L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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Sacro culto fallico

Ogni religione ha un’origine sessuale. La venerazione del lingam-yoni e della pudenda è comune in Africa e in Asia. Il buddismo segreto è sessuale. La magia sessuale viene insegnata praticamente nel buddismo zen. Il Buddha insegnò la magia sessuale in segreto. Esistono molte divinità falliche: Shiva, Agni e Shakti in India; Legba in Africa, Venere, Bacco, Priapo e Dioniso in Grecia e Roma

Gli ebrei avevano dèi fallici e foreste sacre consacrate al culto sessuale. A volte i sacerdoti di questi culti fallici si lasciavano andare e praticavano  orge selvagge di baccanali. Erodoto cita quanto segue: “Tutte le donne di Babilonia hanno dovuto prostituirsi con i sacerdoti del tempio di Milita”.

Nel frattempo, in Grecia ea Roma, nei templi di Vesta, Venere, Afrodite, Iside ecc., le sacerdotesse esercitavano il loro santo sacerdozio sessuale. In Cappadocia, Antiochia, Pamplos, Cipro e Bylos, con infinita venerazione e esaltazione mistica, le sacerdotesse celebravano grandi processioni portando un grande fallo, come Dio o il corpo generativo della vita e del seme.

La Bibbia ha anche molte allusioni al culto fallico. Il giuramento dal tempo del patriarca Abramo fu preso dagli ebrei ponendo la mano sotto la coscia, cioè sul membro sacro.

La Festa dei Tabernacoli era un’orgia simile ai famosi Saturnali dei Romani. Il rito della circoncisione è totalmente fallico.

La storia di tutte le religioni è piena di simboli e amuleti fallici, come l’ ebraico Mitzvah, l’albero di maggio dei cristiani, ecc. In tempi antichi, le pietre sacre con una forma fallica erano profondamente venerate. Alcune di quelle pietre somigliavano al membro virile e ad altri alla vulva. Pietre di selce e silice furono indicate come pietre sacre, perché il fuoco fu prodotto con loro, fuoco che esotericamente fu sviluppato come privilegio divino nella colonna vertebrale dei sacerdoti pagani.

Michelangelo Buonarroti, Particolare de “La Creazione” Cappella Sistina (Roma),

Nel cristianesimo troviamo una grande quantità feste falliche. La circoncisione di Gesù, la festa dei tre saggi (Epifania), il Corpus Domini, ecc., Sono festività falliche ereditate dalle sante religioni pagane.

La colomba, simbolo dello Spirito Santo e della voluttuosa Venere Afrodite, è sempre rappresentata come strumento fallico utilizzato dallo Spirito Santo per impregnare la Vergine Maria. La stessa parola “sacrosanto” deriva dal sacro. E quindi la sua origine è fallica.

Il divino culto fallico è scientificamente trascendentale e profondamente filosofico. L’era dell’Acquario è a portata di mano e in essa i laboratori scopriranno i principi energetici e mistici del fallo e dell’utero. L’intero potenziale della vita universale esiste all’interno del seme.

Nei cortili rocciosi pavimentati dei templi aztechi, uomini e donne si univano sessualmente per risvegliare la Kundalini . Le coppie sono rimaste nei templi per mesi e anni, amandosi e accarezzandosi a vicenda, praticando la magia sessuale senza spargere il seme . Tuttavia, coloro che hanno raggiunto l’eiaculazione dello sperma erano condannati a morte. Le loro teste erano tagliate con un’ascia. Quindi, è così che hanno pagato il loro sacrilegio.

Nei Misteri Eleusini, le danze nude e la magia sessuale erano il fondamento stesso dei misteri. Il fallicismo è il fondamento della profonda realizzazione del sé.

Tutti i principali strumenti della Massoneria servono per lavorare con la pietra. Ogni Maestro Muratore deve scolpire bene la sua Pietra Filosofale. Questa pietra è il sesso. Dobbiamo costruire il tempio dell’Eterno sulla pietra viva.

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Con il dominio completo della Forza Serpente tutto può essere raggiunto. Gli antichi sacerdoti sapevano che in certe condizioni si può visualizzare l’aura, sapevano che la Kundalini può essere risvegliata attraverso il sesso. La forza della Kundalini arrotolata sotto è una forza terrificante; assomiglia alla molla di un orologio nel modo in cui è arrotolata. Questa particolare forza si trova alla base della colonna vertebrale; tuttavia, ai giorni nostri e all’età, una parte di essa dimora all’interno degli organi generativi. Gli orientali lo riconoscono. Alcuni indù usano il sesso nelle loro cerimonie religiose. Usano una diversa forma di manifestazione sessuale ( Magia Sessuale ) e una diversa posizione sessuale per ottenere risultati specifici, e hanno avuto successo. Molti secoli e secoli fa, gli antichi adoravano il sesso. Hanno compiuto il culto fallico. C’erano certe cerimonie all’interno dei templi che eccitarono la Kundalini , che a sua volta produsse chiaroveggenza, telepatia e molti altri poteri esoterici .

Il sesso, usato correttamente e con amore, può raggiungere vibrazioni particolari. Può provocare ciò che gli orientali chiamano l’apertura del fiore di loto e può abbracciare il mondo degli spiriti. Può promuovere l’eccitazione della Kundalini e il risveglio di alcuni centri. Tuttavia, il sesso e la Kundalini non devono mai essere abusati. Ognuno deve integrare e aiutare l’altro.

Quando l’essere umano risveglia la Kundalini , quando il Serpente di Fuoco inizia a vivere, le molecole del corpo sono allineate in una direzione, perché la forza della Kundalini ha questo effetto quando viene risvegliata. Quindi il corpo umano inizia a vibrare di salute, diventa potente nella conoscenza e può vedere tutto.

L’uomo e la donna non sono semplicemente una massa di protoplasma, una carne attaccata a una cornice di ossa. L’essere umano è, o può essere, qualcosa di più.

I fisiologi e altri scienziati hanno analizzato il corpo dell’essere umano e l’hanno ridotto a una massa di carne e ossa. Possono parlare di questo o quell’osso, di diversi organi, ma queste sono cose materiali. Non hanno scoperto, né hanno cercato di scoprire le cose più segrete, le cose intangibili, le cose che gli indù, i cinesi e i tibetani conoscevano secoli e secoli prima del cristianesimo.

La spina dorsale è davvero una struttura molto importante. Contiene il midollo spinale, senza il quale uno sarebbe paralizzato, senza il quale uno è inutile come un essere umano. Tuttavia, la spina dorsale è ancora più importante di tutto ciò.Alla base della spina dorsale c’è quello che gli Orientali chiamano il Serpente di Fuoco. Questa è la sede della vita stessa.

 


Artemide di Efeso.

Gli antichi greci, quando colonizzarono Efeso in Asia Minore nel 1000 aC circa, trovarono una dea orientale  della maternità e della fertilità adorata, che ben presto fu assimilata alla loro Artemide, la Diana romana. Per questa dea gli Efesini costruirono il grande tempio che ospitava la sua imponente immagine che divenne una meraviglia del mondo classico. Il tempio e l’immagine furono successivamente distrutti; ma una rappresentazione marmorea a grandezza naturale, scolpita in epoca romana e trovata dall’Istituto austriaco di archeologia, è considerata l’approccio più conosciuto all’originale e, senza dubbio, il più splendido.

L’Artemide di Efeso . La sua immagine di culto era insolita, se non strana, più un amalgama della dea greca e della dea madre anatolica Cybele. Lo stomaco / grembo materno era ricoperto di petti multipli (uova? Testicoli del toro?) che simboleggiavano un’abbondante fertilità. La sua collana era fatta di ghiande dalla sua quercia sacra; la sua corazza mostrava segni dello zodiaco. Righe di animali, che rappresentano la fertilità, decoravano la sua gonna attillata, mentre lungo i lati c’erano le api; Artemide era l’ape regina, i suoi sacerdoti castrati erano “droni”.

