L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Articoli con tag “Rinascimento

Almamegretta-Nun te scurdà

NON DIMENTICARTI

Le sentivo quando ero ragazza, lo chiamavano amore
quel fuoco che ti nasce in petto e che mai se ne muore
le compagne parlavano sottovoce di questa cosa imbarazzante, intima,
che una donna fa solamente nel momento in cui si sposa

E se pure sposa non sono mai stata
so come ribolle il sangue e il cuore sbatte assai forte
quando la voce della passione chiama te
quando silenziosamente nell’orecchio tu ti senti mormorare

Non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché questa vita se ne va
non dimenticarti mai di te
non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché sennò che vivi a fare
non dimenticarti di te, mai

Ed è tanto l’amore che la sorte mi ha messo nelle mani
che lo vendo e la gente per questo mi chiama puttana
non ho mai saputo stare carcerata in una casa
e un uomo che capisse questo, non l’ho mai trovato

A chi mi schifa dico non vuoi vedere
che il tuo corpo tu lo vendi come me
non mi sopporti e questo già lo so
io sono lo specchio dove non vorresti mai guardarti

Non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché questa vita se ne va
non dimenticarti mai di te
non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché sennò che vivi a fare
non dimenticarti di te, mai

Mamma, puttana o brutta copia di uomo
è questa la donna in questa parte del mondo
che quando nasce a questo è destinata
e se si fa comandare dal cuore della gente, è condannata

Mamma, puttana o brutta copia di uomo
vrei voluto di più, da questa parte del mondo
non solo apprezzata per i maschi partoriti e non per questo bel corpo
e non per le botte che ho dato,

Solo perché sono stata una donna
e con un catenaccio il mio cuore non l’ho mai chiuso
solo perché sono stata una donna
solamente una donna…

Non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché questa vita se ne va
non dimenticarti mai di te
non dimenticarti, non dimenticarti
non dimenticarti perché sennò che vivi a fare
non dimenticarti di te, mai


Il Ritratto Femminile nel Rinascimento


L’Illuminismo. La vita pubblica delle donne

La vita culturale del XVIII secolo fu dominata da un grandioso movimento intellettuale che è stato chiamato “Illuminismo”.

In questo variegato e complesso fenomeno culturale convergono posizioni e orientamenti molto diversi, ma è possibile individuare alcune caratteristiche comuni. Tra queste, innanzitutto, il modo di considerare la ragione, strumento che appartiene a tutti gli uomini indistintamente, in grado di vagliare critica- mente la realtà, con il proposito concreto di assicurare la felicità e il benessere degli uomini.

L’Illuminismo fu un fenomeno essenzialmente laico che, in un periodo di discriminazioni religiose, esaltò la tolleranza cioè la possibilità per chiunque di professare liberamente la propria fede. In prima fila in questa battaglia fu il francese Voltaire, la cui idea di tolleranza era un diretto corollario dell’idea illumi- nista di religione naturale contro l’oscurantismo delle verità rilevate. In politica fu sostenitore dell’assolutismo illuminato, al contrario di Montesquieu il quale sosteneva che il potere del monarca dovesse essere limitato da leggi e organismi costituzionali: di qui la fondamentale teoria della divisione dei poteri, ripresa da Locke.

Quest’ultimo ha esposto la sua famosa teoria sulla legge di natura affermando l’esistenza dei diritti naturali, quali la vita, la libertà e la proprietà, considerando lo stato un’istituzione umana. In tal modo la sovranità dello stato veniva fondata sulla volontà dei cittadini e sul loro consenso, ammettendo come pienamente legittima l’opposizione ad un potere che violasse questi diritti, come anche affermava Jefferson.

In una posizione a sé va collocato Rousseau, per la sua critica alla società vista come una sopraffazione del forte sul debole, del ricco sul povero, iniziata con l’istituzione della proprietà privata.

Tutti i paesi europei parteciparono al movimento illuminista ed un solo tratto accomunò intellettuali, riformatori e pubblico colto: la convinzione di essere tutti partecipi di una grande opera di rinnovamento che non conosceva confini nazionali.

Nel Settecento le donne acquisirono una libertà maggiore rispetto alle epoche precedenti. Pur restando fortemente soggette alle leggi paterne, una volta sposate erano libere di esercitare una sorta di dominio in casa.
Le occasioni di uscita delle ragazze di buona famiglia erano, inoltre, aumentate rispetto al passato. Se nel Medioevo o nel Rinascimento, le donne potevano essere intraviste quasi esclusivamente durante le funzioni religiose, nel Settecento le dame avevano la possibilità di incontrare il loro futuro marito ai ri- cevimenti, ai concerti o addirittura, se erano state recluse in convento, durante le commedie messe in sce- na nei parlatoi dei chiostri.

Bisogna sottolineare che non tutte le famiglie erano così libertarie con le giovani donne, e che, comunque, le usanze e i tempi dell’entrata nel mondo delle giovani variavano da regione a regione.
A Venezia, ad esempio, raramente le donne nubili partecipavano ad eventi pubblici, mentre in Sicilia le giovani, dopo essere state educate dalle loro madri, entravano abbastanza presto in società.

Le ragazze provenienti da famiglie borghesi, comunque, restavano più a lungo in famiglia, sotto stretta sorveglianza, e non lasciavano la casa fino al giorno del matrimonio. La nuova casa diveniva il loro suc- cessivo luogo di reclusione.

Queste fondamentali differenze tra comportamenti di classe erano dovute, in parte, a quella che viene de- finita dagli storici come “la corruzione della classe nobiliare”; ossia la decadenza dei costumi che colpì le classi alte, in contrasto con la perdurante severità dei semplici e severi costumi borghesi e popolari.

Una figura nuova, specifica di questo periodo, comparve al fianco delle donzelle nobili: il cicisbeo, o cavalier servente. Quest’uomo non era mai un amante della dama, ma poteva assistere alla di lei toletta mattutina, quando le cameriere la pettinavano e la vestivano. Il cicisbeo accompagnava la sua dama a pas- seggio, a tavola, in società ed a teatro, ma non passava con lei la notte.

In origine il cicisbeo era colui che veniva designato dalla famiglia per proteggere la dama sposata dalle insidie dei malintenzionati, e veniva scelto tra parenti ed amici, anche di una certa età. Con la decadenza dei costumi, propria dell’alta società, questa figura mutò, divenendo molto più frivola. Le dame si accompagnavano quindi con i loro cicisbei, andando a far visita alle amiche, o la sera alle eleganti riunioni della nobiltà, in cui la dama poteva trovarsi a giocare con il cicisbeo, ma mai con il marito, occupato a sua volta a corteggiare un’altra dama. Era quindi il cavalier servente a vegliare sulla dama o a gettarle occhiate d’intesa durante la serata.

