti femministi e, soprattutto, di quelli aderenti alla New Age.

Dal momento che regna ancora molta confusione terminologica, è qui opportuno fare una chiara distinzione tra concetti che vengono di sovente sovrapposti, e premettere cosa l’androginia psichica non è.

Essa non coincide con l’ermafroditismo, che indica una anomalia fisiologica, per la quale le caratteristiche fisiche dei due sessi sono compresenti in un unico individuo, in forma più o meno evidente, a seconda che l’alterazione riguardi le caratteristiche sessuali primarie o secondarie. Nel mito e nella letteratura antica, Ermafrodito è invece un figlio di Ermes ed Afrodite, creato dalla fantasia collettiva in un periodo di transizione tra un’era in cui gli uomini celebravano sacrifici in onore della Dea madre e di un panteon femminile ad un’epoca che si rivolgeva di preferenza a divinità maschili, in corrispondenza del passaggio da una società matriarcale ad una patriarcale.

Per quanto riguarda il termine bisessualità, esso si riferisce invece ad una condizione essenzialmente psicologica, dovuta alla mancanza di una chiara identificazione in un solo sesso, con la conseguente attrazione verso persone di entrambi i sessi. Per comprendere il preciso valore dell’idea di bisessualità e le sottili differenze con quella di androginia, occorre fare un passo indietro nel tempo ed approfondirne la genesi all’interno dei “sistemi” sviluppati agli inizi del ventesimo secolo.

In psicanalisi il tema mitologico della doppia natura sessuale dell’uomo è confluito nella teoria della bisessualità psichica. I diversi approcci psicanalitici sono concordi sul fatto che, al fine di comprendere il funzionamento dello sviluppo psicosessuale della persona, qualsiasi discorso sull’identità femminile e maschile non può prescindere dalla presenza latente dell’altro sesso. Nella mente dell’individuo si manifesterebbe contemporaneamente la presenza immediata del proprio sesso fisico e, mediata da immagini mentali, di quello opposto e desiderato. Il discorso della bisessualità nella psicanalisi ha portato ad una lenta eliminazione di una categorizzazione rigida nella cultura tra “maschile” e “femminile”, “normale” ed “anormale”. Secondo Francesca Molfino, però, la bisessualità va intesa come “immagine della presenza nella psiche delle due realtà sessuali ma non come progetto di integrazione dei due aspetti”. Come apprendiamo dalla psicanalista, infatti, una tale rassicurante fantasia potrebbe produrre un tentativo di chiudersi, di fuggire le proprie peculiarità, assieme alla separazione ed ai rischi che una piena espressione di sé comporta. La studiosa sostiene, inoltre, che il fatto che l’individuo abbia dentro di sé l’immagine del sesso opposto non dovrebbe sopprimere la differenza sessuale, bensì costituire la condizione primaria affinché il soggetto possa instaurare relazioni interpersonali e sessuali sane. La bisessualità esisterebbe anche perché il senso di incompletezza sessuale può essere avvertito come mancanza o “castrazione”. Al contrario, percepire il doppio senso della bisessualità come divisione e rapporto permetterebbe di articolare diversamente le due polarità, quella maschile e quella femminile, secondo un orientamento di pensiero condiviso, come si è visto, anche da Catherine Belsey.

Secondo le conclusioni alle quali è giunto Sigmund Freud, la complessità dello sviluppo psicosessuale nella donna e la sua maggiore influenzabilità da parte di modelli culturali esterni farebbe sì che in lei la bisessualità abbia uno spazio ed un’evoluzione diversa da quella, meno accentuata, degli uomini. Freud equiparava la bisessualità all’omosessualità dichiarata e includeva in questa categoria anche l’omosessualità latente degli eterosessuali. Se è vero che sarebbe riduttivo riassumere le teorie freudiane nella ormai lisa formula binomiale costituita dal “desiderio della madre” nell’uomo e dall’“invidia per il pene“ nella donna, va però constatato che, in ultima analisi, per Freud la mancanza di una differenziazione sessuale e la conseguente bisessualità sono alla base di tutte le patologie.

Ma, come giustamente sostenuto da June Singer,

 when we explore sexual material at the deeper levels of the psyche, we inevitably arrive at a state in which sexual feelings are far more loose and free-flowing than the individuals normally would be willing to admit.