Mentre l’Artemide di Efeso è stata a lungo definita “la numerosa madre dell’Asia”, Franz Miltner, lo scopritore della figura, sostenne che ciò che è realmente rappresentato sul suo seno è un corpetto ricoperto  di uova. Le numerose figure di animali che decorano la sua veste simboleggiano il suo potere su tutta la natura. Anche i segni dello zodiaco sul suo petto indicano il suo potere sui cieli. Giovane e maestosa, è l’amante vivificante e salva-vita del cosmo.

La statua di Artemide dissotterrata a Efeso ha poco in comune con la cacciatrice snella dei greci. Raggruppata intorno alle teste del suo cervo e ai suoi leoni, l’antica dea madre dell’Asia guarda nello spazio con quella divinità impersonale, una benevolenza priva di compassione, che l’ideale cristiano di bontà si stava ben presto umanizzando nel mondo in cui era scolpita la statua .

Andrew Gough: come i minoici, i greci ritenevano l’ape sacra e la mettevano in evidenza nella loro mitologia. Non solo i greci credevano che il miele fosse “il cibo degli dei” e che le api fossero nate da tori, credevano che le api fossero intrecciate in modo intricato nella vita quotidiana dei loro dei. Prendiamo ad esempio Zeus, il “Re degli dei” greco che nacque in una grotta e allevato dalle api, guadagnandosi il titolo di Melissaios, o Bee-man. Allo stesso modo Dioniso, il dio greco della follia rituale, dell’estasi e del vino era chiamato il dio toro e nutrito da bambino come un bambino dalla ninfa Makris, figlia di Aristeo, il protettore delle greggi – e delle api.

“Fuori dalla chiesa, – in Betlemme -, c’è una grotta, ci si entra da una piccola porta, luogo in cui la Beata Vergine Maria ha allattato suo figlio … I pellegrini prendono zolle di terra di questa grotta per usarle per donne che non hanno latte “. (Donne pellegrine nell’Inghilterra del tardo Medioevo: la pietà privata come esibizione pubblica, di Susan Signe Morrison, pagina 32, su Google books). E anche questo: “Per tutto il Medioevo, i fedeli amavano le fiale del latte della Vergine come un balsamo curativo, un simbolo di misericordia, un mistero eterno.” (Il corpo della natura: genere nella produzione della scienza moderna, di Londa L. Schiebinger, p. 59, nei libri di Google). L’immagine è anche pre-cristiana: c’erano i seni di Diana ad Efeso. La famosa statua è stata ricreata con miglioramenti a Villa d’Este, vicino a Roma a Tivoli . Gli Estensi erano i dominatori di Ferrara, vicino a Mantova .

Inoltre, si diceva che Dioniso avesse assunto la forma di un toro prima di essere fatto a pezzi e rinascere come un’ape. Curiosamente, il culto di Dioniso consisteva in un gruppo di adoratrici femminili frenetiche chiamati Maenadi (greci) o baccanti (romani), che erano famosi per la loro danza e che si credeva avessero ali. Queste ragazze adoratrici del toro potrebbero essere state sacerdotesse api?

La vergine Diana / Artemide, dea greco-romana della nascita, è un precorritrice della Vergine Maria. Prima l’una e poi  erano venerati ad Efeso. E naturalmente prima c’era la “Venere di Willendorf”, la dea rotonda con i seni grandi il cui culto era ovunque all’alba della cultura da 20 a 27 mila anni fa.

Dipinto dell’artista tedesco Herman Tom Ring (1521-1597).
Ancora un altro legame tra l’Ape e una pietra sacra è Cibele, l’antica dea madre dell’Anatolia neolitica, venerata dai greci come una dea delle api e delle grotte. Curiosamente, Cibele era spesso adorato sotto forma di pietra meteoritica o di pietra del cielo. Cibele era anche conosciuto come Sibilla – un oracolo dell’antico vicino Oriente che era noto ai greci come Sibille. Il nome ispirò Sybil, il titolo di veggenti sacerdotesse per centinaia di anni a venire.

Andrew Gough: Ancora un altro esempio di venerazione di Bee nella mitologia greca è Afrodite, la ninfa-dea di mezza estate che è famosa per aver ucciso il re e strappato i suoi organi proprio come fa l’ape regina al drone. Si dice che le sacerdotesse di Afrodite, che sono conosciute come Melissa, abbiano esposto un nido d’ape dorato nel suo santuario sul monte Eryx. Il mitologo Robert Graves ha parlato di Butes – un sacerdote di Athene che viveva sul monte Eryx e sarebbe stato il più famoso apicoltore dell’antichità. Butes rappresentava il dio dell’amore Phanes, che è spesso raffigurato come Eircepaius – un forte ronzio . Graves afferma anche nella sua autorevole opera “I miti Greci” che Platone identificava Atena con la dea egizia Neith, che come abbiamo visto, è associata all’ape in una moltitudine di modalità.


L’ultimo Inquisitore. La storia di Ines, la musa di Goya

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 1

Goditi “L’ultimo Inquisitore” Parte 2

 

Lultimo_inquisitore

Spagna, anno 1792 (anno in cui la Rivoluzione francese comincia ad avere ripercussioni al di fuori dei confini dellaFrancia). Francisco Goya è ormai diventato, non solo un importante pittore, ma il pittore ufficiale di corte e pertanto sta dipingendo i ritratti della Regina Maria Luisa di Borbone-Parma. Oltre che dalla famiglia reale, accetta commissioni per ritrarre nel suo studio, tra gli altri, anche l’inquisitore Lorenzo Casamares e Inés Bilbatúa, giovane e bella figlia del ricco mercante Tomás Bilbatúa, che per l’artista rappresenta una sorta di musa ispiratrice. È proprio nella casa del pittore che Lorenzo, mentre posa, vede Inés per la prima volta e chiede notizie di lei.

Nonostante questa sua grande celebrità però, i vertici della Chiesa di Spagna cominciano a preoccuparsi e a vedere con forte sospetto ciò che Goya raffigura nelle sue famose incisioni che si stanno diffondendo da Roma fino al Messico, ritenendole opere malvagie. Padre Lorenzo, di rimando, le difende, sostenendo che si limitano a mostrare il male che c’è nel mondo. Siamo però nei secoli in cui l’Inquisizione spagnola reprime e perseguita con durezza qualsiasi idea e comportamento che ritiene pericolosi per il popolo, per l’ordine costituito e per la Chiesa stessa. Lo stesso frate Lorenzo raccomanda con fervore ai suoi superiori di intensificare l’opera di repressione contro ognuna di tali minacce ed è da essi incaricato di occuparsene con i suoi sottoposti.

Avviene così che Inés, venendo vista da un inquisitore rifiutare di mangiare della carne di maiale in una taverna, è portata al cospetto dell’Inquisizione spagnola e proditoriamente accusata di praticare segretamente il giudaismo: inizialmente la giovane nega, ma poi, inflittale più volte l’atroce tortura detta della corda (detta in gergo anche la strappata o strappado[2]), ammette ciò di cui viene incolpata, nonostante l’evidente falsità dell’accusa, nella speranza di potersi discolpare al processo. Il padre, non vedendola tornare a casa, con l’intercessione di Goya, cerca di conoscerne le sorti tramite fratello Lorenzo, che le reca visita in carcere e, con la scusa di confortarla e darle aiuto, approfitta di lei mentre è legata in catene. Una sera il frate si reca a cena con Goya presso la famiglia Bilbatúa per assicurarli che ha visto Inés la quale ha detto di amarli tutti. Durante la loro conversazione a tavola, il genitore cerca di capire meglio ciò che è toccato alla figlia e venendo a sapere che è stata imprigionata, dopo aver confessato sotto tortura di essere una cripto-giudea (effettivamente esistevano lontani avi di origine ebraiche convertiti, i cosiddetti conversos o marrani, ma solo il padre e nessun altro era a conoscenza di questo in famiglia), con l’aiuto di Goya cerca di far comprendere a Lorenzo come, sotto tortura, sia possibile carpire la confessione di qualsiasi colpa e assurdità. Il prelato però difende l’assoluta veridicità di tali metodi, sostenendo che se gli accusati fossero veramente innocenti e credenti, Dio darebbe loro la forza di resistere ad ogni dolore e di negare ogni falsa accusa, quindi chi cede e confessa deve essere colpevole. Di fronte a tali affermazioni, il mercante spazientito, scrive una lettera in cui si dichiara di non essere un uomo bensì il figlio bastardo di uno scimpanzé e un orangutan e la sottopone da sottoscrivere a Lorenzo. Finché non l’avrà firmata gli sarà impedito di lasciare quella casa. All’ennesimo rifiuto, con l’aiuto dei figli e della servitù, nonostante gli inutili inviti di Goya alla calma, Tomás Bilbatúa decide di costringere il religioso a sottoporsi alla corda, la stessa dolorosissima tortura praticata sulla figlia, appendendolo al lampadario: Lorenzo, piegato dal dolore, accetta di firmare quell’assurdità come sua confessione e, sotto la minaccia di vedere reso pubblico il documento che ha appena sottoscritto, accetta il perentorio ordine del genitore (che gli consegna anche un grosso quantitativo d’oro per perorare con più forza la causa) affinché faccia di tutto per liberare Inés. Nonostante vari tentativi presso i suoi superiori, anche tramite le generose donazioni, il religioso non riesce però a convincere i cardinali dell’Inquisizione spagnola, certi della verità di ciò che la ragazza aveva confessato. Il documento compromettente viene, come era stato minacciato, consegnato a re Carlo IV e frate Lorenzo, macchiatosi di infamia, viene espulso mentre il suo ritratto viene confiscato e bruciato sulla pubblica piazza. Lorenzo quindi scappa facendo perdere ogni traccia di sé.