Nel Regno di Napoli, invece, le dame erano sempre precedute dai loro lacchè e seguite da una cameriera.

Gli scudieri potevano anche servire più dame contemporaneamente, ma in questo modo perdevano il loro ruolo di cicisbei per divenire quasi degli inservienti.


Lucrezia Borgia

Lucrezia Borgia (Subiaco, 18 aprile 1480 — Ferrara, 24 giugno 1519) fu figlia illegittima di papa Alessandro VI e della sua amante Vannozza Cattanei.Fin dagli undici anni fu soggetta alla politica matrimoniale collegata alle ambizioni politiche prima del padre e poi del fratello Cesare Borgia. Quando il padre salì al trono pontificio, la dette in sposa a Giovanni Sforza, signore di Pesaro, ma pochi anni dopo, in seguito all’annullamento del matrimonio, Lucrezia sposò Alfonso d’Aragona, figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli.Dopo un breve periodo di lutto trascorso a Nepi con il figlio, Lucrezia partecipò attivamente alle trattative per le sue terze nozze, quelle con Alfonso d’Este, primogenito di Ercole duca di Ferrara, il quale dovette, pur riluttante, accettare.I Borgia hanno finito per incarnare, nel corso della storia, la spietata politica machiavellica e la corruzione sessuale attribuita ai papati rinascimentali. La stessa reputazione di Lucrezia divenne sulfurea dopo l’accusa di incesto, rivolta da Giovanni Sforza ad Alessandro VI e ai fratelli della moglie, e alla fama di avvelenatrice, dovuta in particolare alla tragedia di Hugo, musicata in seguito da Donizetti: in questo modo la figura di Lucrezia venne associata a quella di femme fatale partecipe dei crimini commessi dalla propria famiglia.


Le cortigiane del Rinascimento – I segreti della Primavera


Storia del gioiello. Il Rinascimento

Il Rinascimento è un periodo, il termine lo indica eloquentemente, di grande splendore e “rinascita” culturale, sociale ed economica. Il gioiello anche attraverso un momento di grande splendore e il suo uso si diffonde notevolmente. La scoperta dell’America aumentò in modo considerevole la disponibilità di smeraldi. Quasi contemporaneamente Vasco de Gama approdò in India, paese che in breve divenne il maggior fornitore di diamanti.

L’orafo artista

L’arte orafa durante il rinascimento fu considerata alla stessa importanza della scultura e della pittura. Non esisteva la distinzione, a noi consueta, tra arti minori e maggiori era naturale per artisti famosi – come Botticelli o Donatello – dedicarsi all’oreficeria. Sono noti molti nomi di orafi rinascimentali, ma è impossibile attribuire paternità certe agli oggetti. Al concorso per la seconda porta del Battistero di Firenze nel 1401, episodio non secondario nella storia dell’arte poichè considerato il momento di nascita del rinascimento italiano, i principali concorrenti erano orafi e orafo sarà il vincitore Lorenzo Ghiberti.

Il più noto è Benvenuto Cellini (1500-1571) presente alla corte del re di Francia Francesco I e Cristoforo Fossa detto il Caradosso (1452-1527 circa).

Il Cellini ci fornisce puntuali indicazioni sulle varie fasi del lavoro, quando, parlando del Paradosso, descrive il metodo di produzione: creava modelli di bronzo con motivi in rilievo per le medaglie, poi martellava e cesellava sul modello una sfoglia d’oro, infine rimuoveva l’oro al quale faceva subire i vari trattamenti di lucidatura

Durante il cinquecento emerse la figurano del disegnatore di gioielli non necessariamente orafo. Nasce l’artista- disegnatore, creatore di disegni eseguiti da orafi specializzati. L’incisione era la tecnica con la quale erano diffusi i disegni di gioielli in Europa e nei primi anni del Cinquecento tre erano i centri che detenevano il primato nell’elaborazione di modelli: Norimberga, Augusta ed Anversa. Non si conoscono i nomi dei disegnatori e il numero dei gioielli eseguiti, ma con ogni probabilità, erano utilizzati stampi per i gioielli di poco valore.

Gioielli prodotti

I gioielli più apprezzati dell’epoca erano i pendenti che venivano indossati con una catena o fissati al corsetto e alla manica degli abiti. Si producono vari modelli, utilizzando sia pietre incastonate in oro che immagini scolpite in miniatura. Spesso erano formati da lettere con le iniziali dei coniugi.

Durante il Rinascimento si afferma la moda di indossare parure che, di solito, comprendeva collana e cintura abbinate

Nella seconda metà del quattrocento, inoltre, si diffonde un ‘ulteriore novità: i collari aderenti in tela o in metallo che portavano le iniziali di colei che li indossava.

Un gioiello molto utilizzato erano le spille da cappello per uomo (solo gli uomini indossavano cappelli) e, tra queste, il più diffuso era il medaglione d’oro con una scena di mitologia classica o tratta dalla Bibbia. Potevano essere utilizzati allo stesso scopo anche i cammei.

Per quanto riguarda gli anelli permane l’uso di indossarli numerosi contemporaneamente.

Alcuni di essi avevano un vano segreto in cui poteva essere custodita una reliquia o anche un profumo; altri, denominati memento mori contenevano un piccolo scheletro sempre pronto a ricordare la caducità della vita.

La moda rinascimentale impone l’uso degli orecchini, spesso formati da perle di forma allungata o gemme a gocce. La perla attraversa un periodo di grande richiesta: in Francia si credeva che esse migliorassero la carnagione e per tale motivo ricercate dall’aristocrazia. In realtà l’attrattiva delle perle era dovuta anche al loro valore commerciale.

Inizia in questo periodo una novità che trionferà nei secoli successivi: l’assenza della borsa obbligava le donne a portare alcuni oggetti appesi alla cintura e, poiché erano “indossati” dovevano abbellire e divenire veri e propri gioielli. Erano portaprofumi, specchietti, addirittura piccoli libri con splendide rilegature a volte anche smaltate. Esistono ancora esemplari del cinquecento con legature in argento e smalto (uno è conservato al Victoria and Albert Museum di Londra). Tra questi oggetti portati appesi alle cinture vi erano anche piccoli specchietti; alcuni splendidi esemplari che recano sul dorso colte rappresentazioni mitologiche in smalto dipinto sono attualmente custoditi a Parigi nel museo del Louvre, Département des Objets d’Art.