 In tempi più recenti, l’assolutismo freudiano ha ceduto il posto alla più complessa e matura visione del suo ex-allievo Carl Gustav Jung, il cui ragionamento è impostato in maniera alquanto differente. Secondo lo psicanalista svizzero, la parte femminile presente nell’uomo, o anima, e la parte maschile della donna, o animus, corrispondono alle parti inconsce che nella psiche rappresentano il sesso opposto. Animus e anima sono considerati come elementi complementari, che ogni individuo deve necessariamente coniugare in sé se vuole arrivare a sviluppare una personalità integra. Jung auspica, infatti, la costituzione di una vera e propria “psiche androgina”, sostenendo:

 Come l’uomo fa fuoriuscire la sua opera, creatura completa, dalla sua femminilità interiore, così la mascolinità della donna produce germi creatori che possono fecondare la femminilità del maschio.

 Jung individua l’eidos platonico dell’androgino tra i contenuti dell’inconscio collettivo, di quella parte della psiche, cioè, che trattiene e trasmette l’eredità psicologica comune all’intero genere umano. La piena realizzazione di tale “archetipo” a livello spirituale viene vista come compimento dell’“individuazione”, concetto chiave nella teoria junghiana, che designa un processo di differenziazione ed integrazione al tempo stesso, al termine del quale la personalità diviene un tutt’uno armonico ed unitario.

Per “sé” o “personalità integrale” Jung intende il raggiungimento di un’unità organica di tutti gli elementi della psiche, che porta il singolo a diventare un’entità responsabile e creatrice. Individuandosi, l’uomo si limita semplicemente a conformarsi alle proprie peculiarità. Al contrario, uno dei rischi maggiori dell’individuo è di identificarsi a tal punto con la sua “persona” o maschera sociale da non essere più cosciente di se stesso e finire per naufragare nei valori collettivi della società. Sarebbe soltanto la completa dissoluzione della personalità umana mediante la presa di coscienza dei suoi valori a ricondurci a noi stessi. Ciò è possibile a patto che i contenuti inconsci che danno vita ai principi di anima ed animus siano trasferiti nella coscienza e cessino di essere elementi perturbatori della psiche umana. Per Jung, affrontare l’inconscio rappresenta un rischio per la struttura psichica ma soprattutto un’opportunità di arricchimento senza pari. Soltanto la scoperta e lo scontro col proprio inconscio, in particolar modo col proprio lato “ombra”, depositario di materiali rimossi e celati dietro la facciata della “persona”, può condurre alla terapeutica liberazione di un’energia altrimenti ostacolata nel suo naturale fluire. Ed in questo, la funzione di relazione con l’inconscio e mediazione con l’ignoto spetta all’anima.

Per tutto ciò che oltrepassa l’orizzonte conscio della comprensione umana, l’uomo è sempre ricorso al potere evocativo dei simboli. Così, Jung ha sostenuto che nell’inconscio dell’uomo c’è un’immagine ereditaria collettiva della donna e che sin dal Medioevo è diffusa una teoria secondo la quale “ogni uomo porta, nascosta nel suo corpo, sua moglie Eva”. Egualmente, per l’anima conscia della donna agisce da forza compensatoria l’animus maschile presente nel suo inconscio. Jung ricorda che anche in Goethe si ritrova un “culto dell’anima” simboleggiato dal culto della donna, simbolico dell’umana aspirazione alla completezza. Tale intima comunione di anima ed animus, che non coinciderebbe con la semplice fusione e conseguente incapacità di distinguerne le parti ma con uno stadio spirituale “superiore”, è stata spesso definita da Jung come “mysterium coniunctionis” o “unio mystica”. A tal proposito, Gabriele La Porta ricorda che la simbolica funzione di mettere in relazione tra loro le forze psichiche, riconducendo la molteplicità all’Uno, è da sempre stata attribuita all’amore, ad Eros. L’unione, il matrimonio a cui Jung fa riferimento simboleggia una sintesi intima ed il legame con la propria anima. Anche James Hillmann, deciso sostenitore di un senso archetipico del reale, di natura androgina, afferma che “per cambiare il modo di vedere le cose, bisogna innamorarsi”, alludendo ad una profonda integrazione psicologica, della quale l’amore esterno appare soltanto una sbiadita metafora.

L’avvenuta individuazione, di cui l’androginia psichica è una delle più dirette manifestazioni, corrisponde a quel “centro” immobile della personalità, vale a dire al conseguimento di quello stato indescrivibile prodotto dalla tensione tra energie opposte. L’accettazione dell’androginia psichica” è, quindi, alla base dell’accettazione del “divenire” della personalità ed, infine, di quel fluido processo che è la vita.