Passano quindici anni, Goya, che nel frattempo ha perso l’udito, prosegue il suo lavoro di pittore e ritrattista alla corte del re spagnolo, mentre Inés viene lasciata rinchiusa a deperire nelle segrete di un convento, senza aver mai subito quel processo che le era stato promesso.

È il 1808, Napoleone Bonaparte invade la Spagna, dichiara abolito il processo inquisitorio e pone in libertà tutte le persone imprigionate per volere della Chiesa. Inés è finalmente scarcerata, ma il suo fisico è profondamente provato e sfigurato dai lunghi anni di prigionia e la sua mente è sconvolta ai limiti della pazzia. Tra la confusione, le razzie e le violenze portate dal passaggio delle soldataglie napoleoniche, Inés raggiunge, lacera e sporca, la casa paterna e scopre che tutti i membri della sua famiglia sono stati uccisi durante il saccheggio della città. L’unica persona che può aiutarla ora è Goya. Riconosciuta a fatica ed ospitata nella sua casa, Inés confessa al pittore di aver partorito una bambina, poi subito sottrattale, durante la sua lunga e terribile prigionia ed afferma che il padre della bimba è frate Lorenzo che aveva approfittato di lei, ma di cui ella appare anche molto innamorata. Nel frattempo, al seguito dell’esercito napoleonico, ricompare proprio Lorenzo, completamente cambiato. Ha vissuto in Francia durante l’esilio, ha sposato una donna francese, ha avuto da lei tre figli e, dopo aver letto i libri di quei pensatori Illuministi che avversava quando era un inquisitore, ha deciso di sposarne e diffonderne gli ideali, diventando così il procuratore capo del governo francese in terra spagnola e nemico acerrimo della stessa Chiesa di cui lui aveva fatto parte ma che ora considera un’istituzione conservatrice e retrograda (nonostante Lorenzo sia un personaggio di fantasia, la sua biografia richiama per alcuni versi la figura storica di Juan Antonio Llorente). È così che, con la stessa intransigenza e inflessibilità di quando apparteneva all’Inquisizione, processa e fa condannare a morte il cardinale a capo del Sant’Uffizio in Spagna.

Nel frattempo rivede il vecchio amico Goya da cui apprende che Inés è ancora viva ed ha avuto una bambina da lui. Lorenzo promette a Goya che si prenderà cura della giovane donna, ma non accetta di ammettere la compromettente possibilità di avere una figlia illegittima, considerando tutto ciò come la pura invenzione di una mente devastata da anni di prigionia. In realtà la figlia esiste, Lorenzo stesso ne ha la conferma dopo aver interrogato il cardinale del Sant’Uffizio, trattenuto nelle prigioni in attesa dell’esecuzione della sua condanna. Si viene a sapere dalle suore dell’orfanotrofio in cui è stata allevata, che è stata chiamata Alicia, che ne è fuggita e una volta diventata adulta, per sopravvivere, ha iniziato a prostituirsi nei bordelli e nei parchi della città. Goya riesce a trovare Alicia (interpretata dalla stessa Natalie Portman, che nel film è anche Inés) in un parco e si accorge che il suo aspetto è incredibilmente identico a quello della madre da giovane. Pertanto parla a Lorenzo perché possa far sì che Inés riesca finalmente a ricongiungersi con lei. In realtà Lorenzo fa rinchiudere Inés in un manicomio e si reca ad incontrare Alicia sotto mentite spoglie per indurla a lasciare la Spagna per gli Stati Uniti; la ragazza fugge da lui ritenendolo un malintenzionato. Goya, deciso a far incontrare le due donne, riesce però a prelevare Inés dal manicomio e la porta in una taverna dove sa che lavora la figlia. Il pittore si presenta alla giovane mentre ella sta accudendo la neonata di un’altra prostituta, e cerca di invitarla a conoscere la madre, che sta aspettando fuori dalla taverna. Improvvisamente, però, viene interrotto da alcuni soldati francesi, mandati da Lorenzo, che irrompono nel locale e catturano tutte le prostitute, affinché possano essere portate in Portogallo per poi essere imbarcate alla volta dell’America. Poco prima di venire arrestata Alicia riesce però a mettere la neonata al sicuro, celandola sotto un tavolo e quando Inés entra nella taverna ormai svuotata, la trova; convinta, nel delirio della sua pazzia, che sia quella figlia che le era stata strappata in prigione e che doveva incontrare, la raccoglie e la porta con sé.

Nel frattempo l’esercito britannico è sbarcato in Portogallo e in Spagna è iniziata la controrivoluzione, avversa all’occupazione francese. Appresa la notizia dello sbarco inglese e conscio dell’approssimarsi sia della fine del governo napoleonico in terra spagnola che della restaurazione dell’Ancien Régime, Lorenzo decide di fuggire con la sua famiglia, ma viene catturato mentre percorre la via per raggiungere la Francia. Processato, viene condannato a morte dagli stessi inquisitori che aveva fatto arrestare. Lorenzo, in preda al tormento e al fallimento della propria vita, decide di non fare professione di pubblico pentimento, di non abiurare i suoi nuovi ideali per poter così tornare in seno alla Chiesa ed accetta, di conseguenza, di salire sul patibolo. Viene pubblicamente ucciso dal boia con la garrota sotto gli occhi di Inés, che, ormai in preda alla follia, grida tra la folla il suo nome e, negli istanti che precedono l’esecuzione, gli mostra la neonata che tiene in braccio issandola come se fosse loro figlia. Inaspettatamente, anche Alicia è presente, salvata dalla deportazione da un ufficiale britannico, a cui sembra essersi fidanzata, e assiste dall’alto di un balcone di un palazzo. Il cadavere dell’uomo viene portato via adagiato su un carretto, alcuni bambini saltano e cantano intorno al suo corpo esanime e con la testa penzolante, mentre Inés, con in braccio la bambina e sorridendo al suo amato, gli tiene e gli bacia la mano, seguita amorevolmente da Goya che, poco lontano, la chiama.

USCITA CINEMA: 13/04/2007
GENERE: Drammatico
REGIA: Milos Forman
SCENEGGIATURA: Milos Forman, Jean-Claude Carrière
ATTORI:
Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Skarsgård, Randy Quaid, Blanca Portillo, Michael Lonsdale, José Luis Gómez, Mabel Rivera, Cayetano Martínez De Irujo, Craig Stevenson, Aurélia Thiérrée, Fernando Tielve, Antonio Bellido, Unax Ugalde

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Javier Aguirresarobe
MONTAGGIO: Adam Boome
MUSICHE: José Nieto (II), Varhan Bauer
PRODUZIONE: Kanzaman, Saul Zaentz Company, Xuxa Producciones
DISTRIBUZIONE: Medusa Film
PAESE: Spagna 2006
DURATA: 117 Min
FORMATO: Colore


Artemisia Gentileschi

La parola che più ricorre nella storia di Artemisia Gentileschi è passione: quel sentimento dirompente che accompagna ogni persona nel perseguimento dei propri sogni, tanto più ammirevole ed esemplare quanto più ostacolato da difficoltà e sofferenze.

