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Culture che odiano le donne

Studi Linguistici

Il punto di inizio delle riflessioni sull’ esistenza delle donne rimane, pietra miliare, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, scritto nel lontano 1949; e citerò spesso due testi recenti, ricchi di informazioni e di acute riflessioni: autrici Silvia Ballestra, con il suo Contro le donne nei secoli dei secoli, Ediz. Il Saggiatore , 2006, e Loredana Lipperini , che ha scritto Ancora dalla parte delle bambine , Ediz. Feltrinelli , 2007.

Il tema del linguaggio era stato ampiamente trattato negli anni ’70, e tra l’ altro la mia ricerca riporta larghi estratti dal libro della linguista Robin Lakoff su tale aspetto.

Il libro di Marina Yaguello, Le parole e le donne , pubblicato a Parigi nel 1979 e tradotto in Italia nel 1980 trattava praticamente il mio stesso argomento di ricerca.

Nella parte prima, ella esaminava il linguaggio delle donne rispetto a quello degli uomini ; nella seconda parte l’ immagine che la lingua restituisce delle donne. Più o meno, infatti, diciamo le stesse cose ed arriviamo alle stesse conclusioni.

Naturalmente, il corpus linguistico esaminato dalla studiosa si riferiva alla lingua francese e non a quella italiana, allorché si parlava di disammetrie grammaticali e semantiche, nonché dei vocaboli e del loro uso. Tuttavia anch’ essa, partendo dagli studi degli antropologi, passava poi alla socio-linguistica e al linguaggio usato nelle società sviluppate, definiva i registri linguistici e il comportamento linguistico maschile e femminile , per poi fermarsi sui tentativi di cambiamento effettuati nell’ ambito del femminismo, alla ricerca di una “identità culturale”. Fino a chiedersi se fosse possibile agire, se qualche tipo di cambiamento “volontario” e consapevole del linguaggio potesse avere luogo. Nel corso del tempo, altri studi sul linguaggio si sono susseguiti, anche stimolati, in via ufficiale, dalle autorità competenti. La linguista Alba Sabatini nel 1986 e nel 1987 ha pubblicato, a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, due studi : “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” e “Il sessismo nella lingua italiana” , in cui si ribadivano gli stessi problemi ( tra cui l’ eterna svalutazione di ciò che è femminile) e si avanzavano proposte per cambiare questo stato di cose.

Tutto ciò è rimasto lettera morta.

In Italia quindi tali ricerche non producevano effetti rilevanti sull’ insegnamento e sull’ uso della lingua . Al contrario, il problema se lo è posto di recente il parlamento dell’ Unione Europea. I giornali del 17 Marzo 2009 riportano infatti il contenuto di un libretto “di istruzioni”, recentemente introdotto dall’ UE, che tratta del modo corretto di rivolgersi , per iscritto o oralmente, ad una donna, qualora ad esempio ci si rivolga ad una deputata. Si auspica l’ adozione di un linguaggio “sessualmente neutro” da usare nei dibattiti in aula, nei convegni, nelle pubblicazioni e nei documenti ufficiali.

Il libretto considera discriminatorio l’ uso di “signora” e “signorina” in tutte le lingue, ed invita a chiamare le donne con il loro cognome. Infatti, e nella tesi veniva enunciato chiaramente, agli uomini non viene chiesto il continuo richiamo alla loro condizione di sposati o di celibi. Le nuove regole sconsigliano l’ uso delle parole che contengano un riferimento al sesso : ad esempio, non più “sportsmen” ( uomini sportivi ) ma “atleti”, non “statesmmen” ( uomini statisti ) ma “leader politici”, non più oggetti “man made” (fatti dall’ uomo ) ma “sintetici, artificiali”

Le critiche dei movimenti delle donne alla struttura e all’ uso del linguaggio hanno comunque lasciato il segno : sempre più spesso infatti troviamo, nel linguaggio comune, il termine “umani” invece che “uomini” , allorché si parla della nostra specie.

Recentemente un libro che è stato best-seller nei Paesi anglosassoni ( The God Delusion di Richard Dawkins ) fa un accenno a questo tema ed osserva :

«Quando le femministe hanno imposto alla nostra attenzione la discriminazione sessuale che si nasconde nell’ uso dei pronomi, si sarebbero parlate addosso, mentre i veri problemi, come i diritti delle donne e i mali della discriminazione, erano ben altri. Ma il fronte dei bravi progressisti non si era ancora reso conto dell’ iniquità del linguaggio quotidiano.

