“I libri si rispettano usandoli.” U. Eco

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Velo a coprire le spalle


Carmelo Bene


Marta Abba e Luigi Pirandello

Tra le opere di Leonardo Sciascia, forse meno note, c’è un Alfabeto Pirandelliano in cui figurano due voci, “Marta Abba” e “Eva”.  In “Eva” si racconta di un’opera a cui Pirandello aveva pensato e che non scrisse, salvo poi trasfondere certi temi ne La Nuova Colonia. L’opera non scritta è Adamo ed Eva, “storia tra mitica e umoristica d’un ricominciamento della vita umana dal nulla: di un uomo e una donna soli  sulla  Terra,  ma  non  i  primi  abitanti  di  essa,  bensì  gli  ultimi,  scampati  a  una  imprevedibile catastrofe”. Afferma Sciascia che in questa favola: “non si può dire che (Pirandello) sfugga al pregiudizio della ‘donna madre’, della ‘donna istinto’ della sacertà della donna in quanto portatrice e custodia di vita. È quando esce dal mito e guarda la donna dentro la società, dentro la famiglia, vittima appunto di quel pregiudizio antico cui altri ne ha aggiunto l’infima borghesia (e quella siciliana in particolare) che Pirandello diventa, come oggi si direbbe, uno scrittore ‘femminista’ e possiamo anche dire il più femminista che la letteratura italiana annoveri. La sua trepida, dolorosa, angosciata attenzione sulla condizione della donna – dalle indelebili impressioni che certamente ne ebbe nell’infanzia, nell’adolescenza: a Girgenti e nella sua stessa famiglia – non ha incrinature, sfagli, contraddizioni. Lo scrittore è sempre dalla parte di lei. Da ciò, anche per un eccesso di rispetto, oltre che per un quasi schizofrenico pudore, la sua sensualità, che a volte la si sente ribollire come un magma sotterraneo, riceve una sorta di castigo, di – nel senso più proprio – ‘mortificazione’. Il gioco incrociato che anima tante opere di Pirandello, tra l’immagine che la donna riflette del personaggio e l’immagine di sé che egli vede attraverso di lei, muta il dissidio apparente, esteriore, psicologico, tra uomo e donna, in una dinamica dell’inconscio. La separazione fra uomo e donna riproduce sempre una forma eterna di alienazione e dolore. All’occhio reale e metaforico della donna, al suo coraggio di guardare, alla sua perspicacia, alla sua intuizione, alla sua energia, alla profondità delle sue emozioni, all’ombra loro che essa evoca, gli uomini rivelano di sé più di quanto possano rivelare a se stessi. Il confronto con l’immagine femminile modifica lo spazio, incurva il tempo logico e continuato del pensiero nel tempo circolare e discontinuo dell’interiore e dissolve la differenza tra fantasia e realtà”.

Il primo incontro di Pirandello con la venticinquenne Marta Abba, nel febbraio del 1925, deve averlo lasciato certamente basito: quella giovane attrice era il ritratto fisico vivo di alcune fra le più inquietanti immagini femminili uscite dalla sua mente. Pirandello non solo le assicurerà una guida sostanziale, sollecita e persistente, ma soprattutto alimenterà in lei una sicurezza incrollabile, una fede, anzi, nelle sue capacità e nei suoi mezzi artistici, che l’avrebbe portata, alla fine, e sempre grazie alle cure del suo fedele mentore, a recitare nella tanto sognata America.

Pirandello allestisce La donna del mare nel 1926 non solo per dare modo alla sua prima attrice di esibirsi nella straordinaria parte di Ellida, ma soprattutto     per lanciare Marta quale nuova grande attrice italiana, erede ideale della Duse. Certo è che la recitazione di Marta era profondamente diversa da quella della Duse. Le sue interpretazioni avevano sconcertato i pubblici italiani, abituati a essere avvinti dal calore e dal sentimento delle prime attrici del tempo; sconcertati anche i critici che cercavano di mettere a fuoco i motivi dell’originalità delle sue interpretazioni, non sempre apprezzate per via di quei gesti «impetuosi» e «sovrabbondanti», che «sovraccaricavano la battuta»  e di un timbro vocale, che aveva affascinato l’esigente Marco Praga per la dolcezza e il calore  ma che a qualcuno trasmetteva la sensazione spiacevole dei «toni metallici», a qualcun altro, quello di una voce «strascicata, cantilenata, senza accortezza di gradazioni né di sfumature, senza vigore logico né lirico». La sua dizione appariva «troppo compiaciuta», «enfatica»: con cadenze che acquistavano «un’affettazione quasi dialettale, in quel tono che i vecchi lupi di palcoscenico chiamano birignao», così scriveva Alberto Cecchi nel 1931. Su un  aspetto  sembrano  essere  tutti  d’accordo:  Marta  affrontava  il  palcoscenico  in  modi  nuovi  e discontinui – molta foga e scarso controllo – recitando quasi sempre “sopra le righe”. «Non declamavo ma ero piena di slanci. – diceva invece di sé Marta Abba – Ero naturale. Moderna, ecco» . A partire dal 1929 Marta formerà delle compagnie che porteranno a risultati artistici non eccezionali e a disastrose conseguenze economiche, nonostante l’energica risolutezza con la quale Marta dirige i suoi attori, mentre Pirandello, come una “mosca senza capo”, passa da Berlino a Parigi a Londra, fermandosi per brevi periodi accanto a Marta,  ma solo se lei glielo permette. Le ultime opere di Pirandello sono  tutte scritte per Marta Abba, (Diana e la Tuda, L’amica delle mogli, Trovarsi, Come tu mi vuoi) e in esse cambia l’immagine della donna pirandelliana “che in altre opere precedenti è creatura d’istinto, indifesa, che  cerca  una  ragione  di  ‘sé  per  gli  altri’,  come  Ersilia  Drei  di  Vestire gli ignudi,  o  che  punta all’autodistruzione come la Figliastra, si intellettualizza e si complica


Feminine, l’alba del carteggio.

Quando la poesia ha iniziato a fruire nel carteggio….

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Extremo IO

A sensorial documentary film on the novel “IO” by TheCoevas


Letteratura e… eros: La critica sessuale e omosessuale

L’interesse per la sessualità dal punto di vista critico diventa importante in letteratura a partire dall’opera di Freud (1856-1939), il padre della psicanalisi. Riducendo all’osso le sue teorie, si può dire che l’aver individuato la forza della libido come principale motore della vita ha provocato un interesse particolare per la sfera della sessualità nell’uomo, soprattutto nei suoi aspetti normalmente censurati: sessualità nei bambini, omosessualità, desideri illeciti, ecc. La scoperta dell’inconscio e dei suoi meccanismi (censura, transfert, ecc) ha aperto così un enorme campo d’indagine per la psicologia e la medicina, ma ciò è vero anche per il campo letterario: dallo studio biografico degli autori, all’analisi dei rapporti tra i personaggi, all’interpretazione simbolica degli elementi testuali, si può dire che dopo Freud non esista critica che non faccia riferimento – diretto o indiretto -, anche solo per opposizione, alla sorprendente opera di Freud. Lo stesso Freud ha aperto la strada all’interpretazione psicanalitica in letteratura, con un’analisi del racconto tedesco Il mago sabbiolino [Der Sandmann, 1816] di E. T. A. Hoffmann, nel suo saggio del 1919 Il perturbante [Das Unheimlich]. Egli ha anche analizzato alcuni miti, primo fra tutti quello di Edipo, dandone la famosa interpretazione secondo quello che è passato alla storia come il complesso di Edipo.