Il concetto di “androgina psichica” è rimasto sostanzialmente immutato fino al giorno d’oggi. Al fine di evitare gli ancora frequenti malintesi, June Singer puntualizza che, mentre un comportamento omosessuale o bisessuale è spesso determinato dall’ambiente, l’androginia è innata in ogni individuo. Nel suo testo cardine sull’androginia, ad oggi insuperato per accuratezza della documentazione e quantità di esempi, anche se appare datato per l’entusiasmo utopistico tipico della fine degli anni Settanta, la studiosa junghiana presenta l’ideale dell’“androgino moderno”. Si tratterebbe di uomini e donne capaci di vivere una sessualità non confusa, naturale e senza inibizioni, tuttavia senza dover ricorrere agli estremi rappresentati dal “machismo” da un lato e da un’insana dipendenza e ricerca di protezione dall’altra. L’androginia sarebbe da intendersi, in questo senso, come accettazione delle proprie peculiarità, coniugata ad un’apertura e disponibilità ad assecondare, piuttosto che forzare, i cambiamenti interni ed esterni. Per la Singer, l’androgino accetta consapevolmente il gioco e l’interazione tra elementi psichici maschili e femminili, tra impulso all’azione o alla contemplazione, tra lati estroversi ed introversi della propria natura. L’androginia andrebbe quindi di pari passo con la consapevolezza di essere sì uomini e donne, ma innanzitutto particelle di un meccanismo più ampio, ed il senso di appartenenza ad un ordine cosmico. L’amore androgino si attesta quindi su un livello transpersonale, senza necessariamente rivolgersi ad una persona o cosa in particolare, quale conseguenza della conoscenza intima, a livello cellulare così come mentale, di essere nutriti da una “fonte superiore”, che la Singer definisce “stream of androgyny”. Il principale compito dell’uomo consiste, allora, nel diventare consapevoli del fatto che la soluzione al dualismo psichico consiste nella resa alla naturale condizione umana, ovvero ad uno “state of androgyny”.

Tratto dal libro:

Juliana De Angelis, Shakespeare, una mente androgina, Jubal 2005


Può esistere amicizia tra uomo e donna?