La spilla, invece, che aveva avuto grande fortuna nel trecento, passò di moda anche per le nuove scollature degli abiti femminili.

Motivi e tecniche

L’influenza dell’antichità classica portò all’utilizzo di soggetti classici e mitologici nella gioielleria adatti ad esprimere sentimenti d’amore attraverso la loro simbologia conosciuta e studiata in tutti gli ambienti colti. L’adattamento al classicismo, è necessario rilevare, solo di natura figurativa e non stilistica poichè la gioielleria dell’epoca classica era poco nota. Continuarono ad essere utilizzati i soggetti religiosi.

La smaltatura era la tecnica decorativa preferita e si sviluppò decisamente l’incisione delle gemme. Collezionare gemme antiche divenne una passione generale.

 


Le Goff: “Mille anni di passioni segrete”

Di Pietro Del Re

 

Eva è il demonio. È all’origine dei mali del mondo, perché tentatrice, istigatrice del peccato e colpevole della cacciata dell’umanità del Paradiso.

Con lei, nel medioevo la donna diventa l’icona del vizio. Eppure non si può dire che la società dell’epoca sia stata antifemminista, spiega lo storico francese Jacques Le Goff. Anche perché i rapporti tra i sessi avevano un carattere ambiguo: l’uomo medievale era spesso una creatura androgina. A ottantacinque anni, Le Goff è uno dei più illustri eredi della Ècole des Annales. L’ultima sua fatica è quasi un instant book: sta scrivendo un libro sui soldi nel Medioevo, “per dimostrare che le banche hanno sempre fallito”.

Professore, che cosa sappiamo del comportamento sessuale di quei secoli bui?

“Quasi nulla, perché salvo le espressioni letterarie o artistiche, abbiamo pochi documenti che ci permettono di capire che cosa accadesse nel segreto dell’alcova”.

Dopo il matrimonio medievale, assieme a l’uomo e alla donna nel letto c’è anche Dio. Era legittimo il coito coniugale o era soltanto una concessione alla procreazione?

“Il  matrimonio diventa sacramento solo dopo il quarto concilio lateranense, nel 1215.

Fino ad allora non era riuscito a distinguersi da quello che era nell’antichità romana: un contratto. Tuttavia anche se ci sposava al di fuori della Chiesa, per essere valido agli occhi del clero, e quindi a quelli di Dio, il matrimonio doveva essere consumato”.

Ma godere è sempre peccato?

Generalmente si. Nel Duecento, proprio quando la chiesa inventa il Purgatorio proprio per strappare l’uomo alla tradizionale opposizione Inferno – Paradiso, San Tommaso D’Aquino nega che possa essere una parte legittima di piacere nel compimento dell’atto sessuale, anche nell’ambito del matrimonio.

All’epoca il peccato originale era assimilato a quello carnale e l’immagine dell’inferno spesso rappresentata come il sesso femminile: si può dire che nel Medioevo il male fosse donna?

Si, ma fino ad un certo punto. Contrariamente a quanto accadeva a Bisanzio, fino all’undicesimo secolo il culto della Vergine Maria non era celebrato dalla chiesa.

A partire da quel momento si sviluppò invece una forza straordinaria. È anche grazie al culto mariano che la donna è stata rivalutata nella società medievale.

Contro l’infamia della lussuria e dell’adulterio erano previste punizioni corporali durissime. Queste rendevano l’uomo medievale più “ puro” dell’uomo moderno?

“Il castigo ha senza dubbio contribuito a tenere nascosta la lussuria, benché i teologi e i predicatori dicessero che Dio vedesse tutto, compreso quello che si faceva nell’ombra. Tuttavia sui margini dei manoscritti dell’epoca sono spesso raffigurate scene di lussuria che non esiterei a definire pornografiche: un vescovo sodomita, una donna che coglie falli da un albero o scene di sesso tra uomini e animali. Il Medioevo ammetteva il male, purché si manifestasse al margine della società, lontano dal suo centro sacro. Piuttosto che volerlo sradicare del tutto il cristianesimo ha sempre cercato di limitare il male attraverso la confessione e il pentimento”.

L’amor cortese che sublima la donna attraverso l’amore platonico?

“Su questo problema i medievisti sono divisi. Io credo che l’amor cortese sia puramente immaginario. Esiste soltanto nella letteratura. Ciò non significa che l’amore reale sia sempre stato brutale, che ci sia sempre stata una violenta dominazione dell’uomo sulla donna.

Ma l’amore in cui la donna diventa il signore e il cavaliere il suo servo, non c’è mai stato.

Neanche nelle classi superiori della società. Detto ciò, il medioevo è durato dal quinto al quindicesimo secolo, e in mille anni molte cose sono cambiate. La svolta essenziale si produce nel duecento, quando i valori del ciclo scendono sulla Terra. Da quel momento la felicità non è dedicata solo all’aldilà. C’è l’inizio di una possibile soddisfazione del piacere anche per noi mortali.

Appaiono per esempio i primi trattati di gastronomia. Il lavoro, che era considerato una punizione del peccato originale, diventa invece valore. E del resto in quell’epoca che si comincia a dire che l’uomo è stato creato a immagine di Dio”.

Che cosa cambia con il Rinascimento?

“C’è l’esaltazione della bellezza, e in particolare della nudità. La Chiesa medievale rifiutava la nudità, e con essa la maggior parte dell’arte antica, che, soprattutto nella scultura, rappresentava corpi nudi. Gli stessi che prima erano rappresentati negli affreschi delle basiliche soltanto nelle scene della resurrezione dei corpi”.

Tratto da: “La Domenica di Repubblica”

15/03/09


Lucrezia Borgia

Figlia di un papa, tre mariti, (uno assassinato) un certo numero di amanti, una vita avventurosa, otto figli legittimi, uno illegittimo, l’ammirazione incondizionata dei contemporanei, perfetta castellana rinascimentale. Il tutto in soli  39 anni