La fortuna della critica letteraria di stampo freudiano ha dato vita a numerose scuole e numerose tendenze, di cui sarebbe impossibile dare un’idea in un breve articolo come questo. Prima di passare oltre, tuttavia, vogliamo dare qui di seguito un esempio di come funzioni la critica “freudiana”… applicata alla favola di Cappuccetto Rosso (in questo caso si tratta del lavoro di Erich Fromm, che comunque si discosta dalle tesi di Freud per molti aspetti).

     La maggior parte del simbolismo contenuto in questa favola può essere compreso senza difficoltà. Il cappuccetto di velluto rosso è un simbolo delle mestruazioni. La ragazzina di cui ascoltiamo le avventure è diventata una donna matura e si trova ora di fronte al problema del sesso.

     L’ammonimento di non allontanarsi dal sentiero per non cadere e rompere la bottiglia è un chiaro avvertimento contro i pericoli del sesso e contro quelli di perdere la propria verginità.

[Erich Fromm, Il linguaggio dimenticato. La natura dei miti e dei sogni, Bompiani, 1994, p. 228. Ed. orig. The Forgotten Language, 1951]

Questo esempio è interessante sotto più aspetti: mostra chiaramente l’orientamento freudiano di interpretazione, non solo di testi letterari, ma anche di miti e sogni; si applica anche alla tradizione popolare, orale, come quella delle favole per bambini. Questo perché si avvale di elementi critici che trovano posto nel bagaglio culturale collettivo.

L’interpretazione freudiana della letteratura ha avuto molto successo in epoca moderna anche da parte di tutti i movimenti di rivendicazione come il femminismo (soprattutto anglo-americano e francese) e, più di recente, i movimenti gay. Per le femministe, la teoria freudiana ha aperto la strada all’interpretazione di numerosi testi (in alcuni casi dell’intera tradizione letteraria mondiale), sia scritti da uomini che scritti da donne, come una prova di subordinazione della donna ad una società fondamentalmente maschilista. È nata così tutta una serie di scuole di critica letteraria di stampo femminista. Ovviamente, tra le donne che per prime si sono interessate a problematiche sociali e psicologiche del genere, si poneva contemporaneamente il doppio problema della scrittura al femminile di fronte ad una tradizione di scrittori (quasi) esclusivamente maschile, e quello dell’interpretazione della suddetta tradizione con gli occhi e la sensibilità di una donna, cosciente della propria diversità rispetto alla tradizione, anch’essa esclusivamente maschile, della critica letteraria.

Allo stesso modo, la critica omosessuale nasce dall’opera di scrittori che, tra le righe, sotto la censura, hanno cercato di aprire alcune strade chiuse dalla mentalità sociale. Il pregiudizio sulle realtà sessuali diverse è stato sempre molto forte negli ultimi secoli. Ma accanto al tentativo di creare una letteratura aperta a certe problematiche, negli ultimi decenni è nato anche un tipo di critica attenta all’elemento omosessuale che, proprio come la critica femminista, si è posto il problema di considerare sotto una nuova luce gli scrittori omosessuali e si è posta il problema di costituire una critica omosessuale. Per la donna lesbica, due volte “censurata” per la sua natura prima femminile e poi omosessuale, questo ha significato porsi il problema della scrittura e, più in generale, della vita, da un punto di vista che prescinde dall’uomo, dalla cultura maschile. Nel suo importante saggio del 1929, A room of one’s own [Una stanza per sé], Virginia Woolf prende in considerazione il primo romanzo di una scrittrice che, ai suoi occhi, pone il lettore di fronte ad un legame lesbico, e afferma:

“Chloe amava Olivia,” leggo. E per la prima volta considero quale immenso cambiamento c’è qui. Chloe amava Olivia forse per la prima volta nella letteratura. […] Sono ora e per sempre madri e figlie. Ma quasi senza eccezione [le donne] sono sempre rappresentate nei loro rapporti con gli uomini. È strano pensare che tutte le grandi scrittrici di romanzi sono, fino all’età di Jane Austin, non soltanto viste con gli occhi dell’altro sesso, ma anche solo in relazione all’altro sesso.

 [Tradotto da: Virginia Woolf, A room of one’s own, The Hogarth Press, London, 1949, pp. 123-124]

Nei paesi nordeuropei e anglosassoni esistono anche delle vere e proprie case editrici gay, che pubblicano non solo opere di scrittori gay o opere attinenti all’omosessualità, ma anche compendi sui diritti gay, ecc. In Italia questo fenomeno è piuttosto nuovo, ma si registra già la nascita di case editrici quali Il dito e la luna, Zoe, Edizioni Libreria Croce ed Enola.


Marilyn Monroe a 50 anni dalla sua morte

 

Era la domenica del 5 agosto 1962, quando Marilyn Monroe fu trovata morta nella sua camera da letto della casa di Brentwood, a Los Angeles, sdraiata sul letto con il telefono in mano.

Il sogno universale degli uomini, il modello da imitare delle donne, se ne era andato così, senza preavviso, a soli 36 anni.

Le autorità competenti dissero che la morte dell’attrice era avvenuta per overdose da barbiturici e per probabile suicidio.

Ma le circostanze in cui morì questa donna, che in mezzo secolo ha mantenuto intatto il fascino, non sono mai state completamente chiarite.

Per molti la famosa star fu vittima di una cospirazione, che forse faceva capo al suo presunto amante, John F. Kennedy, il presidente Usa, a sua volta mito di quei tempi.

Unica e irripetibile, familiare come le nostre memorie, nello stesso tempo complessa e lontana come una stella distante, Marilyn, dopo 50 anni, da quella fatidica notte di agosto, in cui morì, è sempre viva nella memoria collettiva e nell’immaginario maschile.

Ancora oggi ci si chiede in cosa consistesse il fascino di questa attrice, che andava al di là della sua bellezza.

Dopo aver ispirato centinaia di libri, che su di lei è stato scritto di tutto, l’alone di mistero che circondava la fragile e bionda attrice rimane ancora inspiegabile, come inspiegabile sono l’attrazione e l’amore.

Ora come allora, Marilyn continua ad essere imitata, anche se, di fronte a lei, qualsiasi interpretazione appare una brutta copia, povera e non degna dell’originale.


Cure di bellezza nel Rinascimento

La cura del corpo è sempre stata una necessità dell’essere umano, e della donna in particolare, una necessità sia per sentirsi bene, sia per risaltare determinate parti del suo fisico, sia per attirare l’attenzione. In questo articolo Bianca Maria ci parla delle cure di bellezza durante il periodo rinascimentale.

Dobbiamo andare molto indietro nel tempo, fino al medico greco Ippocrate di Coo (460 a.C. – 377 a.C. circa) per scoprire i primi tentativi di formulare una teoria sulle malattie dell’uomo e quindi sulle cure da applicare. Ogni essere umano, secondo Ippocrate, era composto da quattro umori a cui corrispondevano altrettanti temperamenti, il cui equilibrio era essenziale alla salute umana. Raggiungere tale stato di equilibrio era compito del medico, utilizzando prodotti naturali, animali o minerali che potessero portare alla guarigione. Questa idea, sviluppata ulteriormente un secolo dopo da Empedocle, filosofo, poeta e scienziato, si basava sulla divisione degli elementi del creato in quattro parti, ognuna aventi proprie caratteristiche: il fuoco, caldo e secco; l’acqua, fredda e umida; le terra fredda e secca; l’aria calda e umida. Anche l’uomo era partecipe dei quattro elementi. Su questa base, pur estremamente riassunta, si svilupperanno in seguito la scienza medica e la cosmesi. Nonostante lo sviluppo della ricerca scientifica, ancora nel Seicento molti medici praticavano le cure di Ippocrate, che saranno poi completamente rigettate dalla moderna microbiologia.