Una donna pittrice. Nulla di strano se fosse stata un’artista dei nostri tempi, ma Artemisia nacque a Roma nel 1593, in un periodo in cui la pittura era ancora considerata una professione “da uomini”. Poche donne, come Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana, erano riuscite ad emergere dal contesto familiare nel quale, normalmente, l’interesse per l’arte si coltivava ad un livello per lo più dilettantistico; alle donne, infatti, veniva negato l’accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale.

La fortuna di Artemisia fu quella di nascere in una famiglia di artisti affermati, primo fra tutti il padre Orazio Gentileschi, suo maestro e fervido esponente del caravaggismo romano. Fu lui ad introdurre la figlia nel vivo ambiente culturale che caratterizzava Roma a quei tempi: tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, Caravaggio lavorava nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, Guido Reni e Domenichino gestivano un cantiere a S.Gregorio Magno, i Carracci ultimavano gli affreschi della Galleria Farnese.

A soli 17 anni Artemisia dipinse la sua prima grande opera, Susanna e i vecchioni (1610),dimostrando già uno spiccato talento nella personale rielaborazione di modelli classici, unita ad un’indagine naturalistica nella resa del corpo nudo della fanciulla e del moto avvitante dei due uomini da cui ella si ritrae. Le doti artistiche della giovane pittrice venivano così esaltate dal padre Orazio in una lettera inviata alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena, nel 1612: «questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere.» (fonte: “Artemisia Gentileschi. La pittura della passione”, a cura di Tiziana Agnati e Francesca Torres, Edizioni Selene, Milano, 2008)

Tra i tanti artisti che collaboravano con la famiglia Gentileschi, Orazio scelse Agostino Tassi, pittore di vedute e paesaggi, affinché insegnasse alla figlia ad usare la prospettiva nei suoi dipinti.

Proprio alla figura del Tassi è legato l’episodio più doloroso della vita di Artemisia: nel maggio del 1611 la giovane subì uno stupro da parte del maestro. L’aggressore venne denunciato solo un anno dopo da Orazio, oltre che per la violenza compiuta, per non aver potuto riparare all’atto con un matrimonio, essendo il Tassi già sposato. Il processo si svolse pubblicamente a Roma, e fu in questa occasione che Artemisia dimostrò grande coraggio nel rispondere all’umiliazione subìta, accettando la peggiore delle torture per un pittore, lo schiacciamento dei pollici, pur di provare la veridicità della sua testimonianza.

La conclusione del processo, con una debole condanna nei confronti del Tassi, non scoraggiò Artemisia dal proseguire la sua attività artistica e intellettuale; dapprima la giovane preferì allontanarsi da Roma, per raggiungere Firenze. Forse per smorzare la fama generata dal triste episodio romano, iniziò a firmare i suoi dipinti con il cognome Lomi (ripreso dal nonno paterno: Orazio, per distinguersi dal fratello Aurelio, anch’egli pittore, aveva acquisito il cognome della madre), e fiorirono per lei numerose committenze e occasioni di collaborazione con grandi artisti fiorentini. A Firenze Artemisia fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno, godendo dell’approvazione e del plauso dei colleghi pittori.

A questo periodo risale l’Allegoria dell’inclinazione (1615-16), giovane donna scarmigliata e nuda, dipinta nel palazzo di Michelangelo Buonarroti il giovane, che voleva così omaggiare la propensione naturale verso le arti del famoso prozio.

Altre figure femminili fiere e volitive sono protagoniste dei dipinti fiorentini, come Minerva, la Maddalena, Santa Caterina e soprattutto Giuditta. La vicenda dell’eroina biblica, infatti, ricorre in più dipinti di Artemisia e di suo padre.

Giuditta che decapita Oloferne – 162La versione più famosa è Giuditta che decapita Oloferne(1612-13) conservata nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli; la scena appare compressa all’interno della tela, fattore che ne aumenta la drammaticità. La violenza dell’atto viene mitigata dalla distensione che traspare dal volto di Giuditta; di grande effetto ottico è la limitata scelta di colori contrastanti: rosso scarlatto, blu elettrico e il bianco del lino, sporcato di sangue. Il prototipo a cui Artemisia avrebbe fatto riferimento è l’omonima tela di Caravaggio, da cui avrebbe ripreso l’impianto luministico e l’efferatezza della scena. Senz’altro la drammatica esperienza dello stupro avrà influito sull’impatto emotivo del dipinto.

Artemisia, nonostante il matrimonio con il fiorentino Pierantonio Stiattesi, rivendicò sempre la sua indipendenza di donna e di artista. Da Firenze tornò a Roma nel 1620, decisa ad accudire da sola le sue figlie. A questo secondo periodo romano risale una nuova versione del tema di Giuditta in cui la scena viene ripresa da una distanza maggiore, i toni di colore risultano abbassati e la violenza espressiva fortemente accentuata nell’accanimento della fanciulla che infligge il colpo di spada, lasciando trasparire l’orrore del volto al vedere zampillare il sangue di Oloferne.

Un’altra importante fase della carriera di Artemisia si svolse a Napoli, dove la pittrice giunse intorno al 1630, a seguito di una breve permanenza a Venezia, dove letterati ed artisti avevano potuto ammirarne le grandi doti. Nella città partenopea Artemisia ricevette committenze dai Vicerè e si dedicò all’arte sacra dipingendo, tra gli altri, episodi della vita di San Gennaro, per la cattedrale di Pozzuoli. Durante il periodo napoletano, non mancarono committenze insistenti anche da altre parti d’Italia e dall’estero; il soggiorno più importante si svolse a Londra, dove l’artista rimase dal 1638 al 1642, alla corte di Carlo I, presso il quale Orazio Gentileschi già lavorava da qualche tempo (qui morì nel 1639). Nell’ultimo periodo della sua vita, ancora a Napoli, Artemisia lavorò soprattutto per il collezionista Antonio Ruffo di Sicilia, fino alla morte, sopraggiunta nel 1653.

La figura di Artemisia Gentileschi, dopo la fama raggiunta in vita, rimase nella penombra fino al secondo dopoguerra; la conoscenza che si aveva di lei era legata per lo più alle vicende biografiche, in particolare al processo per stupro, più che alle reali doti artistiche della pittrice. Una delle letture più gettonate è stata quella in chiave femminista che, negli anni Settanta, ha eletto Artemisia quale simbolo della volontà delle donne di combattere contro il potere maschile. Ma questo punto di vista ha finito per essere inevitabilmente parziale e riduttivo rispetto al profilo umano, intellettuale ed artistico di questa grande donna.


La donna etrusca e la donna romana

La donna etrusca ricopriva ruoli importanti, come rivelato dalla presenza della trasmissione del cognome materno nelle iscrizioni funerarie; poteva avere schiavi ed aveva diritto ad un nome completo ed essere titolare di attività produttive ….

Nella civiltà Etrusca la condizione della donna era per certi versi privilegiata, compaiono insieme con i mariti nelle scene di banchetto comuni nell’arte funeraria, sarcofagi, rilievi e pitture. Questo fu motivo di scandalo per molti scrittori greci, che consideravano questo tipo di condotta un chiaro esempio di depravazione morale etrusca, secondo lo storico greco Teopompo, le donne etrusche non solo condividevano la mensa con i propri mariti ma anche con altri uomini presenti al banchetto, arrivando perfino ad ubriacarsi e a rivolgere le proprie attenzioni nei confronti degli ospiti molto oltre il lecito, con l’inevitabile risultato che nascevano bambini di cui si ignorava chi fosse il padre.

La civiltà romana
Alcune fonti documentano che nei primi secoli successivi alla fondazione della città di Roma (753 a.C.) la religione locale onorava una figura femminile, presente in numerosi culti e conosciuta con diversi nomi: Mater Matuta, Feronia, Bona Dea, Fortuna e infine Tanaquilla.

