L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “recensione

Makhmalbaf M. – Sesso e filosofia

Gustati “Sesso e filosofia” on line 

locandina sesso e filosofia

“L’amore è un concetto estensibile
che va dal cielo all’inferno,
riunisce in sé il bene e il male,
il sublime e l’infinito.”
Carl Gustav Jung

Perché il sesso dovrebbe ignorare la filosofia, che in greco significa, come è noto, “l’amore per il sapere”, visto che tutto che è amore lo riguarda da vicino? Che cos’è questa sorta di ossessione universale (il sesso) che dovrebbe scomparire quando ci si accosta alle pareti ripide del discorso filosofico?
Perché tutto sia attraversato dal sesso, compresi i concetti più rigorosi, quelli che formano l’armatura della metafisica come tanti piccoli archetti metallici: Tempo, Verità, Misura, Politica, Desiderio, Essere, Infinito, Immagine, Casualità… non hanno niente in comune con la questione del sesso, eppure nessuno esce indenne da un confronto con il desiderio…

Una riflessione poetica e simbolica sulla difficoltà di dare forma e significato all’universo ellittico dei sentimenti. Il film narra come, quando abbiamo la libertà di fare sesso, spesso perdiamo l’amore. Trattasi  del prezzo del modernismo, in questa pellicola Makhmalbaf declina la solitudine: cosi come  le montagne sono proprio l’una accanto all’altra, restano inevitabilmente solitarie nella loro unicità

Jan festeggia il suo 40 ° compleanno nella sua auto, accendendo 40 candele sul suo cruscotto, da solo, ma per un musicista cieco che canta “il 40 ° anniversario della sua solitudine”, come la pioggia piange empaticamente sul suo parabrezza.

L’acqua, la sorgente della vita, è la matrice che sotto forma di liquido amniotico e delle acque primordiali preserva e da inizio alla vita. Nelle antiche cosmogonie l’acqua, componente primordiale, è un principio vitale inteso come mezzo della rigenerazione. Nella forma di pioggia rende fertile e feconda la terra. Infatti la goccia, l’infinitamente piccolo, contiene l’infinitamente grande, come il seme contiene tutte le informazioni per dar seguito allo sviluppo della vita. L’acqua, sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali. Successivamente torna sotto forma di pioggia sulla terra, fecondandola con le energie catturate nella dimensione sottile. La terra trae giovamento, dalle informazioni ricevute dall’acqua, per la sua continua evoluzione. Nella teoria dei quattro elementi tradizionali l’acqua si pone al terzo posto: dopo il fuoco e l’aria e prima della terra. Questa posizione tra l’aria e la terra le spetta per quanto riguarda il movimento consentito dalla sua struttura. L’acqua rappresenta il femminile per eccellenza, in quanto è estremamente adattabile, passiva e ricettiva. Infatti allo stato liquido è flessibile, cambia la sua forma, adattandosi alle circostanze, aggirando gli ostacoli che incontra nel suo cammino.

Rosso colore dominante in molte scene della pellicola simboleggia l’estroversione e la forza di volontà. Incremento dei ritmi vitali è quindi sinonimo di forte passionalità, di grande personalità e di fiducia in se stessi, stimolo alla creatività e aumenta le capacità di autoconservazione.

Capolavoro vocativo è l’uso del linguaggio del corpo, in particolare l’attenzione che Makhmalbaf riserva al movimento delle mani (mudra). Nelle danze indiane trovano la massima espressività la danzatrice infatti comunica con il divino e con le mani racconta le pene dei mortali che chiedono il perdono; la danzatrice con i suoi gesti assume la sacralità divenendo così un tramite tra l’uomo e Dio.

La danza indiana comunica ed insegna qualcosa a chi la pratica e a chi la osserva. La gestualità delle mani, le espressioni del viso, lo sguardo e le movenze eleganti raccontano una storia e permettono di rappresentare la bellezza, l’amore ed il mondo ultraterreno. Tale concetto è abilmente esplicitato nelle sequenze del film che gradualmente accompagnano ad una visione più ampia dell’emotività del protagonista che muove le sue peculiari scelte.

Le mani giocano un ruolo fondamentale, i loro mundra (gesti) sono la forma di comunicazione non verbale più immediata e permettono di esprimere emozioni, sentimenti e concetti veri e propri.

Nella tradizione indiana ogni singolo gesto ha uno specifico significato, ma può avere anche diversi significati a seconda del modo e contesto in cui viene eseguito. Danza in questa pellicola rappresenta il fil rouge concettuale, espediente che esplicita un’armoniosa sequenza di posizioni stilizzate e simboliche ottenute combinando variamente passi, gesti e rotazioni del corpo.

Tecnica e consapevolezza del proprio corpo a ritmo di musica in modo corretto affinano le capacità espressive, per trasmettere emozioni e sentimenti. Lo scorrere del movimento del corpo , l’intensità dello sguardo infondono sicurezza e liberano dalle tensioni verso il desiderare oltre gli steccati del pensiero mediocre.

Scheda del Film

  • DATA USCITA: 14 aprile 2006
  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2005
  • REGIA: Mohsen Makhmalbaf
  • ATTORI: Dalir Nazarov, Marian Gaibova,Farzova Beknazarova, Tahmineh Ebrahiova,Malahat Abdulloeva, Ali Akbar Abdulloev
  • SCENEGGIATURA: Mohsen Makhmalbaf
  • FOTOGRAFIA: Ebrahim Ghafouri
  • MONTAGGIO: Mohsen Makhmalbaf
  • MUSICHE: Nahid , Daler Nazarov, Vanesa Mai
  • PRODUZIONE: Makhmalbaf Film House,
  • DISTRIBUZIONE: BIM distribuzione,
  • PAESE: Francia
  • DURATA: 102 Min

Chiedi: il segreto delle virtù

La narrazione si apre con l’evocazione simbolica dell’origine, il cerchio: la perfezione, la compiutezza, l’unione… sostanza primordiale. Tale figura richiama l’armonia poiché sprovvista di angoli e spigoli, traduce l’indifferenziato in un’uguaglianza di principi. Al centro cui tutto trae origine e a cui tutto torna vi è il Sole, il cui calore è associato all’Amore, alla luce, alla bellezza alla verità. All’inizio risiede il segreto… tale concetto va di pari passo con quello di condivisione: il segreto può essere solo svelato o rivelato. Qualora in terza istanza accettassimo il segreto come conservato finiremmo nel paradosso: sarebbe sì facile imbattersi in un esperimento mentale. La dialettica qui improntata tra fede-mistero-problema ci pone innanzi alle questioni più alte esistenziali e facilmente confuse: siamo inabili a riconoscere quando siamo a cospetto di un segreto mantenuto, o un qualcosa di in-affrontabile o un qualcosa con il quale l’uomo può misurarsi. Il ruolo dell’umano allora si identifica con quello dell’eroe junghiano in misteriosa collocazione e frequente inaccessibilità, luogo sacro dello Zero silenzioso ove il culto d’osservazione minuziosa trasuda dispositivi narrativi. Rituale di conoscenza e percorso di iniziazione alla saggezza, l’unico valido motivo per non soccombere il diventare Eroe, un non-morto-intellettualmente e artefice del preludio d’azione sublime. Fiedere, termine poetico ormai desueto, consiste nella ricerca altrui con lessico dai cardini binari bisogni/desideri … ascolto e mi fermo a riflettere sul modus operandi in linea pragmatica antropologica odierna di tale azione: domandando? Interrogando ? Implorando ? Un’istanza simile ad una preghiera, presente fin dal primo battito all’atto di concepimento e si protrae in esistenza che si in-futura; la costruzione di una cattedrale esistenziale in elevazione d’atto di volontà sfibrando il soma, il non luogo reale le cui fondamenta sono poste a pilastri quali dignità, autonomia e rispettabilità. L’analisi della decadenza immorale irrazionalità vigente sintomaticamnete richiama Dioniso dall’abissale inconscio a contaminare il pelago della vuota finzione dialettica alla luce effimera del sensibile. Utilità di die in die snocciola a prezzo di asservimento ove legge non conosce padrone e garante. L’ars vivendi in armonia mundi diviene dissonante all’irragionevole compagine attuale, amalgamata in lode a giustizia e onestà. Libertà, vocabolo che in questa lirica è autorevolmente assente evoca  pensiero, istruzione, espressione, l’ampiezza delle proprie possibilità e la stabilità della propria posizione, in un’asserzione, insomma, fluida, ma sempre rivolta al bene, al valore della persona. Amore terapeutico in giustizia e onestà diviene balsamo all’insana abitudine vigente del fra-intendimento e analfabetizzazione emotivi cui stiamo divagando le giovani generazioni che agognano una testimonianza concreta e credibile. Fondare la nuova umanità significa volgere creativamente ad Oriente la volontà della riflessione inesauribile tra scienza e mistica, incentrando i temi di Philia e Umanitas coniugati in reciprocità attiva.


Reload #TheCoevasIo

io “L’uomo nasce cattivo, va condizionato, plasmato e educato per renderlo sociale, soltanto il bene che sta nella ragione può fermare la natura violenta e condurre alla convivenza. Quell’IO costruito dalla sovrastruttura della cultura, degli insegnamenti, degli schemi della società che nella psicoanalisi lacaniana deve abbandonare il suo narcisismo, quella maschera che nasconde la vera struttura dell’essere umano che deve essere accessibile, analizzata, e capita. Ecco perché è necessario un attimo di riflessione, un momento storico per riunirsi e capire, dove stanno andando gli uomini e le donne, che direzione dobbiamo far loro prendere, rileggiamo insieme gli aspetti da tenere presenti, perché abbiamo capito che scienza, coscienza, religione, filosofia sono tutti strumenti di ragione. La consapevolezza che il sapere, le nuove acquisizioni della scienza hanno infranto quei buchi neri di non conoscenza, hanno spinto l’uomo e quindi anche la donna a ritenersi un Superuomo, capace di tutto, onnipotente, creatore e distruttore, gestore e artefice delle vite altrui, imbattibile e incorruttibile, insomma siamo nell’era dell’affermazione lampante del superuomo nitchiano. La sua svagellante determinazione a fare tutto, non gli concede defaillances e rifiuti e quei rifiuti, quei no, diventano sfide verso se stessa ma soprattutto verso l’altro, il guanto bianco lanciato da afferrare per sferrare la punizione di colei che … osa.La valutazione dei fatti, delle prospettive che l’azione può causare, porta al calcolo del “causa-effetto” e quindi al legame stretto che unisce scienza e filosofia, dove la scienza dà conoscenza e la filosofia dà saggezza (vedi Will Durant). Oggi il mondo di IO è un insieme di un essere vivente in preda al morbo del neoRinascimento, stesse situazioni, stessi effetti, ma negativi questa volta. La ragione, ma cosa è la ragione? Di donne così, che decidono di lottare contro il nemico, non per ideali utopistici, ma in nome della decenza contraria alla nostra natura corporea, per prendere la decisione di andare a uccidere e farsi uccidere. Resistente non esalta la bella morte, non esibisce i cadaveri dei nemici, se usa la tortura (e la usava) lo fa come necessità, consapevole del male intrinseco. L’innovazione che porta Io, non è la rottura o la rottamazione, è portare avanti il buono e correggere gli errori.”

M.C


“La Sottoveste Rossa” al Teatro Belli di Roma…. brivido d’Eros

la sottoveste rossaClelia si lascia sedurre da una voce…. in un teatro vuoto, pronta a tutto! La grazia, sull’onda di Epicuro, Dostoevskij e uno sguardo intriso di psicanalisi rappresentano la pozione adatta e ben coniata da Rosario Galli. Una voce fuori campo avvolge e divampa imperiosa a tratti e vellutata, magistralmente interpretata da Angelo Maggi, stringe emotivamente la protagonista al cui cospetto si schiude l’inaspettato.
Vi invito a gustare questo lavoro teatrale frutto dell’impeccabile regia di Claudio Boccaccini, che ha saputo calibrare le vibrazioni e relative intensità. Patricia Vezzuli sboccia a pieno titolo come donna e veste Clelia a fior di pelle, dimostrando di aver raggiunto una maturità interpretativa di livello ragguardevole indossando pathos ed eros in “La sottoveste rossa”, insieme ad una leggera ed incisiva Martina Menichini.

La Sottoveste Rossa
Teatro Belli
Piazza Sant’Apollonia 11/a 000183 ROMA
Tel 065894875 – botteghino@teatrobelli.it

Dal 29 gennaio al 16 febbraio 2014
Teatro Belli di Antonio Salines
P.zza di Sant’Apollonia 11 – Roma
Tel. 06 58 94 875

Da martedì a sabato: ore 21
Domenica: ore 17.30
Lunedì riposo

Biglietti:
Intero 18€
Ridotto 13€


Jane Austen

jane austen Jane Austen è considerata una delle più grandi autrici di lingua inglese. Benchè abbia scritto nel corso di tutta la sua vita, cominciando a stendere le prime versioni dei suoi romanzi già da giovanissima, riuscì a vedere pubblicato uno dei suoi libri solo all’età di trentasei anni. I suoi romanzi furono subito molto apprezzati, ma l’utrice rimase pressoché sconosciuta in vita, poiché pubblicò tutti i suoi libri, ad eccezione dei due postumi, in forma anonima. Tutto quello che sappiamo della sua vita schiva deriva dalle raccolte di memorie di alcuni suoi nipoti e da alcune raccolte di sue lettere.

Jane Austen nacque il 16 Dicembre 1775 a Steventon nella contea inglese di Hampshire, settima nata del reverendo George Austen e della moglie Cassandra Leigh.

Il padre di Jane era pastore della chiesa anglicana e rettore del collegio di Steventon.

I coniugi Austen ebbero in totale otto figli ( due femmine e sei maschi) e la piccola Jane crebbe in una famiglia numerosa, amante dei libri (il padre possedeva più di 500 libri) e del teatro ( i ragazzi spesso si divertivano a realizzare piccole rappresentazioni nel rettorato di Steventon).

A partire dal 1787 Jane cominciò a scrivere quelli che vengono definiti i suoi “Juvenilia”, cioè raccolte di parodie, abbozzi di romanzi e poesie, dal tono spesso umoristico, ispirati alla letteratura dell’epoca e spesso dedicati a parenti e amici.

I “Juvenilia” sono costituiti in totale da tre volumi: il primo scritto tra il 1787 e il 1790, il secondo tra il 1790 e il 1792, il terzo tra il 1792 e il 1793. Alcuni di questi lavori furono poi ripresi in epoca successiva per divenire romanzi veri e propri.

Fin dall’infanzia e fino alla fine della sua vita, la più cara amica di Jane Austen fu la sorella Cassandra a cui sono dedicati molti dei suoi primi scritti.

L’educazione di Jane e della sorella fu in gran parte affidata alla famiglia, solo fra il 1785 e il 1786 esse frequentarono una sorta di collegio per ragazze:la “Abbey school” di Reading.

Durante la sua prima giovinezza la vita di Jane e della sorella fu probabilmente presa da quelli che sembrano essere gli stessi interessi delle eroine dei suoi romanzi e cioè (oltre gli adorati romanzi) feste, balli, teatro, visite a Bah e a Londra e probabilmente flirt, come ci testimoniano alcune sue lettere.

Amava inoltre occuparsi dei nipoti e sembra fosse una zia adoratissima. Le sue nipoti preferite Fanny e Caroline Austen divennero da adulte delle vere e proprie confidenti di Jane a cui essa scrisse molte lettere.

Sembra che la giovane jane fosse una ragazza piuttosto carina (a dispetto dell’unico ritratto che abiamo di lei fatto dalla sorella Cassandra e che certamente non le rende giustizia) e non fu priva di ammiratori.

Tuttavia nell’epoca in cui visse Jane Austen intelligenza e bellezza non erano le uniche doti che una giovane dovesse possedere per poter coronare il proprio sogno d’amore; all’età di 20 anni si innamorò di un tale Thomas Lefroy che sembra la corrispondesse, ma purtroppo a causa di una totale mancanza di denaro da entrambe le parti non si sposarono mai ( un po’ come Willaoughby in Senno e Sensibilità). Sembra che questo abbia provocato non poca delusione nella giovane Jane.

Sorte ben più triste ebbe la sorella Cassandra: rimase fidanzata per ben tre anni con Thomas Flowe, non potendosi sposare sempre per mancanza di denaro, ma purtroppo questi morì di febbre gialla nei Caraibi dove si era recato come cappellano militare. Dopodichè Cassandra non si sposò mai.

Sempre nel 1797 il padre di Jane propose ad un editore “First  Impressions”, prima versione del futuro “Pride and Prejudice” (Orgoglio e Pregiudizio), ma l’editore si rifiutò

di prenderlo in considerazione.

A partire dal 1800 Jane Austen abbandonò la nativa Steventon e si trasferì a Bath con la famiglia dopo che il padre si era ritirato dal lavoro, lasciando la direzione della parrocchia al figlio maggiore James. Anche se in tutti i libri di Jane Austen non manca mai una visita a Bath, sembra che la scrittrice letteralmente odiasse questa città (forse perché lontana dalla casa natia e dalle amicizie di sempre).

Agli anni di Bath risale una “misteriosa” storia d’amore di cui sembra sia stata protagonista Jane Austen. Durante una delle estati trascorse al mare dalla famiglia Austen, probabilmente nei dintorni di Lyme, jane si innamorò di un gentiluomo con cui promise di incontrarsi una volta finita la vacanza. Purtroppo al ritorno a Bath Jane venne a sapere che il suo innamorato era morto (!!!).

Nel 1802 fu protagonista di un episodio abbastanza singolare. Jane e l’immancabile Cassandra erano ospiti a Manydown (vicino a Steventon) della famiglia Bigg, quando Harris Bigg-Whiter ( di sei anni più giovane) e piutosto ricco chiese la sua mano e, sebbene non lo amasse affatto, forse preoccupata di rimanere sola, Jane decise di accettarlo. La mattina dopo però Jane ebbe un improvviso ripensamento e lei e la sorella decisero di farsi portare in fretta e furia a casa del fratello a Steventon.

Purtroppo Cassandra distrusse tutte le lettere fra lei e la sorella in cui si faceva riferimento a questo episodio, altrimenti avremmo potuto sapere di più in merito al motivo della sua decisione, ma probabilmente l’unico vero motivo è che Jane Austen credeva nell’amore più di quanto essa stessa fosse disposta ad ammettere.

Dopo questo episodio Jane Austen non si sposò mai più.