Anche durante il Rinascimento si pensava che l’ordine estetico fosse orientato secondo quello cosmico. La bellezza del cosmo, le cui alte sfere celesti come il Sole e gli angeli rappresentavano la perfezione, serviva da modello per la bellezza corporea.

La teoria dei temperamenti rendeva diversi la donna e l’uomo. L’imperfezione femminile era causata dalla presunta umidità e freddezza, che ne causava anche la debolezza, la morbidezza, accompagnata dalla tendenza a ingrassare, dalla mancanza di peli, dalla pelle levigata. Gli organi sessuali nascosti erano a loro volta dovuti al freddo che restringeva ogni cosa. Anche i colori e le forme della donna provenivano dai liquidi fabbricati dai loro corpi. Le ragazze rosse erano cattive perché avevano umori viziati, mentre le bionde producevano umori deboli. Le brune invece erano più robuste e digerivano facilmente. Gli uomini erano caldi e secchi: calore e secchezza li rendevano vigorosi e solidi. Per questo sopportavano meglio il lavoro e la fatica; il calore causava l’abbondanza di peli, la pelle più ruvida, e metteva gli organi sessuali in evidenza.

Forse la pelle bianca, tanto ricercata dalle donne prima del XX secolo, era un simbolo ben accettato di questo stato di debolezza e fragilità, che allora costituiva una fonte di attrattiva. L’abitudine di sbiancarsi il viso era molto antica. Purtroppo la totale ignoranza della composizione chimica dei belletti usati causava un’infinità di guai: alla base di tali miscugli velenosi c’erano infatti il solfuro d’arsenico, detto anche orpimento (noto per il potere depilatorio), il mercurio, la biacca (un pigmento tossico a base di piombo), la calce viva (con cui si sbiancavano anche i denti), la cenere. Con l’uso continuativo la pelle si anneriva e deteriorava, mentre si sospettano alcuni casi di avvelenamento dovuto proprio a questi prodotti. Gli studiosi ad esempio, analizzando i resti di Agnès Sorel, favorita del re Carlo VII di Francia (1403 – 1461) hanno trovato importanti tracce di mercurio, non si sa bene se dovute ad un avvelenamento voluto, o all’uso di sostanze cosmetiche. L’orpimento era probabilmente utilizzato anche per depilarsi il cranio all’altezza delle orecchie, moda diffusa nella prima metà del Quattrocento e già segnalata da Iacopone da Todi (1233 – 1306) che la chiama “scortico”.

Le gentildonne del periodo si preparavano i cosmetici in casa. Ci sono rimasti vari ricettari dell’epoca in cui si mescolano usanze sane a curiose pratiche magiche. Diffusissima era la magia simpatica, basata sul concetto che “il simile attira il simile”. Così per ottenere la pelle bianca occorreva mescolare sostanze bianche come il bulbo del giglio, il guscio d’uovo, un piccione bianco distillato, la raschiatura d’avorio. Mentre il finocchio rendeva acuta la vista perché il suo nome ricordava “l’occhio fino”.

Caterina Sforza (1463-1509), figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, poi signora di Forlì e madre del capitano di ventura Giovanni Dalle Bande Nere, fu nota e ammiratissima in Italia per il suo coraggio e la sua cultura. Era una donna di straordinaria bellezza e temperamento. Occupatasi a lungo di erboristeria, medicina, cosmetica e alchimia, Caterina ci ha lasciato un libro di ricette e di procedimenti: gli Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlì. Composto da quattrocentosettantuno ricette che presentano rimedi per combattere le malattie e, più semplicemente, per preservare la bellezza del viso e del corpo, è ricco di formule contorte ed enigmatiche inventate dalla stessa Caterina che si dilettò per tutta la vita di veri e propri esperimenti chimici. Tra alcune prescrizioni però vi sono intuizioni moderne come l’uso del cloroformio per anestetizzare il malato durante gli interventi chirurgici.

Curare attentamente la propria bellezza era per lei un ideale di vita. Era considerata molto competente in campo cosmetico, e intrattenne una ricchissima corrispondenza al fine di scambiarsi segreti con medici, scienziati, speziali, nobildonne e fattucchiere.

La più famosa tra le ricette di Caterina è l’Acqua celeste. Come dice l’autrice, “questa acqua è de tanta virtù che li vecchi fa devenir giovani et se fosse in età di 85 anni lo farà devenir de aparentia de anni 35, fa de morto vivo cioè se al infermo morente metti in bocca un gozzo de ditta acqua, pur che inghiottisce, in spazio di 3 pater noster, ripiglierà fortezza et con l’aiuto de Dio guarirà.” L’acqua celeste, una sorta di tonico cutaneo, conteneva decine di ingredienti tra cui salvia, basilico, rosmarino, garofano, menta, noce moscata, sambuco, rose bianche e rosse, incenso, anice. Un’altra ricetta, le pezzette “de Levante”, serviva ad arrossare le guance ed era costituita da allume di rocca, calcina viva e brasile, ossia un legno tratto da un albero asiatico che tingeva in rosso brace e veniva usato anche per i tessuti. La calce viva, o ossido di calcio, ora utilizzata solo come materiale da costruzione, causava infatti un arrossamento della pelle. Si raccomandava di lavarla via dopo l’uso, quando cominciava a pizzicare, senza rendersi conto che il fenomeno era l’inizio di un pericoloso processo infiammatorio.


Manzoni e Leopardi: la donna in due icone dell’Ottocento

Quando s’inizia un discorso parlando di scrittori come Manzoni e Leopardi viene subito da pensare ad argomenti importanti dal punto di vista letterario e non. Qui si tratterà invece nel dettaglio una figura presente nelle opere dei due scrittori, quella della donna.

Anche se in entrambi gli autori la donna viene spesso “usata” per esprimere un’ideologia o un’emozione e non analizzata in sé, risulta lo stesso interessante notare le differenze tra due scrittori così conosciuti e vicini nel tempo.

  Partendo da Manzoni, è bene premettere che la figura della donna è spesso schiacciata dai significati, il più delle volte religiosi o ideologici, che essa incarna.

Esplorando la grande produzione del romanziere e poeta milanese, una delle prime donne di un certo rilievo che incontriamo è sicuramente Ermengarda nell’Adelchi.