Sulle condizioni di vita delle donne etrusche abbiamo numerosi racconti e descrizioni ad opera del greco Teopompo, che ne sottolinea la grande libertà: curavano il loro corpo, partecipavano ai banchetti insieme agli uomini, bevevano vino, e soprattutto allevavano i figli senza preoccuparsi di sapere chi ne fosse il padre.

Le donne etrusche godevano di una notevole libertà di movimento e di un certo prestigio: non più analfabete ma, anzi, colte, vivevano così con grande dignità e libertà un ruolo che però era sempre esercitato a livello familiare.

Anche i severi censori romani erano sgomenti davanti al fatto che le mogli degli aristocratici etruschi partecipassero tranquillamente ai banchetti standosene sdraiate sui letti del triclinio accanto ai loro mariti, spesso acconciate con bionde parrucche. Erano, questi, comportamenti da cortigiane, e nessuna seria matrona romana si sarebbe mai permessa simili libertà. Quando i Romani estesero il loro dominio sulle città etrusche imposero nuovi modelli di comportamento anche alle donne, che i sarcofaghi dell’epoca ci mostrano compostamente sedute ai piedi del letto su cui è disteso il marito.

Quindi la società etrusca non sembra essere matriarcale…. pertanto anche se in alcune fonti greche compare la parola “ginecocrazia”, questa è da intendersi con il significato di matrilinearità e cioè discendenza in linea materna. Un dato molto significativo è rappresentato dall’abitudine, riscontrata nelle iscrizioni tombali, di indicare anche il nome della madre dopo quello del padre: “Larth, figlio di Arruns Pleco e di Ramtha Apatrui”. Queste tradizioni onomastiche sopravvissero in Etruria pure dopo la romanizzazione; anche le iscrizioni in latino continuano a rispettare l’antica regola: “Lucius Gellius, figlio di Caio, nato da Senia”, oppure “Vibia figlia di Vibius Marsus, nata da Laelia”, in questi casi però il “figlio di” è seguito dal nome del padre, mentre “nata da” suggerisce una forma “d’uso” della madre come fattrice. Forse lo status femminile stava ormai offuscandosi.

Nella Roma arcaica il modello femminile era rappresentato da donne come Claudia e Turia, sulle cui lapidi sono incise lodi che ne esaltano la bellezza, la fedeltà e il senso di sottomissione al marito: la donna doveva infatti essere lanifica, pia, pudica, casta e domiseda. Tuttavia, alcune donne si dedicavano alle arti e alla letteratura o comunque proponevano un’immagine femminile diversa da quella tradizionale; queste donne facevano una scelta che la coscienza sociale non accettava: la donna diversa era considerata degenerazione, corruzione e pericolo, come possiamo vedere dalla dura repressione dei culti bacchici che furono stroncati nel 186 a.C..


Giulietta Masina… Sulla strada

Giulietta Masina

(San Giorgio di Piano, 22 febbraio 1921 – Roma, 23 marzo 1994)

A soli quattro anni lascia l’Emilia per trasferirsi a Roma da una zia vedova che la stimola a studiare ed a seguire contemporaneamente le sue inclinazioni artistiche.

Nel 1945 si laurea in Lettere presso l’Università “La Sapienza” di Roma, ma già dal liceo recita a teatro in rappresentazioni tratte da opere di Goldoni e Plauto. Durante gli anni della guerra lavora anche come cantante, ballerina e violinista.

Sempre in questi anni, per la precisione nel 1942, inizia a lavorare per la radio all’interno della trasmissione “Terziglio”, interpretando “Cico e Pallina”, le avventure di due sposini scritte da Federico Fellini, che ama chiamarla Giuliettina o spippolo, che in dialetto romagnolo sta ad indicare qualcosa di piccolo e tenero.

È subito amore: i due convolano a nozze l’anno successivo, dando vita ad un sodalizio artistico e sentimentale che durerà tutta una vita.

Debutta sul grande schermo nel 1949 in una brevissima apparizione nel film “Paisà” di Roberto Rossellini, ma il primo ruolo importante arriva con “Senza pietà” di Alberto Lattuada nel 1948, prova che gli vale il Nastro d’Argento come Migliore Attrice non Protagonista.

Nel 1951 recita in “Luci del varietà” di Alberto Lattuada e di Federico Fellini, al suo esordio dietro la macchina da presa.

Seguono nel 1952 “Europa 51” di Roberto Rossellini e “Lo sceicco bianco” di Fellini.

Nel 1954 con “La strada”, vincitore del premio Oscar come miglior film straniero, per i due coniugi arriva la popolarità e la consacrazione artistica internazionale. L’attrice travolge il pubblico dando vita al personaggio malinconico di Gelsomina, la sua eccellente mimica, coadiuvata da un corpo esile come un fuscello, la fanno paragonare dai critici al grande Chaplin. È di nuovo Oscar nel 1957 con “Le notti di Cabiria”, che regala all’attrice la Palma d’oro a Cannes come Migliore Attrice ed il Nastro d’Argento. La Masina commuove nuovamente gli spettatori di tutto il mondo vestendo i panni della minuta e tenera prostituta dall’animo generoso.

L’attrice segue sempre un registro interpretativo intenso, delineando in profondità i suoi personaggio, scavando nella loro interiorità, per narrare allo spettatore storie ricche di umanità.

A fine ottobre del 1993 muore Federico Fellini e lei, quasi si trovasse in difficoltà a sopravvivergli, lo raggiunge pochi mesi dopo, il 23 marzo 1994, a Roma.


La condizione della donna in Grecia e a Roma nell’età Classica

Nell’età antica, in Grecia, la donna era totalmente sottomessa all’uomo. Quando aveva raggiunto l’età per sposarsi una ragazza passava dall’autorità paterna a quella del marito. Un donna ateniese, a differenza di suo marito, trascorreva l’intera giornata in casa, dirigendo i lavori domestici eseguiti dalla servitù e organizzando la vita familiare. Essa infatti usciva solo per partecipare alle feste religiose, le uniche atti- vità che l’avrebbero potuta far uscire dalle mura domestiche venivano svolte dal marito o dalla servitù. La donna ateniese era inoltre esclusa dall’educazione, sia intellettuale che fisica (a differenza della donna spartana che si poteva allenare nelle palestre).

In epoca romana la donna cominciava invece ad acquisire molti più diritti e molti più privilegi, soprat- tutto grazie al progressivo indebolimento dei valori legati alla patria potestas. La donna aveva infatti ottenuto il rispetto da parte dei figli e soprattutto aveva ottenuto la custodia della prole in caso di cattiva condotta del marito. Dopo l’impero di Adriano se una donna aveva più di tre figli acquistava il diritto di successione ad essi se il defunto non aveva eredi. La donna romana, sposandosi, passava direttamente dalla casa del padre a quella del marito.

Nell’età repubblicana però la donna viveva in condizione di subalternità al marito. Il ruolo della donna nella nuova famiglia era anche chiarito dalla parola matrimonio, che deriva appunto dal vocabolo madre. Un’unione stabile fra l’uomo e la donna era riconosciuta ufficialmente solo per la ragione di perpetuare la propria stirpe mettendo al mondo dei figli. Le caratteristiche fondamentali che una donna doveva avere nell’età repubblicana erano la prolificità, la remissività, la riservatezza.

In età imperiale la donna viveva libera in casa assieme al marito, godendo di grande autonomia e digni- tà. In questo periodo si siedono sul trono imperiale numerose donne degne del titolo di Augusta, donne che seguivano il loro marito in ogni decisione. Spesso infatti le mogli di uomini politici preferivano morire affianco al marito piuttosto che abbandonarlo. Molti antichi scrittori non esitano infatti ad esaltare il grande eroismo e la grande virtù che erano stati raggiunti dalla donna.

Durante il periodo imperiale notiamo che il numero di figli per ogni famiglia si era notevolmente ridotto, infatti in quel periodo la donna aveva iniziato anche ad interessarsi a nuove questioni. La donna infatti stava cominciando a partecipare alla vita politica e stava nutrendo un particolare interesse per i processigiudiziari. Numerose donne si dedicarono alla letteratura e alla grammatica, riuscendo quasi a superare alcuni fra i più illustri letterati dell’epoca. Molte donne si dedicarono inoltre alla caccia. Purtroppo la donna imitò più i vizi che le virtù dell’uomo. Le donne che non praticavano sport iniziarono invece a mangiare in modo sregolato, ingrassando a dismisura. Si cominciò a diffondere anche l’adulterio da parte delle donne, nonostante una legge promulgata da Augusto che condannava gli adulteri all’esilio. La donna raggiunse un ulteriore grado di emancipazione infatti divenne punibile anche l’adulterio maschile.