Nel 1803 Jane Austen vendette ad un editore “Susan” (primo titolo di Northanger Abbey” o “L’abbazzia di Northanger“) al prezzo di 10 sterline. L’editore però non lo pubblicò subito come le aveva detto e libro fu dato alle stampe solo 14 anni più tardi, come opera postuma. Probabilmente sempre in questi anni scrisse “The Watson”, opera che non concluse mai, lasciandola in forma frammentaria.

Nel 1805 il padre di Jane morì e l’anno successivo la famiglia Austen (vale a dire Jane, Cassandra, la madre e la sorella di una cognata, Marta Lloyd, che nel frattempo era andata a vivere con loro) si trasferirono dapprima a Clifton e poi a Southampton, lasciando finalmente l’odiata Bath.

Un altro trasferimento avvenne nel 1809 quando il piccolo gruppo andò a vivere a Chawton nella casa fornita da uno dei fratelli Austen, Edward.

Nel 1810 Jane, perse le speranze di vedere pubblicato “Northanger Abbey”, presentò ad un editore “Sense and Sensibility” (Senno e Sensibilità”) e decise di pubblicarlo a proprie spese. Il romanzo apparve in forma anonima, l’autrice si firmò “by a lady”, nel 1811. Il romanzo ebbe successo e fruttò 140 sterline alla scrittrice.

Nel 1813 fu pubblicato anche “Pride and Prejudice” e anche questo libro riscosse un buon successo e come “Sense and Sensibility” ne fu fatta presto una ristampa.

Da questo momento in poi, anche se la figura dell’autrice rimase ancora avvolta nel mistero, Jane cominciò forse a sentire il peso della pubblica opinione e i suoi romanzi cominciarono ad avere un taglio leggermente diverso, più attento a rispettare la morale comune (in un certo senso sono meno “romanzeschi”).

Nel 1814 apparve “Mansfield Park”, la cui prima edizione andò esaurita nel giro di 6 mesi; tuttavia una seconda edizione non ebbe lo stesso successo (questo è ancora oggi uno dei libri meno amati di questa autrice, forse perché certamente il meno ironico).

Nel 1815 apparve “Emma” dedicato al principe reggente (tale era la fama della misteriosa “lady” che poteva permettersi anche questo) e fortunatamente questo libro fu abbastanza apprezzato dal pubblico.

Sempre nel 1815 cominciò a scrivere “Persuasion” (Persuasione), l’ultimo e forse più romantico libro di Jane Austen, che venne finito l’anno successivo. Nel corso dello stesso anno cominciò a sentirsi male, manifestando i sintomi della malattia che l’avrebbe consumata. Nel 1817 cominciò a lavorare ad un altro romanzo “Sanditon” che venne però lasciato incompleto. Nell’aprile del 1817 fece testamento lasciando tutto alla sorella Cassandra e il 18 Luglio 1817 morì a Winchester, dove si era recata per curarsi a causa forse (questo non è del tutto certo) di una forma del morbo di Addison.Fu seppellita nella cattedrale di Winchester.

Persuasione e Northanger Abbey furono pubblicati postumi a cura del fratello Henry, che spesso si era occupato nel passato di fare da agente lettterario per la sorella presso gli editori. Solo dopo la sua morte i libri di Jane riportarono finalmente il nome dell’autrice.

Molti anni dopo la sua morte alcuni dei suoi parenti si dedicarono a raccogliere materiale sulla vita della scrittrice. Una delle biografie più famose è il “Memoir” scritto dal nipote James Edward Austen.


Mariangela Melato: il volto dell’arte dall’Orlando furioso a Filumena Marturano.

Mariangela Melato ha lasciato la vita terrena ma c’è già l’immortalità che l’ha accolta, quella dell’arte: diverse sono le muse che se la contenderanno chi per la commedia, chi per la tragedia, chi per la danza, chi per la storia come Clio. Tutti formati, registri e stilii che Mariangela Melato ha portato con sé in quei 71 anni di lunga e forte carriera. Ha cominciato come pittrice e vetrinista alla Rinascente e poi i palcoscenici non li ha abbondati più quelli del teatro di Orestea o dell’Orlando Furioso diretto da Luca Ronconi, poi quelli filmati, i set, dove da un ruolo all’altro ha raccontato un’Italia del boom, quella classista e quella che si spacca la schiena per vivere. E mentre lo faceva, intanto, con l’aura del talento, ha insegnato recitazione anche a chi non voleva mai fare l’attore. Impossibile non notare la sua bravura, quella calamita che scatta in chi ha dentro il campo magnetico di tutte le emozioni umane e lo trascina fuori da sé per farci capire le forze della vita.

Mariangela-Melato-1024x695

Quando una persona va via è impossibile non ricordarsi del volto, e sarà ancora più impossibile con Mariangela Melato. Lei non aveva il volto classico dell’attrice, era un volto spigoloso, intenso, con i tratti teutonici e meneghini quelli di padre e madre. Un volto spiazzante come lo è stato quello di Anna Magnani o come lo è quello di Monica Vitti. Ed è proprio con un volto che ha saputo restituire le mille facce dell’Italia nelle sue sfumature. Con quel viso ha fatto il grandissimo teatro: recuperare, ad esempio, l’Orlando Furioso passato anche in tv e qualche volta trasmesso di notte, è cosa buona e giusta. Con quel volto è stata Raffaella Pavone Vanzetti classista e viziata in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller che nonostante l’amore, scappa in elicottero da ricchi. Poi quel volto si è scurito per fare Lidia, l’amante di Lulù (Volonté) ne La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, 112 minuti di storia italiana del cinema e non, come il surreale Todo Modo, sempre diretto da Petri e sempre con una incredibile Mariangela Melato. E poi ha parlato di emancipazione femminile nella commedia La poliziotta di Steno, la donna incrollabile che cambia il suo nome in Giovanna, in onore di Giovanna d’Arco, e diventa vigilessa in una società maschilista. Ovviamente oltre alla memoria collettiva, a ricordare la sua forza c’è una bacheca di David di Donatello e Nastri d’argento bella robusta. I più grandi del cinema italiano l’hanno voluto per le loro opere.

Con quel volto ha lasciato l’ultima sua testimonianza audiovisiva in Filumena Marturano, andato in onda il primo gennaio 2013 su Rai Uno, e con grazia e intenzione ha ricordato che «i figli sono figli». Anche i figli dell’Arte vanno via, ma il loro volto è anche il volto dell’arte come quello di Mariangela Melato.

 


Extremo IO

A sensorial documentary film on the novel “IO” by TheCoevas


La carne – Marco Ferreri

Goditi La carne on line 

 

Impiegato comunale, pianista per hobby in un pubblico locale, divorziato con due figli (se ne occupa la ex moglie), Paolo ricorda spesso sua madre e la Prima Comunione, con la quale gli pare di vivere una esperienza totalizzante nel divino. Nel night dell’amico Nicola conosce la giovane Francesca: opulenta, reduce da un aborto, assolutamente “fisica”‘, malgrado il fascino spirituale subito frequentando un guru indiano. L’intimità scocca fra i due: per Paolo è la vittoria dell’ultrasesso e della fusione che tutto completa ed esalta, fusione che la sacerdotessa gli assicura grazie ad una speciale tecnica orientale, che permette al compagno uno stato di permanente efficienza. I due si rifugiano su di una spiaggia isolata a sud di Roma, dove Paolo ha una casetta. Riempito il frigo di carne e altro cibo, la coppia passa il tempo in amplessi, interrotti solo da una rapida incursione dei due figli in visita a Paolo e da un gruppetto di amici. Ma Francesca è migrante, come le cicogne che volano nei paraggi e ad un dato momento pensa di andarsene in altri lidi, mentre il partner capisce che per “comunicare” davvero non c’è che una alternativa: o amarsi totalmente, o fare a pezzi quel corpo bianchissimo e voluttuoso di donna, metterlo in frigo e mangiarselo in riva al mare davanti al sole. Così, dopo aver fatto animalescamente l’amore nella cuccia del prediletto cane Giovanni, l’ansia insana di Paolo viene appagata.

GENERE: Grottesco

REGIA: Marco Ferreri

SCENEGGIATURA: Marco Ferreri, Liliana Betti, Massimo Bucchi, Paolo Costella

ATTORI:

Sergio Castellitto, Francesca Dellera, Philippe Leotard, Farid Chopel, Petra Reinhardt, Gudrun Gundlach, Nicoletta Boris, Pino Tosca, Sonia Topazio, Clelia Piscitelli, Elena Wiedermann, Eleonora Cecere, Matteo Ripaldi, Daniele Fralassi, Salvatore Esposito

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Ennio Guarnieri

MONTAGGIO: Ruggero Mastroianni

PRODUZIONE: GIUSEPPE AURIEMMA PER M.M.D. PRODUZIONE

DISTRIBUZIONE: CHANCE FILM DISTRIBUZIONE (1991) – PANARECORD

PAESE: Italia 1991

DURATA: 95 Min

FORMATO: Colore PANORAMICA A COLORI

VISTO CENSURA: 14

CRITICA:

“Ferreri ha privilegiato soprattutto il paradosso, non disdegnando, nel comporlo, scherzi e aforismi d’ogni tipo. In più di un risvolto narrativo riesce a farsi seguire con un certo interesse. C’è finalmente Francesca Dellera non doppiata. Non recita, ma dovendo proporsi come oggetto, basta e avanza. (Gian Luigi Rondi, Il Tempo,10/5/91).”Se il film fa venire buon appetito è grazie alla sua tenuta spettacolare, tutta affidata alla stravaganza, alla vivacità dell’andamento, al surrealismo delle situazioni. Il maggior dono del film è comunque Francesca Dellera; è il simbolo prezioso d’una femminilità sublimata dall’estremo sacrificio infantile e materna nella sua ghiottoneria. (Giovanni Grazzini, Il Messaggero, 10/5/91).”Ferreri insegue troppi temi che non hanno un logico sviluppo. E la sua estrema sfida consiste nel consegnarci un film divertente, sgangherato e onnicomprensivo. (Irene Bignardi, La Repubblica, 10/5/91).”Che il film sia divertente, non direi proprio. Al di là di certi passaggi, è opaco, stiracchiato. Neppure tanto preciso nel suggerire il “sugo” della storia. (Francesco Bolzoni, Avvenire,11/5/91).

NOTE:

REVISIONE MINISTERO FEBBRAIO 1993 – REVISIONE MINISTERO APRILE 1993.


Saffo

La divina Saffo, l’hagné, considerata la più grande poetessa di tutti i tempi, nacque ad Ereso, nell’isola di Lesbo, da una nobile famiglia, ma la sua vita si svolse a Mitilene dalla quale, ai tempi della caduta dei Cleanattidi, a causa delle lotte politiche, fu esiliata per qualche tempo, e di ciò resta testimonianza nel “marmo pario”, un’iscrizione che attesta la sua presenza in Sicilia tra il 607 e il 590 a. C., perché, a parte un frammento superstite in cui ne accenna genericamente, …te Cipro e Pafo, oppure Palermo, non ne fa menzione.   Rimpatriò poi durante il regno di Pittaco, per il quale non nutriva simpatìa, considerandolo promotore delle restrizioni che mortificavano l’amore per il lusso della classe aristocratica, come prova un’ode nella quale si rivolge alla figlia (bella, dall’aspetto simile ai fiori dorati) inducendola a rinunciare alla mitra variegata che la fanciulla desidera per le sue chiome perché Pittaco si scandalizzerebbe, chiamando a testimone il poeta Alceo, con quale vi fu un vincolo di solidarietà e simpatia, e che di lei in modo lusinghiero scrisse: Saffo, veneranda, dal soave sorriso, dal crine di viola.

Ben poco sappiamo di Saffo, che ebbe un marito e una figlia, che raggiunse la vecchiaia  (infatti, in un papiro troviamo allusioni ad una pelle senile e a capelli bianchi), che era amante del bello, raffinata ed elegante nei modi e nell’aspetto ma, soprattutto, che amò molto e che l’amore riversato nei versi fu un canto limpido e toccante.

Saffo fu stimata ed ammirata a Mitilene da molte sue concittadine, che erano solite riunirsi intorno a lei in un centro femminile del culto di Afrodite e delle Muse, una sorta di cenacolo intellettuale, una comunità tra il sacro e il profano definita “tiaso”, costituita di sole fanciulle, aristocratiche e nubili, giovani donne che subivano il fascino della superiorità spirituale di Saffo, che da lei apprendevano la musica e la danza, e che l’abbandonavano solo quando poi prendevano marito e seguivano il loro destino, lasciando nell’animo della poetessa l’amarezza del distacco, che non tardava a riversare nei versi ricchi di pathos, intrisi di rimpianto per l’amicizia perduta.

Nei suoi frammenti ricorrono parecchi nomi di queste fanciulle, Attide, Girinna, Arignota, Gongila, Dice, Anattoria, che Saffo ammirava, stimava e celebrava, esaltandone le lodi e la bellezza, festeggiandone con gioia le nozze e lamentandone la partenza per terre lontane, con versi armoniosi e di rara bellezza, testimonianza preziosa del suo canto e dei suoi sentimenti. Di Gòngila esaltò soprattutto la bellezza, che era tale da offuscare quella della stessa dea:

O mia Gongila, ti prego

metti la tunica bianchissima

e vieni a me davanti: intorno a te

vola desiderio d’amore.

Così adorna, fai tremare chi guarda;

e io ne godo, perché la tua bellezza

rimprovera Afrodite.

Per Arignota, bella come la luna tra gli astri, che aveva sposato un uomo potente ed ormai abitava lontano, e che malinconicamente supplicava la poetessa di raggiungerla, Saffo si struggeva di nostalgia perché avrebbe voluto rivedere il suo bel volto e le movenze aggraziate.

Ad un’altra amica, esitante nel congedarsi, Saffo, pur afflitta dall’amarezza del distacco, ricordava le ore trascorse insieme in soave intimità e, frenando la commozione, e trattenendo il pianto, recava conforto:

“Vorrei essere morta, sai,davvero”

era così disfatta nel congedo

e parlava parlava:”Oh, Saffo,

è terribile quello che proviamo!

Non son io che lo voglio se ti lascio”,

e io le rispondevo: addio,

su, vai, e ricordati di me,

perché lo sai come ti seguivamo:

e se no-allora io lo voglio

che ti ricordi, perché tu dimentichi-

com’era bello ,ciò che provavo,

quante corone di viole

ti posavi sul capo,insieme a me,

di rose, croco, salvia, di cerfoglio,

e quante s’intrecciavano ghirlande

per il tuo collo delicato

fatte dei fiori della primavera…

Oppure si lasciava prendere da una furiosa gelosia come nella celebre ode tradotta da Catullo e imitata da Foscolo, quella in cui descrive le sofferenze al cospetto della coppia felice, dell’uomo beato come un dio di fronte alla fanciulla che parla e sorride con dolcezza, mentre, impotente spettatrice, si tortura al loro cospetto.

 Il colloquio dell’amica con l’uomo amato suscitava infatti in lei il sentimento violento e appassionato della gelosia, che la rapiva nella sua ardente visione e le impediva di udire qualsiasi altra cosa intorno a sé, espresso con tale potenza mai eguagliata da nessun altro poeta. Ecco, allora, l’ode considerata il capolavoro della poesia erotica, già famosa ai tempi di Saffo, che descrive proprio lo sconvolgimento dell’animo turbato dalla gelosia, esaltata già nel I secolo d. C da un poeta anonimo sul Sublime, rielaborata nella letteratura greca da Apollonio Rodio e da Teocrito e, in quella latina, da Lucrezio, Orazio e persino da Catullo, la cui versione è famosa quasi quanto l’originale:

Mi appare simile agli Dei

quel signore che siede innanzi a te

e ti ascolta,tu parli da vicino

con dolcezza,

e ridi, col tuo fascino, e così

il cuore nel mio petto ha sussultato,

ti ho gettato uno sguardo e tutt’a un tratto

non ho più voce,

no, la mia lingua è come spezzata,

all’improvviso un fuoco lieve è corso

sotto la pelle, i miei occhi non vedono,

le orecchie mi risuonano,

scorre un sudore e un tremito mi prende

tutta , e sono più pallida dell’erba,

è come se mancasse tanto poco

ad esser morta;

pure debbo farmi molta forza.

Il mondo poetico di Saffo può apparire chiuso ed impenetrabile ma non è difficile comprendere la genesi dei versi sensibilissimi e delicati; il suo animo femminile non poteva certo cantare secondo i motivi usuali della lirica del suo tempo,le lotte politiche non l’attraevano, non sono donna di pertinaci rancori, ma l’anima ho mite, armi e apparecchi militari non le interessavano,  chi una schiera di cavalli,chi di fanti,chi uno stuolo di navi dice essere la cosa più bella su la nera terra, io invece ciò che si ama, e tanto meno era portata per l’esaltazione del simposio o delle espressioni dei piaceri effimeri collegati, ad esempio, alle gioie del vino. Portata per l’introspezione Saffo, coltivò soprattutto la vena intimistica, ed è appunto con lei che nella poesia nasce l’interiorità, favorita proprio dalla condizione femminile nel mondo greco, condizione che per lei non era di chiusura giacché, nata in una famiglia aristocratica, aveva rapporti di società, viaggiava, scambiava versi con Alceo, era anche moglie e madre dalla vita normale, senza che ciò interferisse con la sua attività nel tiaso e col suo essere poetessa. In un’epoca e in un ambiente in cui la donna godeva di una certa autonomia e indipendenza, Saffo si ripiegava in se stessa, si creava un suo mondo poetico, in una cerchia diversa da quella dell’uomo, quasi in isolamento, cercando calore per la sua anima soprattutto nel bello della natura: i fiori, gli usignoli, i paesaggi notturni e le scene di primavera la deliziavano con uno stupore quasi infantile, facendole apprezzare della bellezza soprattutto la leggiadria e la grazia, virtù squisitamente femminili.

Da un epigramma sepolcrale che scrisse per lei Tullio Laurèa, un amico di Cicerone, si apprende che gli antichi conoscevano una raccolta dei carmi di Saffo divisa in ben nove libri: dell’enorme produzione lirica sono stati tramandati scarsi brani, quasi tutti incompiuti, tuttavia sufficienti a rilevare nelle sue composizioni una tecnica unica, un sentimento che sgorga dal profondo dell’anima assetata di amore e di bellezza, che  investe ed anima personaggi e cose.

Tecnica caratteristica è quella di trarre materia ed occasione del suo canto dalle scene di vita quotidiana per trasfigurarle in un mondo fantastico, in cui trionfano, in perfetta armonia ed equilibrio di colori ed immagini, la bellezza, l’amore e la luce.