Questa tragedia venne terminata nell’1821. Essa narra di fatti storici, leggermente variati dall’autore, riguardanti il conflitto tra i Longobardi del re Desiderio ed il Papato aiutato da Carlo Magno. Ermengarda è la sorella del protagonista Adelchi, nonché figlia del re Desiderio e, cosa più importante, la moglie ripudiata e innamorata di Carlo Magno. Proprio l’oltraggio del ripudio porterà il re longobardo a tentare di obbligare il Papato ad incoronare re i nipoti di Carlo, precedentemente allontanati dalla possibile successione. L’evolversi degli eventi porterà allo scoppiare della guerra fra Longobardi e Franchi con la finale vittoria dei secondi. L’importanza di Ermengarda riguarda prevalentemente l’atto quarto, dedicato totalmente a lei, nel quale la donna impazzisce alla notizia del nuovo matrimonio di Carlo perché ancora innamorata. L’importanza rivestita da questo avvenimento è da ritrovarsi nel significato che Manzoni dà alla successiva morte della donna. In essa lei, così come il fratello, troverà la pace cristiana, sicuramente importante per il cattolico Manzoni. Analizzando l’atto del delirio di Ermengarda si nota che esso è scatenato in un secondo momento, cioè dalla notizia del matrimonio di Carlo con Ildegarde, prima di questa la donna chiede di avere una morte cristiana e di inviare il suo perdono a Carlo per l’averla ripudiata. Dopo la notizia dello sposalizio emerge però tutta la carica romantico-passionale della donna e del suo legame col re franco. Questo “sfogo” emozionale viene a trovarsi dunque in una posizione di contrasto con la precedente volontà della morte cristiana, ella infatti pare ancora troppo legata all’“empia” forza dell’amore terreno per poter legarsi totalmente a Dio(essa rifiuta infatti l’invito della sorella a farsi monaca). Finito il delirio e sentendo sopraggiungere la morte, essa si rassegna e pensa alla sua morte cristiana, mantenendo però il conflitto ideologico fra passione e cristianità che sarà risanato nel coro successivo dall’autore. In esso Manzoni rivolge alla donna l’invito a lasciare le passioni terrene e darsi completamente a Dio, inoltre la sua morte viene spiegata tramite il concetto manzoniano della “provida sventura” secondo il quale la morte cristiana permetterà alla donna di sfuggire al destino riservato all’empio popolo dei Longobardi.

Quest’analisi mostra bene come a Manzoni non interessi molto analizzare la psicologia della figura femminile, anche se essa è comunque legata all’ideale romantico della passione, ma  mettere in risalto la “superiorità” del modo e della mentalità cristiana. Difatti la contraddizione passione/cristianità, messa in luce sia nell’atto che nel coro stesso, viene risolta in pieno favore della cristianità. Il tema letterario della “provida sventura” simboleggia infatti il concetto cristiano della provvidenza, che verrà ripreso più volte da Manzoni, mentre le passioni terrene della donna vengono definite come emozioni empie da tenere estranee al legame con Dio. Ermengarda, così come Adelchi, rappresenta insomma una contraddizione che serve all’autore per affermare che nel redimersi e nell’accettare la visione cristiana si può ottenere un riscatto ultraterreno. La particolarità della figura della donna rispetto a quella dell’uomo si trova nel fatto che, mentre nell’uomo prevale lo spirito razionale nel contrasto fra la bassezza della situazione sociale reale in cui si trova ad essere e il suo ideale di fratellanza e bontà, nella donna è invece la parte irrazionale della mente a determinare la contraddizione. La donna sembra essere vista dall’autore come portatrice di sentimenti istintuali e passionali ben più dell’uomo( quasi seguendo la traccia biblica di Adamo ed Eva).

La donna manzoniana, in quest’opera, si presenta come più romantica dell’uomo, che viene invece a porsi quesiti che paiono essere più “alti”, mentre la donna è dominata solo dalle sue passioni. Ed in effetti ciò è anche ben supportato dal fatto che Manzoni non deve giustificare la contraddizione(razionale) di Adelchi, mentre si vede costretto a farlo per quella(irrazionale e passionale) di Ermengarda.

Questa prima figura femminile, sebbene marginale e dominata dall’idea di cui Manzoni la veste, fa emergere una visione della donna che pare collocarla in una sfera inferiore, o forse più romantica, dell’uomo, che sembra essere simbolo di una ragione filosofica di stampo illuministico.

Procedendo nell’analisi della produzione manzoniana riguardo alla figura della donna si giunge ai “Promessi sposi”. In quest’opera emergono varie figure di donna, ma le due che più colpiscono il lettore sono sicuramente quelle di Lucia e Gertrude o “la monaca di Monza”.

Entrambi i personaggi acquisiscono importanza in relazione al sentimento religioso cristiano, così come era stato per Ermengarda. Ma in questo caso si nota una grande differenza tra le due, mentre la prima incarna valori, ideali propri di famiglia e chiesa, Gertrude viene rappresentata come una monaca peccatrice che ha trasgredito gli insegnamenti morali della religione, ma soprattutto il suo matrimonio con Dio.

Mentre nel resto dell’opera l’autore si sofferma su temi storici, sociali e politici, quando parla di Lucia e Gertrude egli porta un messaggio ideologico riguardante la sfera religiosa e non solo. Lucia è poi il personaggio in particolare più caro a Manzoni. Essa non solo si fa portatrice di valori religiosi traditi dalla sua “controparte” peccatrice Gertrude, ma è inoltre l’esempio della donna umile ma fortemente fiduciosa nella provvidenza e negli ideali di famiglia e bontà. A differenza di Ermengarda che viene travolta dagli eventi senza riuscire ad opporvisi con fermezza, ella non perde mai la retta via e la fede. Grazie a questa sua figura essa rappresenta quasi un faro per altri personaggi del romanzo(in particolare Renzo e l’Innominato). Ella si pone nel romanzo come un elemento di mediazione tra uomo e Dio, ben più di quanto non lo siano i rappresentanti del clero come Gertrude e Don Abbondio.La forte carica ideologica di Lucia porta però a compromettere la sua identità di personaggio, quasi riducendola ad un semplice ideale di “donna-angelo” che pare più giusto collocare in una sfera utopica che non in un romanzo sociale come sono i “Promessi Sposi”. In essa è annullato il conflitto tra passione terrena e cristianità perché la prima viene a mancare. Quindi, sebbene Lucia sia un personaggio, dal punto di vista di fedeltà all’insegnamento cristiano e di ideali “buoni”, più alto e nobile della precedente Ermengarda, essa ricalca comunque quella “funzione” della donna quale portatrice di un messaggio ideologico a scapito della sua stessa identità di personaggio romanzesco. Lucia possiede meno “libertà di azione” di Ermengarda o di Gertrude in quanto essa è ben più legata al suo stesso messaggio ideologico.

 Passando alla figura di Gertrude si potrebbe dire che lei è una Lucia “rovesciata”. La sua figura si trova per certi aspetti più vicina a quella della pagana Ermengarda che non a quella della cristiana Lucia, anche se non ci è dato sapere se essa, così come il personaggio dell’“Adelchi”, alla fine delle sue vicissitudini abbraccerà in pieno la cristianità. Essa si lascia sconvolgere dagli eventi subendoli fin dalla sua formazione infantile.Il messaggio cristiano non fa realmente presa e non è quindi realmente portato da lei in quanto essa lo assume controvoglia. La sua scelta cristiana è un obbligo che le viene dato dai suoi famigliari a cui ella non riesce a opporsi. Mentre Lucia appare come personaggio fermo e fiducioso nella provvidenza divina, ella è un personaggio rinunciatario e psicologicamente debole, che non mostra mai una vera e propria presa di posizione. Anche la figura di Gertrude è però funzionale all’autore: essa mostra a cosa porti il non accettare in pieno il messaggio cristiano e soprattutto il trasgredirlo. Il personaggio della monaca esce ideologicamente sconfitto da quello della donna di campagna, ma forse proprio per questo Gertrude mantiene una maggiore identità di personaggio romanzesco rispetto a Lucia.