Il matrimonio, in epoca romana, era molto instabile. All’inizio era solo il marito ad avere il diritto di ripudiare la moglie, successivamente anche la donna acquisì questo diritto, ma poteva esercitarlo solo nel caso in cui essa era rimasta orfana di entrambe i genitori. Con la legislazione di Augusto riguardo il divorzio la donna ottenne il diritto di avere restituita la dote in caso di separazione dal marito.

La donna aveva il compito di cerare e di istruire i figli fino all’età di sette anni, poi passavano sotto la tu- tela del padre. L’istruzione femminile terminava all’età di dodici anni, l’età minima stabilita da Augu- sto per sposarsi. A dodici anni la donna era ormai in età da marito, quindi l’esperienza della vita domestica avrebbe contribuito al miglioramento di quelle che sarebbero state la qualità fondamentali di una buona moglie.


La condizione della donna in antica Roma

A quanti futuri padri abbiamo visto brillare gli occhi e dire: “vorrei che fosse un maschio”? Se oggi l’attesa di un discendente di sesso maschile può essere in certuni semplicemente auspicato, in antica Roma la nascita di una femmina era considerata addirittura una vera disgrazia, tanto che i casi di abbandoni di bambine appena nate dovevano essere un fatto comunemente accettato. Si pensi che una legge attribuita a Romolo obbligava ogni padre di famiglia a non uccidere (né abbandonare) i propri figli maschi a pena della perdita di metà dei propri averi, mentre per le figlie tale divieto era limitato alla sola primogenita. Nella mentalità di allora, alla ragazza era associata, simbolicamente, la nozione di “sinistra” (che simboleggiava l’imperfezione) mentre al maschio quella di “destra”: il testicolo sinistro era quello che, secernendo il seme paterno, faceva poi concepire una femmina; la femmina, durante la gestazione, era situata nella parte sinistra dell’utero. Si pensava inoltre che la femmina rendesse la maternità più difficoltosa e che il latte materno avrebbe avuto virtù terapeutiche maggiori se fosse nato un maschio (meglio se due gemelli). Una tale accoglienza potrebbe far credere in una situazione di inferiorità quasi brutale per coloro che riuscivano a superare l’infanzia. Invece la condizione della donna in antica Roma era nettamente diversa da quella greca. Certo, viveva in uno stato di sottomissione al marito (il quale aveva su di lei gli stessi diritti di una padre), però aveva maggiori ambiti di libertà personale e sociale. L’educazione della bambina romana prevedeva un primo ciclo di istruzione elementare pubblica, in classi sessualmente miste, dove imparava a leggere, scrivere, far di conto e stenografare. Seguiva, per chi aveva le possibilità economiche, l’istruzione privata fornita dai precettori (spesso schiavi al servizio del padre) che comprendeva in genere nozioni di letteratura latina e greca e i rudimenti dell’arte del suonare con la cetra, del canto e della danza. Allo stesso tempo le veniva insegnata la cura della casa, il modo di sorvegliare e dirigere i servitori e i lavori di ricamo ma, soprattutto, la lavorazione della lana. Una epigrafe sepolcrale riporta un singolare necrologio dedicato a una matrona particolarmente virtuosa: casta fuit, domum servavit, lanam fecit [era casta, custodiva la casa, lavorava la lana]. Il matrimonio era precocissimo e veniva consumato immediatamente, senza aspettare l’età della fecondità. Si pensi ad Ottavia che si fidanzò con Nerone all’età di soli 7 anni per poi sposarlo a 11 (la stessa madre di Nerone si era sposata a 12 anni).

La ragione di tutto questo stava comunque in preoccupazioni educative: solo in questo modo, fin da piccola, la ragazza si sarebbe abituata a convivere con il marito, il quale di fatto la allevava come una figlia. Questa consuetudine è dimostrata da una serie di norme di legge emanate da Giustiniano nel VI secolo d.C. che, proprio per impedire tali matrimoni precoci, fissò l’età legale minima per il matrimonio a 14 anni per i maschi e 12 per le femmine. Nel Digesto giustinianeo si sanziona inoltre l’adulterio commesso da una moglie minore di 12 anni: l’adulterio comporta un rapporto sessuale extramatrimoniale, il che comprova l’abitualità dei rapporti con le giovinette. Se la adolescente viveva una vita estremamente ritirata per coltivare qualità che la rendessero virtuosa davanti al futuro marito (scelto sempre dal padre della ragazza) quando faceva l’ingresso nello status di moglie acquisiva però una certa libertà assumendo un ruolo complementare a quello dello sposo marito. Poteva partecipare ai banchetti – anche se solamente seduta (gli altri convitati si stendevano invece sui triclini) e senza bere vino, che era causa legittima di divorzio -, divideva con il marito l’autorità sui figli, partecipava della dignità che il marito aveva acquisito nella vita pubblica, poteva uscire di casa per fare compere nei mercati o visite alle amiche. Tutto questo soprattutto perchè gli uomini romani, al contrario di quelli greci, sentivano profondamente l’attrattiva della casa, la domus, la quale diveniva centro della vita sociale quanto la piazza. Ciò non toglie però che essi frequentassero spesso le cortigiane o, in certi casi, vivessero allo stesso tempo con la moglie, in quanto sposa, e con certe schiave, in quanto concubine, così da affiancare a una monogamia di diritto una poligamia di fatto. Alcuni non si sposavano civilmente e preferivano vivere un matrimonio di fatto con la propria schiava. I vantaggi erano chiari: sottomissione completa, inesistenza di legami contrattuali legali (si pensi allo scambio obbligatorio delle doti), possibilità di rompere il rapporto in ogni momento e, persino, costi più bassi.

Abbiamo visto  quanto l’aborto fosse, in Atene, diffusissimo. Questa conclusione può essere generalizzata a tutte le città stato greche tranne Sparta di cui, al contrario, si può affermare una mancanza di “abitudine” sociale in tal senso: l’orgoglio della razza e il bisogno di forza militare non potevano infatti che dare impulso a una politica demografica incentivante la procreazione. In tutto ciò l’aborto doveva avere poco spazio considerato anche il livello molto alto di adesione psicologica alle esigenze collettive. Il che non è assolutamente in contraddizione con l’alto numero di abbandoni e uccisioni di infanti deformi, anzi ne rappresenta una necessaria premessa: per formare futuri guerrieri era indispensabile incentivare le nascite (e dunque limitare gli aborti); i nati deboli o deformi venivano poi uccisi perchè inutili allo scopo. Anche a Roma, col che intendiamo tutto il mondo romano, il numero di aborti era altissimo.

Altro dato fondamentale è che in tutti gli esempi che abbiamo visto la condizione della donna varia da forme di sottomissione elevata (Atene) a forme più blande (Roma) fino a situazioni simili alla parità tra i sessi (Sparta). La conclusione è ovvia: storicamente, e nell’ambito di questi dati, non può essere considerato dato certo che la sottomissione della donna sia da addebitare, pur fra le altre cose, al “ricatto procreativo” o al divieto di aborto. I due fattori non sembrano direttamente correlati. Abbiamo visto infatti come l’aborto libero in Grecia si accompagnasse a una forte sottomissione; una forte parità a Sparta fosse correlata a un divieto (implicito) di abortire; mentre a Roma tutto il problema passava sotto un alone di indifferenza che rendeva l’aborto ininfluente sul piano del riscatto sociale della donna.

Se il ricatto procreativo avesse avuto, nel mondo greco romano, un così influente peso sulla situazione di inferiorità della donna allora avremmo dovuto constatare quantomeno a Sparta, dove vigeva un regime (quasi) paritario, una frequenza di aborti molto più alta che in altre parti della Grecia. In realtà i rapporti sono ribaltati. Sembra anzi che l’alto numero di aborti si colleghi piuttosto a una situazione di netta inferiorità della donna nei confronti del marito (come era ad Atene).