Saffo, come tutti gli antichi, viveva la natura in un ‘aura di sacralità, sole, luna, mare, fiori, erano considerati entità sacre che pure le suggerivano immagini intime di raccoglimento e contemplazione della bellezza.

Ecco, allora, che in un giorno di primavera rievoca un tempio dell’isola di Creta visitato di persona o che solo le è stato descritto, ed al ricordo si sovrappone una visione smagliante di colore:

Qui da noi: un tempio venerando,

un pomario di meli deliziosi,

altari dove bruciano profumi

d’incenso, un’acqua

freddissima che suona in mezzo ai rami

dei meli, e le ombre dei rosai

in tutto il posto, e dalle foglie scosse

trabocca sonno,

poi un florido prato, coi cavalli,

i fiori della primavera, aliti

dolcissimi che spirano…

dove Cipride coglie le corone

e delicatamente mesce un nettare

che si mescola nelle grandi feste,

in coppe d’oro…

E nella solitudine di una notte senza luna e senza stelle si riflette la solitudine del suo animo:

E’ tramontata la luna, e le Pleiadi;

e la notte è a metà, ed il tempo trapassa,

ed io riposo in solitudine.

Anche l’idea della morte nella poesia di Saffo suggerisce armoniose immagini di serenità e di bellezza, perché per Saffo il regno delle tenebre non può non avere giardini coperti di fiori e bagnati di rugiada:

E mi prende un desiderio di morire,

e di vedere le rive dell’Acheronte

coperte di rugiada,fiorite di loto.

E grande sensibilità vibra anche nelle liriche dedicate alle amiche del tiaso; la bellezza di un ‘amica assente, Attide, che spicca a Sardi fra le donne lidie, suggerisce una visione di cielo notturno in cui brilla l’astro lunare:

Forse in Sardi

spesso col pensiero qui ritorna

nel tempo che fu nostro: quando

eri per lei come una Dea rivelata,

tanto era felice del tuo canto.

Ora in Lidia è bella fra le donne

come quando il sole è tramontato

e la luna dalle dita di rose

vince tutte le stelle e la sua luce

modula sulle acque del mare

e i campi presi d’erba:

e la rugiada illumina la rosa,

posa sul gracile timo e il trifoglio

simile a fiore.

Solitaria vagando ,esita

A volte se pensa ad Attide:

di desiderio l’anima trasale,

il cuore è aspro.

E d’improvviso: “Venite!”urla;

e questa voce non ignota

a noi per sillabe risuona

scorrendo sopra il mare.

Il tema predominante affrontato è sempre quello dell’amore, considerato da Saffo il più potente dei sentimenti umani, il cui ruolo è determinante nella vita e nell’educazione del tiaso, e colto in tutte le sue sfumature, sia quello travolgente della passione sia quello del turbamento adolescenziale della fanciulla che lo confida alla madre:

Mammina mia,

non posso più battere

il telaio,

stregata dall’amore

per un ragazzo

per opera della languida Afrodite.

Il tiaso diretto da Saffo era consacrato alle Muse e ad Afrodite, non stupisce perciò che nei versi della poetessa compaia spesso la dea come presenza benevola. Famosa fin dall’antichità è la composizione dedicata appunto ad Afrodite, un inno d’invocazione, una preghiera tradizionale nella forma ma innovativa nel contenuto, poco religiosa, giacché poetessa e dea sono poste in diretto rapporto confidenziale, in dolce patto d’alleanza, fino ad annullare, con complicità tipicamente femminile, la distanza tra umano e divino:

Afrodite immortale dal trono variopinto,

figlia di Zeus, insidiosa, ti supplico,

non distruggermi il cuore di disgusti,

Signora, e d’ansie,

ma vieni qui, come venisti ancora,

udendo la mia voce da lontano,

e uscivi dalla casa tutta d’oro

del Padre tuo:

prendevi il cocchio e leggiadri uccelli veloci

ti portavano sulla terra nera

fitte agitando le ali giù dal cielo

in mezzo all’aria,

ed erano già qui: e tu, o felice,

sorridendo dal tuo volto immortale,

mi chiedevi perché soffrissi ancora,

chiamavo ancora,

che cosa più di tutto questo cuore

folle desiderava: “chi vuoi ora

che convinca ad amarti? Saffo,dimmi,

chi ti fa male?

Se ora ti sfugge, presto ti cercherà,

se non vuole i tuoi doni ne farà,

se non ti ama presto ti amerà,

anche se non vorrai”.

Vieni anche adesso, toglimi di pena.

Ciò che il cuore desidera che avvenga,

fa’ tu che avvenga. Sii proprio tu

la mia alleata.

Nei versi che seguono, frammenti intensi e suggestivi che pure esaltano il sentimento amoroso, l’amore s’impone invece come forza, in profonda analisi psicologica:

Eros mi ha squassato la mente

come il vento del monte

si scaglia sulle querce.

Nel canto di Saffo, come in tutta la letteratura greca, ritroviamo anche la caratteristica dell’erotismo, spesso censurata dall’interpretazione moderna, eppure l’eros, da Omero fino alla produzione ellenistica, fu elemento ben presente in molteplici aspetti, eliminato dalla letteratura ufficiale solo con l’avvento dell’ebraismo e soprattutto del Cristianesimo.

Per meglio comprendere il rapporto che i Greci avevano con l’eros è necessario ricordare che differente fu il loro concetto di morale,  la nostra cultura confina l’eros nel tabù, invece i Greci lo legavano alla religiosità tradizionale e lo vivevano come rito della fecondità e celebrazione misterica; inoltre non separavano rigidamente l’eros eterosessuale da quello omosessuale, frequenti sono infatti nell’Iliade le allusioni ai legami omoerotici, come quelli tra Achille e Patroclo, e la stessa figura di Elena è rappresentata come intrisa di irresistibile sensualità.

Per quanto riguarda gli uomini sono i dialoghi di Platone ad attestare l’esistenza dell’erotismo maschile, ma anche in molte commedie di Aristofane, come la Lisistrata, si ritrova conferma della libertà dell’erotismo nella cultura greca, come pure è testimoniata la pratica dell’incesto nella riflessione della poesia tragica, dall’Edipo Re di Sofocle agli epigrammi e al romanzo dell’età ellenistica, che affrontavano l’eros in tutti i suoi aspetti.

Fu, poi, con la diffusione della cultura giudaico- cristiana, e soprattutto con quella del cristianesimo, che le tematiche dell’erotismo vennero emarginate e addirittura eliminate fino a compromettere la stessa corretta comprensione del patrimonio culturale greco.

E’ con Saffo che, per la prima volta nella storia della letteratura, abbiamo la rappresentazione dell’erotismo femminile (definito col tempo, con connotazione denigratoria, “saffico”), ma che è semplicemente espressione dell’eros vissuto legittimamente e in normalità nella cultura greca, ed è per questo che cantò con schiettezza l’amore, anche verso le sue amiche del tiaso, senza veli e ritrosie, proprio per la diversa moralità della cultura greca .

Saffo esercitò una notevole influenza sui suoi contemporanei, soprattutto su Alceo, Teognide, Bacchilide e Teocrito, e Strabone così si espresse su di lei: Saffo, un essere meraviglioso! Chè in tutto il passato, di cui si ha memoria, non appare che sia esistita mai una donna, la quale potesse gareggiare con lei nella poesia, nemmeno da lontano; la sua fama eguagliò quella di Omero eppure, proprio quando era più ammirata, cominciò ad essere infangata.

I suoi versi, in cui la rievocazione delle scene è sempre limpida e chiara, come sincero fu il sentimento ispiratore dei versi, l’amicizia che la legava alle sue compagne, furono spesso denigrati fin dall’antichità: basti pensare ad Orazio che definì Saffo dispregiativamente mascula.

Il processo denigratorio nei suoi confronti risale, però, ai commediografi attici, che l’accusarono di cattivi costumi, di bruttezza fisica e che arrivarono persino ad attribuirle un suicidio per amore dalla rupe di Leucade (come riprende Leopardi) perché invaghitasi senza speranza del bellissimo Faone; più onesti e sinceri gli entusiasmi di Platone, che chiamarono Saffo bella e saggia, di Teofrasto che ne rilevò la grazia, e di Plutarco che ne attestò l’ardore del cuore.

Grazia, soavità e passione: sono queste le caratteristiche della poesia di Saffo. Il suo amore fu squisitamente femminile, investì tutto ciò che la circondava, in delicatezza e levità, tanto che ancora oggi può essere considerata la più grande poetessa di tutti i tempi perché nessuna donna ha saputo cantare l’amore come lei, in purezza e sincerità.


Mia Martini, la Donna che visse tre volte.

 “Io donna, io persona

invenduta sulla strada

ma innalzata come santa

io non voglio essere schiava

e neppure esser padrona

voglio essere soltanto

una donna, una persona”

Mia Martini

Facile, etichettarla come “La donna che visse tre volte”, sull’onda del capolavoro di Hitchcock. Il primo “battesimo” al successo per Mimì Berté fu nel magico 1964. Quell’anno si aggiudicò con “Il Magone” il Festival di Bellaria e partecipò a “Teatro 10”, show del sabato sera presentato da Lelio Luttazzi con l’intrigante surf “Ed ora che abbiamo litigato”. Nata il 20 settembre 1947 a Bagnara Calabra, secondogenita di Giuseppe Radames, professore di lettere al liceo e Salvina Dato, insegnante elementare, Domenica Berté, futura Mia Martini vive i suoi primi quattordici anni di vita fra Porto Recanati ed Ancona, inizia nella prima infanzia a cantare. Studia piano e danza classica, elegge Paul Anka, interprete di “You are my destiny” suo primo modello artistico e si guadagna i primi applausi alle feste in piazza. E’ Carlo Alberto Rossi, l’autore di “E se domani” a concederle il primo provino serio nella sua etichetta milanese “Juke Box” e l’onore del primo disco a soli 15 anni. Si intitola “I miei baci non puoi scordare”. Segue a ruota “Insieme”. Si tratta di due “cover” di brani stranieri. Ma è “Il magone”, un pezzo tutto italiano, firmato Icardi e Guarnieri, arrangiato dall’estroso Angelo Pocho Gatti a regalarle i primi consensi di pubblico e vendita, tanto da convincere il mensile musicale giovane dell’epoca “Tuttamusica” ad inserirla ne “La greffa”, clan di talenti d’assalto : Mimì porta i codini e le scamiciate, ha tutta l’aria della ragazzina ye-ye. Il suo primo momento magico però è destinato a sfumare in fretta. Mimì si è ormai trasferita a Roma, nella zona dove nel ’67 nascerà il mitico Titan, diretto rivale del Piper, studia lingue, frequenta il liceo artistico e si dedica anima e corpo alle jam-sessions, rivisitando il repertorio di grandi star come Ella Fitzgerald, Sara Vaughan, Julie Driscoll e Aretha Franklin con il gruppo di Toto Torquati. Grandi scialli neri, trucco accentuato, tono impegnato, Mimì passa anche attraverso una brutta esperienza giudiziaria. E’ il talent-scout di Patty Pravo, Alberigo Crocetta a notare le sue eccezionali doti vocali al Piper 2000 di Viareggio. Nasce così Mia Martini. “Il nome l’ho voluto io, pensando alla Farrow, un mio idolo del momento – racconterà lei – Il cognome fu scelto fra un tris di prodotti celebri italiani che potevano attirare anche il mercato internazionale. Spaghetti, pizza e Martini. Decidemmo per quest’ultimo.”

Nacque così Mia Martini, personaggio anticonformista, tra il freak e l’hippie, bombetta, sveglia al collo, anello al naso, un brano trasgressivo contro il perbenismo della famiglia tradizionale, “Padre davvero” che le diede il trionfo al Festival Nuove Tendenze di Viareggio, in barba a gruppi antesignani del nuovo rock come Banco e PFM, successo al Cantagiro 71 con il suo gruppo “La Macchina”, il via libera al suo primo album con la RCA “Oltre la collina”, una produzione Baglioni-Coggio contenente “Gioielli” del calibro di “Ossessioni”, “Lacrime di Marzo”, “Prigioniero” (il testo fu scritto da lei, in ricordo dell’esperienza in carcere), “Amore amore un corno” : un vero e proprio “concept album” che richiamò l’attenzione della critica. Nel ’72, il passaggio alla Ricordi e nuovi collaboratori come Lauzi, Baldan Bembo e i fratelli La Bionda : con “Piccolo uomo” arriva immediato l’exploit al Festivalbar dove Mia sbaraglia tutti ed a settembre lancia alla Mostra Internazionale di Venezia “Donna sola”, un brano che trasuda blues e soltanto lei, al momento, sembra poter reggere quanto ad intensità d’interpretazione. Tutti e due i pezzi scalano in fretta le classifiche di vendita. Esce il suo secondo album “Nel mondo una cosa” (in cui spiccano “Io straniera”, versione italiana di “Border song” di Elton John, il gioiellino di Vinicius De Moraes “Valsinha” e la struggente “Amanti” che nel giro di pochi mesi conquista le prime piazze nelle top-charts e viene premiata dalla critica. Con “Minuetto”, firmato Califano e Baldan Bembo, Mia fa tris e si aggiudica alla grande il Festivalbar ’73, bruciando la rivale Marcella e toccando il vertice dell’hit parade. E’ il suo momento. Nuovo look, vestiti zingareschi, capelli lunghi, mossi con l’onda “a schiaffo”, un intero “stock” di anelli, a settembre ritira a Venezia la “Gondola d’oro” per le vendite di “Donna sola”, vara il suo terzo album “Il giorno dopo” in cui, accanto a due brani che ne esaltano l’estensione e l’espressività vocale come “Guerriero” e “Bolero” canta fra l’altro “Picnic” (cover di “Your song di Elton John) e “Signora” di Manuel Serrat. Maurizio Piccoli, Maurizio Fabrizio, e Baldan Bembo sono fra i suoi preziosi collaboratori anche nell’album seguente “E’ proprio come vivere”del ’74 da cui Mia trae il bel singolo “Inno”, pescandolo fra brani tutti pregevoli fra cui l’Aznavouriana “Domani”. Nel ’75 Mia vince il referendum di “Sorrisi e canzoni” “Vota la voce” come migliore cantante donna dell’anno e il premio della critica a Palma de Majorca, incide “Sensi e controsensi” il suo “canto del cigno” con la Ricordi, da cui la separano ormai insanabili incompatibilità. Inizia la fortunata intesa con Aznavour che la condurrà nel ’77 al memorabile concerto all’Olympia. Sofisticata, calata nel ruolo della Edith Piafe made in Italy, Mia si gode il successo internazionale e nel ’77 è la vedette del Festival di Tokyo e ci rappresenta con “Libera” all’Eurofestival. Dopo altri due album (“Che vuoi che sia” e “Per amarti” in cui c’è già la “mano” di Fossati oltre ad una pregevole cover di “Somebody to love” dei Queen, nel ’78 arriva la “svolta” con “Danza”. Mia rinuncia alle pailettes dell’Olympia per un look stringato, occhiali, capelli lunghi e mossi, stivali gialli, un’occhiata al “rock bambino” del suo partner artistico e sentimentale. Spicca a livello d’interpretazione la drammatica “Costruzione di un amore”. Tre anni di “impasse”, poi Mia torna in trincea con i capelli corti, giacche dal taglio maschile, un album scritto da cantautrice “Mimì” inciso con la piccola etichetta DDD.

E nell’82 si misura con la platea sanremese, lei che dieci anni prima giurava di sentirsi giusta solo in manifestazioni come Gondola d’oro e Festivalbar. Ci prova con “E non finisce mica il cielo” ed è la giuria dei giornalisti a celebrarla, istituendo per lei il “premio della critica”, toccata dalla sua vibrante esecuzione. Nello stesso anno esce “Quante volte” , un bell’album costruito con la sapiente regia di Shel Shapiro in cui l’autobiografica “Stelle” merita una nota di plauso. L’anno dopo Mia si diverte a regalare un 33 giri a i suoi “Compagni di viaggio”, svariando fra Hendrix, Tenco, De Andrè e John Lennon . Nell’85, Mia vorrebbe ritentare Sanremo con la bellissima “Spaccami il cuore” scritta da Paolo Conte : Le giurie compiono un delitto di lesa maestà bocciandola in fase di preselezione. Per Mia, è un vero e proprio tracollo. Sparisce dalle scene e ci vuole il “tocco magico” di Lucio Salvini, passato alla Fonit, suo “angelo custode” nel periodo Ricordi per convincerla al nuovo gran ritorno nell’89 a Sanremo. Lauzi e Fabrizio hanno da sette anni nel cassetto il pezzo giusto per lei e con “Almeno tu nell’universo” Mimì crea uno shock generale, si accaparra un nuovo premio della critica e sforna anche uno splendido album “Martinimia” dove attinge a piene mano al repertorio dell’astro nascente partenopeo Enzo Gragnaniello (“Donna”, il brano trainante. Fra le altre esecuzioni di spicco, “Notturno” e “Formalità”). E’ alla sua terza “vita”, con gli abiti firmati Armani e il repertorio più vicino al grande pubblico delle platee festivaliere. Nel ’90 il tris al “Premio della critica” con “La nevicata del ‘56” firmato Califano-Vistarini-Lopez, l’album “La mia razza” con vistose celebrazioni etniche (Danza pagana” su tutte) e nel ’92 l’annunciata vittoria sanremese mancata per un soffio (seconda alle spalle di Luca Barbarossa)con “Gli uomini non cambiano” (premiata ditta fiorentina Bigazzi-Dati), il bel quarto posto all’Eurofestival con “Rapsodia”, il successo con Murolo e Gragnaniello nell’indovinata “Cu ‘mme”, il tour teatrale “Per aspera ad astra” in cui Mia ripercorre le tappe più pregnanti della sua carriera. Il ’93 non è un anno fortunato per Mimì : l’accoppiata-happening sanremese con la sorella Loredana con “Stiamo come stiamo” non ottiene gli esiti sperati e “Vieneme” non sembra avere l’unghiata vincente per ripetere l’exploit con Murolo e Gragnianiello. Con il ’94 arriva il “Festival italiano” con “Viva l’amore” ed un album di “cover” di grandi cantautori italiani, De Andrè e Fossati su tutti (poi Vasco Rossi, Zucchero, i fratelli Bennato, Dalla, De Gregori) dal titolo “La musica che mi gira intorno”, “Hotel Supramonte”, “Mimì sarà” e le grintosissime “Dillo alla luna” e “Tutto sbagliato Baby”, i veri hits. E’ il suo ultimo capolavoro. A “Papaveri e papere” si diverte ad insegnare all’astro nascente Giorgia che l’unica vera soul-woman italiana è ancora lei. Nella puntata conclusiva, Barbara Cola e Spagna la guardano a bocca aperta. “La voce del silenzio”, cavallo di battaglia di Dionne Warwick, affidato alle sue corde vocali, è un concentrato di nitroglicerina. Ed è bello vederlo a distanza oggi come il suo supremo, rombante atto di congedo. Mia Martini troverà la morte in un triste maggio del 1995.