Insomma, in Manzoni la figura della donna si vede schiacciata dal preponderante messaggio ideologico di cui l’autore la fa portatrice nel suo intento di cristianizzare la società. La vera identità della donna sembra non riuscire ad emergere e l’unico esempio”realistico” che resta è quello delle donne popolari dei Promessi sposi(Perpetua,Agnese) che contribuiscono a dare un piccolo affresco del mondo contadino dal quale Lucia si deve escludere per la sua troppo alta idealizzazione cristiana.    In Manzoni la donna appare come strumento per i fini ideologici in quanto essa è probabilmente vista come più emozionale e romantica della figura maschile(che si fa comunque portatrice di questi ideali come in Adelchi e fra Cristoforo) che  mantiene inoltre una maggiore identità letteraria rispetto alla schiacciata figura femminile.

Questo modo di fare della donna la portatrice del messaggio religioso non sarebbe probabilmente andato a genio al Leopardi più maturo che invece si distacca dalla mentalità cattolica, anche se nella sua produzione letteraria la figura della donna gode di ben poco rilievo, anzi, forse meno di quello che le dà il Manzoni. Difatti nel suo pensiero filosofico-pessimistico troviamo  poco spazio per l’analisi delle tipologie umane che anzi non vengono quasi considerate dall’autore. Come Manzoni egli utilizza i suoi personaggi per esprimere le sue idee ma anche, a differenza, i suoi sentimenti ed emozioni. Pur vivendo un’iniziale adesione al classicismo,nel quale ritroviamo anche una critica alla nascente cultura romantica, si avvicinerà gradualmente alla stessa ma mai in maniera totalitaria, anche se si avrà una più forte carica passionale solo nella parte più tarda della sua produzione.

La prima figura femminile che si incrocia nelle opere leopardiane potrebbe essere vista nella natura matrigna, anche se forse risulta un accostamento più forzato del dovuto e forse non realmente voluto dall’autore. Resta il fatto che in questa visione della natura come “nemica” dell’uomo si potrebbe leggere come una rinuncia alla passione amorosa derivante dal rapporto con la donna, ciò potrebbe anche essere dimostrato dalla sfortunata vita sentimentale di Leopardi. Inoltre non sono poche le poesie nelle quali Leopardi sembra diffidare delle illusioni create dal sentimento amoroso, si pensi dunque a componimenti quali “Aspasia”, “Alla sua donna”, “A se stesso”, nei quali l’illusione dell’amore si mostra in tutta la sua cruda realtà senza lasciare scampo all’uomo che può solo rimproverarsi e giurare a se stesso di non cadere più in tali tranelli. Stona lievemente con questo pensiero la poesia “Amore e Morte”(comunque precedente agli ultimi due componimenti sopraccitati) nella quale l’inganno dell’amore è comunque visto come una consolazione per l’uomo, insieme con la morte. Probabilmente questo contrasto è dato dal fatto che “Amore e Morte” rappresenta un invito agli uomini a vivere la passione amorosa a differenza dello stesso autore, incapace di assaporarla a pieno come avrebbe probabilmente voluto.

Collegato al concetto della natura matrigna è il tema del suicidio ricorrente in alcune poesie e nel pensiero leopardiano. A riguardo di questo tema troviamo un’altra figura femminile ne l’“Ultimo canto di Saffo”. La grande poetessa greca, vissuta nel VII-VI a.C., viene qui rappresentata nella bruttezza del suo aspetto fisico che la porta a maturare un sentimento di esclusione dall’armonia della natura, tratteggiando un parallelismo autobiografico con l’autore stesso.

La figura della poetessa travalica il senso di estraneità dal mondo naturale per farsi terreno di scontro tra il mondo dell’apparenza, che la limita nella bruttezza del suo aspetto, e quello della sensibilità interiore, che le fa cogliere la profondità di tale contrasto conducendola all’esasperato gesto del suicidio. Anche in questo caso, sebbene si parli di un personaggio di un certo spicco, la figura femminile serve all’autore per muovere una denuncia alle illusioni della vita e al destino beffardo che dona, in modo totalmente casuale, felicità e infelicità a uomini e donne.

Pare quindi che la scelta del personaggio di Saffo sia dettata, più che dalla volontà di poetare su di una figura femminile, dall’opportunità offerta dalla significativa vicenda della poetessa greca di riportare un esempio di conflitto esistenziale  che ben si adattava alla trattazione di una tematica cara a Leopardi.

Detto ciò la figura più di spicco, e conosciuta, di tutta la produzione leopardiana è sicuramente Silvia. Ma questo personaggio, come abbiamo analizzato nel precedente autore, non viene proposto con una sua vera identità di donna, ma come portatrice del concetto della caducità e della disillusione della vita. Si ripete in Leopardi ciò che accade anche nelle opere di Manzoni: la donna, per quanto idealizzata e importante per l’autore, finisce per vedere schiacciata la sua identità in nome di ciò di cui essa si deve far portatrice secondo le scelte dell’autore. Anche se in questo caso la “tirannide” del pensiero è meno evidente, anche per il sincero dispiacere di Leopardi per la precoce morte di Silvia, non si può comunque parlare di una vera analisi dell’universo femminile. Il poeta sceglie la donna come “pretesto” per parlare di altro. Viene a mancare il personaggio vero e proprio.

Anche nel caso leopardiano si potrebbe però dire che la donna viene scelta come portatrice di determinati concetti in quanto, probabilmente, ritenuta più emotiva e “irrazionale” dell’uomo. Ciò però non basta a dare una vera e propria inquadratura della donna in sé, ma la mantiene dipendente dal messaggio che porta e da cui è  soffocata.

In sostanza, per quanto Leopardi sia più legato a concetti romantici ed emotivi del romanziere Manzoni, nemmeno in lui si può parlare di una ben delineata figura di donna che possa in qualche modo inquadrare una sua visione del mondo femminile. In entrambi gli autori non esiste questa volontà di analisi anche dovuta alle loro idee e ai loro scopi. Il primo si fa portavoce di un messaggio di cambiamento politico e sociale, mentre il secondo esprime il proprio pensiero filosofico-pessimistico tramite la sua poesia. Non ritroviamo nessun’analisi della figura umana vera e propria ma quella della situazione socio-politica e quella dell’amarezza della vita.

In queste due grandi icone dell’800 si nota dunque, per quanto concerne la figura femminile, quello che potrebbe essere artisticamente definito come un prevalere del contenuto sulla forma. La donna non interessa come identità in sé, ma come portatrice di idee, messaggi o pensieri. Pare essere insomma una figura letterariamente marginale.