Lucrezia fu davvero quella donna bellissima e perversa che la tradizione vuole, o lo strumento docile e senza volontà, merce di scambio per le mire ambiziose della politica di suo padre Rodrigo al secolo Papa Alessandro VI? Fu davvero l’amante di suo padre e di suo fratello? Dati certi sul luogo e sulla data di nascita non ce ne sono, la più attendibile sembrerebbe il 18 aprile 1480 a Subiaco, terzogenita di RODRIGO BORGIA e VANNOZZA CATTANEI.  Unica femmina tra quattro fratelli: Juan, Cesare e Jofrè, può aver benissimo goduto della preferenza paterna, in caso di sua assenza Rodrigo le affidò i compiti di vice-papa e di governatrice di Nepi e Sermoneta. Siamo nell’anno 1492 tempi in cui non esiste morale, l’Italia pullula di figli illegittimi molti dei quali di preti, quindi l’essere figlia del papa non costituiva certo uno svantaggio o un disonore per Lucrezia, anzi la poneva, al pari di un’erede legittima e di nobili natali. E’ quindi come fanciulla di alto lignaggio che Lucrezia viene educata nel convento di S. Sisto e successivamente affidata alle cure di Adriana Mila cugina del papa, la cui nuora Giulia Farnese di soli due/tre anni maggiore di Lucrezia è l’amante in carica del papa. In quanto alla presunta bellezza di Lucrezia, se bisogna fare affidamento ai ritratti di Dosso Dossi che la raffigurano, non era neanche un granchè, certo possedeva due caratteristiche che per l’epoca erano considerate fondamentali: occhi azzurri e lunghi capelli biondi. Pietro Bembo, uno dei più illustri letterati del tempo, nutrì una grande passione per lei. Fra le sue carte fu poi ritrovato un “ricciolo d’oro” di Lucrezia (oggi conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano). Appena tredicenne, per solidificare l’alleanza con casa Sforza il cui cardinale Ascanio, tanto si era adoperato affinché Rodrigo divenisse papa, fu promessa sposa a Giovanni Sforza signore di Pesaro e sciolta dai precedenti vincoli con cui il padre l’aveva legata prima di arrivare al papato. Pare che per rispettare la giovane età di Lucrezia (13 anni) il matrimonio si sarebbe consumato dopo un anno, questa delicata concessione ebbe modo di pesare a posteriori, in maniera rilevante. Il matrimonio venne celebrato con la pompa del caso il 12/6/1493, finito poi in scherzi pesanti e volgari ai danni, anche se questi si sottoponevano di buon grado, degli invitati. Da questo momento in poi, gli occhi delle più alte personalità italiane sono fissi sui Borgia, ogni loro azione sia essa di natura politica, militare, e soprattutto i rapporti personali ed interpersonali sono attentamente vagliati, ed essendo una famiglia impetuosa, impulsiva e spietata, non valutati positivamente, inoltre vicende tragiche ed oscure costelleranno la loro ascesa. L’Italia alla fine del XV secolo era un bocconcino appetitoso per tutti gli stati confinanti, le principali potenze che ambivano a conquistare il nostro territorio furono Francia e Spagna. Gli spagnoli cioè gli Aragonesi erano signori del regno di Napoli, i francesi miravano al ducato di Milano per via di Bona di Savoia in Sforza sorella di Carlotta moglie di Luigi XI, quindi zia del figlio di quest’ultimo Carlo VIII re di Francia. Il duca di Milano Gian Galeazzo Sforza e il re di Francia erano cugini di primo grado. Gian Galeazzo Sforza solo per titolo era signore di Milano, il vero regnante era lo zio Ludovico il Moro abile politico e stratega, il quale promise pieno appoggio a Carlo VIII per l’invasione del regno di Napoli, in cambio dell’investitura a duca di Milano. La posizione politica del papa era ovviamente per nascita e per inclinazione a favore della Spagna, ma il matrimonio di sua figlia ad uno Sforza, non convinceva del tutto il re di Napoli Alfonso che sentendosi minacciato da questo connubio, offrirà al papa due principesse spagnole, una per Cesare, al quale lo stato clericale dava noia, ed una per Jofrè. Nel 1494 Jofrè sposa Sancia d’Aragona, ma il matrimonio di Cesare tornato allo stato laico, dopo molti tira e molla e anche qualche offesa non si farà, la figlia legittima del re di Napoli Carlotta, non si piega al volere paterno, Cesare ferito nell’orgoglio sposerà successivamente una principessa francese. Carlo VIII scende quindi in Italia coll’appoggio di Ludovico il Moro per la conquista di Napoli nel 1494, ma dopo aver conquistato la città, rientrò in Francia con le cosiddette pive nel sacco, il suo esercito decimato dal mal francese o mal napoletano che dir si voglia ed una lega italiana istituita per allontanarlo, gli fecero prendere la via di casa, subì un’ulteriore sconfitta ad opera di Francesco Gonzaga a Fornovo sul Taro. Ma torniamo al matrimonio di Lucrezia ed al primo scandalo di casa Borgia, dopo il papato. Il suo matrimonio con lo Sforza non ci sembra tra i più riusciti, sposata nel 1493 la coppia vive a Roma, nella primavera del 1494 a causa di una epidemia di peste, ma forse per paura dei francesi, il papa dispone che Lucrezia e suo marito, la sua amante Giulia, la suocera dell’amante Adriana de Mila, riparino a Pesaro. Succede il finimondo quando, per motivi poco chiari, da Pesaro Giulia raggiunge il marito Orsino contravvenendo ai desideri del papa, e nonostante lui la redarguisca non proprio galantemente, questa non si lascia convincere a tornare da lui. Successivamente a pace tornata tra i due amanti, sono proprio i tanto temuti i francesi a catturare le donne del papa mentre queste rientrano a Roma, a quel punto grazie alla mediazione degli Sforza ed a un congruo riscatto, Alessandro VI può riaverle. Lucrezia, flessuosa, leggera, a piedi nudi, danza “divinamente” in Vaticano Lucrezia è quindi nuovamente a Roma, ma Giovanni Sforza preferisce stare nel suo staterello decisione legittima, grande sarebbe il suo imbarazzo se gli si chiedesse di prendere una posizione: scegliere se stare col parentado della moglie favorevole alla Spagna, o agli Sforza alleati dei francesi. Lucrezia non si da pena per questa separazione torna tranquillamente a vivere nel palazzo di S. Maria in Portico dove precedentemente abitava ed alla vita di sempre. Al papa le nozze della figlia con lo Sforza non sono più tanto congeniali, probabilmente lo intuisce anche Giovanni che torna a Roma per reclamare la moglie, non ci riesce, e capisce che insistendo i Borgia non esiterebbero a toglierlo di mezzo. Cerca allora appoggio e rifugio a Milano dallo zio Ludovico il Moro, ma anche da Milano i tentativi di riavere Lucrezia naufragano, incominciano quindi i battibecchi e gli insulti tra le due parti e quando i Borgia accusano Giovanni di essere uno sposo solo di nome e non di fatto, lui risponde accusando Lucrezia di essere l’amante di suo padre e di suo fratello. I Borgia insistono il matrimonio è nullo perché non consumato, Giovanni si ribella, dice che il matrimonio è stato consumato e quindi valido, il papa lo accusa di impotenza ingiungendogli di provare la sua virilità, Giovanni rifiuta, il clamore è all’apice. Purtroppo per Giovanni, anche lo zio il cardinale Ascanio Sforza gli da l’out-out o dimostri la tua virilità o lasci perdere, Giovanni non cede, la sua prima moglie è morta di parto vorrà pur dire qualcosa. Intanto a Roma Lucrezia viene esaminata e dichiarata virgo intacta, il matrimonio è nullo. Si concludono così le prime nozze di Lucrezia, al di là della parte ridicola e folcloristica della vicenda, non era sicuramente tutto fumo, che motivo aveva il papa di esporre così pubblicamente e per una questione intima e riservata la sua prediletta figlia e tutta la famiglia agli insulti infamanti dello Sforza ed al ludibrio del popolo, quando esisteva un motivo ben più innocuo ed altrettanto valido per annullare le nozze? Per sposare lo Sforza Lucrezia venne sciolta dal fidanzamento stipulato sempre dal padre, col conte Gasparo di Aversa, e ai quei tempi un fidanzamento era vincolante come un matrimonio. Con questo non si vuol dire che Giovanni fosse impotente, molto probabilmente Lucrezia non gli piaceva neanche un po’, erano i vantaggi derivati da questo matrimonio che lo interessavano. Resta il fatto che il matrimonio fu annullato il 20/12/1497. Lucrezia aveva 17 anni. Per riprendersi dal clamore suscitato dallo scioglimento del suo matrimonio, Lucrezia si rifugia in convento, ma i bene informati dicono che la ragione è un’altra, Lucrezia è incinta e deve partorire. L’identità del padre? Il padre dicono alcuni, il fratello Cesare dicono altri. Questo bambino battezzato Giovanni passa alla storia come “l’infante romano”. Non ci sono prove che Lucrezia sia la madre del bambino anzi, sembra più verosimile supporre che si tratti di un altro bastardo del papa