“Può esistere l’amicizia tra uomo e donna?” E’ un interrogativo che è sempre esistito da diverso tempo e al quale non si è mai saputo dare una risposta netta e decisa perché è una tematica ricca di ambivalenza. La cultura ha distinto il ruolo maschile e femminile in maniera radicale: l’uomo per indole “cacciatore” e la donna “preda” da cacciare. Fisiologicamante l’uomo e la donna sono troppo diversi per riuscire a pensare ad un autentico rapporto di amicizia. Nella sua essenza l’amicizia è un sentimento “puro”, una relazione tra due persone fatta di reciprocità, fiducia, complicità, sincerità, rispetto, stima ammirazione e lealtà. Può nascere per caso oppure no, per simpatia, quando ci sono interessi comuni, quando si condividono delle esperienze, quando si hanno gli stessi gusti. Di solito questo è il punto di partenza, poi da lì si può arrivare a qualcosa di più profondo e sfociare in alcuni casi in un sentimento di amore. Un importante filosofo di nome Pieper sosteneva che l’amicizia è la base dell’amore, non aveva tutti i torti. E’da qui che nasce il dilemma: “Può un rapporto di amicizia tra uomo e donna restare intatto, senza sfociare in qualcos’ altro?”.L’amicizia “vera” non ammette cedimenti da un punto di vista sessuale; nel momento in cui compare un’attrazione fisica o addirittura un amore, viene messo in discussione tutto il rapporto tra due persone di sesso opposto e certamente non si potrà più parlare di amicizia. Le posizioni a riguardo sono differenti poiché i casi sono diversi, si può però affermare che alla base di un rapporto amicale c’è quasi sempre una forma di interessamento unilaterale o bilaterale che è difficle tenere a freno. Le statistiche mostrano come l’uomo, rispetto alla donna abbia una maggiore difficoltà, probabilmente per istinto maschile, per cultura, a mantenere un rapporto di amicizia con una donna senza che interferisca la componente sessuale. E’ facile pensare che quando un uomo fa amicizia ci sia quasi sempre un secondo fine di mezzo, magari remoto, un investimento per il futuro, una vana speranza che possa quel rapporto, un domani, divenire altro. Se due persone stabiliscono dal principio che si tratta di amicizia e che tale deve rimanere, devono assumersi entrambi la responsabilità dei suoi limiti, delle sue potenzialità inespresse, delle sue passioni soffocate e dei suoi compromessi da tener in considerazione fermamente se si vuole conservare saldo il rapporto. I rapporti amicali tra uomini e donne sono amori mancati in un certo senso; il confine è molto labile ed è facile scivolare ad un tratto e insensibilmente da un’intensa amicizia a qualcosa di più profondo. Importante è la capcità, la volontà nel riconoscere i sentimenti e il senso del limite. Questo non viene messo sempre in pratica, molto spesso, il sentimento di uno dei due nella relazione viene sublimato e accutamente celato, per non “rovinare” il rapporto e non perdere l’altro/a.Un uomo e una donna che riescono a mantenere intatto il loro rapporto, esente quindi da ogni forma di cedimento sessuale, hanno qualcosa in più che non può essere paragonato ad un rapporto di amicizia tra persone appartenenti allo stesso sesso, per la diversità di ruolo e di aspettative. Gli esseri umani per natura tendono alla competizione in ogni ambito, in amore, nel lavoro, nei rapporti interpersonali, hanno un costante desiderio di emergere più dell’altro, di sopravvalere. Questo nelle persone dello stesso sesso, anche se amici, è più facile che si manifesti, probabilmente a causa di tutti quei risvolti caratteriali (invidia, gelosia) che nello stesso sesso tendiamo a tollerare meno. Tipologicamente i rapporti di amicizia tra uomini e donne sono diversi e questo cambia l’entità del rapporto. Per esempio, un uomo e una donna single e sessulmente attivi, hanno una maggiore probabilità che il loro rapporto possa sfociare in qualcos’altro, non sentendosi ostacolati da impedimenti di carattere morale (avere già un altro/a partner per esempio). Può anche verificarsi che due persone di sesso opposto, di cui una (dominante) sfrutti l’altra (sottomessa) per amicizia. La dominante sa e intuisce che la sottomessa vorrebbe qualcos’altro di più (amore) ma fa finta di non saperlo per non perdere comunque qualcosa. La sottomessa, al tempo stesso, sa o intuisce che la dominante non ne vuole sapere di una relazione, ma non ha il coraggio di chiarire la situazione per timore di perdere ugualmente la persona. I problemi nascono quando tra uomo e donna potenzialmente amici, uno dei due ad un certo punto si rende conto di nutrire un sentimento per l’altro/a che non è più amicale. Avrà remora nel rivelare i suoi sentimenti, per paura di una reazione negativa dell’altra persona, continuando così a vivere il suo “amore platonico” non dichiarato. L’”oggetto d’amore” dall’altra parte, potrà  non rendersi conto del cambiamento dei sentimenti dell’altro/a (è raro), oppure rendersene conto e non parlarne. Il non voler discutere avviene perché, in ogni caso, un interessamento altrui, specialmente se da parte di una persona amica, accresce l’autostima, dona un supporto psicologico ed esistenziale. In una situazione di questo tipo sarebbe opportuno rivelarsi senza inibizioni, avere il coraggio di ammettere a sé e all’altro/a i propri sentimenti. E’ importante che se ne parli nella relazione, al fine di ripristinare il rapporto o decidere (in casi estremi) di modificarne la natura. Alla luce di quanto detto, è evidente che costruire un rapporto saldo di amicizia, con tutti i capisaldi che la contraddistinguono non è facile. L’amicizia è una relazione veramente personale, che mette in gioco un “Io” e un “Tu”, che decidono di entrare in intimità. Soprattutto non è un sentimento uguale per tutti, ci sono amicizie maggiori e minori. Quello che contraddistingue un reale rapporto di amicizia è l’ “esclusività”, il condividere momenti  soltanto con quella persona e non con tutti. In una relazione di amicizia tra un uomo e una donna viene stabilito un compromesso se si vuole che il rapporto resti tale senza che interferisca la variabile sesso. Ma data l’imprevedibilità dei sentimenti, non si può affermare con nessuna certezza che un rapporto di amicizia non possa sfociare in altro nel futuro. Sta alla volontà delle persone, al significato che viene attribuito alla relazione e all’importanza che l’uno ha per l’altro/a.