Poesia erotica d’Autore: Guillaume Apollinaire. La nudité des fleurs

La nudité des fleurs

La nudité des fleurs c’est leur odeur chamelle

Qui palpite et s’émeut comme un sexe femelle

Et les fleurs sans parfum sont vêtues par pudeur

Elles prévoient qu’on veut violer leur odeur

La nudité du ciel est voilée par des ailes

D’oiseaux planant d’attente émue d’amour et d’heur

La nudité des lacs frissonne aux demoiselles

Baisant d’élytres bleus leur écumeuse ardeur

La nudité des mers je l’attife de voiles

Qu’elles déchireront en gestes de rafale

Pour dévoiler au stupre aimé d’elles leurs corps

Au stupre des noyés raidis d’amour encore

Pour violer la mer vierge douce et surprise

De la rumeur des flots et des lèvres éprises

La nudità dei fiori

La nudità dei fiori è il loro odore carnale

Che palpita e si eccita come un sesso femminile

E i fiori senza profumo sono vestiti di pudore

Essi prevedono che si vuol violare il loro odore

La nudità del cielo è velata di ali

Di uccelli che planano d’attesa inquieta d’amore e di fortuna

La nudità dei laghi freme per le libellule

Che baciano con azzurre elitre il loro ardore di spume

La nudità dei mari io la adorno di vele

Che esse strazieranno con gesti di raffica

Per svelare il loro corpo allo stupro innamorato di esse

Allo stupro degli annegati ancora irrigiditi d’amore

Per violare il mare vergine dolce e sorpresa

Del rumore dei flutti e delle labbra appassionate


TheCoevasIo (romanzo) Interattivo

TheCoevasOfficial

TheCoevasIo Interactive


La bestia legata


Poesia Erotica: “Ode al tuo culo”, Antonio Maria Magro interpreta Anonimo Colombiano


Marcello Appignani plays Coevica – La prima colonna sonora originale composta per un romanzo in Italia


Coevica: Poema sinfotronico … Coming soon


Sensualità ed erotismo in seppia


Monito a tutte le donne tratto da “Mona Lisa Smile”


Nadia Fusini racconta Virginia Woolf


TheCoevas on Events Tour 2011, Mercoledì 13 Luglio presso “Mondo Fitness”, Viale di Tor di Quinto, Roma


La donna e lo SPIRITO DI SACRIFICIO (via TheCoevas)

Il sacrificio costituisce l’altra dimensione attraverso la quale la donna si è espressa per secoli…Il sacrificio è una delle grandi costanti nella vita di una donna…La storia di Alcesti è una delle più commoventi che la mitologia abbia tramandato. Euripide ci descrive Alcesti, sposa di Admeto, come una donna felice e realizzata e offre della loro unione coniugale un’immagine idilliaca e serena. Il loro è un matrimonio felice, rallegrato dalla pre … Read More

via TheCoevas


TheCoevas on Events Tour 2011: Martedi 14 Giugno 2011, ore 18


Andiamo a Firmare Contro la Chiusura di Bibli

Il 30 giugno 2011 Bibli CHIUDE!!!
Non per le Ferie, nè per fallimento…chiude perchè in attesa di un bando promesso dal sindaco di Roma Alemanno, un bando che non è mai stato pubblicato.
La tua firma può servirci:
– per smuovere l’opinione pubblica dal fatto che una libreria indipendente sta chiudendo
…- perchè un quartiere (Trastevere) sta perdendo un centro culturale
– perchè la chiusura di un centro culturale è una perdita per tutti i cittadini, indipendentemente dal loro pensiero
– perchè del personale rimarrà a spasso
– perchè la cultura DEVE essere salvata sempre e comunque
– una tua firma potrebbe farlo

PER CHI è DI ROMA: Via dei Fienaroli 28, da Termini Prendere H, Fermata su viale TrasteverePER CHI NON FOSSE DI ROMA: Può Mandare Una Email a info@bibli.it con scritto “una firma per Bibli Libricaffè”

Pagina Facebook di Bibli: http://www.facebook.com/pages/Bibli-Libri-e-Caffè/116762848349945

L’articolo che spiega la questione: http://www.paesesera.it/Societa/Trastevere-chiude-la-storica-libreria-Bibli

L’articolo su Repubblica: http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/06/06/news/libreria_bibli_appello_su_facebook_sfrattati_dal_30_giugno_dateci_una_mano-17280869/?rss&ref=HRPE-3


La rabbia femminile

 

Cesare Musatti, che è stato uno dei più noti divulgatori della psicoanalisi freudiana in Italia, aveva delle convinzioni nitide e determinate riguardo alle differenze tra i sessi: “…è nella natura femminile aver bisogno di protezione… Alla base di tutto c’è una costituzione fisica diversa: quando vanno a letto l’uomo e la donna hanno delle funzioni diverse, e questo fatto ha poi un’influenza su tutto il loro rapporto” (Stefania Rossini, Dieci psicoanalisti spiegano i temi centrali della vita, Rizzoli 1985). Una variazione sul tema di questo luogo molto comune attribuisce alle donne un’indole più remissiva di quella maschile, causata dalle sue specificità organiche e ormonali. Il rovescio della medaglia consisterebbe in una incapacità non solo a sfogare, ma anche a riconoscere la rabbia e il risentimento. Uno studio pubblicato dalla studiosa Sandra P. Thomas nel 1993, analizza a fondo la questione della rabbia al femminile. La credenza che le donne abbiano una tendenza fisiologica a respingere e ignorare la propria rabbia è dovuta, secondo questa tesi, alla scarsa diffusione di studi specifici sull’argomento. Per scoperchiare la pentola a pressione che racchiude e soffoca la rabbia delle donne, bisogna indagare al di là dei cromosomi. La donna non si trova nelle condizioni di poter manifestare liberamente la sua rabbia. Ha l’obbligo di piacere. Deve essere non solo bella ma anche buona. Il suo comportamento non deve essere sgradevole o fastidioso, non può denunciare l’esistenza di disagi e conflitti. Il compito del gentil sesso è quello di abbellire il mondo, non di cambiarlo. La rabbia femminile è ammessa solamente quando sostiene e difende deboli o bambini. In queste occasioni infatti l’emozione perde le sue connotazioni egoistiche, tanto antiestetiche e poco femminili. La madre che tira fuori gli artigli per difendere la prole è una fiera e nobile tigre, la donna che alza la voce per difendere i suoi diritti è una gallina starnazzante. Eppure, basterebbe citare qualche piccola cifra per rendersi conto che le rivendicazioni delle femministe non sono obsolete. La percentuale di donne parlamentari nel mondo è piuttosto bassa: 11,7%. Qualche anno fa la cifra era leggermente superiore (14,8%), segno che le cose stanno gradatamente peggiorando. La crisi economica in Europa favorisce il rientro forzato ai focolari domestici. In Italia il 70% della disoccupazione è costituito da donne. Sfogliando le immagini colorate di giornali e televisioni emergono riflessi molto evanescenti di questa realtà. La donna tradizionale, sensuale e materna, si è rivestita dei panni della soldatessa in marcia, dell’elegante professionista, dell’atleta muscolosa e della presentatrice dotata di senso dell’umorismo. Potrebbe sembrare un divertente assortimento tra cui poter scegliere. Invece qualsiasi scelta nasconde un pericolo. Questi modelli infatti non sono conciliabili: impongono non solo di conservare il modello tradizionale di donna tenera e materna, ma anche di sviluppare caratteristiche virili di forza e aggressività. Dai media vengono imposte figurine attraenti, irraggiungibili e ambigue. Innanzi tutto le donne devono essere curate e ben vestite, ma questo è soltanto il minimo indispensabile. Se non lo sono vengono prese in giro per “la messa in piega fatta in casa”. Ma anche quando obbediscono alle direttive vengono sarcasticamente rimproverate in quanto “griffatissime” e “parrucchieratissime”. L’ideale estetico più in voga richiede la donna magra ma con un seno prosperoso. L’insieme è piuttosto difficile da realizzare, per fortuna esistono reggiseni architettonici e chirurgia plastica. Ma chi decide di farsi tagliare dal chirurgo per soddisfare queste indicazioni viene criticata attraverso l’esibizione di spietate documentazioni fotografiche “prima e dopo”. Comunque gli aggettivi ci sono per tutte: “grasse”, “vacche”, oppure “anoressiche”, “curve di cellulite” oppure “siliconate”. Chi osa avere ambizioni intellettuali viene dileggiata per la sua “aria pensosa”, mentre dall’altra parte ci sono le solite “oche” e “analfabete”. C’è perfino chi viene accusata di essere “troppo perfetta”. Il messaggio è forte e chiaro: non c’è via di scampo. La donna deve essere competitiva e realizzata nel lavoro, nonostante la disoccupazione. E allo stesso tempo deve essere una brava madre, perché la natalità è in calo, scegliendo per la gravidanza i tempi giusti, perché dopo i quaranta rischia di essere troppo vecchia. E come se non bastasse, si pretende il sorriso, il buon umore, l’allegria. Una vera donna ha sempre il sorriso sulle labbra, sa comunicare, sa farsi apprezzare, è sicura di sé e in grado di difendersi. Piagnucolare è vietato. Timidezze, complessi, insicurezze, tutto un bagaglio di eventualità inevitabili che sempre sono esistite e sempre esisteranno, non sono più permesse. Bisogna raggiungere la Salute, un perfetto equilibrio psicofisico composto da una psiche muscolosa in un corpo intelligente. Bisogna crescere, maturare, inseguire di corsa un miraggio irraggiungibile e splendente di forza e di bellezza, ma anche di stupido consumismo. Questi imperativi categorici e incoerenti contribuiscono attivamente a diffondere depressione e malattie psicosomatiche. Anoressia e bulimia, patologie particolarmente legate alle imposizioni sociali incombenti sull’immagine corporea, sono manifestazioni molto recenti: l’anoressia viene citata per la prima volta nel D.S.M.III (manuale diagnostico delle patologie mentali) del 1980. La rabbia c’è, anche se non si vede. Tutto questo genera una quantità consistente di rabbia. Purtroppo, rifiutare valori condivisi e massicciamente propagandati non è facile. Di conseguenza, questo sentimento non viene riconosciuto o non viene accettato, e provoca malesseri più o meno gravi. Può anche semplicemente trasformarsi in lacrime, tristezza, avvilimento. Non è facile riconoscerla dietro i sintomi della depressione o di altri disturbi. Eppure si tratta di rabbia, resa socialmente accettabile. Tra le cause che contribuiscono a creare incomprensioni intorno alla rabbia femminile vi è anche il malinteso che esiste tra questa specifica emozione e altri termini affini. Più propriamente si dovrebbe parlare di collera, oppure di ira e stizza, ma il termine rabbia, che prima indicava una grave malattia infettiva, ora è il più comunemente usato. Comunque la rabbia, o collera che sia, può essere definita un movimento di irritazione e di disagio, piuttosto intenso, provocato da una causa esterna. L’aggressività è differente, in quanto implica un’azione diretta contro qualcuno o qualcosa. La rabbia delle donne è dunque sconosciuta in quanto non aggredisce, non strilla negli stadi, non violenta e non usa le mani, non fa correre le auto a tutta velocità, non è ben definita. Spesso implode silenziosamente, nascosta tra i malanni psicosomatici e le pareti domestiche. Se realizza atti giuridicamente riprovevoli si tratta in genere di crimini piuttosto insignificanti. Abusi di alcool e stupefacenti. Piccoli furti, a volte dettati da un oscuro senso di rivalsa e di ribellione. Spesso filtra tra i piccoli spazi lasciati liberi dagli obblighi sociali e dalle buone maniere, producendo un comportamento sleale e manipolatorio. Per fortuna ci sono le streghe. A volte invece la rabbia riesce ad evadere, e a conquistare qualche spazio libero. Chi ha avuto modo di avvicinarla non può che riconoscere la sua natura imprevedibile e vitale. Così lo psicoanalista milanese Adriano Alloisio descrive le sue esperienze professionali: “Comunque la rabbia femminile e’ un’energia preziosa, proprio nella sua assenza di identità e di obiettivi. In analisi sono loro che mi insegnano, gli uomini sono di una noia ineffabile”. Un angolo riservato a questa energia preziosa è sempre esistito. Il timore nei confronti di streghe e stregonerie, da sempre universale, oggi investe più gli uomini che i bambini. Integralisti islamici e cristiani stanno cercando di superare questa paura usando i vecchi metodi. Ma ormai è troppo tardi. Anche se hanno abbandonato sabba e cortei, le streghe rifiutano ormai di tornare a rinchiudersi nei focolari domestici. Senza la pretesa di approfondire la ricchezza di significati che racchiude, si può affermare che questa perfida figura ha sempre custodito il potere della rabbia femminile, e le arti belle e magiche che ne possono scaturire.



Recensione : “La metamorfosi” di Kafka.

«Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto.» È questa la storia di un giovane ritrovatosi improvvisamente scarafaggio, ed altrettanto repentinamente misconosciuto da quella che era, e che solo da parte del protagonista continua ad essere considerata tale, la sua triste famiglia. Samsa si vede repentinamente strappato dalla sua quiete quotidiana, dagli affetti famigliari (essi stentano perfino a credere che quell’essere sia il proprio figlio e fratello) e da qualsiasi tipo di interazione; e e mutato in qualsiasi caratteristica corporea ed interlocutiva, è costretto dalla sua nuova natura a cmbiare qualsiasi abitudine; ma il dramma psicologico che il protagonista è costretto ad affrontare lo porterà presto alla morte.

Agghiacciante; ecco l’aggettivo meglio descrivente questo breve racconto. Ne La Metamorfosi Kafka è riuscito a delineare con pochi, semplici tratti delle sensazioni forti e vivide, strazianti nella loro verosimiglianza. Da una breve analisi dell’opera possiamo distinguere due filoni paralleli di significato simbolico: potremmo, infatti, definire il racconto sia un’allegoria del tempo in cui è vissuto l’autore (chiave universale), sia una della vita personale dello stesso (chiave personale).

Per quanto riguarda l’interpretazione universale dell’opera, possiamo identificare Gregor (commesso viaggiatore) con il popolo Ebraico disperso nella diaspora (di cui kafka fa parte) e mistrattato dalla società come disumano; oppure, considerando nella chiave personale Gregor come l’autore stesso (e quella metamorfosi potrebbe significare la sua stessa malattia, oltre al suo personale malessere a causa della palese superiorità sensitiva dello scrittore?), la figura amica della sorella come quella di Ottla, e quella crudele del padre come quella dello stesso per Kafka.

Al di là di questo, in ogni caso, i ruoli di ogni singolo personaggi appaiono indistinti a livello morale. Gregor è vittima o eroe molare? Ed il padre è vittima o carnefice?

Sicuro è che la madre e sorella sono vittime altamente sensibili, che estraneano la loro sofferenza in maniere diametralmente opposte; ma quanto al giovane protagonista non possiamo affermare questo altrettanto sicuramente. Egli allo stesso tempo è vittima di ciò che gli è accaduto fisicamente, e delle ripercussioni che il suo cambiamento ha comportato alla sua vita; ma è sicuramente eroe in quanto soffre l’odio ed il disprezzo della famiglia senza potere difendersi, e progressivamente lasciandosi morire per redimere i famigliari dal grande peso della sua stessa esistenza. D’altro canto il padre risulta figura antagonista per eccellenza di Gregor; ma anch’egli, come madre e sorella, può essere considerato vittima, poiché la sua veemenza e crudeltà sono frutto della sua reazione verso la metamorfosi del figlio.

L’efficacia della tecnica è anche data dallo stile scrittorio secco e stridente dell’autore, che descrive con assoluta calma e freddezza episodi tragici e straordinari, come fossero elementi della realtà quotidiana.


La poesia delle donne

Video dedicato alla poesia “al femminile”, di Floriana Porta, con musiche e quadri emozionanti. Vi invito a visionare questo breve filmato, dedicato a tutte le donne del mondo.


La mia zona erogena è il cervello…e lì che devi sforzarti di entrare per sedurmi…e il resto vien da sé…


La mia recensione: “Justine” di De Sade

 Protagonista della vicenda, la Justine del titolo, una fanciulla virtuosa che si imbatte, di disgrazia in disgrazia, in ogni specie di individui degenerati e perversi (libertini, finanzieri e ladri, profittatori e falsari, medici e criminali, nobili e religiosi), i quali non solo la rendono giocattolo di ogni loro scelleratezza, ma cercano addirittura di persuaderla, con argomenti filosofici, dell’inutilità della virtù. La virtù di Justine non cede mai, anzi, resiste intrepida e causa tutte le sue disavventure, in una spirale senza fine. Ogni volta che essa reagisce con la virtù a una situazione avversa o a una proposta di furto o delitto, le capita una sventura maggiore e viene continuamente seviziata e stuprata (anche da chi lei ha aiutato). È la stessa Justine a raccontare la sua storia alla sorella Juliette (le due sono state separate dopo il fallimento della loro famiglia), che invece si è lasciata andare al vizio sin da giovincella e per questo ha trionfato nella vita, passando di vizio in vizio e di omicidio in omicidio, fino al punto di divenire contessa di Lorsange. L’intero romanzo è pervaso da un cinismo grottesco e ghignante volto a sovvertire il canone classico secondo cui alla fine il bene e la virtù trionfano sempre sul male e sul vizio. Più debole la seconda parte, più orientata a denigrare le abitudini di vita dei religiosi secondando la nota e arcidiffusa polemica anticlericale di parte libertina, con l’insistita (ed esibita) descrizione delle orge dei monaci del convento di Sainte-Marie, dediti ovviamente a pratiche contro natura nei confronti di giovani adepte e recluse (l’unica cosa interessante è che Justine, vedendo protratta la sua permanenza nel convento, diventa “decana” ed esperta di questi turpi vizi). Agghiacciante il finale, in cui la povera Justine, ormai al riparo da ogni pericolo proveniente dagli uomini, viene incenerita da un fulmine, quasi come se fosse la provvidenza a pareggiare i conti.