e di Giulia Farnese. Altro caso oscuro e doloroso di casa Borgia è la morte in circostanze misteriose di Juan duca di Gandia, capitano delle truppe pontificie. Il duca di Gandia era stato nominato capitano delle truppe pontificie solo perché figlio del papa, e nelle questioni militari si era dimostrato particolarmente inetto, inoltre era vanaglorioso e donnaiolo, fu ripescato nel Tevere cadavere, il 15/6/1497, subito si sparse la voce che il mandante dell’omicidio fosse suo fratello Cesare, il quale ambiva alla carica di capitano delle truppe pontificie, carica che avrebbe sicuramente ricoperto meglio di suo fratello essendo un cervello di prim’ordine. Altre voci invece, riportano che Cesare uccise Juan perché lo ritenesse l’amante di Lucrezia e padre dell’infante romano. Anche se un personaggio con le caratteristiche di Juan Borgia aveva sicuramente altri nemici forse anche più motivati di suo fratello e che si auguravano la sua morte, ed è probabile che uno di questi lo tolse di mezzo. Muore Carlo VIII, gli succede Luigi XII. Luigi XII ha bisogno di un grande intervento da parte del papa, deve aiutarlo a divorziare dalla moglie Claudia donna bruttissima, per poter sposare la bella e ricca Anna di Bretagna, il papa acconsente in cambio di favori e di appoggi economici per il figlio Cesare, passato allo stato laico. Il 21/7/1498 nuovo matrimonio in Vaticano per Lucrezia, lo sposo è Alfonso d’Aragona duca di Bisceglie, fratello di quella Sancia che è già moglie di suo fratello Jofrè, figlio bastardo di Alfonso di Napoli e si dice che sia un bellissimo ragazzo. Ma anche queste nozze finiscono tragicamente. Cesare, che era stato rifiutato da Carlotta d’Aragona, diventa cugino del re di Francia sposando Carlotta d’Albret di Navarra, Luigi lo nomina duca di Valentinois mentre Cesare dal canto suo, si impegna ad aiutare il monarca a riconquistare il regno di Napoli, in cambio di aiuti militari ed economici per la conquista da parte sua della Romagna. Tutto questo francesismo allarma Alfonso che si rifugia dai suoi parenti, abbandonando Lucrezia incinta e col cuore infranto. Per tirarle su il morale l’8/4/1499 il papa le affida un grosso incarico che sconvolge gli alti prelati, nomina Lucrezia governatrice di Spoleto, e in sprezzo a Napoli rispedisce Sancia a suo padre. Anche se col cuore infranto (!?) Lucrezia bardata come una regina entra in Spoleto dove svolgerà diligentemente il suo incarico. Il 19/9/1499 Alfonso con chiara pressione del padre che non vuol troppo dispiacere al papa, che non per amore, raggiunge Lucrezia poi insieme tornano a Roma, anche Sancia torna dal marito, in novembre Lucrezia partorisce un maschio che viene chiamato Rodrigo e tutto sembra tornare normale. Nuovo colpo di scena il 15/7/1500 Alfonso viene gravemente ferito a seguito di un agguato, il mandante? Ovviamente Cesare, il motivo? La gelosia nei confronti dell’amore della sorella per il marito (?), più probabilmente desideroso di sganciarsi dalla parentela spagnola. Nonostante la gravità delle ferite, Alfonso assistito dai migliori medici del papa, guarisce con gioia di Lucrezia e della sorella Sancia. Il Valentino scontento dell’accomodarsi della cosa pronuncerà una frase (ma non è provato sia vero) “ciò che non è stato compiuto a pranzo, può essere benissimo fatto a cena”. Non ci sono prove della colpa di Cesare, ma non ce ne sono nemmeno della sua innocenza, Alfonso venne ucciso dal sicario di Cesare, certo Michelotto da Corella il 18/8/1500 nelle stanze di Lucrezia, la quale era stata allontanata con un pretesto assieme a Sancia sorella di Alfonso. La spiegazione ufficiale rilasciata, è che il duca di Bisceglie è morto, gli si è rotta la testa a seguito di una brutta caduta mentre ancora convalescente. Gli ambasciatori sono di un altro avviso e non si fanno scrupoli, è Cesare il mandante della morte del marito di Lucrezia. C’è anche un’altra versione quella in cui Cesare avrebbe ucciso Alfonso per legittima difesa. Alfonso sentendosi minacciato da Cesare tramava contro di lui, e qualche giorno prima della sua morte, avrebbe attentato alla vita di Cesare cercando di trafiggerlo con un colpo di balestra. A consolare Lucrezia interviene nuovamente il papa, per alleviarle la pena la nomina governatrice di Nepi (come se bastasse a restituirle il marito!) Mentre Lucrezia è lontana il papa ed il Valentino approntano piani per la conquista della Romagna e nuove alleanze matrimoniali nella persona di Lucrezia. Comunicare a Lucrezia che è suo dovere sposarsi nuovamente per la gloria dei Borgia, spetta a Cesare che la raggiunge a Nepi. Non si sa che argomentazioni userà per convincerla, o non avrà affatto bisogno di convincerla chissà che Lucrezia apprendendo che il candidato è Alfonso d’Este di Ferrara e che quindi è lontano da Roma e dai suoi che continuerà la sua vita non si senta sollevata, lontano dagli orrori romani si aprirà per lei un nuovo capitolo, in fondo non ha che 21 anni. Gli Este sono però di tutt’altro avviso, questa parentela coi Borgia non è particolarmente gradita, troppe voci di doppiezza e spietatezza girarono sul loro conto, di dissolutezza e di incesto sul conto di Lucrezia. Isabella d’Este sorella di Alfonso e marchesa di Mantova, appoggiata dalla cognata Elisabetta d’Urbino è la più contraria, grida allo scandalo ed alla vergogna per questo matrimonio, lo stesso Alfonso si dimostra assai tiepido, la Borgia non lo interessa più di tanto, ma sotto le pressioni di suo padre Ercole, anche lui non troppo convinto all’inizio, ma la cui avidità ha avuto il sopravvento e ormai troppo in là si è spinto col papa per le richieste di dote della sposa, e di Luigi XII si piega. E’ certo che gli Este questo consenso lo vendono a caro prezzo e il 30/12/1501 vengono celebrate in Vaticano le nozze per procura, a rappresentare gli Este, giungono a Roma i tre fratelli di Alfonso: Sigismondo, Ferrante e il cardinale Ippolito che scorteranno poi Lucrezia a Ferrara. Nel febbraio del 1502 Lucrezia entra in Ferrara sotto una festosa accoglienza, nonostante le premesse negative e la nomea che la perseguita, riuscirà a farsi rispettare se non proprio amare dal marito, (che comunque la cornifica abbondantemente), a dargli 7 figli tre dei quali non sopravvivono alla nascita; alla morte del suocero Ercole d’Este 25/1/1505, diventando duchessa di Ferrara, scopre che ormai il suo passato è appunto passato, i sudditi la amano e il marito le affida la reggenza della città in caso di sua assenza. Le si riconoscono ancora delle relazioni, ma è dato di pensare del tutto platoniche come esigeva la galanteria dell’epoca l’adorazione era rivolta verso l’ideale di donna che Lucrezia poteva incarnare, e non alla carnalità della donna stessa, il nome che accompagnerà Lucrezia dal 1503 al 1507 è quello di Pietro Bembo poeta degli Este, le viene attribuito anche un breve flirt con Francesco Gonzaga duca di Mantova suo cognato d’acquisto, e se ciò è vero il flirt non poteva essere che breve, Isabella la moglie di Francesco marcava stretto il marito e vigilava sulle potenziali rivali, Lucrezia poi non l’aveva mai potuta soffrire. Ma anche questa stretta vigilanza aveva le sue falle era noto a tutti che Francesco era afflitto dal mal francese, male che sicuramente non gli era stato trasmesso dalla moglie. Un solo episodio offuscherà per un breve periodo la nuova serenità di Lucrezia, trattasi di una questione creatasi tra il cognato Ippolito e dal fratellastro Giulio per i favori di una gentildonna. La gentildonna (Angiola Borgia del seguito di Lucrezia?) preferisce Giulio a Ippolito, e questi fa accecare il fratellastro. Viene allora bandito da Ferrrara da Alfonso. Chetati gli animi Alfonso interviene con fermezza per la rappacificazione dei due, ma mal gliene incoglie dal quel momento Ippolito vedrà anche lui come nemico. Giulio con la complicità dell’altro fratellastro Ferrante cerca di uccidere Alfonso ed Ippolito. Ippolito intercetta la cosa e tenta la contromossa, interviene nuovamente Alfonso che prima li condanna a morte entrambi poi li grazia, ma li condanna al carcere a vita. Nonostante ciò a Ferrara Lucrezia è finalmente serena, continuerà a proteggere e finanziare per quanto le sarà possibile il fratello Cesare, quando alla morte del papa nel 1508, viene travolto dall’ambizione del nuovo papa Giulio II (Giuliano Della Rovere acerrimo nemico di Alessandro VI). La sua vita è ormai tracciata, morirà di setticemia a seguito di un parto nel 1519 all’età di 39 anni. Domanda, se Lucrezia non si fosse chiamato Borgia e non fosse stata figlia del papa e sorella del Valentino, avrebbe destato l’interesse dei posteri?