Cleopatra, l’ultima Regina


Salvador Dalì in mostra al Vittoriano, dal 10 Marzo al 1 Luglio 2012

Il Complesso del Vittoriano dedica una mostra Salvador Dalì, il poliedrico artista spagnolo.

Dopo quasi sessanta anni dall’ultima retrospettiva, ritorna nella capitale una grande esposizione dedicata a Salvador Dalì, uno degli artisti più celebri di tutti i tempi.
La mostra, attraverso olii, disegni, documenti, fotografie, filmati, lettere, oggetti, vuole tessere il filo tra l’artista e il genio per restituire a tutto tondo il Salvador Dalì che ha saputo creare dalle sue eccentricità caratteriali e biografiche un universo affascinante e suggestivo di immagini plastiche e letterarie davvero uniche. Viene qui presentato l’artista la cui pittura visionaria di sogni, incubi e ossessioni, è stata sempre alla ricerca di quel “meraviglioso” che André Breton, il teorico del Surrealismo, considerava il fine dell’arte, ma anche il genio con le sue invenzioni e l’uomo con le sue bizzarrie.

Pittore, scultore, scrittore, cineasta e designer spagnolo, Dalí era un abile disegnatore tecnico, ma è celebre soprattutto per le immagini suggestive e bizzarre delle sue opere surrealiste.
Il suo peculiare tocco pittorico è stato spesso attribuito all’influenza che ebbero su di lui i maestri del Rinascimento.

Il talento artistico di Dalí ha trovato espressione in svariati ambiti, tra cui il cinema, la scultura e la fotografia, e lo ha portato a collaborare con artisti di ogni tipo.

Dalí fu un uomo dotato di una grande immaginazione ma con il vezzo di assumere atteggiamenti stravaganti per attirare l’attenzione su di sé.
Tale comportamento ha talvolta irritato coloro che hanno amato la sua arte tanto quanto ha infastidito i suoi detrattori, in quanto i suoi modi eccentrici hanno in alcuni casi catturato l’attenzione del pubblico più delle sue opere.

La mostra organizzata in collaborazione con la Fondazione Gala-Salvador Dalì, propone un approccio inedito sulla figura dell’artista indagato in tutte le sue molteplici e diverse sfaccettature: pittore, disegnatore, pensatore, scrittore, appassionato di scienza, catalizzatore delle correnti delle Avanguardie, illustratore, orafo, cineasta e scenografo.  Si farà luce su un aspetto tutt’ora trascurato negli studi e nelle mostre daliniane: il rapporto dell’artista spagnolo con l’Italia.

L’Italia sarà infatti la costante, il filo rosso, l’elemento che terrà insieme  tutte le opere esposte.

Attraverso documenti, fotografie, disegni, lettere, progetti, oggetti lo si potrà seguire nei suoi viaggi per l’Italia, e rivivere gli incontri per ideare collaborazioni artistiche, come quello con Anna Magnani e con Luchino Visconti.

La mostra si pone il compito di tessere il filo tra l’artista e l’uomo per restituire a tutto tondo il genio Salvador che ha saputo creare dalle sue bizzarrie caratteriali e biografiche un universo affascinante e suggestivo di immagini plastiche e letterarie davvero uniche.

Il percorso espositivo della mostra parte dalla sezione introduttiva che porta alla scoperta del Dalí artista tramite il Dalí uomo. Infatti la sua voce e la sua faccia, le sue trovate e le sue performance, sono tappe imprescindibili dell’itinerario della retrospettiva.

Nella prima sezione della rassegna si intende analizzare quanto l’attenzione di Dalì verso la pittura e la scultura del passato si configuri come un dialogo serrato con i grandi maestri del Rinascimento italiano. Un rapporto che, oltre al desiderio di emulazione, comprende anche una sotterranea lotta per una auspicata supremazia nel campo dell’arte mondiale. Ed è da notare come Dalì sostenga di poter essere accomunato a Raffaello come fosse una cosa naturale.

Nella seconda sezione viene presentato un gruppo di capolavori. Nei quadri, la perfetta tecnica pittorica dell’artista spagnolo racconta, con spietato realismo, un mondo onirico, inquietante, denso di suggestioni.

Nella terza sezione, prendendo spunto dall’inedito contributo scientifico realizzato in occasione della mostra sulla cronologia delle relazioni tra l’artista spagnolo e l’Italia, l’esposizione vuole infine raccontare il rapporto tra Dalì in vita e il nostro Paese.

Orario:
Dal 9 Marzo al 1 Luglio 2012
Da lunedì a giovedì ore 9.30-19.30
Venerdì e sabato ore 9.30-23.30
Domenica ore 9.30-20.30
La biglietteria chiude un’ora prima
Contatti:
Telefono: 0039 06 6780664 – 6780363
Email: museo.vittoriano1@tiscali.it


Il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Parte 4

A Roma la magia nera era considerata un reato soprattutto quando era responsabile della morte o della malattia di un cittadino, negli altri casi le pene erano molto probabilmente lievi. Il testo originale della legge delle XII Tavole non è giunto fino a noi poiché le Tavole andarono perdute nell’incendio di Roma che si verificò intorno al 390 a.C., quando i Galli occuparono la città. Molti frammenti sono però citati da fonti antiche, vuoi testualmente (ipsissima verba), vuoi come trascrizione, spiegazione o commento di una specifica norma. Sulla base di queste reminiscenze molti studiosi hanno cercato di ricostruire il testo (la palingenesia) ma ogni risultato deve comunque essere considerato dubbio e ogni interpretazione arbitraria. E’ comunque probabile che nella Tavola VIII, molto probabilmente dedicata agli illeciti, ci fosse un riferimento alla magia nera, del quale ci è giunta solo la parte che potrebbe costituirne l’esordio: qui malum carmen incantassit….(coloro che hanno cantato un maleficio). Le altre indicazioni della Tavola riguardano le punizioni per i danni alle persone o alle cose, i furti, le frodi e le mancate testimonianze. Le pene non sono particolarmente severe, il che fa pensare che la magia nera fosse punita solo con una multa. In seguito, almeno secondo quando riferisce Tito Livio, furono promulgate leggi più severe che peraltro riguardavano in modo specifico coloro che usando la negromanzia avvelenavano il bestiame o distruggevano le messi. È comunque bene ricordare che Roma traboccò per secoli di indovini, di maghi e di streghe e che molti di costoro godevano della protezione di personaggi di alto rango e potevano operare praticamente indisturbati. Imperatori come Augusto e Tiberio, del resto, mandavano in esilio i negromanti, ma ne tenevano sempre qualcuno con sé. Quando i primi cristiani acquisirono, come libro di culto, l’Antico Testamento, ereditarono anche la convinzione dell’esistenza di esseri misteriosi capaci di controllare forze  la cui comprensione era negata alla razionalità. I cenni all’esistenza di queste forze presenti nel vecchio Testamento sono ambigui e apparentemente insignificanti e spesso sono anche il risultato di banali errori nella traduzione dalla lingua originale. Sulla frase “ non lascerai vivere la strega” (Esodo, 22,18), ad esempio, in realtà esistono non poche perplessità e, come dirò più avanti, la cosa più probabile è che si tratti di una cattiva interpretazione, un fatto abbastanza frequente per quanto riguarda la Bibbia. Qualche accenno all’esistenza di poteri occulti si trova nel I libro di Samuele e viene  spesso citata, a questo proposito, una frase in realtà molto ambigua (“poiché la ribellione è come il peccato della divinazione e l’ostinazione è come l’adorazione degli idoli e degli dei domestici”: I libro di Samuele, 15,23). Più avanti (28,7-25) nello stesso libro, Saul dice ai suoi servi: “cercatemi una donna che sappia evocare gli spiriti e io andrò da lei a consultarla”. E i servi gli risposero: “ecco, a Endor c’è una donna che evoca gli spiriti”. Quella donna evocherà realmente lo spirito di Samuele, e nel testo non c’è alcun segno che quella evocazione sia considerata blasfema e illecita. Si può dunque capire come i primi cristiani avessero un’attitudine basata sulla tolleranza nei confronti delle persone accusate di stregoneria e si comportassero complessivamente in modo simile a quello tenuto dagli antichi romani, che si preoccupavano delle streghe solo quando era possibile provare che avevano commesso un delitto. Con l’eccezione di Agostino, dunque, il Magistero cattolico si limitava a condannare la convinzione che le streghe esistessero. In questo senso fu particolarmente importante il Concilio di Ancira (IX secolo) che aveva formalizzato questi convincimenti inserendoli nel cosiddetto Canon Episcopi, incorporato nel 1284 nei Decretales di Gregorio IX e perciò divenuto parte della legge canonica.