Spietato e crudo, De Sade, “Justine” è un classico, che non può mancare nella libreria di ognuno. Però dirlo mi sembra un pò superficiale perchè non è proprio un libro per tutti!! 
Nel senso che, di 300 pagine, più della metà riportano la descrizione delle pratiche afflitte alle donne. 
Se qualcuno mi chiedesse di descriverlo in 3 parole direi crudo, tetro, cattivo. 
Ma più lo leggevo e più la distorta filosofia di questo eccellente scrittore il quale scrisse questo ed altri libri in carcere, mi spingeva a continuare, andare avanti.Un’opera schietta, senza troppi sofismi, ma diretta e precisa. Una sorta di schiaffo al perbenismo del tempo, in favore di un inneggiamento a libertinaggio sfrenato e alle passioni, perversioni e piaceri dell’animo umano. Un viaggio che dura una vita, a cavallo tra la virtù e il male.

L’ho amato questo testo. Consiglio vivamente, se non odiate letture pesanti!


Orgasmo: un diritto, un dovere o un piacere?

“Tutte le donne sono le stesse – disse – o non godono affatto come se fossero morte o aspettano che si sia estenuati e poi si mettono a dimenarsi per proprio conto e bisogna stare lì ad aspettare. Non ho mai avuto una donna che godesse insieme con me”.

(D.H. Lawrence, L’amante di Lady Chatterley)

La sessualità maschile e quella femminile si somigliano quanto un esercizio a corpo libero e una corsa sui cento metri. Tale dissonanza appare in tutta la sua evidenza soprattutto se parliamo dell’orgasmo, croce e delizia di ogni coppia, tanto sul piano della percezione quanto su quello dell’attribuzione di valore. Per qualunque uomo un rapporto sessuale senza orgasmo è assolutamente inconcepibile, una vera e propria sconfitta personale. Per le donne è tutto diverso. A credere alle numerose statistiche sull’argomento, non solo molte di esse godono raramente di questa gradevole esplosione di energia sessuale ma, contrariamente ai maschi, non possono mai darne testimonianza concreta. All’angosciante, e spesso angosciata, domanda del partner “ti è piaciuto?”, che sottende una narcisistica richiesta di conferma del raggiunto piacere, la donna ha imparato, nei secoli, a rispondere infallibilmente di sì e a fingere con magistrale abilità sensazioni grandiose e sublimi. Del resto gli esperti continuano ad interrogarsi sul perché le donne abbiano un orgasmo, ritenendo che non ci sia nessuna giustificazione biologica o evoluzionistica, e quindi possa essere considerato un inutile, anche se piacevolissimo, errore della natura. Ma la sessualità umana non è un fatto esclusivamente naturale, è soprattutto un fenomeno culturale, un valore positivo inserito nel progetto esistenziale di ciascuno di noi. È un modo di essere, di esprimersi, di entrare in relazione con l’altro. È espressione biologica e al tempo stesso psicologica e culturale di se stessi e della propria identità. Quindi l’orgasmo è in primo luogo un evento del cervello, e non va pensato come esperienza esclusivamente genitale, tanto è vero che alcune recenti ricerche hanno evidenziato come esistano donne che sono in grado di evocare una risposta orgasmica con un bacio particolarmente appassionato, con la stimolazione del seno, o addirittura con la sola fantasia. C’è da dire che negli ultimi tempi, soprattutto sull’orgasmo femminile, si è fatta un po’ di confusione dando inizio a movimentate e frustranti ricerche e ad immancabili sensi di colpa, al punto che per molte donne quest’esperienza suggestiva ed emozionante si è tramutata in una fonte di disorientamento e delusione. In realtà, una lettura un po’ troppo estremizzata sul piano ideologico dei sani principi che hanno ispirato la rivoluzione sessuale degli anni ’70, ha trasformato la sessualità in un campo di battaglia, ha imposto l’orgasmo come diritto costringendolo a trasformarsi, ahimè, in un dovere, affollando così i giornali femminili di donne convinte di essere frigide perché non trovavano il punto G, non provavano orgasmi multipli o non riuscivano a distinguere se erano “vaginali” o “clitoridei”. Cerchiamo allora di mettere un po’ d’ordine. La risposta sessuale nell’uomo e nella donna si realizza solo in una condizione di eccitazione, quando, cioè, nel corpo avvengono quei cambiamenti che consentono di soddisfare lo stimolo sessuale. Le variazioni più significative riguardano gli organi genitali, ma le reazioni che inducono tali modificazioni si attuano principalmente a livello neurologico, vascolare e muscolare sia per i maschi che per le femmine coinvolgendo, oltre ai genitali, la totalità del corpo. Gli stimoli più usuali seguono i canali visivi e quelli tattili, ma desiderio ed eccitazione possono essere evocati in maniera altrettanto vivace da un’atmosfera speciale, da determinati odori, da suadenti parole o da particolari sensazioni. A seguito dello stimolo sessuale, nella donna si attiva una reazione eccitatoria, del tutto analoga a quella maschile, che produce una serie di significative modificazioni negli organi genitali. La vasocongestione che si produce con l’eccitazione genera una lubrificazione, una dilatazione e successivamente una sensibilizzazione dell’ingresso e della zona più esterna della vagina, che normalmente è un canale ristretto e asciutto. Nonostante tutto il corpo della donna sia eroticamente molto sensibile, l’eccitazione femminile viene abitualmente prodotta dallo sfregamento del clitoride, minuscolo organo situato nella parte superiore delle piccole labbra e ricchissimo di terminazioni nervose che inviano al cervello le sollecitazioni necessarie ad elaborare la sensazione di piacere. Quando gli stimoli erotici si spingono oltre una particolare profondità, e se non si intromettono elementi inibitori quali l’ansia, il senso d’inadeguatezza, la paura, la vergogna, la donna avverte un piacere intensissimo e irrefrenabile. Un attimo di sospensione e immediatamente si avviano i movimenti del corpo e le manifestazioni neurovegetative, come l’accelerazione del battito cardiaco, del respiro e una significativa vasodilatazione, che convergono in una serie di contrazioni ritmiche del muscolo pubococcigeo che circonda la vagina. È il tanto ricercato e celebrato orgasmo, termine che deriva dal greco orgasmòs, dal tema org-ào, sono intimamente agitato, ho l’animo concitato, estratto da orgè, passione, che i filologi confrontano con il sanscrito ûrg’âs, esuberanza di forze, energia, succo, il quale a sua volta sembra ricollegarsi alla stessa radice del latino urg-ere, premere, spingere. L’orgasmo è ritenuto il momento supremo di un rapporto sessuale, completo o incompleto, o di una stimolazione autoerotica. La gradazione di profondità del piacere che accompagna questa straordinaria attività del cervello e del corpo, va da una modestissima sollecitazione, con assoluta conservazione del controllo di sé e di tutte le funzione mentali, ad un’estasi così penetrante che per la donna può spingersi fino ad una temporanea perdita di conoscenza. Questa particolare situazione viene definita tuttora dai francesi “pétite mort”, e qualcosa di simile lo troviamo anche in Shakespeare, che definisce il raggiungimento di un orgasmo così intenso con l’espressione “I die” (muoio). Ma la storia dell’orgasmo femminile ha radici molto più antiche. Nella tradizione medica occidentale la stimolazione dei genitali attuata da un medico o da una levatrice fino a scatenare un orgasmo, ha rappresentato, fin dal V secolo a.C., la terapia più diffusa dell’isteria, disturbo giudicato normale e cronico nelle donne. Narrazioni di tale cura compaiono nel Corpus ippocratico, nelle opere di Celso nel I secolo d.C., in quelle di Galeno, negli scritti di Ezio di Amida, nelle opere di Avicenna, di Paracelso, e via via fino ai giorni nostri, precisamente nel 1952, anno in cui l’American Psychiatric Association ha modificato in maniera radicale le definizioni dei disturbi isterici e nevrastenici. Del secolo scorso è invece il confronto sulla presunta diversità tra orgasmo clitorideo e orgasmo vaginale, mentre più recente è la discussione sul controverso “orgasmo uterino”. Il dibattito ha preso le mosse dalle teorie di Sigmund Freud, secondo il quale le bambine scoprono naturalmente la loro sessualità tramite la stimolazione diretta del clitoride durante le prime esperienze autoerotiche, ma, trascorsi gli anni dell’infanzia, imparano a trasferire la focalizzazione delle loro pulsioni e degli stimoli sessuali dal clitoride alla vagina. Gli orgasmi “clitoridei” venivano quindi giudicati da Freud “infantili” mentre quelli vaginali, ottenuti con la penetrazione, erano considerati “più soddisfacenti e maturi”. In realtà, se si considera l’orgasmo come un riflesso e si puntualizza l’attenzione sugli aspetti sensoriali, esistono “molti” orgasmi poiché la parte sensoriale del riflesso può avere molte fonti diverse, da quelle fisiche specificatamente genitali a quelle fisiche prodotte da altre parti del corpo, fino a quelle esclusivamente mentali e oniriche, cioè che si attivano durante il sonno. Se consideriamo invece la risposta muscolare relativa alle contrazioni pubococcigee involontarie, allora l’orgasmo, in senso genitale, è uno solo indipendentemente dalle sensazioni di partenza. Anatomofisiologia a parte, sono però la passione, il coinvolgimento, la complicità, i fattori in grado di sprigionare le potenzialità di piacere di un corpo sano che non abbia timore di ascoltarsi e di lasciarsi andare. Ancora una volta è il cervello l’organo erogeno più potente del corpo sia per la donna che per l’uomo, il cui orgasmo è strutturalmente meno complesso e meno discontinuo. Ecco allora che i sempre più frequenti disturbi, lamentati soprattutto dalle donne, nella sfera dell’orgasmo vanno considerati quasi sempre dipendenti da questioni di natura psicologica o relativi a dinamiche interne alla coppia. Per molti, infatti, sensi di colpa, insicurezza e pensieri negativi a matrice educativa e culturale possono agire da deterrente nei confronti di un’adeguata eccitazione o sull’orgasmo. Per altri può essere la vergogna, qualche remora morale o il pudore a impedire di vivere la sessualità come esperienza rilassante e gioiosa. Altri ancora possono sentirsi insicuri del proprio corpo, spesso lontano dai modelli di bellezza proposti dalla società, o preoccupati dalle proprie prestazioni oppure ancora essere così concentrati su se stessi da trascurare l’altro ed entrare in ansia allontanandosi, in una perversa spirale, dallo stato psicologico necessario all’effettivo raggiungimento dell’orgasmo. Per ottenere il massimo del piacere dalle esperienze sessuali, quindi, è fondamentale riuscire ad allentare il controllo, sbarazzarsi dei pensieri disturbanti concentrandosi sulle proprie sensazioni, e abbandonarsi lasciando fluire liberamente le suggestioni erotiche. La regola più opportuna per vivere al meglio la propria sessualità è quella di non avere regole o modelli di riferimento troppo rigidi, ad eccezione, s’intende, del rispetto reciproco che non può e non deve mai mancare all’interno del rapporto di coppia. Concludo con un’annotazione curiosa. Secondo quanto dichiarato in un intervento sul numero di gennaio del mensile “OK Salute” da Pietro Salzarulo, professore ordinario di Psicologia generale a Firenze, “sbadigliare dà un benessere paragonabile a quello dell’orgasmo”, citando a supporto una ricerca del professor Robert Provine dell’Università del Maryland. Quindi, se queste mie annotazioni sono riuscite a risvegliare attenzione e interesse sul tema dell’orgasmo, bene. Se hanno annoiato suscitando qualche sbadiglio, meglio ancora…


TheCoevas on Events Tour 2011: Martedi 14 Giugno 2011, ore 18


Argenteria tra passato e presente


Mary Wollstonecraft ( 1759-1797 )

Donna, fragile fiore! Perché sei stata

condannata ad adornare un mondo

esposto a tali tempestosi elementi?

(“L’oppressione della donna”, M. Wollstonecraft)

Al reverendo Polwhele  dovette proprio sembrare un segno del Cielo, un castigo divino, la morte per parto di Mary Wollstonecraft, femminista, scrittrice e pedagogista, donna ed intellettuale ribelle ad ogni convenzione, dalla vita movimentata e discutibile, che aveva osato rivendicare l’uguaglianza delle donne proponendosi, anche nel suo ultimo romanzo lasciato incompiuto, “L’oppressione della donna”, di… mostrare le ingiustizie subite dalle donne di varie condizioni, ugualmente opprimenti, anche se diverse per via delle differenze nell’educazione, se,  un anno dopo la sua morte, precisò che era morta … d’una morte tale da provare ineluttabilmente la differenza tra i sessi, e da evidenziare il destino delle donne…

Mary, che da ragazza s’era ripromessa di non sposarsi mai,  morì il 30 agosto del 1797 per febbre puerperale,  dieci giorni dopo aver partorito la figlia Mary (Mary Shelley, che sarebbe poi divenuta l’autrice del famoso romanzo di Frankenstein).

Nell’imminenza del lieto evento aveva smesso di  scrivere per prepararvisi in serenità; aveva chiesto di essere aiutata soltanto dalla levatrice,  di non avere maschi intorno a sé,  ed invece fu assistita da un medico negligente che le causò l’infezione fatale.

Si capì appena subito dopo il parto che erano in atto complicazioni, e furono chiamati diversi medici, ma nessuno riuscì a salvarla; morì fra atroci dolori, a soli trentotto anni.

Mary Wollstonecraft era nata a Londra il 27 aprile del 1759 da una famiglia di condizioni economiche modeste;  a diciannove anni, a causa della rovina economica del padre, aveva cominciato a lavorare, dapprima aprendo una scuola insieme alle sue sorelle, poi come istitutrice. Parallelamente aveva iniziato anche a scrivere, riversando da subito nei suoi libri la presa di coscienza delle ingiustizie subite dalla donne, di cui fin da piccola si era resa conto, ribellandosi al padre violento che infliggeva maltrattamenti alla moglie, alle figlie e persino al cane.

Nel 1787 pubblicò il libro “Riflessioni sull’educazione delle figlie”, cominciò a collaborare con la rivista “Analitical Review” e a frequentare il circolo Johnson, che radunava artisti ed intellettuali. Fu in questo periodo fecondo e lieto della sua vita che s’innamorò del poeta Fuseli, sposato; purtroppo l’amore con lui fu impossibile, e a nulla valse nemmeno la scandalosa proposta di Mary alla moglie del poeta di vivere un ménage a tre.

Nel 1792, forte della convinzione che l’educazione fosse fondamentale per la liberazione della donne e che, educandole, lo Stato avrebbe formato delle mogli, delle madri e delle cittadine migliori,   pubblicò  il libro “Rivendicazione dei diritti della donna”, il primo manifesto del femminismo, in cui si pose in coraggiosa difesa di metà degli esseri umani.

Nel dicembre dello stesso anno  lasciò Londra, anche per allontanarsi dal Fuseli,  e si recò a Parigi, nella Francia rivoluzionaria; qui entrò in contatto con i girondini,  intellettuali schierati a favore delle donne, con i quali predispose un progetto per l’istruzione popolare, e conobbe Gilbert Imlay, un ufficiale dell’esercito americano, uomo solido e concreto, anche uomo d’affari, per il quale cominciò a nutrire una profonda passione,  testimoniata nelle lettere scrittegli tra il 1793 e il 1795.

Amore mio, obbedisco a un impulso del cuore e, prima di andare a letto,  ti auguro  la buonanotte, più teneramente di quanto domani potrei fare in poche  frettolose righe. ..Trattami con la dolcezza che solo in te ho trovato, ed io, la tua “ragazzina”, cercherò di moderare l’irruenza che spesso ti ha fatto dispiacere. Sì, sarò brava, e finché tu m’amerai mai più potrò sprofondare nell’acuta tristezza che mi rendeva così penosa la vita! ( Neuilly-sur-Seine, 1793)

La passione   inizialmente fu ricambiata:

Nel ricordo il mio  cuore è avvinto a te… Le tue labbra mi sembrano più morbide che mai, e poggiando contro la tua guancia la mia… mi scordo del mondo. Fuori del quadro non ho lasciato il rosso ardente, il colore dell’amore, e l’immaginazione deve avermi infiammato pure le guance, perché mi bruciano, mentre scovo una dolcissima lacrima nei miei occhi… Bisogna proprio che te lo confessi apertamente che dopo averti confidato queste cose mi sento più tranquilla? Non so come, ma quando tu non ci sei mi sento più sicura del tuo affetto di quando sei con me. Sì, credo che tu mi ami… (Parigi, dicembre 1793).

Con Imlay  sognò una vita insieme, da vivere romanticamente in una fattoria in America, insieme alla loro figlia:

Non puoi immaginare con quale gioia pregusti il giorno in cui potremo vivere insieme, e tu sorrideresti ascoltando quanti progetti  ho ora nella testa, adesso che, finalmente, nel tuo cuore il mio ha trovato la pace! ( Neuilly-sur-Seine, 1793).

Il sogno di Mary non si realizzò; subito dopo la nascita della loro figlia Fanny, lui l’abbandonò.

Per la delusione e il tradimento, disperata, tentò il suicidio ingerendo del laudano; subito dopo Imlay, per liberarsi di lei, la mandò in Svezia con l’incarico di provvedere ad alcuni affari, insieme alla figlia, che Mary andava educando secondo i suoi moderni principi, e ad una governante.

In riconquistata fiducia ed ottimismo, rinfrancata dal contatto con la bella natura svedese, e sostenuta dall’affetto di persone care che l’aiutarono a dimenticare gli orrori della Francia (aveva assistito anche alla decapitazione di Luigi XVI), scrisse le  “Lettere scritte durante  una breve permanenza in Svezia, Norvegia e Danimarca”.

Tornata a Parigi scoprì che Imlay aveva un’altra donna, e tentò nuovamente il suicidio. Ripresasi, rifiutò l’ offerta dell’uomo di provvedere al mantenimento suo e della figlia (Le continue tue affermazioni  che farai il possibile per provvedere al mio benessere, che per te è solo pecuniario, mi sembra una deplorevole mancanza di tatto. Non è un benessere così volgare che voglio…Volevo solo il tuo cuore…Quando io sarò morta solo il rispetto per te stesso ti faranno aver cura della nostra bambina…Adieu!…, Londra, 1795) e tornò in Inghilterra dove, nel gennaio del 1796,  già famosa per il suo libro “I diritti delle donne”, ritrovò il filosofo e saggista William Godwin, figura di spicco tra i letterati radicali, uomo di levatura umana ed intellettuale ben diversa da quella del  suo precedente compagno, che aveva già conosciuto nel 1791 e con il quale allora, però,  non s’era trovata in sintonia; nell’agosto dello stesso anno Mary cominciò a scrivere il romanzo “L’oppressione della donna”.