Le Donne nella Storia Letteraria Italiana (Parte II)

di Gioia Guarducci

tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della “Accademia V.Alfieri” di Firenze

– TERRACINA LAURA (circa 1519-1577), nobile napoletana, verseggiatrice feconda, se pure non originale. Seguì, come le altre, i moduli petrarcheschi. Scrisse le Rime, poesia dai forti accenti morali e religiosi.
Famoso fu all’epoca il suo Discorso sopra il principio di tutti i canti d’ Orlando Furioso (1550).
Di lei non ho trovato riportata nessuna poesia.

– ISABELLA DI MORRA (1520-1548) poetessa lucana. Si conosce la sua breve e tragica esistenza, ma solo poche poesie.
Figlia del feudatario della valle del Sinni che la lasciò, dopo che venne esiliato in Francia, affidata alle cure dei fratelli. Nella solitudine del castello paterno compose versi che esprimono profonda amarezza e solitudine. Strinse una relazione amorosa, con la complicità del precettore, con il poeta, nobile spagnolo Diego De Castro, che aveva un possedimento confinante col suo. Scoperta la vicenda, i fratelli uccisero lei, il precettore e infine il nobile amante.
Nel suo breve canzoniere che, va oltre l’imitazione del Petrarca, i critici hanno avvertito qualcosa di più di “una grezza testimonianza autobiografica” ed hanno messo in rilievo il suo senso accorato e malinconico della vita unito ad un accento poetico nuovo.

Da un alto monte ove si scorge il mare
miro sovent’ io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare ( legno spalmato: nave)
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia avversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma di pietà rubella ( rubella: nemica )
la salda speme in pianto fa mutare.:

ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l’infelice lito)
che l’onde fenda, o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

– CHIARA MATRAINI, lucchese nata nel 1514 e vissuta fin quasi alla fine del secolo, di cui si dice soltanto che scrisse rime petrarchesche di carattere amoroso.