Antica Roma. La prostituzione.

Roma prevedeva tutta una serie di leggi per regolamentare la prostituzione. I lupanara dovevano essere aperti solo di sera e collocati solo fuori città. Le prostitute dovevano essere registrate e non potevano mantenere il nome di famiglia. Giovenale racconta che Messalina frequentava i postribula, travestita e sotto falso nome (Lycisca). Le prostitute dovevano farsi riconoscere indossando una veste speciale e rinunciare alle bende che le matrone oneste mettevano sui capelli. Il fenomeno della prostituzione si andava sempre più espandendo e ci fu chi prese la palla al balzo per rimpinguare le casse dello stato, infatti Caligola introdusse una tassa per chi praticava questa “professione”.

 Il termine lupanare viene da “lupa”, il nome con cui venivano chiamate le meretrici; anche la mitologia romana dice che gli stessi fondatori di Roma, Romolo e Remo erano stati adottati da una “lupa”, nome ambiguo, infatti Acca Laurentia la moglie del pastore che li aveva trovati era una “lupa” cioè prostituta; altri nomi ancora oggi conosciuti sono “puttana” dal latino putere, puzzare e “troia” altra radice dispregiativa che fa riferimento alle femmine del maiale e quindi “troiaio”, porcile, il luogo fetido e sporco dove stavano le prostitute.

Grande sviluppo alla prostituzione fu dato dall’avvento del culto della Venere Ericina che differentemente dall’antico culto dell’antica Venere tutta castità praticato fino a quel momento era caratterizzato da una spiccato portamento verso la sessualità. Il culto della Venere Ericina venne importato a Roma dalla Sicilia per propiziarsi i suoi favori in vista dell’ attacco a Cartagine durante la seconda guerra punica, infatti, la Sicilia era il punto di partenza della spedizione romana; ma la particolarità consisteva nel fatto che le cerimonie propiziatorie alla dea erano gestite da sacerdotesse che praticavano la prostituzione rituale, tutto questo rappresentò una sorta di permesso ad intraprendere la “professione”. Successivamente vennero fatti vari tentativi di restaurare la versione casta della dea, ma ormai la Venere siciliana aveva preso il sopravvento fino a diventare addirittura simbolo di fecondità, fertilità e successo.

 Alla fine dell’epoca repubblicana la situazione a Roma si era talmente ingigantita che il fenomeno della prostituzione era diffuso in ogni angolo della città. Nel Satyricon si racconta che Encolpio dopo essersi perso per le vie di Roma chiede indicazioni ad una vecchietta la quale essendo però una procacciatrice di clienti lo accompagna direttamente in un bordello. La diffusione della pratica dell’amore mercenario e la mancanza di adeguate norme di igiene, favorì il propagarsi delle malattie sessuali; il medico romano Celso, riferendosi quasi certamente alla Gonorrea o Scolo descrive una malattia dell’epoca in questi termini:” La regione sessuale va soggetta ad una malattia che é un flusso di semenza, che senza stimolazione erotica, senza visioni notturne, esce con abbondanza tale da far morire il paziente dopo un certo tempo, per consunzione.”; Quinto Sereno descrivendo alcune ulcerazioni sui genitali dice: ” strane piaghe ulceranti deturpano fortemente ed in modo orribile le parti genitali, esse si possono curare con i rami di rovo.”; Marziale riferendosi presumibilmente alla sifilide: ” Una malattia vergognosa ha distrutto la ghiotta parte.”, mentre sia Celso che Plinio fanno riferimento ai Condylomata, malattie di trasmissione sessuale oggi conosciute come Condilomi o Creste di gallo. A parte tutto , i Romani apprezzavano molto l’amore a pagamento, ciò é dimostrato dal fatto che Domiziano, per attirarsi le grazie del popolo, durante i festeggiamenti per la vittoria riportata sui Germani, fece lanciare i gettoni per una “consumazione” nei lupanari.


Antica Roma. Omosessualità

La società romana anche se rifiutava gran parte dei costumi che contraddistinguevano quella greca ne dovette subire gli influssi introdotti dal sempre maggior numero di schiavi di origine ellenica. Uno di questi costumi era la pederastia che i romani chiamavano “vizio greco” ed era considerata un segno di debolezza rispetto al fiero e virile carattere con cui si identificava il cittadino romano. Si riteneva che portasse alla corruzione dei giovani romani, infatti molti giovinetti erano nelle mire sessuali di molti maschi adulti e per questo venne pubblicata una legge (Lex Scatinia) in materia di pederastia secondo la quale in caso di rapporto fra adulti e puer o praetextati (da praetexta, la tunica bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi ancora non maturi sessualmente) veniva punito solo l’adulto.

L’omosessualità non era condannata se praticata con schiavi e liberti (in quanto era dovere di questi compiacere in tutto e per tutto le volontà del loro padrone), ma era deprecabile che un cittadino libero assumesse un ruolo passivo nei confronti di un altro suo pari. La ex Scatinia diceva che in caso di omosessualità tra due cittadini liberi, veniva punito quello che tra i due assumeva l’atteggiamento passivo. La multa era molto salata e ammontava a circa 10.000 sesterzi. Anche il grande Cesare non fu risparmiato da dicerie che lo ritenevano omosessuale, in quanto dopo la conquista della Gallia si diceva che avesse una relazione amorosa con il Re di Bitinia, Nicomede; e sembra che i suoi soldati cantassero “Cesare ha sottomesso la Gallia. Nicomede ha sottomesso cesare” e gli avversari politici si rivolgevano a lui chiamandolo direttamente “regina”, ma lui non se la prendeva e sfoderava a sua difesa le conquiste femminili: Postumia, Lollia, Tertulla e Mucia, tutte mogli di illustri cittadini romani.

Altro personaggio rimasto famoso per la sua omosessualità era l’Imperatore Adriano che per la sua relazione con Antinoo alla cui morte avvenuta per annegamento nel fiume mentre l’imperatore era in viaggio in Egitto, si era lasciato andare alla disperazione e successivamente aveva dato il nome alla città da lui fondata in quel luogo: Antinoe.

Con l’avvento dell’impero si assistette ad un’ondata moralizzatrice fino ad arrivare nel 438 d.C. con Teodosio II, alla condanna al rogo di tutti gli omosessuali passivi. Per finire invece Giustiniano espande la pena a tutti gli omosessuali sia attivi che passivi.


L’eros nell’antica Roma

L’amore i tradimenti e le perversioni di un’epoca hanno lasciato molte tracce di sé nei costumi e nella mente dell’uomo moderno. Tutto cambia e tutto rimane quello che una volta era, ancora una volta sarà.

“Le strappai la tunica; trasparente non era di grande impaccio, ella tuttavia lottava per restarne coperta; ma poiché lottava come una che non vuole vincere, rimase vinta facilmente con la sua stessa complicità. Come, caduto il velo, stette davanti ai miei occhi, nell’intero corpo non apparve alcun difetto. Quali spalle, quali braccia vidi e toccai! La forma dei seni come fatta per le carezze! Come liscio il ventre sotto il petto sodo! Come lungo e perfetto il fianco, e giovanile la coscia. A che i dettagli? Non vidi nulla di non degno di lode. E nuda la strinsi, aderente al mio corpo. Chi non conosce il resto? Stanchi ci acquietammo entrambi. Possano giungermi spesso pomeriggi come questo!”

(OVIDIO, Amori, I, 5. )


Appuntamenti… TheCoevas on Events Tour 2011, 19 Maggio 2011, presso Notebook all’Auditorium, Parco della Musica, Roma