Per giocare BSDM in modo adeguato

La sicurezza

Fare attenzione – Spero che a questo punto sia chiaro che il BDSM non ha nulla di violento, di malato o morboso. E’ un gioco, ma come tutte le attività, può essere pericolosa. Ecco, adesso direte che in realtà è violento, visto che ci vogliono delle precauzioni, ma siete in errore. La sicurezza esiste sempre, quando attraversate una strada guardate prima che non arrivi una macchina (pericolo ma poco divertimento). E vogliamo parlare degli sport? Arrampicare, sciare, andare in bicicletta, sono tutti sport potenzialmente pericolosi ma con le adeguate protezioni si posso fare in sicurezza. Vediamo quindi quali sono i potenziali pericoli del BDSM

Parola di sicurezza – nel BDSM si cerca sempre di raggiungere i propri limiti e magari scoprire che si possono superare ma cosa fare quando si sono raggiunti? Come può fare il sottomesso a comunicare al Dominante che ciò che sta’ facendo gli causa vero dolore e che non e’ più piacevole? Se ad esempio il gioco vuole essere la simulazione di un rapimento, come può il rapito far capire che vuole essere veramente liberato e che i lamenti non fanno parte del gioco? Il metodo più sicuro è la “parola di sicurezza”, una parola che non avrebbe significato nella scena, come “cocomero”, “mela” o qualsiasi cosa vi venga in mente. Quando il sottomesso la pronuncia, il Dominante dovrà immediatamente terminare la sua attività e liberarlo, sciogliendolo se fisicamente legato o terminando la dominazione mentale (insulti, critiche, ecc.).

Questa pratica può essere molto frustrante per il Dominante, in quanto dovrà sospendere immediatamente una pratica piacevole, sarà quindi cura del sottomesso utilizzarla solo quando  la situazione sarà intollerabile. Danni al corpo – La parola di sicurezza potrebbe però non essere sufficiente, il sottomesso potrebbe non riconoscere i suoi limiti ed essere portato ad esagerare. Come al solito, tutta la responsabilità ricade sulle spalle del Dominante, sarà suo cura verificare che il sottomesso non subisca danni, anche contro la sua volontà. Non dimentichiamo che anche se è un gioco, andiamo ad agire sulle articolazioni, sulla circolazione sanguigna e sulle terminazioni nervosi. Non vorrei spaventarvi ma durante la sessione, se si esagera si può fare molto male al sottomesso ed in alcuni casi anche creare danni permanenti. Mai, mai ed ancora mai mettere legami intorno al collo.

Materiali

Cosa usare – in realtà l’unico limite e’ la fantasia, qualsiasi cosa si puo’ utilizzare per immobilizzare più o meno strettamente il sottomesso, vediamo i più frequenti.

Corda

Resta il materiale principe, esiste in tantissimi materiali e spessori, i giapponesi preferiscono quelle in canapa, gli americani quelli in cotone, generalmente gli europei quelle in nylon ma non è una regola fissa. C’e’ poi il problema dello spessore, troppo sottile puo’ tagliare la pelle, troppo spesso può essere difficile fare i nodi. Quello che deve essere la regola è la qualità, la canapa e’ un po’ troppo ruvida, il cotone molto morbido, il nylon e’ una via di mezzo. Però con canapa e cotone i nodi si stringono e possono essere difficili da sciogliere, mentre con il nylon è più difficile che succeda. Si possono usare quelle acquistate in ferramenta o quelle per i tendaggi. Sono comunque molto costose.

Catene

Anche questo e’ un materiale molto usato, se ci includiamo anche le manette. Più resistente delle corde, dà sensazioni che vengono descritte come molto più intense. Sono fredde al contatto, non cedono e sono pesanti. Sono più difficili da gestire delle corde, bisogna avere molta esperienza.

Foulard

Per un bondage “elegante”, possono essere un modo gentile per introdurre il partner. Non hanno l’aspetto “cattivo” di corde e catene ma sono adatte ad immobilizzare. Ne esistono di tante forme, colori e materiali. Gli americani preferiscono quelli in seta, ma il cotone va bene lo stesso. Il pericolo e’ lo stesso delle corde, i nodi si possono stringere e può essere difficile scioglierli senza tagliare.

Nastro adesivo

Utilizzato molto dagli americani, che hanno praticamente scorte inesauribili di quello argentato superforte. Lo sconsiglio perché è doloroso quando si toglie, lascia sulla pelle dei residui di adesivo che sono problematici da togliere. Inoltre la composizione della colla alle volte risulta irritante per le pelli sensibili.

Altri

L’elenco potrebbe continuare, citerò il Domopak (mummificazione), cinghie, cinture, fasce elastiche, filo elettrico (pericolosissimo, taglia la pelle), bendaggi da ospedale, lenzuola, in un film hanno usato la carta igienica (scarso effetto).

Selfbondage

La solitudine – Tutto quello che ho descritto fino ad ora vale ovviamente in un rapporto di coppia, ma non sempre le coppie sono così ben assortite o non sempre si vive un rapporto di coppia. Se si prova comunque il desiderio di essere legati, si possono utilizzare alcune tecniche, definite di self bondage, per applicarsi da soli i legami. Ovviamente è pericoloso, perché si assume contemporaneamente la figura sia del sottomesso che de dominante e quindi molta attenzione deve essere data alla sicurezza, anche a scapito delle sensazioni che si ricercano dall’essere immobilizzato.


I ruoli nel BSDM

Sopra, sotto o tutte due? – Nel BDSM abbiamo due ruoli complementari e contrapposti, Dominante e sottomesso. Tramite i ruoli si vivono le situazioni, i giochi, le proprio fantasie. Ovviamente i ruoli non devono essere necessariamente ‘fissi’. C’è chi si trova più a suo agio nel ruolo sottomesso e chi in quello Dominante, e anche chi prova eguale interesse in entrambi. Essendo i ruoli Dominante/sottomesso speculari ma contrapposti, per giungere ad un buon livello di soddisfazione occorre un certo approfondimento e quindi un adeguato periodo di tempo ed esperienze che consentano di conoscere ed apprezzare i livelli di piacere che esso comporta.

Per sperimentare un ruolo e farlo ‘proprio’ occorre tempo e dedizione, e soprattutto tanta voglia.

Lo scambio dei ruoli in un rapporto S/m, sia con partner diversi sia nell’ambito della stessa coppia può essere una variante piacevole e fruttuosa ed un completamento delle proprie capacità di soddisfare e soddisfarsi.

Tutto ciò fermo restando che per raggiungere livelli soddisfacenti nel calarsi in un ruolo occorre un certo tempo minimo per approfondirlo e farlo proprio.

Dominante

Chi impugna le redini – Il ruolo Dominante è prima di tutto Il Ruolo con le maiuscole. E’ il Dominante, uomo, donna o gruppo che sia, l’unico soggetto attivo nel rapporto. Da lui deriva ogni atto, per la sua soddisfazione è realizzata ogni situazione, dalla sua volontà si concretizza ogni momento del rapporto.

Assumere il ruolo di Dominante è sicuramente più complicato del suo speculare dominato. Il ruolo di Dominante difatti è quello direttivo, da cui dipende tutto ciò che nel rapporto si realizza. Dovrà accollarsi ogni iniziativa e responsabilità, dando ordini, decidendo meccanismi e cerimoniali, dettando condizioni e impartendo punizioni e umiliazioni.

Starà alla Sua sensibilità saper spingere la parte dominata il più vicino possibile ai limiti che si è posta, e talvolta a superarli, a seconda del grado di eccitazione, coinvolgimento e sottomissione che avrà saputo instaurare.