Per quanto fossimo magari d’ accordo sulla questione politica dei diritti e della discriminazione, inconsciamente seguivamo ancora convenzioni linguistiche che facevano sentire esclusa metà del genere umano . »


Studi recenti

In tempi recenti gli studi sul linguaggio correlato al sesso si sono arricchiti di nuovi testi, tra cui indichiamo :

1972. Key , M. R. Linguistic Behaviour of Male and Female , in “Linguistics”, 88, pp. 15 – 31.

1975. Dubois, B. I. e Crouch, I. The Question of Tag Questions in Women’s Speech : they

don’t really use more of them, do they ? , in “Language in

Society”, 4, pp. 289 – 294. 1975. Thorne, B. e Henley, N. ( a cura di ),

Language and Sex , Newbury House, Rowley, Mass. 1973. Lakoff, R.

Language and Woman’s Place , in “Language in Society”, 2, pp. 45 – 80.

1975. Lakoff, R. Language and Woman’s Place , Harper & Row, New York, ( alle pp. 3 – 50 Lakoff 1973 ).

I risultati più interessanti sono stati ottenuti da due donne, Mary Ritchie Key e Robin Lakoff. In particolare quest’ ultima ha applicato alla lingua dei sessi i rapporti di ruolo ( come nel caso della lingua giapponese, in cui la donna è mantenuta ad un livello “umiliato” nell’ uso dei vari prefissi onorifici ), ed ha iniziato concretamente a definire nei vari livelli sintattici e lessicali un “linguaggio femminile” distinto da quello “maschile”.

Secondo Robin Lakoff la donna è praticamente spinta su tutti i fronti ad adottare un tipico modo di esprimersi, stabilito dal ruolo sociale riconosciutole. Vi può essere una obiezione a tale osservazione : anche gli uomini sono costretti ad usare un tipo di linguaggio ( diverso ed anche opposto a quello “femminile”), altrimenti non vengono presi sul serio e vengono derisi dagli esponenti del proprio sesso e di quello opposto.

Ma – osserva Lakoff – non è affatto la stessa cosa. Per gli uomini ciò vale come un ordine costringente e perciò odioso ( per molti ), ma in effetti l’ uso di tale linguaggio garantisce loro approvazione sociale e sicurezza individuale ; mentre per le donne tale obbligo costituisce un reale paradosso, che le danneggia in ogni caso.

“ If she refuses to talk like a lady, she is ridiculed and subjected to criticism as unfeminine ; if she does learn, she is ridiculed as unable to think clearly , unable to take part in a serious discussion ; in some sense, as less than fully human ” .

In effetti il “linguaggio femminile” è universalmente ritenuto svilente per la donna in quanto persona e assolutamente inadatto alla trasmissione di informazioni ( che non siano la marcatura delle qualit{ da “vera donna” della locutrice ). Per questo motivo deve essere accantonato nelle occasioni attinenti allo studio, al lavoro, a necessità tecniche, scientifiche e dirigenziali.

Tuttavia in altre occasioni la donna è costretta ad usarlo, altrimenti viene giudicata dalle altre donne e dagli uomini “non femminile”, non realmente donna. Di conseguenza non può mai esprimersi compiutamente ; esaltando le sue caratteristiche femminili svilisce se stessa in quanto persona, e viceversa.

Essa è in realtà bilingue, e come molti bilingui non riesce facilmente a padroneggiare completamente la lingua, né può essere del tutto sicura di usare, in un certo posto, in una certa situazione e con una certa persona, il linguaggio giusto. In questa alternanza di stili linguistici e nel continuo dover scegliere tra più alternative la donna spende molte energie, sottratte al libero lavoro creativo in campo espressivo.

L’ autrice definisce il tipico “linguaggio femminile” come “talking like a lady” ; esso si mostrerebbe a tutti i livelli della lingua inglese, come la scelta e la frequenza dei vocaboli, l’ uso di particolari regole sintattiche, l’ intonazione, le caratteristiche sovrasegmentali. In particolare Lakoff distingue in questo linguaggio nove caratteristiche, più la particolare intonazione.

1) Lessico . Secondo tale analisi le donne hanno tutta una serie di parole relative ai “lavori femminili”, ad esse riservati, e ad altri interessi specifici ; parole che distinguono leggère sfumature di colori e particolari tipi di stoffe, strumenti per il cucito o il ricamo, ecc. Tali parole sono del tutto infrequenti nell’ uso maschile.