Nel 1797, creando scandalo perché già incinta, Mary sposò William Godwin; il 10 settembre dello stesso anno morì. Dopo la sua morte Godwin adottò la piccola Fanny e scrisse la biografia della moglie.

Interrotto nell’imminenza del lieto evento, “L’oppressione della donna”, libro della Wollstonecraft in due volumi, non concluso,  mancante di certe parti, che, nelle intenzioni dell’autrice, secondo quanto riferito da Godwin, il quale ne modificò certi passaggi  per rendere maggiormente comprensibile il pensiero della moglie,  avrebbe dovuto  avere un terzo volume,  è un  romanzo prevalentemente biografico,  in cui sono riconoscibili Imlay e Godwin in Venables e Darnford, e la stessa Mary nel personaggio della borghese Mary, ma è anche un documento della condizione femminile del ‘700.

Allora la donna “perbene” era relegata ai soli ruoli di moglie e madre, ma veniva anche fatta “oggetto di scambio” (prostituzione legale la definiva la Wollstonecraft) tra padre e marito con il matrimonio, e molto diffusa, anche se illecita, tra le donne di scarsi mezzi di sussistenza  era la prostituzione. Notevole per quei tempi fu, perciò, la denuncia della Wollstonecraft  delle ingiustizie subite dalle donne (costrette a subire leggi emanate dagli uomini a favore degli uomini e che rendevano possibili agli uomini tiranneggiare in questo modo le donne,  impossibilitate ad essere padrone di sé stesse,  dei propri beni materiali, sottoposte ad una doppia morale sicché ciò che era adatto ad un uomo non era valido per  la donna, e viceversa) e la sua esortazione  alla necessità dell’istruzione (la curiosità, ben poco esercitata dal pensiero o dall’informazione, di rado si muove sul lago stagnante dell’ignoranza)e alla liberazione dal bisogno, poiché l’indigenza costringe a preoccuparsi solo della sopravvivenza e non del miglioramento (La mente è necessariamente imprigionata nel proprio piccolo spazio e,  sempre impegnata del tutto impegnata a difenderlo).

Fondamentali anche le sue asserzioni sull’uguaglianza politica e sociale fra i due sessi, l’individuazione del legame fra dipendenza morale e dipendenza economica e, dunque la necessaria conseguente acquisizione dell’autonomia economica della donna in conquista di una piena padronanza di sé per non essere più assoggettata all’uomo, ma anche le critiche mosse al sistema,   alla denuncia della disparità fra i ricchi e i poveri, (finché i ricchi non daranno più che una parte delle loro ricchezze, e finché non avranno tempo e attenzioni per i bisogni degli infelici, che essi non parlino di carità. Che essi aprano i loro cuori più che le loro borse)…, della condizione infelice  dei bimbi abbandonati, dell’inefficienza del sistema ospedaliero (ogni cosa sembrava funzionare secondo i comodi dei medici e dei loro allievi, che venivano a fare esperimenti sui poveri, a beneficio dei ricchi) e delle cattive condizioni  in cui nei manicomi (la Vollstonecraft aveva visitato un manicomio nel febbraio del 1797) versavano gli infelici ( Che cosa è mai la visione di una colonna caduta, di un arco in rovina, della più squisita opera di cui l’uomo è artefice, in confronto a questo memento vivente  della fragilità, della instabilità della ragione), e persino il pronunciamento a favore del divorzio non solo, come contemplato al suo tempo,  in caso di crudeltà fisica o adulterio del marito, ma come libera scelta(la condizione di sposa è, parlando generalmente, quella in cui la donna può maggiormente essere utile; ma sono ben lontano dal credere che le donne, una volta sposate, debbano considerare indissolubile il legame, specialmente se non vi sono figli a compensarle del sacrificio dei propri sentimenti, nel caso in cui il marito non meriti né amore né stima…non si possono porre troppi ostacoli sulla strada del divorzio, se si vuole mantenere la santità del matrimonio).

Romanzo di denuncia sociale, anticipatore dei grandi romanzi sociali dell’800, sorprendentemente moderno per il conflitto fra sensibilità individuale e confronto con la realtà, “L’oppressione della donna” è anche la testimonianza personale della vita di una donna in grande anticipo sui tempi, orgogliosa, coraggiosa,  ribelle alle convenzioni (M’inculcò, con gran calore, il rispetto di me stessa, ed una orgogliosa convinzione d’essere nel giusto, indipendentemente dalla censura, o dall’applauso, del mondo)bisognosa, come ogni donna, di ogni tempo,  dell’appagamento nell’amore (e ciò è avvalorato dalle varie esperienze sentimentali), ma anche fermamente convinta di voler essere padrona del proprio destino,  affermandosi in piena libertà ed autonomia.

Era questo il sogno di Mary Wollstonecraft!


Manifesto del Coevismo: Io, Iridediluce aderisco!!!!

a.            Noi vogliamo interpretare l’attrazione per futuri imperscrutabili, il vizio al nuovo e alla comunicazione di una vertiginosa ebbrezza.

b.            Nuovi suoni, nuovi scenari, nuove creatività, saranno elementi nodali della nostra arte; per godere dell’indicibile lusso di un’invenzione vantaggiosa.

c.            Vogliamo dire basta alla paraletteratura che conduce il gregge al pascolo. Esaltiamo lo scorrere lento, il soffermarsi, la cogitazione per affrontare il salto mortale.

d.            Il vero patrimonio sta in ogni neologismo genitore d’infiniti Big Bang.

e.            Non c’è nulla di più bello dell’immaginazione soggiogata alla volontà personale. Qualunque idea può divenire un capolavoro.

f.            Nell’arte desideriamo introdurre la parola “pretenzioso” dove pretenzioso abbia un significato speciale: il tentativo di fare qualcosa che secondo i critici o il pubblico non avremmo neanche il diritto di provare a realizzare.

g.            Vogliamo introdurre la forma d’arte generativa dove l’idea, il concetto, continuino a germogliare in ogni direzione ritornando come i Sussurri Cinesi: irriconoscibili ma intriganti.

h.            Accogliamo l’idea che ci sia un artista capace di lavorare su diversi fronti: sull’opera e sulla sua cornice.

i.            Concordiamo che le vecchie idee non se ne vanno, le nuove si aggiungono soltanto, per creare un insieme di possibilità in perpetuo accrescimento.

Il calore delle lunghe e produttive relazioni che persistono dietro a tutto questo, sono le basi sulle quali fondiamo oggi il Coevismo.

Proclamato e firmato in data 7 Maggio 2011

                                                                                                             TheCoevas:

Maria Pia Carlucci

Fiorella Corbi

Maurizio Verdiani

Stefano Capecchi


Goethe: Le affinità elettive

Goethe scrisse “Le affinità elettive” tra il 1808 e il 1809. La metafora chimica è la base strutturale dell’intreccio. Goethe si interessava di molte discipline scientifiche, prime fra tutte la chimica (e l’Ottocento sarà il secolo della chimica), ma anche di botanica, astronomia, geologia, mineralogia, ottica, anatomia. Il suo interesse scientifico si intrecciò inevitabilmente con le sue opere letterarie, in cui le sue osservazioni si riscontrano per lo più nel loro aspetto fenomenico. Non aveva tanto interesse ad approfondire il perché certi fenomeni avvengano, quanto il come si manifestano.

Aveva appreso come un legame di due elementi chimici venga meno introducendo elementi estranei, poiché questi vanno a legarsi a loro volta, appunto per affinità, con quelli preesistenti. A questo proposito dice: “I casi più notevoli e interessanti sono appunto questi, che possono darci rappresentazione reale dell’attrazione, dell’affinità, di questa specie d’incrocio nell’abbandonarsi e congiungersi; qui vi sono quattro elementi, finora accoppiati a due a due, che portati a contatto sciolgono la loro unione primitiva per formarne una nuova. In questo lasciarsi andare ed afferrarsi, in questo fuggirsi e cercarsi pare davvero di scorgere una determinazione superiore; noi attribuiamo a tali sostanze una specie di volontà e di scelta, e perciò il termine tecnico di affinità elettiva è perfettamente giustificato.” Secondo Goethe le leggi che regolano la natura e i fenomeni chimici sono le stesse che regolano gli ambiti comportamentali. Per quanto l’uomo tenti di opporsi a queste leggi, i suoi tentativi risultano vani, le affinità elettive non possono in alcun modo essere dominate dalla ragione né dagli sforzi profusi per aderire ai modelli sociali tradizionali. L’ineluttabilità dei destini sottolineata dagli avvenimenti tragici in cui incorrono i protagonisti di questo dramma, genera una visione pessimistica che interpreta perfettamente il disgregarsi dei valori simbolo della nobiltà settecentesca, ma nello stesso tempo rassicurante e liberatorio, poiché in questo quadro l’uomo emerge svincolato dall’obbligo di osservare i dettami e le norme legati a quegli stessi valori. Eduard e Charlotte sono una coppia di coniugi entrambi già precedentemente sposati. Nonostante le perplessità di Charlotte, che come per un fosco presentimento teme che la complicità matrimoniale possa esserne compromessa, Eduard intende invitare il capitano, suo vecchio amico, a trascorrere un periodo presso di loro. Charlotte dal canto suo desidererebbe richiamare dal collegio la nipote Ottilie, che sa essere, al contrario della figlia Luciane, troppo sensibile e lontana dal mondo, ma per gli stessi motivi esita. Le insistenze di Eduard alla fine hanno la meglio e la coppia si trova a trascorre un periodo lieto in compagnia degli ospiti, la cui presenza si rivela tanto vantaggiosa e gradevole, il capitano prodigandosi nel progettare e realizzare le ristrutturazioni del parco, Ottilie nel fornire fin da subito un aiuto prezioso e discreto a Charlotte. Appare presto chiaro come la particolare natura dei personaggi sia destinata a delinearsi in modo sempre più netto. Charlotte senza dubbio figlia della ragione e dell’epoca dei lumi si propone come guida quasi materna del marito e di Ottilie, sforzandosi di attingere sempre al buon senso e alla ragionevolezza, anche quando si innamora del capitano, un uomo che come lei appare aderire al mondo reale molto più di Eduard. Questi infatti mostra fin dal principio di farsi guidare dall’istinto a dispetto dell’età non più fanciullesca. E sebbene Charlotte non possa evitare di provare sentimenti per il nuovo amico, sceglie la rinuncia e le convenzioni, che fino al tragico epilogo tenterà di perseguire. Ottilie al contrario, vive in un modo fatto di ombra e silenzio e percezioni eccessive, in cui le profondità dell’anima hanno il sopravvento su ogni altro aspetto della personalità. I suoi gesti sempre misurati, quasi ritualizzati, contrastano con un’interiorità turbolenta e magnetica, ed il suo magnetismo è riscontrabile e dimostrabile. Passando vicino ad un giacimento di carbon fossile ella prova vertigini e dolore ad un lato della testa. Nell’esperimento del pendolo, questo rimane immobile nelle mani di Charlotte, mentre oscilla violentemente creando vortici e spirali tra quelle di Ottilie. Eduard rimane stregato dalla delicatezza di questa creatura, dalla sua intima fragilità, dall’incapacità di razionalizzare il mondo, dalla sua purezza. Di lei Goethe sottolinea ad ogni pagina il volto delicato, la sua natura angelica e, soprattutto, gli occhi. Gli occhi, mai come in questa donna “specchio dell’anima”, impronta inafferrabile che si traspone simbolicamente sulle fattezze del figlio di Eduard e Charlotte, che appare nel contempo così simile al capitano, quasi che il trasporto emotivo per i due amati di coloro che lo avevano concepito si fosse trasmesso nel momento del massimo trasporto fisico. Gli stessi occhi che il giovane architetto venuto a decorare la cappella di famiglia, anche lui vittima inconsapevole della personalità ammaliatrice di Ottilie, si trova suo malgrado a dipingere in tutti gli angeli che va a ritrarre.
Curiosa anche la scelta dei nomi, che non sembra certo casuale. Goethe sembra voler sottolineare il comune destino dei personaggi chiamandoli tutti in modo simile se non identico. Otto si chiama il capitano, Otto anche il vero nome di Eduard, che scelse un nuovo nome in gioventù per distinguersi dall’amico, Ottilie si chiama la nipote di Charlotte, persino Charlotte sembra contenere in un certo senso quello stesso nome nel suo. Abbastanza prevedibile che anche lo sfortunato figlio dei due coniugi venisse chiamato ugualmente Otto. Le due coppie Otto-Charlotte, Otto-Ottilie dal cui intreccio nasce un nuovo Otto, destinato a soccombere, annegando nel lago dell’irrazionalità, dell’emotività e della passione inconsulta per mano di una Ottilie che non avrà altra scelta se non lasciarsi morire lei stessa, trascinando nel vortice della sua inoppugnabile scelta il suo amato.


Appuntamenti… TheCoevas on Events Tour 2011, 19 Maggio 2011, presso Notebook all’Auditorium, Parco della Musica, Roma


Brezza marina, Mallarmè

Come è triste la carne… E ho letto tutti i libri!¹

Fuggire! laggiù fuggire! ² Ho udito il canto di uccelli

Ebbri tra l’ignota schiuma e i cieli. ³ Nulla,

Neppure gli antichi giardini riflessi negli occhi,

Potrà trattenere il mio cuore che s’immerge nel mare.

O notti! Neppure il deserto chiarore della mia lampada

Sul foglio ancora intatto, difeso dal suo candore

E neppure la giovane donna che nutre il suo bambino. 4

Partirò!5 Nave che culli le tue vele

Leva l’ancora verso un’esotica natura!

Una noia, crede ancora, desolata da speranze crudeli,

Ai fazzoletti agitati nell’ultimo addio.6 E forse

Gli alberi che attirano la tempesta

Il vento farà inclinare sui naufragi

Perduti, senz’alberi, lontani da fertili isole…7

Ma ascolta, il mio cuore, il canto dei marinai!8

Brezza marina (Brise marien) fu scritta nel 1865 e pubblicata l’anno successivo sul Parnaso contemporaneo.. La poesia appartiene al primo periodo poetico di Mallarmé e precede la profonda crisi, sia umana (ricorrente stato di depressione) sia intellettuale (perdita della fede, incapacità di portare a termine i suoi progetti), che lo costrinse ad un lungo silenzio poetico, durato fino al 1871, quando riceverà finalmente nuovi stimoli dal vivace ambiente parigino, in cui era stato trasferito per lavoro, e dalla conoscenza di artisti come Rimbaud, Verlaine e i pittori impressionisti.
La lirica presenta temi e motivi ancora legati alla poesia di Baudelaire: il desiderio del viaggio, il bisogno di evasione e di fuga dal reale verso luoghi esotici e lontani, ma pone anche l’esigenza di un’esperienza poetica, innovativa e originale, non più legata alla necessita di definire, ma solo di suggerire di evocare, col suo potere magico, immagini e sensazioni; aspetti che successivamente faranno riconoscere in Mallarmé il caposcuola del Simbolismo. Il desiderio del viaggio come fuga dal presente, dalla noia del quotidiano, e come ricerche di nuove dimensioni e nuovi spazi si presenta nella lirica sotto un duplice aspetto: quello esistenziale, come desiderio di esperienze e realtà nuove e diverse; quello simbolico, che vede rappresentato, nella nave che reca l’oceano, la poesia stessa, nel suo affrontare un mondo ignoto, pieno di pericoli ma anche di infinite possibilità.

Schema metrico: nella versione italiana, versi liberi; in quella francese a rima baciata

1. la carne… libri! Il verso sintetizza un sentimento tipico del clima decadente di fine Ottocento: uno stato d’animo dominato dalla stanchezza e dalla noia, che investe sia il corpo (la carne) che l’intelletto (i libri).
2. Laggiù fuggire!. Il desiderio di evasione e di fuga si contrappone alla noia. La meta però non è concreta, ma vaga e indefinita (laggiù)
3. Ho udito…i cieli: il poeta sente dentro di sé l’ebbrezza della libertà, come il canto degli uccelli tra l’immensità del cielo e del mare (l’ignota schiuma)
Ignota = senso della verginità, purezza. La schiuma del mare infatti può essere solo vista dall’alto
4. Nulla… bambino: nessun ostacolo può trattenere il poeta dal fuggire, né il ricordo delle bellezze naturali (antichi giardini riflessi negli occhi), né i legami famigliari (la giovane donna che nutre il suo bambino).
5. Partirò… natura!: il desiderio di fuggire, espresso nei versi precedenti, si trasforma qui in una ferma decisione (Partirò!; Leva l’ancora). Nell’immagine della nave come metafora dell’esistenza (o della poesia) le vele rappresentano un’esperienza libera e infinita, mentre l’ancora è il legame col reale, col mondo quotidiano (o la poesia tradizionale) e i suoi riferimenti sicuri e concreti, ma limitati, da cui il poeta vuole allontanarsi.
esotica: appartenente a paesi lontani.
6. Una noia…addio: chi è oppresso dalla noia (che spinge il poeta a fuggire) e dalla caduta della speranza (speranze crudeli), può ancora essere sensibile (crede ancora) alle scene dell’ultimo addio (ai fazzoletti agitati); il viaggio potrebbe infatti concludersi con un naufragio.
7. E forse…isole…: il vento abbatterà (farà inclinare) gli alberi delle navi che attirano i temporali, sopra i naufraghi (naufragi) senza speranza (perduti), senza navi (senza alberi) che li soccorrono, lontano da terre ove poter approdare (fertili isole).
8. Ma…dei marinai!: dopo l’ipotesi del naufragio, riprende il sopravvento, il desiderio di salpare di fuggire lontano, seguendo il canto dei marinai, metafora per indicare il fascino della libertà, dell’avventura della ricerca continua.

Analisi del testo

Il viaggio come dimensione esistenziale

La poesia è una metafora del viaggio, esistenziale e poetico, verso nuove e più intense esperienze.
Il verso o iniziale della lirica esprime in sintesi uno stato d’animo comune al clima decadente di fine Ottocento di noia e tristezza (lo spleen di Baudelaire) sia fisico (Come è triste la carne…) sia intellettuale (…E ho letto tutti i libri!). Ciò comporta un senso di disagio e d’insofferenza verso la realtà della vita che ha come conseguenza il desiderio di evasione e di fuga (Fuggire!) verso un luogo indefinito (laggiù), infatti per il poeta non è importante tanto la meta del viaggio ma l’idea del viaggio, l’esperienza del nuovo e dell’ignoto (nella lirica rappresentata dal mare) come dimensione dello spirito, come possibile felicità (esotica natura, fertile isole). Niente può ormai più trattenere il poeta (Partirò ! Nave che culli le tue vele/Leva l’ancora), né i ricordi (antichi giardini riflessi negli occhi) né gli affetti familiari (neppure al giovane donna che nutre il suo bambino).