La crudeltà, il trarre piacere dalla sofferenza altrui e persino l’esperienza non saranno che elementi di base per un Dominante, rispetto alla sensibilità e alla sicurezza del proprio ruolo, veri elementi fondamentali per la riuscita di una sessione BDSM soddisfacente. Una certa dose di cultura, una buona intuitività ed uno spiccato atteggiamento autoritario completeranno il quadro del ruolo Dominante, cui tutto è dovuto, nulla richiesto e cui la controparte è semplice strumento e proprietà. Il Dominante può assumere diverse definizioni in Rete, può essere Top, Mistress/Master, Padrone/a, in ogni caso e’ fondamentale notare come l’iniziale del nome sara’ sempre maiuscolo.E questa regola varrà anche per la scelta dello pseudonimo (nick) da usare in Rete. Esistono naturalmente altrettanti differenti metodi di interpretare il ruolo Dominante quante definizioni ci sono e ci sono stati nella storia del mondo, essendo poi la definizione del ruolo strettamente collegata alle caratteristiche, volontà e desideri dei singoli individui. Esistono Padrone/i dolci e crudeli, raffinati e volgari, imprevedibili e metodici, indulgenti e inflessibili. Condurre il gioco in un rapporto BDSM: questo Li unisce tutti.

Una attenzione particolare dovrà avere la parte Dominante nella gestione degli incontri, nella scelta di accessori, vestiti e cerimoniali, essendo il feticismo una componente strettamente correlata al BDSM. Tale bisogna sarà naturalmente condotta nei gusti e secondo le preferenze proprie, che decideranno dell’abbigliamento e degli accessori necessari per la realizzazione delle proprie fantasie nel modo più completo e gradevole. Un ultimo cenno vorremmo portare sul discorso del metodo. Alcuni Dominati sono soliti utilizzare la brutalità e la violenza come metodi correttivi o per il loro divertimento. Personalmente lo ritengo inutile e pericoloso in termini concreti. Chi usa la violenza mostra semplicemente di non essere capace di raggiungere lo stesso risultato (punire, umiliare o sottomettere) con la forza di volontà. Sono pertanto sintomi di debolezza che mal si confanno ad un ruolo di supremazia quale quello di Dominatrice/ore in un rapporto BDSM, oltre che avvicinarsi pericolosamente a sintomi di squilibrio e patologia comportamentale. Ovviamente qui mi sto riferendo ad atti di brutalità e violenza di una certa entità e metodicità e non certo a singole manifestazioni anche piuttosto forti o a piccoli gesti di basso profilo anche se frequenti nel corso di un rapporto articolato, atti che possono inserirsi appieno in un rapporto BDSM degno di tale nome. Esistono peraltro alcune tecniche, come lo spanking o la fustigazione, nelle quali eventuali desideri di violenza o di colpire anche in modo molto pesante la parte dominata trovano piena soddisfazione senza peraltro provocare danni fisici o lesioni gravi che con la soddisfazione sessuale, anche nel corso di un rapporto BDSM, credo nulla possano avere a che fare.

Sottomesso

Chi sta a 4 zampe – Il ruolo sottomesso è certamente più semplice, anche se per definizione più scomodo. Chi per inclinazione o desiderio scelga di calarsi a vivere il ruolo di sottomesso in un rapporto BDSM dovrebbe sempre rifletterci sopra con attenzione prima di mettere in pratica queste fantasie con altre persone.

Innanzitutto il ruolo sottomesso è sostanzialmente passivo. Anche quando agisce, difatti, il sottomesso ubbidisce ad ordini o direttive, e non certo di sua iniziativa. Ferma restando la assoluta licenza di ognuno di vivere le esperienze che preferisce nel modo che preferisce, un rapporto BDSM necessita di due parti in gioco, di cui una comanda e l’altra subisce. Ove sia la parte dominata a dettare condizioni, metodi, tempi e luoghi, sia pure nella forma di suppliche o al di fuori del rapporto in sé, possiamo tuttalpiù avere una sorta di recita priva di quella tensione che è la caratteristica base del rapporto S/m.

Se lo scopo della parte Dominante è il raggiungimento della massima soddisfazione possibile, quello della parte sottomessa è la più totale obbedienza ed il provocare il maggior grado di piacere possibile alla controparte.

Sebbene possa sembrare un paradosso al sottomesso sarà vietata anche ogni iniziativa che gli procuri maggior dolore o umiliazione. È difatti chiave fondamentale in un rapporto BDSM che la decisione di infliggere dolore o umiliazioni alla parte sottomessa sia materia di scelta e priorità della parte Dominante, che lo farà solo ed esclusivamente per il Suo divertimento o perché ne prova piacere. È facoltà dello slave disobbedire, attirando su di sé le punizioni che la parte Dominante deciderà più consone, così come potrà lamentarsi delle proprie condizioni.

Come per il Dominante, anche per il sottomesso ci sono varie definizioni: bottom, slave, schiavo/a. L’importante e’ che’ l’iniziale sia sempre minuscola, anche per lo pseudonimo. In aggiunta lo pseudonimo potra’ essere compreso tra parentesi, ad indicare che oltre al ruolo sottomesso, si appartiene anche ad un Dominante.

Benché sia cosa piuttosto imbarazzante, può capitare soprattutto ai neofiti di rendersi improvvisamente conto di non trovare per nulla divertente la situazione in cui ci si viene a trovare nel ruolo sottomesso. É naturalmente possibile decidere di smettere i panni e interrompere il rapporto, semplicemente ammettendo di avere sbagliato i propri conti. Anche per evitare simili frangenti consiglio a chi si appresta a praticare di riflettere con grande profondità sui risvolti della sua scelta.

Una volta scesi nel ruolo di sottomesso è il minimo saper reggere tutto ciò che ne seguirà fino alla fine della sessione. Accettarne regole e situazioni in modo totalmente passivo, sforzandosi ogni momento di sentire il piacere della parte Dominante come unica vera cosa importante.

Primi e fondamentali requisiti dell’aspirante sottomesso saranno quindi la dedizione e la coerenza, capacità di portare a termine il compito iniziato, per quanto sgradevole possa essere o diventare. La sopportazione del dolore fisico o il saper apprezzare e godere delle proprie sofferenze sono sicuramente ottimi elementi ma possono essere acquisiti anche con l’esperienza.

La profonda convinzione e la capacità di mantenere saldamente il proprio ruolo sono invece fattori indispensabili fin dai primi passi concreti nel mondo S/m.

Uno schiavo/a che decida di mettersi nelle mani di una Padrona/e dovrà innanzitutto chiarire con sé stesso e quindi con la controparte fino a che punto è disposto ad essere spinto, quali limiti intende fissare e che ottica ha del rapporto, oltre che notificare, se crede, le proprie preferenze e le pratiche che trova invece sgradevoli. È nella natura stessa delle cose che tali limiti saranno poi in realtà solo indicativi e certo non tassativi, in quanto nel corso della seduta sarà la parte Dominante a decidere quale limite avvicinare, quale ignorare e quale oltrepassare. A questo proposito sarà fondamentale per chi si appresta a diventare parte dominata capire che tipo di persona si ha di fronte e se possibile conoscerla almeno un poco, onde poter decidere con coscienza se compiere o meno quel passo. Così come va da sé che ogni indicazione data dalla parte sottomessa alla parte Dominante è e resterà ad unico uso di essa, che deciderà se servirsene e in che modo. La parte sottomessa dovrà quindi porre ogni sforzo nel capire al più presto le esigenze della parte Dominante ed assumere un comportamento adeguato ad esse. Nel modificarsi, accettare desideri e metodi della propria Padrona/e sta il vero lavoro della parte sottomessa. Ed è naturalmente una ricerca senza fine; e la parte Dominante dal canto suo non farà che rendere più difficoltoso ed umiliante l’ubbidire ai propri ordini, già di per sé punitivi. E nell’incapacità di giungere al proprio annullamento la parte sottomessa troverà il proprio piacere, percependo il piacere che la sua passione procura alla parte Dominante.