– LAURA BATTIFERRI AMMANNATI (1523-1589) urbinate, moglie dello scultore Bernardo, che ha lasciato un Epistolario indirizzato al letterato Benedetto Varchi e le Rimedi ispirazione idillica o religiosa.

Maggiore importanza viene attribuita a

– GASPARA STAMPA, padovana (1523-1554), la quale ad otto anni, morto il padre, si trasferì a Venezia con la madre, la sorella e il fratello Baldassare (anch’egli poeta). Benché di modeste origini, si inserì bene nell’ambiente mondano della città.
Fu apprezzata cantante e poetessa (ella si dette il nome poetico di “Anassilla”, dall’Anaxus, nome latino del fiume Piave, che scorreva presso le terre del suo grande amore, il conte di Collalto). Forse fu anche “cortigiana onorata”, cioè cortigiana di alto rango culturale ed intellettuale.
Aveva venticinque anni quando conobbe il conte Collaltino di Collalto, con cui ebbe una accesa storia d’amore, durata circa tre anni. Per lui scrisse gran parte della rime del Canzoniere.
Ebbe successivamente altri amori e al Canzoniere affidò come ad una sorta di diario intimo, i suoi stati d’animo, e i moti segreti del cuore, non come grezza confessione, ma sapientemente sfumati, secondo i canoni poetici dell’epoca.
I critici del Romanticismo, forse anche per la sua morte precoce (aveva solo 31 anni), la giudicarono quasi una seconda Saffo, ma della poetessa greca non ebbe né la forza né la carica drammatica. Essa scrisse seguendo la moda del tempo, secondo il corrente gusto petrarchesco e rinascimentale. La sua lirica amorosa, pur ricca di effusione sentimentale, è troppo aggraziata e morbida, priva di un passionale trasporto.
La natura musicale di questa poetessa è evidente in tutti i suoi versi, che hanno infatti la facile orecchiabilità dei canti popolari.
Rotta la relazione con il Collalto, seppe descrivere con lieve grazia gli effetti del nuovo amore per Bartolomeo Zen, come possiamo leggere nel sonetto che segue:

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale ( strano animale: la fenice)
che vive e spira nel medesmo loco.

Le mie delizie son tutte e ‘l mio gioco
viver ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

Appena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti dell’arder mio pago e contento.

Nel nuovo amore c’è una languida tenerezza, ma il tormento drammatico è lontano dall’anima della poetessa padovana.
Aggraziato è anche il sonetto che segue, in cui si rievoca, in una visione elegiaca, la notte d’amore appena trascorsa. Troviamo riproposti elementi manieristici, quali il riferimento al mito antico in cui Giove, per godere più a lungo l’amore di Alcmena, allungò la durata della notte.

O notte, a me più cara e più beata
che i più beati giorni ed i più chiari,
notte degna da’ primi e da’ più rari
ingegni esser, non pur da me, lodata;

tu delle gioie mie sola sei stata
fida ministra; tu tutti gli amari
de la mia vita hai fatto dolci e cari,
resomi in braccio lui che m’ha legata.

Sol mi mancò che non venni allora
la fortunata Alcmena, a cui sté tanto
più che l’usato a ritornar l’aurora.

Pur così bene io non potrò mai tanto
Dir di te, notte candida, ch’ ancora
Da la materia non sia vinto il canto.

Verso la fine del secolo, quando all’imitazione petrarchesca si sostituì una poesia che cercava di aprirsi, pur tra tante sovrastrutture di maniera, ad aspetti più realistici, troviamo la cortigiana veneziana

– VERONICA FRANCO (1546-1591), cortigiana di grande intelligenza e buona cultura. Intrattenne numerose relazioni con nobili e letterati del suo tempo. Di lei rimangono, oltre a un gruppo di sonetti, le Terze rime e le Lettere familiari a diversi.
Il Tintoretto dipinse un suo ritratto e si dice che Enrico di Valois, prima di tornare a Parigi, per essere incoronato re di Francia col nome di Enrico III, si fermasse a Venezia proprio per esserle presentato.
Le Terze Rime si possono definire lettere in versi sui più svariati argomenti, ma soprattutto sull’amore, sulla gelosia, sul ricordo di luoghi cari all’autrice, come Venezia o la campagna di Fumane nella Valpolicella.
Lo stile della poetessa è decoroso, non convenzionale e, nella confessione dei suoi amori, venato da una schietta sensualità .
Audaci dovettero sembrare ai suoi contemporanei parole come quelle della poesia che segue:

Certe proprietadi in me nascose
vi scovrirò d’infinita dolcezza,
che prosa o versi altrui mai non espose…
Così dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sì che quel, che strettissimo parea,
nodo dell’altrui amor divien più stretto.

( proprietadi: proprietà)

Le terzine sotto riportate sono sempre tratte dalle Terze Rime e parlano del sentimento di quieta amicizia per l’uomo un tempo amato che torna dopo molti anni :

Del mio passato amor dalla potenza
queste faville in me sono rimaste,
più temperate e di minor fervenza;
da queste accesa, le mie voglie caste
in quella guisa propria di voi formo,
che ‘l santo amor a circonscriver baste.
In amicizia il folle amor trasformo,
e, pensando alle vostre immense doti,
per imitarvi l’animo riformo;
e, se ‘n ciò i miei pensier vi fosser noti,
i moderati onesti miei desiri
non lascereste andar d’effetto vuoti.

Proprio alla fine del secolo, quando era nell’aria già un presentimento del gusto barocco, ci imbattiamo in una autrice di favole pastorali, che venivano rappresentate in teatro:

– LAURA GUIDICCIONI, lucchese (1550-1599) moglie del compositore Lucchesini, visse a Firenze alla corte dei Medici. Amica del musicista E. de’ Cavalieri compose sulla sua musica (tra il 1590 e il 1595) il Satiro e la Disperazione di Fileno.

Squarci realistici si ritrovano nelle rime di una poetessa padovana che fu anche una famosa attrice di teatro:

– ISABELLA ANDREINI (1562-1604), la quale intrattenne rapporti con i maggiori letterati dell’epoca come il Tasso, il Marino, il Chiabrera.
Purtroppo non ho trovato nessun testo che riportasse i suoi versi.

Se il Rinascimento aveva affermato la libertà dell’individuo, il secolo successivo riafferma, sotto la forma appariscente e fastosa, una disciplina tutta formalistica.

Nel Seicento, infatti, in ogni genere letterario si accentua la fissità delle regole, si esaspera il formalismo e il precettismo, che mascherano l’inerzia del pensiero. Di questo secolo Leopardi disse :”L’Italia ebbe allora versi senza poesia”.