Il viaggio come dimensione poetica

La poesia è anche metafora della letteratura; alla Noia per le forme tradizionali si contrappone l’esigenza di una forma di poesia nuova, svincolata dalla tradizione e capace, con la forza delle proprie immagini di esprimere l’inesprimibile, di dar voce al silenzio, nella ricerca della parola pura e assoluta (il foglio ancora intatto) col rischio dell’incomunicabilità e dell’incomprensione (Perduti, senz’alberi, lontani da fertili isole) e dal fallimento (naufragi/Perduti, senz’alberi, lontani dalle fertili isole…). Questo pericolo però è superato nell’ultimo verso, in cui la forte avversativa iniziale è una presa di coscienza e una decisione di accettare il rischio (Ma ascolta mio cuore, il canto dei marinai).


Marilyn Monroe

Marilyn Monroe, nome d’arte di Norma Jeane Baker (Los Angeles, 1 giugno 1926 — Los Angeles, 5 agosto 1962), è stata un’attrice statunitense.
Il suo mito supera di gran lunga il pur apprezzato talento artistico di un’attrice sicuramente fuori del comune, un “sogno proibito” per milioni di appassionati di cinema. Il fascino che emanava dal grande schermo e dalle copertine in carta patinata ha contribuito a farne un sex symbol fuori da ogni tempo; la fragilità che ha contraddistinto la sua esistenza (per molti versi tumultuosa e culminata in una morte tanto prematura quanto misteriosa) l’ha resa una vera e propria icona della cultura pop.
È stata anche una cantante dalle doti non particolarmente eccelse ma con un timbro vocale in grado di affascinare l’ascoltatore. Fra i suoi successi, quasi tutti inseriti nel contesto dei film da lei interpretati, vi è anche la celeberrima My Heart Belongs To Daddy di Cole Porter. Altri grandi successi canori di Marilyn furono Bye Bye Baby, cantata nel film Gli uomini preferiscono le bionde, e I Wanna Be Loved By You, cantata nel film A qualcuno piace caldo. La Marilyn cantante sarà tuttavia ricordata più che altro per l’intervento canoro – immortalato in un enigmatico quanto affascinante filmato video in bianco e nero con l’artista illuminata da un semplice occhio di bue – al party di compleanno del presidente Kennedy, quando intonò con fare malizioso ed ammiccante – Happy Birthday, Mister President.


Le ballerine di Degas


L’attimo Fuggente

«Dum loquimur fugerit invida aetas: 
carpe diem, quam minimum credula postero»

«Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito: cogli l’attimo, fiduciosa il meno possibile nel domani».

(Orazio)


Oltre la maschera, cavalcando la mia tigre…

Foto di Federico Ferratini


I pilastri della mia terra d’origine: Roberto Murolo


Le Donne nella Storia Letteraria Italiana (Parte III)

di Gioia Guarducci

tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della “Accademia V.Alfieri” di Firenze

Verso la fine del XVII secolo nacque a Roma l’Accademia Letteraria che fu detta Arcadia, i cui ideali poetici si diffusero negli anni successivi in tutta l’Italia.
Il carattere di questa Accademia fu di forte richiamo ad una vita più semplice, lontana dai fasti dell’epoca barocca. I suoi iscritti si dissero “pastori” e presero nomi d’arte derivati dalla tradizione pastorale classica. Essi cantarono una vita idilliaca tutta vissuta nella cornice di una campagna ideale e rarefatta. Il verseggiare aggraziato dell’Arcadia, nella sua morbida musicalità, fu a lungo di moda.

Tra i letterati del XVIII secolo, appartenenti all’Arcadia vi furono certo molte dame, però conosciamo, almeno per quello che riportano alcuni testi scolastici, solo poche presenze femminili :

– MARIA SELVAGGIA BORGHINI (1656 – 1731), pisana, poetessa e Accademica degli Stravaganti, tradusse dal latino le Opere di Tertulliano. Scrisse numerosi sonetti e canzoni. Ci rimane di lei anche un epistolario con i più illustri letterati del suo secolo.

– FAUSTINA MARATTI, poetessa e bellissima moglie del poeta arcade G.B. Zappi* (conosciuto anche con il nome bucolico di Tirsi Leucasio) di cui vengono ricordati i tristi ed eleganti versi scritti per la morte del figlioletto.

*[ Dei versi inzuccherati di quest’ultimo lo scrittore Giuseppe Baretti, in polemica con tutti questi poeti, da lui considerati “perdigiorno” per le scipite “pastorellerie”, scrisse : “Oh cari que’ suoi smascolinati sonettini, pargoletti piccinini, mollemente femminini, tutti pieni d’amorini” ]

– ISABELLA PIGNONE DEL CARRETTO

– TERESA ZANI

– PETRONILLA PAOLINA MASSIMI

Di loro come di tutte le altre poetesse arcadi viene detto, forse un po’ ironicamente, che nei loro versi vagheggiarono soltanto una vita quieta a contatto con una natura artificiale, fatta di verdi boschi e chiari ruscelletti.

Verso la fine del XVIII secolo, raggiunse una certa notorietà la marchesa, patriota napoletana di padre portoghese, finita sul patibolo a soli 47 anni:

– ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL (1752-1799).
Da giovane fece parte dell’Arcadia e scrisse poesie di buona fattura, specialmente cinque sonetti in morte del figlioletto. Nella maturità, diresse, scrivendolo lei stessa quasi per intero, il giornale Monitore Napoletano, con cui cercò di avvicinare i ceti medi agli ideali della rivoluzione napoletana.

 

Nel XIX secolo, con la poetica nuova, più robusta e passionale, del Romanticismo, tra la schiera infinita di letterati e rimatori si trovano un discreto numero di scrittrici o poetesse.
Per prima è rammentata una scrittrice di novelle e racconti, che risentono dell’influsso del Manzoni , ma che anticipano in parte alcuni aspetti del Verismo:

– CATERINA PERCOTO (1812-1887), friulana. Tra le sue opere vi sono i Racconti, e le Novelle popolari.

Del secondo Ottocento è la milanese :

– ANNA RADIUS ZUCCARI (1846-1918), conosciuta come NEERA, (pseudonimo tratto dal nome di eroine mitologiche della poesia classica), che scrisse numerosi romanzi insieme a libri di poesie e racconti (in parte autobiografici), improntati a un tono intimistico e tardo-romantico.
Ritrasse un mondo femminile fondato su una salda riflessione morale ed ancorato a tradizionali ed ordinati principi.
I critici trovano la sua prosa dignitosa, ma un tantino opaca e generica.

Più famosa è invece la scrittrice ( e giornalista), nata a Patrasso, Grecia, da padre italiano emigrato là per lavoro e da madre greca:

– MATILDE SERAO, che fin dalla primissima infanzia (dal 1860) venne a vivere a Napoli.
A 22 anni entrò nella redazione del Corriere del Mattino, successivamente collaborò con molti giornali dell’epoca.
Sposò lo scrittore e giornalista Edoardo Scarfoglio, dal quale ebbe quattro figli.
Fondò con lui Il Corriere di Roma e poi passò al Corriere di Napoli, infine diede vita al quotidiano Il Mattino.
Separatasi dal marito nel 1902, fondò Il Giorno, che diresse fino al 1927, anno della sua morte. Scrisse molti romanzi di stile tardo romantico-verista, tra i più famosi: Il ventre di Napoli Il paese di Cuccagna.

Curiosità, anche per la sua tragica fine, suscitò la figura di:

– EVELINA CATTERMOLE MANCINI (1849-1896), fiorentina di padre scozzese, che, dopo una vita travagliata da amori burrascosi, fu assassinata dall’uomo col quale conviveva.
Con lo pseudonimo di CONTESSA LARA scrisse una raccolta di Versi (1883), che ebbe notevole successo.
Nel suo stile già si avverte il segno del prossimo Decadentismo, specie per l’estetismo, per il gusto dell’esotico, dell’erotismo e dei simboli.
La sua è una poesia di confessione autobiografica, un diario confidenziale dell’animo femminile, come possiamo capire da questi versi:

Ed eccomi qui sola a udire ancora
Il lieve brontolio de’ tizzi ardenti;
Eccomi ad aspettarlo: è uscito or ora
Canticchiando co’l sigaro tra i denti

Gravi faccende lo chiamavan fuora:
Gli amici, a ‘l giuoco de le carte intenti
Od un soprano che di vezzi infiora
D’una storpiata melodia gli accenti.

E per questo riman da me diviso
Fin che la mezzanotte o il tocco suona
A l’orologio d’una chiesa accanto.

Poi torna allegro, m’accarezza il viso,
e mi domanda se son stata buona,,
senza nemmeno sospettar che ho pianto.

Sentite e semplici sono però le parole d’amore di questi versi:

Una lanterna giapponese accende
d’un vermiglio riverbero i ricami
del grande arazzo, ove un guerrier discende,
tutto d’oro, d’un loto alto fra i rami.

Qui sono i versi suoi dentro uno scrigno
niellato da un mastro fiorentino,
e in una coppa a cui si avvolge un cigno
ho un suo mazzo di rose a me vicino.

Ma le strofe che han musica d’amore
quale non l’udì mai regina in soglio,
le rose che de’ suoi baci hanno odore,
non mi bastano più: lui solo voglio…

 

Una vena più fortemente realistica, che spazza via il vecchio luogo comune che vede nelle poetesse solo la languida, intima effusione del sentimento, la troviamo in

– VITTORIA AGANOOR POMPILJ (1855-1910), padovana di origine armena.
Essa ritrasse la passione amorosa senza una vera partecipazione emotiva, ma come schema convenzionale di relazioni umane, come studio di comportamento sociale, per una sua curiosità astratta ed intellettuale relativa al rapporto tra individuo ed individuo. Questa autrice arriva a pensare che vi sia una sorta di incomunicabilità tra gli esseri umani
Prendiamo ad esempio una poesia dove evoca i suoi cari:

O morti, dite una parola, dite
Una parola!…Con l’orecchio io tendo
Tutta l’anima mia…Passa una nube
E l’erba trema…Oh certo voi m’udite,
mi parlate…e son io che non v’intendo.

Oppure la poesia Dialogo:

Noi parliamo, ma so io
quel che pensate
veramente? E voi sapete
quello ch’io penso?
Van le parole e un sottile velo di riso
Spesso ne maschera il senso

 

Una famosissima scrittrice verista di questo periodo è stata:

– GRAZIA DELEDDA (1871-1936), di Nuoro. Le sue opere ebbero grande risonanza per l’attenzione e l’appassionata rievocazione del suo ambiente regionale.
Nel 1927 ricevette il Premio Nobel per la letteratura.
Ricordiamo tra i suoi più noti romanzi: Canne al VentoCosimaMarianna Sirca Elias Porolu.

Di scarso rilievo è l’opera della scrittrice:

– ANNIE VIVANTI (1868-1942), nata a Londra da padre italiano Ella viene ricordata anche perché fu allieva (molto amata) di Giosuè Carducci, che fece la prefazione ad una sua raccolta di versi Lirica, edita nel 1890.
Ebbe comunque maggiore fortuna come scrittrice di romanzi (I divoratoriVae VictisMea culpa; ecc) che per i suoi versi. Il suo stile, dicono i critici, è venato di un sentimentalismo abbastanza convenzionale.

Tra i poeti cosiddetti Crepuscolari troviamo :

– AMALIA GUGLIELMINETTI (Torino 1881-1941), famosa anche per la lunga relazione con il poeta Guido Gozzano. Le loro Lettere d’amore furono pubblicate postume nel 1951.
Essa risentì molto nei suoi versi dei moduli dannunziani.
Scrisse poesie di una sensualità inquieta (Le vergini folliL’insonneI serpenti di Medusa) e romanzi con eroine travolte da passioni sconvolgenti. Scrisse anche qualche testo per il teatro.

Sera di vento

Dolce salire nella chiara sera
sola col vento che m’abbraccia, folle
più d’ogni amor, la strada erta del colle
fra un presagio lontan di primavera

Dolce, s’io pur di un’ironia leggera
mi punga, come chi desto da un molle
sogno, se quasi già dolersi volle,
ride di sua stoltezza passeggiera.

O breve inganno, io ben di te mi spoglio.
Fatta serena, del destino il gioco
senza umiltà io seguo e senza orgoglio.

Ma mi figuro d’avanzar guardinga
E curiosa per gioir fra poco
d’altra menzogna bella di lusinga.

 

http://www.accademia-alfieri.it/

 


Alda Merini


Le Donne nella Storia Letteraria Italiana (Parte II)

di Gioia Guarducci

tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della “Accademia V.Alfieri” di Firenze

– TERRACINA LAURA (circa 1519-1577), nobile napoletana, verseggiatrice feconda, se pure non originale. Seguì, come le altre, i moduli petrarcheschi. Scrisse le Rime, poesia dai forti accenti morali e religiosi.
Famoso fu all’epoca il suo Discorso sopra il principio di tutti i canti d’ Orlando Furioso (1550).
Di lei non ho trovato riportata nessuna poesia.

– ISABELLA DI MORRA (1520-1548) poetessa lucana. Si conosce la sua breve e tragica esistenza, ma solo poche poesie.
Figlia del feudatario della valle del Sinni che la lasciò, dopo che venne esiliato in Francia, affidata alle cure dei fratelli. Nella solitudine del castello paterno compose versi che esprimono profonda amarezza e solitudine. Strinse una relazione amorosa, con la complicità del precettore, con il poeta, nobile spagnolo Diego De Castro, che aveva un possedimento confinante col suo. Scoperta la vicenda, i fratelli uccisero lei, il precettore e infine il nobile amante.
Nel suo breve canzoniere che, va oltre l’imitazione del Petrarca, i critici hanno avvertito qualcosa di più di “una grezza testimonianza autobiografica” ed hanno messo in rilievo il suo senso accorato e malinconico della vita unito ad un accento poetico nuovo.

Da un alto monte ove si scorge il mare
miro sovent’ io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare ( legno spalmato: nave)
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia avversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma di pietà rubella ( rubella: nemica )
la salda speme in pianto fa mutare.:

ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l’infelice lito)
che l’onde fenda, o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

– CHIARA MATRAINI, lucchese nata nel 1514 e vissuta fin quasi alla fine del secolo, di cui si dice soltanto che scrisse rime petrarchesche di carattere amoroso.

– LAURA BATTIFERRI AMMANNATI (1523-1589) urbinate, moglie dello scultore Bernardo, che ha lasciato un Epistolario indirizzato al letterato Benedetto Varchi e le Rimedi ispirazione idillica o religiosa.

Maggiore importanza viene attribuita a

– GASPARA STAMPA, padovana (1523-1554), la quale ad otto anni, morto il padre, si trasferì a Venezia con la madre, la sorella e il fratello Baldassare (anch’egli poeta). Benché di modeste origini, si inserì bene nell’ambiente mondano della città.
Fu apprezzata cantante e poetessa (ella si dette il nome poetico di “Anassilla”, dall’Anaxus, nome latino del fiume Piave, che scorreva presso le terre del suo grande amore, il conte di Collalto). Forse fu anche “cortigiana onorata”, cioè cortigiana di alto rango culturale ed intellettuale.
Aveva venticinque anni quando conobbe il conte Collaltino di Collalto, con cui ebbe una accesa storia d’amore, durata circa tre anni. Per lui scrisse gran parte della rime del Canzoniere.
Ebbe successivamente altri amori e al Canzoniere affidò come ad una sorta di diario intimo, i suoi stati d’animo, e i moti segreti del cuore, non come grezza confessione, ma sapientemente sfumati, secondo i canoni poetici dell’epoca.
I critici del Romanticismo, forse anche per la sua morte precoce (aveva solo 31 anni), la giudicarono quasi una seconda Saffo, ma della poetessa greca non ebbe né la forza né la carica drammatica. Essa scrisse seguendo la moda del tempo, secondo il corrente gusto petrarchesco e rinascimentale. La sua lirica amorosa, pur ricca di effusione sentimentale, è troppo aggraziata e morbida, priva di un passionale trasporto.
La natura musicale di questa poetessa è evidente in tutti i suoi versi, che hanno infatti la facile orecchiabilità dei canti popolari.
Rotta la relazione con il Collalto, seppe descrivere con lieve grazia gli effetti del nuovo amore per Bartolomeo Zen, come possiamo leggere nel sonetto che segue:

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale ( strano animale: la fenice)
che vive e spira nel medesmo loco.

Le mie delizie son tutte e ‘l mio gioco
viver ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

Appena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti dell’arder mio pago e contento.

Nel nuovo amore c’è una languida tenerezza, ma il tormento drammatico è lontano dall’anima della poetessa padovana.
Aggraziato è anche il sonetto che segue, in cui si rievoca, in una visione elegiaca, la notte d’amore appena trascorsa. Troviamo riproposti elementi manieristici, quali il riferimento al mito antico in cui Giove, per godere più a lungo l’amore di Alcmena, allungò la durata della notte.

O notte, a me più cara e più beata
che i più beati giorni ed i più chiari,
notte degna da’ primi e da’ più rari
ingegni esser, non pur da me, lodata;

tu delle gioie mie sola sei stata
fida ministra; tu tutti gli amari
de la mia vita hai fatto dolci e cari,
resomi in braccio lui che m’ha legata.

Sol mi mancò che non venni allora
la fortunata Alcmena, a cui sté tanto
più che l’usato a ritornar l’aurora.

Pur così bene io non potrò mai tanto
Dir di te, notte candida, ch’ ancora
Da la materia non sia vinto il canto.

Verso la fine del secolo, quando all’imitazione petrarchesca si sostituì una poesia che cercava di aprirsi, pur tra tante sovrastrutture di maniera, ad aspetti più realistici, troviamo la cortigiana veneziana

– VERONICA FRANCO (1546-1591), cortigiana di grande intelligenza e buona cultura. Intrattenne numerose relazioni con nobili e letterati del suo tempo. Di lei rimangono, oltre a un gruppo di sonetti, le Terze rime e le Lettere familiari a diversi.
Il Tintoretto dipinse un suo ritratto e si dice che Enrico di Valois, prima di tornare a Parigi, per essere incoronato re di Francia col nome di Enrico III, si fermasse a Venezia proprio per esserle presentato.
Le Terze Rime si possono definire lettere in versi sui più svariati argomenti, ma soprattutto sull’amore, sulla gelosia, sul ricordo di luoghi cari all’autrice, come Venezia o la campagna di Fumane nella Valpolicella.
Lo stile della poetessa è decoroso, non convenzionale e, nella confessione dei suoi amori, venato da una schietta sensualità .
Audaci dovettero sembrare ai suoi contemporanei parole come quelle della poesia che segue:

Certe proprietadi in me nascose
vi scovrirò d’infinita dolcezza,
che prosa o versi altrui mai non espose…
Così dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sì che quel, che strettissimo parea,
nodo dell’altrui amor divien più stretto.