2)Aggettivi . Le donne farebbero grande uso di aggettivi quali “divine”, “charming”, “cute” ( divino, affascinante, grazioso ), nonché “adorable” ( adorabile ), “sweet” ( dolce ), “lovely” ( carino ). Più tipici degli uomini sono invece “great” ( grande ), “terrific” ( spaventoso ), “cool” ( calmo, freddo ), “neat”( chiaro ). Questa dicotomia appare anche in altre parti del discorso, quali le esclamazioni. L’ autrice pone due frasi, a) e b) , come, rispettivamente, di tipico carattere femminile e maschile. a) “Oh dear, you’ve put the peanut butter in the refrigerator again” ; b) “Shit, you’ve put the peanut butter in the refrigerator again”. Esclamazioni tipiche dei maschi sono infatti “shit”, “damn” ( merda, dannazione ), mentre “oh dear” ( povero me ), “goodness” ( oh, Dio ), “oh fudge” ( sciocchezze ) appartengono alle femmine.

3) Esitazioni . E’ abituale l’ uso nelle donne di espressioni di vario genere (“ well ”, “ y’ know ”, “ kinde ”, cioè bene , come sai , una sorta di ), che mostrano il parlante insicuro rispetto a quello che va dicendo. Anche premettere ad una dichiarazione : “ I guess ”, “ I think ”, oppure “ I wonder” ( penso che , vorrei sapere ), produce il medesimo effetto. Tuttavia si ha paura di sembrare troppo mascolina dicendo le cose direttamente e in maniera tranquillamente assertiva.

4) Tag-questions. Anche la formazione delle “tag questions” è caratteristica. Infatti nelle donne troviamo domande anche quando ci possiamo aspettare affermazioni ( ad es. “What’s your name, dear ?” “Mary Smith?” ). Vi è differenza tra le domande “Is John here?” e “Is John, here, isn’t ?” . Nel primo caso la risposta può essere “sì” e “no”, nel secondo caso l’ interrogante mostra di aspettarsi una risposta positive, cioè di conoscere la situazione.Quindi in molti casi l’ uso dell’ interrogazione è ingiustificato o anche ridicolo (“Sure is hot here, isn’t it ? “ ; “I have a headache, don’t I ?” ) 76 e mostra sotto una luce sfavorevole il carattere del ( della) parlante, come indeciso e insicuro. Chi parla qui ha in realtà un’ idea precisa e non sente il bisogno di conferme, ma è riluttante ad esprimere con fermezza le proprie idee, come quanto dice : “The way prices are rising is horrendous, isn’t it ?”. Secondo Lakoff questo è un mezzo per evitare ogni conflitto con l’ interlocutore, attraverso l’ uso di una sorta di autocensura.

5) “So ”. L’ uso dell’ intensivo “so” è molto più frequente nel linguaggio femminile che in quello degli uomini, per cui si ha : “I like him so much” invece di “I like him very much”. Dire “tanto”, “così tanto” invece di “moltissimo”, indica che la quantità è tanta da non potersi esprimere, e dà un notevole grado di esagerazione alla frase.

6) Espressioni marcate . Le espressioni marcate, esagerate, non si limitano a “so”, ma sono estremamente diffuse nel linguaggio delle donne. Per l’ autrice è un altro modo di esprimere l’ incertezza, la difficolt{ di comunicazione, l’ irrilevante ruolo sociale occupato. Cioè : parlando normalmente non si convince, bisogna esagerare il più possibile le espressioni perché abbiano qualche effetto sull’ interlocutore.

7) Grammatica ipercorretta . Fin dall’ infanzia le bambine sono abituate a parlare in modo più corretto grammaticalmente, riservando espressioni come “singin” e “goin” ai coetanei maschi, nei quali si tollera molto di più una siffatta libertà linguistica.

8) Forme ipergentili . Le donne non usano espressioni indelicate, sono le esperte dell’ eufemismo, si mostrano più attente a dire “please” e “thank you” e ad osservare le convenzioni sociali. Tale gentilezza significa non imporre se stessi (il proprio parere, le proprie vedute, le proprie conclusioni) agli altri, significa lasciare agli altri l’ effettiva decisione. Infatti la differenza fra un ordine e una richiesta ( o un suggerimento) è che nel secondo caso la decisione è lasciata all’ interlocutore, alla sua buona volontà. Abbiamo così tutta una serie di gradazioni : a)“Close the door” b)“Please close the door” c) “Will you close the door ?”d)Will you please close the door ?”e)“Won’t you close the door ?” Dire : “Vuoi chiudere la porta ?” (quando non si usa un tono esasperato o ironico ) significa chiedere : “Hai la volontà di chiudere la porta ?”, cioè lasciare la decisione finale all’ altro. Ancor più se vi è il rinforzo di “please”.