Migliaia di versi e nessun vero poeta. Antesignano di quest’epoca è il Marino, il quale asseriva:

E’ del poeta il fin, la meraviglia;
chi non sa far stupir vada alla striglia.

In questo secolo scarsa è la presenza di nomi femminili nella nostra Letteratura, infatti troviamo citate solamente:

– LUCREZIA MARINELLA, poetessa appartenente ad una nobile famiglia veneziana che scrisse in versi e in prosa. Di lei si ricorda in particolare un poema epico-religioso sulla IV Crociata, dal titolo Enrico ovvero Bisanzio acquistato.

– MARGHERITA SARROCCHI, colta poetessa napoletana (morta a Roma nel 1618), che dapprima fu amica di G.B.Marino e poi lo criticò per i suoi canoni poetici. Donna di viva intelligenza, difese nei suoi scritti le tesi di Galileo Galilei.
Scrisse in italiano e in latino, di lei si citano le Lettere e un poema Scanderbeide, pubblicato postumo nel 1623.

http://www.accademia-alfieri.it/


Il merletto tra Rinascimento e Barocco

La tecnica di annodare reticelle era nota fin dall’antichità, anche se non era svincolata dal ricamo su tessuto. I trafori erano ottenuti sfilando i fili della tela, ritagliandoli e fermando con l’ago  i vuoti così ricavati.  Questo sistema risaliva all’antico Egitto ed era noto agli Arabi, come testimoniano i nomi “trina” e “macramè” che derivavano dalla loro lingua. Anche se la nascita del pizzo come lavoro separato dal tessuto è attribuita da alcuni storici a Venezia, sta di fatto che i centri italiani dove per prima fu sviluppata questa tecnica furono quelli che avevano maggiori relazioni con gli Arabi: Venezia appunto, Genova e la Sicilia. Si distinguevano solitamente due tipi di lavoro: ad ago e a tombolo. Il pizzo ad ago era costruito utilizzando una base di carta dove era disegnato il motivo ornamentale: una volta che l’intera area era stata lavorata, si staccava il foglio. Il tombolo era una balla cilindrica in paglia  ricoperta di tessuto, su cui si lavorava il filo annodando i punti  tramite cilindretti di legno detti fuselli.  Il filato era solitamente costituito da lino, fibra assai resistente, ma anche da cotone, seta, oro e argento, e perfino materiali particolari come i capelli e la rafia.

Con l’inizio del XVI secolo nacquero numerosi libri di modelli: all’inizio presentavano soprattutto decorazioni geometriche, poi vi si inserirono motivi vegetali e simboli araldici. I pizzi acquistarono tuttavia un ruolo fondamentale nella storia della moda a partire dalla fine del Cinquecento. La parola merletto, forse derivata da”merlo” ossia dagli elementi costruttivi che delimitavano i camminamenti di ronda nei castelli, ben designa la caratteristica principale di questi lavori, che terminavano all’inizio con punte dentellate.Sui rigidi abiti maschili e femminili, spesso di colore scuro, i merletti erano disposti attorno al collo e sui polsi. In particolare l’ampissimo collo rotondo detto “gorgiera”di moda a cavallo tra Cinquecento e Seicento, comportava circa 10 metri di pizzo inamidato. Anche il cosiddetto “collo alla Medici” che era disposto tra le spalle e la nuca dove si rialzava tenuto in forma da sostegni invisibili, era realizzato con questo sistema. I pizzi potevano essere disposti anche sui fazzoletti, che erano tenuti in mano ed avevano un puro significato ornamentale. Con l’avanzare del Barocco, le forme cominciarono ad essere meno rigide: scomparsa la gorgiera si usarono ampie “bavere” di pizzo che lasciavano il collo scoperto. Dal terzo decennio del Seicento nel costume femminile francese, poi copiato in tutta Europa, la scollatura si estese da spalla a spalla, bordata da un’alta fascia di merletto, mentre le maniche si accorciarono mostrando l’avambraccio e la camicia che terminava con volants di pizzo non inamidati. Contemporaneamente anche la Francia, grazie alle vigorose iniziative del ministro di Luigi XIV, Jean Baptiste Colbert, sviluppò le manifatture reali dei prodotti di lusso, tra cui figuravano i “dentelles”, la cui  apoteosi si ebbe con Luigi XIV di Francia (1638 – 1715); il re cominciò ad adottare abiti stracarichi di merletto, alle maniche della camicia, ai polsi, alle ginocchia, sui fiocchi delle giarrettiere e delle scarpe, nella cravatta. In tal modo cambiò radicalmente l’immagine maschile che si trasformò da quella di guerriero, in uso nella prima metà del Seicento, a  quella di portatore di oggetti di gran lusso. Oltre ai pizzi infatti il re faceva sfoggio di oro e diamanti.  Gli abiti maschili e femminili di gran parte del Settecento furono ancora caratterizzati dall’uso del merletto, sebbene disposto diversamente. La donna lo portava attorno alla profonda scollatura quadrata, sulle maniche della camicia da cui scendeva in sontuose cascate, sulle cuffie, sui bordi degli abiti e perfino nei grembiuli che non erano da lavoro, ma splendidi oggetti in pizzo che scendevano dalla vita. L’uomo  lo adottò per la cravatta e i polsi. Questo tipo di ornamento si mostrò particolarmente adeguato per il gusto dell’epoca che, abbandonata ogni rigidezza e magnificenza, preferiva la leggerezza e la fioritura primaverile. Ma l’influenza della moda francese su tutta l’Europa stava tramontando: attorno al 1770 si guardò all’Inghilterra come portatrice di un gusto nuovo. Nella nazione infatti si stava sviluppando la Rivoluzione industriale con l’invenzione di macchine sempre più progredite che, col tempo,avrebbero sostituito i metodi manuali. Il gentiluomo inglese si presentava con una sobrietà di abiti e di decorazioni che conquistò il resto d’Europa. Anche la donna si adeguò alle nuove tendenze, indossando vestiti fluidi privi di strutture portanti, e diminuendo in modo radicale l’uso del pizzo. Ma il merletto ebbe il colpo di grazia definitivo con la Rivoluzione francese che abolì tessuti, ornamenti e accessori che erano stati il segno distintivo dell’odiata aristocrazia. La rivincita sarebbe arrivata più tardi durante l’Ottocento, con il trionfo del gusto romantico.

 

Bibliografia: I pizzi: moda e simbolo – catalogo della mostra. Venezia, palazzo Grassi 1977, ed. Electa