( proprietadi: proprietà)

Le terzine sotto riportate sono sempre tratte dalle Terze Rime e parlano del sentimento di quieta amicizia per l’uomo un tempo amato che torna dopo molti anni :

Del mio passato amor dalla potenza
queste faville in me sono rimaste,
più temperate e di minor fervenza;
da queste accesa, le mie voglie caste
in quella guisa propria di voi formo,
che ‘l santo amor a circonscriver baste.
In amicizia il folle amor trasformo,
e, pensando alle vostre immense doti,
per imitarvi l’animo riformo;
e, se ‘n ciò i miei pensier vi fosser noti,
i moderati onesti miei desiri
non lascereste andar d’effetto vuoti.

Proprio alla fine del secolo, quando era nell’aria già un presentimento del gusto barocco, ci imbattiamo in una autrice di favole pastorali, che venivano rappresentate in teatro:

– LAURA GUIDICCIONI, lucchese (1550-1599) moglie del compositore Lucchesini, visse a Firenze alla corte dei Medici. Amica del musicista E. de’ Cavalieri compose sulla sua musica (tra il 1590 e il 1595) il Satiro e la Disperazione di Fileno.

Squarci realistici si ritrovano nelle rime di una poetessa padovana che fu anche una famosa attrice di teatro:

– ISABELLA ANDREINI (1562-1604), la quale intrattenne rapporti con i maggiori letterati dell’epoca come il Tasso, il Marino, il Chiabrera.
Purtroppo non ho trovato nessun testo che riportasse i suoi versi.

Se il Rinascimento aveva affermato la libertà dell’individuo, il secolo successivo riafferma, sotto la forma appariscente e fastosa, una disciplina tutta formalistica.

Nel Seicento, infatti, in ogni genere letterario si accentua la fissità delle regole, si esaspera il formalismo e il precettismo, che mascherano l’inerzia del pensiero. Di questo secolo Leopardi disse :”L’Italia ebbe allora versi senza poesia”.

Migliaia di versi e nessun vero poeta. Antesignano di quest’epoca è il Marino, il quale asseriva:

E’ del poeta il fin, la meraviglia;
chi non sa far stupir vada alla striglia.

In questo secolo scarsa è la presenza di nomi femminili nella nostra Letteratura, infatti troviamo citate solamente:

– LUCREZIA MARINELLA, poetessa appartenente ad una nobile famiglia veneziana che scrisse in versi e in prosa. Di lei si ricorda in particolare un poema epico-religioso sulla IV Crociata, dal titolo Enrico ovvero Bisanzio acquistato.

– MARGHERITA SARROCCHI, colta poetessa napoletana (morta a Roma nel 1618), che dapprima fu amica di G.B.Marino e poi lo criticò per i suoi canoni poetici. Donna di viva intelligenza, difese nei suoi scritti le tesi di Galileo Galilei.
Scrisse in italiano e in latino, di lei si citano le Lettere e un poema Scanderbeide, pubblicato postumo nel 1623.

http://www.accademia-alfieri.it/


Le Donne nella Storia Letteraria Italiana (Parte I)

di Gioia Guarducci

tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della “Accademia V.Alfieri” di Firenze

Nelle conversazioni tra amici, che, come me, si dilettano di letteratura, ci siamo spesso chiesti quanta parte abbia avuto la donna nella storia letteraria italiana dalle origini fino ai giorni nostri. Se andiamo con la mente ai ricordi scolastici dobbiamo constatare che pochissimi nomi femminili tornano alla memoria, anzi tra i “Grandi” proprio nessuno.
D’altronde, in epoche in cui (salvo poche classi privilegiate) si faticava a mettere insieme il pranzo con la cena, la cultura o anche il solo saper “leggere e scrivere” era patrimonio di pochi uomini, e dico proprio “uomini” perché alle donne, eccetto rare eccezioni, non veniva fornita una educazione letteraria.

Ciò nonostante mi sono accinta, per pura curiosità intellettuale, a sfogliare con puntigliosa diligenza sia la Storia della Letteratura Italiana sia le più usate Antologie dei nostri Licei.
Vuoi vedere, mi sono detta, che non si trovi almeno tra gli autori “minori” qualche nome femminile?
Invece proprio all’inizio della mia ricerca, per buon viatico, mi sono imbattuta in un testo del XII secolo, molto diffuso all’epoca, dall’emblematico titolo “Proverbi sulla natura delle donne“.
E’ questo un poemetto (in quartine monorime di versi alessandrini) che, con intento didascalico e accusatorio, getta discredito su tutte quante le donne, da Eva alla Marchesa di Monferrato, non risparmiando fanciulle o maritate e neppure … le monache!
Il tono intimidatorio usato dall’autore non favoriva all’epoca qualche poveretta, che avesse avuto in animo di metter mano alla penna!
Proseguendo nella mia indagine ho visto che i primi documenti in lingua italiana trattano di argomenti, che forse poco si addicevano all’indole femminile: poemi di natura allegorica o didascalica, poemi epici, invettive politiche, canti goliardici.
Ci sono anche inni o laudi di carattere religioso, ma forse se qualche donna pur ne avesse composti non avrebbe trovato il coraggio, né il modo di pubblicizzarli.

La poesia d’amore, tema più congeniale all’animo femminile, ebbe inizio in Italia su imitazione della poesia Provenzale ed acquisì vera indipendenza letteraria con i poeti della Scuola Siciliana.
Mentre, però, in Provenza la presenza di poetesse non è del tutto ignota, qui da noi non se ne trova traccia.

Unica eccezione, nel 1200, si ha con una poetessa fiorentina, che conosciamo sotto lo pseudonimo di:

– COMPIUTA DONZELLA (Significativo è l’uso di un nome d’arte in un’epoca in cui nessun poeta riteneva opportuno di doversi celare!).
Di lei, vissuta nel XIII secolo, rimangono solo tre aggraziati sonetti di stile siciliano-provenzaleggiante.
Il più noto dei tre è il seguente:

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tutti i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun tragges’ inanti,
ed ogni damigella in gioi’ dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore

ed io di ciò non ho disio né voglia,
e in gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Di questi versi il critico A. Momigliano dice: “L’ultima terzina è di una sobrietà da vero poeta; e tutto il sonetto adombra in poche linee di misurata tristezza il dramma di un’anima raccolta e pensosa”.

Con l’avvento del Dolce Stil Novo, la donna crebbe d’importanza, non tanto come autrice di versi, ma in quanto simbolo di gentilezza e di virtù, sorgente di purificazione spirituale, mezzo per elevarsi fino a Dio.
In questa stessa epoca non mancarono comunque rimatori realistici, che attraverso versi di eredità giullaresca, ignorando il modello della “donna angelicata”, cantarono la donna fatta di carne ed ossa, l’amore fisico, il gioco da taverna e la febbre dei sensi.
Ad ogni modo è da allora che la donna, venerata come angelo o desiderata solo come oggetto di brama sensuale, entra in qualche modo nel mondo della poesia.

Dobbiamo, però, arrivare alla seconda metà del XIV secolo per trovare una presenza femminile tra gli autori di cui ci è stato tramandato il nome e l’opera.
Tra gli scrittori a carattere religioso spicca una giovane donna, destinata a esser presto canonizzata:

– CATERINA DA SIENA (1347-1380), con le LettereIl Dialogo della Divina Provvidenza.
Secondo la critica letteraria, però, questi scritti, pur pieni di fervore apostolico e di enfasi mistica, non raggiungono un vero valore letterario, non avendo né il tono distaccato della confessione poetica, né il rigore di un assunto filosofico.

Successivamente nel XV secolo, nella Firenze Medicea, troviamo tra gli scrittori di sacre rappresentazioni

– ANTONIA GIANNOTTI PULCI con la sua Santa Guglielma, un esempio di teatro devoto, in cui sono inseriti molti elementi romanzeschi.
Ella andò sposa nel 1470 a Bernardo, fratello del poeta Luigi Pulci, autore del famoso poema eroicomico Morgante. E’ quindi lecito supporre che la sua notorietà sia dovuta almeno in parte al fatto di essere una nobile fiorentina con libero accesso alla corte di Lorenzo il Magnifico.

Sempre del XV secolo è:

– ALESSANDRA MACINGHI STROZZI ( Firenze 1407-1471), vedova di Matteo, nobile del casato degli Strozzi, che fu esiliato con i figli per ragioni politiche. Di lei, nel carteggio degli Strozzi, ora nell’Archivio di Stato di Firenze, sono state tramandate le Lettere ai figliuoli esuli. Queste sono lettere spontanee, scritte con l’immediatezza del parlare familiare, piene di buoni sentimenti e di tenerezza, ma prive di un qualsivoglia intento letterario.

Agli inizi del secolo XVI viene citata:

– TULLIA D’ARAGONA (1508-1556), una cortigiana, che, nata a Roma, visse in varie città italiane. Di lei abbiamo eleganti Rime di ispirazione amorosa secondo i canoni petrarcheschi e l’opera Dialogo della infinità di amore. Quest’ultimo è da alcuni critici attribuito a Benedetto Varchi, (forse perché scritto troppo bene per essere opera di una donna?)

Nel 1559 Ludovico Domenichi pubblica a Lucca il libro “Rime diverse di alcune nobilissime e virtuosissime donne“. Questo avvenimento ci fa capire che, in un’epoca divenuta più colta e più libera, molte furono le donne, che coltivarono la poesia.

La critica letteraria non è, devo dire, molto favorevole nel giudicarle, almeno secondo il giudizio di studiosi come il nostro contemporaneo Natalino Sapegno, che scrive testualmente: “All’insegnamento petrarchesco si attengono come ad utile freno, pur nella loro naturale tendenza all’effusione immediata e disordinata del sentimento, le moltissime rimatrici del tempo”.

Penso, comunque, sia doveroso ricordare qui i nomi delle poetesse, che ho trovato riportati nei libri di letteratura ad uso delle scuole:

– BARBARA TORELLI STROZZI (1475-1533), gentildonna parmense, cui viene attribuito un unico sonetto sulla morte del secondo marito Ercole Strozzi, assassinato pochi giorni dopo le nozze. E’ un sonetto molto ammirato per il vigore realistico, tuttavia, proprio per questo, recentemente la critica lo ha attribuito al poeta ferrarese Girolamo Baruffaldi.

– VERONICA GAMBARA (1485-1551), contessa bresciana, che andò sposa a Gilberto, signore di Correggio. Rimasta vedova a soli 28 anni resse con fermezza il governo del suo staterello.
Scrisse rime aderenti al linguaggio petrarchesco tutte dedicate al marito, sia prima che dopo la morte di lui. Di questa poetessa abbiamo sia sonetti che raffinate canzoni, che raramente, dicono i critici, si elevano a vera altezza poetica, perché sono troppo ragionate.
Di lei leggiamo la seguente un’ottava:

Quando miro la terra ornata e bella
Di mille vaghi ed odorati fiori,
e che, come nel ciel luce ogni stella,
così splendono in lei vari colori,
ed ogni fiera solitaria e snella,
mossa da naturale istinto, fuori
de’ boschi uscendo e de l’antiche grotte,
va cercando il compagno e giorno e notte.

– VITTORIA COLONNA, romana (1490-1547), che fu moglie del Marchese di Pescara. Rimasta presto vedova, visse un’intensa esperienza religiosa. Fu legata da amicizia con artisti del tempo, quali Michelangiolo e il poeta Galeazzo Tarsia. Scrisse anche lei rime di gusto petrarchesco con un linguaggio elegante, ma senza un vero abbandono poetico.
Del suo Canzoniere si trascrive questo sonetto:

A quale strazio la mia vita adduce
Amor, che oscuro il chiaro sol mi rende,
e nel mio petto al suo apparire accende
maggior desio della mia vaga luce.

Tutto il bel che natura a noi produce,
che tanto aggrada a chi men vede e intende,
più di pace mi toglie e sì m’offende,
ch’a più caldi sospir mi riconduce.

Se verde prato e se fior vari miro,
priva d’ogni speranza trema l’alma:
che rinverde il pensier del suo bel frutto

che morte svelse. A lui la grave salma
tolse un dolce e brevissimo sospiro,
e a me lasciò l’amaro eterno lutto.

– FRANCESCA TURRINI BUFALINI, umbra di Città di Castello, (XVI sec.) di lei scarse sono le notizie sulla vita. Scrittrice di buona cultura, compose poesie sacre e delicate liriche petrarchesche, che rievocano i suoi affetti e la quiete di un’esistenza serena. I suoi versi vennero pubblicati a Roma nel 1595 e a Città di Castello nel 1608.
Suo è il seguente sonetto:

Cara, fida, secreta cameretta,
in cui passai dolente i miei verd’anni,
da cui la notte e ‘l dì piansi i miei danni,
mentre in te mi vedea chiusa e soletta;

quanto in ogni stagion fosti diletta,
alternando a me stessa i fregi e i panni,
ed a’ vari pensier spiegando i vanni ( i vanni: le ali)
o sonando e leggendo opera eletta!

Or con trapunti il giorno iva passando,
or con le Muse al fonte d’ Elicona,
ponendo in tutto ogn’altra cura in bando.

Ché a questo ogn’altro ben non paragona,
né dolcezza è maggiore di quella, quando
con lor dove si canta e si ragiona.


http://www.accademia-alfieri.it/


The luxury di Emily Dickinson

The luxury to apprehend

The luxury ‘twould be

To look at theee a single time

An Epicure of Me

 

In Whatsoever precence makes,

Till for a further

Food I scarcely recollect to starve

So first am I supplied –

 

The luxury to meditate

The luxury it was

To banquet on thy Countenance

A Sumptuousness bestows

On plainer Days, whose Table far

As Certainty can see

Is laden with a single Crumb

The Consciousness of Thee.

 

Il piacere d’immaginare

Il piacere che sarebbe

Guardarti una sola volta

Fa di me una Epicurea

 

in presenza di Chiunque,

Finchè di altro cibo

Ricordo appena di aver bisogno

Tanto bene sono stata nutrita

 

Il Piacere di ripensare

Il Piacere che fu

Banchettare sul tuo Volto

Conferisce una sontuosità

Ai giorni quotidiani, la cui Tavola

Fin dove la Certezza può vedere

E’ imbandita di una sola Briciola

La Coscienza di Te

 


Elisabeth Gibbons


Rosa (via Ricomincio da qui)

Rosa Le donne sono come fiori: se cerchi di aprirli con la forza, i petali ti restano in mano e il fiore muore. Perche’ solamente con il calore si schiudono. E l’amore e la tenerezza insieme sono il sole per una donna. Avrei dovuto semplicemente amarla. Poi sarebbe stato tutto naturale. Perche’ una donna quando si sente amata, si apre e da’ tutto il suo mondo.   ( Fabio Volo )   … Read More

via Ricomincio da qui


Sentieri di carta

Rinnovo la convinzione e l’impegno nel promuovere la funzione pedagogica del libro.”La mia personale utopia resta quella di un lettore come <individuo> il quale non è letterato dai gusti sofisticati, ma il lettore disperso nella folla anonima… Una democrazia letteraria è reale quando i lettori sanno badare a se stessi, senza farsi troppo influenzare… Penso a un lettore ideale, che a tratti sia non solo trasformato ma perfino <disturbato> dai libri che legge…esposto al contagio a volte pericoloso dei libri, a una specie di jet-lag della lettura...” (La Porta,p.125)
C’è un tempo per ogni libro e ogni libro aiuta a leggere i tempi di ciascuno. La conoscenza di sé si esprime anche attraverso la parola pensata, donata, condivisa, agita e ri-pensata. Lettori e lettrici scambiano pensieri, dubbi, riflessioni attraverso l’esperienza che ciascuno/a sviluppa con il libro. Che cosa leggiamo, ma anche come leggiamo, che senso ha per ogni persona proprio quel testo che sceglie o da cui si fa scegliere? Leggiamo per noi stessi, per l’altro, per nessuno, per niente. Leggere è innamoramento, autorivelazione, epifania, seduzione, memoria, strumento di ricerca, curiosità, sfogo, vocazione, delusione, trasferimento di conoscenza. “Sentì che era venuto il momento di portare tutto alla luce e di metterlo assieme e, ove fosse stato necessario, di guardare a se stesso con gli occhi di lei, di parlare di se stesso con la voce di lei e di chiunque altro avesse avuto un ruolo in quello che era accaduto” (Ongaro,p.41). Scopriamo il piacere e la bellezza di leggere anche ascoltando chi legge. La lettura non può essere soltanto un atto solitario, ma un “fatto” della comunità, una res publica, una azione-verso-qualcuno/qualcosa. Il libro si curva, si presta, si offre, mai perdendosi nelle numerose versioni che ogni lettore dichiara. Il significato del testo viene esaltato dalla condivisione nel gruppo e dall’applicazione diretta nella quotidianità di ciascuno. Non esistono posti giusti e, quindi, letture giuste, ma il posto, il tempo e il libro sono hic et nunc, qui e ora, adesso, con le persone intervenute, nella Libreria del Teatro o al Dreaming Day Spa o, semplicemente, per strada: “Un camionista passa troppe ore a pensare, non è facile. C’era chi cercava di non avere mai la mente sgombra, si attaccavano alla ricetrasmittente…Pezzi d’uomo come torri, gente con anni di esperienza sulle spalle, che non riuscivano a stare con se stessi nemmeno un istante.“(Giménez-Bartlett,p.21). Il libro, in definitiva, come creatore di senso, come pretesto per fare-comunità, per creare rivoli di solidarietà, per cucire fra loro reti virtuose di persone differenti. Attraverso la storia del libro, si raccontano, in fondo, le storie personali. Crediamo di poter coinvolgere ancora scrittori/rici e lettori/rici sempre più numerosi rientrando nelle reti e nei circuiti associativi. La proposta per ogni persona:leggere il testo proposto; discutere insieme riprendendo le tematiche degli scritti meno recenti dell’Autore/trice, avviare e condividere le ragioni per cui il libro ha aiutato il personale percorso di consapevolezza e, infine, quando è possibile invitare l’autore/trice per ascoltare e confrontare i cammini di crescita.L’intento è costituire gruppi aperti dove ciascuno può entrare ed uscire, esserci più o meno attivamente, coinvolto nella lettura o curioso di passaggio, sedotto dalla novità o perplesso per la proposta.


Donna, Donnae