Switch

Chi si diverte sempre – È esperienza molto comune che chi trova eccitanti situazioni di questo tipo, pur riconoscendosi con maggior naturalezza in uno dei due ruoli spesso trovi interessante e piacevole calarsi anche nell’altro.

Essendo i ruoli solo uno strumento per realizzare le fantasie e le volontà sarebbe assurdo che la scelta di uno di essi impedisse la realizzazione e quindi l’esperienza dei piaceri propri dell’altro. Coloro che vivono tanto l’uno quanto l’altro ruolo con piacere vengono definiti switch, che in inglese significa interruttore. C’è chi riesce a “switchare” anche nella stessa sessione e chi vive un ruolo diverso a seconda della persona, dell’ambiente o del suo stato d’animo. C’è chi ritiene gli switch opportunisti che non vivono in realtà nessuno dei due ruoli, e chi li considera più completi perché in grado di capire al meglio le sensazioni del partner che vive il ruolo opposto. Come sempre, non c’è una risposta definitiva. Ad ognuno la sua esperienza e le sue opinioni. L’importante, alla fine, è solo essere soddisfatti. Per quanto riguarda le definizioni, per gli switch non esistono, se non la convenzione che lo pseudonimo sia una alternanza di maiuscole e minuscole.


Ricordando Massimo Troisi.

I poeti vanno celebrati, sempre.  18 anni fa si spegneva un napoletano che ha raccontato Napoli mediante la risata lasciando trasparire anche la sua amarezza nelle sue descrizioni partenopee. Vi invito a leggere è una delle più dolci, vere e belle poesie mai scritte. L’autore è MASSIMO TROISI. Massimo, ci manchi, mi manca il tuo genio inarrivabile. Massimo, Pulcinella della moderna Napoli.

‘O SSAJE COMME FA ‘O CORE

Tu stive ‘nzieme a n’ato

je te guardaje

e primma ‘e da’ ‘o tiempo all’uocchie

pe’ s’annammura’

già s’era fatt’ annanze ‘o core.

A me, a me

‘o ssaje comme fa ‘o core

quann’ s’è ‘nnamurato.

Tu stive ‘nzieme a me

je te guardavo e me ricev’

comme sarà  succiesso ca è fernuto

ma je nun m’arrenn’

ce voglio pruva’.

Po’ se facette annanze ‘o core e me ricette:

tu vuo’ pruvà? e pruova, je me ne vaco

‘o ssaje comme fa ‘o core

quann s’è sbagliato

Roberto Benigni lo ricorda così.


Fabrizio De Andrè. Dentro Faber: le Donne


La donna e il Fascismo


Le donne e il nazismo


Cleopatra, l’ultima Regina


Geisha : sensualita’ e seduzione

Geisha è l’unione di due kanji che significano “arte” e “persona”: significa quindi “persona esperta nelle belle arti , nelle belle maniere”.

La Geisha e’ una professionista nell’arte di intrattenere ed allietare noiose cene d’affari e banchetti.

 

Una geisha coniuga spontaneità e raffinato artificio. La sua conversazione e’ attenta e elegante. La bellezza della geisha e’ insita nella sua padronanza della canzone, della musica , del ballo , dell’abbigliamento, della raffinata presenza in qualunque occasione le si presenti. Lo scopo di una geisha e’ di arrivare a rappresentare la perfetta incarnazione dell’iki, canone estatico su cui si basa l’essenza dell’essere giapponese. Per noi occidentali potrebbe rappresentare la “grazia” intesa in senso ampio ed estetico. L’Iki è il uno stile, un comportamento, l’essenza della seduzione che sceglie la via piu’ difficile del mutamento , dell’adattabilita’ dell’anima al proprio interlocutore. Tutto ciò porta la geisha al di la’ della sua immancabile bellezza fisica : essa contiene in se’ la propria arte. La geisha studia la parte coinvolgendo tutto il suo essere : la modulazione del respiro, la silhouette, le aconciature, l’incedere. Il suo fisico deve essere sottile e slanciato, il volto affilato, le sue guance, dal colore pallido come “il fiore di ciliegio” o “glaciali ” cosi’ da ricordare l’autunno. La voce deve poter variare la tonalita’ raccogliendo una gamma che spazia da dalla malinconia al brio. Il trucco facciale e’ particolare: la bocca va ridisegnata in modo da mostrare, col ritmo delle labbra, rilassatezza e tensione assieme. Gli occhi devono assumere un’espressione che evoca la dolcezza lasciando intravvedere opportunamente punte di civetteria.

 

Deve calzare sandali con i piedi rigorosamente nudi , elemento fondamentale di seduzione, anche d’inverno, sovrastati da Kimono poco appariscenti , con colori delicati e intonati alla stagione. Il colletto del kimono deve lasciare scoperta la nuca affinche’ appaia la seduzione di una breve apertura sull’intimita’ del corpo. Il ” komata” e’ una bella linea sottile sulla parte alta posteriore del collo che viene spesso truccata per rispecchiare la figura della zona genitale ; cio’ significa per la geisha “l’aspirazione alla perfezione della bellezza erotica unita all’arte”. I capelli normalmente lisci e di colore “nero lucente e profondo possono essere acconciati secondo un adeguato canone estetico (es . ” a foglia di gingko”, “shimada “, …).

 La donna che sceglie di intraprendere questa professione deve applicarsi ad anni di studio e disciplina. Per perfezionare le tecniche e sostenere i notevoli costi di abbigliamento (un kimono elegante puo’ raggiungere i 15-20.000euro) , il trucco, la cura del corpo e della cultura necessitano di molto denaro. L’unica via quindi e’ affidarsi come tradizione ad un facoltoso sponsor (okiya o danna-san) . In cambio del sostegno finanziario l’okiya ottiene particolare attenzioni e dedizione.

 La geisha ha sempre rappresentato l’aristocrazia del mizu shouba e non e’ da considerarsi una prostituta. Se fornisce prestazioni sessuali, lo fa a sua discrezione o come parte di una relazione duratura. Il suo lavoro è vendere un sogno – fatto di sontuosità, romanticismo, esclusività – ai più ricchi e potenti uomini del Giappone: politici, uomini d’affari e yakuza. Molte geisha raggiunta una certa età sono state spose di uomini facoltosi e di alto livello sociale.

Sin dall’antichita’ , diventare geisha non comprendeva l’insegnamento delle arti amatorie; anzi, dovendo arrivare vergini al mizu age, era loro prescritto di stare il più lontano possibile da qualsiasi contatto di tipo sessuale.

Era un modo diverso di essere donna. La geisha era la donna per eccellenza, un gioiello, una cosa rara da ammirare e apprezzare.

Una figura ben distinta dalla geisha è quella della “maiko” (“danzatrice”), giovanissima che studia per divenire geisha. Essa è ben riconoscibile dal kimono molto più colorato, con maniche e obi allungato. Anche le maiko sono richiestissime sul lavoro, poiché la loro giovinezza e candore compensano la mancanza di quell’esperienza che soltanto le geisha più affermate possiedono.

La cerimonia della rotazione del collare (erikae) segna il cambiamento, l’evoluzione da maiko a geisha.


Marilyn Segreta


Le cortigiane del Rinascimento – I segreti della Primavera


Bondage