9) Assenza di umorismo . Le donne non usano parlare attraverso facezie e burle, usando forme ironiche o di aperta parodia. Questa caratteristica, considerata una elaborazione dei due punti precedenti, ha l’ effetto di far considerare assente nelle donne il senso umoristico.

A questi punti dobbiamo poi aggiungere uno specifico schema di intonazione femminile che – osserva Lakoff – ha valore di segnale secondario, per rafforzare le caratteristiche espresse precedentemente. L’ intonazione ha valore soprattutto nelle domande che si sostituiscono ad affermazioni, ed in cui vediamo una non-volontà di asserire con decisione una opinione o un fatto.

Viene citato come esempio lo scambio domanda-risposta : a) “When will dinner be ready ?” ; b) “Oh, …around six o’clock…?”. 78

Che cosa significa secondo l’ autrice questo dover esprimersi in ogni caso con gentilezza ? Rifacendosi al libro The Japanese Language di Roy Miller, ella osserva che i gruppi subordinati sono educati ad esprimersi con riguardo proprio per far risaltare la loro condizione inferiore, mostrare che si è disposti a cedere, disposti a rinunciare alla lotta. La gentilezza si è infatti sviluppata nella società per ridurre la frizione nelle interazioni personali.

Tale situazione di dipendenza è particolarmente vera per le donne, ed ha carattere sociale complessivo, anche se in taluni casi ( interazioni medico-paziente, insegnante-allieva, principale – segretaria) viene esaltata al massimo.

Lakoff afferma che, senza questa imposizione da parte del gruppo dominante (maschile) non si spiegherebbe la presenza di tali caratteristiche, contrastanti con tutte le regole che rendono ottimale una conversazione. Contro un linguaggio chiaro, diretto, preciso, volto al punto (usato in genere dagli uomini), abbiamo un discorso indiretto, ripetitivo, sinuoso, oscuro, esagerato.

Ricerche rilevanti, compiute assai di recente e per la maggior parte ancora in corso, sono quelle che riguardano le leggi di conversazione, tra uomo e donna, tra bambino e adulto e tra uomo e uomo. Studiosi come Sacks, Fishman, Schegloff, e Zimmermann ( quest’ ultimo in collaborazione con Candice West ) hanno analizzato minuziosamente con ricerche su campioni e analisi statistiche brandelli di conversazione a due in luoghi pubblici ( bar, negozi, aule universitarie), su elementi appartenenti alla classe media. I risultati sono stati molto interessanti.

Noi sappiamo che una conversazione è retta da regole di etichetta per cui un interlocutore parla solitamente per un certo periodo e quindi passa la parola all’ altro, senza interromperlo e senza sovrapporre le battute. La regola viene violata nei rapporti coi bambini, i quali parlano solo quando sono interrogati, usano espressioni apposite per intervenire ( ad esempio . “d’yn know what ?”) e sono frequentemente repressi e corretti. Se un incidente avviene nel corso di una conversazione tra due uomini di solito colui che è interrotto protesta ( esempio : “lasciami finire” ).

Ora negli esperimenti condotti appare che il rapporto uomo- donna si modella non sul rapporto uomo-uomo ma su quello adulto-bambino. Fishman ha notato che su 52 ore di conversazione registrate, aperture del tipo “Sai cosa ti dico ?” appaiono con frequenza doppia nelle donne, le quali interloquiscono interrogativamente tre volte più degli uomini. In un altro esperimento di Zimmermann e West gli uomini hanno interrotto la battuta della donna 46 volte ( contro 2 volte delle donne). Sulle interruzioni iniziate dall’ uomo, il venticinque per cento aveva la funzione di correggere o rimproverare la donna.

Ma la ricerca ha dato altri risultati ancora : nel rapporto bambino-adulto, quando il bambino viene interrotto o sgridato di solito riprende il sopravvento, riformulando la domanda o l’ asserzione. Invece nel rapporto uomo-donna la donna interrotta non riprende il discorso ma entra in una fase di silenzio. Commentano gli autori che, a differenza dei bambini, le donne hanno ormai imparato a stare al loro posto. Con questo lavoro i linguisti stanno dimostrando come il dominio maschile, prima ancora che nelle istituzioni propriamente dette, si imponga nell’ istituzione linguistica e modelli il comportamento femminile sin dalla più tenera infanzia.

Studi simili in Italia non sono stati ancora compiuti, a quanto sappiamo attualmente; vi è stata soltanto la proposta, da parte di qualche ricercatrice, di applicare in un certo modo al linguaggio femminile la teoria della “deprivazione verbale” di Bernstein. Gli uomini, cioè, a causa della maggiore libertà sociale e della possibilità di rapporti interpersonali più articolati e frequenti, si saprebbero esprimere in modo migliore, possederebbero “più parole”, con la conseguente possibilit{ di un dominio culturale e sociale. Tutto questo rimanendo sempre nel campo della sociolinguistica. Per quanto riguarda la cinesica maschile e femminile durante le interazioni verbali, non abbiamo notizia di studi particolareggiati su questo punto.

Rimane dunque ai ricercatori un enorme campo di studio su cui intervenire; proprio come stimolo all’ avvio di ricerche in questa direzione, abbiamo accentrato il nostro interesse su alcune possibili applicazioni di questi studi sociolinguistici, finora limitati agli USA. Cioè :

a)Abbiamo esaminato il “linguaggio-tipo” femminile offertoci dai mass-media (cinema, TV, fumetti, pubblicità), con lo stesso procedimento di Robin Lakoff ;

b)Mediante una inchiesta sul campo, abbiamo cercato di determinare eventuali differenze di espressione nel linguaggio reale parlato dai due sessi ;

c)Una seconda inchiesta sul campo è stata condotta attraverso un questionario.

Queste ricerche non possono comunque essere definite scientifiche, poiché sono state condotte in modo sommario e su un campione non abbastanza rappresentativo. Esse, ripetiamo, non vogliono che costituire uno spunto per l’ avvio di indagini accurata in questa direzione, le quali indagini necessitano in ogni caso di un lavoro di équipe e di notevoli mezzi ( soprattutto tecnici) messi a disposizione.

Veniamo dunque al punto a) delle osservazioni compiute. Abbiamo rilevato, nell’ espressione linguistica dei “tipi” femminili offertici dai mass-media , le seguenti caratteristiche, le quali sono assenti negli uomini o nettamente meno frequenti :

1)Tratti insicuri, persino infantili; con un uso notevole di espressioni interrogative e di toni esagerati ;

2) Emotività e sensibilità accentuate ; 3) Argomenti di conversazione molto spesso futili ; 4) Propensione a parlare molto ; 5)Grande uso di “tag-questions”, domande che sostituiscono affermazioni recise ; 6) Mantenimento di un ruolo subordinato nella conversazione ; 7) Autocontrollo dell’ espressione (verbale e non) ; 8) Ipercorrettismo ; 9) Uso molto limitato delle espressioni dure ed offensive e di quelle collegate alla sessualità ; 10)Ricorso frequente al mentire.

In parte questi aspetti della lingua coincidono con quelli rilevati da Lakoff, ma ve ne sono altri non menzionati dalla linguista statunitense ; inoltre li abbiamo distribuiti in maniera differente, non tanto secondo la successione dei livelli linguistici (fonologia, morfologia, lessico, tratti segmentali e sovrasegmentali) bensì secondo le motivazioni culturali che, a nostra veduta, hanno dato loro origine Robin Lakoff definisce in complesso il linguaggio femminile come “forzato alla gentilezza”, e questa è per lei una caratteristica che le donne hanno in comune con altri gruppi subordinati.

Ma ci pare che la specificità del linguaggio femminile non possa essere pienamente colta limitandoci a questo aspetto, pur se fondamentale ( mantenere i subordinati a un livello linguistico “umiliato” è molto rassicurante per i dominati e garantisce loro una continua supremazia psicologica ). In realtà per le donne la questione si presenta più complessa, e troviamo le radici di certi comportamenti in un intricato intreccio di motivazioni.

Abbastanza arbitrariamente ne distinguiamo tre, a cui assegnare specifici tratti del linguaggio, e cioè : a)Opposizione culturale maschile- femminile ; b)Subordinazione sociale della donna ; c) Alternanza perfezione- volgarità .